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domenica 21 luglio 2013

Intervista a Gallino: Prima il lavoro

di Sara Farolfi da sbilaciamoci.info

Per uscire dalle secche della crisi va riportata in cima all'agenda politica la piena occupazione. Perchè avere un lavoro è più importante che avere un reddito e la perdita del lavoro può infliggere danni maggiori della povertà stessa. Intervista al sociologo Luciano Gallino
Redistribuzione del lavoro e redistribuzione del reddito: è possibile conciliarle? Sul dibattito lanciato da Sbilanciamoci.info sul tema del reddito minimo garantito abbiamo interpellato il sociologo Luciano Gallino, professore emerito, già ordinario di Sociologia, all'Università di Torino.
Lo slogan più diffuso al momento è: più crescita per rilanciare l'occupazione. A parte il fatto che si dice ma non si fa, pensa che sia vero o ritiene che il problema occupazionale abbia anche dei caratteri strutturali non eliminabili da una ripresa del ciclo economico?
In generale si parla di crescita come un tempo si parlava del flogisto, termine medievale che indicava una sostanza imponderabile circolante ovunque e capace di compiere miracoli. Nove persone su dieci, tra quelle che parlano di crescita, non sanno di cosa parlano. Se non corredato di indicazioni precise, infatti, il termine crescita non significa nulla, o addirittura può essere fuorviante perchè per esempio la crescita può essere anche legata all'aumento dei profitti finanziari. Io penso che sia meglio parlare di qualcos'altro, e, per restare alla domanda posta, credo che una misura realistica di buon funzionamento economico dovrebbe essere il tasso di occupazione e quello di attività.
Il dibattito aperto da Sbilanciamoci.info si è polarizzato tra interventi a favore del lavoro di cittadinanza e interventi per il reddito di cittadinanza: quale ritiene che sia, tra le due, la strada da intraprendere?
Privilegerei la creazione di occupazione diretta. Riportare in cima all'agenda politica la prassi e l'idea di piena occupazione è una questione prioritaria. Il fatto è che la terminologia stessa di “piena occupazione” è stata rimossa dall'ideologia neoliberale. A partire dal dopoguerra, e per i primi vent'anni, il concetto è stato in primo piano, poi è scomparso. Persino nel Trattato Europeo l'espressione “piena occupazione” ricorre una sola volta e non come fine statutario ma come esito auspicabile di mercati efficienti. È paradossale. Detto questo, una prassi di piena occupazione non collide con un progetto di reddito di base, ma va detto che le due cose hanno due pesi differenti perchè avere un lavoro è più importante che avere un reddito e la perdita del lavoro, in termini tanto sociali quanto personali, può infliggere danni maggiori della povertà stessa.
Pensa che la proposta di legge di iniziativa popolare sul reddito minimo garantito, consegnata alla Camera il 15 aprile, abbia buone probabilità di aprire una strada diversa alla tutela del reddito in Italia?
Ne dubito molto, anche perchè il governo in carica è un governo di destra che applica le indicazioni, di destra, che provengono da Bruxelles, e più in generale dalla Trojka. Una proposta di legge di questo tipo difficilmente potrà trovare ascolto e spazio. A mio avviso uno degli aspetti più interessanti della legge è il riordino delle prestazioni assistenziali. La sostituzione della dozzina di prestazioni, oggi previste, con un unica forma di sostegno al reddito potrebbe avere un effetto positivo e sarebbe auspicabile. Naturalmente questa unica forma di sostegno al reddito dovrebbe avere un carattere universale ma variabile in base ai livelli di reddito e alle condizioni familiari, come previsto anche dalla proposta di legge.
Chiedere interventi per un “lavoro di cittadinanza” significa porre come obiettivo di politica economica la creazione di nuovi posti di lavoro da parte dell'amministrazione pubblica per ottenere una “piena e buona occupazione”, cosa ne pensa?
Preferisco parlare, come ha fatto recentemente anche la Commissione Europea, di job guarantee. E se persino la Commissione europea scopre la “piena occupazione” forse è segnale che è arrivato il momento di fare qualcosa.
Chiedere un reddito minimo garantito significa fissare di fatto un salario minimo al quale il soggetto beneficiario è disposto a prestare il suo lavoro. Non costituirebbe un argine ai processi di precarizzazione del mondo del lavoro?
Nutro molti dubbi in proposito perchè i rapporti di lavoro precari non riguardano l'entità della retribuzione ma la possibilità di usare il lavoro esattamente come si usano ricambi e componentistica nei servizi. Il principio che si è affermato prima nella produzione e poi nel mercato del lavoro è quello del “giusto in tempo”. La flessibilità è figlia di questa idea e non penso che pagando qualcosa in più o in meno le cose possano cambiare. È sull'organizzazione complessiva della produzione che bisogna intervenire.
Cosa pensa di proposte che vogliono connettere la redistribuzione del reddito nella forma di una garanzia universale e una redistribuzione del lavoro attraverso l'espansione di forme contrattuali a tempo ridotto?
Penso che siano linee di difesa di secondo e terzo piano, mentre oggi sarebbe meglio concentrarsi su quelle di primo piano. Negli ultimi trent'anni abbiamo assistito a una gigantesca redistribuzione del reddito dal basso verso l'alto: questa è un'enorme questione politica che andrebbe affrontata attraverso gli strumenti legislativi, il potenziamento dei sindacati e del contratto nazionale.
Pensa che politiche di sostegno al reddito come quelle di cui abbiamo parlato siano sostenibili o che richiedano una rimodulazione della politica fiscale nel suo complesso per il loro finanziamento?
Una rimodulazione delle politiche fiscali sarebbe comunque necessaria perchè, come ho detto, le politiche fiscali hanno ridotto le entrate e favorito soprattutto l'aumento delle disuguaglianze. Però è necessario fare due conti: con 15 miliardi di euro si potrebbero creare posti di lavoro, in un anno, per 1 milione di persone, mentre destinando la stessa somma al reddito garantito non si coprirebbe una popolazione altrettanto numerosa e non si avrebbe quell'effetto moltiplicatore sull'economia che il creare occupazione produce.

martedì 22 maggio 2012

Forza costituente dell’occupazione


Ritengo questo articolo fondamentale e non solo per come viene trattato il problema specifico relativo all'occupazione del Teatro Valle di Roma e della Torre Galfa di Milano, ma soprattutto perché finalmente  il diritto di proprietà, e direi il diritto in generale, viene ricondotto ad una dialettica in seno alla società. Non sta scritto in nessuna tavola dei comandamenti che la proprietà di un bene sia tale per diritto divino e qualora esistesse un tale comandamento sarebbe un buon motivo per violarlo.
 
Ugo Mattei  da soggettopoliticonuovo
 
Analogie e differenze tra l’esperienza del Teatro Valle di Roma e quella della Torre Galfa di Milano secondo il dettato costituzionale
Aun anno dalla occupazione del Teatro Valle di Roma vale la pena di riflettere sul senso costituzionale di una strategia politica, quella della riconquista dei beni comuni artistici, che sta articolandosi in tutto il paese e che mi pare costituisca lo specifico italiano della lotta globale di liberazione dei popoli contro la follia neoliberale. Il recente sgombero della Torre Galfa di Milano riapre in modo prepotente la discussione sul rapporto fra legalità e legittimità, nonché quello fra il potere formalmente costituito, la forza costituente dei beni comuni e la sua compatibilità con la democrazia rappresentativa e con la struttura proprietaria oggi dominante. Alcune questioni giuridiche di diretta rilevanza politica sono sul tappeto e vanno affrontate anche in vista delle prossime occupazioni che, adeguatamente puntellate sul piano giuridico e politico, anche tramite la trasformazione della soggettività (e si legga qui in chiave sovversiva il manifesto di Alba), devono necessariamente intensificarsi. Le occupazioni sono oggi il solo strumento idoneo a mettere all’ordine del giorno il grido d’allarme per una democrazia messa in crisi dal governo tecnico e dalla sospensione emergenziale della sovranità politica. Infatti, il dispositivo biopolitico totalizzante rende inutili le armi della critica, se rimangono incapaci di azione politica concreta, cioè fisica. L’occupazione, configurandosi appunto come azione di conquista fisica di uno spazio, è nozione prima di tutto intimamente giuridica, perché il possesso come «situazione di fatto corrispondente alla proprietà» è il principale elemento giustificativo della stessa, anche nell’ottica liberale (da John Locke in avanti). L’occupazione ha cioè nel suo seno la potenza sovversiva dell’ordine costituito e, se capace di asserire sovranità fisica, è forza costituente. Giuridicamente, in un mondo che si presume come tutto occupato dalla proprietà privata o dall’autorità pubblica (a modello demaniale) l’occupazione è relegata a casi di scuola, come le conchiglie sulla spiaggia. La res nullius, giuridicamente occupabile, è nozione culturale (dunque politica) non ontologica, come ben ci dimostra l’esempio della conquista delle Americhe, considerate giuridicamente vuote e dunque occupabili, che fu coeva alle enclosures nella madre patria e parimenti parte dell’accumulazione originaria del capitalismo nascente. Alla res nullius ha sempre fatto compagnia la res derelicta , la cosa abbandonata, la cui proprietà può pure acquisirsi per occupazione (il giornale lasciato sul treno, il televisore vicino al cassonetto della monnezza). Nel nostro sistema costituzionale la proprietà privata è riconosciuta e garantita solo nella misura in cui essa risponda a una «funzione sociale», idea che i giuristi hanno da sempre visto come legata alle «utilità» prodotte dal bene e non certo alla cosa “in sé” oggetto di proprietà (il grattacielo, il giornale o il televisore), perché una funzione dipende dal contesto e non dall’oggetto. Chi occupa in “funzione costituente” ancorché limitata alla realizzazione concreta di uno o più testi costituzionali, come l’art. 42, restati gravemente lettera morta, critica così la «meritevolezza di tutela» da parte dell’ordinamento giuridico dell’accumulo proprietario al puro scopo di accaparramento privato della rendita fondiaria. Noi sosteniamo che l’indecenza delle pratiche di accumulo antisociale della ricchezza vada considerata costituzionalmente una derelictio delle utilità comuni del bene, che le rende occupabili da chi le restituisca, rendendole aperte, alla loro natura di beni comuni. Questo vale tanto per la proprietà privata quanto per quella pubblica, perché esse condividono un modello di governo di tipo autoritario ed escludente. Per questo, esperienze come Macao si oppongono a istituzioni comunali, ancorché “amiche” che, invece di lavorare alla giusta distribuzione di quanto prodotto dall’intera collettività (rendita fondiaria appunto, che dà valore a un grattacielo fatiscente) tacciono conniventi rispetto agli abusi di un ministro della Repubblica che manda la forza pubblica per tutelare una rendita fondiaria privata del tutto parassitaria. Questa è la vera questione di legalità che Macao ha voluto mettere all’ordine del giorno, collocandosi in perfetta continuità con l’esperienza di critica alla proprietà privata antisociale condotta al Cinema Palazzo, recentemente premiata da un’importantissima sentenza del Tribunale di Roma (VII sez., 8 febbraio 2012). Che “funzione sociale” può mai avere la proprietà privata della Torre Galfa, chiusa e abbandonata da 15 anni, rispetto alla sua apertura come “bene comune” a disposizione della collettività grazie all’impegno civile e politico di Macao? Che funzione sociale potrebbe avere il Cinema Palazzo, ridotto ad un bingo, ed invece restituito al quartiere di San Lorenzo grazie all’impegno sociale e politico della moltitudine, tramite un’azione di natura politica, non finalizzata al conseguimento di un profitto personale o di un interesse di natura patrimoniale? Le utilità di questi beni immobili, come di altri che invece sono in proprietà pubblica come il Teatro Valle o il Palazzo Citterio di Brera presso il quale Macao continua la sua battaglia, sono rivendicate come “beni comuni” in funzione costituente materiale. Si vuole così dare piena e diretta applicazione popolare del fraseggio della Costituzione del ’48, contro il suo continuo tradimento causato della connivenza fra istituzioni private (grandi concentrati di proprietà, per lo più azionaria) e pubbliche anche al più alto livello. Se per legittimare l’occupazione di una proprietà privata parassitaria occorre fondarsi sull’art. 42 (funzione sociale), nel caso di una proprietà pubblica la norma chiave è l’art. 43 (inserito in Costituzione riconoscendo il contributo dei consigli di fabbrica alla liberazione antifascista), e diviene cruciale la proposta di un governo partecipato e autenticamente democratico delle utilità prodotte dai beni comuni creativi (di qui l’importanza costituente della natura aperta dell’istituenda Fondazione Teatro Valle Bene Comune). È dunque ben evidente come la lotta per i beni comuni creativi ponga al centro dell’attuale fase politica la questione proprietaria, smascherando la finta opposizione fra pubblico e privato. L’esempio di Torre Galfa, e la sua traslazione a Palazzo Citterio, è esplicativo. Un manager (privato) telefona a un ministro (pubblico) affinché questi usi la forza (pubblica, ossia pagata da tutti noi) per tutelare una proprietà (privata) in stato di abbandono terminale da oltre 15 anni, il cui solo valore è l’assorbimento (privato) della rendita prodotta dalla pressione urbanistica (con relativa necessità di infrastrutture pubbliche, ecc.). Si noti che se un cittadino normale, dopo esser stato assente per molto meno tempo, trova in casa propria un altro cittadino normale ivi intruso (a maggior ragione o un inquilino moroso) egli non potrà che far ricorso alle regole del diritto privato per sgomberarlo. In altri termini, la proprietà privata ordinaria deve contentarsi delle regole civilistiche (ossia del diritto privato), mentre la grande proprietà azionaria, che accumula rendita fondiaria in modo parassitario (senza far uso del bene ma anzi lasciandolo deperire), può contare sull’uso immediato degli apparati repressivi dello Stato. Ciò dimostra che i rapporti di potere fra pubblico e privato sono oggi invertiti ed il potere pubblico semplicemente non ha la forza o il coraggio di resistere ad un ordine proveniente dai poteri privati (finanziari o quant’altro) anche se quest’ordine è completamente contrario all’interesse della cittadinanza. Non c’è dubbio che la Torre Galfa, una volta aperta dagli occupanti, avrebbe restituito alla cittadinanza in senso ampio almeno una parte di quella ricchezza collettiva (quel bene comune) che è la rendita fondiaria, assorbita senza giustificazione alcuna dal gruppo Ligresti. Lo stesso quotidiano La Repubblica , che nella sua edizione milanese accusa Macao sgomberata e in transizione democraticamente decisa verso Brera dell’infamia mediatica di condividere un avvocato col movimento No Tav, in quella romana, lo stesso giorno, elogia gli occupanti di una proprietà pubblica, il Teatro Valle, sostenendo giustamente che il Comune di Roma deve almeno continuare a pagare le bollette, perché una stagione così bella mai l’avrebbe organizzata! Come noto ai giuristi, sul piano del diritto positivo vigente, una proprietà pubblica è tutelata rispetto all’occupazione in modo più intenso di una proprietà privata (per esempio gli occupanti del Teatro Valle non potrebbero mai acquistarlo per uso capione) mentre nella pratica le cose, per il suddetto mutamento dei rapporti di forza, vanno esattamente al contrario. Per la verità, nel sistema dell’art. 42 Cost., proprietà privata e pubblica sono poste sullo stesso piano. La «funzione sociale della proprietà» si garantisce rendendo un bene «accessibile a tutti», denunciando chi esclude al solo scopo di accumulare la rendita, sia essa direttamente economica o indirettamente politica. La prassi dell’occupazione artistica costituente abbatte la falsa coscienza della distinzione fra privato e pubblico, mettendo al centro beni comuni le cui utilità sociali vanno funzionalizzate alla soddisfazione dei diritti fondamentali (anche di partecipazione politica effettiva e x art.3 Cost.) garantiti alla collettività. In questo senso Macao, spostandosi dalla Torre Galfa a Brera, offre un contributo definitivo a chiarimento dell’ irrilevanza del titolo formale per le vertenze sui beni comuni. Al sindaco di Milano si continua a chiedere di schierarsi apertamente a favore dei beni comuni, chiarendo l’intreccio dei legami con Ligresti (Torre Galfa) e condividendo con la cittadinanza attiva le scelte sul futuro di Palazzo Citterio. Un’occupazione condotta in nome della cultura come bene comune può mettere in campo il potere della creatività artistica per abbattere il principale scudo ideologico e mediatico dietro il quale si nascondono gli abusi del grande accumulo proprietario parassitario: la paura piccolo-borghese per la critica alla proprietà privata personale. Chi critica l’accumulo proprietario di Ligresti non discute la proprietà del signor Rossi, proprio come chi critica un potere autoritario (anche se esercitato da un sindaco amico), non discute la democrazia e la legalità, ma si batte per una loro realizzazione coerente con una Costituzione rispettosa dell’uguaglianza sostanziale. Questo è il messaggio politico con cui l’arte può sconfiggere la ricostruzione mediatica dominante.
 
Fonte:  Il Manifesto – 22 maggio 2012