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mercoledì 14 novembre 2012

La violenza e così sia

E adesso? Si ricomincerà coi soliti discorsi sulla violenza, su chi ne detiene il monopolio, sul suo essere levatrice della storia, sul suo ruolo di ineluttabile componenete del conflitto? Ci dilungheremo ancora sull'intrinseca violenza dello stato, sulla cattiveria indomita delle forze dell'ordine, strumenti biechi del regime, nonché prodotti di un'antropologia deviata? Non ci siamo. Ricadere nella logica del noi contro di loro è fuorviante. Persino concentrarsi sulle violenze poliziesche, che pure devonbo essere denunciate a gran voce, è fuorviante perché trasforma il male in sostanza e non in strumento di dominio. I poliziotti cattivi sono dei cattivi strumenti e non rappresentano la cattiveria in sè, sono il frutto malato di una società che si alimentà di miseria e di prevaricazione. Noi continueremo a fare il nostro mestiere e loro il loro, perché non possono fare altro. Se qualcosa cambierà questo avverrà in virtù della nostra capacità di rendere inutile la loro violenza e di non accettare l'idea del nemico come parte del progetto della politica. Se qualcosa cambierà, sarà perché cambierà il modo di governare e di decidere per il bene comune, non perché avremo vinto la nostra guerra contro i celerini. 
Se necessario ci difenderemo e reclameremo il diritto a farlo, ma la nostra priorità non è combattere contro i poliziotti, che si sappia. 
Abbiamo altro a cui pensare.

sabato 14 aprile 2012

Ribellarsi e ribellarsi ancora, finché gli agnelli diventeranno leoni (repost 7 Agosto 2011)

di Franco Cilli

La premessa è sempre la solita: “siamo un gruppo di cittadini, associazioni, movimento, partito, bocciofila ecc pacifici, nonviolenti, noi non siamo come…”. I supposti violenti sono a seconda delle stagioni autonomi, centri sociali, black block, NO TAV cattivi per distinguerli da quelli buoni e così via. Ormai abbiamo introiettato il mantra della non violenza e il condizionamento è tale che rispondiamo con un riflesso pavloviano a qualsiasi insensata accusa di violenza, disposti persino a barattare una vetrina rotta con la violenza ben peggiore e più sistematica degli stati. Siamo in larga parte supini alla logica di chi maledice la violenza dei cittadini, mentre benedice al contempo la violenza degli stati, sempre legittima purché quest’ultimi mostrino la patente di democratici ( ma chi gliela data questa patente a costoro?). I buoni liberali come i radicali, cioè fra le persone peggiori al mondo, si dichiarano non violenti, ma non pacifisti, avvalorando così il principio della necessità di una dialettica “democratica” e non violenta fra cittadini e stato, in concorrenza per l’affermazione di spazi di libertà, e avvalorando al tempo stesso l’idea dell’assenza di un principio di regolamentazione analogo fra stato e stato. Da hobbesiani militanti i "radicali" sono convinti che i rapporti fra stati sovrani siano subordinati al rispetto di una gerarchia di valori che vede gli stati democratici detentori del diritto dell’uso della violenza laddove questi si ritengano aggrediti o addirittura nella versione neocon, laddove la costituzione degli stati stessi non corrisponda ai criteri di democrazia. Appare evidente che tale teoria si basi su un puro arbitrio, assegnando agli stati che si autoproclamano democratici il diritto di vita o di morte su altri stati non ritenuti tali. In altre parole se dico che l’Iraq non è uno paese democratico, non sono tenuto a nessun rispetto di un patto di non belligeranza con il medesimo, nel momento in cui avverto che la mia sicurezza può essere da esso minacciata, ed anzi ho l’autorità morale se non addirittura il dovere di “esportare” la democrazia in questo paese. La regola vale anche se si inventano frottole sulle armi di distruzione di massa e sulla complicità con Al-Qaeda: se un paese democratico per eccellenza dice che la sua sicurezza è minacciata la sua parola vale molto di più di quella di un paese che non appartiene al club delle democrazie, soprattutto se i suoi cittadini hanno la pelle un po’ scura ed evocano l’immagine del selvaggio da colonizzare. In base a questa logica se rompi una vetrina o semplicemente ti difendi dall’aggressione da parte del braccio armato militare dello stato, sei un potenziale terrorista assassino, se invece inneggi alla guerra santa contro l’islam invasore e benedici le “guerre democratiche”, sei uno che ha un’opinione tuttalpiù discutibile, ma pur sempre legittima. Non ci sto, queste teorie sono un atroce inganno prima che un’aberrazione logica. O si afferma il principio che la violenza deve necessariamente essere commisurata ai rapporti di forza, sebbene mascherati ipocritamente da un’etica dei valori o da presunti patti sociali, o si è costretti a svincolare il discorso della violenza da categorie astratte e riportarlo alla cruda realtà dei fatti, considerando torti e ragioni dentro una logica puramente discorsiva e non delegata ad organismi istituzionali, assegnando di conseguenza le responsabilità a secondo dei casi. Il che conduce ad evidenti aporie, dove l’unico sbocco possibile è una rivoluzione politico-sociale con un cambio radicale del concetto di rappresentanza, prefigurando una graduale omologazione della "società civile" con le istituzioni pubbliche. Il sogno spinoziano del potere delle moltitudini.
Tornando con i piedi per terra sul pianeta Italia voglio dire che i sensi di colpa per colpe che non abbiamo, o che tuttalpiù vanno condivise ampiamente con uno stato stragista come il nostro, hanno indotto in molti di noi la passività e la remissività del colpevole, innescando un gioco al rialzo sul tema della non violenza. Si è fatto a gara in questi anni a dichiararsi più non violenti di un monaco buddista lobotomizzato (frase già usata, ma di effetto), credendo che qualsiasi distinguo o potesse essere visto come una giustificazione alla violenza. Personalmente sono nauseato da tanta remissività, considerato con chi abbiamo a che fare. Non ho nessuna intenzione di disquisire sulla legittimità dell’uso della violenza, è un discorso che appartiene al passato e non ha più senso farlo, un passato in cui l'espressione dell'interesse di classe approdava alla concezione della violenza come "levatrice della storia" e necessario dipositivo tattico. Oggi la violenza di classe è ancora un dato piaccia o non piaccia, ma non possiamo ripercorrere sentieri già percorsi e riproporre simmetrie fra lavoro e capitale che hanno portato solo al disastro. Le simmetrie ci sono, ma è il concetto di contropotere che va riformato. Ad ogni modo non intendo minimamente ratificare il principio che l’onere del conflitto sociale sia unicamente a carico della società civile. Reclamo il diritto all’autodifesa da parte dei più deboli, e non in virtù della violazione di un ipotetico patto fra cittadini e stato, un patto che nessuno di noi ha sottoscritto, bensì in ragione dell’unica cosa che ci rende umani: la nostra coscienza, quella scintilla che ci mostra in maniera “ chiara ed evidente” l’immagine di una realtà piegata agli interessi dei pochi, una realtà costellata di ingiustizie e di miserie. Mi rendo conto che il discorso è come si dice complesso e non privo di contraddizioni. È facile obiettare che se il metro di giudizio che guida l’azione è la coscienza del singolo, allora chiunque si può sentire autorizzato a qualsiasi gesto. Purtuttavia questa obiezione è un inganno evidente: la coscienza non è prerogativa del singolo individuo, ma è una consapevolezza e una percezione collettiva della realtà, maturata nella storia dei popoli e delle genti ed è questa percezione che da un senso alla realtà che ci circonda, quel senso condiviso che ci rende capaci di distinguere il giusto dall’ingiusto e il folle da sano.
Ribellarsi secondo coscienza è giusto è sacrosanto, difendersi è un diritto ed un dovere verso di noi e verso gli altri.
In buona sostanza mi sento di dire che se non raddrizzeremo la schiena, reclamando il diritto alla ribellione ed evitando di avallare una finta distinzione fra buoni e cattivi, all’avanzare della crisi e all’aumentare conseguente della repressione da parte dello stato o di chi per esso, saremo condannati alla stanca ripetizione di rituali consunti che non incideranno di una virgola sulla decisioni prese sopra le nostre teste e il peso della società civile sarà pari a zero. 
Come ribellarsi senza fare e farsi del male è un dibattito aperto.

lunedì 27 febbraio 2012

La violenza della non violenza 2

Tutti si definiscono liberali, dai cattolici di Casini a quelli del Pd e del Pdl, un partito che a nominarlo avverti subito un vuoto di senso, aldilà dell'unico senso percepibile che è quello degli interessi privati di persone e ceti. Tuttavia quando si tratta di coerenza con i dettami del liberalismo, tutti mettono davanti la retorica per coprire la loro ignoranza e la volontà di reprimere ogni forma di dissenso vero. Come già ripetuto infinite volte ( ho già detto più o meno tutto quello che avevo da dire, ma visto che realtà non cambia, non posso che ripetermi), Locke il padre del liberalismo diceva in soldoni che se l'autorità, nella persona di un Monarca o di un'assemblea costituente, non riesce a garantire la sicurezza dei cittadini, questi ultimi debbono ritenersi sciolti dal patto che li vincola all'osservanza delle regole e sono legittimati a deporre l'autorità con ogni mezzo. Mi aspetto, vista la situazione, di vedere tipi come Pannella, Bordin e la Bonino e magari anche Bondi, armi in pugno scagliarsi contro Montecitorio. 
Che sicurezza hanno avuto garantita i ragazzi malmenati a Genova nel 2001 o quelli presi a botte l'altro giorno alla stazione di Torino di ritorno da un corteo NO-TAV? Che sicurezza hanno garantita i lavoratori che perdono il posto di lavoro o si vedono dimezzato lo stipendio, grazie ad un comportamento quantomeno disinvolto delle banche, che giocano con i derivati e i fallimenti di interi stati come se giocassero a Monopoli o a una bizzarra idea dell'economia, secondo la quale è più importante sanare i conti che badare alla vita delle persone? Che sicurezza hanno garantita i giovani disoccupati?
Che sicurezza avranno le nuove generazioni che si troveranno a vivere in un ambiente devastato, saccheggiato fino all'inverosimile e reso pericoloso dalla più totale incuria del territorio?
Mi chiedo che sarebbe successo se gli operai di Pomigliano, i NO-TAV, i pastori sardi, i giovani precari, gli operai cacciati dalle fabbriche, ad un certo punto avessero detto: bene signori qui la nostra sicurezza è in pericolo, voi nemmeno ci date ascolto, perché vi preme unicamente di tutelare gli interessi dei vostri amici, a questo punto basta non violenza, vi prendiamo a calci in culo e vi mandiamo a casa, costi quello che costi. Come dite? Dobbiamo isolare i violenti? Certo che li isoleremo, infatti vi metteremo tutti in galera perché  i violenti siete voi.
Provo disgusto nell'assistere alla propaganda di regime orchestrata ad hoc da servi e velinari di certa stampa, che non sono mai soddisfatti del belato dei poveri, perché secondo loro dovrebbero belare sempre più forte, per dimostrare che non sono violenti. 
Non so quello che accadrà, non vedo all'orizzonte rivolte violente, né considerò la fattibilità di una tale opzione, poiché in un certo senso è cambiata anche la mistica dell'esistenza, la maggioranza sente che non vale più la pena rischiare per gli ideali anche quando non si hanno da perdere che le proprie catene, si è rotto quel filo rosso che legava una visione della storia e del futuro all'idea di una missione di rinnovamento da parte di una classe sociale e delle sue avanguardie. La coesione sociale è a pezzi come pure la fiducia nel futuro, in situazioni del genere prevale il si salvi chi può. Certamente ci saranno dei focolai di rivolta, più o meno organizzati, più o meni caotici e produrranno ferite profonde. Uno dei leader NO- TAV, Luca Abbà oggi è rimasto vittima di un grave incidente. Sono triste per ciò che gli è accaduto, e non vorrei che succedesse ad altri quello che è successo a lui, ma quello che è accaduto è frutto delle miopia e della violenza di queste istituzioni, non è una fatalità. Questa classe politica criminale non ha nessuna credibilità né alcuna legittimazione morale per convincere quei ragazzi che devono essere pacifici anche di fronte ad una violenza del tutto incomprensibile. L'unico modo che abbiamo per far sì che le cose non precipitino è cacciare questa gente asservita solo ai propri interessi una volta per tutte e cominciare a risanare il paese.
Anche questa è retorica lo so, ma per il momento le parole e l'impegno politico sono ancora l'unico antidoto alla violenza.

lunedì 21 novembre 2011

La violenza dei mansueti

Ci hanno detto che dovevamo diventare non violenti perché la violenza dei deboli può creare discordia e rovinare l’armonia di una comunità e allora siamo diventati non violenti. Ma non gli è bastato, perché la malignità del povero si manifesta anche nei gesti e nelle parole e anche quella è violenza, e allora hanno preteso che divenissimo mansueti. Neanche ciò è stato sufficiente, perché persino i mansueti nel loro belare possono fare cagnara e disturbare chi è al potere. Allora hanno preteso che non manifestassimo sentimenti come forma di rispetto per chi, delegato a servire i nostri interessi è caduto in disgrazia e perché mostrassimo un nobile distacco per le cose terrene.
Ho il sospetto che neanche questo gli basti, poiché persino un individuo totalmente apatico può sbandare per strada e urtare qualche potente pestandogli i piedi.
Alla fine temo proprio che dovremo chiuderci in casa e uscire solo quando ce lo diranno giornalisti e intellettuali accreditati dal governo, ma con la massima compunzione mi raccomando, perché dal levar di ciglia al terrorismo il passo è breve.

sabato 19 novembre 2011

La violenza dei mansueti

Ci hanno detto che dovevamo diventare non violenti perché la violenza dei deboli può creare discordia e rovinare l'armonia di una comunità e allora siamo diventati non violenti. Ma non gli è bastato, perché la malignità del povero si manifesta anche nei gesti e nelle parole e anche quella è violenza, e allora hanno preteso che divenissimo mansueti. Neanche ciò è stato sufficiente, perché persino i mansueti nel loro belare possono fare cagnara e disturbare chi è al potere. Allora hanno preteso che non manifestassimo sentimenti come forma di rispetto per chi, delegato a servire i nostri interessi è caduto in disgrazia e perché mostrassimo un nobile distacco per le cose terrene.
Ho il sospetto che neanche questo gli basti, poiché persino un individuo totalmente apatico può sbandare per strada e urtare qualche potente pestandogli i piedi.
Alla fine temo proprio che dovremo chiuderci in casa e uscire solo quando ce lo diranno giornalisti e intellettuali accreditati dal governo, ma con la massima compunzione mi raccomando, perché dal levar di ciglia al terrorismo il passo è breve.

domenica 3 luglio 2011

Manganellatori democratici 4

di Nicodemo

Tutti a fare a gara a schierarsi con i poliziotti, anche in questo caso, dimentichi di Genova e delle tante altre situazioni in cui la polizia è stata usata come oggetto contundente da scagliare contro cittadini riottosi, il cui unico potere sta nell'eco delle proprie voci e nelle forza delle proprie ragioni.
Tutta questa gentaglia non ha il coraggio né il carisma per criticare non già un'istituzione, ma i comportamenti dell'istituzione stessa asservita ad un esecutivo criminale. I Casini, i Bersani e i vari altri personaggi di questa teatrino di burattini della politica italiana che strepitano e si agitano rimanendo imbrigliati negli stesi fili che li sorreggono e li comandano, non entrano nel merito dei fatti, loro esprimono pareri e prendono posizione a prescindere, il luogo comune dei poliziotti sempre buoni e dei manifestanti violenti è il loro mantra. Non gli interessano le argomentazioni dei NO TAV, come non gli interessano quelle dei pastori sardi, degli operai di Pomigliano, dei terremotati dell'Aquila, dei ragazzi di Genova. A loro interessa solo la scienza del potere, i particolari sono una perdita di tempo e una complicazione inutile. Se qualcuno che protesta fa solo mostra di proteggersi il capo e di reagire alla botte, è un terrorista. Punto. Questo esige il cliché che hanno stampato in mente e questo deve essere detto. Quello che conta è la retorica del potere, l'unico lasciapassare che ti permette di entrare nella stanza dei bottoni. La ricerca della verità o del giusto è un esercizio che da sempre nella storia appartiene a quelli che perdono, agli illusi e a coloro che pretendono di raddrizzare le cose e di far valere il diritto, fossero eretici mandati al rogo o operai presi a mitragliate dagli sgherri del padrone. Questi figuri che non si sognano neanche di comportarsi come  degli statisti, prendendo atto di uno conflitto stridente all'interno del corpo sociale e traendone le dovute conseguenze. Non si avvedono minimamente della divaricazione che si sta creando all'interno della società fra cittadino e cittadino, dell'approfondimento del solco fra chi ha già tanto e chi ha una vita precaria. Non capiscono nemmeno che il conflitto che inevitabilmente si approfondirà li seppellirà tutti. Miopi e stolti.
Chiaro, questi signori vogliono la TAV per loro convenienza personale e politica, ma questa è solo l'aspetto più superficiale del problema: quello che sta maggiormente a cuore a questa gente è accreditarsi come veri conservatori, di quelli che si rendono garanti della conservazione dello stato di cose presenti e per questo meritevoli di entrare a testa alta nel salotto buono.
La critica e il discernimento appartengono agli sfigati che ancora non hanno capito che tanto è tutta una finta: la politica, l'economia, la giustizia. Quello che conta è mettere il culo al caldo su una bella poltrona.
Non cadremo nella trappola che ci hanno teso: non diremo voi ci avete costretto alla violenza e violenza avrete. Se sceglieremo di difenderci e di prendervi a forconate tutti, sarà una nostra scelta e saremo in tanti a farla, ma attenti ci prudono davvero le mani, potremmo togliervi la poltrona da sotto al culo.

mercoledì 8 luglio 2009

Gramsci è armato e pericoloso

di Domenico D'Amico
 

Gramsci che impugna due MP5K (ma senza dito sul grilletto) sembrerebbe una visione inquietante per qualcuno.
Il punto non erano le armi, ma la sovrapposizione (suggerita dal pezzo per cui ho fatto il photoshopping) tra Gramsci e il personaggio fittizio Morpheus (dalla trilogia The Matrix). Come dire: abbiamo bisogno di una figura autorevole (e magari, perché no, carismatica) che possa offrire, e soprattutto diffondere, una narrativa disvelatrice del reale. Questo comporta che i ragionamenti, le analisi, gli approfondimenti sono importanti, sì, ma una percezione alternativa della realtà non si fa strada attraverso la riflessione, ma attraverso il simbolico, o addirittura il mitologico.
Non si tratta di fare l'apologia dell'irrazionalismo, si tratta della banale constatazione del fatto che il sistema imperiale liberale utilizza magistralmente la propaganda e l'indottrinamento per fare appello alle budella delle masse, in modo che esse abbiano sempre un qualche capro espiatorio per le mazzate che ricevono.
Per scuotere quelle interiora non basta la ragionevolezza. Occorrono simboli.
Ma questo riguarda noi, pidocchi sul dorso peloso e unticcio del Leviatano.
Noi possiamo gingillarci con concetti quasi totalmente privi di consistenza come quello che probabilmente avrà allarmato il nostro anonimo lettore alla vista di un Gramsci pronto a far fuoco sui nemici del proletariato.
Questo concetto è la nonviolenza.
Feticcio inane di neoliberali e Radicali (per non parlare delle penose conversioni bertinottiane), la nonviolenza, nella sua efficacia come pratica di lotta politica, è in effetti un puro costrutto ideologico.
Come spiega William P. Meyers, la nonviolenza non viene predicata ai governi o alle forze di polizia (cioè alle entità che utilizzano la violenza in modo sistematico), ma ai movimenti di opposizione.
Spassoso.
Meyers sottolinea anche la totale falsità dell'efficacia della lotta nonviolenta, proprio negli esempi più citati, Gandhi e Martin Luther King. La storia dell'indipendenza indiana è lunga e complessa, e la pratica nonviolenta di Gandhi (quando la praticò) vi ebbe un ruolo marginale. Quanto a King e alle leggi Jim Crow, occorre ricordare che fu la Guardia Nazionale a far entrare gli studenti neri nelle scuole segregazioniste?
In breve: al meglio, la nonviolenza è un sistema di pressione psicologica e morale per far sì che qualcun altro (di solito i governi) utilizzino la violenza ad un certo fine; al peggio, è una favoletta per tener buoni i facinorosi con troppi grilli per la testa (con l'aggravante che, in ogni caso, i No dal Molin di turno verranno comunque manganellati ed etichettati come sovversivi, qualsiasi scelta tattica pratichino).
Non esiste pratica politica di opposizione al potere stabilito che non implichi violenza, per il semplice fatto che il potere stabilito, di per sé, è violenza legittimata.
Bloccare il traffico (su una strada o una ferrovia), spargere letame, fare un picchettaggio, sono atti di violenza tanto quanto incendiare cassonetti o spaccare vetrine. Lo stesso sciopero in sé è un atto violento, ed è proprio per questo che liberisti e libertarian lo odiano tanto: per loro l'unica violenza è quella dell'individuo contro l'individuo e quella dello Stato contro l'individuo entrepreneur, la violenza economica (a cui lo sciopero risponde con un'azione di legittima difesa) rimane al di là della loro sfera percettiva.
La nonviolenza di stampo neoliberale e Radicale è ben lieta di ignorare i secoli di lotte violente e sanguinose che hanno permesso, in occidente, la conquista della giornata lavorativa di otto ore e tanti di quei "diritti umani" la cui difesa, ovviamente, neoliberali e Radicali sono prontissimi ad affidare alle bombe dell'Impero. Questo perché la nonviolenza neoliberale e Radicale è totalmente integrata con la violenza imperiale. Difatti, a chi vanno i consigli sulla lotta nonviolenta? A palestinesi e iracheni (o meglio, al massimo ai primi: l'invasione di un paese e la macellazione di centinaia di migliaia di persone non turba la sensibilità neoliberale e Radicale sufficientemente da far loro ipotizzare che gli iracheni possano "resistere"). Già, se vengo invaso militarmente, occupato, colonizzato, oppresso e umiliato e ammazzato ogni santo giorno, il mio primo pensiero è resistere e contrattaccare, ma devo essere un imbecille: la risposta è la pratica nonviolenta. Oh, gli occupanti se la stanno già facendo sotto!
Come disse un resistente guatemalteco: "Il 3 per cento dei proprietari terrieri possiede il 65 per cento della terra. Negli ultimi quindici anni ci sono stati 150.000 omicidi politici e sparizioni... Non mi parlare di Gandhi: qui non sarebbe sopravvissuto nemmeno una settimana. Un movimento progressista pacifico ce l'avevamo. È stato distrutto. Noi siamo stati distrutti. Perché il metodo di Gandhi funzioni ci dev'essere un governo capace di provare vergogna. Qui non l'abbiamo."