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sabato 21 settembre 2013

La Commissione Europea vuole smantellare lo Stato sociale, ormai lo dice anche il premio Nobel Paul Krugman…

di Daniele Della Bona da memmtoscana

In un articolo del 3 settembre sul New York Times, tradotto e pubblicato dal Sole24Ore il 13 settembre, il premio nobel per l’economia, Paul Krugman (della scuola Neo-Keynesiana) ha così definito i metodi adottati dalla Commissione Europea, riferendosi nello specifico al suo vice presidente e Commissario europeo agli affari economici e monetari, Olli Rehn:
[...] la verità è che Rehn ha gettato la maschera. Non è una questione di rigore nei conti pubblici, non lo è mai stata. Lo scopo è sempre stato usare lo spauracchio ingigantito dei pericoli del debito per smantellare lo Stato sociale.


Fa sempre piacere vedere di essere in buona compagnia nel dire certe cose e avere la possibilità di poter sfidare un interlocutore avverso (tipo Boldrin per dire) a smentire non tanto noi (“ragazzi della MeMMT”) ma un premio Nobel per l’economia. La cosa che però volevo far notare è che ancora una volta non serve un premio nobel per capire che cosa  ci stanno realmente imponendo le elité sovranazionali europee, dal momento che sono loro stesse a dircelo periodicamente (in maniera più o meno esplicita).
Per esempio,  il 23 febbraio del 2012, il presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Mario Draghi rilasciava un’intervista in cui annunciava molto tranquillamente che:
Il «pregiato modello sociale ed economico dell’europa», che garantisce la sicurezza del lavoro e gli ammortizzatori generosi, «è obsoleto».
Oppure, nel lontano agosto del 2003, l’ex ministro dell’Economia e delle Finanze nel governo Prodi (2006-2008), Tommaso Padoa Schioppa, uno dei principali alfieri italiani del processo di unione monetaria europea, descriveva così il suo ideale di futuro modello europeo sulle colonne del Corriere della sera:
Nell’Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’ individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità. Cento, cinquanta anni fa il lavoro era necessità; la buona salute, dono del Signore; la cura del vecchio, atto di pietà familiare; la promozione in ufficio, riconoscimento di un merito; il titolo di studio o l’ apprendistato di mestiere, costoso investimento. Il confronto dell’ uomo con le difficoltà della vita era sentito, come da antichissimo tempo, quale prova di abilità e di fortuna. È sempre più divenuto il campo della solidarietà dei concittadini verso l’ individuo bisognoso, e qui sta la grandezza del modello europeo. Ma è anche degenerato a campo dei diritti che un accidioso individuo, senza più meriti né doveri, rivendica dallo Stato.
E questi sono solo due degli esempi più lampanti e inequivocabili per capire con chi abbiamo a che fare. Insomma, ci stanno dicendo cosa vogliono fare delle nostre vite e del nostro futuro. Questa è la loro finalità.
Il mezzo utilizzato si chiama Euro: una moneta che gli Stati dell’Eurozona non possono più emettere ma che sono costretti a prendere in prestito dai mercati finanziari; i governi quindi non possono attuare politiche fiscali di spesa in maniera autonoma per creare benessere e piena garanzia dei diritti per i cittadini. E, ripeto: anche se domani mattina al posto del governo Letta arrivasse qualcuno che volesse intraprendere realmente politiche a favore della collettività, dei lavoratori, dei disoccupati, sarebbe materialmente impossibilitato a farlo stando dentro l’Eurozona. Oggi, qualsiasi decisione che conti davvero deve essere vagliata dai tecnocrati della Commissione Europea a Bruxelles (come ormai dicono apertamente anche fonti insospettabili).
E, di nuovo, che l’Euro sia uno strumento di governo non lo dico io, ma gli stessi architetti dell’Unione monetaria. Per esempio, nel 2011, l’ex Presidente del consiglio, Mario Monti notava che “what Greece has decided and has implemented is the best signal to date that the euro as a means of structural transformation is working”, ossia “ciò che la Grecia ha adottato e implementato è il miglior segnale che l’euro, come mezzo di trasformazione strutturale, sta funzionando” (fonte).
Ah, ovviamente spiegatelo ai Greci senza più lavoro che sono in piazza da due giorni, con a casa bambini denutriti come in tempo di guerra,  che tutto sta funzionando.


mercoledì 10 ottobre 2012

Luciano Gallino: vogliono trasformare in merce ogni pezzo dello stato sociale


L'ALBA deve ancora sorgere. Lavoro capillare, importante certo, ma che non tiene conto che l'offerta politica si deve accompagnare ad una visibilità ed ad una autorevolezza in grado di smuovere le coscienze...e le pance delle persone. 

mercoledì 27 giugno 2012

L’assemblea di alba. Lavoro e stato sociale, contro il governo Monti


di Alberto Lucarelli

L’assemblea programmatica di Alba (Alleanza Lavoro, Beni comuni, Ambiente) in programma Sabato 30 e Domenica 1 luglio al Teatro Due di Parma, rappresenta un momento importante per la costruzione di un un’alternativa reale all’attuale sistema politico, al fine di uscire dalla crisi economica e democratica e di porsi in netta e chiara contrapposizione al liberismo politico, economico e sociale di Monti. In tal senso la scelta della città emiliana è significativa in quanto luogo-simbolo del crollo del sistema dei partiti e delle loro alleanze, con la necessità di costruire nuove forme e contenuti per ritrovare la passione della Politica.

L’affermazione della sinistra anti-liberista in Grecia e del Front de gauche alle presidenziali francesi indicano l’esigenza, in contrasto con il memorandum imposto dalla Troika europea, di riportare al centro del dibattito politico i temi del lavoro e dello Stato sociale. La crescita dei consensi a Syriza è un segnale importante per i governi europei, che hanno sacrificato sull’altare della crisi le garanzie del lavoro e la tutela dello Stato sociale. Come ci indica anche il voto francese, la coesione europea deve ripartire dai territori, dai beni comuni e da una politica inclusiva dei diritti di cittadinanza per il rilancio di un’Europa basata sul lavoro, sulla solidarietà e sulla giustizia sociale.
Per questa ragione a Parma sarà centrale il confronto sullo Statuto di Alba, un percorso iniziato il 28 aprile a Firenze e proseguito con assemblee in tutti i nodi territoriali italiani. Lo Statuto è il naturale sviluppo del Manifesto per il soggetto politico nuovo, che ha alimentato il dialogo tra chi, singoli e movimenti, si riconosceva nei suoi punti fondativi. Con l’assemblea programmatica vogliamo dare forma ad un’idea, realmente democratica e inclusiva, di organizzazione, di relazioni e di funzioni, iscrivendole in un quadro di principi e valori di riferimento. Alba, ponendo al centro del proprio percorso il senso della partecipazione democratica, intende dare piena attuazione ai principi costituzionali, coordinare e contribuire a organizzare lo sforzo di quanti partecipano alle vertenze politiche dai comitati, dai movimenti, dal più piccolo dei Comuni sino all’Ue. Per questa ragione Alba vuole, attraverso un’azione politica responsabile, fronteggiare e rovesciare i processi in atto di distruzione dei diritti del lavoro, di privatizzazione e distruzione dei beni comuni e di aggressione alle risorse ambientali, rilanciando i temi dei referendum del 12 e 13 giugno 2011, reagendo alla “violenza normativa” del governo Monti, lottando per un’altra Europa libera dallo scacallaggio posto in essere dal Fiscal Compact. Nell’agenda di Alba, inoltre, anche la proposta di una legge popolare che salvi il patrimonio pubblico dalla vendita forzata e dagli illegittimi processi di sdemanializzazione.
Alba, valorizzando il metodo democratico prescritto dalla Costituzione per contrastare una tecnocrazia affidata a oligarchie ristrette, che da anni espropria le prerogative della sovranità popolare, punta all’affermazione di una nuova classe dirigente capace, meritevole e disinteressata al tornaconto personale. Una trasformazione che sia in grado di ridare rappresentatività politica ai temi del lavoro, della tutela dell’ambiente, della parità di genere e dei diritti sociali.
Ne parleremo a Parma, condividendo una nuova pratica della democrazia e del confronto con tutte le forze antiliberiste, come strumento di rinnovamento della società e dell’economia, per ritrovare una dimensione politica, per costruire una nuova egemonia insieme a tutte le altre forze politiche e sociali che sollecitano l’urgenza di un cambiamento radicale.

Fonte: Il Manifesto