Visualizzazione post con etichetta Luciano Gallino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Luciano Gallino. Mostra tutti i post

domenica 6 marzo 2016

Sovranità politica e sovranità economica

Ho letto con attenzione sul Fatto di oggi lo stralcio del documento di Gustavo Zagrebelsky per l'associazione Giustizia e Libertà. L'epilogo si esprime senza ambiguità in favore della restituzione della sovranità al popolo in termini di rappresentanza politica, per sottrarla, dico io, all'egemonia di una tecnocrazia, che ormai già dagli anni 70 ha preso di mira gli stati come organismi rapresentativi, ritenendoli obsoleti e indatti a gestire una fase di transizione che vede il destino dei popoli sempre più legato alla guida di apparati oligarchici, gli unici ovviamente in grado di cogliere la complessità del mondo e di governarlo, posti al di fuori di qualsiasi dispositivo di rappresentanza.
Credo che a questo punto occorra essere conseguenti e vorrei che personalità come Zagrebelsky, come già aveva fatto coraggiosamente Luciano Gallino, si esprimessero chiaramente in favore di una sovranità anche economica degli stati, poichè è difficile immaginare una sovranità politica scissa da una sovranità economica. 
Perseverare nell'idea di Europa come campo non privilegiato, bensì obbligato di azione politica, è pura ideologia e credere che si possa rivoluzionare un dispositivo così ben strutturato e chiaramente indirizzato ad un politica liberista, attraverso l'ascesa al governo in alcuni stati marginali come la Grecia, la Spagna e il Portogallo, di una sinistra annacquata, è semplicemente patetico. 
Occore resettare tutto, ripartire dalla sovranità come unica possibilità di contrasto di un disegno teso a svuotare di senso ogni rappresentatività democratica. Non è una passo indietro nè nostalgia degli stati nazione, è semplice presa d'atto di una situazione che ci condurrà al disastro e al ritorno ad un potere aristocratico mascherato da tecnocrazia, se non interveniamo in tempo. Se non si sveglia la sinistra sarà fra i corresponsabili di questo disastro
Riprendiamoci la sovranità, poi riparleremo di Europa.

mercoledì 23 settembre 2015

Gallino: Perché l'Italia può e deve uscire dall’euro

Finalmente, mentre i Revelli e le Altre Europe perseverano in un pensiero dereistico, personalità come Gallino, pensatore che trae la forza delle sue argomentazioni da una visione razionale della realtà e da un mentodo basato su una seria analisi dei dati, fanno due più due e sottoscrivono democraticamente i conti della serva che si vede defraudata da questa Europa, dalla sua austerità e dal suo euro
 
di Luciano Gallino, da Micromega


L’Italia ha due buoni motivi per uscire dall’euro, un tema di cui si parla ormai in tutta Europa (Germania compresa). Il primo è che, sovrapponendosi alle debolezze strutturali della nostra economia, l’euro si è rivelato una camicia di forza idonea solo a comprimere i salari, peggiorare le condizioni di lavoro, tagliare la spesa per la protezione sociale, soffocare la ricerca, gli investimenti e l’innovazione tecnologica e, alla fine, rendere impossibile qualsiasi politica progressista.

Risultato: otto anni di recessione, che hanno provocato la perdita di quasi 300 miliardi di Pil al 2014 rispetto alle previsioni del 2007; 25% di produzione industriale in meno, un mercato del lavoro di cui è difficile dire quale sia l’aspetto peggiore fra tre milioni di disoccupati, tre-quattro di precari e due o tre di occupati in nero. Grazie ai quali l’Italia detiene il primato dell’economia sommersa tra i Paesi sviluppati, pari al 27% del Pil e circa 200 miliardi di redditi non dichiarati. I costi economici e sociali dell’euro superano i vantaggi.

Il secondo motivo per uscire dall’euro è l’eccessivo ammontare del debito pubblico, il che rende di fatto impossibile per l’Italia far fronte agli oneri previsti dal cosiddetto Fiscal compact e a una delle clausole fondamentali dell’Unione economica e monetaria. Il Fiscal compact prevede infatti che in vent’anni dal 2016 il rapporto debito/ Pil, che si aggira oggi sul 138%, dovrebbe scendere al 60, limite obbligatorio per far parte dell’eurozona. In tale periodo detto rapporto dovrebbe quindi scendere di 78 punti, cioè 3,9 l’anno. In termini assoluti si dovrebbe passare dal rapporto 2200/1580 miliardi di oggi a 948/1580 nel 2035 (da convertire nel rispettivo valore del ventesimo anno).

Vi sono solo due modi di raggiungere tale risultato, e infinite combinazioni intermedie che però non lo cambiano: o il Pil cresce di oltre il 5% l’anno per un ventennio, o il debito pubblico scende di oltre 3 punti percentuali l’anno. Tenuto conto che le ipotesi più ottimistiche di crescita del Pil per i prossimi anni si collocano tra l’1 e il 2% l’anno, e che il servizio del debito — 95 miliardi nel 2015 — continuerà a ingoiare decine di miliardi l’anno, ambedue le ipotesi non sono concepibili.

In altre parole è impossibile che l’Italia riesca a rispettare il Fiscal compact. L’Italia si ritrova così nella condizione degli Stati membri della Ue che attendono di entrare nell’eurozona perché debbono soddisfare alcune clausole previste dal trattato sull’Unione economica e monetaria. Come dire che l’Italia è tecnicamente già fuori dall’eurozona, poiché non è in condizione di soddisfare a una delle clausole chiave: un rapporto debito pubblico/Pil non superiore al 60%. Tale situazione dovrebbe essere invocata per recedere dall’eurozona.

Non sono necessari sfracelli per arrivare a tanto. Basta far ricorso all’articolo 50 del Trattatto sull’Unione europea, comprendente le modifiche introdotte dal Trattato di Lisbona il 1° gennaio 2009. Esso stabilisce che “ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione (paragrafo 1)”. Il paragrafo 2 precisa quali vie il procedimento di recesso deve seguire. Lo Stato che decide di recedere notifica l’intenzione al Consiglio europeo. L’Unione negozia e conclude un accordo sulle modalità del recesso. L’accordo è concluso dal Consiglio a nome dell’Unione.

Dalla lettura dell’art. 50 si possono trarre alcune considerazioni: a) la recessione avviene dopo un negoziato; b) il negoziato è condotto sotto l’autorità del Consiglio europeo, organo politico; c) è dato presumere che quando uno Stato notifica l’intenzione di recedere, determinate misure tecniche, tipo un blocco temporaneo all’esportazione di capitali dallo Stato recedente, siano già state predisposte in modo riservato.

Mentre l’art. 50 ha posto fine all’idea che la partecipazione all’Unione sia per sempre irrevocabile per vie legali, qualche dubbio sussiste sulla possibilità di recedere dalla Uem — la veste giuridica dell’euro — senza uscire dalla Ue, poiché l’articolo in questione menziona soltanto questa. Peraltro la letteratura giuridica ha ormai sciolto ogni dubbio: poiché il trattato sulla Uem è soltanto una parte della struttura giuridica della Ue — esistono Stati membri della Ue ma non dell’eurozona — è arduo negare il principio per cui uno Stato membro possa recedere dalla Uem ma non dalla Ue. Per cui il negoziato per l’uscita dall’euro dovrebbe aprirsi con la dichiarazione di voler restare nella Ue. I costi per la recessione dalla Ue sarebbero superiori ai costi di una sola uscita dall’eurozona. Uno Stato che uscisse oggi dall’Ue si troverebbe dinanzi ad altri 27 Stati, ciascuno dei quali potrebbe imporgli ogni sorta di restrizioni al commercio, oneri doganali, aumenti del prezzo di beni e servizi. L’impossibilità di accedere ai mercati Ue costringerebbe uno Stato ad affrontare costi di entità paurosa.

Resta da chiedersi dove stia il governo capace di condurre un negoziato per la recessione dell’Italia dall’eurozona in base all’art. 50 del Trattato sulla Ue. L’attuale, come quasi tutti i precedenti, è un esecutore dei dettati di Bruxelles, Francoforte, Berlino. Chiedergli di aprire un negoziato per uscire dall’euro non ha senso. Si può coltivare una speranza. Che si arrivi a nuove elezioni, dove ciò che significa recedere dall’euro in termini di ritorno della politica a temi quali la piena occupazione, la politica industriale, la difesa dello stato sociale, una società meno disuguale, sia al centro del programma elettorale di qualche emergente formazione politica. Prima di cedere alla disperazione, bisogna pur credere di poter fare qualcosa.

sabato 8 novembre 2014

Oltre l’euro, dentro l’euro: una nuova moneta fiscale per vincere la crisi



Un appello di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Luciano Gallino, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini per uscire dalla trappola della liquidità e del debito: “Lo Stato italiano emetta gratuitamente Certificati di Credito Fiscale (CCF) ad uso differito a favore di lavoratori e imprese, una quasi moneta nazionale parallela all’euro”. Obiettivo? Aumentare la capacità di spesa dell’economia senza però creare nuovo debito.  

di Marco Cattaneo e Enrico Grazzini da Micromega

Per uscire dalla crisi lo stato italiano dovrebbe recuperare almeno parzialmente la sua sovranità monetaria. Gli italiani stanno scoprendo sulla loro pelle che lo stato non può fare nulla per uscire dalla crisi se non ha una sua moneta: l'euro è infatti una moneta straniera concepita e creata a somiglianza del marco tedesco, e quindi intrinsecamente deflazionistica.

Senza moneta nazionale, siamo ingabbiati in una doppia trappola, quella della liquidità e quella del debito. Siamo dipendenti dall'euro, dalle decisioni della Germania, il principale azionista dell'Unione Europea e della Banca Centrale Europea: ma né la UE né la BCE ci tireranno fuori dalla crisi, anzi!

Per uscire dalla trappola della liquidità e del debito, Biagio Bossone, Luciano Gallino, Stefano Sylos Labini e gli autori di questo articolo hanno lanciato un appello aperto perché lo stato italiano emetta gratuitamente Certificati di Credito Fiscale (CCF) ad uso differito a favore di lavoratori e imprese[1]. In tal modo lo Stato creerebbe una “quasi moneta” nazionale, parallela all’euro. L’obiettivo è di aumentare la capacità di spesa dell’economia senza però creare nuovo debito, rispettando cioè i parametri (rigidi e assurdi) imposti dalla moneta unica, in attesa di potere riformare radicalmente il sistema monetario europeo senza più essere sotto il pesante ricatto della crisi economica incombente[2].

Riteniamo infatti che un'uscita unilaterale dall'euro, propugnata da economisti come Alberto Bagnai e altri, è difficilmente praticabile, e avrebbe comunque esiti molto incerti, per non dire pericolosi e negativi. L'emissione massiccia (fino a 200 miliardi di euro) di nuova moneta fiscale potrebbe invece rilanciare l'economia italiana che dall'inizio della crisi ha perso 11 punti di PIL e ha conosciuto una caduta della produzione industriale del 25%. Un disastro di proporzioni inaudite che a causa della politica deflazionistica dell'Europa di Juncker-Merkel-Gabriel rischia di prolungarsi all'infinito e di approfondirsi ulteriormente.

Con una logica analoga a quella dell'helicopter money (denaro gettato dall'elicottero), di cui insigni economisti discutono da decenni, i CCF dovrebbero essere emessi dallo stato e distribuiti gratuitamente all'economia reale, cioè ai lavoratori e alle aziende, senza passare dal sistema bancario[3].
Il governo Renzi schiacciato dalle politiche deflazionistiche della UE

Siamo entrati nell'era della post-democrazia: la democrazia è svuotata e comanda solo una elite ristretta, l'1% della popolazione. La finanza ha un ruolo dominante[4]. Ma la post-democrazia in Italia e nei paesi mediterranei dell'eurozona è ancora peggiore. L'economia è diretta, su base formalmente legale, da organi sovranazionali mai eletti, come la Commissione UE e la BCE, e in effetti da stati esteri egemoni sulle istituzioni sovranazionali, come la Germania. I centri di potere sono fuori dai confini (e dalla giurisdizione) nazionali. L'Italia, senza alcun potere monetario, rischia di diventare, o è diventata, una semicolonia.

Il governo Renzi cerca faticosamente – e inutilmente – di ottenere dei piccoli sconti dalla Commissione Europea che intende continuare a stringere i bilanci pubblici fino a soffocare l'economia dei paesi del sud Europa. Il premier, stretto dai pesanti vincoli imposti dalla UE e dalla BCE, al di là della retorica nuovista e modernista, e al di là delle schermaglie con il presidente europeo Jean-Claude Juncker, è costretto ad attuare una politica apertamente anti-sindacale ed esattamente opposta a quella di una sinistra riformatrice e realmente moderna. Altrimenti dovrebbe rompere i trattati vigenti.

L'Europa e la BCE pretendono le (contro) riforme di struttura: abbassamento del costo del lavoro, riduzione del welfare, privatizzazioni dei beni pubblici, riforme istituzionali, riduzione del bilancio pubblico, ecc. E Renzi prosegue, anche se con apparente contrarietà, precisamente la politica di austerità dettata dall'Unione Europea e dall'euro: va avanti con i tagli al costo del lavoro e al welfare – sanità, istruzione, enti locali, ecc – e con l'aumento delle tasse, in sostanza sulla stessa linea del rigore suicida avviata da Monti e Letta.

Lucidamente, Renzi ha avviato con Berlusconi controriforme della Costituzione ed elettorali in senso autoritario e antidemocratico. Renzi sembra perfettamente consapevole che è impossibile fare le sue controriforme sociali senza “riformare” in senso autoritario e decisionista le istituzioni rappresentative nate nel dopoguerra dalle forze democratiche che avevano partecipato alla Resistenza contro il fascismo e il nazismo.
La BCE boccia le banche italiane e salva le banche tedesche e francesi

Il vero problema di Renzi è che la situazione economica e sociale peggiora sempre di più. L'ultimo colpo all'economia italiana è stato dato dalle pagelle che la BCE ha distribuito alle banche europee, penalizzando in particolare quelle italiane. L'Unione Bancaria Europea è cominciata condannando le banche italiane, mentre le banche del nord Europa – che operano con leve finanziarie elevatissime, pari anche a circa 30 volte il loro capitale, e che si dedicano più di quelle italiane al trading speculativo – sono state stranamente risparmiate. Germania promossa, Italia bocciata.

Le banche italiane dovranno ricapitalizzarsi ricorrendo ampiamente al capitale estero: e così, dopo che gran parte del sistema industriale nazionale – Fiat, Pirelli, Telecom, ecc – è migrato o sta migrando all'estero, nel sacro nome dell'Europa anche le nostre banche e il nostro risparmio stanno cadendo in mani straniere. I casi MPS e anche Unicredit sono la prova evidente della internazionalizzazione (subordinata) delle banche italiane. L'economia italiana si sta smembrando e le banche italiane sono prede importanti.

La BCE sta favorendo la creazione di Banche Troppo Grandi per Fallire, cioè sta esattamente creando le condizioni per la prossima grande crisi finanziaria in Europa (e la probabile rottura dell'euro). Infatti è chiaro che, a dispetto degli stress test, senza un comune fondo pubblico europeo – sul quale il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble ha posto il veto – qualsiasi grande banca europea in difficoltà non potrebbe essere salvata, e crollerebbe trascinando in rovina l'intero sistema bancario e l'eurosistema.

Occorre allora che i governi, in quanto eletti democraticamente dai cittadini – a differenza degli organi esecutivi della UE e della BCE – intervengano decisamente a favore degli interessi della comunità nazionale.

Stato democratico e moneta dovrebbero essere fratelli e rappresentare elementi inseparabili: i cittadini/contribuenti e i loro rappresentanti dovrebbero decidere come controllare l'emissione e la distribuzione della moneta. Ma la realtà è molto diversa: gli stati non controllano, o controllano in maniera solo molto parziale, la moneta.
Bank of England spiega che il denaro è creato dal nulla dalle banche

La situazione attuale è che il sistema bancario privato crea “moneta dal nulla”, e che la banca centrale e lo Stato hanno solo poteri residuali nel campo decisivo della moneta e del credito. Nelle economie moderne il 95 per cento della moneta è creata dalle banche con scrittura elettronica sotto forma di creazione di depositi. Le banconote emesse dalla banca centrale e le monete di conio rappresentano meno del 5% della moneta attualmente utilizzata.

Quindi non sono gli Stati e neppure le banche centrali. a creare la maggior parte del denaro che ci permette di effettuare transazioni e pagamenti. Sono le banche a creare denaro dal nulla, creando prestiti, cioè generando debiti. Il mondo conta ormai 100 triliardi di debiti, una somma insostenibile che non potrà mai essere ripagata. La causa di questa montagna crescente di debiti è che il 95% della moneta viene emessa dalle banche con il computer sotto forma di debito.

La moneta-fiat - ovvero la moneta che non ha un valore intrinseco, come invece hanno per esempio le monete d'oro, e che quindi è un classico bene comune, in quanto può avere valore solo se viene condivisa e se rappresenta la fiducia della comunità – è diventata un bene privato delle banche per il profitto delle banche stesse.

Queste semplici verità, ben conosciute dagli economisti, sono tanto incontrovertibili e clamorose quanto poco note al largo pubblico. E non nascono da teorie cospirative o dalla mente di qualche economista paranoico. La spiegazione di come viene creata la moneta è ufficializzata da un recente bollettino trimestrale della Bank of England intitolato “Money creation in the modern economy[5].

Nelle economie moderne la maggior parte della moneta acquista la forma di depositi bancari. Tuttavia il fenomeno della creazione di depositi bancari è spesso frainteso: il mezzo principale di creare depositi consiste infatti nella produzione di prestiti (cioè di crediti/debiti, ndr) da parte delle banche commerciali. Ogni volta che una banca fa un prestito, simultaneamente crea un deposito nel conto della banca del debitore, e perciò crea moneta”.

Così continua a spiegare la Banca d'Inghilterra: “La realtà di come la moneta viene creata attualmente differisce dalla descrizione che si trova normalmente nei testi di economia: infatti la banca crea (dal nulla, ndr) i depositi, mentre normalmente si pensa che riceva dei depositi legati al risparmio delle famiglie, e che solo successivamente faccia dei prestiti. Normalmente la banca centrale non fissa l'ammontare della moneta in circolazione e non è neppure vera la teoria del moltiplicatore, per cui la moneta emessa dalla banca centrale genera una moltiplicazione di depositi e prestiti.

Insomma neppure le banche centrali riescono a controllare la circolazione monetaria: piuttosto basano la loro politica monetaria sulla fissazione del prezzo delle riserve bancarie, cioè sul tasso primario di interesse.
Le crisi cicliche della moneta privata

Più si deregolamenta il mercato finanziario, più il mercato mostra i suoi limiti. Nel mercato deregolamentato la circolazione della moneta diventa caotica e soggetta a cicli di sovrabbondanza e di penuria. L'offerta di moneta da parte delle banche è infatti pro-ciclica: più l'economia funziona, più vengono accesi crediti e più crescono i prezzi, soprattutto degli asset finanziari e immobiliari; si formano allora bolle speculative. Quando i primi debiti cessano di essere ripagati, quando si verificano i primi fallimenti, improvvisamente il rubinetto delle banche commerciali cessa di fare fluire la moneta nell'economia e arriva allora la crisi. E con la crisi arriva anche la deflazione: i prezzi stagnano o calano mentre merce rimane invenduta e la produzione si ferma. La disoccupazione impedisce la ripresa dei consumi e della domanda finale.

L'attuale caso europeo di “trappola della liquidità” è esemplare. La BCE cerca di dare ossigeno monetario al sistema – con i limiti imposti dal governo tedesco - ma le banche trattengono la liquidità e non fanno prestiti, in particolare alle piccole e medie imprese. Le banche sono cariche di sofferenze, a causa della crisi economica. Inoltre preferiscono investire nei titoli di stato o nella finanza per ottenere remunerazioni elevate piuttosto che rischiare prestando soldi all'economia reale. La moneta non circola, la domanda manca, le aziende chiudono e l'economia langue o va in recessione
Stato, moneta e democrazia

Tutto questo avviene perché gli Stati, in particolare gli stati dell'Eurozona, non hanno più il controllo della moneta. Uno stato senza moneta è però uno Stato non sovrano: infatti solo controllando la moneta si può mettere in moto la spesa pubblica, ovvero la spesa necessaria per le istituzioni i servizi ai cittadini. Se invece sono le banche private a creare e a controllare il denaro, allora lo Stato diventa inesorabilmente servo delle banche e della loro moneta. Ecco perché non c'è vera democrazia senza gestione nazionale della moneta da parte dello stato e senza il controllo della società civile.

Quando uno stato per finanziarsi dipende dal sistema finanziario nazionale o, peggio, dai mercati finanziari internazionali perché non crea e non controlla la sua moneta, allora diventa uno Stato subordinato e sostanzialmente eterodiretto, uno stato costretto a servire i suoi creditori. I suoi cittadini pagano le tasse per ripagare il debito alla finanza e non possono godere dei servizi pubblici che avrebbero il diritto e la possibilità di godere. E' esattamente ciò che avviene in Italia e nei paesi europei attualmente, in particolare nei paesi del sud Europa.

Occorre sottolineare che non c'è nessun stato che conta nel mondo che non stampi la sua moneta e non abbia la sua banca centrale per proteggere e governare la moneta nazionale. I grandi stati e gli stati emergenti – come USA, Giappone, Gran Bretagna, Cina, India, Russia, Brasile, Corea, Svizzera, Israele, ecc. si basano sulla loro moneta nazionale.

Anche la Germania ha la ...sua moneta: l'euro! La moneta unica impedisce le svalutazioni monetarie dei paesi deboli e le rivalutazioni di quelli forti, esasperando gli squilibri commerciali e finanziari all’interno dell’Eurozona, a favore dei paesi più forti, ovvero dei paesi con la bilancia commerciale in attivo, come la Germania. La Germania, grazie all'euro, non ha mai smesso di governare la sua moneta.
Le proposte di PositiveMoney: la moneta come bene comune

In una prospettiva di riforma radicale del sistema monetario e finanziario, occorrerebbe che la moneta diventasse finalmente un bene comune gestito dallo stato democratico, rappresentante legittimo della comunità nazionale. Sul piano teorico sta avanzando proprio questa prospettiva. Attualmente organizzazioni come PostiveMoney[6] chiedono che:

1) la moneta venga creata e gestita da una Autorità tecnica neutrale indipendente. 2) gli organi rappresentativi dello stato eletti e controllati dai cittadini dovrebbero stabilire in maniera trasparente a chi e per quali fini sarà dedicata la moneta: potrebbe essere distribuita direttamente ai cittadini e al sistema produttivo, o essere utilizzata per diminuire le tasse, per aumentare la spesa pubblica, per diminuire il debito pubblico 3) le banche commerciali dovrebbero mantenere il 100% dei depositi della clientela presso la banca centrale e fungere da intermediari puri. Le banche d'affari dovrebbero essere completamente separate dalle banche commerciali.
Lo Stato dovrebbe emettere nuova moneta fiscale a favore del lavoro e delle imprese

E' ovvio che riforme radicali del sistema finanziario sono difficili e richiedono tempo. Ma è possibile fare subito dei passi in avanti. Innanzitutto è indispensabile e urgente rilanciare la domanda, immettere nuova liquidità nel sistema per rilanciare i consumi e gli investimenti privati e pubblici. Occorre diminuire il peso fiscale senza sacrificare la spesa pubblica per i servizi ai cittadini.

Proponiamo allora che lo Stato italiano emetta gratuitamente a favore dei lavoratori (occupati, disoccupati e pensionati) e delle imprese CCF ad utilizzo differito, validi cioè a partire da due anni dopo l’emissione per pagare qualsiasi tipo di impegno finanziario verso la pubblica amministrazione: tasse, contributi, tariffe, multe, ecc. Il governo italiano emetterebbe CCF per 90-100 miliardi il primo anno, da incrementare, se necessario, nei due anni successivi fino a un massimo di 200 miliardi annui, almeno fino a quando non si verifichi una consistente ripresa della domanda e dell’occupazione[7].

I CCF sarebbero scambiabili sul mercato finanziario analogamente a qualunque altro titolo emesso dallo Stato. Essendo il valore dei CCF garantito dallo Stato, i CCF potrebbero essere utilizzati direttamente come mezzi di pagamento nel mercato interno. Aumenterebbero enormemente e immediatamente la capacità di spesa dei consumatori e delle aziende.

Questa proposta è compatibile con le regole e i vincoli posti dal sistema dell’euro, perché la BCE ha il monopolio sull'emissione di moneta ma ovviamente non sulla creazione di quasi-moneta (come i depositi bancari e i titoli di stato). Ogni stato sovrano ha il diritto di offrire legittimamente sconti fiscali, e quindi anche i CCF. Inoltre i CCF non costituiscono titoli di debito, cioè non devono essere pagati in euro dallo stato, ma rappresentano “solo” dei crediti fiscali.

Il nuovo strumento creato dallo Stato non genererebbe nuovo debito pubblico. Infatti il calo delle entrate pubbliche che si verificherebbe ceteris paribus alla scadenza dei CCF – cioè dopo due anni dalla loro emissione – verrebbe più che compensato dall’aumento dei ricavi fiscali prodotto dal forte recupero del PIL, a sua volta generato dall'incremento di domanda dovuto all'utilizzo dei CCF.

Considerando che la caduta della produzione industriale è stata pari al 25%, e che le risorse produttive (capitale e lavoro) sono oggi fortemente sottoutilizzate, esistono ampi margini di recupero. Il moltiplicatore fiscale sul PIL sarebbe certamente superiore a uno (per ogni euro di CCF emesso il PIL potrebbe aumentare almeno di 1,3 euro). A causa dell'output gap sarebbe possibile immettere nuova liquidità senza aumentare l’inflazione a livelli eccessivi (anzi, impedendo la caduta in una situazione di deflazione cronica).

A puro titolo di esempio, si supponga di assegnare gratuitamente, in tre anni, a partire dal primo gennaio 2015, circa 70 miliardi di CCF ai lavoratori sia dipendenti che autonomi in funzione inversa del loro livello di reddito, così da stimolare la spesa per il consumo; e di assegnare circa 80 miliardi ai datori di lavoro del sistema privato.

Quest’ultimo importo abbatterebbe del 18% circa il costo del lavoro, una percentuale equivalente alla differenza di competitività dell’economia italiana nei confronti della Germania. Si eviterebbe così che l’espansione della domanda interna produca squilibri nei saldi commerciali con l'estero: l'aumento delle importazioni sarebbe infatti bilanciato dalla crescita delle esportazioni derivato dalla diminuzione del costo del lavoro e dall'aumento conseguente di competitività.

Altri 50 miliardi circa di CCF dovrebbero essere utilizzati per finanziare iniziative pubbliche, per esempio per assicurare forme di reddito garantito, per sostenere iniziative ambientali e infrastrutturali, per l'imprenditoria al Sud, per la formazione e per l'occupazione giovanile e femminile, per gli interventi di prevenzione e riparazione dei danni ambientali, ecc.

Grazie alla crescita del PIL, il deficit e il debito pubblico diventerebbero più facilmente sostenibili, con beneficio anche per i creditori nazionali e internazionali. Soprattutto aumenterebbe l'occupazione: l'aumento dell'occupazione avrebbe non solo un enorme significato sociale ma sarebbe il segnale definitivo di uscita dalla crisi.
NOTE

[1] Risolviamo la crisi dell'Italia: adesso! Uscire dalla depressione con l’emissione di “moneta statale” a circolazione interna Manifesto / appello a cura di: Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Luciano Gallino, Enrico Grazzini, Stefano Sylos Labini, riprodotto (anche in pdf) da http://www.syloslabini.info/online/risolviamo-la-crisi-dellitalia-adesso/
[2] Cattaneo Marco, Zibordi Giovanni “Soluzione per l'euro. 200 miliardi per rimettere in moto l'economia italiana - creare mometa, ridurre le tasse e rilanciare la domanda” con prefazione di Warren Mosler e introduzione di Biagio Bossone, Hoepli, marzo 2014 [3] Vedi Biagio Bossone “ To G-20 Leaders: Urgent Need to Boost Demand in the Eurozonewww.economonitor.com/blog/ , ottobre 2014; Bossone cita Henry Simon, Irving Fisher, John Maynard Keynes, Abba Lerner, Milton Friedman e Ben Bernanke tra gli economisti promotori di soluzioni helicopter money [4] Colin Crouch “Postdemocrazia” Laterza, 2001; e “Quanto capitalismo può sopportare la società” Laterza, 2014 [5] Bank of England “Money creation in the modern economy”, di M. McLeay, A. Radia e R. Thomas, Quarterly Bulletin 2014 Q1. [6] Vedi www.positivemoney.org; vedi anche Andrea Baranes “Le banche e il potere di creare moneta”, Sbilanciamoci.info, maggio 2014 [7] Manifesto / appello “Risolviamo la crisi dell'Italia: adesso! Uscire dalla depressione con l’emissione di moneta statale a circolazione interna” già citato 

domenica 21 luglio 2013

Intervista a Gallino: Prima il lavoro

di Sara Farolfi da sbilaciamoci.info

Per uscire dalle secche della crisi va riportata in cima all'agenda politica la piena occupazione. Perchè avere un lavoro è più importante che avere un reddito e la perdita del lavoro può infliggere danni maggiori della povertà stessa. Intervista al sociologo Luciano Gallino
Redistribuzione del lavoro e redistribuzione del reddito: è possibile conciliarle? Sul dibattito lanciato da Sbilanciamoci.info sul tema del reddito minimo garantito abbiamo interpellato il sociologo Luciano Gallino, professore emerito, già ordinario di Sociologia, all'Università di Torino.
Lo slogan più diffuso al momento è: più crescita per rilanciare l'occupazione. A parte il fatto che si dice ma non si fa, pensa che sia vero o ritiene che il problema occupazionale abbia anche dei caratteri strutturali non eliminabili da una ripresa del ciclo economico?
In generale si parla di crescita come un tempo si parlava del flogisto, termine medievale che indicava una sostanza imponderabile circolante ovunque e capace di compiere miracoli. Nove persone su dieci, tra quelle che parlano di crescita, non sanno di cosa parlano. Se non corredato di indicazioni precise, infatti, il termine crescita non significa nulla, o addirittura può essere fuorviante perchè per esempio la crescita può essere anche legata all'aumento dei profitti finanziari. Io penso che sia meglio parlare di qualcos'altro, e, per restare alla domanda posta, credo che una misura realistica di buon funzionamento economico dovrebbe essere il tasso di occupazione e quello di attività.
Il dibattito aperto da Sbilanciamoci.info si è polarizzato tra interventi a favore del lavoro di cittadinanza e interventi per il reddito di cittadinanza: quale ritiene che sia, tra le due, la strada da intraprendere?
Privilegerei la creazione di occupazione diretta. Riportare in cima all'agenda politica la prassi e l'idea di piena occupazione è una questione prioritaria. Il fatto è che la terminologia stessa di “piena occupazione” è stata rimossa dall'ideologia neoliberale. A partire dal dopoguerra, e per i primi vent'anni, il concetto è stato in primo piano, poi è scomparso. Persino nel Trattato Europeo l'espressione “piena occupazione” ricorre una sola volta e non come fine statutario ma come esito auspicabile di mercati efficienti. È paradossale. Detto questo, una prassi di piena occupazione non collide con un progetto di reddito di base, ma va detto che le due cose hanno due pesi differenti perchè avere un lavoro è più importante che avere un reddito e la perdita del lavoro, in termini tanto sociali quanto personali, può infliggere danni maggiori della povertà stessa.
Pensa che la proposta di legge di iniziativa popolare sul reddito minimo garantito, consegnata alla Camera il 15 aprile, abbia buone probabilità di aprire una strada diversa alla tutela del reddito in Italia?
Ne dubito molto, anche perchè il governo in carica è un governo di destra che applica le indicazioni, di destra, che provengono da Bruxelles, e più in generale dalla Trojka. Una proposta di legge di questo tipo difficilmente potrà trovare ascolto e spazio. A mio avviso uno degli aspetti più interessanti della legge è il riordino delle prestazioni assistenziali. La sostituzione della dozzina di prestazioni, oggi previste, con un unica forma di sostegno al reddito potrebbe avere un effetto positivo e sarebbe auspicabile. Naturalmente questa unica forma di sostegno al reddito dovrebbe avere un carattere universale ma variabile in base ai livelli di reddito e alle condizioni familiari, come previsto anche dalla proposta di legge.
Chiedere interventi per un “lavoro di cittadinanza” significa porre come obiettivo di politica economica la creazione di nuovi posti di lavoro da parte dell'amministrazione pubblica per ottenere una “piena e buona occupazione”, cosa ne pensa?
Preferisco parlare, come ha fatto recentemente anche la Commissione Europea, di job guarantee. E se persino la Commissione europea scopre la “piena occupazione” forse è segnale che è arrivato il momento di fare qualcosa.
Chiedere un reddito minimo garantito significa fissare di fatto un salario minimo al quale il soggetto beneficiario è disposto a prestare il suo lavoro. Non costituirebbe un argine ai processi di precarizzazione del mondo del lavoro?
Nutro molti dubbi in proposito perchè i rapporti di lavoro precari non riguardano l'entità della retribuzione ma la possibilità di usare il lavoro esattamente come si usano ricambi e componentistica nei servizi. Il principio che si è affermato prima nella produzione e poi nel mercato del lavoro è quello del “giusto in tempo”. La flessibilità è figlia di questa idea e non penso che pagando qualcosa in più o in meno le cose possano cambiare. È sull'organizzazione complessiva della produzione che bisogna intervenire.
Cosa pensa di proposte che vogliono connettere la redistribuzione del reddito nella forma di una garanzia universale e una redistribuzione del lavoro attraverso l'espansione di forme contrattuali a tempo ridotto?
Penso che siano linee di difesa di secondo e terzo piano, mentre oggi sarebbe meglio concentrarsi su quelle di primo piano. Negli ultimi trent'anni abbiamo assistito a una gigantesca redistribuzione del reddito dal basso verso l'alto: questa è un'enorme questione politica che andrebbe affrontata attraverso gli strumenti legislativi, il potenziamento dei sindacati e del contratto nazionale.
Pensa che politiche di sostegno al reddito come quelle di cui abbiamo parlato siano sostenibili o che richiedano una rimodulazione della politica fiscale nel suo complesso per il loro finanziamento?
Una rimodulazione delle politiche fiscali sarebbe comunque necessaria perchè, come ho detto, le politiche fiscali hanno ridotto le entrate e favorito soprattutto l'aumento delle disuguaglianze. Però è necessario fare due conti: con 15 miliardi di euro si potrebbero creare posti di lavoro, in un anno, per 1 milione di persone, mentre destinando la stessa somma al reddito garantito non si coprirebbe una popolazione altrettanto numerosa e non si avrebbe quell'effetto moltiplicatore sull'economia che il creare occupazione produce.

mercoledì 23 gennaio 2013

Sta arrivando l’inferno, ma i candidati non lo vedono

da libreidee


Sull’Italia sta per scatenarsi l’inferno, ma nessuno lo dice chiaro e tondo: sia i politici che i grandi media non hanno ancora spiegato cosa significano, in concreto, il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio. Tagli sanguinosi: 40 miliardi di euro all’anno, per vent’anni. Traduce Luciano Gallino: vuol dire ridurre in miseria due o tre generazioni di italiani, e retrocedere la nostra economia in sedie D. E tutto questo, aggiunge Giorgio Cremaschi, sulla base di miseri calcoli tragicamente errati: la Merkel, Draghi e Monti hanno inaugurato le micidiali politiche di rigore credendo che un punto di taglio del deficit pubblico avrebbe ridotto la crescita di mezzo punto. Tutto sbagliato: un punto di tagli produce un mezzo di danno economico, cioè tre volte le previsioni. A dirlo non è Cremaschi, ma il capo economista del Fondo Monetario Internazionale, come riporta il “Sole 24 Ore”.
Tecnocrati incapaci, oltre che spietati: «Hanno sbagliato i conti – dice Cremaschi – e la politica di austerità che hanno consapevolmente deciso ha prodotto disoccupazione e povertà tre volte di più di quanto avevano pensato di farci pagare». Ecco spiegata la dismisura della spirale recessiva, sempre più pesante e senza soluzioni, che sta dilagando in Europa. «In concreto – scrive Cremaschi su “Micromega” – questo vuol dire che il pareggio di bilancio come obbligo costituzionale, votato anche da Lega e Idv», comporta un’austerity «non più economicamente e socialmente sostenibile», perché il patto fiscale europeo ci obbliga a dimezzare il debito pubblico in appena vent’anni. E’ l’orrore sociale del Fiscal Compact, di cui i media prefriscono parlare il meno possibile, «con buona pace della politica di unità nazionale che ha deliberato queste scelte e dello stesso Presidente della Repubblica che le ha auspicate e benedette».
Scelte sciagurate, che secondo Cremaschi «vanno concretamente e rapidamente messe in discussione, cioè revocate», perché per rimediare a danni epocali «sarà necessaria una politica economica di segno opposto a quella sinora attuata». Una nuova politica democratica, «che come prima misura decida di rompere il tabù liberista che domina il nostro continente». E’ il tabù del debito e del pareggio di bilancio, spauracchio «che invece viene messo in discussione nel resto del mondo, dagli Stati Uniti al Giappone alla Cina all’America latina», dove peraltro le economie si basano su moneta sovrana, senza cioè il ricatto di una valuta “straniera” come l’euro. Parliamoci chiaro, insiste Cremaschi: «Per affrontare la crisi e il suo primo effetto, la disoccupazione di massa, bisogna spendere soldi pubblici», come fa Obama, «senza timore di avere un bilancio in deficit». E dunque: «In Italia e in Europa deve saltare tutto il sistema di patti, accordi e regole che promuovono e disciplinano l’austerità».
In Italia invece il confronto elettorale parla d’altro, aggiunge Cremaschi, anche se la campagna elettorale si fonda sulle promesse più varie. «Monti evidentemente non può certo smentire sé stesso, Berlusconi è sicuramente capace di farlo ma proprio per questo non ha alcuna credibilità». E Bersani? «Nel proprio programma elettorale ha scritto che si impegna a rispettare tutti gli impegni assunti e lo ribadisce in continuazione per rassicurare l’Europa e lo spread». Ma se si allarga l’orizzonte, il risultato non cambia: «Anche chi si oppone a questi tre leader e ai loro schieramenti non affronta davvero questi temi, e in ogni caso non li mette al centro della propria propaganda». Grillo, per esempio: «A volte ne parla, ma poi al centro di tutto mette la lotta al sistema dei partiti». E Ingroia? Lui pure ne fa accenno, «ma ben dopo i temi della legalità che gli sono più cari». Così, nel confronto sulla politica economica «trionfano i “ma anche” di veltroniana memoria». Coniugare austerità e crescita, rigore con equità? «Sono formulette abusate, che non vogliono dire un bel nulla».
La crisi economica mondiale, aggiunge Cremaschi, si è alimentata pochi anni fa dalla esplosione della bolla finanziaria. In Italia, la crisi politica è letteralmente assorbita in una bolla mediatica, che sta gonfiando queste elezioni presentando uno scontro tanto più aspro quanto più si allontana dalle decisioni vere da assumere. «Prima o poi la bolla mediatica scoppierà come è successo per i quella dei derivati», dice Cremaschi. E allora, «il peso delle decisioni non prese e nemmeno discusse davvero si abbatterà su di noi con il perdurare della crisi». Ci sono le elezioni a febbraio? Bene. Non resta che «pretendere da chi si candida» di chiarire un punto fondamentale: «Dica con chiarezza se vuol mantenere o mettere in discussione pareggio di bilancio e Fiscal Compact: è su questo che ci si divide in Europa alle elezioni e sarebbe ora che accadesse anche da noi, nonostante la bolla mediatica».

martedì 6 novembre 2012

Movimenti a sinistra del PD da Gallino a De Magistris la rincorsa ai voti grillini

di Goffredo De Marchis da soggetopoliticonuovo
 
Tutti puntano al superamento dell´agenda Monti e della carta di intenti democratica. Per molti il candidato premier di questa galassia può essere il pm di Palermo Ingroia

Pezzi di sinistra che vogliono incrociare pezzi di elettorato «in liquefazione». L´astensionismo siciliano (53 per cento) e i sondaggi che danno il non voto a livello nazionale vicino al 40 stanno “accendendo” una serie di movimenti alla sinistra del Pd e anche di Sel. L´ultimo in ordine di tempo è il Manifesto di Marco Revelli, Paul Ginsborg, Luciano Gallino e Livio Pepino. “Cambiare si può” dicono nel titolo e puntano a «creare le condizioni per una presenza elettorale alternativa alle elezioni politiche del 2013». Alternativa a che cosa? A Bersani, a Grillo, a Vendola che «firmando la carta d´intenti del Pd si è vincolato in sostanza all´agenda Monti», spiega il professor Revelli. Si sono dati tempo fino a un´assemblea fissata per il primo dicembre. Se una parte dell´elettorato darà la risposta attesa, se le mille schegge di quel campo riusciranno a trovare un´intesa, la lista elettorale sarà nella scheda.
È una galassia mista e ancora piuttosto confusa. Il che non è certo un vantaggio a pochi mesi dal voto politico. C´è il Movimento dei sindaci, ossia la lista Arancione guidata da Luigi De Magistris, guardata con simpatia da Leoluca Orlando, a caccia di altri sostegni a cominciare da Marco Doria per finire a Giuliano Pisapia (molto complicato). Un tentativo solo abbozzato di creare le condizioni per un “partito” che non avrà i primi cittadini candidati ma la loro benedizione e il loro sostegno. C´è il corteggiamento nei confronti della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici in guerra con Marchionne e al quale l´amministratore delegato della Fiat fa una bella pubblicità con le sue “iniziative” quotidiane. Maurizio Landini, il segretario delle tute blu, ha dichiarato con nettezza che il sindacato non scenderà in campo, non cederà alle lusinghe di nessuno, nemmeno a quelle di Tonino Di Pietro che con Maurizio Zipponi cerca in tutti i modi di agganciare le sue alle lotte degli operai. Ma quel bacino di voti fa gola a molti. «Noi – dice Revelli – ci muoviamo su una proposta molto vicina a quella della Fiom».
L´obiettivo sono i consensi degli astenuti e quelli di Grillo che vengono da sinistra. «Oggi l´unica offerta contro questo governo è il comico – dice Revelli -. Noi ci proponiamo di costruire un altro contenitore per quel tipo di protesta». Fra i firmatari del Manifesto Sabina Guzzanti, Massimo Carlotto, don Gallo, Haidi Giuliani, l´operaio Fiom di Pomigliano Antonio Di Luca, don Marcello Cozzi di Libera. Se il tentativo non potrà ambire a traguardi superiori «alla mini-testimonianza di bandiera» verrà archiviato. Si parla di un target oltre la soglia del 5 per cento. Il termometro saranno le adesioni sul sito www.cambiaresipuo.net. La legge elettorale invece è una variabile minore. «Per l´ampiezza dell´elettorato in libertà il sistema di voto ci interessa poco», dice Revelli. E con il Porcellum Antonio Ingroia sembra il candidato premier più adatto.
Ma i movimenti hanno certamente bisogno di un coordinamento perché nello stesso spazio si muove da tempo la Federazione della sinistra, ancora quotata nei sondaggi intorno al 2 per cento. La frammentazione non li aiuterà a raccogliere i voti in uscita e ad arginare il boom dei 5 stelle. Il primo dicembre, giorno dell´assemblea, è subito dopo le primarie del Partito democratico. Che diranno qualcosa su dove andrà il centrosinistra.


Fonte: Repubblica 06.11.2012

venerdì 26 ottobre 2012

La mano visibile del mercato. Intervista a Luciano Gallino


Disoccupazione, contrazione dei salari, precarietà. Viaggio nell’economia reale, dal mercato dell’auto all’ascensore sociale mondiale: le classi esistono ancora, ed è falso sostenere che maggiore flessibilità aumenta i posti di lavoro.

di Pietro Raitano - da altreconomia.it via Micromega

 
“Si sente dire spesso che ‘si vede la luce in fondo al tunnel’, che la ripresa non è lontana. Sono dichiarazioni totalmente slegate dalla realtà. E chi le afferma, se ne deve assumere la responsabilità”. Luciano Gallino, classe 1927, sociologo di fama internazionale e autore di innumerevoli manuali e saggi, è lucido nella sua analisi, forte di un incessante lavoro di studio e ricerca che dura da oltre 50 anni.

Professor Gallino, che cosa ci dicono i recenti dati sul lavoro in Italia?“Ci dicono che la situazione dell’economia e del lavoro è gravissima. La disoccupazione tocca livelli altissimi: tra disoccupati ‘dichiarati’ e lavoratori ‘scoraggiati’ siamo arrivati ormai a quasi 4 milioni di persone. Se il tasso di disoccupazione è diminuito quindi è solo perché molte persone hanno semplicemente smesso di cercare lavoro.
Ma non solo. Ancora in questi giorni ho letto che i cosiddetti ‘precari’ sono soprattutto giovani. Ora, è senz’altro vero che l’80% delle nuove ‘assunzioni’ (se così possiamo chiamarle) riguarda persone poco avanti con gli anni. È anche vero, però, che ormai milioni di lavoratori hanno seguito questa trafila: dopo 15, 20 anni di contratti di breve durata di vario genere, non sono più tanto giovani. Si stima che almeno un 30% dei precari oggi abbia passato i 40 anni. Le stime dicono che i precari sono 3 milioni. Io ipotizzo 4 milioni. Quel che conta però è il totale: stiamo parlando di 7, 8 milioni di persone che non hanno lavoro, o lo hanno scadente e mal pagato (ricordiamoci che i precari quando hanno uno stipendio ragionevole lo hanno per 8, 9 mesi). Non vedo proposte adeguate per questa situazione. Eppure si dovrebbe ridurre di almeno 1 milione o 2 i disoccupati. Senza dimenticare un altro dato: per il 2012 è previsto un miliardo di ore di cassa integrazione, pari a mille ore in media per un milione di persone. La Cig vuol dire per un lavoratore ricevere meno di 750 euro netti al mese, per chi ne prendeva 1.200. La nostra situazione è più simile a quella della Spagna che a qualunque altro Paese europeo”.

Quali conseguenze ha la disoccupazione?“La disoccupazione è peggio di non avere reddito, o averlo senza essere occupati. È una ferita profonda del proprio senso di autostima. Soprattuto per i giovani: perché non ho lavoro? Ho studiato, ho esperienza... Senza contare i problemi familiari: anche coi 750 euro della cassa integrazione, il reddito è insufficiente, i rapporti in famiglia si logorano, si inaspriscono.
La disoccupazione è un enorme spreco economico e sociale. L’unica cosa che crea valore reale è il lavoro: 4 milioni di persone che non producono, 4 milioni che producono poco e male. Poi ci sono le professionalità che si perdono: il 50% dei disoccupati ha superato un anno di inattività, un’eternità se comparato con lo sviluppo della produzione e il mutamento delle tecnologie. Per strada si perdono forme di conoscenza. La disoccupazione è il più grande scandalo che la società possa conoscere. Che non se ne parli è uno degli aspetti più gravi”.

Perché colpisce il sistema produttivo italiano?“La finanziarizzazione dell’economia ha stravolto i criteri delle imprese. Il risultato è stato che queste cercano di comprimere i costi del lavoro, spremute dagli azionisti e dagli investitori, per inseguire rendimenti elevati, assurdi dal punto di vista industriale. Rendimenti tipici della speculazione, ovvero 3, 4 volte superiori rispetto a quelli tecnicamente sostenibili nel periodo medio lungo per una normale azienda.
Il risultato sono compressione dei salari, intensificazione dei ritmi, emarginazione dei sindacati. Attenzione, però, vale per tutti i Paesi europei, anche per la Germania, dove milioni di lavoratori hanno pagato questa situazione. Tuttavia la Germania ha una ventina di grandi industrie che vanno abbastanza bene, e parecchi altri elementi che spiegano la differenza con noi.
Uno fra tutti è il tasso di investimento in ricerca e sviluppo. Sui 27 Paesi dell’Unione europea, l’Italia è al quindicesimo posto, dietro all’Estonia, con un tasso di investimento dell’1,25% del Pil. Il tasso tedesco è più del doppio, quasi il triplo. Anche l’Inghilterra, che di per sé ha un prodotto interno lordo molto legato alla finanza, investe molto di più in ricerca. Un altro dato: sono particolarmente carenti gli investimenti in capitale fisso. Gli stabilimenti italiani sono irrimediabilmente invecchiati, con un’età media di 25 anni. In Europa la media è la metà. Neanche a dirlo, l’insufficienza degli investimenti è equamente divisa tra pubblico e privato”.

Quanto hanno influito le riforme del mercato del lavoro che si sono susseguite nel tempo?“Le cosiddette riforme del lavoro progettate dalla fine degli anni 90 in poi hanno aumentato il lavoro precario. In particolare, se si guarda la curva del lavoro precario, dal 2003 -anno della stesura del decreto attuativo della legge 30- c’è una fortissima impennata. La precarietà peraltro contribuisce alla crescita del coefficiente di disoccupazione, perché tra un contratto e l’altro passa sovente qualche mese.
È una delle conseguenze delle dottrine neoliberali, che per quanto sconfitte, smentite e sconfessate, sono sempre lì, si insegnano nelle università, costituiscono la forma mentale dominante nei media.
Chiunque abbia studiato a fondo la questione si rende conto che non c’è nessuno studio empirico di peso che metta in correlazione flessibilità nel lavoro e aumento dell’occupazione. Semmai molti studi dimostrano il contrario. Negli anni 90 l’Ocse insisteva molto sulla flessibilità, ma già dal 2004 ha cominciato a ricredersi.
L’evidenza ci dice che dal 2000 in poi l’indice Ocse della rigidità del lavoro in Italia è diminuito moltissimo, passando dal 3,50 del 2003 a meno di 1,8 oggi, in una scala da 0 a 5, dove il massimo significa quasi impossibilità di licenziare (tra gli indicatori c’è ad esempio il costo per il licenziamento). Ma questo nella testa degli economisti non entra. Eppure si danno l’aria di scienziati, e dovrebbero sapere che si fa se un esperimento fallisce”.

Molti spingono sulla retorica del costo del lavoro e della scarsa produttività, come nel caso Fiat.“Assistiamo a dell’umorismo nero: 5 anni fa Sergio Marchionne disse ‘Che cos’è questa storia del costo del lavoro, che incide 5/6% sul totale! Bisogna occuparsi di cose serie’. Anni dopo pare abbia scoperto che il lavoro costa troppo... Chissà, forse non aveva previsto la crisi...
Continuano a sperare di produrre 6 milioni di auto. Nel 2007 -l’ultimo anno buono per l’industria automobilistica- in Europa si sono vendute di 17 milioni di auto. Quest’anno saremo sotto i 13 milioni, 4 milioni di pezzi in meno. Tutte le società automobilistiche sono in crisi, tranne forse la VolksWagen. I manager non hanno tenuto conto che l’auto è alla fine dei suoi giorni. E ciò vale soprattuto per l’Italia, visto che detiene il maggior numero di auto per abitante (in Francia è inferiore di un terzo)”.

Non c’è però solo l’auto: tutto il nostro sistema industriale pare in crisi. “Come nel caso dell’acciaio: siamo il maggior produttore d’Europa, ma non è un segno di buona salute. Le acciaierie dovrebbero essere più piccole, per fare acciai più adatti. Noi abbiamo l’impianto più grande d’Europa, espressione di un vecchio modello produttivo, difficilmente riformabile. Negli Stati Uniti hanno chiuso gli impianti per realizzarli 5 volte più piccoli. Il sistema va ripensato, anche per ragioni ecologiche. Occorrerebbe pensare a produrre valore in settori differenti. Il territorio italiano è un disastro, da riqualificare. Il 50% delle scuole non è a norma, tra soffitti che crollano e pavimenti che cedono. C’è poi il risparmio energetico: 9 case su 10 riscaldano anche l’esterno...
Poi c’è da sviluppare nuovi sistemi di mobilità. Basti solo pensare alla metropolitana: l’Italia avrà meno di 250 chilometri di linee. Da sola, Parigi ne ha il doppio, Londra anche di più, così come Berlino. Tradotto stiamo parlando di grandi investimenti, per decine di migliaia di posti di lavoro”.

Come si può creare lavoro?“La cementificazione è un fatto orrendo: in 20 anni la popolazione è aumentata di 2 milioni, ma sono stati costruiti 20 milioni di vani. Pura follia, così come costruire senza fine fiumi di automobili e lavastoviglie. Molte altre scelte creerebbero lavoro specializzato ad alta intensità: riqualificazione del territorio, di quel 70% di edifici non antisismici, degli acquedotti che perdono, delle scuole non a norma. C’è un’ampia platea di settori che richiederebbero lavori che sono altamente tecnici, che richiedono l’impiego di tecnologie avanzate e al tempo stesso hanno utilità collettiva ampia e diffusa”.

Il suo ultimo libro parla esplicitamente di lotta di classe. “Le classi ci sono più che mai: quando una persona guadagna 1.200 euro al mese, è totalmente soggetto a ordini dall’alto, addirittura fino al modo in cui si muove. Prendiamo come esempio l’accordo per lo stabilimento Fiat di Pomigliano. In realtà è un diktat: 19 pagine sono dedicate alla metrica del lavoro, ovvero come e in quanti secondi si devono muovere la mani, le braccia, il collo, le gambe.
Ma questo vale non solo per l’industria meccanica, anche per la ristorazione, per l’agricoltura. Lavoratori con uno stipendio scarso, e una pensione che si annuncia da fame. Questa è una prima classe, distinta da altre, che hanno un minimo di indipendenza in più e di controllo fisico in meno: insegnanti, funzionari, fascia alta degli impiegati, commercianti.
Infine c’è la classe dominante, quella espressione di un potere politico ed economico enorme, che dice al 90% della popolazione che cosa fare, e controlla i mezzi per farglielo fare. Diffonde quella che viene chiamata ‘la mentalità del governare’. Sul piano internazionale è una classe dominante formata da tante classi locali.
In molti Paesi queste classi si assomigliano sempre di più, sono sempre più legate tra loro, dormono in alberghi identici, hanno gli stessi parametri di riferimento. Parecchi anni fa fu coniata l’espressione ‘classe capitalistica transnazionale’.
Tra classi, infine, la mobilità è dovunque inferiore a quanto si pensi. Un Paese in cui è particolarmente bassa sono gli Stati Uniti. La rigidità intergenerazionale negli Usa è drammatica. Anche in Italia la rigidità dell’ascensore sociale è molto rilevante, anche perché la cuspide della piramide del lavoro è sempre più stretta e c’è sempre meno posto”.

I salari fanno parte di questa dinamica.“Con patrimoni finanziari ingenti si può fare tutto. Ma invece di spendere in investimenti o in impianti fissi, una quota rilevantissima degli utili delle aziende è stata utilizzata per compensare i top manager, sia Usa sia in Europa. Oppure l’impresa compra azioni proprie per far salire il valore di mercato, perché su questo si misura l’operato del manager. Il risultato è crescita di disuguaglianze. I salari italiani sono fermi dal ‘95, negli Usa fermi addirittura dal 1975. Si stima anzi siano leggermente regrediti. Il fenomeno riguarda l’80, 90% della popolazione, mentre si è enormemente arricchito il famoso 1%. Tanto è vero che in alcuni Paesi europei troviamo indici di disuguaglianza astronomici. La Germania ha un indice di Gini (misura la distribuzione del reddito in una scala da 0 -massima distribuzione- a 1 -massima concentrazione-, ndr) tra i più alti del mondo: 0,8. Un Paese sull’orlo dell’esplosione sociale, dove a 5 milioni di persone sono corrisposti 500 euro al mese per 15 ore di lavoro la settimana, e il 22% dei lavoratori dipendenti, soprattutto operai, ricevono meno della metà del salario mediano”.

Come giudica la recente riforma del lavoro del Governo?“A leggerne i provvedimenti, è chiaro che si ispira quasi alla lettera alle indicazioni contenuti in alcuni documenti della Commissione europea e dell’Ocse di una ventina di anni fa. Nel 1996 l’Ocse aveva pubblicato un rapporto in cui si insisteva molto sul fatto che la rigidità dei contratti manteneva bassi i tassi di occupazione. Dopo vari rapporti intermedi la stessa Ocse ha pubblicato altri studi in cui diceva che tutto sommato non c’è evidenza empirica del rapporto tra rigidità e tasso di occupazione. Vi sono stati dunque casi di Paesi con rigidità elevata accompagnata a occupazione elevata, e viceversa. In sostanza, l’Ocse ha smentito se stessa. Eppure, la riforma del mercato del lavoro riprende pari pari queste indicazioni. Devo dire a questo punto che pensare sia utile in un momento di grave crisi (finanziaria, ma con forti radici nell’economia reale) facilitare i licenziamenti per accrescere il tasso di occupazione, significa applicare una ricetta del tutto sbagliata. Diciamo che da una parte c’è l’orientamento preconcetto di persone che hanno la mente intrisa delle dottrine neo liberali. Ma ci sono anche ragioni più dirette: qualcosa bisognava dire o dare al Fondo monetario internazionale, all’Ocse, alla Bce, un testo che li accontentasse. A ogni riunione che si fa si dice che l’Italia ha fatto passi in avanti sulla strada delle riforme”.

Perché la finanza ha preso tutto questo potere?“Perché non ha avuto opposizione. Non certo dai partiti, che a partire dagli anni 80 si sono adoperati per la finanziarizzazione, la liberalizzazione di movimenti di capitale, la produzione a valanga dei titoli come i derivati strutturati. Tra questi i partiti di sinistra e di centro-sinistra, che hanno ispirato molti documenti degli anni 80 in quella direzione, spinti da illustri personaggi della sinistra. Lo dico con una certa ambasce: i francesi Mitterand, Delors e Camdessus, il tedesco Schröder.
Le dottrine neo liberali, diffuse e propagandate a suon di dollari investiti in decine di ‘pensatoi’ e centri studi, hanno avuto un successo straordinario anche tra uomini politici, intellettuali e accademici. Poi c’è stata la caduta del Muro, e molte sinistre hanno fatto il possibile per mostrare di essersi allontanati dalle ideologie che vedevano nello Stato un soggetto di peso.
A dire il vero, soprattutto in Francia, furono dei problemi coi movimenti di capitale a sollecitarne la liberalizzazione. Si cominciò a dire che i capitali fuggivano, anche se il dato era falsato. Il risultato fu di liberalizzarne i movimenti.Questi fattori hanno fatto sì che la finanza non abbia avuto la minima opposizione. Il risultato sono state direttive, norme, leggi: l’Unione europea è diventata più liberale degli Usa.
Il fatto straordinario è che le banche oggi hanno convinto i governi che andavano salvate per la seconda volta. In meno di tre anni il debito pubblico europeo è aumentato del 20%. A partire dal 2008 si sono dissanguati i bilanci pubblici per salvare le banche. I tedeschi si sono trovati con miliardi di debiti. L’istituto Hypo Re è costata ai tedeschi 142 miliardi di euro: troppo grande per fallire, avrebbe trascinato con sé milioni di piccoli risparmiatori.
Dal 2010 la crisi delle banche è stata travestita da crisi del debito pubblico. E quando i bilanci pubblici sono esangui non ce la fanno più, e scattano i tagli. Ci sono dei progetti in sede di Parlamento Ue per regolare i derivati (che sono stati definiti da Warren Buffet un’ ‘arma finanziaria di distruzione di massa’) e per suddividere la banche commerciali da quelle di investimento, ma sinora non si è fatto nulla. La crisi ora è vagamente sotterrata ma potrebbe riservarci amare sorprese.
In America nel 2010 è stata introdotta la Wall Street Reform, ma è talmente complicata che richiede 500 decreti attuativi, che a oggi sono solo una trentina. La legge è farraginosa, e le lobby fanno la loro parte per svuotarla”.

Perché il lavoro è così colpito dalla finanza?“Sin dagli anni 80 e 90, con lo sviluppo tecnologico, i mercati di consumo hanno cominciato a essere saturi, poiché l’industria aveva capacità produttiva in eccesso. Eccesso di capacità produttiva vuol dire che il capitale investito rende poco. Vuol dire che il rendimento è basso. La proprietà -non solo brutti personaggi panciuti col sigaro, ma anche gli investitori istituzionali, compresi i fondi pensione- chiedono rendimenti molto più alti. Sono i proprietari di metà delle azioni dei capitali delle imprese di tutto il mondo. Coi bassi profitti che non si possono far salire perché si produce troppo e si vende poco, i dirigenti, per dare retta agli investitori, hanno puntato a comprimere il costo del lavoro. Quindi flessibilità, precarietà, e compressione dei diritti. Si chiama la ‘strada bassa’, la strada impervia delle relazioni industriali.
Nessuno però ne parla. E non parlarne fa parte dello straordinario successo ideologico delle dottrine”. 


mercoledì 10 ottobre 2012

Luciano Gallino: vogliono trasformare in merce ogni pezzo dello stato sociale


L'ALBA deve ancora sorgere. Lavoro capillare, importante certo, ma che non tiene conto che l'offerta politica si deve accompagnare ad una visibilità ed ad una autorevolezza in grado di smuovere le coscienze...e le pance delle persone. 

martedì 10 aprile 2012

La nuova lotta di classe dei ricchi contro i poveri. Intervista a Luciano Gallino

  
colloquio con Luciano Gallino di Matteo Pucciarelli da Micromega


La flessibilità aumenta l'occupazione? Tagliare le spese dello Stato aiuta l'economia? La competitività valore assoluto? Tutte bugie. Un saggio di Luciano Gallino illustra le disastrose conseguenze economiche e sociali del neoliberismo, che ha elevato la disuguaglianza a ideale di sviluppo.

Il povero ragioniere Ugo Fantozzi, reduce da una delusione amorosa in ufficio, prese in mano le “letture maledette” del compagno Folagra, il rivoluzionario con la barba lunga e la sciarpa rossa emarginato da tutti. Mesi di studio, e all'improvviso, curvo sui libri accatastati in salotto, sbatté il pugno sul tavolo: «Ma allora mi han sempre preso per il culo!». Quasi come una rivelazione divina: Fantozzi aveva capito tutto.
Ecco, la lettura dell'ultimo lavoro di Luciano Gallino "La lotta di classe dopo la lotta di classe" (intervista a cura di Paola Borgna, editori Laterza) può sortire lo stesso effetto. Anche in un pubblico colto, sobrio e moderatamente di sinistra. Perché smonta uno a uno i dogmi dell'idea, anzi dell'ideologia moderna liberista, così trasversale, così apparentemente intangibile, come se non ci fossero altri schemi possibili all'infuori. E Gallino lo fa mettendo in fila dati, studi, e non opinioni. Senza facili populismi, senza scorciatoie preconfezionate. Spiegando che la lotta di classe esiste, eccome. Solo che si è ribaltata: è il turbo capitalismo che ha ingranato la quarta contro le conquiste dei movimenti operai ottenute fino agli anni ’70. E i lavoratori sono sempre più divisi al loro interno, impegnati in un’altra lotta, quella tra poveri.

Un testo imprescindibile per capire dove stiamo andando, e seguendo quali (folli) logiche. Un testo che a sinistra dovrebbe – o potrebbe, chissà – diventare una sorta di bibbia laica.

Era un'ottima occasione per parlarne direttamente col professore e sociologo piemontese.


Partendo dal tema del momento: dopo aver letto il libro sembra di capire che l'attacco all'articolo 18, ma anche semplici frasi come quella di Monti «le aziende non assumono perché non possono licenziare», siano in realtà parte di un disegno ben preciso: quella lotta di classe alla rovescia di cui parla nel libro. È così?

«Direi di sì. Si tratta di idee che circolano da decenni, che fanno parte della controffensiva iniziata a fine anni ’70 per superare le conquiste che i lavoratori avevano ottenuto a caro prezzo dalla fine della guerra. Riproposte oggi sembrano sempre più idee ricevute, piuttosto che analisi attinenti alla realtà. Dottrine neoliberiste imposte adesso con la forza, combattendo i sindacati, comprimendo i salari e tagliando le spese sociali».

Lei scrive: «La correlazione tra la flessibilità del lavoro – che tradotto significa libertà di licenziamento e insieme uso esteso di contratti di breve durata – e la creazione di posti di lavoro non è mai stata provata, se si guarda all’evidenza accumulatasi con i dati disponibili». Qui da mesi e mesi alla tv ci riempiono la testa col “modello danese”, poi quello tedesco... Ci fu la riforma Treu nel '96, poi quella Biagi, e ancora non sembra bastare. Allora forse la Cgil non dovrebbe firmare la riforma, anche se la clausola del reintegro venisse reintrodotta, perché è tutto l'impianto ad essere sbagliato...
«La Cgil è in una situazione molto difficile. Anche perché gran parte degli altri sindacati e dei media sono favorevoli a questa visione neoliberale. L’Ocse non è mai riuscita a provare l’esistenza di una correlazione tra flessibilità e maggiori posti di lavoro, e in alcune sue pubblicazioni arriva perfino ad ammetterlo. E anzi, c’è un aspetto paradossale: usando gli stessi indici dell’Ocse, si scopre che ad aumentare dovrebbe essere la rigidità, semmai. Perché dopo la riforma del 2003, che ha aumentato la cosiddetta flessibilità in Italia e che la rende superiore ad altri paesi come Francia, Germania e Inghilterra, i nostri indici occupazionali sono peggiorati».


La sinistra sembra giocare sempre in difesa. Passa per conservatrice. Che poi in effetti è vero, perché difende diritti acquisiti. Eppure il messaggio non passa, e se passa lo fa negativamente. “La vecchia sinistra, anti-moderna”. Il progresso sembra appannaggio di chi professa lo smantellamento del modello sociale. C'è un problema di comunicazione? Perché la sinistra ha così tante difficoltà a farsi capire da chi dovrebbe difendere?
«C’è un problema non grosso come una casa, ma come un grattacielo. Se a sinistra non c’è un partito di grande dimensioni che non difende il “Lavoro” significa che siamo davvero malmessi e che l’impresa diventa ancor più ardua. E poi la sinistra ha contro la maggior parte dei media e della classe politica, anche quella della “sinistra” stessa. Perché sono state introiettate quelle dottrine neoliberiste di cui prima. La lotta ideologica contro i sindacati per adesso ha vinto, culturalmente in primis. Basta vedere il calo degli iscritti al sindacato nei Paesi sviluppati. E questo ha inciso anche sulla partecipazione dei cittadini alla vita politica».

Verrebbe da dire che la fine delle ideologie è una grande bugia. Perché una è sicuramente rimasta, viva e vegeta....
«La fine delle ideologia è una delle più robuste e articolate ideologie in circolazione. È servita ad assicurare il dominio delle politiche economiche neoliberali, e anche la legittimazione di quelle politiche sul piano culturale e ideale. Gli slogan gli conosciamo bene: “ridurre la spesa pubblica”, “tagliare le imposte alle imprese e agli individui”, “occorre più flessibilità”, “meglio il lavoro temporaneo”, “il mercato deve guidare ogni immaginabile decisione, anche a livello locale”. Tutto questo ha avuto la meglio, anche nella cultura di una parte della sinistra. Conta poco che queste ricette siano sistematicamente sconfessate dalla realtà»

È interessante come il modello neoliberista abbia copiato da Gramsci la propria tendenza egemonica culturale. Lei lo ripete spesso. E poi spiega, e lo ha detto anche prima, come un pezzo di sinistra ne sia stata sedotta. Aggiungerei che alla sinistra hanno copiato anche l'internazionalismo, cioè la capacità di fare "gioco di squadra" a livello planetario. Come si fa a invertire la tendenza? Come si fa a imporre nuovamente una visione alternativa della società?
«È estremamente difficile. L’egemonia attuale è vincente sia sul piano della pratica, come lo vediamo ogni giorno, sia sul piano morale e culturale. L’austerità sta tagliando l’insieme delle condizioni di vita di milioni di persone, seminando recessione. E qui nasce un altro pericolo, cioè che politiche di questo genere fomentino l’estrema destra che urla contro la finanza, ma in modo assolutamente strumentale».


Il primo a parlare di “austerità” fu Enrico Berlinguer. Qualcuno, sempre a sinistra, ha ritirato fuori la cosa.
«Sì, ma erano altri tempi, altre situazioni, e quella parola usata dal segretario del Pci voleva dire un’altra cosa. Ora significa tagliare salari, posti di lavoro, spesa sociale e diritti. Allora era una critica al consumo. La crisi è nata anche per delle storture del modello produttivo. Non si può pensare di continuare a produrre sempre di più, all’infinito. Il progresso non consiste nell’avere cinque telefoni e tre automobili a famiglia, ma ha a che vedere con la qualità della vita, del tempo libero, del lavoro…»

Negli anni Settanta i giovani gridavano lo slogan "Lavorare meno, lavorare tutti". A un certo punto lei parla dei sindacati, e fa una critica a livello non solo europeo, ma mondiale: «Non si è sentito nessun sindacato, o gruppo di sindacati, europeo o americano, alzare la voce per dire che era inaudito che il salario orario minimo in Cina fosse di 75 centesimi di dollaro; e che è scandaloso che aziende europee e americane protestino perché quell’innalzamento da 65 a 75 centesimi non permette più loro di operare con profitto...». È sicuramente vero. Ma perché accade? Si è persa la solidarietà di classe? L'egoismo, l'interesse particolare, ha contagiato anche il sindacato? È questa l'ennesima vittoria del pensiero dominante?
«I sindacati hanno delle giustificazioni. La frammentazione delle attività produttive ha complicato l’attività sindacale. Un conto è avere un megafono per parlare a cinquemila operai tutti insieme, un conto è andarli a cercare in cinquanta fabbriche diverse con cento operai ciascuno. Però sì, a livello internazionale si è fatto poco. La necessità, adesso, è esportare diritti».

Il governo tecnico, anzi i governi tecnici in Europa, sono in realtà governi di destra. Lo chiarisce molto bene. Com'è possibile che il Pd lo sostenga e ne subisca il fascino anche per il futuro? Sembra un cerchio che si chiude. La dimostrazione che la sua analisi sul pensiero dominante è corretta.
«Concorrono diversi fattori. Un po’ perché la dottrina neoliberale, come dicevamo, ha fatto presa anche a sinistra. Poi c’è il timore di apparire agganciati a una storia di “vecchie ideologie”. C’è una questione di competenza: si è capito ben poco di perché è nata la crisi, sul come si è sviluppata, per colpa di chi o di cosa. E infine c’è un fattore di convenienza: l’Italia è in Europa, e in Europa si gioca con le regole del liberismo. Così qualcuno avrà pensato di far mettere la faccia ai “tecnici” rispetto alla richieste dolorose che Bruxelles richiedeva. Diciamo che può essere stato un grigio calcolo elettorale».

Lei cosa ne pensa dei No Debito? È possibile rifiutarsi di pagare?
«Il movimento non tiene conto dell’esistenza della Bce, che però non opera come una normale banca centrale: non può concedere prestiti, magari a basso tasso di interesse, agli stati membri o ad altre istituzioni. Questo perché il trattato di Maastricht lo proibisce. Abbiamo rinunciato alla sovranità monetaria entrando nella Ue, e quindi ci ritroviamo con una moneta straniera. Ecco, visto questo, non pagare il debito è impossibile. L’istanza è però moralmente valida, specie se si pensa alla dissennatezza del sistema finanziario, al fatto che i Paesi hanno speso 4,1 trilioni di euro per salvare le banche aumentando il proprio debito. Ma bisognerebbe chiedere subito una riforma del sistema finanziario. Sono stati fulminei a fare la riforma delle pensioni, a imporre diktat da occupazione militare alla Grecia, eppure da anni giace in un cassetto da anni una riforma di questo tipo. Per la quale dovremmo davvero batterci».


L’analisi del suo libro potrebbe diventare fondamentale per ridare fiato alla sinistra. Ho letto il "Manifesto per un soggetto politico nuovo", e mi sembra che il gruppo di intellettuali che l'ha redatto e firmato, tra cui lei, vada in quella direzione. Che reazioni ha avuto da parte dei partiti d’area?
«Ho l’impressione che siamo intorno a zero. Ma vorrei dire che non si tratta di buttare via i partiti, quanto di rinnovarli, saldando il ponte tra movimenti e organizzazioni politiche. Se i movimenti continuano a vedere i partiti come vecchie carrozze, e se i partiti vedono i movimenti come allegri ma inutili catalizzatori per le manifestazioni, il futuro non sarà certamente roseo».


Chiudo con una battuta. In chiusura lei scrive: «Con la caduta del socialismo reale è stato seppellito anche quel frammento di verità essenziale su cui era stata malaccortamente e colpevolmente innalzata la torreggiante megamacchina sociale che pretendeva di rappresentarlo. Quel frammento, che dopotutto sta alla base del movimento operaio da quando è cominciato, fin dall’inizio dell’Ottocento, era la ragione stessa della storia, o meglio la ragione che conferisce un senso alla storia. Era giusto che la torre cadesse, ma, cadendo, la torre ha sepolto tra le sue macerie anche quell’ultimo frammento che rappresentava la speranza di un rinnovamento della società intera. E questa è stata una perdita enorme». Lo sa che le daranno dello stalinista?
«È possibile e la cosa mi diverte anche. Perché cito dati ufficiali, molto spesso, del Congresso americano. Tutto questa significa che tra la realtà oggettiva delle cose e l’interpretazione che se ne dà c’è una distanza siderale. E ciò non depone certo a favore della maturità politica della nostra classe dirigente».