sabato 11 giugno 2016

Perché si può votare 5Stelle

di Guido Liguori da Il Manifesto
 
Il voto del 5 giugno non può essere definito soddisfacente per la sinistra, che conferma uno zoccolo duro del cinque per cento oltre il quale oggi sembra non riesca ad andare. L’eccezione significativa è Napoli, e ci tornerò più avanti. Mentre il risultato di Cagliari non costituisce una eccezione, basandosi sulla alleanza tra sinistra e Pd, improponibile se proiettata su scala nazionale. I casi più evidenti sono quelli di Roma e Torino, con candidati noti e largamente condivisi come Fassina e Airaudo.
Sarebbe ingeneroso imputare loro colpe specifiche: questi due risultati non fanno che confermare un dato non locale e non solo momentaneo. Né altre liste “più di sinistra” o “più di movimento” possono vantare risultati significativi, anzi. Alcune riflessioni e alcune ipotesi non scontate dunque si impongono.
I 5s sono gli unici a uscire vincitori dal voto, e il secondo turno, comunque vada, non cambierà il fatto che essi sono oggi il primo partito in Italia, o possono diventarlo. I 5s prosciugano al momento l’area della protesta: lo si è detto e ripetuto, si è tentato e sperato di annullare o aggirare questo fatto, ma nonostante la zona di insofferenza per il renzismo si allarghi nel paese, la sinistra non intercetta lo scontento e sono solo loro a trarne giovamento. Intanto annotiamo che il movimento fondato da Grillo ottiene oggi il suo lusinghiero risultato introducendo forse a sorpresa un elemento in controtendenza con la personalizzazione della politica largamente diffusa: chi conosceva Virginia Raggi o Chiara Appendino prima che iniziasse la campagna per le comunali? È un fatto su cui riflettere. Esso indica che vi è un movimento di popolo che si esprime attraverso perfetti sconosciuti, tanta è forte la insofferenza per la classe politica. Con tanti saluti alla “democrazia del leader”.
Un altro risultato importante che va riconosciuto ai pentastellati è il fatto che essi hanno fatto saltare il letto di Procuste a cui ci ha condannato nel 2008 il democratico Veltroni, cercando di amputare le “eccedenze”, come il celebre bandito della mitologia greca. Certo, tra le eccedenze c’era anche e soprattutto la sinistra, e Veltroni è riuscito per il momento nell’intento. Ma inaspettatamente altri soggetti sono usciti dal sottosuolo e hanno gridato il loro no. C’è chi dice no a una idea di democrazia “occidentale” a uso e consumo delle élites, dunque. In vista del prossimo referendum questo è un dato decisivo, per difendere la Costituzione e poi anche per affossare quell’Italicum che è la peggiore legge maggioritaria che abbia mai visto questo paese, peggiore della legge del fascista Acerbo del 1924 e della “legge truffa” del 1953. Questo fronte di lotta, di difesa della democrazia, resta quello fondamentale e va ricordato sempre, anche quando si vota per le comunali, poiché la difesa della democrazia è più importante dei treni in orario e delle strade pulite, che pure sono obiettivi a cui non rinunciare.
Rileggendo quanto ho scritto, mi accorgo di aver usato termini (“classe politica”, “élite”) propri di quella teoria elitista che era sì una teoria reazionaria, ma con la quale già Antonio Gramsci aveva capito che si doveva fare i conti, anche se certo con l’intenzione di superarla, introducendo uno scarto democratico, una possibilità reale di autogoverno, non prevista da quella storia vista dagli elitisti come sempre uguale a se stessa. È contro una classe politica eternamente solidale nella difesa del privilegio e dell’imbroglio, che sono per Gaetano Mosca la vera essenza del parlamentarismo trasformistico, che il popolo del sottosuolo si è ribellato.
È contro la legge della “circolazione delle élite” (le élites invecchiano e inevitabilmente vengono sostituite da élites più giovani, ma nulla cambia nella sostanza) di cui parla Vilfredo Pareto, che agiscono senza saperlo i peones che si ribellano nelle urne o nelle strade. È anche contro la “legge ferrea della oligarchia” operante persino nei partiti sedicenti di sinistra, legge denunciata dall’ex-militante della Spd di inizio ’900 Robert Michels, che il popolo dei 5s ha riempito le piazze, anche rispondendo a parole d’ordine demagogiche, alla famosa “antipolitica”, che certo però non è nata sotto i cavoli.
Populismo, si dirà. Certo. Ma non tutti i populismi sono uguali. Vi sono populismi di destra e di sinistra. Vi è il populismo della Le Pen e il populismo di Podemos, ad esempio: hanno segni, cifre, orizzonti del tutto opposti. Se votassi in Spagna voterei per Izquierda Unida, senza dubbio. Ma sono molto contento che questo fronte di sinistra (nel quale da molti anni sono anche i comunisti) sia oggi alleato con Podemos nella coalizione elettorale Unidos Podemos, una sfida politica che ha per posta il governo del paese iberico. (E ripeto en passant che anche in Italia l’idea di una “izquierda unida”, di un “frente amplio” come quello che ha governato l’Uruguay per tanti anni, non era – e continua a non essere – affatto peregrina per la sinistra).
Populista è anche De Magistris, si dice. E infatti aggira i partiti e instaura un contatto diretto col suo popolo. E attacca frontalmente il peggior populismo esistente, quello di Palazzo Chigi, che non sfonda anche per il servaggio che esibisce verso i vari potentati economico-finanziari. A Napoli De Magistris vince: è l’unico caso in cui la sinistra vince. Quando il sindaco di Napoli iniziò la sua avventura politica, fece notare in una intervista i due ritratti che aveva alle spalle nel suo ufficio: Che Guevara ed Enrico Berlinguer, il Berlinguer che andava in barca a vela scrutando l’orizzonte, affrontando a inizio anni ’80 – aggiungo –, dopo la brutta parentesi della “solidarietà nazionale”, il mare aperto del “rinnovamento della politica”, della questione morale, del ritorno alle lotte e ai movimenti. De Magistris non è né Che Guevara, né Berlinguer, per carità. Ma l’indicazione simbolica, benché parzialmente sincretica, era forte, e non è mai stata rinnegata. Piaccia o no, se ne vedono i frutti.
Dunque, è possibile una alleanza tra la sinistra e un partito populista, per far saltare il tappo delle élites al potere? Forse sì. Ma ve ne sono le condizioni in Italia? No, oggi no. Possiamo però provare a costruirle. Iniziando da queste elezioni comunali. Che indicazioni di voto dare per i ballottaggi alle compagne e ai compagni, a questo cinque per cento che ancora ostinatamente si raccoglie intorno alle bandiere rosse della sinistra? Nessuna indicazione, tutti liberi di disperdersi tra astensione, voto masochista al Pd, voto in ordine sparso ai 5s? Sarebbe solo la non scelta di chi ha paura di dividersi. Bisognerebbe invece, con coraggio, fare un passo: offrire apertamente questi voti ai candidati 5s. In cambio di cosa? Non di posti o di potere, certo.
In cambio di gesti simbolici e politici (la collocazione a Strasburgo, ad esempio) che facciano intendere, a noi e a tutti, che i 5s sono o vogliono essere, per dirne una, antifascisti e antirazzisti. La sinistra è nata due secoli fa per abolire il privilegio, per distribuire democraticamente potere e risorse: ci dicano se questo ci unisce o ci divide. Sarebbe, in caso di risposta positiva, un riconoscimento reciproco.
I 5s credo non accetterebbero, oggi, come non ha in un primo tempo accettato Podemos in Spagna l’offerta di alleanza di Izquierda Unida. Beninteso, Podemos e 5s sono diversi. Ma la cocciutaggine dei fatti è la stessa, e opera potentemente in Italia come in Spagna. Non aspettiamo di subire gli aventi: prepariamoli.
Anche molte compagne e molti compagni della sinistra che oggi giudicherebbero questa alleanza improponibile dovrebbero pian piano iniziare a pensarne la fattibilità e l’opportunità. Da qui potrebbe partire un discorso nuovo per la sinistra in Italia.

mercoledì 8 giugno 2016

Perchè al ballottaggio voterei Raggi, anzi Berdini

dal Blog di Maurizio Acerbo

 A Roma sta accadendo un fatto politico gigantesco. Il principale partito di opposizione, finora ambiguo sui temi più spinosi, sceglie per il governo della Capitale di affidare a uno dei più combattivi urbanisti di sinistra e ambientalisti l’assessorato all’urbanistica nella città in cui la sottomissione della politica di centrosinistra e centrodestra ai palazzinari è stata trasversale e costante da decenni.
Non posso che fare i complimenti alla Raggi. Se il M5S propone Paolo Berdini come assessore all’urbanistica a Roma penso che ogni persona di sinistra e ogni ambientalista non possa che andare a votare per la Raggi.
A mio parere anche senza Paolo per dare una sonora lezione a Renzi e mandare all’opposizione il partito trasversale degli affari bisognerebbe votare M5S al ballottaggio. Comprendo però che in molti trovino le ambiguità su temi importanti e il qualunquismo del M5S fastidiosi. ma con la proposta di Paolo il M5S sceglie non solo nel programma ma anche nelle persone di dare un profilo al governo della città che non possiamo che apprezzare.
L’indicazione di un compagno come Paolo all’urbanistica significherebbe, a tanti anni da Petroselli, togliere dalle grinfie dei palazzinari e della speculazione la loro capitale immorale e portare al governo della città il meglio della cultura di sinistra e ambientalista.
A questo punto ritengo che non ci possa essere equidistanza astensionistica.
Confido che Stefano Fassina e le compagne e i compagni che hanno faticosamente costruito SinistraxRoma a questo punto si schierino nettamente per un voto convinto di sinistra al ballottaggio.
Spero che lo facciano almeno l’Altra Europa e il PRC.
Ai compagni romani spetta la decisione ma ritengo che non si può non considerare un fatto politico come questo.
Oggettivamente con l’ingresso in giunta di Paolo Berdini – il cui valore politico va aldilà dell’urbanistica – il profilo della proposta assume un segno che non può lasciarci indifferenti. Anzi dovrebbe entusiasmarci.
E sarebbe miope mostrare quella chiusura settaria e integralista che contestiamo sempre al M5S o anteporre gli equilibri interni di SEL-SI o di qualunque altro ai doveri che ci competono.
Paolo Berdini è un compagno. E’ uno di noi. Ed è uno di quelli che le battaglie le ha sempre fatte con competenza e passione civile con libri, dossier, articoli sulle pagine del Manifesto e ovunque possibile, davanti alle telecamere di Report, in mille riunioni e convegni, sempre a disposizione di comitati e associazioni, movimenti. E’ uno di sinistra sul serio, non per finta.
Paolo Berdini ha raccontato per anni i guasti che l’intreccio tra neoliberismo e politica corrotta o subalterna hanno prodotto nelle nostre città (e non solo in campo urbanistico!).
Non lo scrivo solo perchè è un vecchio amico a cui rompo le scatole da anni ogni volta che mi serve un supporto scientifico in qualche battaglia urbanistica. Lo scrivo perché la verità è rivoluzionaria: proponendo Paolo all’urbanistica M5S fa nei fatti una scelta di campo a Roma che vale più di mille slogan. E penso che sia dovere sostenerla. Non capiterà facilmente un’altra occasione del genere.

Se diciamo che c’è bisogno di un movimento di liberazione nazionale dal neoliberismo e da classi dirigenti corrotte, colluse, subalterne a poteri economici sempre più parassitari e antisociali non possiamo che riconoscere che la scelta di Paolo va in quella direzione.
Aggiungo che anche l’assessore ai rifiuti viene dal nostro mondo e quello dei rifiuti è un altro pezzo del sistema politico affaristico che ha avvelenato Roma e l’Italia. E alla cultura ci sarebbe Tomaso Montanari.
A questo punto una posizione astensionistica nel ballottaggio mi sembra a dir poco insensata.
Beppe Grillo mi ha fatto incazzare tante volte, ma questa volta merita applausi a scena aperta.
Maurizio Acerbo
P.S.: la Raggi che offre assessorato a Paolo e parallelamente le polemiche contro Fassina degli esponenti di Sel nostalgici delle giunte col PD confermano tutte le ragioni per cui tanti non si fidano ancora di “noi” o più dolorosamente non vogliono nemmeno più starci a sentire.Essendo membro della segreteria nazionale del PRC e del comitato nazionale dell’Altra Europa tengo a precisare che quanto ho scritto è la mia opinione personale. Ovviamente auspico che divenga la posizione anche delle compagne e dei compagni con cui condivido la militanza.

La democrazia senza velo


di Paolo Flores d'Arcais, da Repubblica, 5 giugno 2016
 

La società belga “G4S Secure Solutions” ha come norma che i dipendenti non possano esibire segni di appartenenza religiosa. Samira Achbita dopo tre anni di lavoro pretende di indossare il velo islamico e l’azienda la licenzia. Il “Centro belga per le pari opportunità e la lotta al razzismo” fa causa alla società e la Cassazione del Belgio investe del problema la Corte di giustizia europea, il cui avvocato generale, Juliane Kokott, conclude a favore dell’azienda.

Sumaya Abdel Qader, leader musulmana “progressista” e candidata del Pd al Consiglio comunale di Milano, si indigna: «Mettersi il velo è una pratica religiosa, che dovrebbe essere garantita dall’ordinamento giuridico a tutela della libertà religiosa». Sumaya Abdel Qader ha torto, e con lei i moltissimi “multiculturalisti” di una “sinistra” anti-illuminista che ha completamente perduto la bussola dell’eguaglianza e dell’emancipazione. In una società democratica i simboli religiosi dovrebbero anzi essere vietati in tutti gli uffici e servizi pubblici, scuola in primis (e il divieto dei privati non dovrebbe essere considerata discriminazione).

Un ufficio pubblico è infatti un bene comune, deve appartenere a tutti, non solo ai cittadini diversamente credenti ma a tutti i diversamente miscredenti e atei. Laddove si esibisca o campeggi un simbolo di appartenenza religiosa quello spazio è sottratto a quanti non vi si riconoscono, è confiscato e privatizzato. Che i simboli religiosi consentiti siano più di uno non cambia nulla, lottizza la confisca tra alcune fedi, ma una prevaricazione plurale sempre prevaricazione resta.

Per garantire eguaglianza bisognerebbe che ogni possibile religione (compreso il “Dio degli spaghetti volanti” la cui Chiesa è ufficializzata negli Usa) e ogni possibile ateismo avessero i propri simboli appesi alle pareti, ma così non saremmo allo spazio comune bensì al bailamme delle identità in conflitto. Esattamente l’opposto dell’eguale cittadinanza, l’unica appartenenza che una democrazia riconosce.

Sumaya Abdel Qader e i “multiculturalisti” di “sinistra” naturalmente sono in buona compagnia, il Papa, niente meno. Non solo il fondamentalista Karol Wojtyla e il teologo della crociata contro la modernità Joseph Ratzinger, per i quali l’aborto è “il genocidio del nostro tempo” (medici e infermieri che rispettano la volontà della donna all’interruzione della maternità messi moralmente sullo stesso piano di un Ss, del resto l’anatema di Wojtyla, perché non vi fossero dubbi, fu pronunciato in Polonia a pochi chilometri da Auschwitz), ma anche il buonissimo e apertissimo Francesco che manda ormai in estasi fior di “laici” in debito di “Senso” e marrani del valore fondante e irrinunciabile della sinistra, l’eguaglianza sostanziale.

Ma questa convergenza, che vorrebbe le fedi religiose come humus per la democrazia contro il pericolo nichilista, e che ha affatturato anche pensatori un tempo di riferimento come Habermas, non fa che rendere esplicita e improcrastinabile per l’intera Europa (se ancora ha una chance di nascere) la necessità di radicarsi in una laicità coerente e adamantina, quella “alla francese”, rettificata anzi in alcune sue “concessioni” (scuole private, ad esempio).

La democrazia per funzionare, infatti, e più che mai per uscire dalla sua devastante crisi attuale, ha bisogno di decretare l’ostracismo di Dio dalla sfera pubblica. Valga il vero.

L’eguale sovranità non consiste nella mera conta delle volontà, ma nell’argomentazione reciproca con cui i cittadini mettono capo alla decisione della legge attraverso la scelta dei loro rappresentanti. Se la sfera pubblica si riduce alla semplice conta di volontà irrelate e non vincolate al dovere di “fornire ragioni”, il terreno è già fertile perché si passi dal “perché sì” del voto al “perché sì” del manganello. Un cittadino, e un politico, devono argomentare le proprie scelte, condizione pregiudiziale (benché non sufficiente) per essere tutti concittadini. Ma ogni argomento-Dio nega il dialogo, è autoreferenziale, ne esclude i non credenti o i diversamente credenti, ecco perché il ricorso alla fede non deve avere spazio nella sfera pubblica.

Solo i fatti accertati, la logica, e i valori fondamentali della Costituzione (per la nostra, nata dalla Resistenza, suonano “giustizia e libertà”). Se invece si può “argomentare” perché “Dio vuole così” (lo hanno fatto fin troppi presidenti americani) siamo già alla sharia. Che non a caso, con la benedizione di governi “cristiani”, è ormai vigente in molti ghetti delle metropoli europee.

Twitter @pfloresdarcais
Paolo Flores d'Arcais ha appena pubblicato il volume "La guerra del Sacro – terrorismo, laicità e democrazia radicale", Cortina editore, pp.248, euro 1

Berdini, Montanari, Rossi: se Virginia Raggi sceglie l’eccellenza


di Paolo Flores d'Arcais da Micromega

Lo strumento contundente e monocorde con cui il renziano Giachetti e “Il Messaggero” di Caltagirone cercheranno di manganellare la candidatura di Virginia Raggi, per impedire che Roma possa essere amministrata senza più bacio della pantofola allo strapotere dei palazzinari e altri intrecci affaristico-politici (con ramificate incursioni criminali, si è visto) è uno solo, benché flautato poi in tutte le salse: Virginia Raggi è eterodiretta dalla ditta Casaleggio.

Se però le indiscrezioni del “Fatto Quotidiano” prima e della “Stampa” poi sulla squadra di assessori che Virginia Raggi ha in mente di mettere insieme saranno confermate, quell’arma che la Nuova Cricca Renziana sciorina in campo nazionale da mane a sera sul sistema (dis)informativo televisivo, ormai occupato manu militari, diventerà spuntata, risibile, ridicola, addirittura un boomerang.

I tre nomi fatti dai due quotidiani costituiscono infatti un concentrato di eccellenza di competenze e una lega straordinaria di serietà e passione civile: Paolo Berdini, Tomaso Montanari, Raphael Rossi.

Paolo Berdini è uno dei massimi urbanisti italiani, conosce il territorio di Roma quartiere per quartiere, periferia per periferia, sampietrino per sampietrino, ha una visione strategica che attualizza il meglio della cultura urbanistica e ambientalistica di Roma, quella dei Cederna e degli Insolera, per capirsi. Per la lobby palazzinara che da oltre mezzo secolo imperversa nel sacco lanzichenecco della città è come il drappo rosso davanti alle corna del toro. Per i cittadini una garanzia che Roma tornerà loro.

Tomaso Montanari è non solo un grande storico dell’arte di livello internazionale (i suoi studi sul Bernini ormai “fanno autorità”), non solo è un grande divulgatore anche a livello televisivo (sapere divulgare nel rigore e nella serietà è difficilissimo, potrei portare vari esempi di pessima divulgazione per quanto riguarda l’arte, basati sulla notorietà da risse di talk show anziché sulla competenza), è anche un conoscitore senza pari del patrimonio culturale italiano e delle possibili strategie per valorizzarlo (in direzione opposta a quella disastrosa di Renzi e Franceschini): sarebbe un ottimo ministro della cultura, perciò un assessore fuoriclasse.

Raphael Rossi è uno dei massimi studiosi dei sistemi di smaltimento del rifiuti presi nel loro ciclo intero: nel futuro, ma ormai già nel presente, un problema cruciale della società industrializzata, come hanno capito perfettamente le mafie che già da decenni in questo settore lucrano a dismisura con tutte le cordate di politicanti. Studioso ovviamente non significa, come crede Renzi, intellettuale astratto (in realtà Renzi usa altre espressioni, insultanti, da tipica invidia di ignorante): Rossi ha lavorato per molte amministrazioni locali interessate a realizzare sul serio lo “smaltimento virtuoso” dei rifiuti, con risultati che vengono studiati anche all’estero.

Non voglio indulgere all’ottimismo, la cautela è d’obbligo. Ma se le indiscrezioni sono vere, e se anche per gli altri assessorati Virginia Raggi intende muoversi con questi criteri (eccellenza nella competenza tecnica e passione civile riformatrice, contro tutte le lobby e gli interessi per loro natura ob-sceni) Roma potrebbe avere una squadra di assessori che renderebbe impossibile per qualsiasi cittadino mediamente serio, onesto, desideroso di una città vivibile, non votare per Virginia Raggi.

Certo, dall’altra parte Bertolaso ha fatto outing per Giachetti... Prosit.

lunedì 6 giugno 2016

Saccheggio dello Stato greco: la Commissione Europea pretende l’immunità per gli esecutori


Saccheggio

da vocidallestero

Ecco come avviene il “risanamento” delle finanze dei paesi periferici: gli edifici governativi vengono svenduti ai privati, con l’obbligo per il governo di riprenderli in affitto, che va pagato anche se non vengono utilizzati. E cosa avviene ai funzionari UE che hanno imposto queste truffe ai danni dello Stato greco, sotto la minaccia dei “memorandum”? Assolutamente nulla, perché la UE pretende la loro immunità, pena la mancata erogazione dei “fondi di salvataggio”. Si tratta, come previsto, di una riedizione della Treuhandanstalt, ossia del più grande scempio di patrimonio pubblico della storia, avvenuto dopo l’unificazione a spese dei beni comuni dei cittadini della Germania Est.

Da Keep Talking Greece, 3 giugno 2016

La Commissione Europea si è direttamente intromessa nel funzionamento della magistratura greca, chiedendo che i tecnocrati UE che lavorano per il Fondo per la Privatizzazione Greca abbiano l’”immunità”. La Commissione Europea è intervenuta due giorni dopo che i magistrati anticorruzione di Atene hanno sollevato accuse nei confronti di 3 greci e 3 cittadini UE appartenenti all’HRADF (Hellenic Republic Asset Development Fund ndVdE) per una vendita di asset pubblici che ha provocato una perdita di parecchi milioni di euro ai danni dello Stato.
Venerdì, il protavoce UE Margaritis Schinas ha dichiarato ai giornalisti a Bruxelles che gli esperti UE che lavorano in Grecia per il “programma greco”, dovrebbero essere coperti da una forma di “garanzia”.
“Secondo noi, a tutti gli esperti UE che aiutano la Grecia a migliorare la sua economia e a ritornare alla crescita (coi bellissimi risultati che abbiamo visto ndVdE) dovrebbero vedersi garantiti ampi margini di manovra.” Ha dichiarato Schinas. Contemporaneamente, ha sottolineato che “abbiamo pieno rispetto delle procedure giudiziarie” in corso contro 6 membri del vecchio Fondo di Privatizzazione. Ma il suo intervento non è stato chiaro.
Schinas non si è soffermato sulla richiesta dell’Eurogruppo di un’immunità per i tecnocrati che lavoreranno al nuovo Fondo di Privatizzazione Greco.
L’intervento della Commissione è avvenuto subito dopo che i magistrati dell’accusa hanno accusato 6 membri dell’HRADF per la vendita di 28 asset pubblici. Tre membri sono greci, gli altri tre vengono dall’Italia, la Spagna e la Repubblica Slovacca, nominati dall’Eurogruppo. Le accuse si riferiscono al periodo 2013-2014 e sono stati convocati per testimoniare di fronte al magistrato anti corruzione Costas Sargiotis.
Sono sospettati di “reato di slealtà” e di “utilizzo improprio” delle 28 proprietà statali.
Secondo l’agenzia di stampa AthensNewsAgency, un funzionario UE ha spiegato che Bruxelles teme che se non viene garantita questa immunità, nessun membro delle istituzioni europee vorrà essere assegnato al lavoro da svolgere in Grecia e questo metterebbe a rischio il successo del nuovo Fondo di Privatizzazione.
(Che sarebbe come dire che il boia si rifiuta obbedire agli ordini, se non ha la garanzia di non essere poi accusato di omicidio… NdVdE).
Pertanto l’Eurogruppo ha chiesto al Governo Greco di cambiare opportunamente le leggi, in modo che simili accuse non possano ripetersi in futuro, ha dichiarato il funzionario.
I sei membri e il HRADF: vendere gli asset per poi prenderli in affitto
Le accuse nei confronti dei sei membri dell’HRADF riguardano la vendita e riaffitto di 28 proprietà statali.
Secondo l’accusa, lo Stato Greco ha sofferto perdite per 575 milioni di euro.
Il caso riguarda due aste vinte da due società private. Le aste valevano 2 miliardi e 611 milioni di euro complessivi. I relativi contratti sono stati firmati nel maggio 2014, con lo Stato Greco che si impegnava a riaffittare le proprietà per 20 anni per soddisfare le esigenze di spazi dei servizi pubblici. Il costo di affitto per lo stato greco era di 25,6 milioni di euro per il solo primo anno. Lo Stato è obbligato a pagare anche per gli edifici rimasti vuoti o parzialmente vuoti, perdendoci 6,6 milioni di euro.
Esempi tipici sono l’edificio Keranis e l’edificio del Ministero della Salute.
L’accusa sottolinea anche che in alcuni casi, il “congruo valore della proprietà” è stato sottostimato, riducendo così la somma che lo Stato ha ricevuto e che “il valore della terra non è stato preso in considerazione, così come altri fattori del mercato immobiliare”. (fonti: euro2day.gr, huffingtonpost.gr).
AGGIORNAMENTO: dopo la testimonianza resa ai magistrati, i sei sono stati rilasciati. Hanno respinto le accuse, sostenendo che il loro compito era soltanto di dare una consulenza ma il loro parere non era vincolante per il consiglio dell’HRADF che doveva prendere la decisione finale.
Uno degli accusati è il presidente spagnolo dell’agenzia delle proprietà immobiliari del Governo Spagnolo, un altro è la sua controparte italiana e l’ultimo il presidente della Borsa slovacca. Tutti e tre hanno partecipato al Consiglio degli Esperti che ha raccomandato la vendita degli asset pubblici al consiglio dell’HTADF.
Le proprietà in questione sono: 5 edifici del Ministero della Cultura, dell’Interno, della Giustizia, della Salute e Istruzione, 13 uffici dell’agenzia esattoriale e 5 edifici della Polizia greca. (ProtoThema)
L’assurdità del programma Vendi e Ri-Affitta per gli edifici statali nel contesto del programma di privatizzazioni era già stata discussa quando l’accordo del HRADF era stato siglato e una parte di esso era trapelato alla stampa. Gli scandalosi dettagli dell’accordo sono tornati recentemente alla ribalta, quando è venuto fuori che lo Stato pagava 220 mila euro al mese per un edificio vuoto.
Vediamo un po’: qual era esattamente lo scopo del programma HRADF di Privatizzare e Ri-Affittare le proprietà pubbliche? Che lo Stato greco vendesse gli immobili, ricevesse un ammontare X di denaro per ripagare i creditori, e riaffittasse le proprietà vendute pagando una somma XX ai nuovi proprietari?
Alla fine dei giochi, la Commissione Europea dirà alla Grecia che l’”immunità per i tecnocrati UE” è una selle “azioni prioritarie” che il paese deve intraprendere nei confronti dei creditori per poter ricevere la prossima tranche di “aiuti”…
Ma forse il signor Schinas ha ragione! Che ingrati questi greci che non apprezzano il lavoro degli esperti europei presso il Fondo per la Privatizzazione, specialmente dal momento che quest’ultimo aiuta la Grecia a migliorare la propria economia e a ritrovare il sentiero della crescita.
PS e ora tutti al supermercato ad accaparrarsi un po’ di crescita, con la nuova IVA al 24%.

15 grandi intellettuali dall'America Latina a sostegno della manifestazione per il Venezuela di domani a Roma

da lantidiplomatico


Dichiarazione della Rete internazionale intellettuali e artisti e movimenti sociali in difesa dell'umanità.

 
L'imperialismo stringe i tempi per entrare nuovamente in America Latina. Abbiamo poco tempo. Dopo il colpo di stato contro il Brasile e l'arrivo al potere dell'informatore della Cia Temer, la guerra economica e mediatica senza precedenti contro il Venezuela ha l'obiettivo di distruggere l'integrazione regionale e appropriarsi nuovamente delle risorse petrolifere più grandi al mondo.
 
In queste ore, Bogotà, Madrid e soprattutto Miami sono il centro dell'attività golpista contro il governo legittimo e sovrano del Venezuela. 
 
I vari Uribe, Rajoy, Almagro si sono presto trasformati in marionette di questo disegno. 
 
La storia ci ha insegnato che l'imperialismo non si ferma mai. Come un mostro famelico di diritti, democrazia, sovranità e autodeterminazione dei popoli ha sempre le catene pronte per le popolazioni. Almagro, Segretario dell'Organizzazione degli Stati Americani (OSA), ha ricevuto il chiaro ordine di di fustigare solo il Venezuela e di dimenticarsi dei massacri perpetrati in Honduras (Berta Cáceres), Argentina (Milagro Sala), Brasile (golpe contro un Presidente democraticamente eletto), Messico (Ayotzinapa), Colombia (130 militanti di Marcia Patriottica assassinati nell'ultimo anno), e Paraguay (Curuguaty), solo per citare i casi più emblematici. L'OSA ratifica la sua condizione di Ministero delle Colonie degli Stati Uniti, come opportunamente l’avevano definita Fidel ed il Che. 
 
L'Impero del caos ha mobilitato tutti i suoi ingranaggi e dispositivi per porre fine, a qualunque prezzo, alla Rivoluzione Bolivariana anche a costo di gettare il paese in un bagno di sangue. Il piano è chiaro: ottenere un pretesto per un intervento armato che trasformi il Venezuela nella nuova Siria e l'America Latina in un nuovo Medio Oriente. Dobbiamo mobilitarci per impedirlo. Per questo esprimiamo il pieno sostegno e vicinanza con la manifestazione di Roma a Piazza Vidono di martedì 7 giugno in difesa della sovranità del Venezuela, in difesa dell'autodeterminazione dell'America Latina e in difesa di un sogno che è di tutta l'umanità, quello della pace, della cooperazione e del multilateralismo dei popoli. 
 
Con lo sforzo di tutti, possiamo vincere. Sappiamo che l'imperialismo non si arrenderà. Ma neanche noi lo faremo mai. ¡Chávez vive, la lucha sigue! 
 
Rete internazionale intellettuali e artisti e movimenti sociali in difesa dell'umanità.
 
Attraverso il Prof. Luciano Vasapollo e Rita Martufi, responsabili del Capitolo italiano in difesa dell'umanità, tutta la segreteria Generale ha firmato quest'importante appello alla mobilitazione.
 
Carmen Bohórquez (Coordinadora General de la REDH) 
Alicia Jrapko (REDH EEUU) 
Ángel Guerra (REDH Cuba/México) 
Ariana López (REDH Cuba) 
Atilio Borón (REDH Argentina) 
David Comssiong (REDH Barbados)
Fredy Ñañez (REDH Venezuela) 
Hugo Moldiz (REDH Bolivia) 
Juan Manuel Karg (REDH Argentina) 
Katu Arkonada (REDH País Vasco/Bolivia)
 Luciano Vasapollo (REDH Italia) 
Marilia Guimaraes (REDH Brasil) 
Nayar López Castellanos (REDH México) 
Omar González (REDH Cuba) 
Roger Landa (REDH (REDH Venezuela)

Per tutte le infomazioni sulla mobilitazione in difesa del Venezuela bolivariano del 7 giugno, visita la pagina Facebook

LA BATTAGLIA E' COMUNE

Vilipendio di Stato e alto tradimento



di Tonino D’Orazio

Il primo giugno Francesco Storace è tornato in Tribunale per il caso di vilipendio a Giorgio Napolitano: rischiava anche il carcere. "Sono convinto che un politico debba combattere fino alla fine, tanto più per un reato di opinione commesso da senatore, perseguitato su autorizzazione del ministro della Giustizia (Mastella, sic). Quanto di più illiberale ci sia". Era sotto processo per aver ribattuto a Napolitano affermando: "Semmai è indegno il capo dello Stato" (Re Giorgio aveva definito "indegna" una polemica di Storace su Rita Levi Montalcini che aveva votato la fiducia ad un governo di non eletti). I "mandanti", a suo parere, sono ben chiari: Napolitano e Boldrini (che tra l’altro non scherza sul vilipendio personale con denunce ai privati cittadini). Ironia della storia: Storace poteva essere condannato alla galera per vilipendio al capo dello stato poiché è uno di quei reati fascisti che permangono nella nostra legislazione. E che poteva succedere al 5S Giorgio Sorial che definì «boia» Napolitano? Non perseguito perché forse era giusto? Comunque Storace è stato assolto con formula piena. Subito dopo l'assoluzione, ribadisce l'offesa a Napolitano. "Assolto! L'indegno era quello che stava al Colle...".
Con un bebé in arrivo, una 30enne di Porto Tolle (Rovigo) è rimasta senza lavoro: licenziata. Proprio nei giorni in cui la donna perdeva il posto, il capo dello stato, Napolitano, invitava gli italiani “a fare sacrifici per il bene dell’Italia…”. La donna si è lasciata andare a uno sfogo su Facebook. Vittima dello sfogo non è stata la politica in generale, ma il suo vertice più alto, Napolitano appunto, visto che popolarmente il pesce puzza dalla testa, insultato per aver chiesto questi "sacrifici" agli italiani pur davanti allo sfacelo e alla corruzione del mondo politico e bancario che italiano e per il bene dell’Italia proprio non sembra, tuttora.
A una frase dell'ex presidente della Repubblica: "In Italia abbiamo la Lega, che è diventata la principale espressione di posizioni xenofobe, nazionalistiche anti elitarie e anti istituzionali e soprattutto anti Unione europea", pur nella quasi verità, Salvini aveva risposto immediatamente non solo annunciando querela ma chiedendone anche il ricovero immediato per raggiunti livelli alti di senilità. 
Ultima (sicuramente penultima) sparata dell’ex: "Ci vuole libertà per tutti e nessuno può, però, dire “io difendo la Costituzione votando no e gli altri non lo fanno, perché questo offende anche me. Mi reca un’offesa profonda". Il paese intero ha pianto per l’offesa al megalomane. L’uomo di destra (anche nel PCI) che più ha distrutto la Costituzione si offende perché i partigiani (ANPI) glielo dicono all’unanimità. Forse è un uomo che ha capito che un giorno dovrà rendere conto di ciò che ha fatto. Nella storia è difficile che un uomo solo possa vincere contro il popolo. Alla fine, giustamente, i tribunali avvengono, dopo. Si sa.
La vignetta di Libero  : “Napolitano “pappone” d’Italia” è “satira legittima”. Nemmeno il presidente della Repubblica può considerarsi immune dalle caricature. E’ la sentenza (18 dic. 2013) del tribunale di Milano che dà “non luogo a procedere” contro il direttore del giornale Libero e contro il vignettista Benny. Insomma Je suis Charlie vale anche per noi.



Altra cosa invece l’alto tradimento.
L'alto tradimento è un reato politico commesso dal Capo dello Stato, o da funzionari a conoscenza di segreti di Stato, specialmente di natura militare, quando li rivelano a potenze straniere. Secondo l'art. 90 della Costituzione alto tradimento è uno dei due reati (l'altro è l'attentato alla Costituzione), per i quali, se commessi nell'esercizio delle funzioni, è riconosciuta la responsabilità penale del Presidente della Repubblica e delle altre cariche dello Stato. Questa norma considera alto tradimento anche l'attentato contro la Costituzione dello Stato. A giudicare il reato di alto tradimento commesso dal Capo dello Stato spetta alla Corte costituzionale, degli altri, da tribunali ordinari se non speciali.
Renzi, è stato querelato per alto tradimento per l’adesione al Trattato (perché segreto) TISA (o TTIP). In sfavore della nazione italiana. La querela si estende per lo stesso motivo all’ex presidente Napolitano, alla Boldrini, a Grasso, a tutti i componenti nominati dal governo dei tecnici, a tutti i parlamentari votanti il testo del TISA, e a quant’altri coinvolti nei fatti qui descritti che si ravvisassero nel corso dell’indagine.
Ipotesi di reato sono:  Alto tradimento (art.90 Costituzione); Concorso formale in reato continuato (art 81 CP); Pene per coloro che concorrono nel reato (art. 110 CP) e circostanze aggravanti (art. 120 CP); Attentato contro  l’integrità l’indipendenza e l’unità dello Stato (art 241 CP); Attentato contro la Costituzione dello Stato (art 283 CP); Usurpazione di potere politico o comando militare (art 287 CP); Attentati contro i diritti politici del cittadino (art 294 CP), (magari l’Italicum e le altre leggi elettorali già condannate dalla Corte Costituzionale); Abuso d’ufficio (art 323 CP); Usurpazione di funzioni pubbliche (art 347 CP); Associazione a delinquere (art 416 bis CP) (vendita beni comuni non di proprietà); Falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici (art 476/477/480/481 CP); Falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici (art 479 CP); Falsità commesse dal privato (art 482 CP); Falsità commesse da privato in atti pubblici (art 483 CP); Falsità commesse da pubblici impiegati incaricati di un pubblico servizio (493 CP); Riduzione in schiavitù (art 600 CP)(sarà mica il jobsact?); Furto (art 624 CP); Truffa (art 640 CP) (pensioni e banche); Circonvenzione di persone incapaci (art 643 CP) di difendersi (varie beffe e illusioni economiche); Abuso della credibilità popolare (art  661 CP) (monopolio mediatico totale, dissuasivo o persuasivo).
Sorridete, anche se ogni articolo del Codice vi suggerirà un esempio ad personam in questi ultimi anni, (qualcuno più evidente l’ho già elencato senza voler distruggere la vostra fantasia), magari sancito dalla Corte Costituzionale sulle illegalità in atto oppure dai pur ricalibrati dati Istat sulle menzogne, è giusto per ricordare quanto la nostra legislazione possa conoscere a fondo l’indole e il carattere del popolo italiano. Forse non è riuscita ancora ad elencare tutto, visto che abbiamo sempre bisogno di ulteriori leggi per “precisare” meglio. Pensare che bastavano semplicemente, con “la certezza della pena”,  alcuni dei Dieci Comandamenti, che pur trasudano limpidamente nella nostra legislazione.
  

domenica 5 giugno 2016

Linux o barbarie!

da Ubu Re
 

"Care compagne e cari compagni",  venticinque anni fa nasceva Gnu/Linux (auguri!), un “adorabile”,  efficiente e stabile sistema operativo “libero”, che io utilizzo con grande soddisfazione, su una vecchia, obsoleta ma gloriosa macchina. Una macchina che ad un certo punto, quattro anni fa, decise autonomamente e contro la mia ferma volontà di disfarsi di Windows 7. Ero a letto per un malanno di stagione e dopo inutili, reiterati quanto disperati tentativi di resuscitare la creatura di Bill Gates, ho provato, in un gesto di forsennata visionarietà, forse causata dai cattivi farmaci, ad installare Ubuntu "Precise Pangoline": e magicamente ha funzionato! Ancora oggi, guarito, osservo con stupore  questa macchina che continua egregiamente e un po' rumorosamente a lavorare  (è quella con cui sto scrivendo).

 Linux d'altronde si comporta bene: fa “quasi sempre” ciò che gli viene detto di fare, anche se, naturalmente, ha il carattere  deciso che ci si aspetta e che  in alcune circostanze può sfociare in una parziale scontrosità. Ma in genere, alla fin fine, oltre che affidabile, Linux sa essere anche più che affabile: frugale!... e quando serve, luminosamente ed eminentemente sontuoso. 

Lo ammetto, a volte, per curiosità, cambio “distribuzione”. Ho provato Ubuntu (primo amore), Debian (dura, pura e solida), Fedora (una scappatella), Linux Mint "Rebecca"  (bella e impossibile) e infine Linux Mint "Rosa" con Kde (psichedelica!). Scusate, ma il gergo mi incanta. Tutte gratis, apprezzabili  e facilmente reperibili. Tutte estremamente personalizzabili. Varietà è ricchezza! 
Ma sotto il cofano, come si dice, il “motore” e sempre lo stesso (ma continuamente aggiornato): il kernel Linux, leggero, granitico, capace di riconosce al volo la stragrande maggioranza dell' hardware in circolazione e di subire i peggiori maltrattamenti senza fare una piega. Com'è evidente non sono un genio dell’informatica, anzi! Ma grazie a Gnu/Linux, che adoro, curiosità, lavoro, divertimento, sicurezza, flessibilità sono a portata del mio vecchio PC.
E poi infine… "un tuffo dove l'acqua è più blu": è bello essere  dentro questa “storia di liberazione”  di cui fanno parte Richard Stallman (un genio, creatore di GNU e ideatore della licenza GPL), Linux Torvalds (un simpatico, talentuoso e provvidenziale “ragazzo” finlandese che ha creato il Kernel linux), Ian Murdock (il visionario idealista creatore di Debian)… e tanti altri, protagonisti di un viaggio dentro  nuovi spazi di libertà. Una storia che continua, nonostante tutto, nonostante troppe delusioni e disillusioni. Nonostante la scomparsa, a quanto pare, "care compagne e cari compagni",  di qualsiasi "soggetto" o classe rivoluzionaria, o quantomeno riformatrice o anche solo disperatamente pensatrice... In fondo, grazie a GNU/Linux, questo è ancora uno dei rari ambiti dove  si possa esercitare una piccola scelta, a dispetto delle più o meno grandi piattaforme che dragano profitto nella rete, scelta che può anche essere, sta a noi, etica, estetica, politica o dolente o solo semplicemente "desiderante"... esercizio che iniziò, pensate un po’,  fra gli hacker geni o genialoidi, barbuti o meno, ma certamente "picchiatelli" dell’ Università della California. Tanti anni fa  a  Berkeley




Linux Mint 17.3 "Rosa" - KDE

da
Daniele Giacomini


Software libero

Il software libero è software che fornisce il permesso per chiunque di utilizzarlo, copiarlo e distribuirlo, in forma originale, o anche dopo averlo modificato, sia gratuitamente, sia a pagamento. Il software libero può essere tale solo se viene messo a disposizione assieme al codice sorgente, per cui, a questo proposito, qualcuno ha detto: «se non è sorgente, non è software» (if it’s not source, it’s not software). È importante sottolineare che la «libertà» del software libero non sta tanto nel prezzo, che eventualmente può anche essere richiesto per il servizio di chi ne distribuisce le copie, ma nella possibilità di usarlo senza vincoli, di copiarlo come e quanto si vuole, di poterne distribuire le copie, di poterlo modificare e di poterne distribuire anche le copie modificate.

In alcuni ambienti si preferisce utilizzare la definizione «Open Source » per fare riferimento al software libero nei termini che sono stati descritti, per evitare ambiguità nella lingua inglese. Sotto questo aspetto, nella lingua italiana, come in molte altre lingue, è più appropriato l’uso della definizione «software libero». Si distinguono quattro punti fondamentali, necessari perché il software possa essere considerato «libero»:

libertà 0
la libertà di eseguire il programma per qualunque scopo

libertà 1
la libertà di studiare come funziona il programma e di adattarlo alle proprie esigenze (in tal caso, deve essere disponibile il sorgente)

libertà 2
la libertà di ridistribuire copie del programma
 
libertà 3
la libertà di migliorare il programma e di distribuire tali miglioramenti (anche per questo è necessario disporre dei sorgenti).




Il software che non può essere commercializzato, pur soddisfacendo i punti elencati qui, viene considerato «software semi-libero», come viene chiarito in seguito. Vale la pena di elencare alcune definizioni riferite al software libero.

• software di dominio pubblico
Il software di dominio pubblico è software senza copyright. Di per sé, questo tipo di software è libero, solo che, mancando chi può difenderlo, qualcuno può riuscire ad accamparvi dei diritti; pertanto, alcune copie, o varianti di questo software possono non essere più libere.

• software protetto da copyleft
La parola copyleft («permesso d’autore»), a cui a volte si associa il simbolo , è un’invenzione e vuole rappresentare il copyright di chi, mentre difende il proprio diritto di autore, vuole difendere la libertà della sua opera, imponendo che questa e le sue derivazioni restino libere. In pratica, una licenza appartenente alla categoria «copyleft» impedisce che chi ridistribuisce il software (originale o modificato che sia) possa aggiungere delle restrizioni ulteriori. Il classico esempio di licenza di questo tipo è la licenza pubblica

• software libero non protetto da copyleft
Il software libero non è necessariamente di tipo copyleft e ciò accade quando la licenza non vieta espressamente l’aggiunta di restrizioni da parte di chi lo ridistribuisce. Quando si utilizza software di questo tipo, non è possibile generalizzare: occorre accertarsi dei termini del contratto che riguarda la copia particolare della quale si è venuti in possesso.

• software GPL
La licenza GNU-GPL è l’esempio più importante di licenza che protegge il software libero con il copyleft. Quando si parla di «software GPL» si intende fare riferimento a software protetto con la licenza pubblica GNU-GPL.






Origini del software libero

Il «software libero» è un concetto semplice e intuitivo, ma il percorso attraverso cui si conquista una libertà è sempre difficile. Se oggi questo tipo di software rappresenta concretamente una scelta possibile, lo si deve all’azione di persone che con impegno hanno agito, legalmente, verso il raggiungimento di questo obiettivo. Confondere invece la facoltà tecnica di copiare ciò che si vuole, soprattutto ciò che la legge vieta, non è libertà, ma dipendenza dallo stesso sistema che si crede di combattere.







BSD

Negli anni 1970, i primi utenti di UNIX sono state le università, a cui in particolare questo sistema operativo è stato fornito a costo contenuto, con i sorgenti, ma senza alcun tipo di assistenza, né alcuna garanzia. Proprio questa assenza di sostegno da parte della casa che lo aveva sviluppato originariamente, ha stimolato la cooperazione tra gli utenti competenti, in pratica tra le università. Il maggior fermento intorno a UNIX si è concentrato presso l’università della California a Berkeley, dove a partire dal 1978 si è cominciato a distribuire una variante di questo sistema operativo, con il nome BSD, ovvero Berkeley software distribution.

Per questo software è nata una licenza d’uso che rimane il progenitore della filosofia del software libero: la licenza BSD. Per molto tempo, la variante BSD di UNIX è rimasta relegata all’ambito universitario o a quello delle aziende che avevano acquistato i diritti per utilizzare il codice sorgente dello UNIX originale. Ciò fino a quando si è sentita l’esigenza di ripulire lo Unix BSD dal codice proprietario. Il risultato iniziale è stato 386BSD, pubblicato nel 1992 con la versione 0.1. 
Tuttavia, questa edizione libera dello Unix BSD non ha avuto vita facile, dal momento che da quel punto sono iniziate delle contese giudiziarie sulla proprietà di alcune porzioni di codice ritenute libere (a torto o a ragione che fosse). Dai problemi di 386BSD che hanno causato la sua eliminazione dalla distribuzione pubblica, si sono sviluppati altri progetti indipendenti per ottenere, finalmente, un sistema BSD libero. Il primo di questi è stato nominato NetBSD, al quale si è aggiunto subito dopo FreeBSD e più tardi anche OpenBSD.

Tuttavia, i problemi legali non sono terminati con 386BSD: la variante denominata FreeBSD è stata «libera» solo all’inizio del 1995 con la versione 2.0.

Allo stato attuale, le tre varianti *BSD sono tutte riconducibili a BSD 4.4-Lite, dove le differenze più importanti riguardano le piattaforme hardware in cui possono essere installate e l’origine della distribuzione.





Debian 7 "Wheezy" - Gnome



GNU

Nel 1985, Richard Stallman fonda la FSF, Free software foundation, con lo scopo preciso di creare e diffondere la filosofia del «software libero». Libertà intesa come la possibilità data agli utenti di distribuire e modificare il software a seconda delle proprie esigenze e di poter distribuire anche le modifiche fatte. Queste idee filosofiche si sono tradotte nella redazione di un contratto di licenza d’uso, la General Public License (appendice A), studiato appositamente per proteggere il software libero in modo da non poter essere accaparrato da chi poi potrebbe impedirne la diffusione libera. Per questo motivo, oggi, il copyright di software protetto in questo modo, viene definito copyleft.

Il software libero richiede delle basi, prima di tutto il sistema operativo. In questo senso, l’intento pratico di Richard Stallman è stato quello di realizzare, con l’aiuto di volontari, un sistema operativo completo. Con questo obiettivo è nato il progetto GNU (Gnu’s not Unix), puntando inizialmente alla realizzazione di un compilatore C, quindi alla costruzione di programmi di servizio, soprattutto quelli standard di un sistema Unix tipico, lasciando per un momento successivo lo sviluppo di un kernel. Così facendo, il progetto GNU ha dato vita subito a una grande quantità di software utilizzabile sulla maggior parte delle piattaforme Unix, indirizzando implicitamente il software libero nella direzione dei sistemi di questo tipo.






Minix

Alla fine degli anni 1980, il professor Andrew S.Tanenbaum sviluppa Minix, un sistema operativo Unix per elaboratori x86-16,2 realizzato specificamente per uso didattico. Era sufficiente acquistare il libro a cui era abbinato e si otteneva un sistema completo di sorgenti. Tuttavia, Minix aveva un problema: poteva essere usato, distribuito e modificato, solo per fini didattici. I diritti di questo sistema operativo sono stati ceduti inizialmente alla casa editrice del libro con il quale questo veniva diffuso; tuttavia, nell’anno 2000, Andrew S. Tanenbaum ha ottenuto dalla casa editrice di poter distribuire il sistema Minix con una licenza simile a quella di BSD.







Linux

Linux nasce all’inizio degli anni 1990 come un progetto personale di studio delle funzionalità di multiprogrammazione dei microprocessori x86-32 da parte di Linus Torvalds, all’epoca uno studente all’università di Helsinki, in Finlandia. Inizialmente il lavoro di Linus Torvalds si basava su un sistema Minix, riscrivendo il kernel e adattando successivamente il compilatore e i programmi sviluppati dal progetto GNU. L’idea di Linus Torvalds era quella di realizzare «a better Minix than Minix», ovvero, voleva costruire qualcosa di meglio del sistema Minix.

Dopo molto lavoro, Linus Torvalds arriva a un sistema minimo e soprattutto autonomo da Minix. Il 5 ottobre 1991 invia il messaggio seguente al gruppo di discussione comp.os.minix.


Do you pine for the nice days of Minix-1.1, when men were men and wrote their own device drivers? Are you without a nice project and just dying to cut your teeth on a OS you can try to modify for your needs? Are you finding it frustrating when everything works on Minix? No more all-nighters to get a nifty program working? Then this post might be just for you. As I mentioned a month ago, I’m working on a free version of a Minixlookalike for AT-386 computers. It has finally reached the stage where it’s even usable (though may not be depending on what you want), and Iam willing to put out the sources for wider distribution. It is just version 0.02...but I’ve successfully run bash, gcc, gnu-make, gnu-sed, compress, etc. under it.   


Linux ha coinvolto in breve tempo un numero molto grande di persone, unite dal fatto che si trattava di un progetto libero da qualunque restrizione legale al suo utilizzo, alla sua diffusione, alla possibilità di modificarlo ecc. In pratica, la fortuna di Linux rispetto a Minix, è stata quella di avere scelto subito la licenza GNU-GPL (appendice A), quella che ancora oggi rappresenta la difesa ideale per il software che viene scritto perché sia a disposizione di tutti. Tuttavia, per il successo del kernel Linux è stato determinante il lavoro parallelo del progetto GNU, il quale ha dato al primo tutto quello che serve per un sistema operativo completo: GNU/Linux appunto.





Debian

Nel 1993 Ian Murdock fonda il progetto Debian, con lo scopo di realizzare una distribuzione GNU/Linux libera e accurata. Successivamente, Bruce Perens stila la bozza di ciò che attualmente costituisce le «linee guida», per stabilire cosa sia da intendere «software libero» e cosa invece non rientri in questa categoria, ai fini della distribuzione stessa. Tali linee guida sono note con la sigla DFSG; successivamente, queste hanno dato origine alla definizione di Open Source.

Il progetto Debian ha curato distribuzioni GNU/Linux per le architetture più comuni e anche istribuzioni con combinazioni differenti di kernel e software applicativo.





Open Source

Sulla scia delle linee guida del progetto Debian, nel 1998 nasce la definizione Open Source, a identificare i principi secondo cui il software può essere ritenuto «libero», stilando e aggiornando un elenco delle licenze certificate (http://www.opensource.org ). Dopo la definizione Open Source è apparso l’uso dell’acronimo OSS, per open source software, a cui si sono affiancati anche FOSS, per free open source software, e FLOSS, per free-liberal open source software, ma sostanzialmente equivalenti.






Creative Commons

Nel 2001 viene fondato Creative Commons (http://creativecommons.org ) con lo scopo di trasferire alcuni principi del software libero a opere artistiche di tipo differente. Il lavoro importante di Creative Commons sta nello studio delle problematiche legali che riguardano le opere artistiche in generale, classificando diversi tipi di esigenze da parte degli autori, le quali si traducono in pratica in diversi tipi di licenza, ognuna con un diverso grado di «libertà».





Richard M. Stallman "Software Libero Pensiero Libero" - vol. 1  - vol.2

Linus Torvalds "Rivoluzionario per Caso"