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giovedì 6 settembre 2012

Scherzano con Grillo

di  Marco Travaglio (da ComeDonChisciotte)
 
Può darsi che Grillo, come sempre, abbia esagerato quando ha detto che partiti e media al seguito, insultandolo ogni giorno con una campagna di "odio", istigano a delinquere contro di lui qualcuno che potrebbe passare "dal tiro al bersaglio metaforico a quello reale, come negli anni di piombo". Certo ha sbagliato le parole: anche lui usa l'insulto come arma di lotta politica; e tirare in ballo l'odio - come fecero B. e i suoi giannizzeri, attribuendo a chi lo criticava la qualifica di "mandante morale" dell'attentato della statuetta - non è solo un déjà vu: è un'assurdità, visto che almeno i sentimenti dovrebbero restare fuori dalla dialettica politica.

Ma le reazioni del mondo politico e giornalistico (sempre più simili, tanto da sembrare ormai un tutt'uno) è penosa. Francesco Merlo, su Repubblica, arriva a scrivere che, siccome Grillo è un comico, non va preso sul serio. Forse non gli è ancora giunta notizia che Grillo è il fondatore e il promotore del Movimento 5Stelle che alle ultime amministrative, con candidati tutt'altro che comici (semmai giovani), ha raccolto l'8,2% ed è ormai nei sondaggi il terzo partito d'Italia (con circa il 15%).

Resta poi da capire perché dovremmo prendere sul serio i politici di professione che hanno trascinato l'Italia alla bancarotta. Scrivere, infine, che "persino se lo trovassimo steso per terra, penseremmo: guarda cosa deve fare per tirare a campare un povero professionista del ridicolo" fa semplicemente accapponare la pelle.

Perché non si può affatto escludere che qualcuno prima o poi sogni di (o addirittura lavori per) mettere "Grillo steso a terra".

Forse una ripassatina alla storia patria non guasterebbe: si scoprirebbe che nei momenti di passaggio - come nel 1992, al tramonto della Prima Repubblica, e come oggi, al tramonto della Seconda - si muovono dietro le quinte forze oscure. E forse nemmeno tanto: mafie, servizi più o meno deviati, logge più o meno spurie, insomma gli stessi soggetti che nel '92 tentarono di infiltrare la Lega, che a quel tempo, per il Sistema, possedeva la stessa carica dirompente che oggi possiede il movimento di Grillo. Fu allora che il presidente Cossiga suggerì, per eliminare Bossi, di "infilargli una bustina di droga in macchina".

Le mafie e le loro quinte colonne nelle istituzioni votano e fanno votare. E, se non trovano interlocutori affidabili, sparano - magari travestite da Falange Armata - per farli uscire allo scoperto e trattare. Grillo, da questo punto di vista, è totalmente inaffidabile. "Per fare politica in Italia devi essere ricattabile", disse un giorno Giuliano Ferrara col consueto cinismo.

Ecco: Grillo ha tanti difetti, ma non è ricattabile, avvicinabile, trattabile. L'idea che il suo movimento condizioni la politica dei prossimi anni non può che allarmare i criminali d'alto bordo adusi alle trattative e ai patti sottobanco con politici di lungo corso, molto ricattabili, avvicinabili e trattabili (anzi, spesso già ricattati, avvicinati e trattati). In Parlamento, specie a destra e al centro, ma anche nel centrosinistra, le mafie hanno i loro interlocutori. In 5 Stelle, anche per motivi anagrafici, no.

Si può pure ironizzare sull'allarme di Grillo: ma sempre ricordando che, quando parla, tuona, insulta (ma propone pure, anche se nessuno si confronta mai sul merito delle sue proposte), lo fa senz'alcuno scudo tra la sua faccia e la gente. I politici che, soprattutto a sinistra, gli danno del populista, barbaro, fascista, nazista, assassino e altre carinerie (le ultime sono un compenso in nero, subito smentito, e un appello - falso pure quello - a picchiare i marocchini: a proposito di "macchina del fango"), lo fanno ben scortati e nascosti dietro plotoni di uomini armati.

Eppure anche i politici più a rischio lo sono infinitamente meno di Grillo. Dargli una martellata in testa è la cosa più facile del mondo. E anche infilargli una busta di droga in macchina: anche perché la macchina è la sua, non un'autoblu con autista e gorilla.
 

Fonte: www.ilfattoquotidiano.it
 

domenica 1 luglio 2012

Lo sbaglio del Travaglio


Travaglio si sbaglia di grosso e si dimostra molto ingenuo. A voler tentare di incarnare l'eredità di una destra austera e dalla schiena dritta, che invoca la tradizione come fonte ispiratrice di retti principi, idee campate per aria che stanno solo nella testa di chi ci crede, spesso si prendono grosse cantonate. I tedeschi non sono affatto virtuosi, fanno solo i loro interessi, con la differenza che li sanno fare meglio di noi. 
Sembra quasi che il giornalista Travaglio abbia introiettato la categoria di “popolo tedesco” come incarnazione di uno spirito etico destinato a fare la storia. Fra l'altro come lo stesso Monti ha ricordato anche i virtuosi tedeschi se ne sono fregati di sforare con i parametri del debito quando gli è convenuto, allo stesso modo del resto di Francia ed Italia. Il problema però è proprio questa ideaccia assurda e fuorviante del debito, una parola che racchiude in sé un richiamo ingannevole alle virtù della lealtà e della laboriosità. Il fatto che i governi italiani presenti e passati si siano comportati come dei banditi, dilapidando denaro pubblico per i loro interessi, non ha niente a che vedere con la concezione del debito pubblico in economia e l'austerità per ripianare il debito non può essere un un alibi per mandare in rovina intere nazioni.
Se Travaglio leggesse qualcosina di economia oltre che di cronaca politica e giudiziaria, capirebbe che le teorie economiche neoclassiche e liberiste, non sono le uniche teorie economiche in campo, e addirittura non sono nemmeno, diciamo così, le uniche teorie “standard” dell'economia. Keynesismo a parte esistono diversi orientamenti molto autorevoli, e vorrei citare il Prof. Giovanni Dosi, che considerano profondamente errate le politiche di austerità. Il debito è uno spauracchio che ci agitano in faccia allo stesso modo in cui noi adulti ricorriamo all'immagine della strega cattiva delle fiabe per spaventare i bambini. Il problema, Travaglio dovrebbe saperlo, visto che ormai è un tema predominante in politica ed in economia, è stampare moneta sovrana. Il debito è un rapporto numerico virtuale e non ha mai ucciso nessuno, nemmeno un'Italia ultra indebitata di Prodi, che addirittura e forse proprio in ragione del debito, stava molto meglio di quella di adesso. Travaglio dovrebbe anche sapere che Stati Uniti e Giappone hanno fra i debiti pubblici più elevati al mondo, ma se la cavano senz'altro meglio di noi. Lì semmai il problema è la redistribuzione delle risorse e la regolamentazione del sistema bancario e finanziario. Le risorse, lo sappiamo, purtroppo sono sempre ripartite malamente, ed è questo il problema che dovrebbe starci maggiormente a cuore, non il debito,  ma sappiamo anche che quando puoi stampare moneta e dare un indirizzo alla tua economia, non sei costretto necessariamente ad affamare i tre quarti della popolazione. Pagando un piccolo prezzo con l'inflazione, puoi finanziare scuole, ospedali, ricerca e quant'altro. Questo è il nocciolo della questione caro Travaglio e non un ipotetica virtù teutonica contrapposta ai vizi di regimi corrotti, intorpiditi dalla brezza mediterranea. Poi se vuoi possiamo anche discutere su quale tipo di economia vogliamo fondare il nostro futuro, possiamo discutere di beni “compatibili” o “riproducibili”, di green economy, di crescita e decrescita ed anche di corruzione che danneggia l'economia e il tessuto sociale, argomenti per i quali mi trovo spesso d'accordo con te, ma se lo stato non spende, non c'è né benessere, né crescita sociale, culturale o umana.
Questa dell'austerità è un'operazione pianificata con cura per concentrare il potere in poche mani, attraverso una catastrofe telecomandata. Un buon giornalista dovrebbe opporsi con tutte le sue forze a questo disegno, non cercare di imitare goffamente Montanelli. Mi puoi credere, il mio non è complottismo da due soldi, altrimenti dovremmo arruolare anche Krugman e molti altri fra le schiere dei complottisti. Le strategie politiche volte a modificare la geografia del potere sono sempre esistite nella storia e sempre esisteranno. I tedeschi hanno dimostrato in più di un'occasione che non è per virtù che agiscono, ma solo per interesse, ficcatelo bene in testa.
Credere in uno stato etico fra l'altro fa venire in mente brutte cose.

domenica 25 marzo 2012

La coccodrilla preventiva


Molte volte ho criticato Travaglio, soprattutto per le su opinioni su Israele e sulla questione palestinese. Da qualche tempo però mi trovo a condividere i suoi editoriali parola per parola. Quando mette in evidenza l'incoerenza del Pd e del governo Monti con il suo puntiglio solito nel riferire fatti e corcostanze, provo un senso di sollievo. Per fortuna mi dico, qualcuno che ricorda e che usa la logica per smascherare ominicchi e quaquaraquà con l'abito da cerimonia. 
La gente che ci governa è ipocrita, falsa e mediocre, i soli fatti pur spiattellati con salace arguzia, purtroppo però non bastano per liberarcene, ma sono almeno un buon lenitivo.

di Marco Travaglio da Triskel182


Lacrime di coccodrillo”: così la Camusso ha definito il rammarico della Fornero perché la sua controriforma “non è condivisa da tutti”, cioè perché qualcuno ancora si ostina a non pensarla come lei. Non sappiamo se madama Fornero sia un coccodrillo. Ma, se lo è, trattasi di esemplare nuovo, geneticamente modificato: il coccodrillo che piange prima. Il 18 dicembre, un mese dopo le sue lacrime in favore di telecamera,la Fornero disse al Corriere: “L’articolo 18 non è un totem” (forse voleva dire tabù). Poi, di fronte alle prevedibili polemiche,ingranò la retromarcia: “Non avevo e non ho in mente nulla che riguardi in modo particolare l’art. 18. Sono stata ingenua, i giornalisti sono bravissimi a tendere trappole. Vogliamo lasciarlo stare questo art.18? Io son pronta a dire che neanche lo conosco, non l’ho mai visto”. L’8 gennaio Monti smentì la retromarcia:“Niente va considerato un tabù. In questo senso il ministro Fornero ha citato l’art.18”. Il 30 gennaiola Fornerosmentì la smentita: “L’art. 18 non è preminente, ma non dev’essere un tabù”. E via a sproloquiare sul “modello tedesco”: quello che prevede l’intervento del giudice per ogni licenziamento. Invece la controriforma Foriero esclude dal reintegro giudiziario i licenziamenti per motivi economici, anche se camuffano quelli disciplinari e discriminatori. È così, tra una bugia e l’altra, che s’è svolta tutta la trattativa su un non-problema, “non preminente”, “mai visto”: infatti alla fine l’art. 18 esaurisce praticamente l’intera “riforma del mercato del lavoro”. Il resto è fuffa, anzi truffa. Monti dice che l’art. 18 frena gli investimenti esteri. Ma l’ha subito sbugiardato persino il neo presidente di Confindustria, Squinzi: “In linea generale non credo sia l’art.18 abloccare lo sviluppo del Paese. Le urgenze sono altre: burocrazia, mancanza di infrastrutture, costi eccessivi dell’energia,criminalità”. Per Napolitano la “riforma è ineludibile per adeguarsi alla legislazione dell’Europa”. Monti aggiunge che, se avesse stralciato l’articolo 18 dalla“riforma”, “l’Europa non avrebbe capito”. E allora perché l’Europa capisce benissimola Germania, che consente a ogni licenziato, per qualunque motivo, di appellarsi al giudice che può decidere sempre fra l’indennizzo e il reintegro? Sul Corriere, Ferruccio de Bortoli trova “inquietanti” i “toni apocalittici di molti commenti” che “descrivono un paese irreale”,“tradiscono una visione novecentesca, ideologica e da lotta di classe, che non corrisponde più alla realtà della stragrande maggioranza dei luoghi di lavoro. Dipingono gli imprenditori (che hanno le loro colpe)come un branco i lupi assetati che non aspetta altro se non licenziare migliaia di dipendenti”. Potrebbe chiedere informazioni al suo principale azionista,la Fiat, che a Melfi ha cacciato tre lavoratori solo perché facevano i sindacalisti e a Pomigliano richiama al lavoro solo i cassintegrati non iscritti alla Cgil, facendo carta straccia della Costituzione e dello Statuto dei lavoratori. Poi de Bortoli violenta due volte la logica,usando i numeri bassissimi di licenziati reintegrati per dimostrare che la controriforma dell’art. 18 non fa male a nessuno. È vero che “solo l’1% delle pratiche di licenziamento gestite dalla sola Cgil tra il 2007 e il 2011è sfociato in riassunzioni o reintegri”: ogni anno i giudici si occupano di 6 mila licenziati e ne reintegrano solo 60. Ma questo dimostra l’opposto di quel che vuol sostenere de Bortoli. E cioè: l’art. 18 è un argine fondamentale contro i licenziamenti ingiusti,che con la controriforma saranno molti di più; ed è falso che oggi i giudici impediscano alle aziende di licenziare in caso di necessità. Ergo non c’è alcun motivo di toccare l’articolo 18. E quanti lo vogliono stravolgere non sono mossi da ragioni economico-produttive, cioè tecniche. Ma politiche o,come direbbe de Bortoli, ideologiche. Ecco, per favore: ci risparmino almeno le balle.

Da Il Fatto Quotidiano del 25/03/2012.