Visualizzazione post con etichetta Soggetto Politico Nuovo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Soggetto Politico Nuovo. Mostra tutti i post
sabato 25 maggio 2013
Dalla protesta alla proposta, l'alternativa democratica
di Daniela Passeri
Se la fiducia degli italiani nei partiti politici è arrivata alla soglia minima dell'1,5% (Rapporto Istat 2013), dopo il tradimento del voto delle politiche, come si andrà a votare negli oltre 700 comuni che rinnovano sindaco e consiglio comunale domenica 26 e lunedì 27? Con il naso turato, le dita incrociate, in punta di piedi, a occhi chiusi? E soprattutto, quanti andranno a votare?
Alle amministrative l'offerta sfugge agli schemi della cosiddetta pacificazione nazionale del patto transgenico PD-PDL e al monopolio del voto di protesta firmato M5S. Qui la politica, nel senso più autentico di governo della polis, ritrova i suoi connotati più veri. Che, a dispetto della pacificazione, oggi sono di frantumazione, deflagrazione dell'offerta politica nella quale possiamo però scorgere una discreta vitalità.
Il metro e mezzo di scheda-lenzuolo che i romani si porteranno in cabina elettorale (45 liste, 19 candidati, tutti uomini) basta a descrivere questa polverizzazione. Ma come orientarsi nella selva di liste di cittadinanza che in questa primavera piovosa sono sorte come funghi all'ombra dei campanili?
Come discernere tra le macerie fumanti dei partiti che si scompongono in varie affiliazioni nel tentativo di ricomporsi nei ballottaggi, e le espressioni più genuine di quei cittadini che si sono rimboccati le maniche e sporcati le mani nelle strade, nelle piazze e nei luoghi di lavoro, per dire molti no, ma soprattutto per proporre un modello di sviluppo del territorio più sostenibile (piccole opere diffuse a maggiore intensità di lavoro al posto di grandi opere inutili e imposte; riqualificazione energetica degli edifici, politiche di rifiuti zero, etc); per proporre modelli di gestione dei servizi pubblici diversi da quelli privatistici dove anche i rappresentanti dei lavoratori e delle associazioni siedono nei consigli di amministrazione; per proporre la valorizzazione dei beni comuni, cioè delle risorse di una comunità e sottrarli alla dittatura del privato; per proporre un modello di uguaglianza che affermi diritti civili irrinunciabili (ius soli, unioni civili); per proporre il riscatto del lavoro svilito, sfruttato e ricattato con la riformulazione di un'idea di impresa con una visione più ampia di quella del profitto; per proporre e rendere possibile una maggiore partecipazione dei cittadini alla politica e creare un sistema che veda i cittadini affiancare i propri rappresentanti, continuare con loro il dialogo dopo aver apposto una croce su un simbolo; per proporre la difesa della scuola pubblica e laica, come la mobilitazione che ha portato al referendum di Bologna di domenica.
Dunque, è nella capacità di proposta, oltre che di protesta, che troviamo una bussola. Un altro indicatore è poi la capacità di fare rete con altre realtà, di rendere queste proposte tanto più credibili quanto sono replicabili. Sfuggire dunque alla tentazione dell'autosufficienza allargando l'orizzonte ad uno scambio di pratiche, esperienze e proposte che si rafforzano a vicenda.
Un'esperienza in questo senso, un laboratorio significativo, è quello delle liste di cittadinanza, diverse di loro unite nella “Rete dei Comuni Solidali” (la lista “Repubblica Romana” a Roma che candida a sindaco Sandro Medici; “Una città in comune” a Pisa che candida Ciccio Auletta; “Sinistra per Siena” per Laura Vigni; “Brescia solidale e libertaria” per Giovanna Giacopini; “ABC: Ancona Bene Comune” per Stefano Crispiani; “Cambiamo Messina dal basso” per Renato Accorinti.
A queste liste è affidato un passo piccolo ma importante su una strada difficile ma irrinunciabile: essere e mostrare che esiste un’alternativa alla riproposizione di una prospettiva ormai non più in campo quale quella di condizionare “in qualche modo” il PD.
Sono candidati sindaci, liste ed esperienze che costruiscono un’alternativa legata dal filo rosso della democrazia radicale, come scriviamo noi di ALBA con Marco Revelli, lontano da Bisanzio e “fuori dalle mura” di quello che fu il centro-sinistra.
L'intento è quello di proseguire il dialogo anche dopo le elezioni, dagli scranni dei consigli comunali e ancora e sempre nelle piazze e nelle strade come nei luoghi di lavoro. A declinare e testimoniare un sistema di valori comuni là dove invece le liste effimere della mera tattica elettorale scompariranno.
Dietro le liste autentiche di cittadinanza attiva – altro indicatore importante - c'è un elemento soggettivo che non viene mai abbastanza sottolineato che è la passione per la politica che crea e trasforma i legami personali; c'è la condivisione della fatica di giornate passate a volantinare, fotocopiare, scrivere, intensificare il tam tam del social network anche (ma non solo) per uscire dall'oscuramento mediatico e supplire alla carenza di mezzi economici che le liste di cittadinanza, quelle vere, per scelta non posseggono.
domenica 30 dicembre 2012
Cambiare si può - Due ragioni alternative -
di Guido Viale da soggettopoliticonuovo
Due sono le ragioni – per me e per altre decine di amici e compagni
che ho incontrato negli ultimi mesi, ma verosimilmente anche per decine
di migliaia di persone che si sono entusiasmate e poi spese per
proporre e sostenere la presentazione di una lista di cittadinanza
radicalmente alternativa all’agenda Monti – che ci hanno portato a
questo passo, pur consapevoli del fatto che si trattava e si tratta di
una scelta rischiosa.
La prima ragione è che all’interno dei vincoli dell’agenda Monti, accettati dal centro-sinistra, non è praticabile una politica di promozione o di sostegno dell’occupazione e del reddito della maggioranza della popolazione italiana; così come non è praticabile una politica di equità, di lotta al precariato, di reddito di cittadinanza, di difesa e potenziamento del welfare, della scuola e delle università pubbliche, della ricerca e della cultura.
Per non parlare di un programma di conversione ecologica per un effettivo contributo del nostro paese al contenimento sempre più urgente dei mutamenti climatici e una base produttiva e occupazionale sostenibile in mercati e contesti ambientali che presto saranno radicalmente diversi da quelli a cui siamo abituati.
Chi sostiene il contrario, come i firmatari di un appello per il “voto utile” reso noto alcuni giorni fa – tra cui Piero Bevilacqua, Paolo Leon, Mario Tronti e altri – o come Giorgio Airaudo o Giulio Marcon, che si sono aggiunti ai candidati di Sel, dovrebbero spiegare come pensano di promuovere anche solo una parte di quelle misure.
Come pensano di farlo senza mettere radicalmente in discussione non l’euro, non l’Unione europea, non il suo consolidamento, ma un quadro di vincoli che, con il pareggio in bilancio e il fiscal compact, imporrà all’Italia di sottrarre alle entrate fiscali 150 miliardi ogni anno per pagare gli interessi sul debito e i ratei ventennali della sua riduzione. Una modo in realtà c’è, ed è imbrogliare le carte come sta facendo Monti – in questo degno emulo di Berlusconi – il quale ha presentato una “agenda” tuttofare, che comprende riduzione delle tasse, aumento delle retribuzioni, finanziamenti a scuola università e ricerca pubbliche, reddito di cittadinanza (che per lui è «reddito di sopravvivenza»: una bella identificazione tra cittadinanza e sopravvivenza) e persino green economy. Bisognerebbe per lo meno chiedersi come mai in un anno non ha fatto e nemmeno impostato una qualsiasi di queste misure. Anche senza avere ancora a che fare con i tagli imposti dal fiscal compact…
La seconda ragione è che l’unico modo per attenuare il baratro e il disgusto che separano la classe politica – tutta – dai cittadini chiamati al voto è quella di presentare una lista totalmente nuova e alternativa, nel programma ma anche nelle candidature, pur all’interno dei vincoli imposti dalla mostruosa legge elettorale che in un anno di governo né Monti né i partiti che lo sostenevano hanno avuto la voglia o la capacità di cambiare.
Si è fatta molta retorica sulle primarie del centro-sinistra per la premiership e ora di Pd e Sel per una parte delle loro candidature; ma nessuna di queste pratiche restituisce alla cittadinanza e agli elettori che lo desiderano un ruolo attivo di orientamento e di controllo sul programma, o sull’operato dei loro rappresentanti in parlamento, o su quello del futuro governo. Per questo i promotori dell’appello cambiare#sipuò hanno proposto di spendersi per «un’iniziativa che parta dalle centinaia di migliaia di persone che nell’ultimo decennio si sono mobilitate in mille occasioni, dalla pace ai referendum, e che aggreghi movimenti, associazioni, singoli, pensionati, migranti in un progetto di rinnovamento delle modalità della rappresentanza che veda, tra l’altro, una effettiva parità dei sessi».
E’ evidente che i tempi a disposizione per la definizione e la presentazione della lista non consentono di portare a fondo questo progetto (ma non lo consentirebbero nemmeno se avessimo avuto a disposizione due mesi in più); ma è anche evidente che il modo in cui si affronta questo problema decide del carattere dell’intero progetto, che potrà essere perfezionato in corso d’opera (mi riferisco a tutto l’arco della prossima legislatura) se ci si atterrà a due regole fondamentali.
La prima è stata enunciata il 21 dicembre scorso da Antonio Ingroia nel prospettare la sua candidatura alla testa di una lista unitaria con le caratteristiche di una lista civica. Cioè, i partiti e le organizzazioni politiche che ne condividono le finalità devono fare «un passo avanti» per offrire al progetto il loro sostegno; poi devono fare «un passo di lato», per consentire che si facciano avanti gli esponenti delle lotte, delle iniziative, dei comitati che sono stati i protagonisti della resistenza e dell’opposizione sociale alle politiche governative degli ultimi anni; e, infine, devono fare «un passo indietro» per non caratterizzare in senso partitico questo tentativo (come è stato fatto invece con gli accordi di vertice che hanno portato al fallimento della lista Arcobaleno nel 2008).
La seconda regola è quella adottata dall’assemblea di cambiare#sipuò della provincia di Milano il 16 dicembre scorso: «L’assemblea ribadisce il valore del tentativo di mettere insieme dal basso, e senza vincoli di appartenenza, un primo insieme di persone, di organizzazioni e di forze che si riconoscono in un progetto comune e si impegna, quale che siano l’esito di questa iniziativa elettorale e i risultati conseguiti dalla lista, a riconvocarsi per consolidare e approfondire questo percorso unitario in vista delle battaglie politiche e sociali che ci attendono nei prossimi mesi e anni. Nel caso che la lista porti in parlamento degli eletti, l’assemblea si impegna ad affrontare insieme a loro le questioni in discussione e a costituire dei comitati di sostegno, composti da persone che abbiano competenze nelle materie trattate, per fornire agli eletti tutta l’assistenza necessaria».
Sappiamo che nel corso di molte delle assemblee convocate in tutta Italia da cambiare#sipuò tra il 14 e il 16 dicembre si sono verificati episodi di aperta e violenta contrapposizione che hanno poi trovato puntuale conferma nella presa in ostaggio della seconda parte dell’assemblea del 22 dicembre al Teatro Quirino di Roma da parte di numerosi membri e dirigenti del Prc. In queste assemblee non era e non è mai stato messo in discussione qualcuno dei punti programmatici, ma solo, in maniera a volte esplicita, a volte sottintesa, la modalità di selezione delle candidature.
Questo clima non ha fortunatamente caratterizzato l’assemblea di Milano, anche grazie al modo in cui ne è stata preparata e condotta la presidenza, alternando rigorosamente interventi di uomini e donne, parlando esclusivamente di politiche e rimandando al “dopo” la discussione sulle regole per la selezione delle candidature. Che l’atmosfera fosse positiva lo ho rilevato in un articolo (il manifesto 19-12) e non capisco che cosa mi rinfaccino i firmatari del comunicato “Cittadinanza attiva siamo anche noi”, pubblicato dal manifesto domenica scorsa. Quel “dopo”, comunque, deve ancora venire; perché grazie all’iniziativa di Antonio Ingroia, tra le organizzazioni politiche che sostengono il progetto di una lista unitaria antiliberista, si sono aggiunti al Prc diversi altri partiti, dall’Idv al PdC, dai Verdi al movimento arancione; e sono emerse come protagoniste del progetto molte organizzazioni i cui esponenti hanno sottoscritto l’appello cambiare#sipuò: non solo di Alba, ma anche della Lista civica nazionale, di Su la testa, di Alternativa e di altre ancora.
E’ evidente quindi che occorre trovare un accordo tra tutti nel rispetto delle regole che ho ricordato. Ma a dirimere molte delle incomprensioni che sono intervenute in questi ultimi giorni possono bastare, secondo me, le risposte a due domande, implicite nella mia precedente affermazione secondo cui cambiare#sipuò non è un taxi per portare in parlamento chi non riesce più ad andarci con le sue sole forze. Innanzitutto: a chi risponderanno del loro operato i parlamentari che verranno eletti nella lista unitaria? Ai partiti di appartenenza, se hanno un’appartenenza, o ai comitati che si sono formati e che si formeranno per sostenerli e accompagnarli nel loro percorso, prima e dopo l’elezione? La prima soluzione è la negazione degli impegni presi aderendo a cambiare#sipuò o a “Io ci sto”. La seconda offre la possibilità di mettere l’esperienza di chi ha già, o ha già avuto, importanti incarichi istituzionali o di direzione politica a disposizione dei nuovi arrivati, e di far loro da tutor: senza ricalcare il modello di una carriera politica precostituita che tanti danni ha già fatto. E poi, in attesa che vengano eliminati, come ci auguriamo, i “rimborsi elettorali” e gli altri emolumenti ingiustificati, che sono una delle cause della degenerazione della politica italiana – per essere sostituiti da forme di sostegno alla comunicazione politica paritarie e sostenute con fondi sottoposti a un pubblico rendiconto – a chi saranno destinate le risorse che “eccedono le esigenze del mantenimento e dello svolgimento del mandato” dei nuovi parlamentari? “Alle finalità che verranno loro indicate da queste assemblee”, come recita la mozione di Milano, o al mantenimento di una struttura partitica già esistente? Sappiamo che molti dei partiti che partecipano a questo progetto si sono retti utilizzando i rimborsi elettorali, in vigore, per quel che sappiamo, fino al 2011 anche per quelli che non erano più in parlamento. E’ stato un elemento di forte disparità nei confronti dei movimenti che si autofinanziano; una disparità che, da ora in poi, andrebbe comunque eliminata.
La prima ragione è che all’interno dei vincoli dell’agenda Monti, accettati dal centro-sinistra, non è praticabile una politica di promozione o di sostegno dell’occupazione e del reddito della maggioranza della popolazione italiana; così come non è praticabile una politica di equità, di lotta al precariato, di reddito di cittadinanza, di difesa e potenziamento del welfare, della scuola e delle università pubbliche, della ricerca e della cultura.
Per non parlare di un programma di conversione ecologica per un effettivo contributo del nostro paese al contenimento sempre più urgente dei mutamenti climatici e una base produttiva e occupazionale sostenibile in mercati e contesti ambientali che presto saranno radicalmente diversi da quelli a cui siamo abituati.
Chi sostiene il contrario, come i firmatari di un appello per il “voto utile” reso noto alcuni giorni fa – tra cui Piero Bevilacqua, Paolo Leon, Mario Tronti e altri – o come Giorgio Airaudo o Giulio Marcon, che si sono aggiunti ai candidati di Sel, dovrebbero spiegare come pensano di promuovere anche solo una parte di quelle misure.
Come pensano di farlo senza mettere radicalmente in discussione non l’euro, non l’Unione europea, non il suo consolidamento, ma un quadro di vincoli che, con il pareggio in bilancio e il fiscal compact, imporrà all’Italia di sottrarre alle entrate fiscali 150 miliardi ogni anno per pagare gli interessi sul debito e i ratei ventennali della sua riduzione. Una modo in realtà c’è, ed è imbrogliare le carte come sta facendo Monti – in questo degno emulo di Berlusconi – il quale ha presentato una “agenda” tuttofare, che comprende riduzione delle tasse, aumento delle retribuzioni, finanziamenti a scuola università e ricerca pubbliche, reddito di cittadinanza (che per lui è «reddito di sopravvivenza»: una bella identificazione tra cittadinanza e sopravvivenza) e persino green economy. Bisognerebbe per lo meno chiedersi come mai in un anno non ha fatto e nemmeno impostato una qualsiasi di queste misure. Anche senza avere ancora a che fare con i tagli imposti dal fiscal compact…
La seconda ragione è che l’unico modo per attenuare il baratro e il disgusto che separano la classe politica – tutta – dai cittadini chiamati al voto è quella di presentare una lista totalmente nuova e alternativa, nel programma ma anche nelle candidature, pur all’interno dei vincoli imposti dalla mostruosa legge elettorale che in un anno di governo né Monti né i partiti che lo sostenevano hanno avuto la voglia o la capacità di cambiare.
Si è fatta molta retorica sulle primarie del centro-sinistra per la premiership e ora di Pd e Sel per una parte delle loro candidature; ma nessuna di queste pratiche restituisce alla cittadinanza e agli elettori che lo desiderano un ruolo attivo di orientamento e di controllo sul programma, o sull’operato dei loro rappresentanti in parlamento, o su quello del futuro governo. Per questo i promotori dell’appello cambiare#sipuò hanno proposto di spendersi per «un’iniziativa che parta dalle centinaia di migliaia di persone che nell’ultimo decennio si sono mobilitate in mille occasioni, dalla pace ai referendum, e che aggreghi movimenti, associazioni, singoli, pensionati, migranti in un progetto di rinnovamento delle modalità della rappresentanza che veda, tra l’altro, una effettiva parità dei sessi».
E’ evidente che i tempi a disposizione per la definizione e la presentazione della lista non consentono di portare a fondo questo progetto (ma non lo consentirebbero nemmeno se avessimo avuto a disposizione due mesi in più); ma è anche evidente che il modo in cui si affronta questo problema decide del carattere dell’intero progetto, che potrà essere perfezionato in corso d’opera (mi riferisco a tutto l’arco della prossima legislatura) se ci si atterrà a due regole fondamentali.
La prima è stata enunciata il 21 dicembre scorso da Antonio Ingroia nel prospettare la sua candidatura alla testa di una lista unitaria con le caratteristiche di una lista civica. Cioè, i partiti e le organizzazioni politiche che ne condividono le finalità devono fare «un passo avanti» per offrire al progetto il loro sostegno; poi devono fare «un passo di lato», per consentire che si facciano avanti gli esponenti delle lotte, delle iniziative, dei comitati che sono stati i protagonisti della resistenza e dell’opposizione sociale alle politiche governative degli ultimi anni; e, infine, devono fare «un passo indietro» per non caratterizzare in senso partitico questo tentativo (come è stato fatto invece con gli accordi di vertice che hanno portato al fallimento della lista Arcobaleno nel 2008).
La seconda regola è quella adottata dall’assemblea di cambiare#sipuò della provincia di Milano il 16 dicembre scorso: «L’assemblea ribadisce il valore del tentativo di mettere insieme dal basso, e senza vincoli di appartenenza, un primo insieme di persone, di organizzazioni e di forze che si riconoscono in un progetto comune e si impegna, quale che siano l’esito di questa iniziativa elettorale e i risultati conseguiti dalla lista, a riconvocarsi per consolidare e approfondire questo percorso unitario in vista delle battaglie politiche e sociali che ci attendono nei prossimi mesi e anni. Nel caso che la lista porti in parlamento degli eletti, l’assemblea si impegna ad affrontare insieme a loro le questioni in discussione e a costituire dei comitati di sostegno, composti da persone che abbiano competenze nelle materie trattate, per fornire agli eletti tutta l’assistenza necessaria».
Sappiamo che nel corso di molte delle assemblee convocate in tutta Italia da cambiare#sipuò tra il 14 e il 16 dicembre si sono verificati episodi di aperta e violenta contrapposizione che hanno poi trovato puntuale conferma nella presa in ostaggio della seconda parte dell’assemblea del 22 dicembre al Teatro Quirino di Roma da parte di numerosi membri e dirigenti del Prc. In queste assemblee non era e non è mai stato messo in discussione qualcuno dei punti programmatici, ma solo, in maniera a volte esplicita, a volte sottintesa, la modalità di selezione delle candidature.
Questo clima non ha fortunatamente caratterizzato l’assemblea di Milano, anche grazie al modo in cui ne è stata preparata e condotta la presidenza, alternando rigorosamente interventi di uomini e donne, parlando esclusivamente di politiche e rimandando al “dopo” la discussione sulle regole per la selezione delle candidature. Che l’atmosfera fosse positiva lo ho rilevato in un articolo (il manifesto 19-12) e non capisco che cosa mi rinfaccino i firmatari del comunicato “Cittadinanza attiva siamo anche noi”, pubblicato dal manifesto domenica scorsa. Quel “dopo”, comunque, deve ancora venire; perché grazie all’iniziativa di Antonio Ingroia, tra le organizzazioni politiche che sostengono il progetto di una lista unitaria antiliberista, si sono aggiunti al Prc diversi altri partiti, dall’Idv al PdC, dai Verdi al movimento arancione; e sono emerse come protagoniste del progetto molte organizzazioni i cui esponenti hanno sottoscritto l’appello cambiare#sipuò: non solo di Alba, ma anche della Lista civica nazionale, di Su la testa, di Alternativa e di altre ancora.
E’ evidente quindi che occorre trovare un accordo tra tutti nel rispetto delle regole che ho ricordato. Ma a dirimere molte delle incomprensioni che sono intervenute in questi ultimi giorni possono bastare, secondo me, le risposte a due domande, implicite nella mia precedente affermazione secondo cui cambiare#sipuò non è un taxi per portare in parlamento chi non riesce più ad andarci con le sue sole forze. Innanzitutto: a chi risponderanno del loro operato i parlamentari che verranno eletti nella lista unitaria? Ai partiti di appartenenza, se hanno un’appartenenza, o ai comitati che si sono formati e che si formeranno per sostenerli e accompagnarli nel loro percorso, prima e dopo l’elezione? La prima soluzione è la negazione degli impegni presi aderendo a cambiare#sipuò o a “Io ci sto”. La seconda offre la possibilità di mettere l’esperienza di chi ha già, o ha già avuto, importanti incarichi istituzionali o di direzione politica a disposizione dei nuovi arrivati, e di far loro da tutor: senza ricalcare il modello di una carriera politica precostituita che tanti danni ha già fatto. E poi, in attesa che vengano eliminati, come ci auguriamo, i “rimborsi elettorali” e gli altri emolumenti ingiustificati, che sono una delle cause della degenerazione della politica italiana – per essere sostituiti da forme di sostegno alla comunicazione politica paritarie e sostenute con fondi sottoposti a un pubblico rendiconto – a chi saranno destinate le risorse che “eccedono le esigenze del mantenimento e dello svolgimento del mandato” dei nuovi parlamentari? “Alle finalità che verranno loro indicate da queste assemblee”, come recita la mozione di Milano, o al mantenimento di una struttura partitica già esistente? Sappiamo che molti dei partiti che partecipano a questo progetto si sono retti utilizzando i rimborsi elettorali, in vigore, per quel che sappiamo, fino al 2011 anche per quelli che non erano più in parlamento. E’ stato un elemento di forte disparità nei confronti dei movimenti che si autofinanziano; una disparità che, da ora in poi, andrebbe comunque eliminata.
domenica 2 dicembre 2012
La mossa arancione - Cambiare si può -
di Daniela Preziosi da soggettopoliticonuovo
Al voto quelli di cambiare si può: «Non siamo monocromatici, ci rivolgiamo a tutti, chi firma la carta di intenti PD non è con noi». De Magistris: ci sto per vincere
A Roma sala strapiena al lancio delle liste «cambiare si può». Il
14 e il 15 dicembre una nuova mobilitazione. Lungo applauso a Ingroia:
«Io non mi tiro indietro»
«Il ventennio berlusconiano ci ha lasciato le macerie delle leggi
ad personam. L’Italia è come il Guatemala». E chi altro potrebbe dire
una roba così, se non il pm Antonio Ingroia, fra gli applausi del teatro
Vittoria, «un paese a sovranità limitata, con le reti criminali che ne
considizionano l’economia. È questa la vera anomalia italiana».
All’assemblea della campagna Cambiare si può – l’appello dei 70 per far
nascere le liste arancioni, primi firmatari Gallino, Pepino e Revelli -,
convocata alla vigilia delle primarie con ostentata noncuranza verso il
vincitore, sono arrivati in mille da tutta Italia. Nello storico teatro
di Testaccio si fanno i turni per entrare, il dibattito è amplificato
per chi resta fuori sotto l’acquazzone. Lo diciamo subito, quello del
magistrato palermitano non è un intervento fra gli altri. Applausi
quando sale sul palco, molti in piedi. Il teatro viene giù quando
conclude «io non mi sono mai tirato indietro, sia al palazzo di
giustizia di Palermo che fuori. Io sarò con voi, dal Guatemala o
dall’Italia». Ingroia è il corteggiato speciale del movimento arancione.
Per una candidatura o anche meglio la leadership del futuribile quarto
polo. E lui dice sì, o quasi, «la vostra iniziativa è lodevole e
necessaria, cambiare si deve, dico di più: si può». Si fa avanti,
aderendo al progetto di democrazia radicale, «non serve un salvatore
della patria», ai toni anticasta e anti borghesia criminale,
«l’antimafia italiana ha avuto come principio il contenimento delle
mafie, la politica ha tutelato questo principio per tutelare i legami
che aveva con la mafia», «bisogna progettare un politica che abbia
l’ambizione di eliminare la mafia, ma non può farla questa classe
politica», intendendo quella uscente e anche quella rientrante. Scende
dal palco rincorso dagli applausi, dalle strette di mano e dai cronisti:
lascerebbe già il suo incarico in Guatemala?, «Non è escluso, tutto è
possibile». Intanto una firma ce la mette: sul referendum per il
ripristino dell’articolo 18 e per la cancellazione dell’art.8 della
legge Sacconi.
De Magistris: autonomi o alleati
Ripartiamo dall’inizio. Perché non è di leadership che si discute, per sette ore senza interruzione, 47 interventi su 220 richieste. Piuttosto di organizzazione, per non evaporare come successe ai girotondi. Fin dall’apertura Livio Pepino dà gambe al progetto, lanciando i «Cambiare si può day» per il 15 e il 16 dicembre. La strada è «unire tutte le forze anticapitaliste» (Antonio De Luca, uno dei 19 operai reintegrati di Pomigliano, altro papabile candidato), «praticare una rivoluzione pacifica di massa, rifondare la democrazia» (Paul Ginsborg, che invece annuncia di non volersi candidare). Dal palco arriva la voce No Tav di Gianna De Masi, quella «No Triv», no alle trivelle, di Guido Claps, fratello della giovane Elisa, uccisa dalla mafia basilisca (uno dei firmatari dell’appello è don Marcello Cozzi, responsabile di Libera in Basilicata e braccio destro di don Ciotti), degli insegnanti (Roberta Roberti, Parma), studenti, medici, l’attore Moni Ovadia, l’economista Giuseppe De Marzo (A sud): tutte le sfumature dell’antimontismo, dall’arancione al rosso di Prc e di Sinistra Critica. In platea voti noti e non, ex lontani o vicini da sempre: l’ex dipietrista Elio Veltri fa una puntatina, il regista Citto Maselli ascolta tutti dall’inizio alla fine.
Fino all’atteso Luigi De Magistris, l’unico sindaco arancione doc che l’assemblea riconosce. Il 12 dicembre a Roma presenterà la sua lista, ci saranno «un veneto attivista contro il nucleare, un siciliano contro il Ponte sullo stretto, un campano contro le discariche». Deve spiegare l’apertura all’alleanze con il centrosinistra, prima o dopo il voto, dichiarata in un’intervista al manifesto. In effetti qui gli appelli a rivolgersi anche a chi ha partecipato alle primarie – gli elettori di Vendola – sono tanti (tra gli altri, Tiziano Rinaldini), ma altrettante le scomuniche: «Una cosa è certa, chi ha firmato la carta d’intenti non sta con noi», dice l’assessore di Napoli Alberto Lucarelli.Eppure il giurista Ugo Mattei, fra i promotori dei referendum sull’acqua del 2011, ha appena svolto l’argomentazione opposta. De Magistris mette insieme tutto: «Le nostre idee sono maggioranza nel Paese. Se vogliamo combattere per vincerle, le elezioni, io ci sto. La sfida è battere le massomafie, realizzare la rivoluzione governando». Quanto alle alleanze «credo nell’autonomia, e con il centrosinistra così com’è ora non mi alleo». E però: «Non mi interessa il diritto di tribuna». Ai cronisti, poi, deve spiegare ancora: «Vendola e Bersani non sono nemici. Vorrei una legge elettorola con le preferenze e l’indicazione della coalizione».
Roma, partiti, e soggetto nuovo
Ieri Cambiare si può ha presentato una traccia di programma di governo, 25 punti dai bene comuni al taglio degli F35, alla difesa della scuola e della sanità pubblica. Ma c’è ancora strada da fare. Intanto nei rapporti interni. «Diciamocelo chiaro: qui non comandano i partiti, no alla riedizione della Sinistra Arcobaleno», si appassiona il toscano Massimo Torelli (Alba). Di quella nomenklatura in sala c’è qualche dirigente Sel in sofferenza (Alfonso Gianni, vicino a Fausto Bertinotti). Ma c’è il Prc al gran completo, dal segretario Ferrero a tanti militanti. Parlano dal palco (non Ferrero) ma a nome di altre militanze (No debito, Social forum). C’è chi chiede un passo indietro comunque. E chi dall’altra parte trattiene il malumore, è un po’ una beffa essere mescolato nel calderone della casta per il solo fatto di aderire a un partito, benché antimontiano, anticapitalista e movimentista. «Siamo lungimiranti», tranquillizza l’ex senatore Giovanni Russo Spena. Il problema non si porrà, se la legge elettorale consentirà a ciascuno di fare le sue liste, per poi unirsi in coalizione. Se no, se ne discuterà. Intanto è già partita la prima lista arancione alle amministrative di Roma. Il candidato è Sandro Medici, «la mia è un’esperienza che sta dentro quest’assemblea».
Anche la partenza verso le politiche è cosa fatta, alla fine un voto lo sancisce. Anche se alcuni saggi consigliano di non precipitare. Così Tonino Perna: «Per insegnare a nuotare a un bambino piccolo non lo butta all’improvviso nell’acqua». E sociologo Marco Revelli, in conclusione: «I ‘Cambiare si può day’ saranno una consultazione nei territori. Ci rivediamo entro dicembre e valutiamo com’è andata». Per vedere se il quarto polo davvero si può.
De Magistris: autonomi o alleati
Ripartiamo dall’inizio. Perché non è di leadership che si discute, per sette ore senza interruzione, 47 interventi su 220 richieste. Piuttosto di organizzazione, per non evaporare come successe ai girotondi. Fin dall’apertura Livio Pepino dà gambe al progetto, lanciando i «Cambiare si può day» per il 15 e il 16 dicembre. La strada è «unire tutte le forze anticapitaliste» (Antonio De Luca, uno dei 19 operai reintegrati di Pomigliano, altro papabile candidato), «praticare una rivoluzione pacifica di massa, rifondare la democrazia» (Paul Ginsborg, che invece annuncia di non volersi candidare). Dal palco arriva la voce No Tav di Gianna De Masi, quella «No Triv», no alle trivelle, di Guido Claps, fratello della giovane Elisa, uccisa dalla mafia basilisca (uno dei firmatari dell’appello è don Marcello Cozzi, responsabile di Libera in Basilicata e braccio destro di don Ciotti), degli insegnanti (Roberta Roberti, Parma), studenti, medici, l’attore Moni Ovadia, l’economista Giuseppe De Marzo (A sud): tutte le sfumature dell’antimontismo, dall’arancione al rosso di Prc e di Sinistra Critica. In platea voti noti e non, ex lontani o vicini da sempre: l’ex dipietrista Elio Veltri fa una puntatina, il regista Citto Maselli ascolta tutti dall’inizio alla fine.
Fino all’atteso Luigi De Magistris, l’unico sindaco arancione doc che l’assemblea riconosce. Il 12 dicembre a Roma presenterà la sua lista, ci saranno «un veneto attivista contro il nucleare, un siciliano contro il Ponte sullo stretto, un campano contro le discariche». Deve spiegare l’apertura all’alleanze con il centrosinistra, prima o dopo il voto, dichiarata in un’intervista al manifesto. In effetti qui gli appelli a rivolgersi anche a chi ha partecipato alle primarie – gli elettori di Vendola – sono tanti (tra gli altri, Tiziano Rinaldini), ma altrettante le scomuniche: «Una cosa è certa, chi ha firmato la carta d’intenti non sta con noi», dice l’assessore di Napoli Alberto Lucarelli.Eppure il giurista Ugo Mattei, fra i promotori dei referendum sull’acqua del 2011, ha appena svolto l’argomentazione opposta. De Magistris mette insieme tutto: «Le nostre idee sono maggioranza nel Paese. Se vogliamo combattere per vincerle, le elezioni, io ci sto. La sfida è battere le massomafie, realizzare la rivoluzione governando». Quanto alle alleanze «credo nell’autonomia, e con il centrosinistra così com’è ora non mi alleo». E però: «Non mi interessa il diritto di tribuna». Ai cronisti, poi, deve spiegare ancora: «Vendola e Bersani non sono nemici. Vorrei una legge elettorola con le preferenze e l’indicazione della coalizione».
Roma, partiti, e soggetto nuovo
Ieri Cambiare si può ha presentato una traccia di programma di governo, 25 punti dai bene comuni al taglio degli F35, alla difesa della scuola e della sanità pubblica. Ma c’è ancora strada da fare. Intanto nei rapporti interni. «Diciamocelo chiaro: qui non comandano i partiti, no alla riedizione della Sinistra Arcobaleno», si appassiona il toscano Massimo Torelli (Alba). Di quella nomenklatura in sala c’è qualche dirigente Sel in sofferenza (Alfonso Gianni, vicino a Fausto Bertinotti). Ma c’è il Prc al gran completo, dal segretario Ferrero a tanti militanti. Parlano dal palco (non Ferrero) ma a nome di altre militanze (No debito, Social forum). C’è chi chiede un passo indietro comunque. E chi dall’altra parte trattiene il malumore, è un po’ una beffa essere mescolato nel calderone della casta per il solo fatto di aderire a un partito, benché antimontiano, anticapitalista e movimentista. «Siamo lungimiranti», tranquillizza l’ex senatore Giovanni Russo Spena. Il problema non si porrà, se la legge elettorale consentirà a ciascuno di fare le sue liste, per poi unirsi in coalizione. Se no, se ne discuterà. Intanto è già partita la prima lista arancione alle amministrative di Roma. Il candidato è Sandro Medici, «la mia è un’esperienza che sta dentro quest’assemblea».
Anche la partenza verso le politiche è cosa fatta, alla fine un voto lo sancisce. Anche se alcuni saggi consigliano di non precipitare. Così Tonino Perna: «Per insegnare a nuotare a un bambino piccolo non lo butta all’improvviso nell’acqua». E sociologo Marco Revelli, in conclusione: «I ‘Cambiare si può day’ saranno una consultazione nei territori. Ci rivediamo entro dicembre e valutiamo com’è andata». Per vedere se il quarto polo davvero si può.
Fonte: Il Manifesto 2/12/12
martedì 6 novembre 2012
Movimenti a sinistra del PD da Gallino a De Magistris la rincorsa ai voti grillini
di Goffredo De Marchis da soggetopoliticonuovo
Tutti puntano al superamento dell´agenda Monti e della carta di intenti democratica. Per molti il candidato premier di questa galassia può essere il pm di Palermo Ingroia
Pezzi di sinistra che vogliono incrociare pezzi di elettorato «in liquefazione». L´astensionismo siciliano (53 per cento) e i sondaggi che danno il non voto a livello nazionale vicino al 40 stanno “accendendo” una serie di movimenti alla sinistra del Pd e anche di Sel. L´ultimo in ordine di tempo è il Manifesto di Marco Revelli, Paul Ginsborg, Luciano Gallino e Livio Pepino. “Cambiare si può” dicono nel titolo e puntano a «creare le condizioni per una presenza elettorale alternativa alle elezioni politiche del 2013». Alternativa a che cosa? A Bersani, a Grillo, a Vendola che «firmando la carta d´intenti del Pd si è vincolato in sostanza all´agenda Monti», spiega il professor Revelli. Si sono dati tempo fino a un´assemblea fissata per il primo dicembre. Se una parte dell´elettorato darà la risposta attesa, se le mille schegge di quel campo riusciranno a trovare un´intesa, la lista elettorale sarà nella scheda.
È una galassia mista e ancora piuttosto confusa. Il che non è certo un vantaggio a pochi mesi dal voto politico. C´è il Movimento dei sindaci, ossia la lista Arancione guidata da Luigi De Magistris, guardata con simpatia da Leoluca Orlando, a caccia di altri sostegni a cominciare da Marco Doria per finire a Giuliano Pisapia (molto complicato). Un tentativo solo abbozzato di creare le condizioni per un “partito” che non avrà i primi cittadini candidati ma la loro benedizione e il loro sostegno. C´è il corteggiamento nei confronti della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici in guerra con Marchionne e al quale l´amministratore delegato della Fiat fa una bella pubblicità con le sue “iniziative” quotidiane. Maurizio Landini, il segretario delle tute blu, ha dichiarato con nettezza che il sindacato non scenderà in campo, non cederà alle lusinghe di nessuno, nemmeno a quelle di Tonino Di Pietro che con Maurizio Zipponi cerca in tutti i modi di agganciare le sue alle lotte degli operai. Ma quel bacino di voti fa gola a molti. «Noi – dice Revelli – ci muoviamo su una proposta molto vicina a quella della Fiom».
L´obiettivo sono i consensi degli astenuti e quelli di Grillo che vengono da sinistra. «Oggi l´unica offerta contro questo governo è il comico – dice Revelli -. Noi ci proponiamo di costruire un altro contenitore per quel tipo di protesta». Fra i firmatari del Manifesto Sabina Guzzanti, Massimo Carlotto, don Gallo, Haidi Giuliani, l´operaio Fiom di Pomigliano Antonio Di Luca, don Marcello Cozzi di Libera. Se il tentativo non potrà ambire a traguardi superiori «alla mini-testimonianza di bandiera» verrà archiviato. Si parla di un target oltre la soglia del 5 per cento. Il termometro saranno le adesioni sul sito www.cambiaresipuo.net. La legge elettorale invece è una variabile minore. «Per l´ampiezza dell´elettorato in libertà il sistema di voto ci interessa poco», dice Revelli. E con il Porcellum Antonio Ingroia sembra il candidato premier più adatto.
Ma i movimenti hanno certamente bisogno di un coordinamento perché nello stesso spazio si muove da tempo la Federazione della sinistra, ancora quotata nei sondaggi intorno al 2 per cento. La frammentazione non li aiuterà a raccogliere i voti in uscita e ad arginare il boom dei 5 stelle. Il primo dicembre, giorno dell´assemblea, è subito dopo le primarie del Partito democratico. Che diranno qualcosa su dove andrà il centrosinistra.
Fonte: Repubblica 06.11.2012
Tutti puntano al superamento dell´agenda Monti e della carta di intenti democratica. Per molti il candidato premier di questa galassia può essere il pm di Palermo Ingroia
Pezzi di sinistra che vogliono incrociare pezzi di elettorato «in liquefazione». L´astensionismo siciliano (53 per cento) e i sondaggi che danno il non voto a livello nazionale vicino al 40 stanno “accendendo” una serie di movimenti alla sinistra del Pd e anche di Sel. L´ultimo in ordine di tempo è il Manifesto di Marco Revelli, Paul Ginsborg, Luciano Gallino e Livio Pepino. “Cambiare si può” dicono nel titolo e puntano a «creare le condizioni per una presenza elettorale alternativa alle elezioni politiche del 2013». Alternativa a che cosa? A Bersani, a Grillo, a Vendola che «firmando la carta d´intenti del Pd si è vincolato in sostanza all´agenda Monti», spiega il professor Revelli. Si sono dati tempo fino a un´assemblea fissata per il primo dicembre. Se una parte dell´elettorato darà la risposta attesa, se le mille schegge di quel campo riusciranno a trovare un´intesa, la lista elettorale sarà nella scheda.
È una galassia mista e ancora piuttosto confusa. Il che non è certo un vantaggio a pochi mesi dal voto politico. C´è il Movimento dei sindaci, ossia la lista Arancione guidata da Luigi De Magistris, guardata con simpatia da Leoluca Orlando, a caccia di altri sostegni a cominciare da Marco Doria per finire a Giuliano Pisapia (molto complicato). Un tentativo solo abbozzato di creare le condizioni per un “partito” che non avrà i primi cittadini candidati ma la loro benedizione e il loro sostegno. C´è il corteggiamento nei confronti della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici in guerra con Marchionne e al quale l´amministratore delegato della Fiat fa una bella pubblicità con le sue “iniziative” quotidiane. Maurizio Landini, il segretario delle tute blu, ha dichiarato con nettezza che il sindacato non scenderà in campo, non cederà alle lusinghe di nessuno, nemmeno a quelle di Tonino Di Pietro che con Maurizio Zipponi cerca in tutti i modi di agganciare le sue alle lotte degli operai. Ma quel bacino di voti fa gola a molti. «Noi – dice Revelli – ci muoviamo su una proposta molto vicina a quella della Fiom».
L´obiettivo sono i consensi degli astenuti e quelli di Grillo che vengono da sinistra. «Oggi l´unica offerta contro questo governo è il comico – dice Revelli -. Noi ci proponiamo di costruire un altro contenitore per quel tipo di protesta». Fra i firmatari del Manifesto Sabina Guzzanti, Massimo Carlotto, don Gallo, Haidi Giuliani, l´operaio Fiom di Pomigliano Antonio Di Luca, don Marcello Cozzi di Libera. Se il tentativo non potrà ambire a traguardi superiori «alla mini-testimonianza di bandiera» verrà archiviato. Si parla di un target oltre la soglia del 5 per cento. Il termometro saranno le adesioni sul sito www.cambiaresipuo.net. La legge elettorale invece è una variabile minore. «Per l´ampiezza dell´elettorato in libertà il sistema di voto ci interessa poco», dice Revelli. E con il Porcellum Antonio Ingroia sembra il candidato premier più adatto.
Ma i movimenti hanno certamente bisogno di un coordinamento perché nello stesso spazio si muove da tempo la Federazione della sinistra, ancora quotata nei sondaggi intorno al 2 per cento. La frammentazione non li aiuterà a raccogliere i voti in uscita e ad arginare il boom dei 5 stelle. Il primo dicembre, giorno dell´assemblea, è subito dopo le primarie del Partito democratico. Che diranno qualcosa su dove andrà il centrosinistra.
Fonte: Repubblica 06.11.2012
martedì 25 settembre 2012
SOGGETTO POLITICO NUOVO La nostra lista arancione ALBA – Comitato Esecutivo Nazionale
Non una lista della sola Alba, nessuna riedizione
dell’Arcobaleno. Una nuova rappresentanza di lavoro e beni comuni. Primo
impegno le firme per i referendum
È arrivato anche per noi il momento di prepararci a saltare (Hic
Rhodus, hic salta…). Di prepararci cioè a decidere sul che fare in vista
delle elezioni politiche, con una discussione all’altezza dei propositi
del nostro manifesto, che non ne tradisca né il merito né il metodo. Da
Parma in poi abbiamo detto che non stiamo con il Pd che sostiene Monti,
né nelle sue primarie prive di un orizzonte decente di contenuti; che
vogliamo costruire un’alternativa a questo governo, al neoliberismo e
alle politiche di austerità europee.
Diciamo subito che questa discussione non parte da zero. Che alcuni punti fermi già ci sono:
1. La questione dell’urgenza. Abbiamo detto che ci muovevamo perché avvertivamo che non c’era più tempo. Che la crisi dei partiti tradizionali aveva raggiunto un punto tale da minacciare di contagiare le istituzioni e la stessa democrazia.
2. Il rifiuto di un nuovo partitino. Un “soggetto politico nuovo”, non un “nuovo partito politico” per dire che si voleva avviare un processo di cambiamento radicale e totale nel modo di costruire e concepire la rappresentanza, non dare vita a una nuova micro-formazione tra le altre.
3. Il metodo è il contenuto. Abbiamo ripetuto fino alla noia che la nostra identità consisteva nella volontà di uno stile diverso di fare politica, altri valori, certo, ma anche altri metodi.
Ora, questi tre punti, ci dicono che cosa non possiamo fare.
1. Non possiamo far finta di niente. Non possiamo “saltare un giro”. La crisi della politica è talmente profonda che apre uno spazio immenso: c’è oggi una massa di elettrici ed elettori “liquida”, in uscita massiccia dai contenitori tradizionali. Questa “liquidità” politica è insieme una risorsa e una minaccia. Saltare l’agenda elettorale dei prossimi mesi comporta il rischio di non esistere nel momento forse più importante della nostra storia repubblicana.
2. Non possiamo coltivare il “peccato” dell’autosufficienza. Non possiamo cioè pensare a una “lista Alba”, né possiamo veicolarci nei e con i partiti esistenti. La situazione non offre spazi a una soluzione identitaria e non siamo nati per questo.
3. Non vogliamo un’altra “sinistra arcobaleno”. Un assemblaggio di sigle e partitini messi insieme con riunioni di vertice, accordi di segreteria e manuale Cencelli.
4. Non vogliamo affrontare la questione elettorale partendo dal tema delle alleanze e delle variabili delle leggi elettorali, ma partendo dai contenuti, dal progetto e dalle forme radicalmente nuove di pratica politica.
5. Non possiamo utilizzare i vecchi schemi. Siamo tra coloro che elaborano un’altra idea di come uscire dalla crisi economica, contenuti alternativi al pensiero neoliberista dominante. Abbiamo anche chiaro che la crisi non è solo di “economia” ma di cultura e di democrazia, in questa fase costituente del neoliberismo, che mira a liberarsi insieme della mediazione con il lavoro e della democrazia
Dentro queste coordinate ogni soluzione è aperta, affidata alla discussione che condurremo collettivamente. Tutto è affidato alla nostra capacità di dar vita a una discussione e a un’elaborazione davvero collettiva, nelle prossime settimane.
La proposta su cui intendiamo confrontarci e lavorare è la presentazione alle elezioni di una lista di democrazia radicale, una lista “arancione”, per un’altra Europa, antiliberista, per il lavoro e per i beni comuni, per la giustizia ambientale e sociale. Una lista che dia voce a quell’Italia vasta, tutt’altro che minoritaria, che tra il 2010 e il 2011 ha mosso il paese e prodotto la rottura culturale vera con il berlusconismo.
Non pensiamo a una lista della sola “Alba”, sappiamo che tante e tanti altri stanno elaborando idee, praticando relazioni politiche e conflitti sociali. Pensiamo alle battaglie della Fiom e dei No-Tav, a quelle del Teatro Valle o del Macao per l’autogestione degli spazi comuni, alla proposta di De Magistris, alle riflessioni di Micromega, agli appelli che stanno uscendo da più realtà.
Proponiamo di ripartire dal lavoro, dalla difesa dei suoi diritti e della sua dignità. Dal lavoro inteso come relazione politica complessiva, appartenenza a una comunità, cioè capace di riconsiderare i tempi della produzione e della riproduzione, la cura del lavoro e il lavoro di cura, i ruoli e le relazioni fra i generi.
Questa non è tanto o solo un’alternativa “di sinistra”, è qualche cosa che può parlare a un mondo molto più vasto. L’opposto del minoritarismo, costruzione di nuova egemonia. Dobbiamo puntare altissimo, non esiste una via di mezzo.
Per questa proposta è di fondamentale importanza la campagna referendaria che sta aprendosi. Un’azione diffusa di presa di coscienza popolare, che riempia della realtà della democrazia i mesi che precedono la campagna elettorale.
Alla fine di questo percorso dovremo valutare insieme le risposte che avremo, il grado di coinvolgimento realizzato.
Possiamo e dobbiamo verificare l’esito di questo percorso con gli strumenti democratici che sono già elementi fondanti della nostra bozza di statuto, ovvero con una consultazione vincolante referendaria.
Soltanto dopo questo indispensabile percorso aperto di verifica affronteremo la questione delle alleanze, anche in base alla legge elettorale che ci sarà.
Un’ultima considerazione: è vero che una lista non è un soggetto politico. Essa può costituire tuttavia un passo avanti nel processo di costruzione della nuova soggettività politica. Proprio per questo si richiedono regole nuove e radicalmente democratiche per selezionare candidature, incarichi, funzioni. Mettiamoci in cammino.
Diciamo subito che questa discussione non parte da zero. Che alcuni punti fermi già ci sono:
1. La questione dell’urgenza. Abbiamo detto che ci muovevamo perché avvertivamo che non c’era più tempo. Che la crisi dei partiti tradizionali aveva raggiunto un punto tale da minacciare di contagiare le istituzioni e la stessa democrazia.
2. Il rifiuto di un nuovo partitino. Un “soggetto politico nuovo”, non un “nuovo partito politico” per dire che si voleva avviare un processo di cambiamento radicale e totale nel modo di costruire e concepire la rappresentanza, non dare vita a una nuova micro-formazione tra le altre.
3. Il metodo è il contenuto. Abbiamo ripetuto fino alla noia che la nostra identità consisteva nella volontà di uno stile diverso di fare politica, altri valori, certo, ma anche altri metodi.
Ora, questi tre punti, ci dicono che cosa non possiamo fare.
1. Non possiamo far finta di niente. Non possiamo “saltare un giro”. La crisi della politica è talmente profonda che apre uno spazio immenso: c’è oggi una massa di elettrici ed elettori “liquida”, in uscita massiccia dai contenitori tradizionali. Questa “liquidità” politica è insieme una risorsa e una minaccia. Saltare l’agenda elettorale dei prossimi mesi comporta il rischio di non esistere nel momento forse più importante della nostra storia repubblicana.
2. Non possiamo coltivare il “peccato” dell’autosufficienza. Non possiamo cioè pensare a una “lista Alba”, né possiamo veicolarci nei e con i partiti esistenti. La situazione non offre spazi a una soluzione identitaria e non siamo nati per questo.
3. Non vogliamo un’altra “sinistra arcobaleno”. Un assemblaggio di sigle e partitini messi insieme con riunioni di vertice, accordi di segreteria e manuale Cencelli.
4. Non vogliamo affrontare la questione elettorale partendo dal tema delle alleanze e delle variabili delle leggi elettorali, ma partendo dai contenuti, dal progetto e dalle forme radicalmente nuove di pratica politica.
5. Non possiamo utilizzare i vecchi schemi. Siamo tra coloro che elaborano un’altra idea di come uscire dalla crisi economica, contenuti alternativi al pensiero neoliberista dominante. Abbiamo anche chiaro che la crisi non è solo di “economia” ma di cultura e di democrazia, in questa fase costituente del neoliberismo, che mira a liberarsi insieme della mediazione con il lavoro e della democrazia
Dentro queste coordinate ogni soluzione è aperta, affidata alla discussione che condurremo collettivamente. Tutto è affidato alla nostra capacità di dar vita a una discussione e a un’elaborazione davvero collettiva, nelle prossime settimane.
La proposta su cui intendiamo confrontarci e lavorare è la presentazione alle elezioni di una lista di democrazia radicale, una lista “arancione”, per un’altra Europa, antiliberista, per il lavoro e per i beni comuni, per la giustizia ambientale e sociale. Una lista che dia voce a quell’Italia vasta, tutt’altro che minoritaria, che tra il 2010 e il 2011 ha mosso il paese e prodotto la rottura culturale vera con il berlusconismo.
Non pensiamo a una lista della sola “Alba”, sappiamo che tante e tanti altri stanno elaborando idee, praticando relazioni politiche e conflitti sociali. Pensiamo alle battaglie della Fiom e dei No-Tav, a quelle del Teatro Valle o del Macao per l’autogestione degli spazi comuni, alla proposta di De Magistris, alle riflessioni di Micromega, agli appelli che stanno uscendo da più realtà.
Proponiamo di ripartire dal lavoro, dalla difesa dei suoi diritti e della sua dignità. Dal lavoro inteso come relazione politica complessiva, appartenenza a una comunità, cioè capace di riconsiderare i tempi della produzione e della riproduzione, la cura del lavoro e il lavoro di cura, i ruoli e le relazioni fra i generi.
Questa non è tanto o solo un’alternativa “di sinistra”, è qualche cosa che può parlare a un mondo molto più vasto. L’opposto del minoritarismo, costruzione di nuova egemonia. Dobbiamo puntare altissimo, non esiste una via di mezzo.
Per questa proposta è di fondamentale importanza la campagna referendaria che sta aprendosi. Un’azione diffusa di presa di coscienza popolare, che riempia della realtà della democrazia i mesi che precedono la campagna elettorale.
Alla fine di questo percorso dovremo valutare insieme le risposte che avremo, il grado di coinvolgimento realizzato.
Possiamo e dobbiamo verificare l’esito di questo percorso con gli strumenti democratici che sono già elementi fondanti della nostra bozza di statuto, ovvero con una consultazione vincolante referendaria.
Soltanto dopo questo indispensabile percorso aperto di verifica affronteremo la questione delle alleanze, anche in base alla legge elettorale che ci sarà.
Un’ultima considerazione: è vero che una lista non è un soggetto politico. Essa può costituire tuttavia un passo avanti nel processo di costruzione della nuova soggettività politica. Proprio per questo si richiedono regole nuove e radicalmente democratiche per selezionare candidature, incarichi, funzioni. Mettiamoci in cammino.
lunedì 24 settembre 2012
Via tutti. Un nuovo soggetto politico subito
Adesso senza tanti giri di parole un nuovo soggeto politico venga fuori, si manifesti e proponga all'Italia e agli italiani un patto politico per il bene delle persone e della terra in cui viviamo.
Via il marciume e via i falsi salvatori della patria. Via tecnici e banchieri, via i settari e gli utopisti senza fissa dimora. Va i diffidenti, i cospirazionisti e gli alternativi a tempo pieno.
Si facciano avanti coloro che sono in grado da subito di operare per il bene comune.
Se non ora quando.
Via il marciume e via i falsi salvatori della patria. Via tecnici e banchieri, via i settari e gli utopisti senza fissa dimora. Va i diffidenti, i cospirazionisti e gli alternativi a tempo pieno.
Si facciano avanti coloro che sono in grado da subito di operare per il bene comune.
Se non ora quando.
martedì 18 settembre 2012
Che ne dite di un referendum per i beni comuni?
di Alberto Lucarelli da soggettopoliticonuovo
Acqua, suolo, laghi, spiagge, fiumi, foreste, musei e monumenti
sono un patrimonio di tutti e non possono essere privatizzati. Un
comitato di giuristi e intellettuali. da Maddalena a Settis, propone un
testo serio su cui iniziare a raccogliere le firme. Assemblea pubblica
domani a Roma
Care/i, stiamo vivendo una situazione sociale e politica molto
difficile. La crisi continua ad espandere il catalogo delle ingiustizie
sociali ed ambientali. Gli effetti delle politiche del governo e dell’Ue
stanno provocando conseguenze disastrose nelle vite della maggioranza
dei cittadini, erodendo qualsiasi speranza per il futuro. Il silenzio e
l’apatia della classe dirigente politica aumentano il peso della crisi e
tendono a confermare quello che il pensiero unico continua a dire da
anni: there is no alternative.
Noi invece crediamo che le alternative ci siano, ma vadano costruite con pratiche e proposte diverse rispetto a quelle messe in campo. Noi crediamo che solo attraverso una piena e consapevole partecipazione dei cittadini e delle cittadine la democrazia del nostro paese potrà essere in grado di frenare la distruzione di diritti operata dal modello economico liberista così caro agli attuali governanti. Crediamo che una forte mobilitazione dal basso sia indispensabile per mettere al centro dell’agenda del paese il dibattito sui principali temi che investono la vita delle persone. Temi come la difesa dei beni comuni, il lavoro, le alternative alla crisi, la riconversione ecologica delle attività produttive, una politica estera di pace e cooperazione, potranno entrare nell’agenda politica solo se i movimenti, le associazioni, i sindacati e la società civile saranno in grado di farli vivere nel paese reale.
L’efficienza economica è diventata oggi l’unica principio che guida la società e la costruzione delle relazioni socio-economiche. È questo il principio sul quale fonda la sua etica il pensiero unico. L’assenza di alternative in grado di opporsi a quest’idea deformante della società e del diritto ha causato la rottura dell’equilibro del rapporto tra giustizia e sostenibilità, tra proprietà comune o collettiva e proprietà privata. L’aumento delle diseguaglianze sociali, la distruzione ambientale, la precarizzazione del lavoro e della vita, i tentativi di completa mercificazione e privatizzazione dei beni comuni, sono la conseguenza delle politiche messe in campo dal pensiero unico.
Assistiamo ad un inaccettabile trasferimento della sovranità dal popolo a speculatori finanziari, manager di grandi imprese e banchieri. Siamo addirittura al paradosso in cui i giudizi di mercato vengono riconosciuti come vincolanti nelle scelte giuridiche, come nel caso degli spread o delle transazioni finanziarie. Tali riconoscimenti e stravolgimenti dell’ordine giuridico sono palesemente in contrasto con la nostra Costituzione. Riconoscere tutela giuridica a interessi speculativi è contrario alla legalità costituzionale in quanto interessi che per loro finalità non sono meritevoli di tutela. I giudizi dei mercati non possono essere giuridicamente vincolanti perché violano l’art. 42 della nostra Costituzione.
Per questo crediamo sia possibile e giusto mettere in campo un referendum abrogativo che blocchi la privatizzazione dei beni comuni. Un referendum che serva allo stesso tempo ad aprire un dibattito nel paese in un momento storico nel quale gli spazi per la discussione su temi fondamentali della vita sembrano essere stati chiusi da una politica distante, distratta e miope. Pensiamo tra l’altro che sia utile che i cittadini e le cittadine possano essere interrogati e dire la loro su questioni fondamentali come quelle che poniamo in un periodo così importante per la vita democratica di una nazione come sono le elezioni politiche.
Abbiamo avuto la disponibilità di importanti intellettuali – Maddalena, Mattei, Schinaia, Vittozzi, Montanari, Settis – che hanno messo in campo un quesito capace di bloccare alcuni degli effetti delle politiche del governo Monti sul tema dei beni comuni (il testo è in calce, ndr).
Pensiamo che questa iniziativa referendaria possa nascere e crescere solo se saranno i soggetti sociali del paese a portarla autonomamente avanti. Questo referendum appartiene a tutti e non è di nessuno, esattamente come lo sono i beni comuni. Questa è la modalità con la quale vorremmo costruire insieme a tutti il comitato referendario, attraverso le pratiche della democrazia partecipata e comunitaria.
Ci rendiamo conto che i tempi sono stretti, ma il fatto che a metà ottobre si inizieranno a raccogliere le firme per i referendum sul Lavoro potrebbe essere utile.
Vorremmo confrontarci con tutti voi e con quanti più soggetti sociali che in questi anni si sono impegnati per difendere i beni comuni per capire se sia possibile mettere in campo un comitato promotore del referendum, capace di raccogliere le firme e mettere in moto un’iniziativa politica nazionale così ambiziosa.
Per queste ragioni vorremmo invitarvi tutti e tutte ad una riunione da tenersi a Roma per mercoledì 19 settembre presso il Teatro Valle Occupato alle ore 15.
Nella speranza di poterci incontrare e camminare in tanti e tante, vi salutiamo con affetto
Referendum abrogativo
Quesito: Vuoi che siano abrogate le disposizioni legislative che consentono l’alienazione dei beni comuni ambientali e culturali, come le sorgenti d’acqua, i laghi, i fiumi, le spiagge, i boschi, le foreste, i beni artistici e storici, ecc., e, pertanto, siano deliberate, nei limiti sotto indicati, le abrogazioni parziali delle seguenti leggi o atti avente valore di legge?
- in riferimento alla legge 23 novembre 2001, n. 410, che prevede la vendita del patrimonio immobiliare pubblico dello Stato, sono abrogati: all’art. 1, comma 1, all’ultimo rigo, le parole «distinguendo tra beni demaniali» e la parola «indisponibile»; all’art. 3, comma 1, le parole «L’inclusione nei decreti produce il passaggio dei beni al patrimonio disponibile»; all’art. 3, comma 8, le parole «ai sensi del comma 13»; all’art. 3, l’intero comma 13;
- in riferimento alla legge 6 agosto 2008, n. 133, che prevede la vendita degli immobili pubblici delle regioni, province ed altri enti locali: sono abrogati, all’art. 1, comma 2, le parole «ne determina la conseguente classificazione come patrimonio disponibile»;
- in riferimento alla legge 15 giugno 2002, n. 112, istitutiva della Patrimonio Stato S.p.A., sono abrogati: all’art 7, comma 10, secondo rigo, le parole «e indisponibile», nonché la frase da «sui beni immobili» a «a favore dello Stato»;
-in riferimento al decreto legislativo 28 maggio 2010, n. 85 sul «federalismo demaniale», relativo alla regionalizzazione del demanio statale idrico e marittimo, nonché alla provincializzazione di parte di detti demani, consentendone, in ultima analisi, la vendita a privati, sono abrogati: il comma 5, lett. e) dello stesso art. 1 ; il comma 4, dell’art. 2; il comma 1, lett. a) e b), dell’art. 3; il comma 2, dell’art. 3; l’ultima frase del comma 1, dell’art. 4; le lett. a) e b) del comma 1, dell’art. 5; le parole da «quanto salvo» a «presente articolo», contenute nel comma 2 dell’art. 5; il comma 5 dell’art. 5;
-in riferimento all’art. 23-ter, del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito nella legge 7 agosto 2012, n. 135, relativa alla spending review (il quale, a proposito dell’alienazione di beni comuni, aggiunge talune disposizioni dopo il comma 8-bis dell’art. 33, della legge 15 luglio 2011, n. 111), sono abrogate: la frase «possono altresì essere conferiti o trasferiti ai medesimi fondi i beni valorizzabili, suscettibili di trasferimento ai sensi dell’art. 5, comma 1, lett. e), del decreto legislativo 28 maggio 2010, n. 85», la frase «limitatamente ai beni di cui all’art. 5, comma 1, lett. e), sopra richiamato», la frase «ovvero con apposita deliberazione adottata secondo le procedure di cui all’art. 58 del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, anche in deroga all’obbligo di allegare il piano delle alienazioni e valorizzazioni immobiliari al bilancio», ed infine la frase «l’inserimento degli immobili nei predetti decreti ne determina la classificazione come patrimonio disponibile dello Stato».
Noi invece crediamo che le alternative ci siano, ma vadano costruite con pratiche e proposte diverse rispetto a quelle messe in campo. Noi crediamo che solo attraverso una piena e consapevole partecipazione dei cittadini e delle cittadine la democrazia del nostro paese potrà essere in grado di frenare la distruzione di diritti operata dal modello economico liberista così caro agli attuali governanti. Crediamo che una forte mobilitazione dal basso sia indispensabile per mettere al centro dell’agenda del paese il dibattito sui principali temi che investono la vita delle persone. Temi come la difesa dei beni comuni, il lavoro, le alternative alla crisi, la riconversione ecologica delle attività produttive, una politica estera di pace e cooperazione, potranno entrare nell’agenda politica solo se i movimenti, le associazioni, i sindacati e la società civile saranno in grado di farli vivere nel paese reale.
L’efficienza economica è diventata oggi l’unica principio che guida la società e la costruzione delle relazioni socio-economiche. È questo il principio sul quale fonda la sua etica il pensiero unico. L’assenza di alternative in grado di opporsi a quest’idea deformante della società e del diritto ha causato la rottura dell’equilibro del rapporto tra giustizia e sostenibilità, tra proprietà comune o collettiva e proprietà privata. L’aumento delle diseguaglianze sociali, la distruzione ambientale, la precarizzazione del lavoro e della vita, i tentativi di completa mercificazione e privatizzazione dei beni comuni, sono la conseguenza delle politiche messe in campo dal pensiero unico.
Assistiamo ad un inaccettabile trasferimento della sovranità dal popolo a speculatori finanziari, manager di grandi imprese e banchieri. Siamo addirittura al paradosso in cui i giudizi di mercato vengono riconosciuti come vincolanti nelle scelte giuridiche, come nel caso degli spread o delle transazioni finanziarie. Tali riconoscimenti e stravolgimenti dell’ordine giuridico sono palesemente in contrasto con la nostra Costituzione. Riconoscere tutela giuridica a interessi speculativi è contrario alla legalità costituzionale in quanto interessi che per loro finalità non sono meritevoli di tutela. I giudizi dei mercati non possono essere giuridicamente vincolanti perché violano l’art. 42 della nostra Costituzione.
Per questo crediamo sia possibile e giusto mettere in campo un referendum abrogativo che blocchi la privatizzazione dei beni comuni. Un referendum che serva allo stesso tempo ad aprire un dibattito nel paese in un momento storico nel quale gli spazi per la discussione su temi fondamentali della vita sembrano essere stati chiusi da una politica distante, distratta e miope. Pensiamo tra l’altro che sia utile che i cittadini e le cittadine possano essere interrogati e dire la loro su questioni fondamentali come quelle che poniamo in un periodo così importante per la vita democratica di una nazione come sono le elezioni politiche.
Abbiamo avuto la disponibilità di importanti intellettuali – Maddalena, Mattei, Schinaia, Vittozzi, Montanari, Settis – che hanno messo in campo un quesito capace di bloccare alcuni degli effetti delle politiche del governo Monti sul tema dei beni comuni (il testo è in calce, ndr).
Pensiamo che questa iniziativa referendaria possa nascere e crescere solo se saranno i soggetti sociali del paese a portarla autonomamente avanti. Questo referendum appartiene a tutti e non è di nessuno, esattamente come lo sono i beni comuni. Questa è la modalità con la quale vorremmo costruire insieme a tutti il comitato referendario, attraverso le pratiche della democrazia partecipata e comunitaria.
Ci rendiamo conto che i tempi sono stretti, ma il fatto che a metà ottobre si inizieranno a raccogliere le firme per i referendum sul Lavoro potrebbe essere utile.
Vorremmo confrontarci con tutti voi e con quanti più soggetti sociali che in questi anni si sono impegnati per difendere i beni comuni per capire se sia possibile mettere in campo un comitato promotore del referendum, capace di raccogliere le firme e mettere in moto un’iniziativa politica nazionale così ambiziosa.
Per queste ragioni vorremmo invitarvi tutti e tutte ad una riunione da tenersi a Roma per mercoledì 19 settembre presso il Teatro Valle Occupato alle ore 15.
Nella speranza di poterci incontrare e camminare in tanti e tante, vi salutiamo con affetto
Referendum abrogativo
Quesito: Vuoi che siano abrogate le disposizioni legislative che consentono l’alienazione dei beni comuni ambientali e culturali, come le sorgenti d’acqua, i laghi, i fiumi, le spiagge, i boschi, le foreste, i beni artistici e storici, ecc., e, pertanto, siano deliberate, nei limiti sotto indicati, le abrogazioni parziali delle seguenti leggi o atti avente valore di legge?
- in riferimento alla legge 23 novembre 2001, n. 410, che prevede la vendita del patrimonio immobiliare pubblico dello Stato, sono abrogati: all’art. 1, comma 1, all’ultimo rigo, le parole «distinguendo tra beni demaniali» e la parola «indisponibile»; all’art. 3, comma 1, le parole «L’inclusione nei decreti produce il passaggio dei beni al patrimonio disponibile»; all’art. 3, comma 8, le parole «ai sensi del comma 13»; all’art. 3, l’intero comma 13;
- in riferimento alla legge 6 agosto 2008, n. 133, che prevede la vendita degli immobili pubblici delle regioni, province ed altri enti locali: sono abrogati, all’art. 1, comma 2, le parole «ne determina la conseguente classificazione come patrimonio disponibile»;
- in riferimento alla legge 15 giugno 2002, n. 112, istitutiva della Patrimonio Stato S.p.A., sono abrogati: all’art 7, comma 10, secondo rigo, le parole «e indisponibile», nonché la frase da «sui beni immobili» a «a favore dello Stato»;
-in riferimento al decreto legislativo 28 maggio 2010, n. 85 sul «federalismo demaniale», relativo alla regionalizzazione del demanio statale idrico e marittimo, nonché alla provincializzazione di parte di detti demani, consentendone, in ultima analisi, la vendita a privati, sono abrogati: il comma 5, lett. e) dello stesso art. 1 ; il comma 4, dell’art. 2; il comma 1, lett. a) e b), dell’art. 3; il comma 2, dell’art. 3; l’ultima frase del comma 1, dell’art. 4; le lett. a) e b) del comma 1, dell’art. 5; le parole da «quanto salvo» a «presente articolo», contenute nel comma 2 dell’art. 5; il comma 5 dell’art. 5;
-in riferimento all’art. 23-ter, del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito nella legge 7 agosto 2012, n. 135, relativa alla spending review (il quale, a proposito dell’alienazione di beni comuni, aggiunge talune disposizioni dopo il comma 8-bis dell’art. 33, della legge 15 luglio 2011, n. 111), sono abrogate: la frase «possono altresì essere conferiti o trasferiti ai medesimi fondi i beni valorizzabili, suscettibili di trasferimento ai sensi dell’art. 5, comma 1, lett. e), del decreto legislativo 28 maggio 2010, n. 85», la frase «limitatamente ai beni di cui all’art. 5, comma 1, lett. e), sopra richiamato», la frase «ovvero con apposita deliberazione adottata secondo le procedure di cui all’art. 58 del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, anche in deroga all’obbligo di allegare il piano delle alienazioni e valorizzazioni immobiliari al bilancio», ed infine la frase «l’inserimento degli immobili nei predetti decreti ne determina la classificazione come patrimonio disponibile dello Stato».
Fonte: Il Manifesto 18/09/12
venerdì 27 luglio 2012
La democrazia respira
da soggettopoliticonuovo
La Corte Costituzionale si pronuncia contro l’obbligo alla privatizzazione dei servizi pubblici locali difendendo il risultato dei referendum.
Questa è una vittoria politica, non solo giuridica,
frutto di un’iniziativa POLITICA di un gruppo di giuristi e sottoscritta
da migliaia di italiani nell’agosto 2011, in diretta continuità con la
vittoria referendaria.
Questa notizia è passata sottotraccia nella maggior parte dei media, quindi sta a noi, ad ALBA, spiegare ciò che è successo e cosa significa.
Più sotto c’è spiegato il percorso che ha portato a questa vittoria, ma per darci una mano scarica e diffondi fra i tuoi contatti (mail, social network o il caro e vecchio volantinaggio) i materiali che mettiamo a disposizione (li stiamo producendo, quindi li aggiorneremo presto!)
I materiali sono a fondo pagina, mentre potete vedere la video intervista di Alberto Lucarelli su YouTube
La Corte Costituzionale si pronuncia contro l’obbligo alla privatizzazione dei servizi pubblici locali difendendo il risultato dei referendum.
Questa è una vittoria politica, non solo giuridica, frutto di un’iniziativa POLITICA di un gruppo di giuristi e sottoscritta da migliaia di italiani nell’agosto 2011, in diretta continuità con la vittoria referendaria.
Questa notizia è passata sottotraccia nella maggior parte dei media, quindi sta a noi, ad ALBA, spiegare ciò che è successo e cosa significa.
Più sotto c’è spiegato il percorso che ha portato a questa vittoria , ma per darci una mano scarica e diffondi fra i tuoi contatti (mail, social network o il caro e vecchio volantinaggio) i materiali che mettiamo a disposizione (li stiamo producendo, quindi li aggiorneremo presto!). I materiali sono a fondo pagina, mentre potete vedere la video intervista di Alberto Lucarelli su YouTube
Era la seconda manovra il 20 giorni, all’emanazione della prima il presidente Napolitano dichiarò che era stato un “miracolo”. 14 agosto 2011 fu lanciato un appello contro una manovra incostituzionale promosso dai giuristi estensori dei referendum sull’acqua, Alberto Lucarelli, Ugo Mattei, Luca Nivarra e Gaetano
Azzariti.
http://www.siacquapubblica.it/index.php?…
28 agosto 2011 in base a quest’appello due giuristi, da lì a pochi mesi promotori di ALBA, Alberto Lucarelli e Ugo Mattei fecero una lettera aperta a Vendola per “ricevere mandato”, naturalmente a titolo assolutamente gratuito, da soli o insieme ad altri legali di Sua fiducia, a rappresentare la Regione Puglia (ed incidentalmente la
nuova egemonia dei beni comuni) di fronte alla Consulta in un ricorso diretto di incostituzionalità del Decreto 138\2011.
http://www.ilmanifesto.it/…
L’appello del 28 agosto e la proposta di ricorrere alla Corte furono osteggiati da chi non condivideva la critica al presidente Napolitano, che, come garante della costituzione, aveva emanato un testo palesemente in contrasto con la Costituzione.
Non solo, Lucarelli e Mattei furono accusati da parte di alcuni referendari di eccesso di protagonismo per finalità politiciste.
1 settembre 2011 come presidente della Regione Puglia, Vendola rispose positivamente a questa richiesta.
http://www.siacquapubblica.it/…
20 luglio 2012 il giudizio della Consulta, che oltre al merito straordinario della materia, afferma, come oggi dichiara Stefano Rodotà, il rifiuto della logica emergenziale in economia che pretende di travolgere tutto, Costituzione compresa.
Questa sentenza mostra che in nome della crisi e del ritornello L’Europa lo chiede non si può fare tutto.
Possiamo dire che i fautori del pensiero unico in nome de L’Europa lo chiede hanno perso e che questo risultato rappresenta un passaggio fondamentale intorno al quale le forze democratiche di questo Paese dovranno ritrovarsi per indicare strade alternative alle politiche liberiste di Monti per uscire dalla crisi come detto con forza da Lucarelli e Mattei http://www.soggettopoliticonuovo.it/…
Sul valore di questa vittoria riportiamo l’articolo di Lucarelli e Mattei su Il Manifesto
http://www.soggettopoliticonuovo.it/…
La Corte Costituzionale si pronuncia contro l’obbligo alla privatizzazione dei servizi pubblici locali difendendo il risultato dei referendum.
Questa notizia è passata sottotraccia nella maggior parte dei media, quindi sta a noi, ad ALBA, spiegare ciò che è successo e cosa significa.
Più sotto c’è spiegato il percorso che ha portato a questa vittoria, ma per darci una mano scarica e diffondi fra i tuoi contatti (mail, social network o il caro e vecchio volantinaggio) i materiali che mettiamo a disposizione (li stiamo producendo, quindi li aggiorneremo presto!)
I materiali sono a fondo pagina, mentre potete vedere la video intervista di Alberto Lucarelli su YouTube
La Corte Costituzionale si pronuncia contro l’obbligo alla privatizzazione dei servizi pubblici locali difendendo il risultato dei referendum.
Questa è una vittoria politica, non solo giuridica, frutto di un’iniziativa POLITICA di un gruppo di giuristi e sottoscritta da migliaia di italiani nell’agosto 2011, in diretta continuità con la vittoria referendaria.
Questa notizia è passata sottotraccia nella maggior parte dei media, quindi sta a noi, ad ALBA, spiegare ciò che è successo e cosa significa.
Più sotto c’è spiegato il percorso che ha portato a questa vittoria , ma per darci una mano scarica e diffondi fra i tuoi contatti (mail, social network o il caro e vecchio volantinaggio) i materiali che mettiamo a disposizione (li stiamo producendo, quindi li aggiorneremo presto!). I materiali sono a fondo pagina, mentre potete vedere la video intervista di Alberto Lucarelli su YouTube
Cronologia di un percorso politico
agosto 2011 memorandum dell’Europa all’Italia viene resa pubblica la lettera e viene immediamente predisposta una manovra economica, in forma di DECRETO LEGGE: decreto di Ferragosto, che taglia per decine di miliardi e attacca diritti fondamentali (nell’art.4 ribalta il risultato referendario di 2 mesi prima, nell’art. 8- recependo il modello Pomigliano- che gli accordi aziendali possono non rispettare le leggi). Il Decreto viene emanato dal Presidente Napolitano il 13 agosto 2011.Era la seconda manovra il 20 giorni, all’emanazione della prima il presidente Napolitano dichiarò che era stato un “miracolo”. 14 agosto 2011 fu lanciato un appello contro una manovra incostituzionale promosso dai giuristi estensori dei referendum sull’acqua, Alberto Lucarelli, Ugo Mattei, Luca Nivarra e Gaetano
Azzariti.
http://www.siacquapubblica.it/index.php?…
28 agosto 2011 in base a quest’appello due giuristi, da lì a pochi mesi promotori di ALBA, Alberto Lucarelli e Ugo Mattei fecero una lettera aperta a Vendola per “ricevere mandato”, naturalmente a titolo assolutamente gratuito, da soli o insieme ad altri legali di Sua fiducia, a rappresentare la Regione Puglia (ed incidentalmente la
nuova egemonia dei beni comuni) di fronte alla Consulta in un ricorso diretto di incostituzionalità del Decreto 138\2011.
http://www.ilmanifesto.it/…
L’appello del 28 agosto e la proposta di ricorrere alla Corte furono osteggiati da chi non condivideva la critica al presidente Napolitano, che, come garante della costituzione, aveva emanato un testo palesemente in contrasto con la Costituzione.
Non solo, Lucarelli e Mattei furono accusati da parte di alcuni referendari di eccesso di protagonismo per finalità politiciste.
1 settembre 2011 come presidente della Regione Puglia, Vendola rispose positivamente a questa richiesta.
http://www.siacquapubblica.it/…
20 luglio 2012 il giudizio della Consulta, che oltre al merito straordinario della materia, afferma, come oggi dichiara Stefano Rodotà, il rifiuto della logica emergenziale in economia che pretende di travolgere tutto, Costituzione compresa.
Questa sentenza mostra che in nome della crisi e del ritornello L’Europa lo chiede non si può fare tutto.
Possiamo dire che i fautori del pensiero unico in nome de L’Europa lo chiede hanno perso e che questo risultato rappresenta un passaggio fondamentale intorno al quale le forze democratiche di questo Paese dovranno ritrovarsi per indicare strade alternative alle politiche liberiste di Monti per uscire dalla crisi come detto con forza da Lucarelli e Mattei http://www.soggettopoliticonuovo.it/…
Sul valore di questa vittoria riportiamo l’articolo di Lucarelli e Mattei su Il Manifesto
http://www.soggettopoliticonuovo.it/…
La Democrazia Respira – il poster
venerdì 6 luglio 2012
Cari professori la vostra idea di democrazia rappresentativa non mi convince
Cari professori la vostra idea di
democrazia rappresentativa non mi convince per molte buone ragioni,
tutte derivate dall'impraticabilità in sé dell'idea stessa, così come l'avete concepita, e non
certo dall'essere io un seguace di una qualsivoglia teoria elitista
variamente travestita, che vede nel popolo “la grande bestia” o
l'eterno infante bisognoso di guida sicura.
La vostra idea di democrazia benché vecchia poggia su una consapevolezza certamente più matura e più
aggiornata di quella che poteva essere quella dei giovani di Seattle
o prima ancora quella di tanti movimenti che si perdono nella notte
dei tempi. Il dato nuovo e se vogliamo e anche più “distensivo”, è
che non si parla più di rivoluzione, di palingenesi, di nuovi
avventi, di dialettiche della storia che compiono finalmente
l'evoluzione tanto attesa, nemmeno di classi sociali. La vostra
visione del mondo, a me che non sono un professore, ma piuttosto un
ignorante con la smania del ragionamento, appare piuttosto una
riedizione tardiva dell'illuminismo. L'idea di bene comune, di
giustizia come ideale razionale e di crescita delle coscienze, come
fari dell'esercizio intellettuale. Un'idea che spazza via ogni
apparenza mendace del potere, volto solo alla sua conservazione di se
stesso e non certo alla saggia amministrazione delle cose terrene.
Eppure.
Ho passato diverse stagioni politiche fra le quali quella di
Social Forum, seguita al grandioso movimento sfociato nel G8 di
Genova. Anche allora l'idea di una diversa rappresentanza era forte,
anche allora si parlava di diversità come di ricchezza, anche allora
ci si poneva il problema di un percorso da seguire, di un camminare
domandando, senza sapere esattamente dove si sarebbe arrivati.
Ricordo che io e un altro compagno “americano” tentammo nel
nostro piccolo di introdurre nuove metodologie di discussione e di
lotta, mutuate dai movimenti americani, nel tentativo di mettere
ordine a quelle concitate, rabbiose e appassionate assemblee
all'italiana (la passione spesso sconfinava nell'insulto, ma sembrava
che il confronto dovesse essere per forza così), ultimo residuo di
un romanticismo sussunto in un ideale di stampo positivistico.
Per un attimo sembrava stessimo
mettendo radici, poi d'un tratto, il nulla. I Social Forum
evaporarono come neve al sole. Mancava, oltre ad una centralità degli interventi, rifiutata come antitesi di un "nuovo soggetto" emergente, la ricompensa,
l'obiettivo finale, il brivido della scommessa, quei fattori che
scaldano l'anima animale dell'uomo.
Oggi per fortuna abbiamo fatto
tesoro di quelle esperienze e vedo con sollievo che ci si è posto da
subito un obiettivo concreto, lasciando da parte le mistiche
“marcosiane”: quello del ricambio della classe dirigente e della
fine del vecchio modo di fare politica. L'errore, a mio modestissimo
avviso, e qui sta il punto, sta nel prefigurare obiettivi generali nella speranza di
delinearne poi i contorni attraverso l'esercizio della democrazia
rappresentativa. Un errore di tipo ideologico che assomiglia a una
sorta di induttivismo mutuato dalle scienze pratiche e ammantato di
filosofia delle moltitudini: si procede dal particolare per arrivare
al generale. Niente di male in linea di principio, ma perdonatemi la
franchezza e la presunzione, non funziona. Voi siete degli
intellettuali di prim'ordine, le migliori intelligenze di questo
paese disastrato, siete la nostra coscienza critica. Voi avete non solo il diritto, ma anche il dovere
di fare una proposta compiuta per uscire dalla crisi. La democrazia
rappresentativa deve essere la conseguenza di una proposta
ben congegnata e ben articolata, e noi società civile dobbiamo essere il laboratorio dove realizzare
un progetto di società. La democrazia dovrebbe essere la
ricaduta sul piano sociale e politico di un'idea o se volete di un
procedimento ipotetico-deduttivo messo a punto dalle vostre
intelligenze. Pensare per ideologia che da un massa informe possa
nascere qualcosa è illusorio, ed è e solo una perdita di tempo. Se
ci riflettete un attimo l'esperienza di Grillo è significativa da
questo punto di vista: lui è partito gridando al mondo la sua verità
e ne è seguito un movimento sempre più grande e ramificato. Il grillismo ha un che di messianico e di religioso, e per questo
fallirà, ma il suo “marketing” ha funzionato alla grande.
Ho partecipato recentemente
all'assemblea abruzzese di ALBA e ho avuto la riprova di quanto
detto. Non c'era un ordine del giorno, non c'erano delle linee guida,
non uno spunto dal quale partire. E' accaduto quello che solitamente
accade in questi casi: ognuno ha parlato a ruota libera, abbozzando
solo lontanamente una qualche proposta, che ovviamente si è persa
nel mare magnum della retorica d'occasione e dei soliti rituali
consunti, insomma un salto indietro di trent'anni. Manca nel
movimento ALBA un'idea forte. Manca la percezione di un'alternativa
di respiro europeo, di una rete in grado di elaborare una visione
della politica e dell'economia su scala mondiale. E' troppo? No, se
è vero che non c'è più tempo non è troppo. I gruppi di lavoro, i gruppi
tematici, le assemblee vanno bene, va tutto bene, ma ci vuole uno
spartito, o faremo solo caciara. Non possiamo permetterci che questo
movimento, così come i vari occupy il mondo intero evaporino nel
nulla. Un centralità è doverosa e necessaria. Rifondazione può
dare una mano in questo, considerando la sua distribuzione
territoriale e le sue capacità organizzative, a patto di mettere da parte
le sue mire egemoniche. Anche SEL può essere utile se la
smette di balbettare.
Insomma ho molti dubbi, ma purtuttavia
non intendo abbandonare questa esperienza. Voglio darle una chance
prima di darmi alla latitanza o turarmi il naso e votare Grillo.
Vorrei solo che i professori non scambiassero la sonnolenza
post-prandiale per mitezza ed empatia.
Si facessero sentire, sul serio.(F.C.).
martedì 3 luglio 2012
Giovani senza lavoro: la ricetta di Gallino
da stamptoscana
Record storico della disoccupazione giovanile in Italia: quel 36,2% di tasso di disoccupazione della fascia fra i 15 e i 24 anni impone la ricerca di una soluzione
Firenze - E una proposta che sembra orientata verso un "keynesismo" puro giunge dal sociologo, scrittore, docente di sociologia, fra i massimi esperti del rapporto tra nuove tecnologie e formazione, nonché delle trasformazioni del mercato del lavoro Luciano Gallino, che ha portato il suo contributo alla due giorni di Alba, il nuovo soggetto politico della sinistra radicale, che si è tenuta a Parma nel fine settimana scorso. Il documento, disponibile sul sito http://www.soggettopoliticonuovo.it/ , è stato modificato nel corso di un intenso confronto il cui risultato sarà on line, disponibile al pubblico, nei prossimi giorni. Intanto il documento di Gallino propone 5 punti chiave che potrebbero rappresentare la proposta base per affrontare la disoccupazione con una nuova metodologia. Del resto, come dichiara lo stesso Gallino all'inizio del documento, "sgravi fiscali, investimenti in grandi opere, incentivi alle imprese perché assumano, sono poco o punto efficaci per creare rapidamente occupazione".
La proposta di Gallino, come in un novello New Deal, si incentra sostanzialmente su un principio base: "Occorre che lo stato operi come datore di lavoro di ultima istanza, assumendo direttamente il maggior numero di persone". Come? Articolando una serie di interventi di cui la testa di ponte potrebbe essere la creazione di "un’Agenzia per l’occupazione simile alla Works Progress Administration del New Deal americano (works = opere pubbliche)". Con un doppio canale: "l’Agenzia – scrive Gallino - stabilisce i criteri di assunzione, il numero delle persone da assumere, il livello della retribuzione, i settori cui assegnarle". Ma le assunzioni verrebbero però "effettuate e gestite unicamente su scala locale, da comuni, regioni, enti del volontariato, servizi del lavoro, ecc". Stabilita l'Agenzia, ci sarebbe da puntualizzare l'obiettivo. Il documento di Gallino dichiara "Per cominciare si dovrebbe puntare ad assumere rapidamente almeno un milione di persone. Poiché tale numero è inferiore a quello dei disoccupati e dei precari, occorre stabilire inizialmente dei requisiti in cui i candidati dovrebbero rientrare. Un requisito ovvio potrebbe essere l’età: per esempio 16-30 anni, oltre ovviamente alla condizione di disoccupato o precario". Resta inteso, e puntualizzato nel testo, che l'Agenzia dovrebbe offrire lavoro a chiunque sia in possesso dei requisiti richiesti e atto al lavoro.
Altro punto qualificante, "le persone dovrebbero essere impiegate unicamente in progetti di pubblica utilità diffusi sul territorio e ad alta intensità di lavoro". Bocciate le grandi opere, considerate prive delle caratteristiche puntualizzate, gli esempi riguardano la messa in sicurezza di edifici scolastici (oggi il 50% non lo sono), il risanamento idrogeologico di aree particolarmente dissestate, la ristrutturazione degli ospedali (nel 70% dei casi la loro struttura non è adeguata per i modelli di cura e di
intervento oggi prevalenti). Progetti che richiedono, specifica la nota, ogni sorta di figure professionali.
Infine, problema finanziamenti. Un punto su cui spesso scivolano fior di proposte. Per quanto riguarda il "metodo Gallino", si parte da un'ipotesi molto credibile: mettiamo che ogni nuovo occupato costi 25.000 euro. Per crearne un milione occorrono 25 miliardi l’anno, la maggior parte dei quali, fa notare l'economista, rientrebbero immediatamente nel circuito dell’economia. E, per quanto riguarda il finanziamento, si può immaginare "una molteplicità di fonti: fondi europei; cassa depositi e prestiti; obbligazioni mirate; una patrimoniale di scopo dell’1% sui patrimoni finanziari superiori a 200.000 euro". Ipotesi, quest'ultima, non così preregrina in Europa, visto che la Svizzera la applica, come ci informa Gallino, da almeno mezzo secolo. Oltre a questi esempi, l'economista consiglia di considerare altre fonti, come la possibilità di offrire ai cassintegrati di lunga durata la scelta "se lavorare a 1000-1200 euro al mese piuttosto che stare a casa a 750, a condizione che sia conservato il posto di lavoro (è possibile, con l’istituto del distacco)". Anche chi riceve un sussidio di disoccupazione potrebbe accedere a un meccanismo simile: "In questi casi - conclude la proposta - l’onere per il bilancio pubblico (includendo in questo l’Inps) scenderebbe di due terzi. Infine va tenuto conto che molte imprese sarebbero interessate a utilizzare lavoratori pagando, per dire, soltanto un terzo del loro costo.
giovedì 14 giugno 2012
Forza «mite», ma forza
Paolo Favilli da soggettopoliticonuovo
Il pensiero critico cessa di essere marginale solo nel momento in cui la sua forza comincia ad essere davvero consistente. Come non ripetere gli errori del 2008 e rischiare di rimanere fuori dal Parlamento
«Il tempo che abbiamo davanti è poco, gli interlocutori molti. La mia idea è di partire subito. Se possibile meglio di Hollande e Mélenchon» (Rossana Rossanda, il manifesto 11 maggio). Anche gli estensori del manifesto-identità del «soggetto politico nuovo» sono partiti dalla preoccupazione, forte e giustificata, di una urgenza dei tempi. Urgenza dettata dall’improvvisa accelerazione del processo di disgregazione di tutti i gangli vitali dell’esercizio democratico. Un processo di depauperamento della democrazia in atto ormai da tempo. La prospettiva politica che ne sta emergendo, tuttavia, non mi pare all’altezza delle necessità reali dell’urgenza.
La discussione scaturita dalla questione del «soggetto politico nuovo» ha avuto, certo, carattere positivo. Le riflessioni molteplici, l’iniziativa politica fiorentina, hanno permesso di cogliere meglio un «oggetto» di cui il manifesto iniziale aveva dato un’immagine piuttosto rigida. Quello che si muove, come spesso accade, è, fortunatamente, più ampio, complesso, variegato rispetto a un «manifesto» nei cui confronti molte critiche, anche di fondo, sono apparse tutt’altro che ingiustificate.
In particolare è venuta meglio chiarendosi la dimensione del conflitto. La centralità del conflitto e anche, di fatto, i mille fili che lo legano ad un «centro» economico-sociale. Una centralità che deriva non tanto dalle affermazioni di molti intervenuti firmatari del «manifesto», quanto dal terreno scelto per la determinazione dell’antitesi: la democrazia. La questione dell’antitesi oggi, infatti, non è altro che il modo di porsi più relistico della «questione democratica» nei nostri tempi di crisi della democrazia.
D’altra parte si tratta di un aspetto fondamentale ben presente nella storia del movimento operaio, un aspetto tra i più rilevanti dell’eredità di quella storia. Già nel Manifesto (quello di Marx ed Engels) è presente una costante insistenza su proposta ed iniziativa politica derivanti dall’interno dei movimenti sociali. Un’impostazione che comporta una concezione forte di democrazia partecipativa, fondata su profondi e complessi processi di autoemancipazione collettiva.
Così, dopo quella che siamo soliti chiamare «fine del comunismo», le forze che della declinazione nei nostri tempi dell’eredità della storia del movimento operaio hanno fatto il cardine della loro presenza politica, hanno ripreso il filone di quell’eredità che le vicende connesse allo svolgimento di una storia tragica avevano relegato nella marginalità.
Già il problema della democrazia aveva avuto particolare rilevanza nel complesso della riflessione berlingueriana tra la fine degli anni Settanta ed i primi anni Ottanta. Coloro che, anche organizzati in forma-partito, si sono riallacciati direttamente a quella riflessione, hanno provato a misurarsi con lo spessore della questione nella difficile condizione di forze minoritarie.
Per queste forze la democrazia è stata, ed è, cifra di riferimento continuo: nella gestione dell’organizzazione sotto forma di tensione permanente, in tutte le istituzioni dove l’organizzazione è presente, nel sindacato dove si sostiene sempre che la legittimità di ogni accordo è tale solo se confermata dai lavoratori stessi, ed inoltre nel rapporto con i cosiddetti «movimenti». Un rapporto, quello con i «movimenti», che finisce con l’influenzare proprio il dibattito sulla «forma partito» e quindi ancora sulla democrazia.Il fatto che tale tensione abbia avuto difficoltà ad attecchire in profondità ed a generalizzarsi non è dipesa solo da limiti dei gruppi dirigenti, che pure ci sono stati, ma alle condizioni difficili del minoritarismo che si coniugano meglio con antichi vizi che con nuove virtù.
In questo senso la riproposizione della «questione democratica» come centro della riflessione culturale e politica da parte del «soggetto politico nuovo», anche se non è questione del tutto «nuova», rappresenta comunque un ulteriore punto di forza della cultura politica necessaria nel lavoro di costruzione del «fronte» dell’antitesi.
Dice giustamente Rossana Rossanda: «C’è un fronte, anzi non è mai stato tanto esteso, così esteso che non riusciamo neanche bene a vedere dove comincia e dove finisce. Mai come adesso, solo che si nega che ci sia» (Alias, 3 settembre 2011). Le culture di riferimento di questo processo non sono di poco peso e di poca storia. Il problema è piuttosto quello della loro traducibilità in forme politiche in grado di attivare un circolo virtuoso tra le due sfere. Nella discussione sul «soggetto politico nuovo», e nei suoi primi passi, tali difficoltà si stanno mostrando in maniera assai chiara.
Professori universitari e politici colti sono stati i protagonisti tanto dell’iniziativa relativa al «soggetto politico nuovo» che della riflessione che ne è seguita e che ne segue. Per molte ragioni non lo ritengo certo un limite. Anzi, anche il rapporto stretto tra elaborazione culturale ed iniziativa politica è uno dei parametri distintivi del «fronte». Ha ragione Alberto Burgio quando indica il «pensiero critico» come retroterra essenziale di un soggetto politico unitario (il manifesto, 10/05). Un aspetto, tra l’altro, non «nuovo», ma ben radicato nell’«eredità» cui si è fatto più volte riferimento.
C’è un pericolo in questa impostazione, quello di considerare pressoché automatica la traducibilità della elaborazione intellettuale in «forza» politica. Nella dialettica politica, e quella che ci attende sarà molto dura, la «forza» è indispensabile, forza «mite» magari, ma forza. La permanenza nel tempo e non l’andamento carsico è carattere distintivo di una «forza» politica. Inoltre il rapporto tra la formazione e la crescita di una forza e l’elaborazione intellettuale non è unidimensionale. I professori universitari corrono il rischio di confondere un problema logico, (il pensiero come antecedente) con un problema di temporalità politica. Nei processi politici la sfera del pensiero e quella della costruzione della forza non si ordinano secondo la temporalità del prima e del poi. Assai spesso invece, è solo nel momento in cui la forza comincia ad essere davvero consistente che il pensiero entra in una fase espansiva, che il pensiero critico cessa di essere marginale.
Gli strumenti derivati dalla teoria critica hanno dato prova, sul piano scientifico, di una capacità di spiegazione della crisi sistemica in atto, ed anche, seppure in maniera più episodica, di proposte di politica economica, analiticamente incomparabili rispetto alla narrazione ideologica degli apologeti del mercato autoregolantesi, o anche dei teorici dei mercati imperfetti. Eppure sul piano politico sono rimaste pressoché ininfluenti.
Ecco dunque che, qui ed ora, il compito di tutti coloro che si ritrovano all’interno del panorama analitico proprio all’universo delle teorie critiche, naturalmente con tutte le aperture e le mediazioni compatibili, è quello di contribuire fattivamente, in coerenza con le logiche di quel pensiero, alla costruzione politica del fronte ampio dell’antitesi.
Costruzione di cui l’aspetto qualificante consiste proprio nella «questione democratica», cioè nella centralità da cui parte anche la riflessione intorno al «soggetto politico nuovo».
Rifiuto del modello Marchionne, rifiuto della costituzionalizzazione della teoria economica dominante in questa fase, ad esempio, cioè le discriminanti principali tramite le quali si definiscono meglio i pur mobili confini del fronte, sono nient’altro che la declinazione della «questione democratica» nella carne e nel sangue della lotta di classe tipica dell’odierno ciclo di accumulazione. Che tale declinazione, proprio a partire da quelle discriminanti, metta in discussione, alla radice, la questione del rapporto economia-società ne è conseguenza logica.
Una rappresentanza parlamentare, più numerosa possibile, di questo nucleo di pensiero e delle proposte politiche che ne derivano non coincide certamente con la costruzione del fronte, ma ne è un tassello imprescindibile. Penso che sia necessario riflettere sui meccanismi del fallimento di una importante iniziativa politica, un fallimento che si è ripercosso in maniera diretta sul disastro del 2008. Nel 2005 la «Camera di consultazione della sinistra» esplorò tutte le possibilità per arrivare alla formazione di una lista unitaria della sinistra non neoriformista accreditata del 15 per cento dei voti. «Il processo deve risalire il più possibile dal basso (rompendo risolutamente il diaframma che tuttora separa politica organizzata tradizionalmente dalle nuove espressioni della politica)», si diceva in una “Lettera aperta” di Alberto Asor Rosa della Camera di consultazione della sinistra, diffusa a fine luglio di quell’anno.
Come si vede il linguaggio usato delineava lo stesso insieme problematico «nuovo» che ci troviamo ad affrontare nel momento attuale. Il progetto della «Camera di consultazione» fallì perché allora il Prc ritenne di essere in grado di rappresentare, da solo, il punto di riferimento di tutto ciò che stava maturando «dal basso» e dalle aree contigue. Oggi altri pensano di poter rappresentare il «nuovo» sbarazzandosi di tutto quello che considerano, ripetendo una narrazione vecchia più di vent’anni, obsoleto e ideologico. Se sarà davvero così il 2013 ripeterà, con poche varianti, il 2008. Ho letto su il manifesto del 18 maggio questa ipotesi data per realistica: «Ieri Nichi Vendola già consigliava agli alleati Pd e Idv di mollare Udc e comunisti a vantaggio delle liste civiche nazionali. (…) la neonata ‘Alba’ di Lucarelli e Ginsborg (è) già posizionata ai blocchi di partenza». Mi rifiuto di credere che tutte le elaborazioni cresciute intorno al soggetto «nuovo» possano avere esiti politici così miserevoli.
Fonte: Il Manifesto 14/06/2012
lunedì 11 giugno 2012
Di Pietro torna nell’area anti-tutto: Vendola starà con lui o col Pd?
Peppino Caldarola da linkiesta via soggettopoliticonuovo
Bersani è stato costretto a strappare la foto di Vasto perché Di Pietro non ha mai smesso di insultare il Pd. Questa è la tesi ufficiale. In effetti il leader dell’IdV ha concentrato il suo fuoco polemico contro il Pd persino sulla vicenda della mancata autorizzazione all’arresto di De Gregorio dimenticando che i due parlamentari fra i più discussi di questa legislatura, lo stesso De Gregorio e Scilipoti, li aveva eletti lui ed erano nel suo cerchio magico. Tuttavia Di Pietro è fatto così, vede sempre le pagliuzze negli occhi degli altri e non le travi nei suoi.
La sua presenza nella foto di Vasto aveva inquietato molti leader del Pd ben più che la presenza di Vendola e ben più di Vendola si presentava come ingombrante nell’ipotesi di un rapporto con forze moderate. Di Pietro l’ha capito, ha capito cioè di non essere gradito, e alzando i toni si è intestato la rottura. Lo ha fatto anche e forse soprattutto per un altro motivo. Se si va a votare con questa o con un’altra legge elettorale che abbia lo sbarramento, il leader dell’Idv rischia di fare la fine di Bertinotti nel 2008. Senza apparentamenti può non portare più deputati in Parlamento, neppure se stesso. Ha quindi disperato bisogno di farsi alleati nel momento in cui ha capito che il Pd potrebbe sacrificarlo di fronte a una profferta che venisse da una o più liste moderate. Di Pietro per giunta sa che il suo elettorato è quello più sensibile all’attrazione grillina come ha dimostrato lo studio di Demoskopea pubblicato ieri dal “Corriere della sera”.
Nasce da qui allora il tentativo di Di Pietro di alzare ulteriormente i toni della sua polemica con il governo e con Bersani, di dichiarare la propria contiguità con la Fiom, di evitare polemiche con Grillo. Memore dell’esperienza di De Magistris e di Orlando il nuovo Di Pietro cercherà di cavalcare la sua diversità da tutti i partiti mirando anche a mettere in difficoltà Nichi Vendola costretto ad essere l’unico alleato radical del centro-sinistra. La svolta di Di Pietro e di Bersani farà bene a tutti e due. A Bersani toglie il problema di una campagna elettorale in cui avrebbe dovuto inseguire i toni esasperati dell’ingombrante alleato. A Di Pietro restituisce la titolarità dell’area giustizialista nel momento in cui altri cercano di prendere il suo posto.
Del resto Di Pietro, che è stato un buon ministro, non saprebbe fare una campagna elettorale in nome della governabilità e della rassicurazione come invece farà il Pd. Con il ritorno di Di Pietro l’area “anti-tutto” essa si affolla così in modo incredibile, ed è probabile che si cercherà di semplificarla cercando di formare quel quarto polo radicale con settori sindacali e i professori di “Alba”. Resta il dubbio su dove si collocherà Vendola. Nichi vede d’improvviso svanire il suo progetto di costruire un partito socialdemocratico di sinistra e contemporaneamente la propria premiership. Le cose sono andate più avanti e il suo partito è in mezzo al guado indeciso se seguire le sirene di un nuovo radicalismo ovvero mettersi nella prospettiva di fare cose assieme al Pd fino al punto di fondersi con esso. In questo caso perderebbe pezzi, ma acquisterebbe il ruolo politico di ri-fondatore del Pd nel momento in cui questo partito torna a guardare alle socialdemocrazie europee e i prossimi sviluppi del caso Lusi riveleranno la fragilità dell’alleanza inziale fra Ds e Margherita.
http://www.linkiesta.it/blogs/mambo/di-pietro-torna-nell-area-anti-tutto-vendola-stara-con-lui-o-col-pd
mercoledì 6 giugno 2012
APPELLO PER UN’EUROPA DEMOCRATICA. Sosteniamo la sinistra radicale greca – Etienne Balibar, Rossana Rossanda, Michel Vakaloulis
da soggettopoliticonuovo
Tutti sanno che, nell’evolversi degli avvenimenti che in tre anni hanno spinto la Grecia nell’abisso, le responsabilità dei partiti al potere dal 1974 sono schiaccianti. Nuova Democrazia e Pasok hanno perpetuato corruzione e privilegi, ne hanno beneficiato e fatto ampiamente beneficiare fornitori e creditori della Grecia, mentre le istituzioni comunitarie guardavano altrove. Potremmo stupirci del fatto che la Ue o l’Fmi, trasformati in baluardi di virtù e di rigore, si impegnino a riportare al potere questi stessi partiti che non hanno più nessun credito, denunciando il «pericolo rosso» incarnato da Syriza, minacciando di tagliare i viveri se le elezioni del 17 giugno confermeranno il rigetto del Memorandum come il 6 maggio scorso.
Non soltanto questa ingerenza è in flagrante contraddizione con le regole democratiche più elementari, ma le sue conseguenze sarebbero drammatiche per il nostro avvenire comune. Ci sarebbe una ragione sufficiente per rifiutare, in quanto cittadini europei, di lasciar soffocare la volontà del popolo greco. Ma la situazione è ancora più grave. Da due anni i dirigenti dell’Unione europea, in stretta concertazione con l’Fmi, lavorano per spossessare il popolo greco della sovranità. Con il pretesto del risanamento delle finanze pubbliche e di modernizzare l’economia impongono un’austerità che soffoca l’attività economica, riduce alla miseria la maggioranza della popolazione, smantella il diritto del lavoro. Questo programma di risanamento sul modello neoliberista sfocia nella liquidazione dell’apparato produttivo e nella disoccupazione di massa. Per imporlo, c’è stato bisogno addirittura di uno stato d’emergenza senza equivalenti in Europa occidentale dalla fine della seconda guerra mondiale: il bilancio dello Stato è dettato dalla troika, il parlamento greco è ridotto a una camera di registrazione, la Costituzione più volte aggirata. La decadenza del principio di sovranità popolare va di pari passo con l’umiliazione di un intero paese. In Grecia è stato toccato il fondo, ma questa deriva non riguarda solo la Grecia. Sono tutti i popoli delle nazioni che la costituiscono ad essere considerati dall’Unione europea alla stregua di entità trascurabili, quando si tratta di imporre un’austerità contraria ad ogni razionalità economica, di combinare gli interventi dell’Fmi e della Bce a favore del sistema bancario, o di imporre dei governi di tecnocrati non eletti.
I risultati del 6 maggio scorso non lasciano nessun dubbio sul rigetto massiccio della politica imposta dalla troika. Di fronte alla prospettiva di una vittoria di Syriza è stata scatenata una campagna di disinformazione e di intimidazione sia all’interno del paese che a livello europeo. Questa campagna mira ad escludere Syriza dal contesto degli interlocutori politici degni di fiducia. Tutti i mezzi sono buoni per squalificarla, a cominciare dall’etichetta di «estremista» che gli è stata appiccicata e dal parallelismo che viene fatto con i neo-nazisti di Alba dorata. A Syriza sono state addebitate tutte le tare: imbroglio e doppio linguaggio, irresponsabilità e infantilismo rivendicativo. Stando a questa propaganda odiosa, Syriza metterebbe in pericolo le libertà, l’economia mondiale e la costruzione europea. La responsabilità congiunta degli elettori greci e dei nostri dirigenti sarebbe di sbarrargli la strada. Brandendo la minaccia di un’esclusione dall’euro e di altri ricatti economici, si sta organizzando una manipolazione del voto popolare.
Noi, firmatari di questo testo, non possiamo tacere di fronte a questo tentativo di spossessare un popolo europeo della propria sovranità. Bisogna che cessino immediatamente sia la campagna di stigmatizzazione di Syriza sia i ricatti relativi all’esclusione dall’eurozona. Tocca al popolo greco decidere del proprio destino, respingendo ogni diktat. Lo affermiamo a nostra volta: è tempo che l’Europa capisca il segnale inviato da Atene il 6 maggio scorso. È ora di abbandonare una politica che porta alla rovina la società e mette i popoli sotto tutela con lo scopo di salvare le banche. È urgente mettere un termine alla deriva suicida di una costruzione politica ed economica che affida il governo agli esperti e istituisce l’onnipotenza degli operatori finanziari. Ci vuole un’Europa che sia opera dei propri cittadini, al servizio dei loro interessi.
In ogni paese due Europe, politicamente e moralmente antitetiche, si affrontano: quella che mira a spossessare gli esseri umani a vantaggio dei banchieri e quella che afferma il diritto a una vita degna di essere vissuta e si dà collettivamente i mezzi per realizzarlo. Ciò che vogliamo quindi con gli elettori, i militanti e i dirigenti di Syriza non è la scomparsa dell’Europa ma la sua rifondazione. È l’ultraliberismo che favorisce la crescita dei nazionalismi e dell’estrema destra. I veri salvatori dell’idea europea sono i partigiani dell’apertura e della partecipazione dei cittadini, i difensori di un’Europa dove la sovranità popolare non è abolita ma estesa e condivisa. Ad Atene è in gioco l’avvenire della democrazia in Europa e dell’Europa stessa. Per una sorprendente ironia della storia, i greci impoveriti e stigmatizzati si ritrovano in prima linea nella nostra lotta per l’avvenire comune. Ascoltiamoli, sosteniamoli, difendiamoli! *tutte le firme su www.left.gr
Fonte: Il Manifesto 06/06/2012
martedì 5 giugno 2012
I teorici dei listoni che vogliono riscrivere la geografia della sinistra
da soggettopoliticonuovo
Le parole di Scalfari, i rimbrotti di Mauro, i progetti dei prof. alla Ginsborg e la discriminante dell’appoggio al governo Monti che taglia in due persino il partito di CDB
Roma. Roberto Saviano non si candida, Ezio Mauro spiega nello spazio pubblico della riunione quotidiana che la lista di Rep. “è una scemenza e un’ossessione della destra” però c’è il Fondatore a far diventare vero il verosimile. In un’intervista al Fatto quotidiano Eugenio Scalfari ribadiva voglia e natura delle ambizioni politiche di quell’area giornalistico-politica e soprattutto il convincimento che Saviano in politica necesse se Bersani vuole davvero vincere le elezioni. Scalfari diceva anche un’altra cosa: che il perno della politica del Pd è stato il sostegno a Monti e che pertanto la compatibilità con una ipotetica lista Landini, pronta alla battaglia contro la riforma della previdenza e per la restaurazione dell’articolo 18 nella vecchia formulazione, è tutta da verificare. Scalfari insomma resta montiano e pensa che anche il Pd debba continuare ad esserlo. Del resto Monti sarà l’ospite d’onore della festa di Rep con intervista pubblica del Fondatore e del Direttore il 16 giugno. Questo passaggio è significativo perché in realtà l’arcipelago liste che agita Bersani e il Pd è attraversato da questa faglia ed è il montismo l’unica discriminante forte tra l’eventuale opzione politica di Rep e le altre. “Se la maggioranza di Monti si splitta in due è solo per la contrapposizione elettorale, non ci sono differenze rispetto alla fase attuale, noi vogliamo occupare lo spazio che lasciano libero, non regalarlo a Grillo” teorizzano gli ex girotondini di Paul Ginsborg oggi Alba, Associazione Lavoro Beni Comuni e Ambiente.
Sono i benicomunisti, quelli che si sono battuti per il referendum sull’acqua – quello è il bene comune numero uno – nuova parola di una sinistra che si definisce antiliberista, alteromondista, guarda come è ovvio a Occupy Wall Street e che dice di voler combattere contro il fiscal compact e i rigorismi europei. “La mia adesione al manifesto di Alba nasce da una profonda sfiducia non nei partiti politici ma nel personale politico”, dice al Foglio Luciano Gallino, autore di un saggio molto frequentato dai bene comunisti”.
“La nostra priorità politica sono i beni comuni e la democrazia partecipata. Per il resto siamo antiliberisti e altero mondisti” spiega Antonio Lucarelli che è il primo assessore comunale italiano ai Beni Comuni, a Napoli, giunta De Magistris, e colloca il movimento “più in zona Mélenchon che non Hollande”. “Ci chiamano professori, ma nel nostro movimento i professori sono solo l’un per cento” dice al Foglio Massimo Torelli di Firenze, quarantenne, amministrativo in una società di informatica che vuole essere definito, lo spiega per iscritto, “uno che aveva la tessera di partito (il Pci) nel secolo scorso”. I testimonial più in vista però effettivamente sono professori: Luciano Gallino, Marco Revelli, Paul Ginsborg, Stefano Rodotà che tuttavia è lanciato da Scalfari come più vicino alla linea Rep, unica candidatura esplicita fatta dal Fondatore nell’intervista al Fatto. Segno che le intersezioni abbondano nonostante la discriminante Monti/non Monti. Che Alba diventi davvero una lista non è certo. Gallino, per esempio, non si canidederebbe mai ma se lo augura: “Certo, servono apparentamenti con partiti o altre liste. Il Pd? Per la verità abbiamo idee diverse”, meglio aspettare la maturazione della foto di Vasto. Già. Troppo incerto il quadro, su questo ha ragione Bersani, dicono. Il ceto medio riflessivo lo deciderà democraticamente nelle varie assemblee che hanno un loro regolamento stringente, “interventi di sette minuti al massimo” scrive Marco Revelli sul sito “nuovosoggettopolitico.it” , insieme al nome e al logo sul quale sono al lavoro due agenzie di Parigi, “perché gli italiani all’estero ci seguono molto” spiegano gli attivisti. In questo senso per loro l’apparentamento con il Pd non è affatto scontato, anzi. La sfida è sempre morettiana nel senso di Nanni versione 2002, “con questi leader non vinceremo mai”, società civile, spinte dal basso. Questo è naturalmente il tratto comune. Sandra Bonsanti, animatrice di punta di Libertà e Giustizia ribadisce al Foglio che per statuto LeG non può diventare una lista. “Però i singoli fanno quello che vogliono. Gustavo Zagrebelsky raccoglie spinte forti in rete per una discesa in politica”, racconta. “Ma non credo che abbia intenzione di fare davvero politica in modo diretto, dovete chiederlo a lui”. Le esitazioni di Libertà e Giustizia sono un po’ come lo schermirsi un tantino risentito di Saviano: sottintendono una visione della leadership politica come peccato a meno che non sia dettata dall’emergenza e in effetti è la stessa Bonsanti a dire ( e lo ha anche scritto in un comunicato) che “la casa brucia”.
I benicomunisti tengono moltissimo al primato su Rep.: dicono che loro si sono mossi prima, il 28 aprile a Firenze già parlavano di liste e impegno. Ma il mondo di Carlo De Benedetti specie alla voce Saviano riscuote rispetto e ammirazione e ispira corteggiamenti. Ora con la precisazione montiana le relazioni sono da ricalibrare. Quanto al Pd, Fassina e Orfini bocciano la lista Rep. un giorno sì e l’altro pure, registrano le smentite di Ezio Mauro, si allarmano per Scalfari e piuttosto offrono ospitalità. Il modello indipendenti di sinistra? Sempre meglio della lista Saviano apparentata nella loro prospettiva. Bersani temporeggia, spia il contesto internazionale, legge le considerazioni finali del governatore Ignazio Visco e intanto dopo aver rinviato la direzione causa terremoto convoca l’assemblea nazionale dei segretari di circolo il 23 giugno. Occupy il territorio, prima dei neogirotondini che saranno snob, ma hai visto mai.
Fonte: Il Foglio 04/06/2012
lunedì 4 giugno 2012
DDL Fornero: L’altro terremoto sul lavoro. Sotto attacco i diritti fondamentali: serve una risposta immediata. Sotto le macerie del terremoto è finito anche l’articolo 18.
da soggettopoliticonuovo
Ieri, mentre lo sguardo del Paese era rivolto, naturalmente, al dramma delle popolazioni emiliane e in particolare delle lavoratrici e dei lavoratori di quel territorio, il Governo Monti – con quattro voti di fiducia che hanno legato le mani ad un Senato comunque in gran parte accondiscendente – ha portato a casa la riforma del lavoro cara alla Bce, quella che cancella conquiste fondamentali del movimento operaio italiano e precarizza ulteriormente il mercato del lavoro. Ora il testo passerà alla Camera e subito dopo arriverà al voto il Fiscal Compact ( il provvedimento che prevede un taglio del bilancio di 50 miliardi all’anno per i prossimi 20 anni).
Mai come ora è necessaria una risposta forte, di cui l’indizione dello sciopero generale da parte della CGIL ci sembra elemento naturale.
Ci impegneremo da subito a costruire in ogni sede, insieme a tutti i soggetti sociali e sindacali contrari a questa controriforma, una risposta forte e partecipata, per bloccare il “terremoto sociale” che il Governo (con il consenso del 90% del parlamento) sta provocando.
ALBA- soggetto politico nuovo – Alleanza per il lavoro, beni comuni e ambiente.
Comitato esecutivo – 1 giugno 2012
giovedì 31 maggio 2012
Intervista a Paul Ginsborg su ALBA – (L’Unità)
Il professor Paul Ginsborg racconta che sono in molti a chiedersi come il nuovo soggetto politico Alba (Alleanza Lavoro Benicomuni Ambiente), creato insieme a Ugo Mattei, Marco Revelli, Paolo Cacciari, Chiara Giunti, Nicoletta Pirotta e Alberto Lucarelli, si stia at-trezzando in vista del 2013.
Professore, non è ancora il tempo di parlarne? Le elezioni si avvicinano.
«Siamo appena nati, è molto presto per noi prendere una posizione
sulle elezioni. Certamente vorremmo fare parte di una cultura di
sinistra che contribuisce alla sconfitta del berlusconismo. Ma ci siamo
visti solo una volta ad aprile, la prossima sarà alla fine di giugno
e lì sperimenteremo una vera forma di democrazia partecipativa e a
parlare non saranno solo “i capi”. In quella sede affronteremo anche il
tema delle elezioni. Per ora siamo forti di circa 80 gruppi
territoriali, cresciuti con grande rapidità, al di là di ogni
previsione».
Un altro segnale che i cittadini mandano chiedendo luoghi di rappresentanza di- versi dai partiti?
«Ha ragione, è una grande responsabilità quella che
sentiamo. Credo che que sto interesse dipenda dal fatto che nei
cittadini c’è l’esigenza di trovare nuove interlocuzioni. In questi mesi
abbiamo visto crescere molto in fretta il Movimento 5 Stelle e noi
vorremmo porci come un’alternativa a Beppe Grillo per-ché ci sono molte
persone che chiedo-no un rinnovamento ma non si riconoscono nel
grillismo, fenomeno che va distinto da tanti elettori che hanno
votato M5S. Quello che noi rifiutiamo è proprio la figura del capo
carismatico, questo Paese ne ha conosciuti diversi, e quando vediamo
che ce n’è uno che ha addirittura la proprietà del marchio del suo
movimento non possiamo non avvertire un pericolo per la democrazia».
Quindi Alba non avrà capi?
«Alba non avrà capi, meno che mai carismatici, anzi siamo molto
sospettosi verso di loro. Sia a destra sia a sinistra ce ne sono
troppi. Nel nostro Manifesto quello che vogliamo è che lo spazio della
politica in Italia, le sue regole, la sua cultura, il suo genere,
troppo maschile rispetto al resto d’Europa, devono cambiare
radicalmente. Non diciamo “facciamo un’alleanza con questo o quel
partito”, invitiamo alla creazione collettiva di una cultura politica
diversa».
Ma per dare un vostro contributo dovrà esserci una forma di
partecipazione alla competizione elettorale. Guarderete al Pd, farete
una lista civica nazionale o cos’altro?
«Arriveremo ad una decisione in modo democratico, anche se mi rendo
conto che interessa sapere con chi ci schiereremo e in che modo. A
giugno ci vedremo in Emilia Romagna, anche in segno di solidarietà con i
terremotati, e stabiliremo modi, forme e tempi».
Pensate di poter occupare anche una parte dello spazio a cui oggi guarda Grillo?
«È quello che ci auguriamo anche se facciamo fatica a far
conoscere il nostro progetto, abbiamo trovato grandi difficoltà ad
avere spazi sui quotidiani. Se ci sono professori di destra,
rispettabilissimi, forse possono essercene anche di sinistra che hanno
qualcosa da dire. Io mi appello anche ai tanti del Pd che sono stufi
della vecchia politica di venire con noi e dare il proprio contributo
ad un progetto davvero innovativo».
Professore, forse Bersani questo suo appello non lo gradirà…
«Temo proprio che sia così…».
Iscriviti a:
Post (Atom)
-
Il senso della sinistra per la fregatura Ho perseverato nell’idea di Europa prima di accorgermi che le idee vanno bene fintantoché è ...
-
di Tonino D’Orazio Renzi sfida tutti. Semina vento. Appena possono lo ripagano. Che coincidenza! Appena la legge anticorruzione app...