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lunedì 8 febbraio 2016

L’establishment democratico contro Sanders

di Carlo Formenti da Micromega
 
In un lungo, interessante articolo pubblicato dall’Huffington Post, il professore Jedediah Purdy della Duke Law School esamina gli argomenti con cui l’establishment democratico tenta di screditare la candidatura di Bernie Sanders, dopo che l’anziano senatore del Vermont, contro ogni pronostico, si è rivelato un pericoloso competitor per la beniamina dell’apparato, Hillary Clinton. Purdy esamina, in particolare, due posizioni: quella dell’economista neokeynesiano Paul Krugman e quello di un’autorevole firma del New Yorker, Alexandra Schwartz.
L’argomentazione di Krugman, ridotta all’osso, suona così: governare è un compito troppo duro per un socialista democratico “idealista” come Sanders, incapace di accettare i compromessi che ogni vero leader politico deve necessariamente compiere. Per inciso: visto che le proposte di politica economica di Sanders sono neokeynesiane, Krugman confessa candidamente che le proprie idee sono impraticabili, visto che fra tali idee e quelle liberiste tertium non datur (ove si escluda il superamento del capitalismo). La Schwartz attacca invece sul versante del massiccio consenso che Sanders riscuote fra giovani e giovanissimi: ciò gli riesce, scrive, perché Sanders evoca antichi fantasmi di “purezza”, coltiva nostalgie per un tempo immaginario in cui la politica era più semplice e diretta. Bisognerebbe dunque aprire gli occhi ai ragazzi e invitarli a scegliersi leader più “adulti” (come dire: Sanders è un vecchio rimbambito).
I due approcci, nota Purdy, condividono la visione secondo cui il tempo delle campagne è il tempo degli slogan e delle promesse, poi viene il tempo delle scelte realistiche di chi dovrà governare. Non a caso si ispirano entrambi a Obama, l’uomo che, dopo essere andato al potere salmodiando “yes we can”, non ha smesso di fare guerre, ha fatto ben poco per migliorare l’ambiente, si è accontentato di applicare pannicelli caldi sulle piaghe di lavoro, debito studentesco, carcerazioni di massa, ha fatto una “riforma” sanitaria che è un regalo alle assicurazioni private ecc. Ecco perché preferiscono la Clinton: perché sanno che le sue promesse di mettere la museruola a Wall Street non valgono un soldo bucato in quanto, se vincerà, si guarderà bene dall’irritare i poteri forti della finanza (i quali lo sanno tanto bene che continuano a coprirla d’oro).
Gli argomenti di Krugman e Schwartz, continua Purdy, somigliano a quelli di due noti intellettuali della prima metà del Novecento: Walter Lippmann e Joseph Schumpeter, i quali erano convinti che la democrazia altro non sia che una tecnica – da maneggiare con cautela – per ottenere il consenso della maggioranza dei cittadini – incapaci di capire le “leggi” del sistema politico ed economico – e mettere gli addetti ai lavori nella condizione di fare tranquillamente il loro mestiere (“Lasciateci lavorare” invocava Berlusconi, un grido che ritorna oggi sulle labbra di Renzi). Per inciso, noi europei potremmo rivendicare un pedigree ancora più “nobile” e vetusto: basti pensare agli “elitisti” Mosca, Pareto e Michels.
Il dibattito americano ci tocca da vicino, perché la visione “realista” della democrazia (della “democrazia reale”, per dirla con Colin Crouch) è oggi condivisa da tutti i partiti politici che si contendono il potere nei Paesi occidentali, ad eccezione dei movimenti che, non a caso, vengono considerati espressione di un’ingenua visione “populista”, perché invocano una politica in cui le parole coincidano con i fatti. L’idea che il popolo abbia voce in capitolo su temi “complessi” (la parolina magica per legittimare l’egemonia delle caste) quali l’economia e le regole del gioco politico terrorizza i padroni del vapore. Ovviamente, non c’è garanzia che una svolta populista migliorerebbe le cose: non va infatti dimenticato che il populismo, pur se si dichiara né di destra né di sinistra, è sempre ideologicamente orientato: può produrre redistribuzione del reddito, solidarietà e amicizia fra i popoli, come è avvenuto per i populismi bolivariani, ma può anche produrre razzismo, nazionalismo e intolleranza, come avviene con i populismi alla Salvini e alla Le Pen. In altre parole, il populismo è oggi il terreno su cui si gioca la sfida di un cambiamento radicale, con tutti i rischi relativi, mentre la democrazia reale è il terreno su cui germogliano oppressione, sfruttamento, dominio sulle masse popolari da parte dell’élite economica e politica.

domenica 6 ottobre 2013

Krugman: La triste ma serissima storia del Molto Onorevole Sabotatore

da ilsole24ore

C'era una volta un funzionario pubblico che aveva un piano: era convinto che per rilanciare l'economia bisognasse spedire squadre di sabotatori in tutto il Paese per ostacolare sistematicamente la produzione.
Perché fosse convinto di una cosa del genere non importa: era quello che tutte le Persone Tanto Coscienziose dicevano, vai a sapere perché.
Il piano fu messo in atto, prima con gradualità, poi a ritmo sempre più sostenuto. I sabotatori stavano facendo danni ingenti: secondo le stime più attendibili avevano distrutto circa il 3 per cento della produzione nazionale. Ma dopo tre anni cominciarono a succedere due cose: la prima fu che il Molto Onorevole Sabotatore interruppe l'escalation, anzi cominciò addirittura a rallentare; la seconda fu che il settore privato imparò a fronteggiare in modo più efficace le squadre di sabotatori, limitando i loro danni.

L'economia di conseguenza ricominciò a crescere: anzi, si mise a crescere un po' più velocemente del normale, via via che le fabbriche sabotate si rimettevano in carreggiata.
E a questo punto il Molto Onorevole Sabotatore si mise a cantare vittoria. «Vedete?», disse. «Le mie politiche sono state un successo e i miei detrattori avevano torto».
Sembra una storia idiota, no?
Ma come ha spiegato recentemente l'editorialista del Financial Times Martin Wolf, è la storia di George Osborne, il ministro dell'Economia inglese.
Ma allora qual è il vero oggetto del contendere?

Simon Wren-Lewis, professore di economia a Oxford, recentemente ha pubblicato online alcune osservazioni sull'«illusione dell'austerity», stimolate da un articolo sul The Telegraph del giornalista economico-finanziario inglese Jeremy Warner, che presenta tutto il dibattito sull'austerity come un confronto fra «statalisti» e «liberisti».
L'osservazione di Wren-Lewis è che solo uno degli schieramenti in campo in questo dibattito lo vede in questi termini: chi contesta l'adozione di politiche di austerity in una situazione di depressione economica lo fa perché è convinto che misure del genere possono avere come unico effetto quello di aggravare la depressione (come infatti è stato).
I sostenitori del rigore, invece, non dicono la verità sulle loro motivazioni. Usano parole forti, ma se si guarda alle loro recenti reazioni si capisce chiaramente che tutte le loro tesi sull'austerità espansiva – le soglie del 90 per cento e tutto il resto – erano solo scuse funzionali al loro vero obbiettivo: smantellare lo Stato sociale.
Questo spiega a sua volta perché la Waterloo intellettuale a cui sono andati incontro i loro presunti argomenti non abbia mutato minimamente le loro posizioni.

Un punto interessante che coglie Wren-Lewis, e che anch'io ho sottolineato in altre occasioni, è che le persone schierate in favore del rigore in questo dibattito non sono semplicemente in malafede: è proprio che sembrano non concepire l'idea che qualcun altro possa sostenere una certa posizione in buona fede. Quando l'argomento in discussione erano gli stimoli di bilancio, molte persone a destra – anche economisti come Robert Lucas – davano semplicemente per scontato che gente come Christy Romer, l'ex capo del Consiglio dei consulenti economici dell'amministrazione Obama, fabbricasse dati ad arte per favorire i propri obbiettivi politici.
E ora probabilmente è chiaro perché lo davano per scontato: loro è così che lavorano.
Insomma, si è trattato di un dibattito asimmetrico: per questo la mia parte ha stravinto sui fatti, ma continua a perdere nella sfera politica.


(Traduzione di Fabio Galimberti)


sabato 21 settembre 2013

La Commissione Europea vuole smantellare lo Stato sociale, ormai lo dice anche il premio Nobel Paul Krugman…

di Daniele Della Bona da memmtoscana

In un articolo del 3 settembre sul New York Times, tradotto e pubblicato dal Sole24Ore il 13 settembre, il premio nobel per l’economia, Paul Krugman (della scuola Neo-Keynesiana) ha così definito i metodi adottati dalla Commissione Europea, riferendosi nello specifico al suo vice presidente e Commissario europeo agli affari economici e monetari, Olli Rehn:
[...] la verità è che Rehn ha gettato la maschera. Non è una questione di rigore nei conti pubblici, non lo è mai stata. Lo scopo è sempre stato usare lo spauracchio ingigantito dei pericoli del debito per smantellare lo Stato sociale.


Fa sempre piacere vedere di essere in buona compagnia nel dire certe cose e avere la possibilità di poter sfidare un interlocutore avverso (tipo Boldrin per dire) a smentire non tanto noi (“ragazzi della MeMMT”) ma un premio Nobel per l’economia. La cosa che però volevo far notare è che ancora una volta non serve un premio nobel per capire che cosa  ci stanno realmente imponendo le elité sovranazionali europee, dal momento che sono loro stesse a dircelo periodicamente (in maniera più o meno esplicita).
Per esempio,  il 23 febbraio del 2012, il presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Mario Draghi rilasciava un’intervista in cui annunciava molto tranquillamente che:
Il «pregiato modello sociale ed economico dell’europa», che garantisce la sicurezza del lavoro e gli ammortizzatori generosi, «è obsoleto».
Oppure, nel lontano agosto del 2003, l’ex ministro dell’Economia e delle Finanze nel governo Prodi (2006-2008), Tommaso Padoa Schioppa, uno dei principali alfieri italiani del processo di unione monetaria europea, descriveva così il suo ideale di futuro modello europeo sulle colonne del Corriere della sera:
Nell’Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’ individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità. Cento, cinquanta anni fa il lavoro era necessità; la buona salute, dono del Signore; la cura del vecchio, atto di pietà familiare; la promozione in ufficio, riconoscimento di un merito; il titolo di studio o l’ apprendistato di mestiere, costoso investimento. Il confronto dell’ uomo con le difficoltà della vita era sentito, come da antichissimo tempo, quale prova di abilità e di fortuna. È sempre più divenuto il campo della solidarietà dei concittadini verso l’ individuo bisognoso, e qui sta la grandezza del modello europeo. Ma è anche degenerato a campo dei diritti che un accidioso individuo, senza più meriti né doveri, rivendica dallo Stato.
E questi sono solo due degli esempi più lampanti e inequivocabili per capire con chi abbiamo a che fare. Insomma, ci stanno dicendo cosa vogliono fare delle nostre vite e del nostro futuro. Questa è la loro finalità.
Il mezzo utilizzato si chiama Euro: una moneta che gli Stati dell’Eurozona non possono più emettere ma che sono costretti a prendere in prestito dai mercati finanziari; i governi quindi non possono attuare politiche fiscali di spesa in maniera autonoma per creare benessere e piena garanzia dei diritti per i cittadini. E, ripeto: anche se domani mattina al posto del governo Letta arrivasse qualcuno che volesse intraprendere realmente politiche a favore della collettività, dei lavoratori, dei disoccupati, sarebbe materialmente impossibilitato a farlo stando dentro l’Eurozona. Oggi, qualsiasi decisione che conti davvero deve essere vagliata dai tecnocrati della Commissione Europea a Bruxelles (come ormai dicono apertamente anche fonti insospettabili).
E, di nuovo, che l’Euro sia uno strumento di governo non lo dico io, ma gli stessi architetti dell’Unione monetaria. Per esempio, nel 2011, l’ex Presidente del consiglio, Mario Monti notava che “what Greece has decided and has implemented is the best signal to date that the euro as a means of structural transformation is working”, ossia “ciò che la Grecia ha adottato e implementato è il miglior segnale che l’euro, come mezzo di trasformazione strutturale, sta funzionando” (fonte).
Ah, ovviamente spiegatelo ai Greci senza più lavoro che sono in piazza da due giorni, con a casa bambini denutriti come in tempo di guerra,  che tutto sta funzionando.


mercoledì 5 dicembre 2012

Brevi note sulla MMT* Dalla crisi della moneta unica alla critica del liberoscambismo europeo

di Emiliano Brancaccio sinistrainrete.info

 

“Mezzogiornificazione” europea: Paul Krugman (1991) l’aveva preannunciata in tempi non sospetti ed altri, poi, l’hanno riesaminata e ne hanno studiato gli sviluppi. Con questa espressione possiamo intendere, sinteticamente, quei processi  di desertificazione produttiva, annientamento o assorbimento estero dei capitali nazionali, ed emigrazione di massa dei lavoratori, che soprattutto a seguito della crisi economica stanno determinando profondi mutamenti nella struttura produttiva dei paesi periferici dell’Unione monetaria europea. La “mezzogiornificazione” indica, in sostanza, che il dualismo economico che ha duramente segnato la storia dei rapporti tra Nord e Sud Italia non costituisce più un caso particolare limitato al nostro paese, ma andrebbe ormai riletto come caso anticipatore ed emblematico di un dualismo molto più ampio, che si riproduce oggi su scala continentale tra i paesi del Nord e del Sud dell’Europa, e che rischia di compromettere gravemente i loro futuri rapporti economici e politici.
Non suscita quindi particolare meraviglia che i cittadini meridionali, oggi, risultino particolarmente sensibili ai mutamenti in corso negli assetti dell’eurozona. Subendo gli effetti del dualismo economico già da tempo, essi sembrano intuire più rapidamente di altri quali siano i rischi che l’Europa oggi sta correndo. Non credo sia del tutto casuale, dunque, che iniziative come questa, che mirano a diffondere maggior consapevolezza dei processi economici in atto, maturino proprio lì da voi, a Reggio Calabria, città estrema situata esattamente al centro del Mediterraneo, nei pressi di Scilla e al cospetto di Cariddi. 
Con questo intervento audio da Napoli cercherò di non sottrarre tempo alle ulteriori relazioni dei colleghi Kelton, Auerbach e Black, di cui ho letto con interesse vari lavori e che saluto. Pertanto, in quel che segue mi limiterò ad accennare solo ad alcuni degli snodi concettuali e delle questioni aperte riguardanti la “modern money theory” (MMT), la “teoria della moneta moderna”, definita anche “teoria monetaria moderna”.
La prima questione verte sul concetto di “novità”. E’ lecito definire la teoria monetaria moderna una novità assoluta nel campo della teoria economica? Io credo di no: la teoria monetaria moderna non rappresenta un inedito. La mia posizione riflette per certi versi quella dell’economista canadese Marc Lavoie (2011). Secondo Lavoie le proposizioni chiave della teoria monetaria moderna possono essere ricavate dagli schemi tipici della tradizione Post-Keynesiana; in particolare, dalle versioni di quegli schemi dette del “circuito monetario”, che in Italia hanno avuto una certa diffusione grazie soprattutto al contributo dell’economista Augusto Graziani (2003).
Va ricordato, inoltre, che la teoria monetaria moderna eredita dalla più ampia tradizione dei filoni di pensiero economico critico una tesi cruciale, direi attualissima: una economia capitalistica di mercato, lasciata a sé stessa, non è in grado di garantire stabilmente la piena occupazione del lavoro e delle altre forze produttive esistenti, né nel “breve” né nel “lungo periodo”. Tra le numerose implicazioni di questa tesi vi è l’idea che il finanziamento monetario della spesa pubblica, a date condizioni, può determinare aumenti duraturi della produzione fisica e della stessa capacità produttiva, con effetti sull’inflazione che solo per caso risulterebbero proporzionali all’entità del finanziamento monetario della spesa.
Credo sia utile ricordare che questa tesi trova un rigoroso fondamento di teoria dei prezzi relativi e della distribuzione negli sviluppi della cosiddetta teoria della produzione, alla quale, tra gli altri, Leontief e soprattutto Sraffa hanno dato fondamentali contributi (cfr. Pasinetti 1975; Kurz e Salvadori 1995; Petri 2004). In particolare, è proprio alla luce della teoria della produzione che la tesi suddetta e le sue implicazioni possono essere estese al cosiddetto “lungo periodo”, e le obiezioni di Krugman (2011) alla MMT possono quindi essere efficacemente criticate.
Ora, questo rinvio alla storia, alla tradizione, al profondo substrato di pensiero critico sul quale la “teoria monetaria moderna” inevitabilmente poggia, è un fatto che magari potrà creare qualche imbarazzo tra gli apologeti di quella diffusa malattia politica che va sotto il nome di “nuovismo”, ma a ben pensarci dovrebbe esser considerato positivo. In particolare, dovrebbe essere considerato una vera fortuna da parte di coloro che intendano realmente contribuire alla edificazione di un fronte alternativo, autorevole e non evanescente, nella durissima battaglia delle idee in campo economico.
Il guaio è che il nuovismo è una malattia atavica e tenace. Mi vengono in mente, per esempio, gli agitatori russi che nel 1920 pretendevano di costruire una nuova cultura rivoluzionaria sulle rovine di quella vecchia, e si dichiaravano pronti a bruciare le opere rinascimentali di Raffaello pur di raggiungere il loro scopo. Dovette scomodarsi addirittura Lenin (1977) per spiegare che essi erano soltanto dei poveri illusi, per un motivo che in un’ottica storico-materialista risulta subito evidente: una nuova cultura, che possa dirsi realmente rivoluzionaria, non sbucherà mai fuori dal nulla ma potrà solo scaturire da uno sviluppo del sapere che l’umanità ha sedimentato nel corso della sua Storia. Nei tempi confusi che viviamo, che sono anche tempi di rivoluzioni di cartone, coltivo il sospetto che simili puntualizzazioni non siano del tutto banali.
Mi permetto di far notare, a questo riguardo, che anche gli aspetti apparentemente più sorprendenti, che sembrano un pochino più eretici, della teoria monetaria moderna, in realtà possono esser considerati dei casi molto particolari degli schemi Post-Keynesiani. Faccio un esempio: una tesi apparentemente sconcertante di alcuni esponenti della teoria monetaria moderna è che da un punto di vista logico verrebbe prima la spesa pubblica del governo, e solo dopo di essa potrebbero verificarsi il prelievo fiscale e i prestiti al governo da parte dei privati. In altri termini, secondo questa visione, se il governo prima non spende, non ci potrà essere né prelievo fiscale né prestiti privati allo stesso governo. Ora, l’idea secondo cui la spesa pubblica viene logicamente prima di ogni altra cosa, a prima vista sembra incredibile. Tuttavia, come Lavoie ha mostrato, essa deriva da una semplice convenzione contabile: alcuni teorici monetari moderni analizzano la banca centrale e lo stato come se fossero un unico settore consolidato. L’arcano è facilmente risolto, dunque. Tuttavia bisogna anche aggiungere che questo consolidamento, nella attuale realtà politico-istituzionale, non esiste. Magari è auspicabile, ma non esiste ancora. E in periodi confusi come questi, forse sarebbe il caso di tenere sempre ben distinti i meri auspici dai fatti.
I colleghi presenti mi scuseranno per queste precisazioni, che loro forse reputeranno scontate. Io tuttavia credo si tratti di chiarimenti necessari. Perché a mio avviso, se davvero si vuol contribuire alla lunga e faticosa opera di formazione di una coscienza critica collettiva in grado di avanzare precise obiezioni alla visione economica dominante e di suggerire una  teoria economica alternativa e moderna, magari anche una “teoria monetaria moderna”, allora è indispensabile sfrondare tale teoria dagli orpelli, e soprattutto dagli eventuali errori.
A proposito di errori. In un interessante documento a supporto della teoria monetaria moderna, leggo che «nell’economia reale le importazioni sono un beneficio, mentre le esportazioni sono un costo» (Mosler et al. 2012). Ora, intendiamoci bene: se questo vuole essere un modo per criticare l’odierno assetto capitalistico mondiale, che induce interi paesi a deflazionare l’economia e a creare disoccupazione interna nello strenuo tentativo di gareggiare sui mercati internazionali, io apprezzo le buone intenzioni. Al tempo stesso, però, credo che questa modalità di avanzare la critica all’assetto vigente sia potenzialmente fuorviante.
Sotto questo aspetto, c’è un punto della teoria monetaria moderna che appare ancora opaco, e che rischia di rivelarsi debole se non viene meglio approfondito: si tratta dei rapporti che un paese sovrano ha con il resto del mondo, che vengono sinteticamente espressi proprio dall’andamento delle importazioni e delle esportazioni, e più in generale della bilancia dei pagamenti verso l’estero.
A me pare che su questo punto alcuni elementi di debolezza della MMT emergano non solo nei documenti di propaganda, inevitabilmente limitati dalle necessità della sintesi, ma anche in contributi accademici caratterizzati da un livello di raffinatezza superiore: per esempio, quando uno dei più autorevoli esponenti della teoria monetaria moderna sembra suggerire che la soluzione chiave per gestire i problemi di bilancia dei pagamenti risiede in un tasso di cambio flessibile (Wray 1998). Ebbene, io non credo che le cose stiano esattamente in questi termini. Mi spiego.
L’obiettivo principale della MMT è di fare in modo che un paese sovrano usi il finanziamento monetario della spesa pubblica per rendere praticabile l’attuazione di un programma nazionale per la piena occupazione. Alcuni esponenti della MMT parlano in questo senso dello stato come “occupatore di ultima istanza” (Wray, cit.), proponendo così una feconda parafrasi del concetto di “prestatore di ultima istanza” di Bagehot. Prendendo spunto da Leontief, invece, personalmente credo che un programma per la piena occupazione dovrebbe farsi carico di alcuni problemi tipici della pianificazione, tra cui l’esigenza di intervenire sugli squilibri strutturali fra i territori. Per questo preferisco parlare dello stato come “occupatore di prima istanza”. Tali differenze però possono essere affrontate anche a un secondo livello di analisi. L’idea preliminare della MMT, di finanziare con moneta la spesa pubblica, è a mio avviso corretta e condivisibile. Tuttavia, è necessario soffermarsi sul fatto che tale politica farebbe aumentare anche le importazioni dall’estero. Ed è difficilmente contestabile che tale aumento delle importazioni potrebbe creare problemi rilevanti alla bilancia dei pagamenti e, più in generale, all’intera struttura del sistema produttivo nazionale. Problemi che vanno ben al di là delle scelte intorno alla mera gestione del tasso di cambio e alla stessa sovranità monetaria.
Gli italiani, i latino americani, gli stessi britannici, sanno benissimo, per esperienza diretta, che i problemi di bilancia dei pagamenti non possono essere gestiti tramite la mera dinamica del cambio. Anzi, dal punto di vista del nesso tra bilancia dei pagamenti e sovranità, al pari e anche più rapidamente della deflazione interna, un cambio flessibile può ridurre il valore dei capitali nazionali, può quindi esporre a facili acquisizioni estere e può dunque diminuire, anziché aumentare, il grado di sovranità. Ecco perché in passato, in Italia, in America Latina e in Gran Bretagna, anche in periodi di fluttuazione dei cambi, venivano evocati e talvolta venivano anche realizzati dei programmi detti di “sostituzione delle importazioni”: cioè dei programmi più o meno protezionistici, di limitazione dei movimenti di capitali, di disciplinamento degli investimenti esteri e, laddove necessario, di controllo dei movimenti di merci.
Verrebbe a questo punto da chiedersi per quale motivo alcuni esponenti statunitensi della MMT tendono a sottovalutare questi problemi, e talvolta arrivano per questa via a giudicare in termini acriticamente ottimistici gli stessi investimenti diretti esteri. Questo in un certo senso è un paradosso, se si considera che il finanziamento monetario della spesa pubblica è stato adoperato, in molti casi storici, proprio per scongiurare la perdita di sovranità che può derivare dalle acquisizioni estere. In una fase in cui il tema dell’inserimento di capitali esteri negli assetti proprietari e di controllo sembra travalicare l’ambito degli ultimi asset strategici in mano pubblica e arriva a lambire persino il sistema bancario, sarebbe bene fare molta più chiarezza, su questo punto. Ma se mi dilungassi qui pure su questi aspetti finirei per prendere troppo tempo.
Ciò che conta stabilire immediatamente, in questa sede, è che la teoria e la storia ci dicono che se davvero si vuol ripristinare un certo grado di sovranità – e a fortiori di sovranità democratica - allora la bilancia dei pagamenti verso l’estero diventa una variabile cruciale. Ed è opportuno aggiungere che per controllare questa variabile bisogna passare per forza tra Scilla e Cariddi: o si attua un coordinamento internazionale tra paesi, oppure si attuano forme più o meno stringenti di protezionismo finanziario e  commerciale, oppure ancora si realizza una combinazione tra le due opzioni. Le scelte sui cambi fanno senz’altro parte del problema ma di certo non lo esauriscono, né possono esser considerate l’aspetto decisivo.
E qui veniamo alla questione politica fondamentale. E’ la questione della scelta tra una strategia di profonda revisione del palinsesto della moneta unica e del mercato unico europeo da un lato, e una strategia alternativa, che sia basata non soltanto sullo sganciamento dalla moneta unica ma anche, se necessario, su una revisione critica del mercato unico europeo. In Italia e altrove, come voi sapete, si stanno formando due fronti, su questo tema. Curiosamente, noto che persino tra i sostenitori della teoria monetaria moderna sono emerse posizioni diversificate, a questo riguardo.
Ebbene, in un libro recente abbiamo provato a suggerire una via dialettica per cercare di affrontare questo decisivo snodo politico (Brancaccio e Passarella 2012). La nostra proposta parte da una serie di evidenze, che provo qui ad esporre in estrema sintesi.
Osserviamo in primo luogo che la “mezzogiornificazione” europea ha fatto registrare una forte accelerazione a seguito della crisi economica. I portatori degli interessi prevalenti, in Germania e nei paesi “centrali” dell’Unione, traggono grandi vantaggi, relativi e assoluti, da questo processo. La crisi ovviamente colpisce anche tali paesi, ma in termini comparati il suo impatto su di essi è più modesto, il che accresce la forbice rispetto alle aree “periferiche” dell’Unione. Basti guardare allo spread, non solo tra i tassi d’interesse ma anche tra le bancarotte aziendali e, soprattutto, tra i livelli di occupazione: dal 2007 al 2012 i paesi del Sud Europa hanno perso quasi quattro milioni di posti di lavoro, mentre la Germania ha addirittura accresciuto l’occupazione di circa un milione e mezzo di unità. Ma c’è di più: la miscela di mezzogiornificazione e crisi, in ultima istanza, implica “centralizzazione” dei capitali nel senso di Marx, e di Hilferding (2011). Rilevo, a questo proposito, che a seguito della crisi gli indici azionari della Germania da un lato, e dei paesi del Sud Europa dall’altro, si sono chiaramente divaricati. La forbice, si badi bene, in termini relativi caratterizza anche il settore bancario. Questo aumento generalizzato della varianza dei valori azionari contribuisce a spiegare perché il rapporto tra investimenti diretti esteri netti e formazione lorda di capitale fisso della Germania verso l’Italia sia mutato di segno a cavallo del 2008-2009. Mentre nei primi anni dell’euro i proprietari tedeschi sono risultati venditori netti di capitale, dopo la crisi essi hanno nuovamente assunto il ruolo storico di acquirenti netti.
I dati insomma segnalano che siamo al cospetto di una tremenda accelerazione del processo di centralizzazione dei capitali e di “egemonizzazione” tedesca dell’Unione europea. Un processo che ovviamente genera contraddizioni e conflitti, che a un certo punto potrebbero rivelarsi ingestibili. A tale riguardo, i portatori degli interessi prevalenti in Germania sanno che l’allargamento dei divari economici e i connessi meccanismi di centralizzazione dei capitali potrebbero a un certo punto rivelarsi politicamente insostenibili per le nazioni periferiche. Questi fenomeni dunque accrescono la probabilità di una deflagrazione della moneta unica europea. E’ interessante notare, sotto questo aspetto, che ai vertici delle istituzioni tedesche sembra piuttosto diffuso lo scetticismo intorno alla reale efficacia della strategia di riequilibrio deflazionistico a carico dei soli paesi debitori che viene perseguita dalla Banca centrale europea. In effetti, benché gli ultimi dati sugli spread e sulle bilance commerciali sembrano rinnovare le speranze tra le file degli ottimisti (cfr. Congiuntura Ref. 2012), allo stato dei fatti ritengo anche io, con molti altri, che vi siano tuttora valide ragioni per  nutrire forti dubbi sulla tenuta futura dell’eurozona (cfr. ad esempio le posizioni di Stiglitz e dello stesso Krugman; tra gli italiani fu Graziani uno dei primi a dubitare della sostenibilità della zona euro; più di recente, cfr. ad esempio Bagnai 2012, una lettura istruttiva anche se una critica alle radici neoclassiche della teoria delle aree valutarie ottimali sarebbe stata molto opportuna; cfr. anche la mia risposta a Barba Navaretti sul Sole 24 Ore, in Brancaccio 2012a).
Sarà forse la memoria del fallimento delle politiche di Bruning, o magari un sussulto di “cattiva coscienza” politica, ma in Germania sembrano in effetti più consapevoli di noi della difficoltà di aggiustare gli squilibri intra-europei a colpi di deflazione nei paesi debitori. Ecco perché le autorità tedesche non nascondono di attendersi una crescita delle tensioni politiche future, e una ulteriore accentuazione della fragilità dell’eurozona. Non è un caso, del resto, che abbiano messo in conto prima di tutti l’eventualità di una sua deflagrazione. La forza dei tedeschi, ai tavoli delle trattative europee, deriva anche da questa capacità di anticipazione degli eventi. E’ evidente cioè che essi sono già pronti a sostenere i costi di una implosione della moneta unica, anche perché dal tracollo potrebbero trarre persino dei vantaggi ulteriori: infatti, come abbiamo cercato di mostrare, il solo mutamento dei rapporti di cambio tra le valute non frenerebbe il processo di centralizzazione in atto, ma anzi potrebbe addirittura intensificarlo (Brancaccio e Fontana 2011).
L’unica vera paura che agita i portatori degli interessi prevalenti in Germania è che una eventuale crisi della moneta unica sia accompagnata anche da una crisi del mercato unico europeo. Essi cioè temono che i paesi periferici siano a un certo punto tentati dall’adozione di soluzioni di tipo “neo-protezionistico”, sui mercati finanziari ed anche sui mercati delle merci. In Germania discutono animatamente di questo pericolo, poiché sanno che il processo di egemonizzazione tedesca dell’Unione europea subirebbe una pesante battuta d’arresto se venisse messa in discussione la libera circolazione dei flussi finanziari e delle merci. Il dibattito interno alle associazioni imprenditoriali, in Germania, ci pare emblematico in questo senso (cfr. ancora Brancaccio e Passarella, cit.).
Una volta che si tenga conto di tutti questi elementi, diventa a nostro avviso ragionevole tentare di tratteggiare una linea d’azione politica. La nostra proposta, in questo senso, si dispiega lungo due traiettorie interconnesse, e può essere sintetizzata nei seguenti termini.
Da un lato, ai tavoli delle trattative europee, le autorità italiane e degli altri paesi periferici dell’Unione dovrebbero riunirsi intorno a un progetto organico di riforma dell’Unione monetaria europea, che si proponga di affrontare alla radice, in termini strutturali e non assistenzialistici, gli squilibri tra le economie del continente. I contributi alla definizione di un piano sostenibile di riforma, in questo senso, sono già numerosi (cfr. per esempio il Manifesto per l’Europa del Sole 24 Ore, nonché la www.letteradeglieconomisti.it del 2010; si veda anche la proposta di “standard retributivo europeo”, in Brancaccio 2012b).
Dall’altro lato, per far sì che simili progetti non siano destinati alla critica roditrice dei topi, è indispensabile che le autorità di quegli stessi paesi dichiarino esplicitamente che, se in Europa non dovesse farsi largo una generale volontà riformatrice nel senso indicato, il rischio che esse reagiscano non solo con una uscita dall’euro ma anche con una svolta di tipo neo-protezionista, dovrà ritenersi concreto.
Questa, a nostro avviso, è l’unica carta politica di cui i paesi periferici reamente dispongono oggi in sede europea. Tale strategia, si badi bene, è valida in ogni caso: sia per indurre le autorità tedesche a riconsiderare l’entità dei costi di una eventuale deflagrazione, e quindi a non ostacolare una eventuale riforma dell’Unione, sia eventualmente per far sì che i paesi periferici si attrezzino al meglio per uscire da un’eurozona eventualmente irriformabile.
Per inciso, segnalo pure che una strategia di gestione del break-up che ammettesse anche la possibilità di limitazioni del mercato unico europeo potrebbe avere – per usare un termine antico ma tutt’altro che desueto - una precisa connotazione “di classe”, poiché a date condizioni consentirebbe di salvaguardare maggiormente gli interessi dei lavoratori subordinati.
Beninteso, sappiamo tutti che fino ad oggi le autorità italiane e degli altri paesi periferici hanno agito in direzione esattamente opposta a quella che ho cercato qui di tratteggiare. Basti notare che negli ultimi mesi le redini degli esecutivi dei paesi periferici dell’eurozona sono state affidate ad alcuni tra i più risoluti fautori del liberoscambismo europeo. Sotto questo aspetto Mario Monti rappresenta l’antitesi ideale di una opzione neo-protezionista: egli mai si sognerebbe di evocarla in sede di trattativa, nemmeno di fronte alla prospettiva di una depressione di lungo periodo. E forse nemmeno di fronte a un assorbimento delle banche nazionali ad opera di capitali esteri. In questo senso, potremmo dire che il Professor Monti incarna una clausola di salvaguardia non solo e non tanto della moneta unica, ma anche e soprattutto del mercato unico europeo.
Il mondo però si muove, e la crisi avanza in fretta. Vale la pena di ricordare che la stessa Commissione europea ravvisa numerosi sintomi di revisione della politica del libero scambio già in varie parti del mondo (EU Commission 2012). Inoltre, è interessante notare che anche all’interno del mainstream svariati studiosi, tra cui Dani Rodrik (2011), hanno avviato una critica all’ideologia liberoscambista.
Il messaggio di fondo di questa nota è dunque il seguente: ci sono buoni motivi per ritenere che alle numerose critiche alla perdita di sovranità sulla moneta sia giunto il tempo di affiancare anche una critica più generale al liberoscambismo europeo.
In tal senso domando: la MMT è liberoscambista o neo-protezionista? La mia opinione è che la coerenza logico-politica della MMT richieda un impianto di tipo neo-protezionista. Per quel che mi è dato sapere, alcuni suoi esponenti la pensano così. Non tutti, però. O sbaglio?
Naturalmente, questo cruciale interrogativo dovrebbe porsi in ambito non solo scientifico ma anche e soprattutto politico. Per esempio, tutti i partiti eredi più o meno diretti della tradizione del movimento dei lavoratori dovrebbero prender coscienza, in Europa, che il liberoscambismo, in particolare il liberoscambismo di sinistra, deve essere abbandonato in fretta. Il rischio maggiore, invece, è che tali forze politiche scelgano di restare arroccate a tutti i costi in difesa dell’euro e del mercato unico (Brancaccio, Bragantini, Pianta 2012). Così facendo, tuttavia, esse lasceranno praterie sempre più vaste di potenziali consensi nelle mani di forme nuove di nazionalismo ideologico, e al limite di nuove formulazioni dell’orrida triade di suolo, sangue e razza. Con il tracollo del Pasok e l’ascesa di Alba Dorata, e con le incertezze della stessa Syriza sull’euro, la Grecia costituisce in questo senso l’immagine più nitida del possibile futuro europeo che tanti aborriscono ma che pochi, in questo momento, si preoccupano di scongiurare. Occorrerà lavorare molto, io credo, affinché l’Europa non si tramuti entro qualche anno in un laboratorio sociale in cui magari verificare, questa volta, che la tesi storiografica del fascismo quale mera “reazione” era sbagliata, e che aggregazioni di stampo neofascista possono in realtà espandersi anche nell’assenza totale di movimenti rivoluzionari di matrice comunista. Qualsiasi possibile apporto a questo durissimo lavoro che ci attende dovrà ritenersi, a mio avviso, benvenuto.
*Versione riveduta e ampliata dell’intervento audio di Emiliano Brancaccio alla conferenza “MMT Calabria Europa” del 30 dicembre 2012. L’autore ringrazia il blog http://vocidallestero.blogspot.it/ per l’aiuto nella fase di trascrizione. La riproduzione è consentita citando la fonte. 
   
Bibliografia
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lunedì 15 ottobre 2012

L'austerità non è buona, né come fine né come mezzo

di Alfonso Gianni da huffingtonpost.it

In un suo recente post, Stefano Fassina ha giustamente ricordato che Olivier Blanchard, capo-economista del Fmi, nell'ultimo World Economic Outlook, denunciava un "errore" non da poco: quello di considerare pari allo 0,5 il moltiplicatore con cui calcolare gli effetti depressivi sul Pil delle riduzioni del deficit di bilancio.
Lo stesso Fmi ha poi calcolato che tali moltiplicatori vanno stimati entro una forbice che va da 0,9 a 1,7. Quindi una riduzione del deficit di 100 anziché produrre una contrazione della crescita del Pil di 50, ne provoca in realtà una tra due e quasi quattro volte superiore.
Il guaio è che tutte le misure restrittive di bilancio adottate in Europa in questo periodo facevano riferimento alla prima cifra, quella errata.

Giustamente è lo stesso Fassina ad avanzare la tesi che dunque non si tratti di un errore tecnico ma di un caso (l'espressione è presa a prestito da Krugman) di confidence fairy, ossia di una versione fantastica artatamente diffusa a scopi ingannatori. Rendendosi conto, seppure parzialmente e tardivamente dell'enormità non più nascondibile del trucco messo in atto, lo stesso Fmi ha cominciato a rimettere in discussione le sue granitiche certezze sulle politiche di rigore, benevolmente definite con l'ossimoro "austerità espansionista".
L'evento non è da poco, almeno sul piano culturale, perché metterebbe in crisi quel nuovo pensiero unico che in Europa si è venuto ricostituendo come ricetta universale per affrontare la crisi del debito pubblico. Peccato però che l'influenza delle idee degli economisti sui governi, quando sono buone, è troppo tardiva rispetto all'urgenza con cui andrebbero prese misure anticicliche, prima che la crisi faccia implodere la nostra moneta e con essa la stessa Unione europea.
Se ne ha una prova anche nella recente carta di intenti che dovrebbe essere alla base dell'unità dei progressisti e dei democratici e costituire il perimetro entro il quale definire la contesa delle primarie. In essa infatti si può leggere l'intenzione di rafforzare la piattaforma dei progressisti per promuovere "un patto costituzionale con le principali famiglie politiche europee" e quindi "un accordo di legislatura" con le forze del centro liberale. Espressione quest'ultima un po' vaga, ma che certamente fa intendere di un'alleanza apertissima a destra, quanto chiusa a sinistra. Il tutto si basa sulla convinzione che "se l'austerità e l'equilibrio dei conti pubblici, pur necessari, diventano un dogma e un obiettivo in sé - senza alcuna attenzione per occupazione, investimenti, ricerca e formazione - finiscono per negare sé stessi".
Tutte queste parole altro non sono che l'esplicitazione del concetto di "austerità espansiva". Si fondano cioè sulla convinzione che l'austerità e l'equilibrio dei conti pubblici - da qui il voto convinto del Pd alla introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, cui la Ue non ci obbligava, ma che si limitava a suggerire - siano comunque un prius indispensabile per rilanciare la crescita. In effetti neppure il peggiore reazionario sostiene pubblicamente che l'austerità sia un fine in sé, ma invece tutti la presentano come un passaggio doloroso, ma assolutamente necessario, per sanare e fare ripartire l'economia. Ricordate le lacrime della Fornero in diretta televisiva? Quindi il problema non è quello di contestare il carattere di fine in sé delle politiche rigoriste e deflazioniste, ma al contrario la loro totale inadeguatezza fino alla perniciosità in quanto mezzo per rilanciare l'economia e uscire dalla crisi. A meno che non si voglia un massacro sociale, come è in corso in Grecia.

domenica 1 luglio 2012

Lo sbaglio del Travaglio


Travaglio si sbaglia di grosso e si dimostra molto ingenuo. A voler tentare di incarnare l'eredità di una destra austera e dalla schiena dritta, che invoca la tradizione come fonte ispiratrice di retti principi, idee campate per aria che stanno solo nella testa di chi ci crede, spesso si prendono grosse cantonate. I tedeschi non sono affatto virtuosi, fanno solo i loro interessi, con la differenza che li sanno fare meglio di noi. 
Sembra quasi che il giornalista Travaglio abbia introiettato la categoria di “popolo tedesco” come incarnazione di uno spirito etico destinato a fare la storia. Fra l'altro come lo stesso Monti ha ricordato anche i virtuosi tedeschi se ne sono fregati di sforare con i parametri del debito quando gli è convenuto, allo stesso modo del resto di Francia ed Italia. Il problema però è proprio questa ideaccia assurda e fuorviante del debito, una parola che racchiude in sé un richiamo ingannevole alle virtù della lealtà e della laboriosità. Il fatto che i governi italiani presenti e passati si siano comportati come dei banditi, dilapidando denaro pubblico per i loro interessi, non ha niente a che vedere con la concezione del debito pubblico in economia e l'austerità per ripianare il debito non può essere un un alibi per mandare in rovina intere nazioni.
Se Travaglio leggesse qualcosina di economia oltre che di cronaca politica e giudiziaria, capirebbe che le teorie economiche neoclassiche e liberiste, non sono le uniche teorie economiche in campo, e addirittura non sono nemmeno, diciamo così, le uniche teorie “standard” dell'economia. Keynesismo a parte esistono diversi orientamenti molto autorevoli, e vorrei citare il Prof. Giovanni Dosi, che considerano profondamente errate le politiche di austerità. Il debito è uno spauracchio che ci agitano in faccia allo stesso modo in cui noi adulti ricorriamo all'immagine della strega cattiva delle fiabe per spaventare i bambini. Il problema, Travaglio dovrebbe saperlo, visto che ormai è un tema predominante in politica ed in economia, è stampare moneta sovrana. Il debito è un rapporto numerico virtuale e non ha mai ucciso nessuno, nemmeno un'Italia ultra indebitata di Prodi, che addirittura e forse proprio in ragione del debito, stava molto meglio di quella di adesso. Travaglio dovrebbe anche sapere che Stati Uniti e Giappone hanno fra i debiti pubblici più elevati al mondo, ma se la cavano senz'altro meglio di noi. Lì semmai il problema è la redistribuzione delle risorse e la regolamentazione del sistema bancario e finanziario. Le risorse, lo sappiamo, purtroppo sono sempre ripartite malamente, ed è questo il problema che dovrebbe starci maggiormente a cuore, non il debito,  ma sappiamo anche che quando puoi stampare moneta e dare un indirizzo alla tua economia, non sei costretto necessariamente ad affamare i tre quarti della popolazione. Pagando un piccolo prezzo con l'inflazione, puoi finanziare scuole, ospedali, ricerca e quant'altro. Questo è il nocciolo della questione caro Travaglio e non un ipotetica virtù teutonica contrapposta ai vizi di regimi corrotti, intorpiditi dalla brezza mediterranea. Poi se vuoi possiamo anche discutere su quale tipo di economia vogliamo fondare il nostro futuro, possiamo discutere di beni “compatibili” o “riproducibili”, di green economy, di crescita e decrescita ed anche di corruzione che danneggia l'economia e il tessuto sociale, argomenti per i quali mi trovo spesso d'accordo con te, ma se lo stato non spende, non c'è né benessere, né crescita sociale, culturale o umana.
Questa dell'austerità è un'operazione pianificata con cura per concentrare il potere in poche mani, attraverso una catastrofe telecomandata. Un buon giornalista dovrebbe opporsi con tutte le sue forze a questo disegno, non cercare di imitare goffamente Montanelli. Mi puoi credere, il mio non è complottismo da due soldi, altrimenti dovremmo arruolare anche Krugman e molti altri fra le schiere dei complottisti. Le strategie politiche volte a modificare la geografia del potere sono sempre esistite nella storia e sempre esisteranno. I tedeschi hanno dimostrato in più di un'occasione che non è per virtù che agiscono, ma solo per interesse, ficcatelo bene in testa.
Credere in uno stato etico fra l'altro fa venire in mente brutte cose.

mercoledì 16 maggio 2012

Il banchiere di “Ombre rosse”

Lo scandalo che ha coinvolto JP Morgan può essere utile: abbiamo appena assistito a una dimostrazione del perchè Wall Street ha bisogno di essere regolamentata. Peccato che non si arrenderà facilmente: sta già versando ingenti quantità di soldi a Mitt Romney, che ha promesso di abrogare le recenti riforme finanziarie.

di Paul Krugman, da Micromega 

 
Uno dei personaggi dell'intramontabile film Ombre rosse (1939) è un banchiere, Gatewood, che ai suoi sottoposti propina una lezione sui mali di Big Government, l'interventismo statale, in particolare della regolamentazione bancaria.
A un certo punto Gatewood esclama: «Come se noi banchieri non sapessimo come amministrare le nostre banche!». In seguito, più avanti nel film, scopriamo che Gatewood taglia la corda dalla città, portando via una bisaccia piena zeppa di bigliettoni che ha sottratto indebitamente.

Da quel che ne sappiamo finora, Jamie Dimon – presidente e amministratore delegato di JP Morgan Chase - non ha in mente nulla del genere. Tuttavia ci risulta che spesso gli è piaciuto fare discorsini come quelli di Gatewood su come lui e i suoi colleghi sanno perfettamente quello che stanno facendo e non hanno certo bisogno che il governo stia loro col fiato sul collo. Di conseguenza, nello sconvolgente annuncio da parte della JP Morgan di essere riuscita a bruciare chissà come due miliardi di dollari circa, in un tentativo infruttuoso di intrallazzi finanziari, ci sono un bel po' di giustizia divina e una fondamentale lezione comportamentale da apprendere.

Giusto per essere chiari: gli uomini d'affari sono uomini – quantunque i Signori della finanza abbiano una certa tendenza a dimenticarlo – e di conseguenza commettono di continuo errori in perdita. Di per sé questa non è una ragione sufficiente per la quale il governo debba intervenire. Le banche, però, sono speciali, perché i rischi che si assumono sono sostenuti, in buona parte, dai contribuenti e dall'economia nel suo complesso. E il caso di JP Morgan ha appena dimostrato che perfino i presunti banchieri intelligenti devono avere rigidi limiti nella tipologia di rischio che sono autorizzati ad assumersi.

Per la precisione: perché le banche sono speciali? Perché la storia ci insegna che il settore bancario è ed è sempre stato soggetto a sporadici e devastanti "ondate di panico", in grado di scatenare il caos in tutta l'economia. La destra sta attualmente diffondendo la panzana secondo la quale un cattivo andamento del settore bancario è sempre conseguenza di un intervento del governo, attuato tramite la Federal Reserve oppure con le ingerenze dei liberal al Congresso. In realtà, tuttavia, l'America dell'Età Dorata - quella nella quale il governo si intrometteva il meno possibile e la Fed non esisteva neppure – era soggetta al panico più o meno una volta ogni sei anni. E in alcuni casi si inflissero così gravissime perdite all'economia.

Ma allora, che cosa fare? Negli anni Trenta, dopo la madre di tutti gli attacchi di panico delle banche, arrivammo a una soluzione praticabile, che contemplava garanzie e controlli a uno stesso tempo. Da un lato, il dilagare del panico fu arginato tramite assicurazioni sui depositi garantite dallo stato; dall'altro, le banche furono sottoposte a regolamentazioni miranti a impedire che potessero abusare dello status privilegiato derivante loro proprio dall'assicurazione sui depositi, in pratica una garanzia governativa dei loro debiti. Cosa ancora più importante, le banche con depositi garantiti dallo Stato non furono autorizzate a impegnarsi in speculazioni spesso rischiose, tipiche di banche di investimento quali Lehman Brothers.

Questo sistema ci ha regalato mezzo secolo di relativa stabilità finanziaria. Alla fine, però, ci siamo dimenticati ciò che la storia ci aveva insegnato. Sono proliferate nuove forme di attività bancaria senza garanzie statali, e al contempo si è permesso sia alle banche tradizionali sia a quelle all'avanguardia di accollarsi rischi sempre maggiori. Come era prevedibile, alla fine abbiamo dovuto subire la versione Ventunesimo secolo del panico bancario dell'Età Dorata, con conseguenze tremende.

È evidente pertanto che dobbiamo assolutamente ripristinare quel tipo di tutela che ci ha regalato per un paio di generazioni una tregua dalle grandi preoccupazioni bancarie. O meglio, questo è evidente a tutti fuorché ai banchieri e ai politici finanziati dai banchieri, in quanto essendo stati salvati in extremis adesso naturalmente questi ultimi sarebbero ben felici di tornare a fare affari come al loro solito. Ho già citato il fatto che Wall Street sta versando ingenti quantità di soldi a Mitt Romney, che ha promesso di abrogare le recenti riforme finanziarie?

Arriviamo adesso a Dimon. Dobbiamo riconoscere a JP Morgan – e a Dimon – il merito di essere riuscita a tenersi alla larga da molti dei pessimi investimenti che hanno messo in ginocchio altre banche. Questa manifesta dimostrazione di prudenza ha fatto di Dimon l'uomo di punta nella battaglia ingaggiata da Wall Street volta a procrastinare, annacquare e/o abrogare la riforma finanziaria. Egli si è distinto e si è fatto particolarmente sentire quando si è opposto alla Volcker Rule, che precluderebbe alle banche con depositi garantiti dallo Stato la possibilità di impegnarsi nel "proprietary trading", in sostanza di effettuare speculazioni con i soldi dei depositanti. «Fidatevi di noi», ha detto in pratica il capo della JP Morgan. «È tutto sotto controllo».
Pare proprio di no, invece.

Che cosa ha fatto in realtà la JP Morgan? Da quanto ne sappiamo, ha utilizzato il mercato dei derivati – complessi dispositivi finanziari – per scommettere fortemente sulla sicurezza dell'indebitamento delle aziende, qualcosa di simile alle puntate effettuate dalla compagnia di assicurazioni Aig sull'indebitamento immobiliare di qualche anno fa. Il punto cruciale non sta tanto nel fatto che la scommessa non è andata a buon fine, ma che gli istituti che rivestono un ruolo cruciale nel sistema finanziario non hanno il diritto di fare simili scommesse. Tanto meno quando questi stessi istituti sono sorretti da garanzie dei contribuenti.

Per adesso pare che Dimon sia stato punito. Avrebbe perfino ammesso che forse chi propone una maggiore regolamentazione ha segnato un punto a proprio favore. Quasi certamente, però, non durerà: mi aspetto che Wall Street torni alla sua consueta arroganza nel giro di settimane, forse addirittura giorni.
In verità, abbiamo appena assistito a una dimostrazione pratica del motivo per il quale, di fatto, Wall Street ha bisogno di essere regolamentata. Grazie Mister Dimon.


Fonte:Repubblica, 15 maggio 2012

venerdì 20 aprile 2012

Krugman: L’Europa si sta suicidando

È davvero difficile sottrarsi a un certo senso di disperazione osservando l'evoluzione e il deterioramento della crisi nel vecchio continente. Invece di ammettere di aver sbagliato, i leader europei sembrano determinati a spingere l´economia nel baratro – e con essa le loro società. E a pagarne le conseguenze sarà il mondo intero.

di Paul Krugman, da Micromega 

 
Sabato il Times ha pubblicato un articolo che parla di un fenomeno apparentemente in crescita in Europa: suicidi imputabili alla "crisi economica", persone che si tolgono la vita in preda alla disperazione per essere rimaste senza lavoro o aver visto fallire la propria azienda. Un articolo straziante. Sono sicuro, tuttavia, di non essere stato l´unico lettore, specialmente tra gli economisti, a essersi chiesto se la vera questione non riguardi tanto i singoli individui, quanto l´evidente determinazione dei leader europei a far commettere un suicidio economico all´intero continente.

Soltanto pochi mesi fa nutrivo qualche speranza per l´Europa. Forse ricorderete che alla fine dell´autunno scorso l´Europa sembrava sull´orlo di una catastrofe finanziaria. Ma la Banca centrale europea – l´equivalente europeo della Fed – corse in aiuto dell´Europa. Concesse alle banche europee linee di credito aperte a condizione che esse offrissero come collaterali i cosiddetti "eurobond". Ciò servì a puntellare direttamente le banche e indirettamente i governi e mise fine al panico.

La situazione a quel punto cambiò: si trattava di capire se quell´intervento temerario ed efficace sarebbe stato l´inizio di un più ampio cambiamento; se la leadership europea avrebbe utilizzato il margine di respiro creato dalle banche per riprendere in considerazione le politiche che in primis avevano portato a una crisi tanto profonda.
Così, però, non è stato. Anzi: i leader europei hanno rilanciato e ribadito le loro idee e le loro politiche fallimentari. E di giorno in giorno diventa sempre più difficile credere che qualcosa possa indurli a cambiare strada.

Prendete in considerazione la situazione della Spagna, che è ora l´epicentro della crisi. Non parliamo più di recessione in questo caso: la Spagna è in piena e palese depressione con un tasso complessivo di disoccupazione pari al 23,6 per cento, paragonabile a quello dell´America nei tempi peggiori della Grande Depressione, mentre il tasso di disoccupazione giovanile è di oltre il 50 per cento. La situazione, per tutto ciò, è insostenibile. Proprio dalla consapevolezza che la situazione non può perdurare nasce l´inasprimento continuo dei tassi di interesse in Spagna.

In un certo senso, non interessa davvero in che modo la penisola iberica sia arrivata a questo punto, ma - per quel che può valere – il caso della Spagna non è conforme alla retorica morale così diffusa tra le autorità europee, specialmente in Germania. La Spagna non è stata sregolata dal punto di vista fiscale: alla vigilia della crisi aveva un basso indebitamento e un´eccedenza di bilancio. Sfortunatamente, però, aveva anche un´enorme bolla immobiliare, una bolla dovuta in gran parte agli ingenti prestiti concessi dalle banche tedesche alle loro controparti spagnole. Quando la bolla è scoppiata, l´economia spagnola si è ritrovata a secco. I problemi fiscali della Spagna sono una conseguenza della sua depressione, non ne sono la causa. Manco a dirlo, la cura prescritta da Berlino e Francoforte è stata una sola: sì, avete indovinato, un ulteriore irrigidimento dell´austerità fiscale.

Questa – se vogliamo dirla tutta e con schiettezza – è pura follia. L´Europa aveva sperimentato per molti anni inflessibili programmi di austerità, con risultati che qualsiasi studente di storia avrebbe potuto anticipare: simili programmi spingono le economie depresse ancor più a fondo nella depressione. E dato che quando gli investitori devono valutare la capacità di un paese di ripagare il proprio debito ne studiano accuratamente la situazione economica, i programmi di austerità non hanno mai funzionato neppure per diminuire i tassi di interesse.

Qual è l´alternativa? Beh, negli anni Trenta – un´epoca che la moderna Europa sta iniziando a ricalcare in modo sempre più fedele – il requisito basilare per la ripresa fu uscire dal sistema aureo (gold standard). Oggi una mossa equivalente sarebbe uscire dall´euro e ripristinare le valute nazionali. Si potrebbe affermare che ciò è inconcepibile, e senza dubbio si tratterebbe di una soluzione dirompente, dalle enormi ripercussioni sia a livello economico sia politico. D´altro canto, a essere davvero inconcepibile è l´idea di poter continuare lungo questa strada e imporre un´austerità sempre più intransigente a paesi che già soffrono per una disoccupazione a livelli da Grande Depressione.

Se dunque i leader europei volessero veramente salvare l´euro, starebbero cercando una valida alternativa. L´alternativa possibile sta assumendo di fatto una forma molto chiara: il continente europeo ha bisogno di politiche monetarie più espansive, sotto forma di una disponibilità – una disponibilità dichiarata – da parte della Banca centrale europea ad accettare un´inflazione un po´ più alta. Ma l´Europa ha bisogno anche di più espansive politiche fiscali, sotto forma di sistemi di compensazione tra i budget tedeschi e quelli di paesi in difficoltà come la Spagna e altre nazioni inguaiate della periferia europea. Anche così, con queste politiche, le nazioni della periferia d´Europa dovranno affrontare anni di difficoltà. Ma, quanto meno, qualche speranza di ripresa potrebbe esserci.

Ciò a cui stiamo assistendo, invece, è una totale mancanza di flessibilità. A marzo i leader europei hanno firmato il fiscal pact, un´intesa che di fatto trova la risposta a ogni tipo di problema soltanto nell´austerità fiscale. Nel frattempo, gli alti funzionari della Banca centrale si piccano di sottolineare che al minimo segnale di un aumento dell´inflazione la Banca alzerà i tassi.

In conclusione, quindi, è davvero difficile sottrarsi a un certo senso di disperazione. Invece di ammettere di aver sbagliato, i leader europei sembrano determinati a spingere l´economia nel baratro – e con essa le loro società. E a pagarne le conseguenze sarà il mondo intero. 


Fonte:Repubblica, 20 aprile 2012

mercoledì 4 gennaio 2012

La recessione, i tagli e la lezione di Keynes

di Paul Krugman, da Micromega ( Repubblica, 3 gennaio 2012)

“Il momento giusto per l'austerità al Tesoro è l'espansione, non la recessione”: così dichiarò nel 1937 John Maynard Keynes, proprio quando da lì a poco Franklin Delano Roosevelt avrebbe dimostrato la correttezza di questo suo dogma cercando di rimettere in sesto il budget troppo presto e spingendo in una profonda recessione l'economia che fino a quel momento si stava riprendendo con continuità. Tagliare la spesa pubblica in un'economia depressa deprime ancor più l'economia. Per l'austerità si dovrebbe attendere che sia già ben in corso una forte ripresa.

Purtroppo, alla fine del 2010 e all'inizio del 2011, le autorità e i politici di buona parte del mondo occidentale hanno creduto di sapere il fatto loro, di doversi concentrare sui deficit e non sull'occupazione, quantunque le loro economie avessero a stento iniziato a riprendersi dalla depressione che aveva fatto seguito alla crisi finanziaria. E seguendo questo principio anti-keynesiano ancora una volta hanno dimostrato che Keynes aveva ragione.

Dichiarando confermato il dogma economico keynesiano, vado naturalmente contro l'opinione dei più. A Washington, in particolare, il fallimento del pacchetto di stimoli messo a punto da Obama per creare un boom occupazionale in linea generale pare aver dimostrato che la spesa pubblica non può creare posti di lavoro. Coloro tra noi che avevano fatto bene i calcoli, però, si sono resi conto fin dall'inizio che il Recovery and Reinvestment Act del 2009 (oltre un terzo del quale, tra l'altro, ha assunto la forma di tagli fiscali relativamente inefficaci) era di troppa esigua entità, data la gravità della recessione, e avevano in aggiunta anticipato le ripercussioni politiche che ne sarebbero derivate.

Per tutto ciò la vera riconferma della validità dell'economia keynesiana non è arrivata dai poco determinati tentativi del governo federale statunitense di dare nuovo impulso all'economia – tentativi oltretutto in buona parte vanificati dai tagli a livello statale e locale –, ma è arrivata dalle nazioni europee come la Grecia e l'Irlanda costrette a imporre una draconiana austerità fiscale come presupposto per ottenere prestiti d'emergenza. Entrambi questi paesi hanno subito recessioni economiche di considerevole entità, equiparabile alla Grande Depressione, e un calo a doppia cifra del rispettivo Pil.

Non era previsto che le cose dovessero andare così, secondo l'ideologia prevalente nel nostro dibattito politico. Nel marzo 2011 lo staff repubblicano del Congress Joint Economic Committee ha reso noto un rapporto intitolato “Spend less, owe less, grow the economy” (spendi meno, fai meno debiti, fai crescere l'economia), che minimizzava le preoccupazioni di chi era convinto che i tagli alla spesa pubblica in periodo di recessione avrebbero soltanto aggravato quest'ultima, e sosteneva al contrario che tagliare la spesa avrebbe migliorato la fiducia dei consumatori e delle imprese e che ciò avrebbe portato inevitabilmente a una crescita più rapida, non più lenta.

Eppure, ormai si sarebbe dovuto avere maggiore buonsenso: i presunti esempi storici di un' “austerità espansionistica” con i quali puntellavano le loro tesi erano già stati completamente demoliti. Oltretutto c'era anche il caso alquanto imbarazzante di molti esponenti della destra che alla metà del 2010 avevano dichiarato il caso irlandese una storia di grande successo un po' troppo precocemente, documentando le virtù dei tagli alla spesa per assistere poi al forte aggravarsi della recessione irlandese. E il livello di fiducia provato dagli investitori si è completamente volatilizzato.

È sorprendente, a questo proposito, il fatto che all'inizio di quest'anno le cose si siano ripetute tali e quali: si è sbandierato e gridato ai quattro venti che l'Irlanda aveva svoltato davvero, e dimostrato di conseguenza che l'austerità funziona. Poi, però, le cifre hanno assestato un brutto colpo e si è rimasti ancora una volta delusi. Malgrado ciò l'insistenza a tagliare immediatamente la spesa pubblica ha continuato a prevalere nel dibattito politico, con effetti perversi sull'economia statunitense. È vero: a livello federale non ci sono state nuove drastiche misure di austerità, ma si è registrato un sacco di austerità “passiva” quando lo stimolo economico voluto da Obama si è stemperato e i governi statali e locali a corto di liquidi hanno continuato a tagliare la spesa.

Adesso qualcuno potrebbe sostenere che Grecia e Irlanda non avevano altra scelta se non quella di imporre l'austerità, che non avevano alternative se non dichiarare il fallimento e uscire dall'euro. Un'altra lezione che il 2011 ci ha insegnato, però, è che l'America aveva e ha un'alternativa. Washington sarà anche ossessionata dal deficit, ma i mercati finanziari stanno se non altro lanciando un segnale molto chiaro: dovremmo prendere più soldi in prestito.

Ancora una volta, anche in questo caso, non era previsto che le cose andassero così. Il 2011 è iniziato per noi con severi moniti a non ricalcare le orme della crisi debitoria greca, che da noi si sarebbe materializzata non appena la Federal Reserve avesse smesso di comperare bond, o quando le agenzie di rating avessero declassato la nostra tripla “A”, o non appena la “supercommissionetruffa” non fosse riuscita a trovare un accordo, o chissà che altro ancora. Invece la Fed a giugno ha posto fine al proprio programma di acquisto dei bond; Standard & Poor's ad agosto ha declassato il rating americano; la supercommissione a novembre è arrivata a un punto morto; ma le spese legate ai prestiti hanno semplicemente continuato a scendere. In effetti a questo punto i bond statunitensi protetti dall'inflazione rendono un interesse negativo. E gli investitori sono disposti a pagare l'America affinché conservi i loro soldi.

La conclusione di tutto ciò è che il 2011 è stato l'anno nel quale la nostra élite politica è rimasta ossessionata dai deficit a breve termine, che non sono un problema reale, e così facendo ha invece inasprito notevolmente i veri problemi, che sono un'economia depressa e la disoccupazione di massa.

La buona notizia, per quel che vale, è che il presidente Barack Obama finalmente si è deciso nuovamente a contrastare l'austerità precipitosa e pare essere in procinto di vincere questa battaglia politica. Forse, in uno di questi prossimi anni, potremmo davvero finire col recepire il consiglio di Keynes, tanto valido oggi quanto lo era 75 anni fa.

lunedì 26 dicembre 2011

L’austerità è un errore

di Paul Krugman da Micromega ( la Repubblica 4 Dicembre 2011)

L'euro può essere salvato? Non molto tempo fa si diceva che la crisi poteva portare, nel peggiore dei casi, al default della Grecia. Ora si profila l'evenienza di un disastro di proporzioni assai maggiori. È vero che la pressione sui mercati si è un po' allentata mercoledì. si è allentata dopo il sensazionale annuncio dell'estensione delle linee di credito da parte delle banche centrali. Ma persino gli ottimisti ormai considerano l'Europa avviata alla recessione, mentre i pessimisti lanciano l'allarme sull'eventualità che l'euro diventi l'epicentro di una nuova crisi globale.

Come mai siamo arrivati fin qui? La risposta più comune è che l'origine della crisi dell'euro va individuata nell'irresponsabilità fiscale. In tv è un gran vociare di esperti: in assenza di tagli alla spesa pubblica l'America finirà come la Grecia. Ma è vero quasi l'opposto. Benché i leader europei identifichino il problema nella spesa pubblica troppo alta dei Paesi debitori, la realtà è che in Europa la spesa è troppo bassa. E imporre una maggiore austerità è stata una mossa negativa, che ha peggiorato la situazione.

Riassumendo. Negli anni precedenti alla crisi del 2008 in Europa, come in America, il sistema bancario era fuori controllo e il debito galoppava. In Europa però, gran parte dei prestiti erano transfrontalieri, i fondi tedeschi finivano al sud. L'operazione veniva considerata a basso rischio. I destinatari in fondo facevano tutti parte dell'area dell'euro, che cosa mai poteva succedere? In massima parte, detto per inciso, i prestiti non erano diretti ai governi, ma al settore privato. Solo la Grecia ai tempi d'oro presentava gravi deficit di bilancio statale. La Spagna, alla vigilia della crisi, vantava addirittura un surplus.

Poi la bolla scoppiò. La spesa privata nei Paesi debitori crollò. I leader europei avrebbero dovuto riflettere su come impedire che questi tagli alla spesa provocassero una recessione in tutta Europa. Invece risposero all'inevitabile conseguente crescita del deficit imponendo a tutti i governi – non solo a quelli dei Paesi debitori – di tagliare la spesa pubblica e aumentare l'imposizione fiscale. Non tennero conto dei moniti di chi pronosticava un aggravarsi della depressione. «La tesi secondo cui le misure di austerità potrebbero innescare un processo di stagnazione non è corretta», dichiarò Jean-Claude Trichet, all'epoca presidente della Bce. Il motivo? Perché «da politiche che stimolano la fiducia verrà un impulso, non un ostacolo alla ripresa economica».

Ma questa magica fiducia non si è materializzata. E c'è di più. Negli anni del denaro facile, i salari e i prezzi in Europa meridionale sono cresciuti assai più velocemente rispetto al nord Europa. Ora bisogna ridurre il divario calando i prezzi al sud o, in alternativa, alzandoli al nord. E la scelta è importante: se l'Europa meridionale è costretta a ridurre la propria competitività pagherà un caro prezzo in termini di occupazione, e vedrà aumentare il debito. Si avrebbero possibilità di successo maggiori se il divario venisse ridotto aumentando i prezzi a nord.

Ma per far questo i policymaker dovrebbero accettare temporaneamente un aumento dell'inflazione nell'intera eurozona, mentre hanno già ribadito di non averne alcuna intenzione. Ad aprile, la Bce ha iniziato ad aumentare i tassi di interesse, pur essendo palese a gran parte degli osservatori che l'inflazione, semmai, era troppo bassa. Non è stata una coincidenza che proprio ad aprile la crisi dell'euro sia entrata in una nuova, terribile fase. Lasciamo stare la Grecia. Come economia, confronto all'Europa, è paragonabile all'area di Miami rispetto agli Stati Uniti. A questo punto i mercati hanno perso la fiducia nell'euro in generale, portando i tassi di interesse a salire anche in Paesi come l'Austria e la Finlandia, non certo noti per la loro sregolatezza. L'appello all'austerità generale associato al morboso terrore dell'inflazione da parte della banca centrale fanno sì che ai Paesi indebitati sia impossibile sfuggire alla trappola del debito. Questa accoppiata è quindi garanzia di default sul debito, corsa al ritiro dei depositi bancari e crollo finanziario generale. Mi auguro, sia per il bene dell'America che dell'Europa, che gli europei invertano la rotta prima che sia troppo tardi. Ma, in tutta sincerità, non credo che lo faranno. È molto più probabile che noi li seguiamo sulla strada della rovina.

Perché negli Usa , come in Europa, l'economia è trascinata nel baratro dai debitori morosi, nel caso americano soprattutto proprietari di casa. E anche in questo caso c'è assoluto bisogno di politiche fiscali e monetarie espansionistiche a sostegno dell'economia, mentre i debitori lottano per rimettersi finanziariamente in salute. Ma, da noi come in Europa, il dibattito pubblic
o è dominato dalle ramanzine sul deficit e dall'ossessione dell'inflazione. La prossima volta che vi diranno e che in assenza di tagli alla spesa l'America farà la fine della Grecia, rispondete pure che tagliando la spesa in corso di depressione economica faremo la fine dell'Europa.