Ho postato l'articolo di Megachip con scarso entusiasmo. Lo scritto è ottimo per rinfocolare una tradizione movimentista tanto velleitaria quanto inconcludente, sebbene basata su presupposti ragionevolemente iscritti nella ricorsività degli eventi e su premesse logiche e politiche condivisibili, ma che proprio per questo ti lasciano l'amaro in bocca e un senso di già visto e già sentito.
Ho partecipato a decine di manifestazioni oceaniche contro la guerra e non sono servite a niente, non hanno spostato di una virgola l'assetto geopolitico di un mondo dominato da logiche di dominio e mercantili. Non mi sottrarrò all'ennesimo rito pacifista, ma solo per senso etico e non per convinzione politica.
Sono da tempo convinto che per contrastare la guerra serva un contropotere e non il cuore ferito delle moltitudini o la loro generosità. L'aporia del potere è snervante. In pratica sappiamo che ci occorre potere, ma temiamo il suo lato oscuro. Eppure dobbiamo deciderci (le moltitudini? Il movimento? Gli intellettuali? Il popolo?) a metterci ingioco e a pensare a un organismo strutturato e ben organizzato con un'articolazione transanazionale in grado di incidere sulle decisioni dei governi e dare una direzione diversa alla politica.
Non c'è altro modo e dopo millenni di storia dovremmo essere maturi, tanto da immaginare di essere capaci di evitare il rischio di vederci risucchiati da un sistema che va abbattuto.
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venerdì 4 marzo 2016
sabato 14 aprile 2012
Ribellarsi e ribellarsi ancora, finché gli agnelli diventeranno leoni (repost 7 Agosto 2011)
di Franco Cilli
Tornando con i piedi per terra sul pianeta Italia voglio dire che i sensi di colpa per colpe che non abbiamo, o che tuttalpiù vanno condivise ampiamente con uno stato stragista come il nostro, hanno indotto in molti di noi la passività e la remissività del colpevole, innescando un gioco al rialzo sul tema della non violenza. Si è fatto a gara in questi anni a dichiararsi più non violenti di un monaco buddista lobotomizzato (frase già usata, ma di effetto), credendo che qualsiasi distinguo o potesse essere visto come una giustificazione alla violenza. Personalmente sono nauseato da tanta remissività, considerato con chi abbiamo a che fare. Non ho nessuna intenzione di disquisire sulla legittimità dell’uso della violenza, è un discorso che appartiene al passato e non ha più senso farlo, un passato in cui l'espressione dell'interesse di classe approdava alla concezione della violenza come "levatrice della storia" e necessario dipositivo tattico. Oggi la violenza di classe è ancora un dato piaccia o non piaccia, ma non possiamo ripercorrere sentieri già percorsi e riproporre simmetrie fra lavoro e capitale che hanno portato solo al disastro. Le simmetrie ci sono, ma è il concetto di contropotere che va riformato. Ad ogni modo non intendo minimamente ratificare il principio che l’onere del conflitto sociale sia unicamente a carico della società civile. Reclamo il diritto all’autodifesa da parte dei più deboli, e non in virtù della violazione di un ipotetico patto fra cittadini e stato, un patto che nessuno di noi ha sottoscritto, bensì in ragione dell’unica cosa che ci rende umani: la nostra coscienza, quella scintilla che ci mostra in maniera “ chiara ed evidente” l’immagine di una realtà piegata agli interessi dei pochi, una realtà costellata di ingiustizie e di miserie. Mi rendo conto che il discorso è come si dice complesso e non privo di contraddizioni. È facile obiettare che se il metro di giudizio che guida l’azione è la coscienza del singolo, allora chiunque si può sentire autorizzato a qualsiasi gesto. Purtuttavia questa obiezione è un inganno evidente: la coscienza non è prerogativa del singolo individuo, ma è una consapevolezza e una percezione collettiva della realtà, maturata nella storia dei popoli e delle genti ed è questa percezione che da un senso alla realtà che ci circonda, quel senso condiviso che ci rende capaci di distinguere il giusto dall’ingiusto e il folle da sano.
Ribellarsi secondo coscienza è giusto è sacrosanto, difendersi è un diritto ed un dovere verso di noi e verso gli altri.
In buona sostanza mi sento di dire che se non raddrizzeremo la schiena, reclamando il diritto alla ribellione ed evitando di avallare una finta distinzione fra buoni e cattivi, all’avanzare della crisi e all’aumentare conseguente della repressione da parte dello stato o di chi per esso, saremo condannati alla stanca ripetizione di rituali consunti che non incideranno di una virgola sulla decisioni prese sopra le nostre teste e il peso della società civile sarà pari a zero.
Come ribellarsi senza fare e farsi del male è un dibattito aperto.
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