Oltre il no all’austerity, serve una sinistra euro-mediterranea
di Giuliana Beltrame, Sergio Labate, Daniela Passeri
In vista delle elezioni europee del 2014 si è aperta su queste pagine una discussione che, anche come Alba, riteniamo necessaria e guardiamo con attenzione. Essa deve confrontarsi però con alcune questioni che conviene non tacere.
Innanzitutto il fatto che sempre più l’orizzonte europeo venga evocato come causa principale delle politiche di austerità e della impotenza delle politiche nazionali dinanzi alla crisi. Ma a questo riferimento persistente non consegue ciò che dovrebbe essere naturale: un investimento maggiore in termini democratici sull’appuntamento elettorale europeo. Nessuno sembra dare fiducia all’idea che le elezioni europee possano rappresentare un’occasione di incidere su quest’orizzonte più ampio e così dirimente.
Questa sfiducia ha tante ottime ragioni: un generale scetticismo nella forza della democrazia, dal momento che anche laddove il voto dovrebbe segnare una direzione di marcia definita, esso viene smentito in nome delle grandi intese; inoltre, una legittima diffidenza nei confronti del potere decisionale del parlamento europeo, la cui forza non appare incrementarsi di pari passo con l’incremento della forza dell’Europa delle grandi banche e dei potentati finanziari.
Tuttavia, se la crisi politica è europea, è attraverso la capacità di orientare i processi democratici europei che noi possiamo pensare di mettere in campo politiche di alternativa credibili. Queste politiche alternative sono, peraltro, facilmente individuabili. La critica ai partiti tradizionali – da noi sviluppata – non è soltanto di metodo, ma anche di contenuto. È evidente che tutti i partiti che fanno riferimento ad alcune grandi famiglie politiche europee, a cominciare dall’ex Partito socialista europeo, oggi Alleanza Progressista dei socialisti e dei democratici, sono del tutto interni all’orizzonte neoliberista non mettendo in discussione l’adesione al fiscal compact, al patto di stabilità, alla politica monetaria decisa dalla troika.
Come le forze dei cosiddetti centro-sinistra europei, a partire dalla Spd, che condividono pressoché interamente l’austerità, anche il centrosinistra italiano, da Ciampi a Prodi a Monti fino a Letta, è stato orientato da questa bussola. Ancora alle ultime elezioni la coalizione Pd-Sel, Italia Bene Comune, aveva al centro della sua carta d’intenti il rispetto dei vincoli europei. Questo stesso vincolo è ciò che lega la coalizione fallita all’attuale governo di larghe intese. Insomma, si tratta di costruire progetti credibili che trovino la forza per mettere in discussione le cause profonde di queste politiche e l’idea perversa di società che ne sta a capo.
Progetti che, ne siamo convinti, possono trarre respiro dalle buone pratiche messe in campo in questi anni da associazioni, movimenti, sindacati che, seppure in un contesto difficile e spesso frammentato, si oppongono alle politiche di austerità e nel contempo avanzano, in prospettiva euromediterranea, proposte alternative su diritti sociali, laicità, diritti dei migranti, democrazia (come hanno recentemente dimostrato il forum mondiale di Tunisi e l’Altersummit di Atene). Che errore storico imperdonabile non aver saputo opporre in questo decennio all’asse tradizionale franco-tedesco una seria costruzione di una sinistra euromediterranea!
Se è vero che questo deposito di pensiero critico e progressivo in Italia sembra non acquisire più alcuna traduzione politica, sappiamo che altrove in Europa esistono movimenti o partiti con sufficiente rappresentanza che si oppongono decisamente al «pilota automatico». Il compito che dobbiamo assumerci è quello di utilizzare l’occasione delle elezioni europee come una possibilità per riprendere respiro, riconoscendo che ciò che appare privo di vita e di rappresentanza in Italia è un caso eccezionale e che, per questo, è possibile e auspicabile prendere esempio e connettersi ad esperienze europee non ambigue e ancora credibili.
Ultime due notazioni. Se la prognosi è vera, le politiche europee sono oggi non lontane dalle nostre vite e dai nostri territori, ma vicinissime. Esse non opprimono gli stati e la loro sovranità ma la nuda vita di ciascuna/o e il suo potere di autodeterminarsi e di scegliere i luoghi e i modi di esistere.
Da questa situazione non si esce con un aggiustamento dello status quo ma con una profonda rottura democratica. Questa Ue va disarticolata e riarticolata dal basso e per territori. Una nuova economia, ambientale, sociale e cooperativa deve contrapporsi al modello esportativo di stampo tedesco e deve trovare l’aiuto anche di monete alternative di supporto. Per fare ciò è necessario che prendano vita nuove coalizioni europee per il lavoro, il reddito, i beni comuni, la cittadinanza, l’ambiente.
Abbiamo bisogno di un voto che sia europeo, e non una variante tatticistica della dimensione nazionale. Il nuovo modo di votare previsto per le europee chiede di avanzare proposte per candidati alla presidenza della Commissione europea e di aprire le liste in modo transnazionale. Una vocazione mediterranea e alternativa deve potersi palesare in modo evidente anche da qui.
Non è il solito progetto massimalista, anacronistico e inopportuno. Non c’è nulla di meno massimalista che difendere i diritti (cioè la socialdemocrazia europea) e reclamare una politica capace di uscire dalla «libertà vigilata». Non c’è nulla di meno extraparlamentare che rivendicare che la sovranità ritorni ai parlamenti eletti. Difendere la loro funzione non significa accettare di diventare impotenti per poter starci dentro, ma rivendicare loro il potere che le nostre costituzioni assegnano e che il disegno europeo avrebbe dovuto amplificare, non interdire. E se l’Europa è il posto dove tutto ha avuto inizio, sarà dall’Europa che dobbiamo cominciare a dissequestrare i parlamenti.
Fonte: Il Manifesto 20.08.2013
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venerdì 23 agosto 2013
sabato 25 maggio 2013
Dalla protesta alla proposta, l'alternativa democratica
di Daniela Passeri
Se la fiducia degli italiani nei partiti politici è arrivata alla soglia minima dell'1,5% (Rapporto Istat 2013), dopo il tradimento del voto delle politiche, come si andrà a votare negli oltre 700 comuni che rinnovano sindaco e consiglio comunale domenica 26 e lunedì 27? Con il naso turato, le dita incrociate, in punta di piedi, a occhi chiusi? E soprattutto, quanti andranno a votare?
Alle amministrative l'offerta sfugge agli schemi della cosiddetta pacificazione nazionale del patto transgenico PD-PDL e al monopolio del voto di protesta firmato M5S. Qui la politica, nel senso più autentico di governo della polis, ritrova i suoi connotati più veri. Che, a dispetto della pacificazione, oggi sono di frantumazione, deflagrazione dell'offerta politica nella quale possiamo però scorgere una discreta vitalità.
Il metro e mezzo di scheda-lenzuolo che i romani si porteranno in cabina elettorale (45 liste, 19 candidati, tutti uomini) basta a descrivere questa polverizzazione. Ma come orientarsi nella selva di liste di cittadinanza che in questa primavera piovosa sono sorte come funghi all'ombra dei campanili?
Come discernere tra le macerie fumanti dei partiti che si scompongono in varie affiliazioni nel tentativo di ricomporsi nei ballottaggi, e le espressioni più genuine di quei cittadini che si sono rimboccati le maniche e sporcati le mani nelle strade, nelle piazze e nei luoghi di lavoro, per dire molti no, ma soprattutto per proporre un modello di sviluppo del territorio più sostenibile (piccole opere diffuse a maggiore intensità di lavoro al posto di grandi opere inutili e imposte; riqualificazione energetica degli edifici, politiche di rifiuti zero, etc); per proporre modelli di gestione dei servizi pubblici diversi da quelli privatistici dove anche i rappresentanti dei lavoratori e delle associazioni siedono nei consigli di amministrazione; per proporre la valorizzazione dei beni comuni, cioè delle risorse di una comunità e sottrarli alla dittatura del privato; per proporre un modello di uguaglianza che affermi diritti civili irrinunciabili (ius soli, unioni civili); per proporre il riscatto del lavoro svilito, sfruttato e ricattato con la riformulazione di un'idea di impresa con una visione più ampia di quella del profitto; per proporre e rendere possibile una maggiore partecipazione dei cittadini alla politica e creare un sistema che veda i cittadini affiancare i propri rappresentanti, continuare con loro il dialogo dopo aver apposto una croce su un simbolo; per proporre la difesa della scuola pubblica e laica, come la mobilitazione che ha portato al referendum di Bologna di domenica.
Dunque, è nella capacità di proposta, oltre che di protesta, che troviamo una bussola. Un altro indicatore è poi la capacità di fare rete con altre realtà, di rendere queste proposte tanto più credibili quanto sono replicabili. Sfuggire dunque alla tentazione dell'autosufficienza allargando l'orizzonte ad uno scambio di pratiche, esperienze e proposte che si rafforzano a vicenda.
Un'esperienza in questo senso, un laboratorio significativo, è quello delle liste di cittadinanza, diverse di loro unite nella “Rete dei Comuni Solidali” (la lista “Repubblica Romana” a Roma che candida a sindaco Sandro Medici; “Una città in comune” a Pisa che candida Ciccio Auletta; “Sinistra per Siena” per Laura Vigni; “Brescia solidale e libertaria” per Giovanna Giacopini; “ABC: Ancona Bene Comune” per Stefano Crispiani; “Cambiamo Messina dal basso” per Renato Accorinti.
A queste liste è affidato un passo piccolo ma importante su una strada difficile ma irrinunciabile: essere e mostrare che esiste un’alternativa alla riproposizione di una prospettiva ormai non più in campo quale quella di condizionare “in qualche modo” il PD.
Sono candidati sindaci, liste ed esperienze che costruiscono un’alternativa legata dal filo rosso della democrazia radicale, come scriviamo noi di ALBA con Marco Revelli, lontano da Bisanzio e “fuori dalle mura” di quello che fu il centro-sinistra.
L'intento è quello di proseguire il dialogo anche dopo le elezioni, dagli scranni dei consigli comunali e ancora e sempre nelle piazze e nelle strade come nei luoghi di lavoro. A declinare e testimoniare un sistema di valori comuni là dove invece le liste effimere della mera tattica elettorale scompariranno.
Dietro le liste autentiche di cittadinanza attiva – altro indicatore importante - c'è un elemento soggettivo che non viene mai abbastanza sottolineato che è la passione per la politica che crea e trasforma i legami personali; c'è la condivisione della fatica di giornate passate a volantinare, fotocopiare, scrivere, intensificare il tam tam del social network anche (ma non solo) per uscire dall'oscuramento mediatico e supplire alla carenza di mezzi economici che le liste di cittadinanza, quelle vere, per scelta non posseggono.
sabato 4 maggio 2013
Vogliamo discutere insieme per agire insieme
LONTANO DA BISANZIO, VICINO AI CITTADINI E ALLE CITTADINE
Non c’è più tempo, apriamo un confronto nei territori, cogliamo l’occasione
È stato rieletto Napolitano perché la candidatura Rodotà – che
ha dato rappresentanza alle istanze della democrazia, dei beni comuni e
dei diritti – è inaccettabile per le politiche liberiste europee, la sua
elezione avrebbe costituito un ostacolo nel progetto dell’insediamento
di un nuovo governo “di larghe intese” che, in continuità con il governo
Monti, fosse compatibile con il quadro delle politiche europee e del
cosiddetto “pilota automatico”.
Così prende il via il secondo governo Napolitano- Europa che,
commissariando il parlamento, sancisce un presidenzialismo di fatto e
rende Berlusconi il grande vincitore, facendolo passare da processato a
padre della patria.
Le elezioni? Il voto? Il cambiamento? La democrazia?
Nei tempi di Napolitano e del pilota automatico europeo non sono
questioni rilevanti. Napolitano ha costruito una
proposta coerente mettendo insieme chi ha programmi compatibili con i
dettami della troika europea. Di queste compatibilità il gruppo
dirigente del PD è il massimo garante. Il governo Letta, è
infatti un governo politico PD-PDL che mostra ancora una volta come per
il gruppo dirigente del PD Berlusconi non sia mai stato un reale
problema, mentre lo è per milioni di cittadini.
PROPONIAMO di coagulare la mobilitazione di questi giorni in un percorso di assemblee territoriali fra il 4 e il 16 maggio: occasioni pubbliche aperte ai soggetti attivi singoli e collettivi (associazioni comitati movimenti…) per discutere quanto sta succedendo, per costruire la partecipazione alla manifestazione del 18 maggio a Roma, ma soprattutto per animare un confronto che avrà una prima fase di sintesi nella due giorni di Bari il 15 e 16 giugno, su democrazia e rappresentanza.
PARTENDO DA TRE CONSIDERAZIONI:
1) Ci arrendiamo al presidenzialismo di fatto o
lavoriamo per la ricostruzione delle istituzioni e delle forme politiche
organizzate della democrazia?
Non c’è dubbio che tra il 24 di febbraio e il 24 di aprile l’Italia
ha cessato di essere una “democrazia parlamentare”. Non sarà un golpe,
in senso tecnico. Ma di certo è un devastante mutamento di “regime
politico”: stanno cambiando infatti in misura sostanziale e regressiva
la nostra forma di governo. Intanto perché è venuto meno il
ruolo rappresentativo del Parlamento, con la formazione di una
maggioranza che riesce a contraddire platealmente la volontà dell’intero
elettorato (di tutte e tre le aree uscite dalla competizione
elettorale).
E perché in occasione dell’elezione del Presidente della
Repubblica, il Parlamento si è chiamato fuori (per la seconda volta in
poco più di un anno), rinviando la scelta al Capo dello Stato appena
scaduto. Il quale è diventato, a tutti gli effetti, il baricentro del
sistema istituzionale ed ha assorbito la funzione di indirizzo politico e
di demiurgo di un Governo che opera grazie e sotto il suo “tutoraggio”
(così è stato scritto) La sede della sovranità si è spostata, dal suo
luogo naturale – il potere legislativo – alla figura “monarchica” del
Presidente.
Il Parlamento è fuori gioco perché l’ “agenda Monti” deve
continuare a costituire la linea guida del Governo sotto una doppia
tutela: quella ravvicinata del “Presidente-sovrano”, quella più distante
ma in realtà decisiva dell’ “imperatore-pilota automatico” delle
compatibilità liberiste europee. Per questo motivo l’opzione di un
presidente come Rodotà, che sarebbe stata la risposta davvero
alternativa, non è stata neanche presa in considerazione. Il “giovane”
Letta si confà invece perfettamente allo scopo: come Monti membro della Trilateral e con la sua VeDrò,
circolo che raccoglie personalità di diversa provenienza politica, ma
tutte ben gradite ai poteri forti europei, vaticani e USA. Si configura
al fondo una prospettiva minacciosa in cui Governo e Piazza verrebbero a
confrontarsi direttamente e frontalmente, senza diaframmi: l’estinzione
in diretta dei partiti politici mina al cuore la democrazia.
È a questo scenario che dobbiamo opporci costruendo
un’alternativa. Continueremo a difendere con decisione la democrazia
parlamentare, come fonte essenziale dell’equilibrio dei poteri, ma
occorre al tempo stesso ricostruire forme di organizzazione e soggetti
politici nuovi.
2) Lontano da Bisanzio, vicino ai cittadini e alle cittadine
2) Lontano da Bisanzio, vicino ai cittadini e alle cittadine
Al cuore della crisi istituzionale che viene così pesantemente
avviata a un esito carismatico-presidenziale sta, infatti, la crisi dei
partiti: la vera causa dell’eutanasia parlamentare a cui abbiamo
assistito in diretta. E in particolare dell’unico vero Partito che era
rimasto in campo, il Partito Democratico. Il PD si è decomposto sotto i
nostri occhi non tanto perché diviso in linee politiche contrapposte
(una favorevole all’accordo col centro-destra, l’altra con l’area
“grillina”): sarebbe ancora una lettura ottimistica perché
presupporrebbe l’esistenza di aggregati politici al suo interno. In
realtà esso è esploso perché dilaniato da un coacervo di ostilità
personali, di rancori, volontà di vendetta e ambizioni non mediabili
perché già da tempo prive di un orizzonte politico. Probabilmente il PD
non si spaccherà lungo un’unica linea di frattura chiara
destra-sinistra, ma secondo una geografia dei frantumi che riflettono le
molteplici bande in campo (le testate plurime di cui ha parlato
Bersani). E la dimensione personalistica cospargerà il campo di macerie e
di veleni. Per questo motivo la sua crisi – che potrebbe durare a
lungo, prima di produrre effetti organizzativi – rischia di non aprire
alcuna prospettiva di ricostituzione di un qualche “soggetto di
sinistra”.
Né temiamo ci sia molto da aspettarsi dalle formazioni quali SEL, perché il crollo della casa principale può facilmente finire per travolgere chi ha fatto del centrosinistra la propria prospettiva.
È bene essere netti fin da subito, e dichiarare la nostra volontà di tenerci ben distanti da questo clima da Bisanzio nel momento della caduta dell’Impero.
Né temiamo ci sia molto da aspettarsi dalle formazioni quali SEL, perché il crollo della casa principale può facilmente finire per travolgere chi ha fatto del centrosinistra la propria prospettiva.
È bene essere netti fin da subito, e dichiarare la nostra volontà di tenerci ben distanti da questo clima da Bisanzio nel momento della caduta dell’Impero.
Tuttavia la fine del grande equivoco del PD, al centro del grande
equivoco del centrosinistra, può anche liberare possibilità e risorse.
Lo spostamento di una parte del parlamento e della sinistra nel campo
dell’opposizione a una nuova operazione simil-Monti nella forma di
governo delle larghe intese è un dato positivo, se comporta però
l’assunzione consapevole di un’altra prospettiva culturale e politica.
Ci interessa infatti fare riferimento e ragionare con quell’Italia
vasta, tutt’altro che minoritaria, radicalmente democratica e dunque
contraria alle politiche del rigore di classe, che si è riconosciuta
diversa intorno alla figura limpida di Stefano Rodotà – non certo
ritornare alla pratica deprimente e sterile di rimettere insieme pezzi
di ceto politico spinti fuori dalla geografia mobile dei partiti e in
crisi di appartenenze.
Ci interessa l’Italia che vuole il cambiamento, l’Italia
delle persone senza lavoro e precarie a vita, degli operai e operaie
privati di contratti democrazia e diritti, dei giovani e delle ragazze
senza futuro e senza reddito, dei ceti impoveriti dalla crisi e dalle
disastrose politiche di austerità di genere e di classe, l’ Italia che
non può più aspettare e lotta per tenere insieme lavoro, reddito,
diritti e democrazia. Per questo c’impegniamo nella mobilitazione
diffusa verso l’appuntamento del 18 maggio a Roma con la FIOM.
3) Sottostare al pilota automatico o riprendere in mano i comandi?
3) Sottostare al pilota automatico o riprendere in mano i comandi?
E’ il momento di ripartire dal basso, come sta nel nostro DNA.
Offrire alla grande e dispersa massa delle persone spaesate ed esodate
della politica un’occasione d’incontro – uno “spazio pubblico” in cui
ritrovarsi – intanto per elaborare insieme un’immagine condivisa di
quanto accade, e poi per costruire le proposte per un’azione attiva.
Non rinunciando alla
denuncia delle colpe delle “caste”, ma soprattutto per innestare dentro
la crisi politica e istituzionale la “questione sociale”, la risposta
alla sempre più rapida asfissia economica e sociale: spread basso e
disoccupazione alle stelle, finanza soddisfatta e l’economia reale che
muore. E’ di lì che la crisi della politica parte:
dall’operare di quel “pilota automatico” evocato da Mario Draghi per
rassicurare gli investitori, e che invece dovrebbe allarmare tutti i
democratici, perché significa che la democrazia è sospesa. Inoperante. Partiamo
dalle lotte e dalle vertenze in atto nei luoghi dove viviamo e
leggiamole come parte della crisi più generale, trasformandole da
conflitti specifici in onda di cambiamento generale.
ALBA- Alleanza Lavoro Beni comuni Ambiente
domenica 30 dicembre 2012
Cambiare si può - Due ragioni alternative -
di Guido Viale da soggettopoliticonuovo
Due sono le ragioni – per me e per altre decine di amici e compagni
che ho incontrato negli ultimi mesi, ma verosimilmente anche per decine
di migliaia di persone che si sono entusiasmate e poi spese per
proporre e sostenere la presentazione di una lista di cittadinanza
radicalmente alternativa all’agenda Monti – che ci hanno portato a
questo passo, pur consapevoli del fatto che si trattava e si tratta di
una scelta rischiosa.
La prima ragione è che all’interno dei vincoli dell’agenda Monti, accettati dal centro-sinistra, non è praticabile una politica di promozione o di sostegno dell’occupazione e del reddito della maggioranza della popolazione italiana; così come non è praticabile una politica di equità, di lotta al precariato, di reddito di cittadinanza, di difesa e potenziamento del welfare, della scuola e delle università pubbliche, della ricerca e della cultura.
Per non parlare di un programma di conversione ecologica per un effettivo contributo del nostro paese al contenimento sempre più urgente dei mutamenti climatici e una base produttiva e occupazionale sostenibile in mercati e contesti ambientali che presto saranno radicalmente diversi da quelli a cui siamo abituati.
Chi sostiene il contrario, come i firmatari di un appello per il “voto utile” reso noto alcuni giorni fa – tra cui Piero Bevilacqua, Paolo Leon, Mario Tronti e altri – o come Giorgio Airaudo o Giulio Marcon, che si sono aggiunti ai candidati di Sel, dovrebbero spiegare come pensano di promuovere anche solo una parte di quelle misure.
Come pensano di farlo senza mettere radicalmente in discussione non l’euro, non l’Unione europea, non il suo consolidamento, ma un quadro di vincoli che, con il pareggio in bilancio e il fiscal compact, imporrà all’Italia di sottrarre alle entrate fiscali 150 miliardi ogni anno per pagare gli interessi sul debito e i ratei ventennali della sua riduzione. Una modo in realtà c’è, ed è imbrogliare le carte come sta facendo Monti – in questo degno emulo di Berlusconi – il quale ha presentato una “agenda” tuttofare, che comprende riduzione delle tasse, aumento delle retribuzioni, finanziamenti a scuola università e ricerca pubbliche, reddito di cittadinanza (che per lui è «reddito di sopravvivenza»: una bella identificazione tra cittadinanza e sopravvivenza) e persino green economy. Bisognerebbe per lo meno chiedersi come mai in un anno non ha fatto e nemmeno impostato una qualsiasi di queste misure. Anche senza avere ancora a che fare con i tagli imposti dal fiscal compact…
La seconda ragione è che l’unico modo per attenuare il baratro e il disgusto che separano la classe politica – tutta – dai cittadini chiamati al voto è quella di presentare una lista totalmente nuova e alternativa, nel programma ma anche nelle candidature, pur all’interno dei vincoli imposti dalla mostruosa legge elettorale che in un anno di governo né Monti né i partiti che lo sostenevano hanno avuto la voglia o la capacità di cambiare.
Si è fatta molta retorica sulle primarie del centro-sinistra per la premiership e ora di Pd e Sel per una parte delle loro candidature; ma nessuna di queste pratiche restituisce alla cittadinanza e agli elettori che lo desiderano un ruolo attivo di orientamento e di controllo sul programma, o sull’operato dei loro rappresentanti in parlamento, o su quello del futuro governo. Per questo i promotori dell’appello cambiare#sipuò hanno proposto di spendersi per «un’iniziativa che parta dalle centinaia di migliaia di persone che nell’ultimo decennio si sono mobilitate in mille occasioni, dalla pace ai referendum, e che aggreghi movimenti, associazioni, singoli, pensionati, migranti in un progetto di rinnovamento delle modalità della rappresentanza che veda, tra l’altro, una effettiva parità dei sessi».
E’ evidente che i tempi a disposizione per la definizione e la presentazione della lista non consentono di portare a fondo questo progetto (ma non lo consentirebbero nemmeno se avessimo avuto a disposizione due mesi in più); ma è anche evidente che il modo in cui si affronta questo problema decide del carattere dell’intero progetto, che potrà essere perfezionato in corso d’opera (mi riferisco a tutto l’arco della prossima legislatura) se ci si atterrà a due regole fondamentali.
La prima è stata enunciata il 21 dicembre scorso da Antonio Ingroia nel prospettare la sua candidatura alla testa di una lista unitaria con le caratteristiche di una lista civica. Cioè, i partiti e le organizzazioni politiche che ne condividono le finalità devono fare «un passo avanti» per offrire al progetto il loro sostegno; poi devono fare «un passo di lato», per consentire che si facciano avanti gli esponenti delle lotte, delle iniziative, dei comitati che sono stati i protagonisti della resistenza e dell’opposizione sociale alle politiche governative degli ultimi anni; e, infine, devono fare «un passo indietro» per non caratterizzare in senso partitico questo tentativo (come è stato fatto invece con gli accordi di vertice che hanno portato al fallimento della lista Arcobaleno nel 2008).
La seconda regola è quella adottata dall’assemblea di cambiare#sipuò della provincia di Milano il 16 dicembre scorso: «L’assemblea ribadisce il valore del tentativo di mettere insieme dal basso, e senza vincoli di appartenenza, un primo insieme di persone, di organizzazioni e di forze che si riconoscono in un progetto comune e si impegna, quale che siano l’esito di questa iniziativa elettorale e i risultati conseguiti dalla lista, a riconvocarsi per consolidare e approfondire questo percorso unitario in vista delle battaglie politiche e sociali che ci attendono nei prossimi mesi e anni. Nel caso che la lista porti in parlamento degli eletti, l’assemblea si impegna ad affrontare insieme a loro le questioni in discussione e a costituire dei comitati di sostegno, composti da persone che abbiano competenze nelle materie trattate, per fornire agli eletti tutta l’assistenza necessaria».
Sappiamo che nel corso di molte delle assemblee convocate in tutta Italia da cambiare#sipuò tra il 14 e il 16 dicembre si sono verificati episodi di aperta e violenta contrapposizione che hanno poi trovato puntuale conferma nella presa in ostaggio della seconda parte dell’assemblea del 22 dicembre al Teatro Quirino di Roma da parte di numerosi membri e dirigenti del Prc. In queste assemblee non era e non è mai stato messo in discussione qualcuno dei punti programmatici, ma solo, in maniera a volte esplicita, a volte sottintesa, la modalità di selezione delle candidature.
Questo clima non ha fortunatamente caratterizzato l’assemblea di Milano, anche grazie al modo in cui ne è stata preparata e condotta la presidenza, alternando rigorosamente interventi di uomini e donne, parlando esclusivamente di politiche e rimandando al “dopo” la discussione sulle regole per la selezione delle candidature. Che l’atmosfera fosse positiva lo ho rilevato in un articolo (il manifesto 19-12) e non capisco che cosa mi rinfaccino i firmatari del comunicato “Cittadinanza attiva siamo anche noi”, pubblicato dal manifesto domenica scorsa. Quel “dopo”, comunque, deve ancora venire; perché grazie all’iniziativa di Antonio Ingroia, tra le organizzazioni politiche che sostengono il progetto di una lista unitaria antiliberista, si sono aggiunti al Prc diversi altri partiti, dall’Idv al PdC, dai Verdi al movimento arancione; e sono emerse come protagoniste del progetto molte organizzazioni i cui esponenti hanno sottoscritto l’appello cambiare#sipuò: non solo di Alba, ma anche della Lista civica nazionale, di Su la testa, di Alternativa e di altre ancora.
E’ evidente quindi che occorre trovare un accordo tra tutti nel rispetto delle regole che ho ricordato. Ma a dirimere molte delle incomprensioni che sono intervenute in questi ultimi giorni possono bastare, secondo me, le risposte a due domande, implicite nella mia precedente affermazione secondo cui cambiare#sipuò non è un taxi per portare in parlamento chi non riesce più ad andarci con le sue sole forze. Innanzitutto: a chi risponderanno del loro operato i parlamentari che verranno eletti nella lista unitaria? Ai partiti di appartenenza, se hanno un’appartenenza, o ai comitati che si sono formati e che si formeranno per sostenerli e accompagnarli nel loro percorso, prima e dopo l’elezione? La prima soluzione è la negazione degli impegni presi aderendo a cambiare#sipuò o a “Io ci sto”. La seconda offre la possibilità di mettere l’esperienza di chi ha già, o ha già avuto, importanti incarichi istituzionali o di direzione politica a disposizione dei nuovi arrivati, e di far loro da tutor: senza ricalcare il modello di una carriera politica precostituita che tanti danni ha già fatto. E poi, in attesa che vengano eliminati, come ci auguriamo, i “rimborsi elettorali” e gli altri emolumenti ingiustificati, che sono una delle cause della degenerazione della politica italiana – per essere sostituiti da forme di sostegno alla comunicazione politica paritarie e sostenute con fondi sottoposti a un pubblico rendiconto – a chi saranno destinate le risorse che “eccedono le esigenze del mantenimento e dello svolgimento del mandato” dei nuovi parlamentari? “Alle finalità che verranno loro indicate da queste assemblee”, come recita la mozione di Milano, o al mantenimento di una struttura partitica già esistente? Sappiamo che molti dei partiti che partecipano a questo progetto si sono retti utilizzando i rimborsi elettorali, in vigore, per quel che sappiamo, fino al 2011 anche per quelli che non erano più in parlamento. E’ stato un elemento di forte disparità nei confronti dei movimenti che si autofinanziano; una disparità che, da ora in poi, andrebbe comunque eliminata.
La prima ragione è che all’interno dei vincoli dell’agenda Monti, accettati dal centro-sinistra, non è praticabile una politica di promozione o di sostegno dell’occupazione e del reddito della maggioranza della popolazione italiana; così come non è praticabile una politica di equità, di lotta al precariato, di reddito di cittadinanza, di difesa e potenziamento del welfare, della scuola e delle università pubbliche, della ricerca e della cultura.
Per non parlare di un programma di conversione ecologica per un effettivo contributo del nostro paese al contenimento sempre più urgente dei mutamenti climatici e una base produttiva e occupazionale sostenibile in mercati e contesti ambientali che presto saranno radicalmente diversi da quelli a cui siamo abituati.
Chi sostiene il contrario, come i firmatari di un appello per il “voto utile” reso noto alcuni giorni fa – tra cui Piero Bevilacqua, Paolo Leon, Mario Tronti e altri – o come Giorgio Airaudo o Giulio Marcon, che si sono aggiunti ai candidati di Sel, dovrebbero spiegare come pensano di promuovere anche solo una parte di quelle misure.
Come pensano di farlo senza mettere radicalmente in discussione non l’euro, non l’Unione europea, non il suo consolidamento, ma un quadro di vincoli che, con il pareggio in bilancio e il fiscal compact, imporrà all’Italia di sottrarre alle entrate fiscali 150 miliardi ogni anno per pagare gli interessi sul debito e i ratei ventennali della sua riduzione. Una modo in realtà c’è, ed è imbrogliare le carte come sta facendo Monti – in questo degno emulo di Berlusconi – il quale ha presentato una “agenda” tuttofare, che comprende riduzione delle tasse, aumento delle retribuzioni, finanziamenti a scuola università e ricerca pubbliche, reddito di cittadinanza (che per lui è «reddito di sopravvivenza»: una bella identificazione tra cittadinanza e sopravvivenza) e persino green economy. Bisognerebbe per lo meno chiedersi come mai in un anno non ha fatto e nemmeno impostato una qualsiasi di queste misure. Anche senza avere ancora a che fare con i tagli imposti dal fiscal compact…
La seconda ragione è che l’unico modo per attenuare il baratro e il disgusto che separano la classe politica – tutta – dai cittadini chiamati al voto è quella di presentare una lista totalmente nuova e alternativa, nel programma ma anche nelle candidature, pur all’interno dei vincoli imposti dalla mostruosa legge elettorale che in un anno di governo né Monti né i partiti che lo sostenevano hanno avuto la voglia o la capacità di cambiare.
Si è fatta molta retorica sulle primarie del centro-sinistra per la premiership e ora di Pd e Sel per una parte delle loro candidature; ma nessuna di queste pratiche restituisce alla cittadinanza e agli elettori che lo desiderano un ruolo attivo di orientamento e di controllo sul programma, o sull’operato dei loro rappresentanti in parlamento, o su quello del futuro governo. Per questo i promotori dell’appello cambiare#sipuò hanno proposto di spendersi per «un’iniziativa che parta dalle centinaia di migliaia di persone che nell’ultimo decennio si sono mobilitate in mille occasioni, dalla pace ai referendum, e che aggreghi movimenti, associazioni, singoli, pensionati, migranti in un progetto di rinnovamento delle modalità della rappresentanza che veda, tra l’altro, una effettiva parità dei sessi».
E’ evidente che i tempi a disposizione per la definizione e la presentazione della lista non consentono di portare a fondo questo progetto (ma non lo consentirebbero nemmeno se avessimo avuto a disposizione due mesi in più); ma è anche evidente che il modo in cui si affronta questo problema decide del carattere dell’intero progetto, che potrà essere perfezionato in corso d’opera (mi riferisco a tutto l’arco della prossima legislatura) se ci si atterrà a due regole fondamentali.
La prima è stata enunciata il 21 dicembre scorso da Antonio Ingroia nel prospettare la sua candidatura alla testa di una lista unitaria con le caratteristiche di una lista civica. Cioè, i partiti e le organizzazioni politiche che ne condividono le finalità devono fare «un passo avanti» per offrire al progetto il loro sostegno; poi devono fare «un passo di lato», per consentire che si facciano avanti gli esponenti delle lotte, delle iniziative, dei comitati che sono stati i protagonisti della resistenza e dell’opposizione sociale alle politiche governative degli ultimi anni; e, infine, devono fare «un passo indietro» per non caratterizzare in senso partitico questo tentativo (come è stato fatto invece con gli accordi di vertice che hanno portato al fallimento della lista Arcobaleno nel 2008).
La seconda regola è quella adottata dall’assemblea di cambiare#sipuò della provincia di Milano il 16 dicembre scorso: «L’assemblea ribadisce il valore del tentativo di mettere insieme dal basso, e senza vincoli di appartenenza, un primo insieme di persone, di organizzazioni e di forze che si riconoscono in un progetto comune e si impegna, quale che siano l’esito di questa iniziativa elettorale e i risultati conseguiti dalla lista, a riconvocarsi per consolidare e approfondire questo percorso unitario in vista delle battaglie politiche e sociali che ci attendono nei prossimi mesi e anni. Nel caso che la lista porti in parlamento degli eletti, l’assemblea si impegna ad affrontare insieme a loro le questioni in discussione e a costituire dei comitati di sostegno, composti da persone che abbiano competenze nelle materie trattate, per fornire agli eletti tutta l’assistenza necessaria».
Sappiamo che nel corso di molte delle assemblee convocate in tutta Italia da cambiare#sipuò tra il 14 e il 16 dicembre si sono verificati episodi di aperta e violenta contrapposizione che hanno poi trovato puntuale conferma nella presa in ostaggio della seconda parte dell’assemblea del 22 dicembre al Teatro Quirino di Roma da parte di numerosi membri e dirigenti del Prc. In queste assemblee non era e non è mai stato messo in discussione qualcuno dei punti programmatici, ma solo, in maniera a volte esplicita, a volte sottintesa, la modalità di selezione delle candidature.
Questo clima non ha fortunatamente caratterizzato l’assemblea di Milano, anche grazie al modo in cui ne è stata preparata e condotta la presidenza, alternando rigorosamente interventi di uomini e donne, parlando esclusivamente di politiche e rimandando al “dopo” la discussione sulle regole per la selezione delle candidature. Che l’atmosfera fosse positiva lo ho rilevato in un articolo (il manifesto 19-12) e non capisco che cosa mi rinfaccino i firmatari del comunicato “Cittadinanza attiva siamo anche noi”, pubblicato dal manifesto domenica scorsa. Quel “dopo”, comunque, deve ancora venire; perché grazie all’iniziativa di Antonio Ingroia, tra le organizzazioni politiche che sostengono il progetto di una lista unitaria antiliberista, si sono aggiunti al Prc diversi altri partiti, dall’Idv al PdC, dai Verdi al movimento arancione; e sono emerse come protagoniste del progetto molte organizzazioni i cui esponenti hanno sottoscritto l’appello cambiare#sipuò: non solo di Alba, ma anche della Lista civica nazionale, di Su la testa, di Alternativa e di altre ancora.
E’ evidente quindi che occorre trovare un accordo tra tutti nel rispetto delle regole che ho ricordato. Ma a dirimere molte delle incomprensioni che sono intervenute in questi ultimi giorni possono bastare, secondo me, le risposte a due domande, implicite nella mia precedente affermazione secondo cui cambiare#sipuò non è un taxi per portare in parlamento chi non riesce più ad andarci con le sue sole forze. Innanzitutto: a chi risponderanno del loro operato i parlamentari che verranno eletti nella lista unitaria? Ai partiti di appartenenza, se hanno un’appartenenza, o ai comitati che si sono formati e che si formeranno per sostenerli e accompagnarli nel loro percorso, prima e dopo l’elezione? La prima soluzione è la negazione degli impegni presi aderendo a cambiare#sipuò o a “Io ci sto”. La seconda offre la possibilità di mettere l’esperienza di chi ha già, o ha già avuto, importanti incarichi istituzionali o di direzione politica a disposizione dei nuovi arrivati, e di far loro da tutor: senza ricalcare il modello di una carriera politica precostituita che tanti danni ha già fatto. E poi, in attesa che vengano eliminati, come ci auguriamo, i “rimborsi elettorali” e gli altri emolumenti ingiustificati, che sono una delle cause della degenerazione della politica italiana – per essere sostituiti da forme di sostegno alla comunicazione politica paritarie e sostenute con fondi sottoposti a un pubblico rendiconto – a chi saranno destinate le risorse che “eccedono le esigenze del mantenimento e dello svolgimento del mandato” dei nuovi parlamentari? “Alle finalità che verranno loro indicate da queste assemblee”, come recita la mozione di Milano, o al mantenimento di una struttura partitica già esistente? Sappiamo che molti dei partiti che partecipano a questo progetto si sono retti utilizzando i rimborsi elettorali, in vigore, per quel che sappiamo, fino al 2011 anche per quelli che non erano più in parlamento. E’ stato un elemento di forte disparità nei confronti dei movimenti che si autofinanziano; una disparità che, da ora in poi, andrebbe comunque eliminata.
giovedì 6 dicembre 2012
Il Quarto Polo tra essere e non essere
L'assemblea di sabato scorso degli arancioni è stata un successo. Applausi e ovazioni per Luigi De Magistris e Antonio Ingroia. Ma il processo unitario è solo all'inizio. E la strada per trovare la quadra è in salita.
di Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena da Micromega
Il Quarto Polo prende forma. Il Polo dei Partigiani. Il Movimento Arancione. "Cambiare si può". O chiamatelo come vi pare, che conta fino a un certo punto. Il soggetto è nato, seppur con mille difficoltà da superare ma con un’agenda politica abbastanza chiara: no all’ipotesi di un Monti-bis e sì ad un nuovo contenitore capace di attuare una nuova stagione di diritti civili e sociali. A sinistra del centrosinistra, l’alternativa ora mancante tra il Pd e il M5S di Grillo per un novello "New Deal" – come dice sempre uno dei promotori, il sociologo Luciano Gallino, una delle menti più lucide della sinistra italiana e non solo.
Sabato primo dicembre all’assemblea nazionale di Cambiare si può, al Teatro Vittoria di Roma, c'è stato l'esordio: quasi 500 persone arrivate sotto una pioggia battente, platea piena e in parecchi rimasti fuori. Una convention in cui si sono susseguiti gli interventi di esponenti della società civile, di sindacati, di movimenti ma anche di partiti. A sponsorizzare il progetto c'è il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, che in un intervento applauditissimo ha sciolto i dubbi sulla collocazione politica: siamo fuori dal centrosinistra. Per il momento. Poi dopo il voto, un confronto programmatico con Bersani che «dovrà scegliere tra noi e Casini». Quasi sicuramente sceglierà il secondo. Comunque fino al voto massima autonomia: un Quarto Polo che potrebbe avere come candidato premier il pm Antonio Ingroia, anche lui presente ed acclamato al Teatro Vittoria. Sempre De Magistris, intanto, il 12 dicembre presenterà la sua lista arancione, interconnessa ovviamente a "Cambiare si può".
Tutto bene, tutto perfetto? Non proprio. Perché se tutti sono d’accordo nel reclamare un rilancio del welfare contro le politiche di austerity, nell’invocare più giustizia e meno disuguaglianza, nell’affermare più diritti civili nel Paese, nel ruolo fondamentale della Fiom e più in generale nel programma politico da attuare, allo stesso tempo appare molto più difficile costruire in pratica questo soggetto. Da una parte l’impostazione antipartitica – quindi a volte velata e a volte meno ostilità nei confronti di Rifondazione Comunista e di pezzi di Italia dei Valori – dall’altra i partiti stessi che prima di far sparire il proprio simbolo alle elezioni chiedono garanzie.
In mezzo c'è la missione principale: riuscire a far sentire anche in Parlamento una voce antiliberista, un'opposizione coerente e di sinistra, allergica al populismo ma capace di spiegare le origini della crisi e una via d'uscita credibile. «Contro il pensiero unico dominante, in direzione ostinata e contraria», diceva sempre il sindaco di Napoli. In mezzo, ancora, ci sono le diverse provenienze politico-culturali: gli intellettuali di Alba, i movimenti No Tav e No dal Molin, i comunisti, gli scontenti di Sinistra e Libertà, per ultima l'adesione di Antonio Di Pietro. Come fare? Sempre Alba, ad esempio, chiede «ai partiti e alle associazioni di credere e stare attivamente in questo progetto ma facendo due passi indietro: il primo passo richiede che non si pongano come protagonisti della lista, ma che con le proprie identità dichiarino l’appoggio al progetto (come abbiamo deciso anche noi), formando un comitato di sostegno sul modello dei referendum del 2011. Il secondo passo indietro comporta che le persone da candidare non abbiano avuto ruoli di direzione politica né di rappresentanza istituzionale nell’ultimo decennio a livello di partiti nazionali, parlamento italiano ed europeo, regioni. Proponiamo che tutte e tutti si facciano coerenti rappresentanti di quel messaggio di coalizione democratica antiliberista e di cittadinanza nuova che solo può offrirsi come alternativa credibile al non voto».
L’intento insomma non è costruire una riedizione della Sinistra Arcobaleno né un polo dei “non-allineati”, ma qualcosa di veramente nuovo sorretto dalla società civile e solo sostenuto dalle forze partitiche. Nel merito tutti più o meno convengono, sul metodo ci si divide. Il difficile è trovare una sintesi, capire chi deve “pilotare” il progetto ancora in fase embrionale. Il simbolo sarà uno solo, nessuna “bicicletta” o “triciclo”. Arancione il colore. Il nome da definire. Sul come comporre le liste, la frantumazione generale rischia di far naufragare tutto. Un vero peccato. E allora meglio concentrarsi, in primis, nella costruzione di uno spazio pubblico – di confronto e incontro – della sinistra alternativa: in ballo ad esempio la raccolta firme per i referendum su artt 8 e 18. Con i referenti locali che si potranno scegliere col metodo delle primarie. Una forma democratica “neutra” capace di sovrastare lo scontro partiti-società civile. Così anche a Roma per scegliere il candidato sindaco. Nessuna somma algebrica o fattore politicista, un Quarto Polo come occasione di vera alternativa nel Paese.
Dicembre sarà il mese della “svolta”. La tradizione della sinistra – quella gruppettara, scissionista e purista – rema contro la riuscita di questo progetto. Sta ai promotori smentire la storia e fare uno sforzo comune: riuscire a trovare una sintesi. Necessaria ad un Paese, poco interessato alla difesa dei piccoli orticelli.
mercoledì 5 dicembre 2012
ALBA per “Cambiare si può. Noi ci siamo” PER LA LIBERAZIONE DELLA DEMOCRAZIA E DEL VOTO
ALBA per “Cambiare si può. Noi ci siamo”
PER LA LIBERAZIONE DELLA DEMOCRAZIA E DEL VOTO
Noi di ALBA abbiamo vissuto due giorni intensi di riflessione
nell’assemblea nazionale il 17-18 novembre scorso, durante i quali
abbiamo deciso di appoggiare la campagna “Cambiare si può. Noi ci siamo”.Abbiamo deciso di impegnarci per sostenere la costruzione di un percorso che verifichi la possibilità per le prossime elezioni di una Lista di cittadinanza politica, radicalmente democratica, alternativa al governo Monti, alle politiche liberiste che lo caratterizzano e alle forze che lo sostengono. Non ci interessano percorsi identitari o semplici aggiunte di sigle all’offerta politica esistente – tanto inflazionata quanto omologata a un pensiero, anzi a un comando unico: ce lo chiede l’Europa, non ci sono alternative, conta solo lo spread. A noi interessa dare voce a un’Italia che sentiamo essere ampia, tutt’altro che minoritaria, forte di un desiderio di partecipazione e autorappresentanza, capace di competenze e passioni che già danno vita nella società a pratiche politiche radicalmente alternative a quelle del neoliberismo.
Non è tanto o solo un’alternativa “di sinistra” quella per la quale ci impegniamo: è qualcosa che può parlare a un mondo molto più vasto, alternativo a questa visione bancaria e contabile dell’Europa e dell’Italia, a una lettura della crisi che la usa come uno strumento di distruzione di lavoro, stato sociale, diritti. Un mondo la cui identità politica è legata alla sua soggettività, al suo vissuto e alle sue pratiche, più che alle appartenenze o alle tessere di un tempo. Una società non solo civile ma politica, radicalmente democratica nel momento in cui la democrazia e la Costituzione sono manipolate e devastate in nome delle esigenze dei mercati, per i quali sono pericolose, sono rivoluzionarie.
L’assemblea nazionale di Cambiare si può al Teatro Vittoria di sabato 1 dicembre, ha visto una foltissima partecipazione ed è stata animata da un’energia e anche una speranza (malgrado la consapevolezza delle difficoltà che ha attraversato tutti gli interventi) che non erano affatto scontate di questi tempi. La varietà e la qualità degli interventi e delle forze coinvolte ha dimostrato che l’obiettivo è politicamente praticabile, ma la sua effettiva realizzabilità non è per niente semplice e potrà essere verificata solo con le assemblee territoriali del 15-16 dicembre, poi con l’ulteriore assemblea nazionale che seguirà.
Noi proponiamo questi principi e questi criteri come contributo concreto su cui confrontarsi nel percorso:
- per noi si tratta di costruire non un soggetto politico nuovo ma una lista di cittadinanza e di società politica attiva, che come tale sia composta da singole persone, indipendentemente dalle tessere che possano avere oppure non avere, e che si fondi sulla parità di genere (alternando “a cerniera” donne e uomini) come cardine primario di democrazia. La costruzione di un soggetto politico richiede tempi e spazi, modalità diverse e complesse. Questo progetto si configura come una campagna di scopo con un obiettivo preciso: aprire un varco per la società attiva, dare una rappresentanza istituzionale a chi è senza rappresentanza;
- chiediamo ai soggetti collettivi (partiti, associazioni) di credere e stare attivamente in questo progetto ma facendo due passi indietro: il primo passo richiede che non si pongano come protagonisti della lista, ma che con le proprie identità dichiarino l’appoggio al progetto (come ha già deciso ALBA stessa), formando un comitato di sostegno sul modello dei referendum del 2011. Il secondo passo indietro comporta che le persone da candidare non abbiano avuto ruoli di direzione politica né di rappresentanza istituzionale nell’ultimo decennio – a livello di partiti nazionali, parlamento italiano ed europeo, regioni. Proponiamo che tutte e tutti si facciano coerenti rappresentanti di quel messaggio di coalizione democratica antiliberista e di cittadinanza nuova che solo può offrirsi come alternativa credibile al non voto;
- nella formazione delle liste si faccia attenzione a chi viene proposto ma anche, e soprattutto, a chi sceglie e come. Si dovrà individuare un metodo democratico di formazione delle candidature, con un equilibrio fra nomi di rilievo nazionale e persone capaci di essere espressione riconosciuta dei territori. Per questo occorrerà anche praticare un’altra virtù “rivoluzionaria” non sempre diffusa negli ambienti politici che abbiamo conosciuto, la fiducia reciproca: è necessaria un’assunzione di responsabilità da parte di un Comitato di garanzia autorevole e riconosciuto nazionalmente, e insieme l’intrecciarsi delle proposte con momenti di legittimazione diffusi e democratici, assolutamente lontani da vecchie logiche da intergruppi;
- il programma dovrebbe essere essenziale, partecipato e semplice nel linguaggio. Come ALBA abbiamo iniziato a contribuirvi con una proposta in 25 punti, e c’impegniamo nella promozione di momenti di democrazia partecipativa diffusa nei territori, per arricchire le proposte e soprattutto per individuare le priorità;
- il nostro massimo sforzo è diretto ad allargare sul fronte democratico le presenze e le realtà, coinvolgendo sui territori amministratori e liste civiche, dando corpo a quella trasversalità inclusiva di movimenti e volontariato, di culture e di esperienze diverse, che in questi anni ha rappresentato non solo la vera resistenza “costituente” al berlusconismo ma l’ossatura di una possibile alternativa all’agenda Monti.
ALBA – Comitato operativo nazionale 5/12/2012
giovedì 11 ottobre 2012
Con le popolazioni Maya del Guatemala
da soggettopoliticonuovo
La solidarietà con chi lotta per il lavoro, i diritti, la dignità e la difesa delle proprie vite e del proprio territorio è per noi un dovere assolutamente irrinunciabile, anche quando si tratti di paesi e di popoli lontani e poco conosciuti.
Ci fu un tempo in cui la solidarietà internazionale (allora lo chiamavamo internazionalismo) era un’espressione naturale di tutte quelle realtà politiche, sindacali e associative che facevano riferimento al mondo del lavoro e a tutte le istanze di emancipazione.
A.L.B.A. (Alleanza Lavoro Benicomuni Ambiente) sente di doversi schierare senza esitazione con le popolazioni Maya del Guatemala, che in questi giorni sono state fatte oggetto di una feroce quanto ingiustificata repressione da parte delle forze governative nel distretto di Totonicapàn, regione del Quichè.
Morti, feriti e arresti sono il bilancio di una dissennata “operazione di polizia” che il governo del presidente Otto Perez Molina ha ordinato per eliminare la resistenza delle comunità contro una riforma costituzionale - che ridurrebbe drasticamente i diritti (già messi a dura prova) delle popolazioni indigene sulle proprie terre – e contro una situazione sociale e politica che si sta configurando come un vero golpe strisciante.
Fra l’altro, la vicenda guatemalteca coinvolge noi italiani in misura particolarmente grave, dal momento che uno dei principali fronti di lotta delle comunità (e quindi uno dei principali punti critici della repressione) riguarda l’opposizione alle realizzazioni che la “nostra” ENEL (multinazionale italiana, tutt’ora in parte significativa a capitale pubblico) sta portando avanti in una parte del Paese, con conseguenze gravissime in termini di devastazione ambientale, di militarizzazione del territorio e di conculcamento dei diritti civili.
Riteniamo che su questo tema (e su tutte le lotte dei popoli per la terra, la libertà, il lavoro e il diritto ad autodeterminarsi) debba sollevarsi quell’ opinione pubblica internazionale che fu capace in altri momenti di proclamare scioperi generali e attuare forme di resistenza mondiale contro i soprusi e le vessazioni.
Chiediamo che il governo italiano non si renda oltre complice del massacro e delle violazioni perpetrate in Guatemala.
Chiediamo che tutte le realtà politiche prendano posizione decisa ed esigano che si avvi subito la smilitarizzazione del territorio Maya
Chiediamo a tutte le persone, alle quali potrà giungere questo comunicato, di inviare l’ adesione alla solidarietà attiva con le comunità guatemalteche, inviando il proprio messaggio (specificando nome, cognome, città di residenza e indirizzo e-mail) a juventudesindigenasiximuleu@gmail.com
Comitato Esecutivo ALBA 9 ottobre 2012
La solidarietà con chi lotta per il lavoro, i diritti, la dignità e la difesa delle proprie vite e del proprio territorio è per noi un dovere assolutamente irrinunciabile, anche quando si tratti di paesi e di popoli lontani e poco conosciuti.
Ci fu un tempo in cui la solidarietà internazionale (allora lo chiamavamo internazionalismo) era un’espressione naturale di tutte quelle realtà politiche, sindacali e associative che facevano riferimento al mondo del lavoro e a tutte le istanze di emancipazione.
A.L.B.A. (Alleanza Lavoro Benicomuni Ambiente) sente di doversi schierare senza esitazione con le popolazioni Maya del Guatemala, che in questi giorni sono state fatte oggetto di una feroce quanto ingiustificata repressione da parte delle forze governative nel distretto di Totonicapàn, regione del Quichè.
Morti, feriti e arresti sono il bilancio di una dissennata “operazione di polizia” che il governo del presidente Otto Perez Molina ha ordinato per eliminare la resistenza delle comunità contro una riforma costituzionale - che ridurrebbe drasticamente i diritti (già messi a dura prova) delle popolazioni indigene sulle proprie terre – e contro una situazione sociale e politica che si sta configurando come un vero golpe strisciante.
Fra l’altro, la vicenda guatemalteca coinvolge noi italiani in misura particolarmente grave, dal momento che uno dei principali fronti di lotta delle comunità (e quindi uno dei principali punti critici della repressione) riguarda l’opposizione alle realizzazioni che la “nostra” ENEL (multinazionale italiana, tutt’ora in parte significativa a capitale pubblico) sta portando avanti in una parte del Paese, con conseguenze gravissime in termini di devastazione ambientale, di militarizzazione del territorio e di conculcamento dei diritti civili.
Riteniamo che su questo tema (e su tutte le lotte dei popoli per la terra, la libertà, il lavoro e il diritto ad autodeterminarsi) debba sollevarsi quell’ opinione pubblica internazionale che fu capace in altri momenti di proclamare scioperi generali e attuare forme di resistenza mondiale contro i soprusi e le vessazioni.
Chiediamo che il governo italiano non si renda oltre complice del massacro e delle violazioni perpetrate in Guatemala.
Chiediamo che tutte le realtà politiche prendano posizione decisa ed esigano che si avvi subito la smilitarizzazione del territorio Maya
Chiediamo a tutte le persone, alle quali potrà giungere questo comunicato, di inviare l’ adesione alla solidarietà attiva con le comunità guatemalteche, inviando il proprio messaggio (specificando nome, cognome, città di residenza e indirizzo e-mail) a juventudesindigenasiximuleu@gmail.com
Comitato Esecutivo ALBA 9 ottobre 2012
mercoledì 10 ottobre 2012
Luciano Gallino: vogliono trasformare in merce ogni pezzo dello stato sociale
L'ALBA deve ancora sorgere. Lavoro capillare, importante certo, ma che non tiene conto che l'offerta politica si deve accompagnare ad una visibilità ed ad una autorevolezza in grado di smuovere le coscienze...e le pance delle persone.
martedì 25 settembre 2012
SOGGETTO POLITICO NUOVO La nostra lista arancione ALBA – Comitato Esecutivo Nazionale
Non una lista della sola Alba, nessuna riedizione
dell’Arcobaleno. Una nuova rappresentanza di lavoro e beni comuni. Primo
impegno le firme per i referendum
È arrivato anche per noi il momento di prepararci a saltare (Hic
Rhodus, hic salta…). Di prepararci cioè a decidere sul che fare in vista
delle elezioni politiche, con una discussione all’altezza dei propositi
del nostro manifesto, che non ne tradisca né il merito né il metodo. Da
Parma in poi abbiamo detto che non stiamo con il Pd che sostiene Monti,
né nelle sue primarie prive di un orizzonte decente di contenuti; che
vogliamo costruire un’alternativa a questo governo, al neoliberismo e
alle politiche di austerità europee.
Diciamo subito che questa discussione non parte da zero. Che alcuni punti fermi già ci sono:
1. La questione dell’urgenza. Abbiamo detto che ci muovevamo perché avvertivamo che non c’era più tempo. Che la crisi dei partiti tradizionali aveva raggiunto un punto tale da minacciare di contagiare le istituzioni e la stessa democrazia.
2. Il rifiuto di un nuovo partitino. Un “soggetto politico nuovo”, non un “nuovo partito politico” per dire che si voleva avviare un processo di cambiamento radicale e totale nel modo di costruire e concepire la rappresentanza, non dare vita a una nuova micro-formazione tra le altre.
3. Il metodo è il contenuto. Abbiamo ripetuto fino alla noia che la nostra identità consisteva nella volontà di uno stile diverso di fare politica, altri valori, certo, ma anche altri metodi.
Ora, questi tre punti, ci dicono che cosa non possiamo fare.
1. Non possiamo far finta di niente. Non possiamo “saltare un giro”. La crisi della politica è talmente profonda che apre uno spazio immenso: c’è oggi una massa di elettrici ed elettori “liquida”, in uscita massiccia dai contenitori tradizionali. Questa “liquidità” politica è insieme una risorsa e una minaccia. Saltare l’agenda elettorale dei prossimi mesi comporta il rischio di non esistere nel momento forse più importante della nostra storia repubblicana.
2. Non possiamo coltivare il “peccato” dell’autosufficienza. Non possiamo cioè pensare a una “lista Alba”, né possiamo veicolarci nei e con i partiti esistenti. La situazione non offre spazi a una soluzione identitaria e non siamo nati per questo.
3. Non vogliamo un’altra “sinistra arcobaleno”. Un assemblaggio di sigle e partitini messi insieme con riunioni di vertice, accordi di segreteria e manuale Cencelli.
4. Non vogliamo affrontare la questione elettorale partendo dal tema delle alleanze e delle variabili delle leggi elettorali, ma partendo dai contenuti, dal progetto e dalle forme radicalmente nuove di pratica politica.
5. Non possiamo utilizzare i vecchi schemi. Siamo tra coloro che elaborano un’altra idea di come uscire dalla crisi economica, contenuti alternativi al pensiero neoliberista dominante. Abbiamo anche chiaro che la crisi non è solo di “economia” ma di cultura e di democrazia, in questa fase costituente del neoliberismo, che mira a liberarsi insieme della mediazione con il lavoro e della democrazia
Dentro queste coordinate ogni soluzione è aperta, affidata alla discussione che condurremo collettivamente. Tutto è affidato alla nostra capacità di dar vita a una discussione e a un’elaborazione davvero collettiva, nelle prossime settimane.
La proposta su cui intendiamo confrontarci e lavorare è la presentazione alle elezioni di una lista di democrazia radicale, una lista “arancione”, per un’altra Europa, antiliberista, per il lavoro e per i beni comuni, per la giustizia ambientale e sociale. Una lista che dia voce a quell’Italia vasta, tutt’altro che minoritaria, che tra il 2010 e il 2011 ha mosso il paese e prodotto la rottura culturale vera con il berlusconismo.
Non pensiamo a una lista della sola “Alba”, sappiamo che tante e tanti altri stanno elaborando idee, praticando relazioni politiche e conflitti sociali. Pensiamo alle battaglie della Fiom e dei No-Tav, a quelle del Teatro Valle o del Macao per l’autogestione degli spazi comuni, alla proposta di De Magistris, alle riflessioni di Micromega, agli appelli che stanno uscendo da più realtà.
Proponiamo di ripartire dal lavoro, dalla difesa dei suoi diritti e della sua dignità. Dal lavoro inteso come relazione politica complessiva, appartenenza a una comunità, cioè capace di riconsiderare i tempi della produzione e della riproduzione, la cura del lavoro e il lavoro di cura, i ruoli e le relazioni fra i generi.
Questa non è tanto o solo un’alternativa “di sinistra”, è qualche cosa che può parlare a un mondo molto più vasto. L’opposto del minoritarismo, costruzione di nuova egemonia. Dobbiamo puntare altissimo, non esiste una via di mezzo.
Per questa proposta è di fondamentale importanza la campagna referendaria che sta aprendosi. Un’azione diffusa di presa di coscienza popolare, che riempia della realtà della democrazia i mesi che precedono la campagna elettorale.
Alla fine di questo percorso dovremo valutare insieme le risposte che avremo, il grado di coinvolgimento realizzato.
Possiamo e dobbiamo verificare l’esito di questo percorso con gli strumenti democratici che sono già elementi fondanti della nostra bozza di statuto, ovvero con una consultazione vincolante referendaria.
Soltanto dopo questo indispensabile percorso aperto di verifica affronteremo la questione delle alleanze, anche in base alla legge elettorale che ci sarà.
Un’ultima considerazione: è vero che una lista non è un soggetto politico. Essa può costituire tuttavia un passo avanti nel processo di costruzione della nuova soggettività politica. Proprio per questo si richiedono regole nuove e radicalmente democratiche per selezionare candidature, incarichi, funzioni. Mettiamoci in cammino.
Diciamo subito che questa discussione non parte da zero. Che alcuni punti fermi già ci sono:
1. La questione dell’urgenza. Abbiamo detto che ci muovevamo perché avvertivamo che non c’era più tempo. Che la crisi dei partiti tradizionali aveva raggiunto un punto tale da minacciare di contagiare le istituzioni e la stessa democrazia.
2. Il rifiuto di un nuovo partitino. Un “soggetto politico nuovo”, non un “nuovo partito politico” per dire che si voleva avviare un processo di cambiamento radicale e totale nel modo di costruire e concepire la rappresentanza, non dare vita a una nuova micro-formazione tra le altre.
3. Il metodo è il contenuto. Abbiamo ripetuto fino alla noia che la nostra identità consisteva nella volontà di uno stile diverso di fare politica, altri valori, certo, ma anche altri metodi.
Ora, questi tre punti, ci dicono che cosa non possiamo fare.
1. Non possiamo far finta di niente. Non possiamo “saltare un giro”. La crisi della politica è talmente profonda che apre uno spazio immenso: c’è oggi una massa di elettrici ed elettori “liquida”, in uscita massiccia dai contenitori tradizionali. Questa “liquidità” politica è insieme una risorsa e una minaccia. Saltare l’agenda elettorale dei prossimi mesi comporta il rischio di non esistere nel momento forse più importante della nostra storia repubblicana.
2. Non possiamo coltivare il “peccato” dell’autosufficienza. Non possiamo cioè pensare a una “lista Alba”, né possiamo veicolarci nei e con i partiti esistenti. La situazione non offre spazi a una soluzione identitaria e non siamo nati per questo.
3. Non vogliamo un’altra “sinistra arcobaleno”. Un assemblaggio di sigle e partitini messi insieme con riunioni di vertice, accordi di segreteria e manuale Cencelli.
4. Non vogliamo affrontare la questione elettorale partendo dal tema delle alleanze e delle variabili delle leggi elettorali, ma partendo dai contenuti, dal progetto e dalle forme radicalmente nuove di pratica politica.
5. Non possiamo utilizzare i vecchi schemi. Siamo tra coloro che elaborano un’altra idea di come uscire dalla crisi economica, contenuti alternativi al pensiero neoliberista dominante. Abbiamo anche chiaro che la crisi non è solo di “economia” ma di cultura e di democrazia, in questa fase costituente del neoliberismo, che mira a liberarsi insieme della mediazione con il lavoro e della democrazia
Dentro queste coordinate ogni soluzione è aperta, affidata alla discussione che condurremo collettivamente. Tutto è affidato alla nostra capacità di dar vita a una discussione e a un’elaborazione davvero collettiva, nelle prossime settimane.
La proposta su cui intendiamo confrontarci e lavorare è la presentazione alle elezioni di una lista di democrazia radicale, una lista “arancione”, per un’altra Europa, antiliberista, per il lavoro e per i beni comuni, per la giustizia ambientale e sociale. Una lista che dia voce a quell’Italia vasta, tutt’altro che minoritaria, che tra il 2010 e il 2011 ha mosso il paese e prodotto la rottura culturale vera con il berlusconismo.
Non pensiamo a una lista della sola “Alba”, sappiamo che tante e tanti altri stanno elaborando idee, praticando relazioni politiche e conflitti sociali. Pensiamo alle battaglie della Fiom e dei No-Tav, a quelle del Teatro Valle o del Macao per l’autogestione degli spazi comuni, alla proposta di De Magistris, alle riflessioni di Micromega, agli appelli che stanno uscendo da più realtà.
Proponiamo di ripartire dal lavoro, dalla difesa dei suoi diritti e della sua dignità. Dal lavoro inteso come relazione politica complessiva, appartenenza a una comunità, cioè capace di riconsiderare i tempi della produzione e della riproduzione, la cura del lavoro e il lavoro di cura, i ruoli e le relazioni fra i generi.
Questa non è tanto o solo un’alternativa “di sinistra”, è qualche cosa che può parlare a un mondo molto più vasto. L’opposto del minoritarismo, costruzione di nuova egemonia. Dobbiamo puntare altissimo, non esiste una via di mezzo.
Per questa proposta è di fondamentale importanza la campagna referendaria che sta aprendosi. Un’azione diffusa di presa di coscienza popolare, che riempia della realtà della democrazia i mesi che precedono la campagna elettorale.
Alla fine di questo percorso dovremo valutare insieme le risposte che avremo, il grado di coinvolgimento realizzato.
Possiamo e dobbiamo verificare l’esito di questo percorso con gli strumenti democratici che sono già elementi fondanti della nostra bozza di statuto, ovvero con una consultazione vincolante referendaria.
Soltanto dopo questo indispensabile percorso aperto di verifica affronteremo la questione delle alleanze, anche in base alla legge elettorale che ci sarà.
Un’ultima considerazione: è vero che una lista non è un soggetto politico. Essa può costituire tuttavia un passo avanti nel processo di costruzione della nuova soggettività politica. Proprio per questo si richiedono regole nuove e radicalmente democratiche per selezionare candidature, incarichi, funzioni. Mettiamoci in cammino.
venerdì 31 agosto 2012
Lista unica degli "anti Monti" anche senza falce e martello
da Il Manifesto
"Proponiamo ai movimenti, ad
Alba e a tutte le forze della società civile e quelle sindacali di
fare una lista comune e aperta". Il portavoce della Fed vorrebbe
il rosso, ma ai movimenti civici piace l'arancione.
Se Sel allontana la prospettiva della
lista unica con il Pd, il coniuge separato Rifondazione comunista
(che aderisce alla federazione della sinistra) invece lo avvicina. A
grandi passi e persino a prescindere dalla legge elettorale. «Noi
siamo contro il porcellum e contro la legge finto proporzionale che
Pd, Pdl e Udc stanno preparando al solo scopo di rendere necessarie
le alleanze dopo il voto», ha detto mercoledì sera a Modena Paolo
Ferrero (nella foto), durante un dibattito con Giuliana Beltrame
dell'Alleanza lavoro benicomuni ambiente. «E tuttavia, comunque vada
a finire il balletto della legge elettorale, proponiamo ai movimenti,
ad Alba e a tutte le forze della società civile e quelle sindacali
di fare una lista comune, aperta, scelta dal basso e in maniera
democratica, con il criterio di una testa un voto. Rifondazione
comunista certo non si scioglie. Ma è disponibile anzi propone di
ragionare su una lista comune, con un simbolo immediatamente
riconoscibile dal popolo della sinistra. E un programma che ci
candidi a governare in alternativa alle politiche neoliberiste di
Monti, di Merkel e della Bce».
Il simbolo, per il segretario Prc,
potrebbe essere una semplice bandiera rossa, o qualcosa che
identifichi una sinistra senza aggettivi. In realtà Alba al rosso
preferisce l'arancione, come tutti i movimenti civici sulla scia
della primavera dei sindaci. Ma intanto la proposta del Prc è
lanciata. E domani a Roma una riunione dell'esecutivo di Alba, la
prima dopo le vacanze, valuterà la road map dell'autunno, che
porterà alla decisione finale di se e come partecipare al voto.
sabato 4 agosto 2012
La politica al Bar dello Sport 3
Capisco che la soluzione non è
semplice, ma credo che occorra cercare in tutti i modi la via
dell’unità. Il caso è urgente e come recita il Manifesto dei beni
comuni “ non c’è tempo”. Eppure come direbbe il buon Brecht,
tanto per stare ai luoghi comuni culturali maggiormente noti, “è
la semplicità che è difficile a farsi”. Sarebbe bello se si
trovasse un comun denominatore fra tutte le forze che si oppongono ad
una politica di aggressione dei diritti del lavoro e delle sue
tutele, oltreché del bene comune, ma c’è sempre qualcosa nella
politica dei buoni che va in un senso centrifugo anziché centripeto. La
scomposizione sociale, con la produzione di differenti embrioni di
pensiero e di visioni multiformi di società, costituisce una
ricchezza in periodi di espansione del ciclo produttivo e permette
una sintesi certo di migliore qualità del prodotto sociale e
politico, ma nella fase in cui siamo, dove si deve conciliare la
difesa del reddito con la crescita economica e con la salvaguardia
delle risorse naturali, in un contesto di grave precarietà degli
equilibri sociali ed ambientali, l’unità nell'emergenza e nella
ricerca di soluzioni generali, è l’unica medicina possibile.
Cosa ci riserva il futuro politico? A
ben guardare almeno due blocchi di consistenza imprevedibile nel
fronte delle opposizioni al liberismo più sfegatato: il primo
composto presumibilmente da Di Pietro, Ferrero, parti del sindacato
non giallo e i movimenti come ALBA e chissà cos’altro e l’altro
quello delle liste civiche, capitanante dai sindaci con De Magistris
in testa. Ragionando secondo i criteri statistici da Bar dello
Sport, queste formazioni potrebbero potenzialmente incamerare un 10-15 % del consenso elettorale. Se consideriamo più o meno la stessa percentuale anche a Grillo, potremmo raggiungere un 30% di consensi per un’area virtualmente antiliberista
o meno marcatamente liberista (ammesso e non concesso che Grillo si
possa inscrivere al club dei fautori di una politica economica non
allineata). Tutto ciò escludendo la sciagurata ipotesi delle liste
civiche come stampella del Pd e di SEL (quest'ultimo a quanto pare
definitivamente uscito dalla compagine dei buoni). Sull’altro
fronte si collocano le destre montiane, tatcheriane o semplicemente
paracule. In pole position abbiamo l’alleanza Pd/Vendola con
la fiche di Casini da usare come rilancio dopo le elezioni,
che potrebbe attestarsi sul 20-25%. Segue il blocco degli astensionisti al 20-25% anch'esso e della destra
cialtrona berlusconiana o post berlusconiana con un 15-20%. E qui abbiamo una
grossa incognita, perché se buona parte dei ceti sociali di
riferimento di questa parte politica non si ritiene sufficientemente
tutelata e garantita da Casini, potrebbe ricompattarsi attorno ad un
asse ricostituito Pdl-Lega e altre briciole, a meno di un offerta più
allettante alla Montezemolo, concedendo percentuali decisamente maggiori al partito di Berlusconi. Difficile, considerando la crisi che stanno attraversando berlusconiani e bossiani, ma dall'imbecillità di una bella fetta di italiani c'è da aspettarsi di tutto.
Credo che nella loro profonda cialtronaggine e disonestà
intellettuale, certi ceti sociali parassitari e para-delinquenziali
italiani, malgrado il disastro berlusconiano, avrebbero ancora lo
stomaco per una scelta siffatta, considerata come quella più
garantista dal punto di vista degli interessi di determinate
categorie, anche a costo di dover pagare lo scotto del dilettantismo
politico e dell'ingovernabilità dello stato. Comunque lo scontro fra due destre: quella di Bersani e quella dei berlusconiani con le frattaglie della lega, potrebbe addirittura risultare provvidenziale per i benecomunisti e per la sinistra, lasciando un ampio margine ad una terza coalizione alla loro sinistra.
Sarebbe facile a questo punto dire che
se si trovasse un accordo fra Grillo e la sinistra antiliberista con
Di Pietro, si avrebbero grosse chance di vittoria, considerando che molti dei
militanti di SEL e del Pd, con una compagine convincente e dai grandi
numeri in campo, potrebbero cambiare bandiera e che molti indecisi e astensionisti potrebbero convincersi a scommettere sul cambiamento. Ma come si dice dalle
mie parti: “troppa grazia Sant’Antonio”.
venerdì 6 luglio 2012
Cari professori la vostra idea di democrazia rappresentativa non mi convince
Cari professori la vostra idea di
democrazia rappresentativa non mi convince per molte buone ragioni,
tutte derivate dall'impraticabilità in sé dell'idea stessa, così come l'avete concepita, e non
certo dall'essere io un seguace di una qualsivoglia teoria elitista
variamente travestita, che vede nel popolo “la grande bestia” o
l'eterno infante bisognoso di guida sicura.
La vostra idea di democrazia benché vecchia poggia su una consapevolezza certamente più matura e più
aggiornata di quella che poteva essere quella dei giovani di Seattle
o prima ancora quella di tanti movimenti che si perdono nella notte
dei tempi. Il dato nuovo e se vogliamo e anche più “distensivo”, è
che non si parla più di rivoluzione, di palingenesi, di nuovi
avventi, di dialettiche della storia che compiono finalmente
l'evoluzione tanto attesa, nemmeno di classi sociali. La vostra
visione del mondo, a me che non sono un professore, ma piuttosto un
ignorante con la smania del ragionamento, appare piuttosto una
riedizione tardiva dell'illuminismo. L'idea di bene comune, di
giustizia come ideale razionale e di crescita delle coscienze, come
fari dell'esercizio intellettuale. Un'idea che spazza via ogni
apparenza mendace del potere, volto solo alla sua conservazione di se
stesso e non certo alla saggia amministrazione delle cose terrene.
Eppure.
Ho passato diverse stagioni politiche fra le quali quella di
Social Forum, seguita al grandioso movimento sfociato nel G8 di
Genova. Anche allora l'idea di una diversa rappresentanza era forte,
anche allora si parlava di diversità come di ricchezza, anche allora
ci si poneva il problema di un percorso da seguire, di un camminare
domandando, senza sapere esattamente dove si sarebbe arrivati.
Ricordo che io e un altro compagno “americano” tentammo nel
nostro piccolo di introdurre nuove metodologie di discussione e di
lotta, mutuate dai movimenti americani, nel tentativo di mettere
ordine a quelle concitate, rabbiose e appassionate assemblee
all'italiana (la passione spesso sconfinava nell'insulto, ma sembrava
che il confronto dovesse essere per forza così), ultimo residuo di
un romanticismo sussunto in un ideale di stampo positivistico.
Per un attimo sembrava stessimo
mettendo radici, poi d'un tratto, il nulla. I Social Forum
evaporarono come neve al sole. Mancava, oltre ad una centralità degli interventi, rifiutata come antitesi di un "nuovo soggetto" emergente, la ricompensa,
l'obiettivo finale, il brivido della scommessa, quei fattori che
scaldano l'anima animale dell'uomo.
Oggi per fortuna abbiamo fatto
tesoro di quelle esperienze e vedo con sollievo che ci si è posto da
subito un obiettivo concreto, lasciando da parte le mistiche
“marcosiane”: quello del ricambio della classe dirigente e della
fine del vecchio modo di fare politica. L'errore, a mio modestissimo
avviso, e qui sta il punto, sta nel prefigurare obiettivi generali nella speranza di
delinearne poi i contorni attraverso l'esercizio della democrazia
rappresentativa. Un errore di tipo ideologico che assomiglia a una
sorta di induttivismo mutuato dalle scienze pratiche e ammantato di
filosofia delle moltitudini: si procede dal particolare per arrivare
al generale. Niente di male in linea di principio, ma perdonatemi la
franchezza e la presunzione, non funziona. Voi siete degli
intellettuali di prim'ordine, le migliori intelligenze di questo
paese disastrato, siete la nostra coscienza critica. Voi avete non solo il diritto, ma anche il dovere
di fare una proposta compiuta per uscire dalla crisi. La democrazia
rappresentativa deve essere la conseguenza di una proposta
ben congegnata e ben articolata, e noi società civile dobbiamo essere il laboratorio dove realizzare
un progetto di società. La democrazia dovrebbe essere la
ricaduta sul piano sociale e politico di un'idea o se volete di un
procedimento ipotetico-deduttivo messo a punto dalle vostre
intelligenze. Pensare per ideologia che da un massa informe possa
nascere qualcosa è illusorio, ed è e solo una perdita di tempo. Se
ci riflettete un attimo l'esperienza di Grillo è significativa da
questo punto di vista: lui è partito gridando al mondo la sua verità
e ne è seguito un movimento sempre più grande e ramificato. Il grillismo ha un che di messianico e di religioso, e per questo
fallirà, ma il suo “marketing” ha funzionato alla grande.
Ho partecipato recentemente
all'assemblea abruzzese di ALBA e ho avuto la riprova di quanto
detto. Non c'era un ordine del giorno, non c'erano delle linee guida,
non uno spunto dal quale partire. E' accaduto quello che solitamente
accade in questi casi: ognuno ha parlato a ruota libera, abbozzando
solo lontanamente una qualche proposta, che ovviamente si è persa
nel mare magnum della retorica d'occasione e dei soliti rituali
consunti, insomma un salto indietro di trent'anni. Manca nel
movimento ALBA un'idea forte. Manca la percezione di un'alternativa
di respiro europeo, di una rete in grado di elaborare una visione
della politica e dell'economia su scala mondiale. E' troppo? No, se
è vero che non c'è più tempo non è troppo. I gruppi di lavoro, i gruppi
tematici, le assemblee vanno bene, va tutto bene, ma ci vuole uno
spartito, o faremo solo caciara. Non possiamo permetterci che questo
movimento, così come i vari occupy il mondo intero evaporino nel
nulla. Un centralità è doverosa e necessaria. Rifondazione può
dare una mano in questo, considerando la sua distribuzione
territoriale e le sue capacità organizzative, a patto di mettere da parte
le sue mire egemoniche. Anche SEL può essere utile se la
smette di balbettare.
Insomma ho molti dubbi, ma purtuttavia
non intendo abbandonare questa esperienza. Voglio darle una chance
prima di darmi alla latitanza o turarmi il naso e votare Grillo.
Vorrei solo che i professori non scambiassero la sonnolenza
post-prandiale per mitezza ed empatia.
Si facessero sentire, sul serio.(F.C.).
mercoledì 27 giugno 2012
L’assemblea di alba. Lavoro e stato sociale, contro il governo Monti
di Alberto Lucarelli
L’assemblea programmatica di Alba (Alleanza Lavoro, Beni
comuni, Ambiente) in programma Sabato 30 e Domenica 1 luglio al Teatro Due di
Parma, rappresenta un momento importante per la costruzione di un un’alternativa
reale all’attuale sistema politico, al fine di uscire dalla crisi economica e
democratica e di porsi in netta e chiara contrapposizione al liberismo politico,
economico e sociale di Monti. In tal senso la scelta della città emiliana è
significativa in quanto luogo-simbolo del crollo del sistema dei partiti e delle
loro alleanze, con la necessità di costruire nuove forme e contenuti per
ritrovare la passione della Politica.
L’affermazione della sinistra anti-liberista in Grecia e del
Front de gauche alle presidenziali francesi indicano l’esigenza, in contrasto
con il memorandum imposto dalla Troika europea, di riportare al centro del
dibattito politico i temi del lavoro e dello Stato sociale. La crescita dei
consensi a Syriza è un segnale importante per i governi europei, che hanno
sacrificato sull’altare della crisi le garanzie del lavoro e la tutela dello
Stato sociale. Come ci indica anche il voto francese, la coesione europea deve
ripartire dai territori, dai beni comuni e da una politica inclusiva dei diritti
di cittadinanza per il rilancio di un’Europa basata sul lavoro, sulla
solidarietà e sulla giustizia sociale.
Per questa ragione a Parma sarà centrale il confronto sullo Statuto di Alba, un percorso iniziato il 28 aprile a Firenze e proseguito con assemblee in tutti i nodi territoriali italiani. Lo Statuto è il naturale sviluppo del Manifesto per il soggetto politico nuovo, che ha alimentato il dialogo tra chi, singoli e movimenti, si riconosceva nei suoi punti fondativi. Con l’assemblea programmatica vogliamo dare forma ad un’idea, realmente democratica e inclusiva, di organizzazione, di relazioni e di funzioni, iscrivendole in un quadro di principi e valori di riferimento. Alba, ponendo al centro del proprio percorso il senso della partecipazione democratica, intende dare piena attuazione ai principi costituzionali, coordinare e contribuire a organizzare lo sforzo di quanti partecipano alle vertenze politiche dai comitati, dai movimenti, dal più piccolo dei Comuni sino all’Ue. Per questa ragione Alba vuole, attraverso un’azione politica responsabile, fronteggiare e rovesciare i processi in atto di distruzione dei diritti del lavoro, di privatizzazione e distruzione dei beni comuni e di aggressione alle risorse ambientali, rilanciando i temi dei referendum del 12 e 13 giugno 2011, reagendo alla “violenza normativa” del governo Monti, lottando per un’altra Europa libera dallo scacallaggio posto in essere dal Fiscal Compact. Nell’agenda di Alba, inoltre, anche la proposta di una legge popolare che salvi il patrimonio pubblico dalla vendita forzata e dagli illegittimi processi di sdemanializzazione.
Alba, valorizzando il metodo democratico prescritto dalla Costituzione per contrastare una tecnocrazia affidata a oligarchie ristrette, che da anni espropria le prerogative della sovranità popolare, punta all’affermazione di una nuova classe dirigente capace, meritevole e disinteressata al tornaconto personale. Una trasformazione che sia in grado di ridare rappresentatività politica ai temi del lavoro, della tutela dell’ambiente, della parità di genere e dei diritti sociali.
Ne parleremo a Parma, condividendo una nuova pratica della democrazia e del confronto con tutte le forze antiliberiste, come strumento di rinnovamento della società e dell’economia, per ritrovare una dimensione politica, per costruire una nuova egemonia insieme a tutte le altre forze politiche e sociali che sollecitano l’urgenza di un cambiamento radicale.
Per questa ragione a Parma sarà centrale il confronto sullo Statuto di Alba, un percorso iniziato il 28 aprile a Firenze e proseguito con assemblee in tutti i nodi territoriali italiani. Lo Statuto è il naturale sviluppo del Manifesto per il soggetto politico nuovo, che ha alimentato il dialogo tra chi, singoli e movimenti, si riconosceva nei suoi punti fondativi. Con l’assemblea programmatica vogliamo dare forma ad un’idea, realmente democratica e inclusiva, di organizzazione, di relazioni e di funzioni, iscrivendole in un quadro di principi e valori di riferimento. Alba, ponendo al centro del proprio percorso il senso della partecipazione democratica, intende dare piena attuazione ai principi costituzionali, coordinare e contribuire a organizzare lo sforzo di quanti partecipano alle vertenze politiche dai comitati, dai movimenti, dal più piccolo dei Comuni sino all’Ue. Per questa ragione Alba vuole, attraverso un’azione politica responsabile, fronteggiare e rovesciare i processi in atto di distruzione dei diritti del lavoro, di privatizzazione e distruzione dei beni comuni e di aggressione alle risorse ambientali, rilanciando i temi dei referendum del 12 e 13 giugno 2011, reagendo alla “violenza normativa” del governo Monti, lottando per un’altra Europa libera dallo scacallaggio posto in essere dal Fiscal Compact. Nell’agenda di Alba, inoltre, anche la proposta di una legge popolare che salvi il patrimonio pubblico dalla vendita forzata e dagli illegittimi processi di sdemanializzazione.
Alba, valorizzando il metodo democratico prescritto dalla Costituzione per contrastare una tecnocrazia affidata a oligarchie ristrette, che da anni espropria le prerogative della sovranità popolare, punta all’affermazione di una nuova classe dirigente capace, meritevole e disinteressata al tornaconto personale. Una trasformazione che sia in grado di ridare rappresentatività politica ai temi del lavoro, della tutela dell’ambiente, della parità di genere e dei diritti sociali.
Ne parleremo a Parma, condividendo una nuova pratica della democrazia e del confronto con tutte le forze antiliberiste, come strumento di rinnovamento della società e dell’economia, per ritrovare una dimensione politica, per costruire una nuova egemonia insieme a tutte le altre forze politiche e sociali che sollecitano l’urgenza di un cambiamento radicale.
Fonte: Il Manifesto
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2013 un nuovo inizio.
di Marco Revelli
Non dimentichiamola troppo in fretta, la
lezione greca. Ancora la scorsa domenica mattina il mondo – non solo l’Europa –
sembrava appeso al voto di quella decina di milioni di elettori greci chiamati a
scegliere tra la vita e la morte. Con i nostri quotidiani “indipendenti”"a
spiegarci, senza pudore – producendosi in un falso plateale – che ad Atene si
sceglieva tra l’Euro splendente e la miserabile dracma. E la stampa finanziaria
a disquisire di computer dei broker globali puntati sul fatidico “sell” che, in
caso di vittoria dei “nemici dell’Europa”, avrebbero scatenato l’opzione fine
del mondo dando inizio a una tempesta di vendite sui titoli di Stato dei paesi
deboli (come il nostro), mentre in caso contrario il “buy” avrebbe polverizzato
lo spread… e salvato il mondo! Abbiamo visto persino i virtuosissimi governanti
di Berlino tifare scompostamente – alla faccia dell’intransigente etica
protestante germanica – per quegli stessi politici di “Nuova democrazia” che
appena qualche settimana fa accusavano (a ragione) di aver truccato i conti sul
debito greco.
Così fino, grosso modo, alle 23 del 17 giugno. Poi, dalla
mezzanotte, tutto è cambiato. Archiviata la vittoria degli amici dell’Europa,
l’Europa ha voltato pagina (e spalle), come se nulla fosse stato: lo spread ha
continuato a ballare sul filo dell’insostenibilità; la retorica dei compiti a
casa è tornata a dominare a Berlino; i rischi per la zona euro hanno continuato
a caratterizzare le esternazioni degli eurocrati di Bruxelles, i favori alla
Grecia virtuosa sono passati in cavalleria.
Mentre i mercati, semplicemente, con un colpo di pinna e un nuovo arrotar di denti, spostavano un po’ più a ovest il tiro, mettendo nel mirino le banche di Madrid e, di rimbalzo, i conti di Roma… Non gli basta mai, verrebbe da dire… La distruzione distruttrice dei mercati (Schumpeter è lontano, quasi quanto Keynes), unita al default della politica su scala globale, procede su un piano inclinato in cui non sono previsti punti di rimbalzo. Non c’è decisione di popoli o di governi che tenga: indifferente a tutto, la trasformazione per via finanziaria di tutto ciò che è solido in materia gassosa (in ricchezza astratta) procede, inarrestabile, lasciando dietro di sé – come l’angelus novus di Benjamin – un panorama di macerie. I greci, alla fine, col loro voto ossequiente, si sono guadagnati un altro anno di vita da spendere al lavoro (e a svenarsi) per pagare ai propri creditori internazionali – in primis alle banche globali che hanno rischiato sul loro debito – interessi a due cifre, esattamente come le pecore di Trasimaco, allevate dai propri pastori per esser tosate ad ogni stagione, prima di farne carne per i banchetti rituali.
Tutto questo l’abbiamo capito già lunedì scorso. Ma non è l’unica scoperta (o conferma) del dopo-voto greco. Tra le pieghe della trattativa in punta di fioretto di questa densissima settimana – soprattutto dallo scambio di messaggi (più o meno subliminali) sulla proposta dei mini eurobond avanzata da Monti – abbiamo imparato per esempio un’altra verità sulla vera natura delle istituzioni finanziarie internazionali, e sul modo in cui i loro stessi fautori e supporters le percepiscono. Ce la rivela la tenace resistenza opposta da tutti i governanti coinvolti, ad accettare formalmente gli aiuti del Fondo Salva-Stati. O a concepire soluzioni che facciano scattare il meccanismo che pone i beneficiati sotto il controllo della cosiddetta Troika. Che cosa significano i lampi di terrore che s’intuiscono dietro gli occhiali del nostro presidente dei consiglio, il vade retro satana stampato sul volto di Rajoy, se non il fatto che, nello stesso cuore della governance europea, le ricette dell’inevitabile Memorandum che seguirebbe all’aiuto sono considerate mortali. Sanno benissimo, evidentemente, che quelle condizioni – le stesse, appunto, che in meno di un biennio hanno condotto la Grecia sull’orlo del medioevo, e che continuano a figurare nei manuali del Fondo monetario internazionale e della Bce – portano alla morte sociale i Paesi che sono costretti a sottomettervisi. Sono consapevoli – pur avendo contribuito a fissarne i codici di comportamento e pur aderendovi ideologicamente – che la Troika – come le Gorgoni del mito – trasforma in pietra chi ha la sventura di doverla guardare negli occhi…
La verità, sempre più evidente a tutti, e tuttavia non detta da quasi nessuno, è che dentro quel paradigma – dentro il paradigma che domina a Francoforte e a Bruxelles e che non trova oppositori significativi in quasi nessun parlamento nazionale – non c’è soluzione possibile. La crisi può essere protratta, dilazionata, controllata temporaneamente, ma non risolta. «Ad Kalendas graecas soluturos» dice Svetonio che fosse solito ripetere l’imperatore Augusto… – «i debiti saranno saldati alle Calende greche» – per indicare una dilazione all’infinito, dal momento che i greci non possedevano il concetto romano delle Calende (il primo giorno del mese, quello in cui si era soliti onorare le promesse). Lo stesso vale per la promessa europea della ripresa dopo il purgatorio del rigore. Dentro questo modello – che orienta la metafisica influente dell’establishment politico e finanziario europeo – la soluzione verrà… alle Calende Greche. O, per dirla nella lingua della Merkel, «Zu dem juden Weihnachten»: al «Natale ebraico».
Di questo, sono convinto, ci si dovrebbe preoccupare in primo luogo quando si ragiona sul nostro 2013, se si vuole collocare il problema politico del nostro Paese nella sua dimensione effettiva (che è alta, da «grande politica», direbbe Tronti), e se vogliamo sottrarci al provincialismo un po’ umiliante dell’attuale dibattito sulle primarie (di partito o di coalizione o di programma, con la foto di Vasto strappata o rappezzata, con Renzi o senza Renzi, e via degradando…): della necessità di “pensare” un paradigma alternativo a quello che domina oggi in modo totalitario – con il totalitarismo finanziario che caratterizza l’epoca – l’orizzonte europeo. Non l’alternativa triviale tra stare dentro o uscire dall’Europa – che è il modo con cui i nuovi totalitari ci impongono la loro immagine del mondo come l’unica concepibile – ma in quale Europa vogliamo stare. E del come difendere il modello sociale europeo – l’unico miracolo, in fondo, ascrivibile al nostro continente dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale – dalla devastazione che i governanti europei ne hanno prodotto nell’ultimo biennio. E neppure – voglio aggiungere – l’alternativa misera tra la difesa dell’Euro o il ritorno alla moneta nazionale (lasciamola a Berlusconi…), ma al contrario in quale moneta europea stare, come renderla compatibile con la difesa del sistema di garanzie sociali congruenti con un’idea accettabile di società giusta, come ripensarla, dal momento che questo euro (che non è l’unico euro concepibile) non funziona.
Questo significa, non c’è dubbio, porsi fuori dal quadro di compatibilità che costituisce il dogma dell’Europa attuale (e della politica italiana prevalente). Rompere con la logica dei Memorandum, effettivi o minacciati. Anzi, porre la rottura di quella logica (e la sua ri-negoziazione collettiva, in solido con un fronte ampio di paesi) come discriminante irrinunciabile per qualsiasi progettualità condivisa e per qualsiasi politica delle alleanze. Su questo non sono più possibili illusioni: se neppure il professor Mario Monti, che è uno di loro, che ne gode della fiducia come solo tra sodali è possibile, e che ne conosce ogni piega del carattere, ogni dettaglio del linguaggio, non è riuscito finora a spostare neppure di un millimetro l’intransigenza tetragona dei campioni della tripla A, da Angela Merkel a Olli Rehn, questo significa che i margini di manovra stanno a zero, o quasi. Che se anche in un qualche vertice europeo si riuscisse a strappare qualche punto a nostro vantaggio, questo ci consentirebbe tutt’al più una dilazione, ma non una soluzione. E che se si vuole sperare di uscirne vivi, bisogna pensare, rapidamente, in termini culturali in primo luogo, e nella sua articolazione politica, un paradigma alternativo che non si esaurisca nella finanza ma coinvolga una visione ampia e altra.
Qui non si tratta di primarie. Si tratta di strategia (ed eventualmente di tattica). Come e con chi (e a quali condizioni) avviare un processo costituente che abbia il peso e la consistenza dell’alternativa allo stato di cose presente. Quando Syriza avviò il proprio percorso verso la sfida elettorale, non si presentò alle primarie con il Pasok e Nuova democrazia. Tracciò una linea netta con la parte corrotta del quadro politico e con i segmenti falliti dello stesso passato dell’intera sinistra greca (compreso il proprio). Pensò, davvero, a un nuovo inizio.
Il nostro 2013 sarà, inevitabilmente un nuovo inizio – se non altro perché i tecnici scadono dal loro mandato. Tanto vale prenderlo sul serio, e lavorare fin da ora al programma di una progettualità politica che sia davvero, e senza mascheramenti, nuova. Nei contenuti, nelle alleanze, ma anche nelle forme, nel modo di interpretare la propria vocazione politica, e la natura della rappresentanza. Alba incomincerà questa riflessione il prossimo fine settimana a Parma, sapendo che non c’è tempo da perdere. Che almeno l’avvio di questo processo non può essere rinviato… alle Calende greche.
Mentre i mercati, semplicemente, con un colpo di pinna e un nuovo arrotar di denti, spostavano un po’ più a ovest il tiro, mettendo nel mirino le banche di Madrid e, di rimbalzo, i conti di Roma… Non gli basta mai, verrebbe da dire… La distruzione distruttrice dei mercati (Schumpeter è lontano, quasi quanto Keynes), unita al default della politica su scala globale, procede su un piano inclinato in cui non sono previsti punti di rimbalzo. Non c’è decisione di popoli o di governi che tenga: indifferente a tutto, la trasformazione per via finanziaria di tutto ciò che è solido in materia gassosa (in ricchezza astratta) procede, inarrestabile, lasciando dietro di sé – come l’angelus novus di Benjamin – un panorama di macerie. I greci, alla fine, col loro voto ossequiente, si sono guadagnati un altro anno di vita da spendere al lavoro (e a svenarsi) per pagare ai propri creditori internazionali – in primis alle banche globali che hanno rischiato sul loro debito – interessi a due cifre, esattamente come le pecore di Trasimaco, allevate dai propri pastori per esser tosate ad ogni stagione, prima di farne carne per i banchetti rituali.
Tutto questo l’abbiamo capito già lunedì scorso. Ma non è l’unica scoperta (o conferma) del dopo-voto greco. Tra le pieghe della trattativa in punta di fioretto di questa densissima settimana – soprattutto dallo scambio di messaggi (più o meno subliminali) sulla proposta dei mini eurobond avanzata da Monti – abbiamo imparato per esempio un’altra verità sulla vera natura delle istituzioni finanziarie internazionali, e sul modo in cui i loro stessi fautori e supporters le percepiscono. Ce la rivela la tenace resistenza opposta da tutti i governanti coinvolti, ad accettare formalmente gli aiuti del Fondo Salva-Stati. O a concepire soluzioni che facciano scattare il meccanismo che pone i beneficiati sotto il controllo della cosiddetta Troika. Che cosa significano i lampi di terrore che s’intuiscono dietro gli occhiali del nostro presidente dei consiglio, il vade retro satana stampato sul volto di Rajoy, se non il fatto che, nello stesso cuore della governance europea, le ricette dell’inevitabile Memorandum che seguirebbe all’aiuto sono considerate mortali. Sanno benissimo, evidentemente, che quelle condizioni – le stesse, appunto, che in meno di un biennio hanno condotto la Grecia sull’orlo del medioevo, e che continuano a figurare nei manuali del Fondo monetario internazionale e della Bce – portano alla morte sociale i Paesi che sono costretti a sottomettervisi. Sono consapevoli – pur avendo contribuito a fissarne i codici di comportamento e pur aderendovi ideologicamente – che la Troika – come le Gorgoni del mito – trasforma in pietra chi ha la sventura di doverla guardare negli occhi…
La verità, sempre più evidente a tutti, e tuttavia non detta da quasi nessuno, è che dentro quel paradigma – dentro il paradigma che domina a Francoforte e a Bruxelles e che non trova oppositori significativi in quasi nessun parlamento nazionale – non c’è soluzione possibile. La crisi può essere protratta, dilazionata, controllata temporaneamente, ma non risolta. «Ad Kalendas graecas soluturos» dice Svetonio che fosse solito ripetere l’imperatore Augusto… – «i debiti saranno saldati alle Calende greche» – per indicare una dilazione all’infinito, dal momento che i greci non possedevano il concetto romano delle Calende (il primo giorno del mese, quello in cui si era soliti onorare le promesse). Lo stesso vale per la promessa europea della ripresa dopo il purgatorio del rigore. Dentro questo modello – che orienta la metafisica influente dell’establishment politico e finanziario europeo – la soluzione verrà… alle Calende Greche. O, per dirla nella lingua della Merkel, «Zu dem juden Weihnachten»: al «Natale ebraico».
Di questo, sono convinto, ci si dovrebbe preoccupare in primo luogo quando si ragiona sul nostro 2013, se si vuole collocare il problema politico del nostro Paese nella sua dimensione effettiva (che è alta, da «grande politica», direbbe Tronti), e se vogliamo sottrarci al provincialismo un po’ umiliante dell’attuale dibattito sulle primarie (di partito o di coalizione o di programma, con la foto di Vasto strappata o rappezzata, con Renzi o senza Renzi, e via degradando…): della necessità di “pensare” un paradigma alternativo a quello che domina oggi in modo totalitario – con il totalitarismo finanziario che caratterizza l’epoca – l’orizzonte europeo. Non l’alternativa triviale tra stare dentro o uscire dall’Europa – che è il modo con cui i nuovi totalitari ci impongono la loro immagine del mondo come l’unica concepibile – ma in quale Europa vogliamo stare. E del come difendere il modello sociale europeo – l’unico miracolo, in fondo, ascrivibile al nostro continente dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale – dalla devastazione che i governanti europei ne hanno prodotto nell’ultimo biennio. E neppure – voglio aggiungere – l’alternativa misera tra la difesa dell’Euro o il ritorno alla moneta nazionale (lasciamola a Berlusconi…), ma al contrario in quale moneta europea stare, come renderla compatibile con la difesa del sistema di garanzie sociali congruenti con un’idea accettabile di società giusta, come ripensarla, dal momento che questo euro (che non è l’unico euro concepibile) non funziona.
Questo significa, non c’è dubbio, porsi fuori dal quadro di compatibilità che costituisce il dogma dell’Europa attuale (e della politica italiana prevalente). Rompere con la logica dei Memorandum, effettivi o minacciati. Anzi, porre la rottura di quella logica (e la sua ri-negoziazione collettiva, in solido con un fronte ampio di paesi) come discriminante irrinunciabile per qualsiasi progettualità condivisa e per qualsiasi politica delle alleanze. Su questo non sono più possibili illusioni: se neppure il professor Mario Monti, che è uno di loro, che ne gode della fiducia come solo tra sodali è possibile, e che ne conosce ogni piega del carattere, ogni dettaglio del linguaggio, non è riuscito finora a spostare neppure di un millimetro l’intransigenza tetragona dei campioni della tripla A, da Angela Merkel a Olli Rehn, questo significa che i margini di manovra stanno a zero, o quasi. Che se anche in un qualche vertice europeo si riuscisse a strappare qualche punto a nostro vantaggio, questo ci consentirebbe tutt’al più una dilazione, ma non una soluzione. E che se si vuole sperare di uscirne vivi, bisogna pensare, rapidamente, in termini culturali in primo luogo, e nella sua articolazione politica, un paradigma alternativo che non si esaurisca nella finanza ma coinvolga una visione ampia e altra.
Qui non si tratta di primarie. Si tratta di strategia (ed eventualmente di tattica). Come e con chi (e a quali condizioni) avviare un processo costituente che abbia il peso e la consistenza dell’alternativa allo stato di cose presente. Quando Syriza avviò il proprio percorso verso la sfida elettorale, non si presentò alle primarie con il Pasok e Nuova democrazia. Tracciò una linea netta con la parte corrotta del quadro politico e con i segmenti falliti dello stesso passato dell’intera sinistra greca (compreso il proprio). Pensò, davvero, a un nuovo inizio.
Il nostro 2013 sarà, inevitabilmente un nuovo inizio – se non altro perché i tecnici scadono dal loro mandato. Tanto vale prenderlo sul serio, e lavorare fin da ora al programma di una progettualità politica che sia davvero, e senza mascheramenti, nuova. Nei contenuti, nelle alleanze, ma anche nelle forme, nel modo di interpretare la propria vocazione politica, e la natura della rappresentanza. Alba incomincerà questa riflessione il prossimo fine settimana a Parma, sapendo che non c’è tempo da perdere. Che almeno l’avvio di questo processo non può essere rinviato… alle Calende greche.
Fonte: Il Manifesto
venerdì 22 giugno 2012
Berlusconi, Barnard e la pagnotta
Leggo sul Manifesto che i civici
discuterebbero col Pd, il quale per l'appunto si dice aperto ai movimenti
civici, per contrastare il “populismo” (leggasi Grillo). E di
cosa dovrebbero discutere ad esempio quelli di Alba col Pd? Di
suicidio assistito? (quello del Pd ovviamente). Quante volta bisogna
dirlo, questa gente ha fatto al sua scelta di campo, chiara e tonda.
Hanno votato leggi infami, ma soprattutto hanno accettato l'idea che
siccome la pagnotta non basta per tutti, qualcuno dovrà pur
sacrificarsi. E chi se non i poveracci? Lo vuole l'Europa. Bella
parabola davvero, dalla lotta di classe, fino al liberismo più
becero. Mi viene da dire: bastoniamo il cane che affoga, se non fosse
che è un'immagine che evoca sentimenti di pena estrema per i cani.
Niente accordi con questa gente, sono peggio di Berlusconi,
altrimenti io e qualche milioni di altre brave persone, che mi illudo
di rappresentare a loro insaputa, prenderemo altre strade, a costo di
votare Grillo. Siete avvisati.
A proposito di Berlusconi, non
sottovaluterei il fiuto di quest'uomo, che sarà anche un governante
incapace e un signorotto molle e corrotto, ma ha una visione molto più nitida del
futuro dei vari Bersani e Vendola. Ha capito benissimo che l'Europa si
è ficcata in un cul de sac e che la Merkel la sta conducendo
al disastro. Per il momento tutti lo prendono in giro, forti della
sua aura generatrice di topoi della mitologia italica. Berlusconi è
ormai sinonimo di berlusconata e viceversa, quindi sciocchezza allo
stato puro, da trattare alla stregua di una battuta malriuscita del
bagaglino. Quando però il disastro diverrà attuale, in ragione
perdipiù di ciò che ormai tutti ammettono, e cioè che il nocciolo
della questione sta nella perdita o se volete nella mancanza di una
moneta sovrana, allora Berlusconi potrà di avere avuto sempre
ragione e sarà difficile smentirlo. Vi ricordate quando poco prima che Berlusconi cadesse, Barnard fu involontariamente arruolato nelle fila berlusconiane perché lo invocò a resistere ai corifei dell'austerità
e del pareggio di bilancio. “Presidente resista !”, urlò Barnard
con la sua solita veemenza, e non si trattava una semplice
provocazione, era per il giornalista eretico l'affermazione di una
gerarchia di valori, dove il resistere alla truffa dell'euro e alla
diabolica macchinazione delle oligarchie dei rentiers, era
molto più importante dei peccatucci e dei vizi privati di un
dittatorello da stato bananiero. Credo che Barnard sia un esaltato,
ma una cosa me l'ha fatta comprendere in modo chiaro: se lo stato non
spende il popolo cade in miseria, e pochi bastardi si arricchiscono a
dismisura. Credetemi la visione della pagnotta evoca visioni di
miseria nera e di cupa rassegnazione. Una sola pagnotta di pane da
dividere fra milioni di bocche è l'immagine più sconsolante che
possa esistere, ed è su questo che contano i nostri governanti. Se
riescono a convincerci che la loro idea dell'economia come
amministrazione della pagnotta è giusta, siamo spacciati perché
cadremo tutti in una depressione profonda e saremo tutti ricattabili.
Niente futuro, niente speranza. Questo almeno Berlusconi lo ha capito
e si appresta a vendere al popolo il sogno del paese dei balocchi,
ben sapendo che la sua sarà un'ennesima fregatura, ma sempre meglio
la speranza raccattata da un piazzista di mercato che la miseria
certa di una smarra di teste di cazzo seriose bocconiane.
giovedì 14 giugno 2012
Forza «mite», ma forza
Paolo Favilli da soggettopoliticonuovo
Il pensiero critico cessa di essere marginale solo nel momento in cui la sua forza comincia ad essere davvero consistente. Come non ripetere gli errori del 2008 e rischiare di rimanere fuori dal Parlamento
«Il tempo che abbiamo davanti è poco, gli interlocutori molti. La mia idea è di partire subito. Se possibile meglio di Hollande e Mélenchon» (Rossana Rossanda, il manifesto 11 maggio). Anche gli estensori del manifesto-identità del «soggetto politico nuovo» sono partiti dalla preoccupazione, forte e giustificata, di una urgenza dei tempi. Urgenza dettata dall’improvvisa accelerazione del processo di disgregazione di tutti i gangli vitali dell’esercizio democratico. Un processo di depauperamento della democrazia in atto ormai da tempo. La prospettiva politica che ne sta emergendo, tuttavia, non mi pare all’altezza delle necessità reali dell’urgenza.
La discussione scaturita dalla questione del «soggetto politico nuovo» ha avuto, certo, carattere positivo. Le riflessioni molteplici, l’iniziativa politica fiorentina, hanno permesso di cogliere meglio un «oggetto» di cui il manifesto iniziale aveva dato un’immagine piuttosto rigida. Quello che si muove, come spesso accade, è, fortunatamente, più ampio, complesso, variegato rispetto a un «manifesto» nei cui confronti molte critiche, anche di fondo, sono apparse tutt’altro che ingiustificate.
In particolare è venuta meglio chiarendosi la dimensione del conflitto. La centralità del conflitto e anche, di fatto, i mille fili che lo legano ad un «centro» economico-sociale. Una centralità che deriva non tanto dalle affermazioni di molti intervenuti firmatari del «manifesto», quanto dal terreno scelto per la determinazione dell’antitesi: la democrazia. La questione dell’antitesi oggi, infatti, non è altro che il modo di porsi più relistico della «questione democratica» nei nostri tempi di crisi della democrazia.
D’altra parte si tratta di un aspetto fondamentale ben presente nella storia del movimento operaio, un aspetto tra i più rilevanti dell’eredità di quella storia. Già nel Manifesto (quello di Marx ed Engels) è presente una costante insistenza su proposta ed iniziativa politica derivanti dall’interno dei movimenti sociali. Un’impostazione che comporta una concezione forte di democrazia partecipativa, fondata su profondi e complessi processi di autoemancipazione collettiva.
Così, dopo quella che siamo soliti chiamare «fine del comunismo», le forze che della declinazione nei nostri tempi dell’eredità della storia del movimento operaio hanno fatto il cardine della loro presenza politica, hanno ripreso il filone di quell’eredità che le vicende connesse allo svolgimento di una storia tragica avevano relegato nella marginalità.
Già il problema della democrazia aveva avuto particolare rilevanza nel complesso della riflessione berlingueriana tra la fine degli anni Settanta ed i primi anni Ottanta. Coloro che, anche organizzati in forma-partito, si sono riallacciati direttamente a quella riflessione, hanno provato a misurarsi con lo spessore della questione nella difficile condizione di forze minoritarie.
Per queste forze la democrazia è stata, ed è, cifra di riferimento continuo: nella gestione dell’organizzazione sotto forma di tensione permanente, in tutte le istituzioni dove l’organizzazione è presente, nel sindacato dove si sostiene sempre che la legittimità di ogni accordo è tale solo se confermata dai lavoratori stessi, ed inoltre nel rapporto con i cosiddetti «movimenti». Un rapporto, quello con i «movimenti», che finisce con l’influenzare proprio il dibattito sulla «forma partito» e quindi ancora sulla democrazia.Il fatto che tale tensione abbia avuto difficoltà ad attecchire in profondità ed a generalizzarsi non è dipesa solo da limiti dei gruppi dirigenti, che pure ci sono stati, ma alle condizioni difficili del minoritarismo che si coniugano meglio con antichi vizi che con nuove virtù.
In questo senso la riproposizione della «questione democratica» come centro della riflessione culturale e politica da parte del «soggetto politico nuovo», anche se non è questione del tutto «nuova», rappresenta comunque un ulteriore punto di forza della cultura politica necessaria nel lavoro di costruzione del «fronte» dell’antitesi.
Dice giustamente Rossana Rossanda: «C’è un fronte, anzi non è mai stato tanto esteso, così esteso che non riusciamo neanche bene a vedere dove comincia e dove finisce. Mai come adesso, solo che si nega che ci sia» (Alias, 3 settembre 2011). Le culture di riferimento di questo processo non sono di poco peso e di poca storia. Il problema è piuttosto quello della loro traducibilità in forme politiche in grado di attivare un circolo virtuoso tra le due sfere. Nella discussione sul «soggetto politico nuovo», e nei suoi primi passi, tali difficoltà si stanno mostrando in maniera assai chiara.
Professori universitari e politici colti sono stati i protagonisti tanto dell’iniziativa relativa al «soggetto politico nuovo» che della riflessione che ne è seguita e che ne segue. Per molte ragioni non lo ritengo certo un limite. Anzi, anche il rapporto stretto tra elaborazione culturale ed iniziativa politica è uno dei parametri distintivi del «fronte». Ha ragione Alberto Burgio quando indica il «pensiero critico» come retroterra essenziale di un soggetto politico unitario (il manifesto, 10/05). Un aspetto, tra l’altro, non «nuovo», ma ben radicato nell’«eredità» cui si è fatto più volte riferimento.
C’è un pericolo in questa impostazione, quello di considerare pressoché automatica la traducibilità della elaborazione intellettuale in «forza» politica. Nella dialettica politica, e quella che ci attende sarà molto dura, la «forza» è indispensabile, forza «mite» magari, ma forza. La permanenza nel tempo e non l’andamento carsico è carattere distintivo di una «forza» politica. Inoltre il rapporto tra la formazione e la crescita di una forza e l’elaborazione intellettuale non è unidimensionale. I professori universitari corrono il rischio di confondere un problema logico, (il pensiero come antecedente) con un problema di temporalità politica. Nei processi politici la sfera del pensiero e quella della costruzione della forza non si ordinano secondo la temporalità del prima e del poi. Assai spesso invece, è solo nel momento in cui la forza comincia ad essere davvero consistente che il pensiero entra in una fase espansiva, che il pensiero critico cessa di essere marginale.
Gli strumenti derivati dalla teoria critica hanno dato prova, sul piano scientifico, di una capacità di spiegazione della crisi sistemica in atto, ed anche, seppure in maniera più episodica, di proposte di politica economica, analiticamente incomparabili rispetto alla narrazione ideologica degli apologeti del mercato autoregolantesi, o anche dei teorici dei mercati imperfetti. Eppure sul piano politico sono rimaste pressoché ininfluenti.
Ecco dunque che, qui ed ora, il compito di tutti coloro che si ritrovano all’interno del panorama analitico proprio all’universo delle teorie critiche, naturalmente con tutte le aperture e le mediazioni compatibili, è quello di contribuire fattivamente, in coerenza con le logiche di quel pensiero, alla costruzione politica del fronte ampio dell’antitesi.
Costruzione di cui l’aspetto qualificante consiste proprio nella «questione democratica», cioè nella centralità da cui parte anche la riflessione intorno al «soggetto politico nuovo».
Rifiuto del modello Marchionne, rifiuto della costituzionalizzazione della teoria economica dominante in questa fase, ad esempio, cioè le discriminanti principali tramite le quali si definiscono meglio i pur mobili confini del fronte, sono nient’altro che la declinazione della «questione democratica» nella carne e nel sangue della lotta di classe tipica dell’odierno ciclo di accumulazione. Che tale declinazione, proprio a partire da quelle discriminanti, metta in discussione, alla radice, la questione del rapporto economia-società ne è conseguenza logica.
Una rappresentanza parlamentare, più numerosa possibile, di questo nucleo di pensiero e delle proposte politiche che ne derivano non coincide certamente con la costruzione del fronte, ma ne è un tassello imprescindibile. Penso che sia necessario riflettere sui meccanismi del fallimento di una importante iniziativa politica, un fallimento che si è ripercosso in maniera diretta sul disastro del 2008. Nel 2005 la «Camera di consultazione della sinistra» esplorò tutte le possibilità per arrivare alla formazione di una lista unitaria della sinistra non neoriformista accreditata del 15 per cento dei voti. «Il processo deve risalire il più possibile dal basso (rompendo risolutamente il diaframma che tuttora separa politica organizzata tradizionalmente dalle nuove espressioni della politica)», si diceva in una “Lettera aperta” di Alberto Asor Rosa della Camera di consultazione della sinistra, diffusa a fine luglio di quell’anno.
Come si vede il linguaggio usato delineava lo stesso insieme problematico «nuovo» che ci troviamo ad affrontare nel momento attuale. Il progetto della «Camera di consultazione» fallì perché allora il Prc ritenne di essere in grado di rappresentare, da solo, il punto di riferimento di tutto ciò che stava maturando «dal basso» e dalle aree contigue. Oggi altri pensano di poter rappresentare il «nuovo» sbarazzandosi di tutto quello che considerano, ripetendo una narrazione vecchia più di vent’anni, obsoleto e ideologico. Se sarà davvero così il 2013 ripeterà, con poche varianti, il 2008. Ho letto su il manifesto del 18 maggio questa ipotesi data per realistica: «Ieri Nichi Vendola già consigliava agli alleati Pd e Idv di mollare Udc e comunisti a vantaggio delle liste civiche nazionali. (…) la neonata ‘Alba’ di Lucarelli e Ginsborg (è) già posizionata ai blocchi di partenza». Mi rifiuto di credere che tutte le elaborazioni cresciute intorno al soggetto «nuovo» possano avere esiti politici così miserevoli.
Fonte: Il Manifesto 14/06/2012
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