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lunedì 6 giugno 2016

Vilipendio di Stato e alto tradimento



di Tonino D’Orazio

Il primo giugno Francesco Storace è tornato in Tribunale per il caso di vilipendio a Giorgio Napolitano: rischiava anche il carcere. "Sono convinto che un politico debba combattere fino alla fine, tanto più per un reato di opinione commesso da senatore, perseguitato su autorizzazione del ministro della Giustizia (Mastella, sic). Quanto di più illiberale ci sia". Era sotto processo per aver ribattuto a Napolitano affermando: "Semmai è indegno il capo dello Stato" (Re Giorgio aveva definito "indegna" una polemica di Storace su Rita Levi Montalcini che aveva votato la fiducia ad un governo di non eletti). I "mandanti", a suo parere, sono ben chiari: Napolitano e Boldrini (che tra l’altro non scherza sul vilipendio personale con denunce ai privati cittadini). Ironia della storia: Storace poteva essere condannato alla galera per vilipendio al capo dello stato poiché è uno di quei reati fascisti che permangono nella nostra legislazione. E che poteva succedere al 5S Giorgio Sorial che definì «boia» Napolitano? Non perseguito perché forse era giusto? Comunque Storace è stato assolto con formula piena. Subito dopo l'assoluzione, ribadisce l'offesa a Napolitano. "Assolto! L'indegno era quello che stava al Colle...".
Con un bebé in arrivo, una 30enne di Porto Tolle (Rovigo) è rimasta senza lavoro: licenziata. Proprio nei giorni in cui la donna perdeva il posto, il capo dello stato, Napolitano, invitava gli italiani “a fare sacrifici per il bene dell’Italia…”. La donna si è lasciata andare a uno sfogo su Facebook. Vittima dello sfogo non è stata la politica in generale, ma il suo vertice più alto, Napolitano appunto, visto che popolarmente il pesce puzza dalla testa, insultato per aver chiesto questi "sacrifici" agli italiani pur davanti allo sfacelo e alla corruzione del mondo politico e bancario che italiano e per il bene dell’Italia proprio non sembra, tuttora.
A una frase dell'ex presidente della Repubblica: "In Italia abbiamo la Lega, che è diventata la principale espressione di posizioni xenofobe, nazionalistiche anti elitarie e anti istituzionali e soprattutto anti Unione europea", pur nella quasi verità, Salvini aveva risposto immediatamente non solo annunciando querela ma chiedendone anche il ricovero immediato per raggiunti livelli alti di senilità. 
Ultima (sicuramente penultima) sparata dell’ex: "Ci vuole libertà per tutti e nessuno può, però, dire “io difendo la Costituzione votando no e gli altri non lo fanno, perché questo offende anche me. Mi reca un’offesa profonda". Il paese intero ha pianto per l’offesa al megalomane. L’uomo di destra (anche nel PCI) che più ha distrutto la Costituzione si offende perché i partigiani (ANPI) glielo dicono all’unanimità. Forse è un uomo che ha capito che un giorno dovrà rendere conto di ciò che ha fatto. Nella storia è difficile che un uomo solo possa vincere contro il popolo. Alla fine, giustamente, i tribunali avvengono, dopo. Si sa.
La vignetta di Libero  : “Napolitano “pappone” d’Italia” è “satira legittima”. Nemmeno il presidente della Repubblica può considerarsi immune dalle caricature. E’ la sentenza (18 dic. 2013) del tribunale di Milano che dà “non luogo a procedere” contro il direttore del giornale Libero e contro il vignettista Benny. Insomma Je suis Charlie vale anche per noi.



Altra cosa invece l’alto tradimento.
L'alto tradimento è un reato politico commesso dal Capo dello Stato, o da funzionari a conoscenza di segreti di Stato, specialmente di natura militare, quando li rivelano a potenze straniere. Secondo l'art. 90 della Costituzione alto tradimento è uno dei due reati (l'altro è l'attentato alla Costituzione), per i quali, se commessi nell'esercizio delle funzioni, è riconosciuta la responsabilità penale del Presidente della Repubblica e delle altre cariche dello Stato. Questa norma considera alto tradimento anche l'attentato contro la Costituzione dello Stato. A giudicare il reato di alto tradimento commesso dal Capo dello Stato spetta alla Corte costituzionale, degli altri, da tribunali ordinari se non speciali.
Renzi, è stato querelato per alto tradimento per l’adesione al Trattato (perché segreto) TISA (o TTIP). In sfavore della nazione italiana. La querela si estende per lo stesso motivo all’ex presidente Napolitano, alla Boldrini, a Grasso, a tutti i componenti nominati dal governo dei tecnici, a tutti i parlamentari votanti il testo del TISA, e a quant’altri coinvolti nei fatti qui descritti che si ravvisassero nel corso dell’indagine.
Ipotesi di reato sono:  Alto tradimento (art.90 Costituzione); Concorso formale in reato continuato (art 81 CP); Pene per coloro che concorrono nel reato (art. 110 CP) e circostanze aggravanti (art. 120 CP); Attentato contro  l’integrità l’indipendenza e l’unità dello Stato (art 241 CP); Attentato contro la Costituzione dello Stato (art 283 CP); Usurpazione di potere politico o comando militare (art 287 CP); Attentati contro i diritti politici del cittadino (art 294 CP), (magari l’Italicum e le altre leggi elettorali già condannate dalla Corte Costituzionale); Abuso d’ufficio (art 323 CP); Usurpazione di funzioni pubbliche (art 347 CP); Associazione a delinquere (art 416 bis CP) (vendita beni comuni non di proprietà); Falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici (art 476/477/480/481 CP); Falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici (art 479 CP); Falsità commesse dal privato (art 482 CP); Falsità commesse da privato in atti pubblici (art 483 CP); Falsità commesse da pubblici impiegati incaricati di un pubblico servizio (493 CP); Riduzione in schiavitù (art 600 CP)(sarà mica il jobsact?); Furto (art 624 CP); Truffa (art 640 CP) (pensioni e banche); Circonvenzione di persone incapaci (art 643 CP) di difendersi (varie beffe e illusioni economiche); Abuso della credibilità popolare (art  661 CP) (monopolio mediatico totale, dissuasivo o persuasivo).
Sorridete, anche se ogni articolo del Codice vi suggerirà un esempio ad personam in questi ultimi anni, (qualcuno più evidente l’ho già elencato senza voler distruggere la vostra fantasia), magari sancito dalla Corte Costituzionale sulle illegalità in atto oppure dai pur ricalibrati dati Istat sulle menzogne, è giusto per ricordare quanto la nostra legislazione possa conoscere a fondo l’indole e il carattere del popolo italiano. Forse non è riuscita ancora ad elencare tutto, visto che abbiamo sempre bisogno di ulteriori leggi per “precisare” meglio. Pensare che bastavano semplicemente, con “la certezza della pena”,  alcuni dei Dieci Comandamenti, che pur trasudano limpidamente nella nostra legislazione.
  

sabato 27 febbraio 2016

W Marx, W Lenin, W Revelli. Un passo di lato e due indietro

Della opportunità di uscire dall'euro si è detto scritto e riscritto fino allo sfinimento, adesso chi vuol capire capisca. Delle affabulazioni sull'Europa, mito moderno e ultima spiaggia degli irriducibili dell'ontologia antimetafisica, ma non per questo coi piedi per terra, si è pure detto e scritto tanto, che mi viene la nausea. Il solo pensare che basti immaginare un teatro di conflitto e imbastire storie romantiche sugli ultimi che scalzano la strega Merkel e la serva BCE, per far si che questa diventi una narrazione minimamente realistica, è da deficenti. 
Cosa altro c'è da dire se non che la logica e il buon senso è l'ultima inesplorata frontiera che ci rimane.
Ci fossero un Lenin o un Marx invece di un Revelli o un Frantoianni, avrebbero già capito da un pezzo che occorrono non due, ma tre passi indietro. Avrebbero capito che considerare l'Europa il baricentro politico di una politica progressiva, quando questa appare come un diposistivo impenetrabile e congegnato unicamente per far funzionare il liberismo, favorendo alcuni paesi a scapito di altri, è da pazzi. Olte tutto avrebbero colto la vaghezza e l'incostintenza di una proposta politica che più vaga e fumosa non si può, fatta di proclami, appelli, del "vogliamo un'Europa che..." del "sintonizzare i sentimenti", delle "nuove narrazioni" ecc ecc. Avrebbero capito che riaffermare la sovranità di uno stato per poter riaffermare allo stesso tempo diritti e redditi, non è una sconfita, o far tornare indietro le lancette della storia, ma una tappa obbligata per poter davvero scrivere un nuovo capitolo. Se la sinistra avesse spiegato quello che era già chiaro 40 anni fa e cioè che l'Europa era una trappola congegnata dalle oligarchie per affermare il libero mercato e comprimere i diritti dei lavoratori, studiando sodo la maniera di uscirne, e spiegando la convenienza ai lavoratori ed anche alle piccole imprese e a quella parte del capitalismo più illuminato (ammesso che ne esista uno), a quest'ora avremmo un obiettivo chiaro e un'arma potente da puntare contro queste infami oligarchie europee. 
Cari compagni, se persino Napolitano, l'ex compagno Napolitano aveva capito cosa stava succedendo, e ci metteva in guardia contro la moneta unica in un suo discorso al parlamento, perché voi avete perseverato nell'ignoranza e nell'ideologia? Sapevate cosa comportava Maastricht e nonostante tutto avete continuato ad alimentare l'idea di un Europa che con quella di Ventotene c'entrava ben poco. Possibile che l'ideologia vi abbia, ci abbia appannato la mente così tanto? Ce  la siamo presa con i compagni comunisti greci perché, forse a torto, osteggiavano Tsipras, ma non pensate adesso che magari un po' di ragione ce l'avessero pure loro? 
Parliamo di piani B. Ben vengano, ma dovete convincere prima di tutti  voi stessi e e poi tutti noi che possano costituire materia di un programma chiaro e condivisibile. Per avere l'entusiamo necessario a portarlo avanti dobbiamo crederci. 
Per adesso rimango convinto che occorra far un passo di lato e due indietro.

domenica 1 novembre 2015

Parlate chiaro (e chiedete scusa): la tabellina del due. Intervento di Alberto Bagnai al seminario Euro ed Unione Europea


da goofynomics
 
(...che rispetto all'antefatto, quella dello zero, è comunque un progresso...)
(...ormai la situazione è paradossale. Da Meloni a Cremaschi, passando per Cisnetto - e molti altri - il numero e la qualità di chi ha capito che le cose così non vanno cresce di giorno in giorno. Non si tratta di "opinioni". Il dato è oggettivo, risalta agli occhi, e non dipende dalle intenzioni mie, o vostre, o della Merkel, o di Obama. Semplicemente, questa cosa non funziona, e quindi sarebbe il caso di cominciare a parlarne e di capire come tirarsene fuori - dato che sul perché mi pare che dubbi non ne abbia più nessuno, e che comunque che la cosa possa durare per sempre nessuno lo crede sul serio. In questa situazione, chi sono i nemici? Chi sono quelli che lottano attivamente per impedire che si costituisca un movimento trasversale di resistenza a difesa dell'interesse e dei valori della costituzione nazionale? Ma è semplice! Quelli che sanno meglio e da prima di tutti quale sia la cosa giusta, ma sanno anche che chiunque - tranne loro - la farà nel modo sbagliato, ed è quindi meglio che nessuno faccia niente. Sì, ci siamo capiti: quelli dell'uscita a sinistra. Abbiamo avuto la fase "se usciamo ci saranno i fire sales" - e infatti si è visto - ora abbiamo la fase "se usciamo sospenderemo Schengen" - e infatti si è rivisto. Che poi, su, invece di inventarsi tanti giri di parole, uno potrebbe anche avere un minimo di coraggio e dirla come la pensa: "Non ascoltate Bagnai perché è leghista e xenofobo!". Faremmo prima, no? Al convegno di oggi, visibilmente seccato dall'intervento di un uscista da sinistra, un giovane in platea mi guarda e mi fa: "Praticamente quello lì sta dicendo che dobbiamo scegliere fra l'euro o Salvini!". E un meno giovane (scusa, però eri meno giovane): "Esatto. E così facendo senza capirlo fa campagna per Salvini, pensando di farla per se stesso".

Allora, vogliamo parlare di Schengen? Perché questa è l'ultima frontiera degli "uscisti da sinistra": "se uscissimo sospenderemmo Schengen....".
Posso dire sommessamente una cosa?
















































































E STI GRAN CAZZI NON CE LI METTI? 




























































Perché?



































Perché gli "uscisti da sinistra" ultimamente insistono così tanto su Schengen? Credo che sia perché è l'ultima cosa cui pensano di potersi attaccare. Hanno provato con i fire sales (e abbiamo visto com'è andata: si dovrebbero vergognare, glielo avevo detto tre anni or sono, ora non so con che faccia possano andare in giro a dire che l'euro ci protegge, visto che ogni giorno pezzi di aziende più o meno importanti passano in mano straniera); hanno provato col libberismo di Bagnai, ma anche lì, poracci, figure demmerda a raffica: tutto quello che pensavano di insegnarmi era già nel mio libro, ma proprio tutto, e anche di più, perché loro, gli uscisti da sinistra, di controlli dei movimenti di capitali ne parlano solo con tono minaccioso e apocalittico - mentre per me è normale che questi movimenti li si dovrebbe disciplinare, e l'euro è servito proprio a non farlo - e di riportare la banca centrale sotto il controllo del governo non ne parlano proprio - il che rende un po' debole la loro proposta.
E ora Schengen.
"Parliamo di Schengen, che Bagnai nel libro non ne parla, e così lo facciamo passare per leghista, e ci diamo una scialbatina di rosso...". Ma vogliamo ragionare un momento su Schengen? Cos'è Schengen? Siamo sicuri che sia una cosa tanto di sinistra? Nei suoi termini essenziali, è un accordo che facilita la circolazione del fattore lavoro all'interno del mercato unico. Nota bene: ciò che definisce un mercato unico è proprio la libera circolazione dei fattori di produzione - la libera circolazione delle sole merci definirebbe un'area di libero scambio. Ora, l'Atto Unico Europeo - che instaura il Mercato Unico - è del 1986, con entrata in vigore nel 1987, e obiettivo di compimento del mercato unico entro il 1992. Peraltro, ad oggi, come ricorda Majone, il mercato unico ancora non è realizzato, ad esempio per quanto riguarda i servizi - che sono circa il 70% del PIL. Non sto dicendo che sia un bene o un male: sto dicendo che anche qui si è andati avanti alla spicciolata e vendendo come successi e dati acquisiti cose che - come il mercato unico - erano nella migliore delle ipotesi in fieri, e nella peggiore impossibili da realizzare. In ogni caso, gli accordi di Schengen sono dell'anno precedente all'Atto Unico - il 1985 - e le loro disposizioni sono incorporate oggi nel Trattato di Lisbona, fanno parte dell'acquis communautaire, che in italiano si traduce: "o così, o Pomì!". Chi entra se le becca come stanno (e peraltro alcuni paesi sono Schengen senza essere UE, mentre altri sono UE con opt-out - ancora una volta)!
La domanda che mi pongo è: ma la libera circolazione dei fattori di produzione, e più in generale il mercato unico, è una cosa di sinistra? Questo Schengen-fetishism mi sembra sinceramente un pochino inquietante. Va bene, ne abbiamo viste di ogni, ma non pensavo che saremmo arrivati a veder elogiare "da sinistra" le virtù della libera circolazione dei fattori, e del fattore lavoro, e per di più da parte di economisti che per provenienza geografica dovrebbero sapere come si chiama, nel capitalismo, la libera circolazione del lavoro: si chiama emigrazione. Siamo sicuri che sia una cosa "di sinistra" favorire la libera circolazione del lavoro in un'area economicamente integrata ma culturalmente disintegrata, nella quale le barriere culturali rendono i flussi migratori interni necessariamente selettivi (perché a lavorare nei paesi del Nord ci andranno solo i migliori, quelli sufficientemente istruiti da poterselo permettere)? Siamo sicuri che questo tipo di movimenti siano stabilizzanti, servano ad assorbire gli shock, e non ad ampliarli? E, di converso: quando mai dover fare un visto - posto che sia questo il problema - ha impedito a chi voleva andare a lavorare altrove di farlo? Cioè, fatemi capire: chi viene da aree che hanno visto drenate le loro energie migliori verso gli Stati Uniti (dove il visto occorre ancora oggi), chi parla - secondo me a ragione - dei pericoli di mezzogiornificazione dell'Europa meridionale che l'attuale assetto delle regole europee comporta, poi elogia Schengen, cioè il meccanismo che consente al Nord di drenare senza barriere linfa dal Sud? E questa bella prova di keynesismo a intermittenza a cosa serve? A dire a me che sono leghista? Ma allora ditemi che sono leghista, cazzo, se ne avete il coraggio, e dite meno stronzate, però! Se vogliamo metterla sul personale, facciamolo, non ci sono mica problemi: voi dite "Bagnai leghista!", io mi ci faccio una risata sopra (facendo anche notare che personalmente non lo considero un insulto: chi vota Lega avrà i suoi buoni motivi per farlo e io alla democrazia ci credo: semplicemente, non mi rispecchio in quel movimento politico), e passiamo avanti senza inquinare il dibattito con argomenti che non stanno in piedi, fuorvianti, pericolosi. Perché come l'insistenza sui fire sales di fatto offuscava il vero meccanismo attraverso il quale il capitale estero sta predando il nostro paese e distruggendo valore e posti di lavoro, ovvero la compressione della redditività delle nostre aziende sotto un cambio sopravvalutato, così l'enfasi su Schengen in chiave antiliberista sinceramente è dadaismo puro! Cosa c'è di più liberista del provvedimento che ha consentito al capitalismo tedesco di trasformare i PECO nel suo esercito industriale di riserva? Me lo dite voi? E col dadaismo dove si va? Io un'idea ce l'avrei, ma la tengo per me. I miei lettori mi avranno capito...
Sed de hoc satis.
Segue il testo del mio intervento di oggi al seminario Euro e Unione Europea... I lavori sono stati filmati, qualcuno li ha ripresi in diretta Periscope, ma c'erano anche riprese con telecamere fisse, che verranno forse messe su Youtube. A differenza da quanto ho sempre fatto, questa volta il discorso me l'ero scritto, e l'ho praticamente letto, con minimi adattamenti per rimarcare alcuni punti di contatto coi relatori che mi avevano preceduto. Ve lo offro com'è sul mio hard disk. Potrete divertirvi a trovare le differenze - minime - con quanto ho effettivamente detto. Ma il succo è nel titolo del post. E per favore, ora basta con l'uscismo da sinistra: è il cancro di questo dibattito. Le terapie ci sono...)




Ringrazio gli organizzatori per questo invito, che mi ha fatto molto piacere, temperato da altrettanta amarezza. Non ho infatti capito esattamente perché sono stato invitato, e invitato oggi, ma ho accettato l’invito perché esso mi poneva due sfide importanti, una intellettuale, e l’altra emotiva.

Cominciamo dalla sfida intellettuale.

Voi siete, in varie sfumature, eredi di una tradizione comunista, di sinistra, chiamatela come volete (non interessa molto precisarla in questa sede, e credo che interessi sempre meno agli elettori). Vi collocate comunque in quella parte dello spettro visibile (si fa per dire) che va dai 590 ai 750 nanometri di lunghezza d’onda, dall’arancione al rosso.

E allora, cosa posso io dirvi che voi non sappiate già?

Fu Vladimiro Giacché, che avete ascoltato, a segnalare a me, del tutto ignaro e fondamentalmente indifferente alla storia politica di questo paese, anzi, di questa colonia, che c’era stato un tempo nel quale il PCI aveva ben chiare le dinamiche che l’integrazione finanziaria avrebbe attivato in Europa. Basta pensare alla frase lapidaria di Luciano Barca, messa a verbale di una direzione del PCI svoltasi il 12 dicembre 1978: “Europa o non Europa questa resta la mascheratura di una politica di deflazione e recessione antioperaia”.

Ora credo tutti vedano che Barca aveva ragione. Ma chi ha riportato alla luce questa frase, pronunciata in una sede riservata? Perché ce la ricordiamo, oggi?

Perché Vladimiro mi citò, la prima volta che lo incontrai, la dichiarazione di voto di Napolitano contro l’entrata dall’Italia nel Sistema Monetario Europeo (pubblicata sull’Unità, il 14 dicembre del 1978, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci che il 14 novembre 2011 applaudì l’arrivo di Monti). Dal mio punto di vista, il punto culminante di questa dichiarazione è quello in cui Napolitano afferma che l’idea secondo cui l’Italia “potrebbe evitare sviluppi catastrofici solo con l’intervento di un vincolo esterno nella forma di un rigoroso meccanismo di cambio” fa “un grave torto a tutte le forze democratiche italiane”.

Quando nell’agosto 2011 denunciai sul Manifesto l’antidemocraticità dell’euro, che non credo qui oggi qualcuno voglia contestare, dopo gli esempi di Grecia e Portogallo, non sapevo come questa antidemocraticità fosse già perfettamente chiara (sub specie SME) a Napolitano 33 anni prima. Con me lo ignoravano molti italiani che a differenza di Vladimiro lo avevano dimenticato o, come me, non l’avevano mai saputo. Lo hanno poi appreso nel 2012 grazie al mio libro, in cui riportavo questo discorso. Giornalisti come Marco Palombi, letto il Tramonto dell’euro, sono andati a rivedersi archivi e atti parlamentari, e così ora sappiamo cosa diceva Barca, o Spaventa, che, sempre alla Camera, chiariva ilproblema nodale, quello dei rapporti di forza. Diceva, Spaventa, che l’area monetaria europea rischiava di “configurarsi come un'area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese dello sviluppo dell'occupazione e del reddito”, e questo perché “non sembra mutato l'obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna.”

Il paragrafo del mio libro nel quale cito Napolitano ha un titolo molto sintetico: “Sapevano”. E se sapevano loro allora, sarebbe strano che oggi voi non sapeste più, quando quelle che Barca, Napolitano, Spaventa prospettavano come rischiose eventualità sono diventate cronaca quotidiana.

Questo anche perché Barca, Napolitano, Spaventa, con tutto il rispetto per chi non c’è più, davano in quella circostanza prova di onestà intellettuale, ma certo non di particolare genialità, né in ambito politico né in ambito economico. Il loro discorso era una minestra riscaldata. Gli argomenti di Spaventa (il compagno Spaventa del 1978, non il compagno di articoli di Giavazzi) provengono pari pari da un lavoro dell’economista laburista James Meade scritto nel 1957, mentre quelli di Napolitano da un lavoro dell’economista laburista NicholasKaldor, scritto nel 1971. E attenzione! Non sto dicendo che fosse plagio: sto dicendo che, come dimostro nel mio ultimo lavoro, in corso di pubblicazione, queste riflessioni erano (e sono) materiale assolutamente standard nel pensiero progressista europeo: erano cose che nessuno si sarebbe mai sognato di contestare. Era stato Meade a dire, quando ancora il sistema monetario internazionale si basava sui cambi fissi, che “se un paese in surplus come la Germania avesse voluto fare politiche deflazionistiche”, allora in Europa “si sarebbe dovuto usare l’arma difensiva del riallineamento di cambio”, soprattutto “nelle fasi iniziali del processo di integrazione economica”.

Ora, i rapporti di forza che queste analisi delineano non sono mutati, anzi, si sono rafforzati (in peggio). Peraltro, a me sembra stano che studiosi di estrazione marxista non capiscano che istituzioni e regole riflettono i rapporti di forza prevalenti. In questo senso, pensare a un’Europa a trazione tedesca le cui regole “imbriglino” la Germania è una solenne imbecillità, come lo è l’idea che il nazionalismo si combatta con una supernazione europea.

Come abbiamo fatto a ridurci così?

Va detto che oltre a quello che Barca, Napolitano, Spaventa vedevano, c’era anche quello che non potevano vedere, ma che per noi dovrebbe ormai essere evidente: l’integrazione monetaria finanziaria non solo richiede che agli squilibri si risponda con deflazione e recessione a danno delle classi subalterne (questo loro lo vedevano), ma:

[1] esaltando la mobilità del capitale, aumenta il potere di ricatto di quest’ultimo nei riguardi del lavoro (“non accetti un taglio dei salari? E io me ne vado all’estero…”); e:

[2] promuovendo la finanziarizzazione dell’economia, è al tempo stesso causa ed effetto dello smantellamento dello Stato sociale.

Il capitale vuole meno Stato non perché aborra moralisticamente gli sprechi, ma perché vuole prosaicamente appropriarsi del risparmio che nelle socialdemocrazie europee è (era?) intermediato dallo Stato, cioè perché vuole lucrare su sanità, previdenza, istruzione. Fa male constatare che anche la sinistra sia caduta nell’equivoco diattribuire la crisi alla finanza pubblica, quando sappiamo che la radice della crisi era ed è nella finanza privata. Un equivoco che è servito a legittimare posizioni di austerità “punitiva” nei riguardi dello Stato a vantaggio del capitale, e a corroborare i negazionisti dell’euro.

Perché a sinistra abbiamo un serio, e del tutto aberrante, problema di negazionismo.

Nel suo ultimo articolo “Perché l’euro divide l’Europa?”, Wolfgang Streeck chiarisce in modo mirabile che i sistemi monetari sono istituzioni. L’idea che la moneta sia un dispositivo tecnico neutrale appartiene alla tradizione liberale, smithiana. Quindi, in buona sostanza, chi a sinistra dice “l’euro è solo una moneta” ragiona come Oscar Giannino. E chi non capisce che una cosa come la moneta unica, fatta per far circolare meglio i capitali, fa comodo al capitale, e quindi meno decisamente comodo al lavoro, chi non capisce questo non ragiona nemmeno come Giannino: non ragiona e basta.

Ma voi queste cose le sapete, le avete sempre sapute: se siete “di sinistra” fanno parte del vostro DNA, come vi ho appena ricordato. E allora, dichiaro persa la mia sfida intellettuale. Cosa potrei dire di nuovo a chi, per il suo percorso politico, sa già tutto, perché lo ha appreso in tempi non sospetti dai propri padri nobili?

Niente.

Resta allora la sfida emotiva.

Quanto seguirà potrà non piacervi, potrà sembrarvi eccessivamente personalistico. Ma io sono cresciuto sentendo dire che “il personale è politico”, e ci credo. Se sono qui è perché il successo della mia divulgazione è legato all’aver adottato un metodo di comunicazione estremamente personale. Molto spassionatamente, vedete, la mia sensazione è questa: che voi non mi abbiate invitato perché volevate farlo, ma perché in qualche modo avete dovuto farlo.

Il dato è che tutti gli snodi ai quali abbiamo assistito negli ultimi anni, dalla sostituzione di Berlusconi con un governo tecnico, al fallimento di questo governo, all’avanzata delle destre (compreso il PD), all’implosione della Germania, erano stati da me anticipati il 23 agosto 2011 sul Manifesto. Non era difficile arrivarci. La lettera della BCE era sufficientemente inquietante: “avete un problema di finanza pubblica, riformate il mercato del lavoro!”. Un messaggio apparentemente incoerente: che c’entrano le regole di contrattazione collettiva nel comparto privato con un eventuale eccesso di spesa pubblica? Ma era chiaro, per chi avesse un minimo di cognizioni di economia, che in questa follia c’era del metodo, e ne abbiamo parlato.

Da allora, i miei libri, i miei interventi, il mio blog, sono serviti ad aprire gli occhi anche a persone molto più addentro di me alla storia politica ed economica di questo paese come Vladimiro (che, bontà sua, lo riconosce). Ma quando il 13 dicembre 2012, dopo un anno e mezzo di tentativi di apertura a sinistra, organizzai un incontro con esponenti di Rifondazione e SEL a Roma, gli argomenti (tuttora visibili nel mio blog, nel post “La tabellina dello zero”) erano ancora di una povertà culturale sconcertante, e, soprattutto, erano quelli della destra neoliberale più becera! “Non si può rimettere il dentifricio dentro al tubetto” (Ferrero e Boldrin), “la svalutazione colpirebbe i lavoratori” (Gianni, e Giannino, e Giannini). Non mancai di farlo notare, e quindi, ovviamente, quando poi, a maggio 2013, Rifondazione organizzò un suo seminario su “La crisi economica e il ruolo dell’Europa”, io non c’ero, con un certo sconcerto in Bellofiore e Porcaro (per citare due intellettuali “di area”), i quali non capivano perché la sinistra non coinvolgesse chi da parte sua aveva cercato così strenuamente di coinvolgerla.

Ma la sinistra era impegnata in altro: era impegnata a liquidare come nazionalista, fascista, leghista, monarchico, liberista, e chi più ne ha più ne metta, chi stava facendo maturare negli italiani la percezione di quali rapporti di classe si estrinsecassero nella costruzione europea. Quante volte mi sono sentito dire “tu sei solo un economista, ma la politica è sogno, si nutre di simboli” e via delirando! Questo negazionismo del ruolo dei rapporti sociali di produzione (alias: economia) nel determinare i percorsi storici e politici non fa molto onore a chi lo propugna da sinistra. Siamo sicuri che sminuire il ruolo dell’economia sia marxismo?

Ma il punto è un altro: cosa dicevo io effettivamente nel mio libro? Forse è il caso di ricordarlo, oggi:

“Se anche fuori dall’euro ci fosse un baratro economico, sarebbe comunque dovere morale e civile di ogni italiano opporsi al simbolo di un regime che ha fatto della crisi economica un metodo di governo, che ha eletto a propria bandiera la deliberata ed esplicita e rivendicata soppressione del dibattito democratico [nota: quello che pensava Napo nel 1978]. Se accettiamo questo metodo, non ci sono limiti a quello che ci potrà essere imposto. E l’unico modo per opporci è rifiutare l’euro, il segno più tangibile di questa politica e dei suoi fallimenti.”


Non c'è male, vero, per uno che ragiona in termini riduttivamente economicistici?


Non ci sono limiti significa che non ci sono limiti, e lo abbiamo visto. Oggi qualcuno ha detto "non potevamo immaginare"! Scusate, sono in conflitto di interessi, ma devo dirlo: non vi veniva chiesto di immaginare.

Sarebbe bastato leggere.

Credo che ora si veda come poiché la sinistra non si è opposta al simbolo del capitalismo trionfante, cioè all’euro, questo capitalismo abbia perso qualsiasi freno inibitore. Non basta l’esempio della Grecia? Non basta l’esempio del Portogallo? Vogliamo aspettare che anche qui, a casa nostra, l’eversione veicolata dai Trattati europei, che Vladimiro denuncia con tanta chiarezza, si manifesti in tutta la sua violenza? Lo capite che allora sarà troppo tardi?

E allora, avviamoci a concludere. Se, come do per scontato, qui abbiamo tutti capito come stanno le cose, se non abbiamo dimenticato quello che era chiaro a Barca e Spaventa nel 1978, due snodi sono assolutamente essenziali perché questa consapevolezza si trasformi in un’azione politica efficace:

[1] chiedere scusa;

[2] dare un messaggio chiaro.

Parto dalla seconda. È inutile, insensato, regressivo, baloccarsi oggi con l’idea che “però un’altra Europa – o un altro euro – avrebbe potuto essere possibile”. Anni di ricerche sulle basi ideologiche e sul processo storico che hanno condotto alla moneta unica ci dicono che questa è stato un assoluto e totale successo: il suo scopo era sbriciolare Stato sociale e diritti dei lavoratori (per motivi chiari ai comunisti negli anni ’70 e dati per scontati dalla letteratura scientifica), ed è stato raggiunto. Se anche questo non fosse chiaro qui, è chiaro, sempre più chiaro, fuori da qui, anche per merito (o colpa, dipende dai punti di vista) mio. Quindi se non volete parlare solo “ai vostri” (cosa che, per definizione, già fate, ma che alla prova dei numeri evidentemente non basta), se volete recuperare spazi politici, non potete ignorarlo. Il messaggio deve essere chiaro e inequivocabile: l’euro non è una “solo una moneta” (come direbbero Smith o Giannino o altri). L’euro è, ed è sempre stato, fin dall’inizio un confine: il confine fra democrazia e oligarchia finanziaria. Si può legittimamente stare da una parte o dall’altra, ma illudersi e illudere che esista un euro “democratico”, cioè che un’Europa le cui regole sono state scritte dal capitale finanziario e a misura di capitale finanziario possa condurre a assetti sociali più equilibrati, significa compiere un’operazione di ottundimento delle coscienze reazionaria e controproducente.

Perché si continua a fare questa operazione?

Lo sappiamo tutti.

Se si fosse svolto nel novembre 2011, quando ho aperto il mio blog, questo incontro si sarebbe comunque svolto troppo tardi. Questa è la fonte della mia amarezza. È stato perso tempo prezioso, per tanti motivi. Chi lo ha perso deve in qualche modo giustificarsi. E da questo tentativo, un po’ goffo, è nata in Italia, e sta nascendo in Francia, la mistica dell’uscita “da sinistra”.

Vi risparmio gli aspetti comici di questa mistica (trovo ridicolo che mi si venga a insegnare nel 2015 quello che ho scritto nel 2012, per farsi perdonare di non averlo detto nel 1999, ma lasciamo stare).

L'uscismo da sinistra non è un cancro solo italiano. Jacques Sapir, un economista marxista che con i suoi studi sul costo del federalismo europeo, ripresi da Streeck nel suo libro (e da me nel mio, peraltro), è riuscito a convincere qui da noi Fassina e D'Attorre (e all'estero molti altri) dell'impossibilità che euro e sinistra possano convivere, bene: lo stesso Jacques, a casa sua, è persona non grata per la sinistra, e questo perché? Perché in diversi dibattiti televisivi ha cercato di spronare Mélenchon a prendere posizione, ma così facendo ne ha pubblicamente certificato il ritardo sulla storia. Ora quello Mélenchon, come altri "leader" europei, "non potevano immaginare", ma che nel mio libro era scritto, si è palesato senza margini di dubbio. Ma Mélenchon non può ammettere di aver perso tempo, e quindi, per giustificarsi, sta animando anche in Francia un farsesco dibattito sull'uscita a sinistra, demonizzando chi, pur di mandare le cose avanti, ha fatto quello che deve fare qualsiasi intellettuale veda in pericolo gli interessi del proprio paese e delle sue clasi subalterne: parlare a tutti.

Niente di nuovo sotto il sole.

Vorrei però portare la vostra attenzione su un altro aspetto, cruciale: arrampicarsi sullo specchio dell’uscita da sinistra è il modo sbagliato per scaricare le proprie responsabilità. Quello giusto, come ho cercato di chiarire fin dall’inizio nel mio blog, è chiedere scusa. Voi qui rappresentate tante anime della sinistra, tanti sigle: qualcuno è un po’ più fucsia, qualcuno un po’ più scarlatto, ecc. Sono tanti percorsi che hanno le loro motivazioni, tutte rispettabili. Voi conoscete i motivi della vostra alterità rispetto al PD (col quale comunque avete condiviso e condividete significative esperienze di governo), e probabilmente riterreste ingiusto che vi venissero accollati i costi politici di scelte compiute da Prodi o da Visco, per citarne due.

Il danno l’hanno fatto loro: perché dovreste scusarvi voi?

Fondamentalmente per due motivi: perché avete perso tempo (quello lo avete perso voi, e l'ostracismo al quale sono stato soggetto, a dire il vero battendomene abbastanza, ne è comunque prova), e perché per quelli che non sono “vostri” la distinzione fra voi e Prodi o Renzi è molto sfuocata: voi siete “sinistra”, e la “sinistra” ha rivendicato l’euro come un successo (salvo intendersi su cosa sia, questo successo), e per questo è odiata, anche perché il paese ha capito quello che D'Attorre lucidamente confessa: l'amore della sinistra per l'Europa è stato la manifestazione più estrema dell'odio della sinistra verso l'Italia, verso un paese del quale si sentiva migliore, senza che questa convinzione fosse supportata da particolari motivi.

Non è possibile portare avanti una battaglia politica efficace e su scala nazionale senza dare un messaggio chiaro, e non è possibile dare un messaggio chiaro senza una precisa assunzione di responsabilità, senza un minimo di autocritica. Quando nel febbraio 2012 scrissi “Eurodelitto ed eurocastigo”, esortando la sinistra a fidarsi della capacità di comprensione della sua base, a chiederle scusa, e a girare pagina, i tempi erano senz’altro prematuri, era troppo presto perché un discorso simile venisse recepito. Ma oggi, carissimi, dovrebbe essere molto più evidente: guardate cosa ha fatto Tony Blair, in un contesto totalmente diverso, e con ovvie finalità opportunistiche. La corda è stata tirata troppo: non ci si può rivolgere in modo credibile agli elettori altrui senza spiegare perché si è difeso un progetto così delirante, anche se non lo si è difeso (perché da fuori certe distinzioni sfuggono).

Non si tratta di andare con la corda al collo e il capo cosparso di cenere sulle scale del Campidoglio.

Si tratta di dire chiaro e tondo che è stato fatto un errore di valutazione, e (per chi avesse bisogno di salvare la faccia), che un progetto che poteva avere senso negli anni ’70, quando c’era la cortina di ferro e l’inflazione a due cifre, non ha evidentemente più senso oggi, in deflazione e con assetti geopolitici del tutto diversi, tanto più che esso ha fallito rispetto ai due obiettivi che si proponeva esplicitamente: spostare a occidente l’asse dell’influenza tedesca (e l’allargamento a Est dell’UE è stato propugnato dalla Germania con effetti devastanti per noi) e accelerare il processo di integrazione europea (che grazie all’euro è ormai irrimediabilmente compromesso); mentre è fin troppo ovvio che i veri obiettivi erano altri, e sono stati raggiunti (con la complicità di chi ha taciuto). Siamo nella crisi più grave dell'ultimo secolo, e la gente ormai lo ha capito e ne ha i coglioni pieni di trovarsi davanti politici che dicono che tutto va bene e che loro non hanno nulla da rimproverarsi.

Questa responsabilità politica, ripeto, dovete avere il coraggio di assumervela. Chiedere scusa diventerà un modulo di comunicazione politica, l’unico efficace (talvolta anche nella sua ipocrisia).

Non fatevi scippare anche le forme dalla destra, dopo esservi fatti scippare i contenuti.

Tanto vi dovevo, e vi ringrazio per avermi ascoltato.



(...e la sfida emotiva? Bè, ho perso anche quella. Perché quando alla fine è arrivato uno che ha esordito con "non sono un economista ma" e ha proseguito con "m'ha detto micuggino che la svalutazione sarebbe del 30%" ho sclerato e me ne sono andato. La disonestà intellettuale non si può spingere fino a dire "non ci sono analisi". Ci sono. Chi dice il contrario certifica come minimo la sua ignoranza - e oggi chi esprime opinioni non informate oggettivamente contribuisce a un progetto criminale - e nel peggiore dei casi un grado inaccettabile di pessima fede. E io, sinceramente, ne ho i coglioni pieni. Tuttavia mi dispiace di essermi indignato. La platea era sufficientemente satura di certe idiozie, e forse avrei fatto meglio a starmene cheto e godermi il risentimento che montava verso tanta inconsistente e boriosa supponenza - "non ci sono analisi? Sai cosa ti dice non ci sono analisi?" - parte italiana e parte nopea. Ha provato a consolarmi Vlad, dicendo che anche Lenin non era esattamente un campione di bon ton. E anche in questo aveva illustri precedenti - Lenin, non Vlad...

giovedì 3 ottobre 2013

Nel Canale di Sicilia...

di Franco Berardi

Nel Canale di Sicilia centinaia di migranti oggi sono morti affogati dalla legge Bossi Fini e da una classe politica di mascalzoni.
Oggi è giorno di festa per Letta Alfano e Napolitano.
Festeggiano la sconfitta di Berlusconi, dimenticando un piccolo particolare: il programma con cui Berlusconi venne sulla scena politica nel 1993 si è integralmente realizzato. L’uomo di Mediaset e della P2 voleva che dopo Tangentopoli i democristiani continuassero a governare. Non trovò il democristiano capace di eseguire il suo progetto e allora se ne dovette occupare personalmente. Venti anni dopo, sulla scena politica sono rimasti solo democristiani. Ma soprattutto l’uomo di Mediaset e della P2 voleva distruggere la forza dei lavoratori, ridurre i salari alla metà costringere i lavoratori a sottomettersi al ricatto infinito della precarietà. Anche questo è perfettamente riuscito grazie ai governi di centro sinistra e a quelli di centro destra che si sono succeduti in perfetta coerenza e continuità.

Nel Canale di Sicilia c’è una fossa comune nella quale per sempre giacciono migliaia di uomini donne e bambini che le guerre armate dalla follia economica e religiosa cacciano dalle loro case a cercare lavoro e a trovare morte.
Nelle varie regioni della penisola decine di migliaia di migranti soffrono in campi di concentramento nazisti inventati dai democratici Turco e Napolitano e rinforzati dai non meno democratici Bossi e Fini con l’istigazione al’omicidio che si chiama “respingimento”.

Ma oggi è giorno di festa per una classe politica di mascalzoni e di servi.
Festeggiano la ritrovata forza di governo che permetterà loro di distruggere definitivamente la società italiana, di generalizzare a tutta la forza lavoro il decreto schiavista firmato per i lavoratori dell’EXPO, che prevede l’imposizione di lavoro gratuito.
Festeggiano l’unità che permetterà loro di eseguire i dettati degli speculatori che hanno sottomesso il progetto europeo agli interessi delle grandi banche, e passo passo stanno conducendo l’Europa verso la guerra civile.

A Lampedusa giungono cadaveri dentro buste di plastica azzurra.
Quanti altri migranti devono uccidere ancora gli assassini in festa, prima che qualcuno cancelli l’infamia della loro legge?


venerdì 19 luglio 2013

“Il governo Letta non si tocca”. L’ultimo diktat di Re Giorgio


di Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena da Micromega

La Costituzione? È carta straccia. La Repubblica come soppiantata da una monarchia, quella dello Statuto Albertino. Al comando, lui. Da solo. «Re Giorgio», come lo chiamò il Times. Giorgio Napolitano detta la linea, magari esautora il Parlamento (come sulla vicenda degli F35), commissaria il Pd (quello da anni) e, in nome della governabilità, costringe milioni di elettori del centrosinistra ad inghiottire rospi che somigliano a vitelli.

Il Presidente è il garante delle “larghe intese”, terminologia soft per ricordare che si sta parlando in realtà dell’inciucio con Silvio Berlusconi e i suoi aiutanti Angelino Alfano, Renato Brunetta, Daniela Santanché e compagnia cantante. Eppure guai a chi osa criticare il suo operato. La divisione in Italia non è tra destra o “sinistra”, o tra Pd-Pdl e M5S; la discriminante è altra: o si considera Napolitano il salvatore della Patria (c’è chi lo pensa e c’è chi non lo pensa ma lo dice perché conviene farlo) o lo si considera uno dei peggiori Presidente della Repubblica.

La storia di Napolitano è quella di un comunista sui generis: del passato ha abbandonato la tensione ideale (cosa che lo accomuna a tutti i dirigenti ex Pci ora del Pd), ma ha conservato e anzi reso vincente il pragmatismo più spinto di sovietica memoria. A dimostrare che la storiella del bambino buttato con l’acqua sporca ha, se possibile, dei risvolti ancor più drammatici: butti il bambino e ti tieni l’acqua sporca. Proveniente dal partito napoletano, storicamente roccaforte stalinista, favorevole all’invasione dei carri armati russi a Budapest nel 1956, primo dirigente comunista a volare negli Stati Uniti, “migliorista” di primo piano — la “destra” interna al Pci — e vicino ai socialisti di Bettino Craxi (la sua corrente a Milano fu l’unica del partitone rosso toccata da Tangentopoli), poi presidente della Camera durante Mani Pulite, nel 2006 diventa presidente della Repubblica. E diventa protagonista indiscusso. Trasformando un ruolo di garanzia in uno di giocatore attivo, l’arbitro che si fa attaccante.

Ottobre 2010. Berlusconi è agonizzante. Gli scandali delle escort lo stanno travolgendo, la sua maggioranza in frantumi, i cattolici all’attacco. L’opposizione prepara la mozione di sfiducia ma Napolitano («prima va approvata la legge di stabilità») la calendarizza dopo un mese dando il tempo al Cavaliere di comprare una decina parlamentari e salvarsi il 14 dicembre successivo. Olé. Un anno dopo, Berlusconi getta la spugna. Non è in grado di proseguire, la pressione dell’Europa è fortissima. Si va al voto? No, con l’incubo spread alle porte Napolitano impone al Pd la carta Monti. Il tecnico della salvezza con il loden taumaturgico. Un anno, con lui, di lacrime e sangue in cui il Pd, spesso in imbarazzo, è costretto a difendere l’indifendibile come la riforma Fornero. Tredici mesi di Monti per ritornare alle urne e scoprire che SuperMario era un’invenzione (ottimamente veicolata) di Napolitano: il consenso, ahimè, era un’altra cosa.

Qui entra in ballo il fattore Bersani che perde elezioni già vinte e soprattutto si incarta sul nuovo nome per il Colle: Franco Marini, Romano Prodi e infine, pur di non sostenere Stefano Rodotà (è di sinistra, cosa ci volete fare), ecco la richiesta a Napolitano per il bis. La prima volta nella storia repubblicana. Napolitano accetta con un solo discrimine: le larghe intese siano accettate e condivise da Pd e Pdl. Un governissimo, come i diamanti, è per sempre. Così il governo Letta è in vita, la sua creatura in tutto e per tutto. Il compito dell’esecutivo è fare subito una nuova legge elettorale, qualche riforma strutturale e poi di nuovo alle urne nel 2014. Invece dopo 100 giorni la legge elettorale è già un’eco lontano, le misure economiche sono state rimandate a settembre e intanto si sta provando a stravolgere la Costituzione. Un fallimento, o magari un successo: dipende dai punti di vista. Con gli smacchiatori che finiscono smacchiati. E gli elettori del centrosinistra, come da copione, gabbati.

«Se cade il governo contraccolpi irrecuperabili per Paese», ha detto oggi «Re Giorgio». Senza spiegare esattamente a cosa si riferisse. Traduzione: caro Pd non fare scherzi e non invocare le dimissioni del ministro a sua insaputa Alfano, per il quale il Cavaliere minaccia la crisi di governo. Napolitano ordina. Il Pd ubbidisce. Berlusconi ringrazia.


lunedì 1 luglio 2013

Ossimori

Tonino D'Orazio 

Treccani: “figura retorica che consiste nell’unione sintattica di due termini [ndr.o fatti] contraddittori, in modo tale che si riferiscano a una medesima entità”. L’effetto che si ottiene è quello di un paradosso apparente.
Figura molto utilizzata dai politici in questi anni. L’ossimoro è sintetico e spesso di grande effetto confusionario. Molto spesso per presa per il sedere. Non comporta responsabilità, si può dire tutto e fare il contrario di tutto. Il passato non conta, il presente solo nell’istantanea e il futuro sempre pronto ad avvenire in meglio. Tutto credibile, malgrado la menzogna costante.
Alcuni esempi.
Il ministro italiano della Difesa (o della Guerra?) in merito all’acquisto degli inutili bombardieri F-35: "per amare la pace bisogna armare la pace"! Avremmo bisogno di 40 bombardieri in più. Alzata di scudi. Scuse pronte.
Altri politici avevano già commentato gli avvenimenti internazionali, Bonino compresa, con una “guerra per la pace e la democrazia.” Gli effetti collaterali importano poco. New york, il senatore repubblicano Lindsey Graham: ”Con i droni abbiamo ucciso 4.700 persone. A volte capita di uccidere degli innocenti. Ma siamo in guerra e in questo modo siamo riusciti a eliminare dei membri di alto livello di Al Qaeda”. Solo loro sanno chi sono. L’intelligence americana e la Casa Bianca si sono sempre rifiutate di divulgare numeri e dettagli su attacchi di questi tipo, a cui sempre più spesso e’ ricorsa la presidenza Obama, che li ha classificati come non divulgabili. Ossimoro: ma non è un Nobel per la pace “santo subito”?
L'annuncio solenne sulla lotta all'evasione fiscale globale approntato dal premier inglese Cameron. Ottanta i paesi firmatari fino a oggi, ma mancano ancora i paradisi fiscali più conosciuti, tra cui le Bermuda ancora parte del sistema del Commonwealth inglese, ossia formalmente una dipendenza della Regina. L’importante è dirlo ad effetto oggi. Domani tutti avranno dimenticato.
Si è passati velocemente da “la libertà non ha prezzo” della Resistenza alla monetizzazione dei diritti con il “prezzo della libertà” del neoliberismo. (Quando cominceremo a chiamarlo neofascismo ?).
Ossimoro: “tolleranza zero”. Le leggi scappano in avanti lasciandosi dietro strascichi illegali e insoluti. Proiezione dell'Automobile Club d'Italia. In Italia circolano 4 milioni di veicoli sprovvisti di copertura assicurativa, di cui 2,8 milioni sono autovetture.
Il pilatesco Napolitano “sulla drammatica caduta occupazionale dei giovani”: Le organizzazioni sindacali (eh già!! Gli altri che c’entrano!) "si trovano di fronte a una sfida di grande complessità": devono (loro) "tenere insieme la prioritaria difesa dei diritti e della dignità del lavoro con l'individuazione degli interventi e degli strumenti innovativi necessari (cosa dare ancora?) per superare la drammatica caduta dell'occupazione specie giovanile". Scrive Napolitano al segretario generale della Cisl, Bonanni, dopo aver controfirmate in questi anni tutte le leggi più infami e disastrose del mercato del lavoro. Una operazione perfettamente riuscita in questi anni, lacrime della Fornero e piagnisteo continuo della Confindustria inclusi.
I topolini (oppure ossimori) di Letta:
"Per una famiglia-tipo, che consuma circa 2700 chilowatt/ora, lo sgravio si traduce in una riduzione di circa 1 o 2 cent di euro a kw/h, che tradotto su base annuale vuol dire circa 5 euro di risparmi a famiglia. Una beffa, sempre per le famiglie. Magari per le imprese, in particolare per quelle che consumano molto, si tratta di un risparmio che può arrivare anche a 10mila euro. Immediatamente dopo: "Dal primo luglio la bolletta della luce aumenterà di 10 euro all'anno" (veramente dell’1,4%). Sul fronte del gas arriveranno invece notizie migliori, in attesa della fortissima riduzione che scatterà (sempre al futuro) da ottobre per una vera e propria rivoluzione (questa parola rimane un ossimoro da sola) già dal primo luglio ci sarà una riduzione in bolletta dello 0,5/0,8%, che per una famiglia tipo si tradurrà in un risparmio di 12-14 euro all'anno".
Pensate a Monti e la monotonia del posto fisso quando sentenziò: “Addio all'idea del posto fisso. I giovani devono abituarsi all'idea che non lo avranno. Che monotonia il posto fisso, è bello cambiare". Oggi dall'alto di un narcisismo inscalfibile dall'insuccesso certifica: “Nel novembre 2011, lasciando l'università per assumere la guida del governo in un momento particolarmente difficile per l'Italia e per l'Europa, dissi che non consideravo concluso il mio impegno in Bocconi e che sarei rientrato per completare il mandato conferitomi fino al 31 ottobre 2014”. Quando ci si affeziona al posto fisso, non bastano nemmeno le multiple pensioni e lo stipendio fisso, che è pur sempre una bella cosa. Anzi, dopo il clamoroso aborto elettorale, aveva l'incredibile pretesa che qualcuno, magari Napolitano, comunque puntasse su di lui come presidente della Repubblica.
Sulle modifiche alla Legge Fornero, che per i lavoratori si deve intendere sempre in peggio, il testo ovviamente tutto a vantaggio dei padroni, è abbastanza definito: ridurre o addirittura eliminare le pause tra un contratto a termine e l'altro (chi dovrebbe farlo?), alleggerire i vincoli sulla causale dei contratti (cioè togliere gli ultimi sembianti diritti rimasti) e allargare i paletti dell'apprendistato (magari facendoli rimanere tali fino alla vecchiaia), sia alleggerendo i vincoli sulla formazione (meglio all’acqua di rose) sia abbassando la percentuale dei contratti che alla fine devono essere stabilizzati (quando si dice no al posto fisso). Gli incentivi all'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro potrebbero tradursi in una deduzione Irap (cioè la coperta corta della sanità) per le assunzioni stabili (che qualcuno crede ancora). Abolizione dei contributi previdenziali. Tanto pagherà l’Inps con i soldi degli altri lavoratori. Ma sviluppare il lavoro, soprattutto quello giovanile, prima che tutti scappino da questo paese, significa sempre dare i soldi ai padroni e senza risultati?
Le agevolazioni nell'acquisto dei macchinari, se non polvere, sono fumo (ossimoro) negli occhi: in un paese al 73° posto nella classifica mondiale “Ease of doing business”, 160° su 185 per il rispetto dei contratti, 11° per gravame fiscale e 104° per difficoltà di ottenere credito. Questa misura si configura come un incentivo perverso a "darsi da fare" se ci si riesce. Non è più facile esportarli i macchinari? Magari in Croazia, appena entrata nell’Unione europea, con una valanga di fondi da Obiettivo 1 per lo sviluppo?
I titolari di un’azienda di cosmetici di Chongqing, in Cina, hanno costretto i dipendenti a percorrere in ginocchio una delle piazze centrali della città, di fronte a centinaia di passanti attoniti.
Senza staccare gli occhi dal pavimento, i dipendenti dovevano camminare a quattro zampe: questa strana umiliazione è stata un’idea dei dirigenti per testare la capacità di resistenza, anche psicologica, dei loro lavoratori. L’esperimento è risultato valido o è stato un fallimento? Non lo sappiamo. Vediamo di testarlo in Italia per un approfondimento psico-scientifico e un manuale a futuro utilizzo.