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domenica 21 luglio 2013

Intervista a Gallino: Prima il lavoro

di Sara Farolfi da sbilaciamoci.info

Per uscire dalle secche della crisi va riportata in cima all'agenda politica la piena occupazione. Perchè avere un lavoro è più importante che avere un reddito e la perdita del lavoro può infliggere danni maggiori della povertà stessa. Intervista al sociologo Luciano Gallino
Redistribuzione del lavoro e redistribuzione del reddito: è possibile conciliarle? Sul dibattito lanciato da Sbilanciamoci.info sul tema del reddito minimo garantito abbiamo interpellato il sociologo Luciano Gallino, professore emerito, già ordinario di Sociologia, all'Università di Torino.
Lo slogan più diffuso al momento è: più crescita per rilanciare l'occupazione. A parte il fatto che si dice ma non si fa, pensa che sia vero o ritiene che il problema occupazionale abbia anche dei caratteri strutturali non eliminabili da una ripresa del ciclo economico?
In generale si parla di crescita come un tempo si parlava del flogisto, termine medievale che indicava una sostanza imponderabile circolante ovunque e capace di compiere miracoli. Nove persone su dieci, tra quelle che parlano di crescita, non sanno di cosa parlano. Se non corredato di indicazioni precise, infatti, il termine crescita non significa nulla, o addirittura può essere fuorviante perchè per esempio la crescita può essere anche legata all'aumento dei profitti finanziari. Io penso che sia meglio parlare di qualcos'altro, e, per restare alla domanda posta, credo che una misura realistica di buon funzionamento economico dovrebbe essere il tasso di occupazione e quello di attività.
Il dibattito aperto da Sbilanciamoci.info si è polarizzato tra interventi a favore del lavoro di cittadinanza e interventi per il reddito di cittadinanza: quale ritiene che sia, tra le due, la strada da intraprendere?
Privilegerei la creazione di occupazione diretta. Riportare in cima all'agenda politica la prassi e l'idea di piena occupazione è una questione prioritaria. Il fatto è che la terminologia stessa di “piena occupazione” è stata rimossa dall'ideologia neoliberale. A partire dal dopoguerra, e per i primi vent'anni, il concetto è stato in primo piano, poi è scomparso. Persino nel Trattato Europeo l'espressione “piena occupazione” ricorre una sola volta e non come fine statutario ma come esito auspicabile di mercati efficienti. È paradossale. Detto questo, una prassi di piena occupazione non collide con un progetto di reddito di base, ma va detto che le due cose hanno due pesi differenti perchè avere un lavoro è più importante che avere un reddito e la perdita del lavoro, in termini tanto sociali quanto personali, può infliggere danni maggiori della povertà stessa.
Pensa che la proposta di legge di iniziativa popolare sul reddito minimo garantito, consegnata alla Camera il 15 aprile, abbia buone probabilità di aprire una strada diversa alla tutela del reddito in Italia?
Ne dubito molto, anche perchè il governo in carica è un governo di destra che applica le indicazioni, di destra, che provengono da Bruxelles, e più in generale dalla Trojka. Una proposta di legge di questo tipo difficilmente potrà trovare ascolto e spazio. A mio avviso uno degli aspetti più interessanti della legge è il riordino delle prestazioni assistenziali. La sostituzione della dozzina di prestazioni, oggi previste, con un unica forma di sostegno al reddito potrebbe avere un effetto positivo e sarebbe auspicabile. Naturalmente questa unica forma di sostegno al reddito dovrebbe avere un carattere universale ma variabile in base ai livelli di reddito e alle condizioni familiari, come previsto anche dalla proposta di legge.
Chiedere interventi per un “lavoro di cittadinanza” significa porre come obiettivo di politica economica la creazione di nuovi posti di lavoro da parte dell'amministrazione pubblica per ottenere una “piena e buona occupazione”, cosa ne pensa?
Preferisco parlare, come ha fatto recentemente anche la Commissione Europea, di job guarantee. E se persino la Commissione europea scopre la “piena occupazione” forse è segnale che è arrivato il momento di fare qualcosa.
Chiedere un reddito minimo garantito significa fissare di fatto un salario minimo al quale il soggetto beneficiario è disposto a prestare il suo lavoro. Non costituirebbe un argine ai processi di precarizzazione del mondo del lavoro?
Nutro molti dubbi in proposito perchè i rapporti di lavoro precari non riguardano l'entità della retribuzione ma la possibilità di usare il lavoro esattamente come si usano ricambi e componentistica nei servizi. Il principio che si è affermato prima nella produzione e poi nel mercato del lavoro è quello del “giusto in tempo”. La flessibilità è figlia di questa idea e non penso che pagando qualcosa in più o in meno le cose possano cambiare. È sull'organizzazione complessiva della produzione che bisogna intervenire.
Cosa pensa di proposte che vogliono connettere la redistribuzione del reddito nella forma di una garanzia universale e una redistribuzione del lavoro attraverso l'espansione di forme contrattuali a tempo ridotto?
Penso che siano linee di difesa di secondo e terzo piano, mentre oggi sarebbe meglio concentrarsi su quelle di primo piano. Negli ultimi trent'anni abbiamo assistito a una gigantesca redistribuzione del reddito dal basso verso l'alto: questa è un'enorme questione politica che andrebbe affrontata attraverso gli strumenti legislativi, il potenziamento dei sindacati e del contratto nazionale.
Pensa che politiche di sostegno al reddito come quelle di cui abbiamo parlato siano sostenibili o che richiedano una rimodulazione della politica fiscale nel suo complesso per il loro finanziamento?
Una rimodulazione delle politiche fiscali sarebbe comunque necessaria perchè, come ho detto, le politiche fiscali hanno ridotto le entrate e favorito soprattutto l'aumento delle disuguaglianze. Però è necessario fare due conti: con 15 miliardi di euro si potrebbero creare posti di lavoro, in un anno, per 1 milione di persone, mentre destinando la stessa somma al reddito garantito non si coprirebbe una popolazione altrettanto numerosa e non si avrebbe quell'effetto moltiplicatore sull'economia che il creare occupazione produce.

martedì 12 febbraio 2013

Il reddito minimo garantito. Tutto quello che non si è mai detto


Un articolo del 2008, ma vale la pena di rileggerlo

di Gianni Perazzoli, da MicroMega 3/2005

1. Italiani/europei. Quello che sto per raccontare potrebbe suonare a molti incredibile. In Gran Bretagna a partire dai 18 anni chi non ha un lavoro e non ha risparmi per più di 12.775 euro ha diritto all' Income-based Jobseeker's Allowance, a circa 300-350 euro mensili per un periodo di tempo illimitato . A questa cifra si devono aggiungere l'affitto dell'alloggio (Housing Benefit) e tutta una serie di assegni per i figli. In Francia, invece, per avere diritto al Revenu minimum d'insertion (Rmi) bisogna aver compiuto 25 anni (non si applica la condizione dei 25 anni per i disoccupati con figli). Il Rmi prevede (nel 2005) l’integrazione del reddito a 425,40 euro mensili per un disoccupato solo, che diventano 638,10 euro se in coppia (proprio così, laicamente: couple); 765, 72 se la coppia ha un figlio, 893,34 per due figli e 170, 16 euro in più per ogni altro figlio. Una coppia con tre figli arriva quindi ad avere più di 1.150 euro di Revenu minimum d'insertion.
Nel nostro paese non si è mai saputo bene che cosa sia nella realtà dei paesi europei il reddito minimo. Non siamo consapevoli di rappresentare (in compagnia della Grecia) un'eccezione in Europa. Se ci fosse stata una volontà di occultamento di questa realtà, essa non avrebbe potuto raggiungere meglio il suo obiettivo. Ciò che in Europa è il minimo, la base, il punto di partenza, da noi costituisce l’oggetto di indagini sociologiche: ciò che dovrebbe costituire il punto di partenza di un programma di sinistra (che voglia proporsi almeno di recuperare il tempo perduto) rimane ancora da noi una realtà avvolta nelle ombre di un iperuranio di provincia.
Il reddito minimo è un sussidio riconosciuto a tutti come diritto soggettivo: ne beneficiano coloro che non hanno un lavoro o hanno un reddito basso. In Germania la riforma restrittiva introdotta nel 2005 indica che tra 16 e i 65 anni si può disporre dell'Arbeitslosengeld II di 345,00 euro al mese. In più i costi dell'affitto e del riscaldamento (Miete und Heizkosten). Riporto un esempio preso direttamente da un fonte ufficiale tedesca. Una famiglia composta da due figlie di 12 e 14 anni, nella quale il padre è disoccupato e la madre ha uno stipendio da un lavoretto part-time di 750 euro lordi e le due figlie 308 euro al mese di Kindergeld (che è un versamento che riguarda i figli), è considerata dalla riforma bisognosa di un incremento di reddito. Fatti i dovuti calcoli, questa famiglia ottiene un'integrazione del salario che la porta a disporre complessivamente di 1665 euro al mese netti .
Se questi dettagli sono poco noti, più noto è invece il racconto del rovinoso tramonto dello stato sociale europeo. Anche perché legioni di novelli Oswald Spengler, vedendosi troppo stretti nel ruolo di giornalisti, non perdono occasione per dimostrare il loro straordinario orecchio per ogni possibile accenno di Untergang : di declino, di decadenza. Di nuovo però ci si limita a rimanere nel generico, ai grandi scenari, e si trascurano i dettagli. Che però sono interessanti. Ad esempio, dopo la riforma restrittiva del 2005, i disoccupati tedeschi di lungo periodo non hanno più – in aggiunta al normale sussidio - i soldi per i mobili e per i vestiti. Non potranno neanche più usufruire del sussidio all'estero senza una ragione attinente alla ricerca di un lavoro (non possono andare, in altre parole, in vacanza con il sussidio).
Di qui la domanda spontanea: disoccupazione e precarietà significano la stessa cosa in Francia (o in Portogallo) e in Italia?
In Italia non solo non c'è niente di simile, ma – fatto questo da non sottovalutare – qui da noi riesce a molti già difficile credere a quanto appena letto. Gli increduli non si rattristino, ci siamo passati tutti: questo è il genere di informazioni più trascurate in assoluto dai nostri media. Così ci riesce difficile credere che in Spagna Zapatero progetti di portare il salario minimo interprofessionale a 600 euro per 14 mensilità, ma non facciamo alcuna difficoltà a credere che da noi si possa lavorare «regolarmente» in un call center per soli 300 euro mensili (o addirittura, come dimostra un'inchiesta del Manifesto, per 100 euro). Come si è potuti arrivare a questo?
A proposito di telefoni: in Francia, se siete disoccupati, «vous bénéficierez de la réduction sociale téléphonique» . Réduction sociale téléphonique? La «riduzione sociale sul telefono». Cielo! Ma questo, non sfugge a nessuno, che è linguaggio da centro sociale, da no global: possibile che i francesi siano giunti a tanto? Il loro welfare prevede non solo il fatto, ma persino l'espressione «riduzione sociale». Che rozzezza! E pensare che noi li immaginavamo dediti ai profumi e alla moda. La giustificazione addotta è che il disoccupato non deve isolarsi: il telefono gli serve anche per trovare un lavoro. Cari amici francesi, vi prendete troppo sul serio!

2. Un ritardo surreale. Agli increduli si prepara però un nuovo colpo. Non è da oggi o solo da ieri che il reddito minimo garantito è una realtà per la Gran Bretagna, la Germania e i Paesi scandinavi. Basti dire che Eric Hobsbawm sostiene nel Secolo breve che il reddito minimo avrebbe avuto un ruolo nel rendere i soldati inglesi più attaccati alla loro patria e dunque anche più combattivi.
In forza di questa lunga tradizione, inoltre, e a dispetto del luogo comune del tramonto del welfare europeo, già nel lontano 24 giugno 1992 l'«Europa» aveva invitato gli Stati membri ad adottare il reddito minimo nei loro sistemi di welfare. Ma la questione, in Italia, non è mai assurta veramente alla dignità del pubblico dibattito. Questo fatto suscita stupore nello stupore. Una cosa infatti è nominare di sfuggita il reddito minimo d'inserimento, un'altra è spiegare bene che cosa è in Europa il reddito minimo d'inserimento. La raccomandazione 92/441 Cee sulla Garanzia minima di risorse impegnava già nel 1992 tutti gli stati membri ad adottare delle misure di garanzia di reddito come un elemento qualificante del modello di Europa sociale. Si apprende così che non c'è dunque solo Maastricht (e i fondi europei gestiti a pioggia). Ma vai a saperlo! Un'accelerazione di questa politica di sicurezza c'è stata nel 2000 con il vertice di Lisbona e di Nizza. Tanto per capire: anche il Portogallo e la Spagna hanno seguito la direttiva, mentre inadempienti sono rimaste l'Italia e la Grecia. E questo nonostante il fatto che, secondo un'indagine del Censis, ben il 93% degli italiani si dichiara favorevole ad «attivare un meccanismo di integrazione del reddito per disoccupati e percettori di bassi redditi» .
Molti non sanno che in Italia si è sperimentato una specie di reddito minimo d'inserimento in pochi comuni del Nord e in alcune zone della Campania. La sperimentazione ha avuto inizio con il governo Prodi, ed è stata interrotta dal governo Berlusconi. Solo in alcune zone della Campania è stata proseguita da Bassolino con i mezzi della Regione . Ma insomma, piccoli passi.
La Francia è arrivata molto in ritardo al reddito minimo rispetto all'Inghilterra o alla Germania: lo ha adottato "solo" a partire dal 1 dicembre 1988. Mitterand in persona ha presentato solennemente alla nazione francese l'adozione del Revenu minimum d’insertion social con una manifestazione alla Sorbonne, ad indicare il coinvolgimento del mondo intellettuale nella conquista di questo istituto . Da noi, quasi vent'anni dopo, se ne parla ancora tra addetti ai lavori. Un’inchiesta approfondita di carattere sociologico dovrebbe far luce sulle ragioni della perplessità italiana verso il reddito minimo. È possibile stilare una specie di casistica delle reazioni e delle obiezioni ricorrenti in Italia una volta che si sia posti di fronte a questa realtà. Dopo la meraviglia (la meraviglia davanti a una realtà condivisa da milioni di persone oltre le Alpi), la tendenza di solito è quella di ridurre l'ignoto al noto. Questa attitudine spontanea suggerisce sistematicamente di attribuire all'Italia una serie di difetti e problemi strutturali che renderebbero da noi impossibile qualcosa come il Rmi. Non ce lo meritiamo! Chi andrebbe più a lavorare? Oppure: aumenterebbe il lavoro nero! Ci dovrà pure essere, si pensa, una qualche Ragione Fondamentale che spieghi perché non si è adottato anche da noi il reddito minimo. È in sé, infatti, talmente poco credibile che possa non essere stata tenuta nel debito conto l'esperienza che hanno fatto gli altri paesi europei di problemi come la disoccupazione e la precarietà - che da noi sono gravissimi - che è comprensibile che si cerchi una Giustificazione.
Eppure, l'esperienza più che decennale degli altri paesi rimane come imbrigliata tra le vette alpine, e non riesce ad arrivare fin qui. Quello che si dice è poco, non ha colore né concretezza. L'idea che filtra da noi è che si tratti di misure dirette a contrastare la povertà, l'esclusione sociale. E qui immaginiamo, credo, delle situazioni limite: barboni, senza tetto. Per qualche oscura ragione non si distingue con chiarezza che il carattere universalistico di questi sussidi si rivolge per principio a tutti. Ma in Italia sembra quasi che solo con la giustificazione del soccorso dei poveri si possa accettare l'idea del reddito minimo. Le ragioni sono invece più complesse. Il reddito minimo è una delle ragioni che emancipa molto presto i figli dalle loro famiglie in molti paesi europei. I figli della mia padrona di casa in Inghilterra se ne andarono di casa raggiunti i 18 anni con il loro bravo reddito minimo. E la madre non se la passava affatto male: aveva un bel lavoro e una bella casa in uno dei migliori quartieri di Bristol. Certo, è vero, i suoi figli erano "poveri", come sono "poveri" però la maggioranza dei diciottenni. Basterebbe riflettere sul fatto che hanno diritto al reddito minimo, in Gran Bretagna – come già detto - coloro che, oltre a non avere un lavoro, non superano i 12.775 euro di risparmi per capire che la parola "povertà" è equivoca. In Germania, come in Svezia, il 50% di coloro che ricevono il reddito minimo sono giovani sotto i 21 anni .
Una delle ragioni della freddezza italiana verso il reddito minimo è l'idea (diciamolo, detestabile e ridicola) che l'assistenza debba provenire dalla famiglia. In Inghilterra, invece, oltre al Child Benefit, «which is paid to parents», esiste l'Education Maintenance Allowance, il cui aspetto affascinante è di non essere un sussidio versato ai genitori ma ai figli, «direct into the students own bank account», nel loro conto bancario . In ogni caso, però, pur con tutta la nostra dedizione alla famiglia, noi spendiamo la metà di quanto spendono gli altri per la famiglia. In Francia le coppie (che lavorino o meno) con almeno due figli hanno diritto alle Allocations familiales: 115 euro al mese; con tre figli gli euro diventano 262 e se i figli sono più di tre a questa cifra vanno aggiunti 147 euro (per ogni figlio in più). Per quanto tempo? Fino al compimento del ventesimo anno di età. Come si ottiene il sussidio? Non occorre fare domande. Viene versato automaticamente. La Prestation d'accueil du jeune enfant (Paje) è invece un aiuto pensato per ogni nato, ma anche per ogni bimbo adottato o «accolto in vista dell'adozione»: varia da 138 a 211 euro. Per la baby sitter sono previsti altri soldi. Poi c'è la Allocation de rentrée scolaire: è concessa a chi non supera un certo reddito (16.726 euro l'anno per un figlio; 20.586 euro per due figli; 24.446 per tre figli). Ammonta a 257, 61 euro ed è versata a fine agosto per tutti i ragazzi che vanno a scuola. Serve per comprare libri, colori e quaderni. Anche per quanto riguarda l'affitto in Francia la condizione per usufruire dei contributi è che l'appartamento sia «decente e abbia una superficie minima, proporzionata al numero degli occupanti». Mancando queste condizioni, il disoccupato o chi ha un reddito basso, perde il diritto alla sovvenzione. Se poi si decide di ristrutturare il proprio alloggio, sia che si sia proprietari sia che si sia inquilini, si ha diritto al Prêt à l'amélioration de l'habitat, un prestito statale.
Persino con Margaret Thatcher al governo, il reddito minimo funzionava senza problemi. Questo lascia capire quanto bisogno abbiamo noi di "cose di sinistra", se persino al tempo della Thatcher - almeno rispetto a queste questioni - gli inglesi stavano meglio di noi oggi. Non so quanti tra noi si rendano conto del fatto che la nostra situazione è imparagonabile a quella inglese, o francese, tedesca … perché è tra le peggiori in Europa: lo dice Eurostat. Da noi si trovano insieme questi fattori: maggior divario tra i redditi, maggior numero di disoccupati e precari, assenza totale di reddito minimo, affitti delle case alle stelle. Alla mancanza di un confronto positivo con gli altri sistemi europei ha contribuito anche un limite ideologico della sinistra italiana che si è trasformato in un limite cognitivo. La sinistra non poteva registrare dei fatti positivi in sistemi di cui si pensava comunque come alternativa. Ulteriore conseguenza è che, all'interno di queste analisi e delle relative categorie, tutte le vacche sono diventate nere: e si è persa l'individualità, l’assoluta specificità, del caso italiano.

3. Differenza tra indennità e reddito minimo d'inserzione sociale. Per non incorrere in equivoci e nelle trappole del gioco delle tre carte occorre distinguere indennità di disoccupazione e reddito minimo. Per il nostro discorso non interessa l'indennità di disoccupazione a favore di chi aveva un lavoro e lo ha perso, che esiste anche in Italia, ed è finanziata dai contribuiti sociali. Interessa, invece, il reddito minimo d'inserzione, che è finanziato nei paesi europei dalla fiscalità generale, e che in Italia non esiste.
La differenza è enorme. L'indennità di disoccupazione è un'assicurazione. Sicché, è vero che è prevista anche in Italia, ma attenzione: solo i lavoratori più «tipici» se la possono permettere, perché solo questi versano i contributi necessari. I precari, i lavoratori cosiddetti «atipici», coloro che ne avrebbero dunque più bisogno, non hanno, invece, alcuna indennità. Inoltre, l'indennità di disoccupazione dura (solo da pochissimo) un anno, dopo di che buona fortuna. Al contrario in Europa, il reddito minimo copre sia chi non ha ancora un lavoro sia chi ha perso il lavoro e non ha diritto all'indennità o perché l'ha esaurita o perché non ha versato i contributi. Nel Regno Unito la distinzione è chiara già nei nomi delle due diverse prestazioni: Contribution-based Jobseeker's Allowance per l'indennità di disoccupazione e Income-based Jobseeker's Allowance per reddito minimo garantito. Per la stessa ragione esiste l'Income support che è previsto, però, per chi lavora meno di 16 ore a settimana . Queste forme di sostegno del reddito, naturalmente, sono illimitate nel tempo.
Per avere l'indennità di disoccupazione in Italia occorrono almeno due anni di contributi, oppure 52 contributi settimanali negli ultimi due anni. In Francia per aver diritto all'indennità è necessario aver lavorato almeno 6 degli ultimi 22 mesi. L'ammontare dell'indennità viene stabilito con una media della retribuzione degli ultimi 12 mesi, secondo un sistema che salvaguarda i redditi più bassi. La durata dell'indennità varia da un minimo di 7 mesi ad un massimo di 60. A ciò si aggiungono circa 10 euro fissi al giorno, in determinate circostanze.
In Germania l'indennità di disoccupazione si chiama Arbeitslosenhilfe. Viene calcolata in base al netto dell'ultimo stipendio (il 60% e con figli il 67%), e non è una voce soggetta a tassazione. Fino al 2002 si aveva diritto alla sovvenzione dell'Arbeitslosenhilfe anche con un'occupazione di sole 12 ore alla settimana. Sarà sopravvissuta alla riforma restrittiva questa opportunità? Diciamo che per noi cambia veramente poco. La durata dell'indennità di disoccupazione varia dai 6 ai 32 mesi (per chi ha 57anni). Ma a partire dal 31.01 06 si porterà a 12 mesi con un massimo di 18 mesi per chi ha più di 55 anni. Dopo questi 12 mesi gli Arbeitslosen tedeschi dovranno accontentarsi dell' Arbeitslosengeld II che di fatto è illimitata. Naturalmente, queste leggi si applicano anche agli stranieri che risiedono in Germania con regolare permesso di soggiorno. I siti ufficiali hanno immancabilmente apprestato delle spiegazioni per loro, traducendo la normativa in chiari punti in italiano, arabo, turco .
Un altro capitolo importante riguarda le condizione per ricevere il reddito minimo. Il disoccupato è aiutato a condizione che voglia lavorare in futuro. Ora c'è un problema che noi non ci poniamo. In Europa succede che il disoccupato possa ricevere delle offerte di lavoro addirittura dall’ufficio di collocamento. Non deve sfuggire un fatto essenziale: in queste nazioni imprevedibili e bizzarre, gli uffici di collocamento sono molto efficienti.
Ora la cosa essenziale è notare che il lavoro in ogni caso deve essere conforme alle qualifiche del lavoratore e può essere rifiutato senza perdere i vari sussidi qualora non rispondesse a queste qualifiche e se non rientrasse in determinati requisiti che sono definiti per legge. Ad esempio, se è troppo lontano dal proprio luogo di residenza. In Danimarca, a proposito di modello nordico, i disoccupati di lungo periodo hanno l'obbligo accettare il lavoro che l'ufficio di collocamento trova per loro, pena la progressiva diminuzione del sussidio.

4. Assenza dal dibattito pubblico. Lo si è detto, stupisce che una questione di grande rilevanza, come è, senza dubbio, quella del reddito minimo, non sia già da tempo un tema di pubblico dibattito e di pubblico dominio, ma rimanga un argomento confinato alle analisi sociologiche. Stupisce che la frase "il mercato del lavoro richiede oggi flessibilità" non si completi automaticamente con "e un reddito minimo garantito, come in tutti gli altri paesi europei". Insomma, è un fatto politicamente rilevante che in Italia non sia abbia una rappresentazione adeguata di che cosa sia il reddito minimo in Europa. C'è poco da girarci intorno. È solo colpa dei mezzi di comunicazione di massa? Da quando, vent'anni fa, feci esperienza diretta di queste cose vivendo in Inghilterra, ho avuto sempre l'impressione che in Italia si vivesse chiusi in una sorta di realtà parallela incomunicante con il mondo circostante. Curiosamente, sappiamo tutto delle bizzarrie della monarchia inglese, grazie ai "gustosi" servizi dei tg nazionali: caccia alla volpe, monellate dei principotti, matrimoni e tradimenti, diari e scandali. Non interessa invece il fatto che, mentre disoccupazione e precarietà in Italia sono prive di una reale copertura che non sia la famiglia, in Inghilterra chi non lavora, chi ha un reddito basso, o anche solo un diciottenne con la chitarra in mano, viene spesato anche dell'affitto della casa.
Eppure, ben lungi dall'essere una fantasia di utopisti, il reddito minimo funziona piuttosto bene in Europa: tant'è vero che il problema della disoccupazione non è più, in queste remote nations of the world, quello dell'indigenza, ma quello di ridurre il rischio (comunque molto limitato) costituito dalla cosiddetta "trappola assistenziale" che spinge alcune persone a rimanere nell'assistenza piuttosto che a lavorare. Molti studi hanno però dimostrato l'ovvio, e cioè che in linea di massima rimangono nell'assistenza coloro che avrebbero avuto comunque bisogno di assistenza .
Ma il vero vantaggio del reddito minimo è che permette di ridurre il condizionamento della disoccupazione nella scelta del proprio futuro lavorativo. Il reddito minimo permette di guardare al lavoro sotto una prospettiva che è più legata alla scelta, che non alla necessità. Il problema del lavoro tende – in linea di massima - a riguardare più il ruolo sociale, l'aspirazione individuale che non la ricerca del pane quotidiano. Non è detto che una persona debba voler far il cameriere o l'operaio, a vita fino alla pensione. Una maggior mobilità unita a garanzie sicure può essere, almeno per qualcuno, un'occasione di migliorare la propria posizione. In Italia invece il mezzo (il lavoro) diventa il fine. Ed ecco la paradossale locuzione dei cosiddetti lavori “socialmente utili” oppure le più banali assunzioni clientelari. Il lavoro tende a confondersi con il welfare. È un errore dunque minimizzare l'assenza tutta italiana del reddito minimo come una banale diversità di interpretazione dello stato sociale. Questa mancanza sembra rivelare qualcosa di più importante, qualcosa che affonda le radici nell’impianto sociale e politico del nostro paese, ne rispecchia il carattere autoritario e clientelare, lontano da un modello anche solo “liberale”.
L'introduzione del reddito minimo non si scontra con insormontabili limiti economici. Lo dimostra il fatto che molti paesi lo adottano. Per certi versi (e sorvolando sulle differenze sul modo di intenderlo) il reddito minimo mette d'accordo economisti molto diversi tra loro. L’economista neoliberista e premio Nobel Milton Friedman ha sostenuto con forza negli Usa, oltre alla celebre «riduzione delle tasse», anche l’opportunità dell’introduzione del reddito minimo, portando dalla sua parte molti economisti. Dall'altra parte, però, sostenitore del reddito minimo è stato anche l’economista neokeynesiano, anch’egli premio Nobel, James Tobin. In Italia Tito Boeri è spesso intervenuto a sostegno dell’introduzione del reddito minimo nel nostro paese. Da un punto di vista filosofico Antonio Negri nel suo Impero ha sostenuto la fondatezza del reddito garantito in senso universale basandosi però ancora su un’idea di retribuzione (per un lavoro svolto ma non riconosciuto). Per il filosofo ed economista Philippe van Parijs (belga ma attualmente professore ad Harvard) e per il nutrito gruppo di economisti e intellettuali di ogni nazione europea riuniti nel BIEN, si dovrebbe andare addirittura oltre gli attuali sussidi di disoccupazione . Il Basic income, da riconoscersi a tutti, ricchi e poveri, occupati e disoccupati, vale semplicemente come principio di garanzia di libertà - della libertà di passare il tempo a fare il surf sulla spiaggia di Malibù come della libertà di lavorare. Per quanto possa sembrare strano, secondo van Parijs, questa soluzione costerebbe addirittura meno dell’attuale sussidio di disoccupazione ed eviterebbe il rischio della cosiddetta «trappola assistenziale», perché lavorare non significherebbe rinunciare al sussidio . La proposta del Basic income non può apparire nella sua giusta luce se non si tiene presente la realtà dei sussidi di disoccupazione in Europa. Il Basic income è per certi versi figlio dei sussidi di disoccupazione, ne rappresenta l'evoluzione, la radicalizzazione del principio. Si pensi per esempio al fatto che in Austria il reddito minimo è considerato chiaramente un diritto soggettivo . Naturalmente il dibattito teorico sul reddito minimo è molto ampio e complesso (ma qui non è questo che interessa): un altro punto di vista sulla questione è, ad esempio, quello di André Gorz .

5. L'etica protestante e lo spirito del welfare. L'idea dominante da noi è che in tema di welfare nessuno possa fare miracoli, con l'eccezione di alcuni paesi alieni, come la Danimarca, la Svezia, la Norvegia. Così, paradossalmente, l'esperienza scandinava ha avuto da noi l’effetto di nascondere tutto quello che avveniva nel resto d’ Europa. Gli scandinavi fanno miracoli, il resto del mondo è invece come noi. Proprio l’eccezionalità ha finito per suggerire che non sono paesi il cui esempio possa essere seguito. Sì è vero, hanno tante belle cose : ma sono pochi, hanno più risorse, sono protestanti e via discorrendo. Si tratta, come ricorda ad esempio Michele Salvati (MicroMega, 1/05 p. 48), di «paesi piccoli, socialmente molto omogenei, di cultura protestante, e con sindacati e partiti molto robusti, esempio di un modello 'neo-corporativo', (e dunque di élite colluse e autoreferenziali) di cui i politologi fecero un gran parlare alcuni anni addietro». Capisco il senso. Tuttavia, per autoreferenzialità neocorporative e collusioni partitiche noi non siamo da meno a nessuno, anche senza il welfare dei danesi. Il problema è che, indipendentemente dalla risposta che si possa dare al ruolo del protestantesimo nell’efficienza dello stato sociale, ad essere più avanti di noi non sono solo gli alieni scandinavi. L'Argomento demografico («sono pochi, dunque ricchi»); l'Argomento antropologico («i nordici sono rigidi, onesti e democratici per natura»); l'Argomento svizzero o elvetico («sono paesi chiusi che consumano in beata e piccina autarchia, misteriose risorse di cui solo loro dispongono») crollano di fronte alla Francia, alla Germania, alla Gran Bretagna, alla Spagna, al Portogallo, all'Austria. Crollano di fronte alle raccomandazioni inascoltate dell'Unione Europea. Anche l'Argomento autodenigratorio, semplice variante dell’Argomento antropologico («figurarsi in Italia che cosa succederebbe con il reddito minimo, nessuno lavorerebbe più o tutti lavorerebbero al nero»), vacilla se si considera che il reddito minimo è molto più trasparente delle pensioni di invalidità. E caso mai il discorso va rovesciato: proprio in un paese dove, come si dice, «la mafia trova lavoro», sarebbe opportuno asciugare il disagio sociale. Proprio in un paese disinibito al voto clientelare, sarebbe opportuno, contro le soluzioni discrezionali, fissare come diritto soggettivo il reddito minimo. Del resto è un discorso vecchio come il cucco. Il reddito minimo renderebbe gli individui meno dipendenti e più liberi: più liberi anche dai condizionamenti prodotti dalle nostre élite autoreferenziali a caccia di clientele e collusioni. Tra l'Eccezione nordica e l'Italia c'è un terreno intermedio: ed è a questo terreno intermedio che fa riferimento Jeremy Rifkin a proposito del Sogno europeo.
Nonostante si sia disposti a credere il contrario, l'Italia spende meno degli altri paesi in welfare. Non sempre i sistemi dei diversi paesi sono comparabili, ma un'idea generale i numeri la danno comunque. Secondo Eurostat l'Italia è tra i paesi Ue che dedicano meno risorse alla protezione sociale. In media, nel 2001 i Quindici dedicavano il 26,5% del proprio prodotto interno lordo (Pil) alle spese per la protezione sociale; percentuale che in Italia scende al 24,5% (undicesimo posto nell'Ue a 15). Il livello massimo si registra in Svezia (30,3%) ed il minimo in Irlanda (14,6%). L'Italia è in assoluto il paese che dedica la maggior parte delle risorse destinate alla protezione sociale alle pensioni (62,2% contro il 46,5% della media europea), ed è invece nelle ultime posizioni per la percentuale di risorse assegnate alle famiglie (4,1% contro 8%), ai disoccupati (1,6% contro 6,3%) e alle due funzioni alloggio ed esclusione sociale (complessivamente, 0,3% contro 3,6%).
Quante volte si è chiacchierato del problema del costo degli alloggi? Qui veramente i numeri parlano da soli. L’Italia spende un ridicolo 0,1%, mentre la Francia spende il 3,1% e l’Inghilterra il 5,5. Potrebbe far riflettere che a Portici c’è una densità di 13.322 abitanti per chilometro quadrato mentre a Hong Kong è di 6.314 . Proviamo a indovinare dov'è il problema?
Una società più giusta funziona anche meglio. Non è meno competitiva, ma più competitiva. Più giustizia (meglio che la Giustizia) coincide con più libertà. Lo dimostra anche il reddito minimo. In Europa chi non lavora temporaneamente può permettersi di aspettare, di cercare, di studiare e alla fine di trovare un lavoro più gratificante di quello che ha perduto. Il reddito minimo prefigura in questi paesi un rapporto con il lavoro diverso da quello a cui siamo stati abituati. La precarietà diventa anche un modo per guardarsi intorno e per scegliere. È una realtà della quale potrei portare molti esempi di amici e amiche francesi o inglesi … C'è chi con il reddito minimo ha potuto investire del tempo per la preparazione del concorso per insegnare nella scuola; chi ha potuto affrontare le incertezze della precarietà che comporta la carriera accademica. «Le Rmi» non ha permesso un periodo di vita nel lusso, ha però concesso loro il lusso di scegliere la propria vita. Al contrario, potrei fare il caso di una giovane studiosa italiana di manoscritti medievali, molto promettente, che oggi lavora come vigile urbano. A 28 anni, Guido partì per l'Inghilterra con alle spalle un corso di laurea in lettere non terminato e davanti il modesto progetto di imparare l'inglese per poi, forse, tornare in Italia. A 28 anni le opportunità gli sembravano (a torto) ristrettissime. Dopo aver studiato l'inglese in un bel college, pagando una quota ridotta del 75% in quanto disoccupato, si iscrisse all’università di Bristol. Gli riuscì poi di fare quello che in Italia non era riuscito a fare: laurearsi. E non solo. Lo lasciai che studiava l'inglese, lo ritrovai 15 anni dopo che insegnava all'università. 



domenica 10 febbraio 2013

Monti forever? L’antidoto c’è…si chiama Ingroia.

di Fabio Marcelli da ilfattoquotidiano


A due settimane dal voto il popolo italiano sembra essere precipitato nel peggiore degli incubi. Nonostante anni di sacrifici (tanti) e di lotte (insufficienti) pare che la scelta sia fra un ritorno di Berlusconi che con le sue false promesse parrebbe far breccia nel cuore degli Italiani o, nella migliore degli ipotesi, una riconferma del tristo mietitore portavoce della finanza Monti.
Si tratta in realtà di due ipotesi che si rafforzano a vicenda. Se è infatti impossibile che Berlusconi prenda la maggioranza, il suo recupero gli consentirà di esercitare un potere di ricatto che renderà inevitabile il ritorno di Monti con appoggio bipartisan.
Va detto però chi è il responsabile di questa morsa nella quale siamo finiti. Si tratta di Pierluigi Bersani e dei suoi coadiutori di destra (Renzi, Letta junior, ecc.) e di sinistra (Vendola). E’ infatti di straordinaria piattezza la campagna elettorale di Pd-Sel, del tutto incapace di parlare al Paese e ai suoi problemi reali, pur di fronte a un momento di estrema crisi come quello che stiamo vivendo attualmente. Perché mai un operaio, un disoccupato, un pensionato, un giovane senza prospettive dovrebbero votare Pd-Sel, guidati da un leader che ha avuto come proprio bersaglio, nel corso della sua ultradecennale carriera politica, solo i tassisti. E riuscendo a perdere la propria battaglia perfino con loro. Perché mai chi sta pagando sulla sua pelle il prezzo della crisi dovrebbe riconfermare la sua fiducia a chi nell’ultimo anno e mezzo ha appoggiato in Parlamento le peggiori misure antipopolari e si dichiara pronto a convergere con Monti sotto l’egida del fiscal compact europeo che costituisce la base dell’attuale recessione?
E’ in questa situazione di scoramento della gente che si inserisce la furbesca campagna del redivivo Berlusconi che si traveste da antieuropeo e si scatena in proposte fantasiose. Si tratta di un pagliaccio, è evidente. Ma di fronte al nulla di Bersani anche il pagliaccio Berlusconi rischia di trovare credibilità in settori disorientati e preda dell’analfabetismo politico e sociale di ritorno che sta imperversando nel nostro Paese. Eppure forse non tutto è perduto. Esiste un antidoto per questo veleno. Si chiama Rivoluzione Civile
I venti o trenta deputati di Rivoluzione Civile che si accingono ad entrare in Parlamento potranno in effetti costituire la pattuglia su cui far convergere tutte le forze che non si rassegnano alla lenta ma inesorabile agonia del nostro Paese soffocato da annosi problemi interni e nuovi vincoli europei e internazionali.
E’ possibile fin d’ora varare un programma di massima su cui lottare nel Parlamento e nel Paese, insieme al Movimento Cinque Stelle e ai settori del Pd-Sel che inevitabilmente saranno costretti ad abbandonare Bersani e le sue politiche suicide quando, subito dopo le elezioni, emergerà con ancora maggior chiarezza la sua fin da ora evidente subalternità a Monti e al potere finanziario che rappresenta.
Punti di questo programma sono: 1. No alle grandi opere, a partire dalla Tav; 2. Reddito minimo garantito per disoccupati e studenti; 3. No alla partecipazione italiana ad ogni guerra, sia pure camuffata da missione di pace; 4. Recupero salariale e dei diritti da parte di lavoratori e lavoratrici; 5. Imposta patrimoniale che colpisca pesantemente i ricchi ;6. Apertura di un’inchiesta di massa sul debito pubblico e la spesa pubblica, per individuare il modo di ridurre il primo e qualificare la seconda; 7. Riduzione drastica dei benefici delle caste di ogni genere.
E’ questo il programma che consentirà di liberarci delle tre malefiche C (caste, cricche e cosche) e di rilanciare una politica di sviluppo basata sulle sette benefiche S (salute, scuola, sicurezza, socialità, solidarietà, sovranità, sport). Per un’Italia che sia esempio per tutto il mondo di una nuova possibile strada alternativa. 

sabato 5 gennaio 2013

Mettiamo un reddito garantito nell'Agenda politica


Appello alle associazioni, alle reti, ai movimenti della società civile.
Appello ai candidati ed ai partiti per le prossime elezioni politiche e regionali.
In questa campagna elettorale si è cominciato, ancora con troppa timidezza, a citare il tema del sostegno al reddito, evocato con declinazioni diverse, a volte confuse e spesso contrapposte. Su come e quando il tema del reddito sarà discusso, su come si intende articolarlo, quali saranno i criteri che lo caratterizzeranno nella forma e nella sostanza economica, su come e quando si intende introdurlo non abbiamo ancora dei riferimenti chiari. Per quanto ci riguarda auspichiamo che sia uno dei punti da affrontare entro i famosi primi 100 giorni dell’azione governativa, che sia affrontato come una proposta urgente e necessaria per i cittadini di questo paese.
Circa un anno fa, all’avvio del governo Monti, denunciammo con una lettera aperta intitolata “Fate presto!” (www.bin-italia.org/informa.php?ID_NEWS=315) il rischio di default sociale del nostro Paese. Da allora la crisi sociale si è andata aggravando, gli ultimi dati a disposizione raccontano di un 29.9%  delle persone in Italia a rischio povertà. Non aver preso in seria considerazione il nostro appello a “Fare presto!”, nel quale si indicava il reddito garantito come uno degli strumenti di contrasto alla crisi, ha evidentemente aggravato la condizione sociale di milioni di persone. I furti dei generi di prima necessità nei supermercati sono aumentati, i giovani privi di occupazione ed espulsi anche dal ciclo della formazione sono oltre 2,5 milioni, tra i disoccupati solo 1 su 4 riesce a trovare un lavoro, sempre più spesso precario, entro un anno.
Si aggiunga l'emergere di continui scandali nella gestione delle risorse pubbliche (oltre 60 miliardi di euro il costo della corruzione per la Corte dei Conti), e la perdurante incapacità di agire in modo convincente sul fronte dell'evasione fiscale (l'Agenzia delle Entrate stima circa 120 miliardi annui), così come l’enorme massa di denaro pubblico che finisce in sprechi ed inutili opere o il costo delle spese militari, non ultime quelle per la dotazione di nuovi cacciabombardieri. Il mix esplosivo tra crisi economica e impoverimento di massa da un lato e corruzione e ingiustizie sociali dall'altro, rende sempre meno differibile l'avvio di un'operazione di importante redistribuzione delle risorse. 
La Commissione europea ci esorta da anni a combattere la “segmentazione“ del nostro mercato del lavoro e ci chiede di adottare misure universali di indennità di disoccupazione, oltre che efficienti misure di sostegno al reddito. Risale addirittura al 1992 la prima Raccomandazione in questo senso ed il Parlamento europeo ha adottato nell'ottobre del 2010 una Risoluzione dai toni ancora più netti verso il reddito minimo garantito. E' noto che in numerosi Stati europei si ha la possibilità di accedere ad un sussidio di disoccupazione (in Italia solo il 17,2% di disoccupati riesce a farlo, contro il 94,7% dell’Olanda, il 91,8% del Belgio, il 70,9% della Francia, l’80% della Germania) e sappiamo anche che quando questo termina si ha diritto al reddito minimo garantito con un ammontare medio pari a oltre 600 euro al mese in Belgio o Austria, a 800 euro in Irlanda o in Olanda, senza poi menzionare i livelli di tutela degli ordinamenti scandinavi. E' noto poi che oltre al sostegno finanziario i nostri concittadini europei possono contare sull'accesso ed il sostegno alla casa, ai trasporti, alla cultura o a misure per la famiglia o i figli.
A tale riguardo non sarà certo sfuggita ai candidati di questa tornata elettorale la straordinaria mobilitazione di questi ultimi mesi per l'istituzione di un reddito minimo garantito anche nel nostro Paese (si veda www.redditogarantito.it) con la raccolta di firme per l'adozione della legge di iniziativa popolare sul reddito minimo che ha attivato decine di comitati locali in tutto il Paese.
A ridosso delle elezioni politiche e per i governi di alcune importanti Regioni, riteniamo che a questo tema debba essere data la necessaria priorità e chiediamo che venga urgentemente inserito nelle agende di governo sia regionali che nazionali. Per questo il BIN Italia lancia una campagna dal titolo “il Reddito Garantito nell’Agenda politica” invitando la società civile, i movimenti, le reti e le associazioni, ma anche i candidati alle prossime elezioni sensibili al tema, ad organizzare iniziative pubbliche nei propri territori. Lanciamo un appello ad aprire in ogni territorio un confronto ed una discussione sulla necessità dell’introduzione del reddito garantito nel nostro paese.
Alle associazioni, alle reti ed ai movimenti della società civile chiediamo: di contribuire costruendo iniziative pubbliche nelle quali sollecitare ai candidati dei propri territori di riferimento un impegno a far inserire il tema del reddito garantito nell’agenda politica.
Ai candidati alle prossime elezioni politiche o regionali chiediamo: di prendere parola, di portare in agenda questo tema, di rendersi disponibili a partecipare ad iniziative pubbliche o di organizzare essi stessi incontri pubblici che diano visibilità e risalto alla questione del reddito garantito nel nostro paese.
Vi chiediamo di comunicarci data, ora, città e relatori dell’incontro che intendete organizzare così da consentirci di darne notizia anche sul sito del Bin Italia.
L’Associazione BIN Italia, oltre a garantire la pubblicazione on line delle iniziative si mette a disposizione per supportare – ove sia possibile – con pubblicazioni, materiali, relatori.


Consiglio direttivo del Bin Italia


giovedì 5 luglio 2012

Reddito minimo garantito: aderisci, sostieni, diffondi, firma!


BIN Italia


Una serie di associazioni, movimenti, realtà sociali, comitati sta lanciando una campagna per la proposta di una legge di iniziativa popolare sul reddito minimo garantito in Italia che avrà come termine dicembre 2012. E’ arrivato il momento, non più rinviabile, affinché una proposta di legge sul reddito minimo garantito venga inserita nell’agenda politica di questo paese. I numeri che ogni giorno vengono presentati dagli enti di statistica e di ricerca racconta di un paese sull’orlo del disastro sociale, un default sociale che sta dimostrando con sempre maggiore chiarezza la necessità di una nuova politica redistributiva e l’importanza, cosi come richiamato in molti testi e risoluzioni europee, della misura del reddito minimo garantito. E’ necessario definire, prima di tutto per il riconoscimento della dignità umana, una base economica sotto la quale nessuno deve più stare! Il reddito minimo garantito non è più rinviabile! Il reddito minimo garantito è un argine contro la ricattabilità, il lavoro nero, il lavoro sottopagato e la negazione delle professionalità e della formazione acquisita. Significa in buona sostanza non vendersi sul mercato del lavoro alle peggiori condizioni possibili. Da argine può diventare un paradigma per la costruzione di un welfare che includa e promuova, garantisca autonomia e libertà di scelta. Siamo tra i pochissimi Paesi europei – oltre a noi solo la Grecia – a non avere alcuna forma di tutela e sostegno al reddito. Lontani anche dall’articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. E’ necessario anche per questo dare vita ad una ampia coalizione che faccia propria la campagna e che si costruiscano in tutto il paese iniziative, dibattiti, momenti di comunicazione ed informazione, adesioni e soprattutto firme che permettano, da qui a dicembre 2012, la presa di parola di decine di migliaia di persone che pongano il tema del reddito minimo garantito come uno dei temi principali per la fuoriuscita dalla crisi. E’ necessario per questo che le adesioni aumentino, che nascano comitati per il reddito minimo garantito, che le forze sociali, politiche, sindacali prendano posizione e si attivino affinché questa campagna diventi uno dei punti nodali non solo dell’iniziativa pubblica ma che ponga con forza su cosa si debba fondare il contrasto alla crisi sociale che milioni di persone subiscono. Il reddito garantito è uno di questi pilastri! Fino a dicembre 2012 sul sito della campagna si raccoglieranno le adesioni, le idee, le iniziative, i luoghi in cui poter firmare ed i documenti utili alla campagna e al dibattito intorno e per il reddito minimo garantito. Il sito della campagna ospita già la proposta di legge ed i materiali utili alla raccolta delle firme, verrà inoltre implementato fino alla fine della campagna sperando che siano moltissime ancora le adesioni, le informazioni da inserire e le iniziative nei territori. Vi chiediamo pertanto di aderire, sostenere, diffondere, promuovere con la vostra associazione, comitato, realtà sociale, rete o movimento la campagna per un reddito minimo garantito in Italia. Di costruire e promuovere iniziative, dibattiti, banchetti, raccolta firme, feste, concerti per rendere questa campagna più partecipata e ricca possibile. Tutte le iniziative saranno pubblicate sul sito ufficiale della campagna. Se ritenete utile ed importante partecipare inviate il nome esatto del vostro Comitato, associazione, movimento, rete etc. cosi da inserirlo tra i sostenitori e aderenti della campagna. 
www.redditogarantito.it 

Ps: Questa iniziativa che riguarda l’Italia per una legge nazionale sul reddito minimo garantito potrebbe inserirsi in aggiunta ad un’altra campagna che a partire sin dall’autunno prossimo vedrà la possibilità di raccogliere le firme per una misura di reddito di base a carattere europeo di cui vi daremo notizia nei prossimi mesi 

giovedì 5 aprile 2012

Il reddito di cittadinanza come base dell'alternativa politica

Il reddito di cittadinanza è uno dei pallini di questo blog. Riteniamo in maniera assolutamente non fideistica, ma sulla base di considerazioni ed evidenze concrete, che sia un punto dirimente di qualsiasi programma politico che voglia uscire da recinto della logica del pareggio di bilancio o del fatalismo tragico del "non ci sono i soldi". Non è questione di rompere il salvadanaio per istituire un reddito di cittadinanza che tutti i paesi europei presi ad esempi dai nostri tecnici "modernisti", hanno da tempo. Abbiamo già postato diversi articoli che trattano il tema de reddito garantito in maniera esaustiva (http://doppiocieco.blogspot.it/2012/04/reddito-di-cittadinanza-il-modello.html; http://doppiocieco.blogspot.it/2012/02/basic-income-unidea-semplice-per-il-xxi.html) e non intendiamo qui replicarne i contenuti. Quello che è importante sottolineare è che quella del reddito garantito non è solo una trovata per alleviare le pene di chi non ha un lavoro con qualche mancetta, ma una maniera concreta  per ribaltare il paradigma neoclassico e neoliberista che coniuga crescita e tagli al Welfare come unica ricetta per uscire da un crisi  che è la prova evidente della sua fallacia. Il risultato che ci troviamo di fronte è l'abnorme e arricchimento di una elite ristretta di rentiers a danno dell'impoverimento generale. Tutto questo usando il cavallo di Troia del debito pubblico.
Se il reddito comune di cittadinanza  non lo proporrà la sinistra o qualsiasi "nuovo soggetto politico" lo proporrà la destra, in maniera strumentale e populistica e sarà un plebiscito.
Forse, lasciando da parte i toni da invasato di Paolo Barnard, dovremmo anche cercare di coniugare il reddito garantito con una visione alternativa dell'economia e la "Modern Money Theory" non sembra la solita paccottiglia dell'armamentario complottista, bensì una teoria organica e con solide fondamenta, ma su questo dovremo discutere ancora prima di esprimere un giudizio definitivo. Occorre ad ogni modo stare all'erta. I corifei del nuovo regime sono già all'opera per convincerci che il governo Monti ancorché necessario è addirittura riformista (vedi Giannini su Repubblica) e stanno ponendo le basi per una nuova aggregazione moderata che comprenda il Pd. Adesso piano piano si comincia anche a comprendere il senso dell'apparente suicidio del Pd, e del motivo per cui ha rinuciato scientemente a vincere le elezioni: semplicemente perché sarebbe stato costretto ad allearsi con una sinistra che se non altro per ragioni culturali, si pone in maniera critica nei confronti del credo liberista, e non poteva permetterselo, non era nei suoi piani. 
Mi chiedo cosa si aspetta a indire manifestazioni di protesta contro questo governo di tagliatori di teste e a richiedere elezioni subito.

domenica 11 marzo 2012

Elsa Fornero insulta gli italiani: mangiaspaghetti e fannulloni. Offriamole la cittadinanza tedesca!





Gli stereotipi negativi sugli italiani, da quando è nato il Regno d'Italia e forse ancora prima, sono durissimi a morire tra i nostri vicini europei. Anzi, negli ultimi tempi si sono andati rafforzando, un po' anche per colpa nostra, ammettiamolo. Esserci tenuti quasi vent'anni Silvio Berlusconi, con le sue gaffe e le nipoti di Mubarak, è qualcosa di cui gli altri non si dimenticheranno facilmente. Ma i pregiudizi vengono da molto più lontano, come dicevamo. Churchill amava ripetere che gli italiani non finiscono mai le guerre con chi le cominciano, mentre è famosa la copertina del 1977 di Der Spiegel, che rappresentava il Belpaese con un piatto di spaghetti e una pistola.

Del resto anche noi italiani amiamo criticare noi stessi e c'è un vasto repertorio di giudizi tranchant di intellettuali e artisti sui nostri vizi pubblici e privati, il che almeno ci mette al riparo da qualsiasi accusa di nazionalismo e partigianeria: più autocritici e autoironici di noi proprio non esiste altro popolo. Ora però, se dalla penna di uno scrittore o di un satirico sono ben accetti anche i commenti più severi, fino ad arrivare persino alla sana e liberatoria invettiva, nel caso dei governanti è logico attendersi una sensibilità ben diversa. Perché rappresentano ufficialmente il popolo italiano, anche di fronte agli stranieri, e perché sono stati chiamati dai cittadini a un ruolo di grande onore e responsabilità.
Dunque, francamente, che il ministro Elsa Fornero, interrogata da alcune giovani precarie sulla possibilità di introdurre un reddito di cittadinanza, risponda rispolverando lo stereotipo del clima e degli spaghetti - "L'Italia è un Paese ricco di contraddizioni, che ha il sole per 9 mesi l'anno e con un reddito base la gente si adagerebbe, si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro" - ci sembra davvero troppo. Insomma, parliamo del ministro del Lavoro, non di una giornalista di Der Spiegel. Ci mancava solo che citasse il mandolino e il quadro era completo. Comunque, se qua sta tanto male e il bel tempo la disturba tanto, può sempre andarsene a vivere in Germania. Là potrebbe liberamente insultare gli italiani in tutti i modi che preferisce, sarebbe di sicuro apprezzata. Qua decisamente meno. Spero.

(In alto: Fornero; fonte: infophoto).

venerdì 3 febbraio 2012

Santoro for president

Una boutade? Chiacchiere da Bar dello Sport? Fantasie? Certo, è sicuro sono fantasie, boutade, chiacchiere da bar, ma io la butto lì lo stesso, di questi tempi è grasso che cola. Santoro a capo di una coalizione alternativa di governo che metta insieme la parte migliore della società civile e chiunque altro ci voglia stare. Ci risiamo, la solita storia italica dell'uomo della provvidenza, del one man show, del “ci penso io”. No, io non la intendo così, Santoro può essere il catalizzatore di un processo d'aggregazione dal basso, la miccia che accende un fuoco, il composto che fa precipitare la soluzione, mettetela come vi pare, ma lui è solo un simbolo, uno strumento, non significa che ciascuno di noi non debba fare la sua parte. Santoro potrebbe rappresentare l'innesco di un processo tanto atteso, chi meglio di lui? Chi meglio di Santoro è in grado insieme ad altri di sua scelta di allestire un laboratorio di idee e di proposte che coinvolga tutta la società civile. Credo che ci troviamo ad un punto in cui la bontà delle intenzioni e la fiducia nelle persone sia più importante di qualsiasi programma politico e di ideologia. Un'altra alternativa possibile è quella che alcuni attribuiscono a Saviano: un governo di saggi, un accordo fra borghesia illuminata(?) e intellettualità, nell'interesse comune. Ma voi vi fidate di Passera? Io no.
Come diceva Del Noce, in democrazia le élite si propongono non si impongono. Da parte mia ho l'impressione che nel momento in cui si propongono, le élite si sono già imposte.
Resta se volete l'altra alternativa, quella dei Monti, del Vaticano e dei Casini, che già si intravede sulla disputa sull'articolo 18: tagliare le ali a quella parte di società che ancora pone un minimo di resistenza alla falsa modernità dell'economia e della finanza e fare un governo con la benedizione delle banche e del FMI. Vi piace? No? Allora troviamo una soluzione diversa tutti insieme. Un compagno ha detto: facciamo tutti un passo in avanti, società civile, partiti, sindacati; uniamoci per un progetto di società che rimetta gli esseri umani al centro, proponiamo un nuovo articolo 18 per tutti, è possibile, un reddito minimo per tutti, per chiunque sia umano e voglia rimanerlo.

martedì 31 gennaio 2012

Reddito garantito: un appello per prendere parola

Reddito garantito: un appello per prendere parola


In questa fase di dibattito nazionale sulla riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali abbiamo voluto lanciare un "appello" attraverso le pagine de Il Manifesto cosi da avviare un dibattito aperto ed una presa di parola in merito al tema del reddito garantito.


Invitiamo, tutti coloro che ritengano che in questa fase sia utile ed importante sostenere il tema del reddito garantito ad inviare il proprio contributo o articolo inviando una mail ad info@bin-italia.org con nome cognome (o nome collettivo se scritto a più mani)


Reddito garantito: un appello per la presa di parola.


«Entro il mese di marzo»: questa la scadenza fornita da Mario Monti per riformare il mercato del lavoro e gli ammortizzatori sociali. Nei primi giorni di gennaio 2012 sono partite le consultazioni del ministro del Welfare Elsa Fornero, che poche settimane prima si era dimostrata favorevole all'introduzione di un reddito minimo garantito anche nel nostro Paese. Visto il modo di operare fin qui svolto dall'attuale governo nel comunicare le iniziative politiche e viste le poche informazioni in circolazione al momento, non abbiamo ancora compreso cosa significhi in concreto riformare gli ammortizzatori sociali e quali siano le opzioni realmente in gioco.


Nel frattempo i dati diffusi da enti statistici e centri di previsione economica certificano l'aumento della disoccupazione, una precarizzazione sempre più selvaggia, l'abbassamento dei salari e il conseguente, generale, scivolamento verso il basso dei diritti dei lavoratori e dei cittadini, giovani e vecchi, precari o garantiti che siano. In tutto questo, le politiche di austerity creano pressioni inedite su quelle forme di "welfare familistico" a cui per anni e fino ad ora, è stato delegato di risolvere le storture del welfare pubblico italiano e fornire una sorta di compensazione per l'assenza di una qualsivoglia misura universalistica di sostegno al reddito.


Per questo oggi il tema del reddito garantito diviene centrale, ineludibile, urgente. L'urgenza è data non solo dal peggioramento spaventoso della condizioni sociali, ma anche dall'emergere di una nuova aspettativa da una parte sempre più viva e larga di popolazione, che vede nel reddito garantito una concreta opportunità di garanzia e tutele. È testimonianza di ciò la straordinario risultato della legge regionale del Lazio in tema di reddito garantito, che ha portato nel 2009 all'emersione di oltre 120.000 domande di sostegno, totalmente inattese e largamente superiori alle previsioni, da parte di coloro che non arrivano a 8000 euro l'anno.


In questo periodo che ci porterà alla riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali, la parola d'ordine del reddito garantito può e deve diventare al più presto occasione di confronto per tutti i soggetti sociali che subiscono la crisi in maniera oppressiva. Far emergere la necessità del diritto al reddito significa ridare corpo e voce a quella "folla solitaria" in cerca di opportunità di lavoro e di sopravvivenza. Una folla solitaria fatta di milioni di pensionati o anziani, cassaintegrati senza più cassa, precari di prima generazione (quelli tra i 35/50 anni), di seconda generazione (tra i 20/35 anni), componenti della generazione Neet (tra i 16/25 anni), donne, famiglie con un solo stipendio, immigrati, figure operaie ormai in dismissione, lavoratori over 50 non più spendibili sul mercato, working poors diffusi anche tra il lavoro autonomo e la lista potrebbe allungarsi.


Sul tema del reddito si possono unire tutte le singolarità che subiscono, spesso in silenzio, nuove forme di povertà, per ricostruire una solidarietà intra-generazionale, tra chi ha perso un lavoro e non riesce a ricollocarsi, e chi, un po' più giovane, è costretto a svolgere un lavoretto precario cui non riesce a dire di no, pur di racimolare qualche soldo a fine mese. Sul tema del reddito si possono unire coloro che pensano sia necessario coltivare forme di autonomia, di autodeterminazione, di libertà di scelta, anche della vita professionale, senza per questo dover continuamente sottostare ai ricatti del lavoro purché sia. Sul tema del reddito si possono unire studenti, giovani, ai quali non piace il futuro che si offre loro perché subiscono un presente senza diritti. Sul tema del reddito possono e debbono prendere parola tutti i cittadini di questo Paese convinti che al centro delle politiche di contrasto alla crisi debba esserci una misura di distribuzione delle ricchezze.


Auspichiamo insomma una presa di parola capace di unire, di definire un obiettivo comune, indipendente dalla miriade di storie private ed individuali, che in verità ormai raccontano una storia unica fatta di povertà, ricatti e privazioni. Una presa di parola sul reddito garantito per tornare a guardare con fiducia al "futuro" a partire dal presente, per immaginare un orizzonte oltre la crisi, con maggiore giustizia sociale, in cui sia possibile una distribuzione delle ricchezze, in cui non sia più accettabile che alcuni percepiscano compensi superiori di oltre 500 volte quelli di un lavoratore medio. Occorre una presa di parola per dare visibilità al rischio di "default sociale" che stiamo vivendo e far si che intorno al tema del reddito garantito prendano parola i senza diritti insieme a chi i diritti rischia di perderli quotidianamente.


Insomma, in questa fase così strategica ci sembra necessaria una presa di parola larga, in grado di unire la frammentazione sociale, per lanciare una proposta politica concreta nel pieno del dibattito sulla riforma degli ammortizzatori sociali, affinché il tema del reddito garantito venga preso in considerazione in maniera seria, forte, concreta, urgente come nuovo diritto fondamentale per la realizzazione di vite degne.


Auspichiamo che a questa richiesta di presa di parola sul tema del reddito ne seguano altre di singoli cittadini e soggetti collettivi, personalità scientifiche e culturali, esponenti della politica locale e nazionale; di tutti coloro che insomma ritengano non sia più possibile rimandare un tema così importante per la coesione sociale, la libertà e dignità delle persone. Con la convinzione che questa presa di parola individuale e collettiva possa trasformare l'attuale frammentazione, solitudine e disagio sociale, in una massa critica verso l'obiettivo comune del reddito garantito.
Basic Income Network - Italia
(http://www.bin-italia.org)

martedì 22 novembre 2011

“Fate presto!” Appello per l'introduzione di un reddito minimo garantito

Lettera aperta al
Presidente del Consiglio Mario Monti

E p.c. Ministro del Lavoro e delle politiche sociali
Prof.ssa Elsa Fornero

Egregio Sig. Presidente del Consiglio,
ci rivolgiamo a Lei in questa fase iniziale e concitata dell'azione del Suo nuovo ministero affinché prenda nota, al fine di porvi riparo, della drammatica condizione di  emergenza sociale in cui versa il nostro Paese. 
I termini “emergenza” ed “eccezionalità” sono stati tutti usati per il racconto della crisi economica internazionale che siamo costretti ad affrontare, tanto che su questi si sono basate le scelte della nascita di un nuovo governo e a quanto pare delle future politiche economiche.
Ma riteniamo che esista una emergenza ancora più impellente da affrontare. Parliamo di quella emergenza sociale presente da anni nel nostro paese e che con la crisi è divenuta ormai di carattere “esistenziale”. Solo pochi dati basteranno a mostrare la necessità e l'urgenza di un intervento sul  piano della realizzazione di misure di sostegno in favore dei cittadini:  il 13,8% della popolazione vive in stato di povertà (fonte Caritas, ottobre 2011), i furti dei generi di prima necessità nei supermercati sono aumentati del 7,8% nell'ultimo anno (per un ammontare di 3 miliardi di euro annui, secondo il "Barometro dei furti nella vendita al dettaglio" a cura del Centre for Retail Research, ottobre 2011),  i giovani privi di occupazione ed espulsi anche dal ciclo della formazione sono nel 2011 oltre 2,5 milioni mentre solo nel 2006 erano 824mila, tra i disoccupati solo 1 su 4 riesce a trovare un lavoro, sempre più spesso precario, entro un anno (dati Bankitalia, novembre 2011). Già ricordare questi pochi dati, che Lei certo conosce bene, siamo in grado di definire questa come una situazione di allarmante “emergenza sociale” che attende una risposta di urgente decisione. Il nostro grido di allarme e rivolto dunque al nuovo governo e chiediamo a gran voce di “Fare Presto!”.
Conosciamo la sua ferma e ribadita intenzione di orientare le decisioni del governo alla luce delle indicazioni dell’Unione europea. Ebbene, guardando sempre all’Europa, la Commissione da anni ci invita a combattere quella che definisce la “segmentazione“ del mercato del lavoro e negli ultimi documenti rivolti all’Italia, dall’esame (molto negativo peraltro), in giugno, del Programma nazionale di riforma del nostro paese in poi, ha costantemente richiesto misure in  particolare in favore del precariato e dei giovani nonché l’adozione di forme inclusive e universali di indennità di disoccupazione e di efficienti misure di sostegno al reddito. La stessa Commissione ci invita sin dal 1992 con la Raccomandazione 92/441, ad “impegnarci per adottare misure di garanzia a partire dal reddito minimo come elemento qualificante del modello sociale europeo”. Come saprà di certo l’Italia è oggi uno dei pochi paesi in Europa a non avere alcuna misura di reddito minimo per coloro che sono in uno stato di disoccupazione, o in difficoltà economica. Tanto che l’Eurostat il 3 ottobre del 2005 indicava “l’Italia come uno dei paesi più a rischio povertà” individuando addirittura nel “42 per cento della popolazione totale” il segmento a rischio di esclusione nei prossimi quindici o venti anni.
E' noto che in numerosi stati europei quando si perde lavoro si ha la possibilità di accedere ad un sussidio di disoccupazione (in Italia solo il 17,2 per cento di disoccupati riesce a farlo, contro il 94,7 per cento dell’Olanda o il 91,8 per cento del Belgio o il 70,9 per cento della Francia o l’ 80 per cento della Germania) e sappiamo anche che quando questo tipo di misura termina si può ancora avere un sostegno economico quale il reddito minimo garantito. E non si tratta di sostegni simbolici perché l'ammontare medio è pari a circa 600 euro al mese in Belgio, a circa 700 euro in Austria, altrettanti in Irlanda o in Belgio, senza poi menzionare i livelli di tutela offerti dagli ordinamenti scandinavi. E' noto poi che oltre al sostegno finanziario i nostri concittadini europei in stato di bisogno possono contare sull'accesso alla casa, ai trasporti, alla cultura o alle misure di supporto per la famiglia o i figli.
Siamo certi che lo scenario interno ed europeo Le è  ben chiaro, che conosce meglio di noi i dati della crisi ed i suoi effetti drammatici, che il governo da Lei presieduto valuterà le misure generalmente adottate nel welfare europeo e le best practices valorizzate nell’ambito del metodo aperto di coordinamento e che sicuramente è consapevole dell’enorme ritardo italiano rispetto alle misure di reddito minimo garantito vigenti negli altri paesi, tanto da farci dire che oggi possiamo essere uno di quei paesi che potrebbero persino superare, migliorandone l’efficacia a partire da un reddito minimo garantito ed incondizionato, le tradizionali forme di sostegno al reddito che sono presenti negli stati europei.
Vogliamo però ancora una volta sottolineare che la situazione esistenziale delle persone in difficoltà è drammatica se non esplosiva e per questo Le suggeriamo di mettere, presto, immediatamente, in calendario lo studio di misure appropriate per porvi rimedio a partire proprio dall’individuazione di una misura di reddito minimo garantito incondizionato (ulteriore rispetto a una indennità di disoccupazione generalizzata,  che dovrebbe anche essa essere garantita a tutti quei lavoratori che oggi non possono richiederla) affinché si definisca un nuovo diritto sociale.
Sappiamo che in molti già diranno che questa misura costa denaro, ma sappiamo anche che non avere una misura di questo tipo, costa in verità molto, ma molto di più, sia in termini economici che in termini di coesione sociale, di garanzia dei diritti, del riconoscimento di una piena cittadinanza, della certezza di un impoverimento di una società nel suo complesso.
Far rimanere l’Italia, a tutti gli effetti, un paese “europeo” non presuppone solo la difesa della moneta comune, ma la salvaguardia effettiva di quei diritti che permettano a tutti i cittadini di questo continente di sentirsi tali, di non vedere calpestata la propria dignità personale e poter così mantenere un proprio ruolo attivo nella vita culturale, politica e sociale di questo paese e di questo continente. Oggi è il momento: un reddito minimo garantito è possibile, necessario, fondamentale.
Il rischio di “default dei diritti di cittadinanza e della dignità della persona” è ormai presente. Per questo le chiediamo di fare presto.
Certi della Sua sensibilità ci attendiamo al più presto che la misura del reddito minimo garantito diventi una realtà anche per i cittadini italiani e Le porgiamo i nostri cordiali saluti.
 
Consiglio direttivo del Bin Italia