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domenica 22 novembre 2015
Il ritorno degli Stati nazione e la fine dell'UE
I terribili avvenimenti di Parigi hanno gettato la Francia nel caos, e il Presidente Hollande ha fatto quanto ci si aspettava da lui, proclamando lo stato di emergenza. Secondo Sapir la massima autorità francese probabilmente non si è resa conto dell’importanza della sua decisione: proclamando lo stato di emergenza e avocando a sé speciali poteri, il Presidente ha – probabilmente senza volerlo – riaffermato che la sovranità francese è nazionale e non può appartenere a nessuna entità europea sovranazionale. Questa svolta – analizzata da Sapir in termini giuridici – avviene proprio mentre l’Unione Europea si sta sgretolando, e potrebbe essere il primo passo nella riaffermazione degli Stati-Nazione.
Di Jacques Sapir (traduzione VocidallEstero) dal Blog di Beppe Grillo
"Gli attacchi che hanno sprofondato Parigi nel lutto venerdì 13 novembre suscitano in noi orrore e ribellione. No, non è la prima volta che viene versato sangue a Parigi. Sono ancora freschi nella nostra mente i ricordi degli eventi della tragedia che si svolse presso la redazione editoriale di Charlie-Hebdo e presso il negozio Hyper-Casher lo scorso gennaio. Continuiamo a piangere i morti. Ma le carneficine multiple di questo 13 novembre hanno portato un salto qualitativo nell’orrore e nella meschinità. Ora è il tempo del lutto e del cordoglio per le vittime e i loro cari. Il tempo di agire verrà dopo. Ma è importante che esso venga illuminato da un periodo di riflessione. E, riguardo a questa riflessione, emerge la questione della proclamazione dello stato di emergenza di François Hollande.
Questo annuncio ha conseguenze che vanno ben oltre le sue implicazioni pratiche. Nel decidere di proclamare lo stato di emergenza, come è definito dalla legge dal 1955, François Hollande sta facendo una mossa di cui probabilmente non ha compreso tutta la dimensione e la portata. Perché ha dato ragione a tutti coloro che difendono il principio di sovranità.
Il ritorno della sovranità
Dobbiamo allora sottolineare il fatto che nel decidere di decretare lo stato di emergenza, il Presidente della Repubblica ha compiuto un atto sovrano. Lo ha fatto in nome di tutti noi, in nome del popolo francese. Ma, così facendo, nel decidere lo stato di eccezione e che cosa deve essere fatto all’interno dello stato di eccezione, ha riportato sulla ribalta politica la questione della sovranità, contraddicendo quanto sostengono i leader dell’Unione Europea e i loro teorici. Inoltre, lo ha fatto in un momento in cui l’Unione Europea si trova in una situazione critica. Gli accordi di Schengen sono, a tutti gli effetti, decaduti, e possiamo vedere una convergenza delle crisi: in Grecia, in Portogallo e anche in Gran Bretagna (con il referendum su una possibile uscita dall’UE) così come in Spagna, dove il problema della Catalogna è noto a tutti. Questo è il contesto molto particolare della sua decisione.
Non possiamo sapere se egli fosse cosciente del significato profondo delle sue azioni ed è probabile che egli creda di stare solo rispondendo a una semplice emergenza. Ma la sua decisione ha implicazioni che vanno ben al di là di essa. Essa segna il forte ritorno della nozione di sovranità.
Sappiamo, infatti, che per Carl Schmitt (giurista e filosofo politico tedesco NdVdE) «il sovrano è colui che decide in una situazione eccezionale». Questa definizione è importante. Quindi è importante esaminare attentamente queste parole. Emmanuel Tuchscherer giustamente osserva che esse «designano infatti il legame tra il monopolio della decisione, che diventa il marchio essenziale della sovranità politica e una serie di situazioni riepilogate con il termine Ausnahmezustand, che, di là della genericità della «situazione di eccezione,» qualifica quei casi limite che C. Schmitt enumera nella stessa sezione senza realmente distinguerli: «in caso di necessità» (Notfall), «lo stato di urgenza» (Notstand), le «circostanze eccezionali» (Ausnahmefall), in breve, la situazione tipica dell’ extremus necessitatis casus che di norma impone la sospensione temporanea dell’ordinamento giuridico ordinario». È importante capire che questa sospensione dell’ «ordinamento giuridico ordinario» non implica la sospensione di tutto l’ordinamento giuridico. Al contrario. La legge non si ferma con la situazione d’eccezione, ma si trasforma. L’azione della legittima autorità diventa, nel contesto di una situazione d’eccezione, un atto giuridico. E si capisce quindi l’importanza di una chiara definizione della sovranità.
Schmitt spiega la questione in diversi modi, ritornando più volte alla sua formula iniziale: è quindi sovrano «colui che decide, in caso di conflitto, qual è l’interesse pubblico e qual è l’interesse dello Stato, la sicurezza, l’ordine pubblico e la salute pubblica». In realtà, questo è più di un semplice chiarimento. Notiamo che questa nuova definizione infatti trasforma l’identificazione della sovranità dall’essere un criterium organico (la domanda quindi è «chi decide?» o, nel vocabolario giuridico, quis judicabit?) a qualcosa di molto più concreto, specificando le circostanze in cui (in una situazione di conflitto) e le materie per le quali (l’interesse pubblico e l’interesse dello stato) diventa necessario governare per decreti. Si noterà anche che l’interesse dello stato viene distinto dall’interesse pubblico. Ma mentre l’interesse dello stato viene definito (la sicurezza e la salute pubblica, l’ordine pubblico), l’interesse pubblico rimane indefinito. Dobbiamo cercare di capirne il perché.
Come si definisce l’interesse pubblico?
L’interesse pubblico non può essere definito a priori, perché tale approccio, infatti, significa limitare il potere della comunità politica. Tuttavia, questo è precisamente il punto dove Schmitt afferma il primato della sovranità. Solo la comunità politica, che noi chiamiamo la gente, è in grado di definire l’interesse comune e nessuno può pretendere di orientare o limitare la sua capacità di farlo. Da questo punto di vista, Schmitt è a favore della sovranità popolare. Ma la gente decide in un dato momento, ed è importante qui capire il significato di questi termini.
La definizione dell’interesse comune ,infatti, può essere fatta solo all’interno di un contesto, a meno di far finta che la gente, o i suoi rappresentanti, possano essere dotati di onniscienza ed essere in grado di definire in anticipo la totalità degli scenari in cui si dovesse definire l’interesse comune. Eppure, è proprio l’emergere brutale di un contesto nuovo e minaccioso che induce la «situazione di eccezione». Questo è assolutamente essenziale. L’esistenza di una situazione di eccezione, quella che i giuristi chiamano il caso di «extremus necessitatis», è comunque citata da Bodin (filosofo e giurista francese NdVdE) perché esenta il sovrano dalla normale osservanza della legge. Bodin cita il caso emblematico dell’eccezione legale, con un’interruzione della legge normale, ma senza che il principio della legge stessa venga interrotto. La natura della sovranità stessa è profondamente legata allo stato di eccezione attraverso il quale rivela sé stessa.
Per Schmitt, è il contesto del conflitto – o della situazione di emergenza se si vuole estendere il ragionamento – che serve a definire questo interesse comune. Schmitt indica quindi i limiti inerenti l’argomento giuridico e, più precisamente, i limiti di un argomento essenzialmente fondato sulla nozione di legalità.
Questo argomento, che lui avversa, può essere considerato come un esempio di positivismo giuridico. Questo è perché pretende di definire per legge, o in altre parole, legalmente, ciò che può essere definito solo per rilevanza, vale a dire per legittimità, che l’argomento strettamente legale si rivela incapace di comprendere il senso profondo dello stato d’eccezione e, oggi, dello stato di emergenza. Questo argomento legale non può logicamente qualificare tale situazione puramente fattuale che, per definizione, tracima dagli argini delle consuete categorie legali.
Ma è altrettanto evidente che questo interesse comune, che funge da base e giustificazione per lo stato d’eccezione e per lo stato d’emergenza, può essere provocato e anche degenerato dalle azioni del governo. E questo solleva la questione del rispetto della legge, quando la legge stessa può essere temporaneamente sospesa.
La nozione di “legale” nel contesto dello stato di emergenza
Nasce quindi l’esigenza di scoprire con che mezzi lo Stato costituzionale può imbrigliare le autorità pubbliche in situazioni critiche dove queste tendono proprio a sciogliersi dalle solite limitazioni, pur rispondendo ai vincoli specifici di una situazione d’eccezione. Anche se la decisione di ricorrere a qualche forma di stato di eccezione, ad esempio lo stato di emergenza, si sviluppa ai margini dell’ordinamento giuridico normalmente prevalente, essa non sfugge completamente alla legge, dal momento che non esiste alcuna situazione d’eccezione a meno che essa non sia espressamente qualificata come tale. La situazione di eccezione sospende in tutto o in parte l’ordine giuridico ordinario, per come funziona in circostanze normali. Ma la situazione di eccezione non esonera del tutto l’ordine legale. In nessun caso c’è un vuoto o una totale assenza di legge. La situazione d’eccezione mostra al contrario la vitalità di un’altra variante di questo ordine. Possiamo considerare che sia l’ordine politico o sovrano normalmente nascosto dietro il quadro puramente formale e procedurale dell’ordine normativo del diritto comune: «In questa situazione, una cosa è chiara: lo stato resiste, laddove la legge recede. La situazione d’eccezione è sempre qualcosa di diverso dall’anarchia e dal caos, e questa è la ragione per cui, in senso giuridico, un ordine esiste ancora, pur essendo un ordine che non è quello della legge. L’esistenza dello stato ha qui un’incontestabile superiorità sulla validità della norma legale.».
Schmitt ha rivisitato la nozione di sovranità in un lavoro seguente sul Concetto della Politica. Egli porta alla ribalta l’opposizione centrale “amico-nemico”, come giustamente osservato da Tuchscherer. Ma pone anche al centro del dibattito: «l’unità sociale […] a cui appartiene la decisione nel caso di un conflitto e che determina il raggruppamento decisivo tra amici e nemici». Una possibile interpretazione è che questa «unità sociale» non è nient’altro, o non dovrebbe essere nient’altro, se non le persone che agiscono, la «gente stessa.» In realtà, è l’opposizione “amico-nemico”, che definisce la politica, ma questa opposizione può essere sollevata solo dall’«unità sociale». E a quest’ultima spetta l’onere di definire quelli che sono gli antagonismi concreti, i conflitti concreti e, infine, le situazioni di crisi. Oggi capiamo molto meglio il significato di questi concetti. Ed è in questo senso che François Hollande si è appena schierato a favore dei sovranisti, prendendo debitamente atto del significato della sovranità.
È probabilmente ironico che sia un Presidente così indeciso, sottoposto ad i vari diktat europei, che sta prendendo su di sé la decisione di imporre lo stato di emergenza, facendo così il ricorso proprio a quegli stessi meccanismi che professa di detestare. Ha dovuto farlo, perché gli eventi glielo hanno imposto. L’interesse comune solleva la testa nelle crisi, in un contesto particolare. Ma la sua decisione è una tappa, e non di poco conto, verso la ricostruzione della sovranità nazionale in un momento in cui l’Unione Europea sta collassando. È probabile che, seguendo la sua abitudine di voler conciliare gli estremi, il nostro Presidente, osservando con stupore la sua stessa audacia, farà un tentativo di invocare l’Europa. Non importano le parole che potrebbe utilizzare. Quel che è fatto è fatto e non può essere facilmente annullato. François Hollande, suo malgrado, ha appena dato nuova vita e il posto che merita alla sovranità e al sovranismo".
domenica 10 marzo 2013
Les italiens expliqués aux enfants
di Pierluigi Sullo da democraziakmzero
Nel 1988, Jean-François Lyotard pubblicò un libro dal titolo fulminante: “Le postmoderne expliqué aux enfants”, il postmoderno spiegato ai bambini. Che arrivava dopo “La condizione postmoderna”, uscito all’inizio degli anni ottanta. In quei libri, il filosofo francese analizzava la disgregazione delle “grandi narrazioni”, l’illuminismo (e il liberalismo) e il marxismo, alle prese con la trasformazione radicale della società, dell’economia, della geografia dei poteri. Dopo un quarto di secolo, gli elettori italiani “hanno votato due clown”, come ha detto il capo della Spd tedesca.
Qualcuno dovrebbe azzardarsi a scrivere un libro intitolato “Les italiens expliqués aux enfants”. C’è infatti chi pensa che gli italiani sono un popolo bizzarro, irresponsabile, e chi dice che sono annegati nel provincialismo, hanno cioè staccato le connessioni con il resto del mondo. Dappertutto gli elettori votano – sempre meno – per i partiti tradizionali, e tradizionalmente divisi in “destra” e “sinistra”, restando perfino in Grecia al di qua dell’abisso che si spalanca oltre l’orlo dell’euro (dato che il mondo è tornato piatto, ed ha la forma di una moneta). E dappertutto, quando protestano, i cittadini assumono lo stile degli Indignados, del movimento Occupy, della gente di piazza Tahrir al Cairo. Ovvero: i sistemi politici reggono, bene o male, mentre a ondate dalle società arrivano messaggi di sfiducia, di estraneità, di rigetto.
In Italia, al contrario, è accaduto che la marea del rifiuto della politica è entrata dentro la politica indossando la maschera non di Anonymous ma di Beppe Grillo.
Perché si producesse questo risultato dev’essere accaduto, nel profondo della società, un qualche cataclisma. E siccome è l’unico caso al mondo, converebbe appunto cercare di capire gli italiani, perché si potrebbe trattare non di una scelta di retroguardia, o di amore per la commedia dell’arte (sublime invenzione italiana), ma all’opposto di un annuncio, di una sperimentazione d’avanguardia.
Per capire meglio converrà ricordare – in breve – una caratteristica singolare, nel panorama europeo, dell’Italia: la debolezza e fragilità dello Stato nazionale. Il nostro è piuttosto un paese dalla lunga tradizione municipale. Lo Stato è nato tardi e male, la lingua italiana non si è diffusa davvero che dagli anni sessanta, grazie alla televisione prima, e agli studenti del 68 poi. I “trenta gloriosi”, i decenni del boom industriale e dei consumi, sono stati quelli della unificazione nazionale, della “modernizzazione”, dei grandi partiti di massa. La Resistenza al fascismo, la repubblica e la Costituzione erano le solide basi di un consenso nazionale che ha resistito alle pressioni contrapposte della guerra fredda. In quegli anni lo Stato ha svolto un ruolo importante. Secondo l’ideologia dell’epoca, il “pubblico” doveva creare le condizioni – sociali, finanziarie, del mercato interno, delle esportazioni – perché la produzione avesse fondamenta solide, creando i settori “strategici” (l’energia, l’acciaio, la chimica di base…), attenuando il divario tra nord e sud, e aiutando così la creatività imprenditoriale. Il tentativo ha avuto successo per un paio di decenni, tra il ’50 e il ’70. Poi la maionese è impazzita. Prima perché le masse di studenti create dalla scolarizzazione e le masse di operai create dall’industrializzazione si sono ribellati, in un 68 che in Italia è durato quasi un decennio; poi perché il capitalismo globale ha smantellato il fordismo e inventato la produzione globale “a rete”, insomma la globalizzazione, distruggendo le basi stesse della insorgenza operaia e di quell’ordine sociale: le grandi fabbriche.
Questo equilibrio, pur malsano, è stato distrutto dall’ideologia liberista. Vietare gli “aiuti di Stato” e privatizzare tutte le grandi imprese italiane, o privatizzarne la gestione, ha voluto dire sottrarre un pilastro all’economia del paese, che oggi non ha più strategie nazionali di alcun tipo, e far esplodere la corruzione. La privatizzazione, cioè l’accaparramento di ciò che era pubblico, è stata condotta, dagli anni novanta in poi, con una frenesia paragonabile a quel che accadde in Unione sovietica dopo il crollo del regime. Allo stesso tempo, però, la creatività imprenditoriale che pure negli anni cinquanta e sessanta aveva creato una media industria efficiente, era a sua volta esplosa in una forma del tutto nuova: quella della piccola e media industria del nord, che, sfruttando vocazioni e saperi locali, aveva creato un intero settore della produzione in grado di sostenere la competizione globale. E’ qui la culla della Lega nord, la cui ragione principale era – ed è tuttora, sebbene fuori tempo – la separazione delle regioni del nord dai “parassiti” del sud: la frattura, all’epoca, correva tra regioni in grado di “competere” e regioni gettate ai margini. Alcuni di quegli imprenditori hanno avuto un successo globale: Del Vecchio con gli occhiali, Benetton con la maglieria, Della Valle con le scarpe, ecc.
Ora ci troviamo nella terza vita dell’Italia del dopoguerra. Il banco è saltato definitivamente quando Mario Monti ha formato il “governo tecnico”. Il suo mandato era costringere il paese nella camicia di forza del pareggio di bilancio e del “fiscal compact”, l’astratto e impossibile obiettivo da contabili di uniformare il bilancio pubblico italiano a quello tedesco. E così, per mantenere vivo il sistema di finanziamento pubblico a quel che resta delle grandi imprese italiane, in particolare per mezzo di “grandi opere”, il governo “tecnico” ha depredato la spesa statale in sanità, istruzione, ricerca, trasporti di prossimità, le casse dei comuni, e soprattutto ha colpito il bene principale degli italiani, la casa. Da un lato, la corruzione e i miliardi gettati per autostrade o treni ad alta velocità inutili e insopportabili, considerato il tipo di territorio italiano, e uno “sviluppo” affidato, come in Spagna, all’edilizia selvaggia; dall’altro lato, una riduzione mai vista prima della spesa sociale e dei redditi. Per di più, la crisi ha colpito la sola parte vitale dell’economia, le piccole e medie imprese, i cui mercati si sono ristretti sia perché i consumi calano, sia perché l’euro forte ostacola le esportazioni, infine perché le banche, pur finanziate dal governo e dalla Bce per evitarne il fallimento, hanno cessato di dare credito alle piccole industrie. La mortalità di imprese è impressionante, e va di pari passo con l’aumento straosferico di aiuti ai disoccupati. Ormai un terzo degli italiani ha un reddito insufficiente a vivere e un terzo dei giovani non trova lavoro (la metà nel sud).
Proprio quest’ultima vicenda fa da spartiacque: caso unico al mondo, si è votato per un referendum popolare che chiedeva che l’acqua fosse sottratta al mercato. Ventisette milioni di elettori hanno detto sì, l’acqua deve restare pubblica (e hanno detto no al nucleare). Quello è stato il punto più alto nel rapporto tra nuovi movimenti sociali e apparato istituzionale. Era un segnale potente che diceva: le politiche neoliberiste che la politica persegue sono sbagliate: un voto di sfiducia. Ma il referendum è stato aggirato, ignorato e contraddetto da ogni livello istituzionale e amministrativo. Politici e aziende delle “commodities” hanno finto non fosse accaduto nulla. Ne sarebbe pouta seguire una diserzione massiccia, alle elezioni. Quel che è capitato nell’ultimo voto in Sicilia, quando i non votanti sono stati più dei votanti. Ma gran parte delle proposte elaborate dai movimenti sono precipitate nel programma dei 5 Stelle, a cominciare dalla ricerca della democrazia diretta (lo stesso tema che ha animato gli Indignados o Occupy). E lì si sono trovate in compagnia di spinte diverse e in parte complementari: quella contro la corruzione e per la legalità, quella della delusione del nord nei confronti della Lega, anch’essa coinvolta nella corruzione, quella degli elettori di destra che Berlusconi – che ha perso la metà dei voti in numeri assoluti – non ammaliava più con l’”arricchitevi”, parola d’ordine fondamentale dell’ultimo ventennio.
L’accumulo di questa potenza sociale composta da molte tendenze, però convergenti nel rifiuto della “politica”, e che, come ha scritto Marco Revelli, non trovava più, come il magma di un vulcano otturato, una via di sfogo nei partti tradizionali, né era del tutto propensa a rifiutare il voto, ha usato come canale di espressione il movimento di Beppe Grillo.
Un accurato dosaggio dei contenuti da proporre – odio per i partiti e azzeramento dei loro privilegi sì, diritti dei migranti e diritti civili per i gay no – ha infine aggregato elettori di molte tendenze: secondo l’analisi dei flussi elettorali, un terzo degli elettori dei 5 Stelle proviene dalla destra, un terzo dal centrosinistra, un terzo dal non voto, il resto dalla Lega e da varie e più piccole fonti.
Il successo funziona da collante molto efficace: pur essendo evidenti le contraddizioni, per un lungo periodo tutte queste cose riusciranno probabilmente a convivere senza problemi. Ma, appunto, il comportamento elettorale non esaurisce l’esistenza delle persone. Chi fa parte di un movimento come quello dei No Tav valsusini, ed ha votato per Grillo, non è perciò un “grillino” e, salvo eccezioni, resta principalmente un No Tav. Capitò lo stesso quando nel 2006 la “sinistra radicale” ottenne, nella bassa Valle di Susa, il 40 per cento dei voti (i 5 Stelle hanno avuto il 38), e non per questo tutti i No Tav erano diventati comunisti o verdi. E resta naturalmente il problema principale: lo Stato. Ossia la possibilità effettiva di “cambiare le cose” entrando nelle istituzioni, specie quelle nazionali.
Ma questo non fornisce una risposta alla domanda: a che serve entrare in parlamento? Si possono davvero cambiare el cose, da lì? In altre parole, la straordinaria faglia orizzontale, che in Italia non si è mai davvero saldata, tra la società e lo Stato, e che oggi è diventata una voragine, tale resta nonostante l’irruzione elettorale della potenza sociale accumulata in anni di movimenti. Lo Stato nazionale, già debole storicamente, già screditato dalla corruzione dilagante degli ultimi decenni, è oggi svuotato dalla globalizzazione, dal potere dei mercati finanziari e da quella forma “locale” di obbedienza ai mercati che è l’integrazione europea modellata dalla Germania. Così che accade – allo stesso tempo e da parte spesso delle stesse persone – che si cerchi di far saltare il banco del sistema politico votando per i 5 Stelle e si ricerchino forme di democrazia diretta, allo scopo di salvaguardare e autogovernare i beni comuni, ritrovando la storia municipale locale che in Italia, sebbene umiliata dalla “modernità”, è sempre rimasta viva, e insieme guardando a movimenti globali come quello per l’acqua, quello dei contadini a difesa della terra, quello contro le grandi opere (e i No Tav hanno tessuto alleanze in diversi paesi europei) e in generale contro la “crescita”, e così via.
Il fatto interessante è che al contrario i 5 Stelle sono sostanzialmente un movimento nazionale, benché spesso abbiano basi locali nei movimenti nati per altri scopi: il loro programma ignora l’autonomia municipale nonché l’orizzonte globale, anche se si citano l’”austerità” e il “fiscal compact”.
Nel 1988, Jean-François Lyotard pubblicò un libro dal titolo fulminante: “Le postmoderne expliqué aux enfants”, il postmoderno spiegato ai bambini. Che arrivava dopo “La condizione postmoderna”, uscito all’inizio degli anni ottanta. In quei libri, il filosofo francese analizzava la disgregazione delle “grandi narrazioni”, l’illuminismo (e il liberalismo) e il marxismo, alle prese con la trasformazione radicale della società, dell’economia, della geografia dei poteri. Dopo un quarto di secolo, gli elettori italiani “hanno votato due clown”, come ha detto il capo della Spd tedesca.
Qualcuno dovrebbe azzardarsi a scrivere un libro intitolato “Les italiens expliqués aux enfants”. C’è infatti chi pensa che gli italiani sono un popolo bizzarro, irresponsabile, e chi dice che sono annegati nel provincialismo, hanno cioè staccato le connessioni con il resto del mondo. Dappertutto gli elettori votano – sempre meno – per i partiti tradizionali, e tradizionalmente divisi in “destra” e “sinistra”, restando perfino in Grecia al di qua dell’abisso che si spalanca oltre l’orlo dell’euro (dato che il mondo è tornato piatto, ed ha la forma di una moneta). E dappertutto, quando protestano, i cittadini assumono lo stile degli Indignados, del movimento Occupy, della gente di piazza Tahrir al Cairo. Ovvero: i sistemi politici reggono, bene o male, mentre a ondate dalle società arrivano messaggi di sfiducia, di estraneità, di rigetto.
In Italia, al contrario, è accaduto che la marea del rifiuto della politica è entrata dentro la politica indossando la maschera non di Anonymous ma di Beppe Grillo.
Perché si producesse questo risultato dev’essere accaduto, nel profondo della società, un qualche cataclisma. E siccome è l’unico caso al mondo, converebbe appunto cercare di capire gli italiani, perché si potrebbe trattare non di una scelta di retroguardia, o di amore per la commedia dell’arte (sublime invenzione italiana), ma all’opposto di un annuncio, di una sperimentazione d’avanguardia.
Per capire meglio converrà ricordare – in breve – una caratteristica singolare, nel panorama europeo, dell’Italia: la debolezza e fragilità dello Stato nazionale. Il nostro è piuttosto un paese dalla lunga tradizione municipale. Lo Stato è nato tardi e male, la lingua italiana non si è diffusa davvero che dagli anni sessanta, grazie alla televisione prima, e agli studenti del 68 poi. I “trenta gloriosi”, i decenni del boom industriale e dei consumi, sono stati quelli della unificazione nazionale, della “modernizzazione”, dei grandi partiti di massa. La Resistenza al fascismo, la repubblica e la Costituzione erano le solide basi di un consenso nazionale che ha resistito alle pressioni contrapposte della guerra fredda. In quegli anni lo Stato ha svolto un ruolo importante. Secondo l’ideologia dell’epoca, il “pubblico” doveva creare le condizioni – sociali, finanziarie, del mercato interno, delle esportazioni – perché la produzione avesse fondamenta solide, creando i settori “strategici” (l’energia, l’acciaio, la chimica di base…), attenuando il divario tra nord e sud, e aiutando così la creatività imprenditoriale. Il tentativo ha avuto successo per un paio di decenni, tra il ’50 e il ’70. Poi la maionese è impazzita. Prima perché le masse di studenti create dalla scolarizzazione e le masse di operai create dall’industrializzazione si sono ribellati, in un 68 che in Italia è durato quasi un decennio; poi perché il capitalismo globale ha smantellato il fordismo e inventato la produzione globale “a rete”, insomma la globalizzazione, distruggendo le basi stesse della insorgenza operaia e di quell’ordine sociale: le grandi fabbriche.
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E’ allora che Lyotard scrive “La condizione postmoderna”. La modernità si era gravemente ammalata. Il consumo come religione civile, l’atomizzazione e la dispersione delle classi, l’ideologia del “deciderà il mercato” ha, in questi decenni, fatto un’altra vittima eccellente: lo Stato nazionale. Nel nostro paese, lo Stato era debole già alla nascita, nello spirito civico della gente, però aveva svolto almeno quel ruolo di promotore economico. Una presenza tanto massiccia, quella dello Stato, che tutte le grandi industrie italiane o appartenevano allo Stato o contavano su finanziamenti pubblici. E’ la storia della Fiat, che è sopravvissuta soprattutto grazie al denaro pubblico, in ogni forma. E questa regia statale sulle grandi imprese ha nel tempo prodotto un fenomeno endemico, quello delle decisioni “poltiiche” più che economiche, degli aiuti “a pioggia”, infine della corruzione pura e semplice, perché se lo Stato aiutava l’economia, i potenti dell’economia aiutavano, cioè finanziavano, i partiti di governo, e così via. (Senza tener conto della mafia, la cui penetrazione nella finanza e nell’economia è incalcolabile, come incalcolabile è il suo apporto alla corruzione).Questo equilibrio, pur malsano, è stato distrutto dall’ideologia liberista. Vietare gli “aiuti di Stato” e privatizzare tutte le grandi imprese italiane, o privatizzarne la gestione, ha voluto dire sottrarre un pilastro all’economia del paese, che oggi non ha più strategie nazionali di alcun tipo, e far esplodere la corruzione. La privatizzazione, cioè l’accaparramento di ciò che era pubblico, è stata condotta, dagli anni novanta in poi, con una frenesia paragonabile a quel che accadde in Unione sovietica dopo il crollo del regime. Allo stesso tempo, però, la creatività imprenditoriale che pure negli anni cinquanta e sessanta aveva creato una media industria efficiente, era a sua volta esplosa in una forma del tutto nuova: quella della piccola e media industria del nord, che, sfruttando vocazioni e saperi locali, aveva creato un intero settore della produzione in grado di sostenere la competizione globale. E’ qui la culla della Lega nord, la cui ragione principale era – ed è tuttora, sebbene fuori tempo – la separazione delle regioni del nord dai “parassiti” del sud: la frattura, all’epoca, correva tra regioni in grado di “competere” e regioni gettate ai margini. Alcuni di quegli imprenditori hanno avuto un successo globale: Del Vecchio con gli occhiali, Benetton con la maglieria, Della Valle con le scarpe, ecc.
Ora ci troviamo nella terza vita dell’Italia del dopoguerra. Il banco è saltato definitivamente quando Mario Monti ha formato il “governo tecnico”. Il suo mandato era costringere il paese nella camicia di forza del pareggio di bilancio e del “fiscal compact”, l’astratto e impossibile obiettivo da contabili di uniformare il bilancio pubblico italiano a quello tedesco. E così, per mantenere vivo il sistema di finanziamento pubblico a quel che resta delle grandi imprese italiane, in particolare per mezzo di “grandi opere”, il governo “tecnico” ha depredato la spesa statale in sanità, istruzione, ricerca, trasporti di prossimità, le casse dei comuni, e soprattutto ha colpito il bene principale degli italiani, la casa. Da un lato, la corruzione e i miliardi gettati per autostrade o treni ad alta velocità inutili e insopportabili, considerato il tipo di territorio italiano, e uno “sviluppo” affidato, come in Spagna, all’edilizia selvaggia; dall’altro lato, una riduzione mai vista prima della spesa sociale e dei redditi. Per di più, la crisi ha colpito la sola parte vitale dell’economia, le piccole e medie imprese, i cui mercati si sono ristretti sia perché i consumi calano, sia perché l’euro forte ostacola le esportazioni, infine perché le banche, pur finanziate dal governo e dalla Bce per evitarne il fallimento, hanno cessato di dare credito alle piccole industrie. La mortalità di imprese è impressionante, e va di pari passo con l’aumento straosferico di aiuti ai disoccupati. Ormai un terzo degli italiani ha un reddito insufficiente a vivere e un terzo dei giovani non trova lavoro (la metà nel sud).
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Il comportamento elettorale di una persona non si sovrappone affatto – in un’epoca volatile, “liquida”, come questa – con i suoi comportamenti sociali. In Italia si è sempre votato molto (anche se il rifiuto del voto è cresciuto ancora, in queste elezioni), perché il lato convincente dello Stato, la Costituzione nata dalla Resistenza, gode tuttora di grande prestigio. Così come molto ampio è ancora l’insediamento culturale della sinistra storica, per la quale le elezioni sono il mezzo per “cambiare le cose”. Ma allo stesso tempo, negli ultimi dieci-quindici anni, il paese è stato l’incubatore di una grande quantità di movimenti sociali: forse il paese europeo più vivo, da questo punto di vista. L’evento fondativo è stata Genova, nel 2001; subito dopo i tre milioni in strada contro la guerra in Iraq (e i tre milioni di bandiere della pace alle finestre); la grande diffusione di iniziative altro-economiche e i record di agricoltura biologica, di aumento delle fonti pulite di energia e del numero di gruppi che praticano un commercio solidale e di prossimità; le ondate di proteste in scuole e università; le centinaia di movimenti e comitati locali contro le “grandi opere” e per il paesaggio; le reti di protezioen die migranti; la campagna per l’acqua pubblica.Proprio quest’ultima vicenda fa da spartiacque: caso unico al mondo, si è votato per un referendum popolare che chiedeva che l’acqua fosse sottratta al mercato. Ventisette milioni di elettori hanno detto sì, l’acqua deve restare pubblica (e hanno detto no al nucleare). Quello è stato il punto più alto nel rapporto tra nuovi movimenti sociali e apparato istituzionale. Era un segnale potente che diceva: le politiche neoliberiste che la politica persegue sono sbagliate: un voto di sfiducia. Ma il referendum è stato aggirato, ignorato e contraddetto da ogni livello istituzionale e amministrativo. Politici e aziende delle “commodities” hanno finto non fosse accaduto nulla. Ne sarebbe pouta seguire una diserzione massiccia, alle elezioni. Quel che è capitato nell’ultimo voto in Sicilia, quando i non votanti sono stati più dei votanti. Ma gran parte delle proposte elaborate dai movimenti sono precipitate nel programma dei 5 Stelle, a cominciare dalla ricerca della democrazia diretta (lo stesso tema che ha animato gli Indignados o Occupy). E lì si sono trovate in compagnia di spinte diverse e in parte complementari: quella contro la corruzione e per la legalità, quella della delusione del nord nei confronti della Lega, anch’essa coinvolta nella corruzione, quella degli elettori di destra che Berlusconi – che ha perso la metà dei voti in numeri assoluti – non ammaliava più con l’”arricchitevi”, parola d’ordine fondamentale dell’ultimo ventennio.
L’accumulo di questa potenza sociale composta da molte tendenze, però convergenti nel rifiuto della “politica”, e che, come ha scritto Marco Revelli, non trovava più, come il magma di un vulcano otturato, una via di sfogo nei partti tradizionali, né era del tutto propensa a rifiutare il voto, ha usato come canale di espressione il movimento di Beppe Grillo.
* * *
La nascita e l’evoluzione dei 5 Stelle finirà nei manuali di marketing, oltre che in quelli di storia della politica. All’indomani delle elezioni, Grillo, in una delle rare dichiarazioni ai giornalisti televisivi, ha avuto un lapsus significativo. Parlando della sua campagna elettorale, ha detto che “eh sì, ho fatto settantasette spettacoli“. Spettacoli, non comizi o raduni di piazza. Lui e il suo consigliere e socio, Gianroberto Casaleggio, titolare di un’impresa di comunicazione, hanno creato una macchina perfettamenta funzionante, il cui il “logo” è di loro proprietà, il cui uso della Rete annichilisce le televisioni, costrette a rincorrere ciò che il web diffonde come un virus e, allo stesso tempo, rassicura i militanti del movimento sul fatto che “uno vale uno”, perché la Rete appare egualitaria. Lo stesso Grillo non è percepito come “capo” o “leader”, benché la sua parola alla fine valga come decisione finale, ma come un “garante” o un “portavoce”, colui che dà forza alle proposte del movimento con la sua efficacia retorica e con le iniziative spettacolari, come attraversare lo Stretto a nuoto prima delle elezioni siciliane. E’ una figura di tipo nuovo, che non ha più nulla a che fare con i “vertici” dei partiti novecenteschi e nemmeno con il signore delle televizioni, Berlusconi, che si trasformò subito in un “leader” politico, nel “capo del governo”. Grillo non si è nemmeno candidato al parlamento: resta a galleggiare in una sorta di “cloud”, di nuvola informatica, e per certi versi ricorda il ruolo di un profeta para-religioso. Ma, in ogni modo, non contraddice, nello stile della comunicazione, la convenzione della democrazia diretta. dentro il movimento e come soluzione per tutta la società.Un accurato dosaggio dei contenuti da proporre – odio per i partiti e azzeramento dei loro privilegi sì, diritti dei migranti e diritti civili per i gay no – ha infine aggregato elettori di molte tendenze: secondo l’analisi dei flussi elettorali, un terzo degli elettori dei 5 Stelle proviene dalla destra, un terzo dal centrosinistra, un terzo dal non voto, il resto dalla Lega e da varie e più piccole fonti.
Il successo funziona da collante molto efficace: pur essendo evidenti le contraddizioni, per un lungo periodo tutte queste cose riusciranno probabilmente a convivere senza problemi. Ma, appunto, il comportamento elettorale non esaurisce l’esistenza delle persone. Chi fa parte di un movimento come quello dei No Tav valsusini, ed ha votato per Grillo, non è perciò un “grillino” e, salvo eccezioni, resta principalmente un No Tav. Capitò lo stesso quando nel 2006 la “sinistra radicale” ottenne, nella bassa Valle di Susa, il 40 per cento dei voti (i 5 Stelle hanno avuto il 38), e non per questo tutti i No Tav erano diventati comunisti o verdi. E resta naturalmente il problema principale: lo Stato. Ossia la possibilità effettiva di “cambiare le cose” entrando nelle istituzioni, specie quelle nazionali.
* * *
Con tutta probabilità il movimento di Grillo, i suoi parlamentari, faranno fallire ogni tentativo di formare un governo, sulla base della premessa “noi non facciamo alleanze, votiamo solo le leggi coerenti con il nostro programma”. Ma è evidente che se non esiste un governo non si può votare alcuna legge. Avendo il coltello dalla parte del manico i 5 Stelle avrebbero gioco facile – e ragionevole – nell’imporre al centrosinistra una serie di provvedimenti. Potrebbero insomma replicare, alla proposta degli “otto punti” di Bersani, con i loro punti, ad esempio la riduzione dei costi e la moralità della politica, l’energia pulita e l’acqua pubblica (la cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia no, perché questo farebbe insorgere una parte del loro elettorato). Invece punteranno su nuove elezioni e su un ulteriore aumento dei loro voti, cioè sulla distruzione del sistema politico attuale.Ma questo non fornisce una risposta alla domanda: a che serve entrare in parlamento? Si possono davvero cambiare el cose, da lì? In altre parole, la straordinaria faglia orizzontale, che in Italia non si è mai davvero saldata, tra la società e lo Stato, e che oggi è diventata una voragine, tale resta nonostante l’irruzione elettorale della potenza sociale accumulata in anni di movimenti. Lo Stato nazionale, già debole storicamente, già screditato dalla corruzione dilagante degli ultimi decenni, è oggi svuotato dalla globalizzazione, dal potere dei mercati finanziari e da quella forma “locale” di obbedienza ai mercati che è l’integrazione europea modellata dalla Germania. Così che accade – allo stesso tempo e da parte spesso delle stesse persone – che si cerchi di far saltare il banco del sistema politico votando per i 5 Stelle e si ricerchino forme di democrazia diretta, allo scopo di salvaguardare e autogovernare i beni comuni, ritrovando la storia municipale locale che in Italia, sebbene umiliata dalla “modernità”, è sempre rimasta viva, e insieme guardando a movimenti globali come quello per l’acqua, quello dei contadini a difesa della terra, quello contro le grandi opere (e i No Tav hanno tessuto alleanze in diversi paesi europei) e in generale contro la “crescita”, e così via.
Il fatto interessante è che al contrario i 5 Stelle sono sostanzialmente un movimento nazionale, benché spesso abbiano basi locali nei movimenti nati per altri scopi: il loro programma ignora l’autonomia municipale nonché l’orizzonte globale, anche se si citano l’”austerità” e il “fiscal compact”.
* * *
Per spiegarlo aux enfants che vedono solo le facce della commedia dell’arte, nella vicenda italiana, il nostro è il paese che, nel bene e nel male, si è avventurato più lontano sul terreno sconosciuto e pericoloso, e chissà promettente, che si trova dopo quel pilastro della modernità occidentale che è lo Stato nazionale.mercoledì 27 febbraio 2013
La sconfitta dell’anti-Europa liberista comincia in Italia
Franco Bifo Berardi da Micromega
L’unione europea nacque come progetto di pace e di solidarietà
sociale raccogliendo l’eredità della cultura socialista e
internazionalista che si oppose al fascismo.
Negli anni ’90 le grandi centrali del capitalismo finanziario hanno deciso di distruggere il modello europeo, e dalla firma del Trattato di Maastricht in poi hanno scatenato un’aggressione neoliberista. Negli ultimi tre anni l’anti-Europa della BCE e della Deutsche Bank ha preso l’occasione della crisi finanziaria americana del 2008 per trasformare la diversità culturale interna al continente europeo (le culture protestanti gotiche e comunitarie, le culture cattoliche barocche e individualiste, le culture ortodosse spiritualiste e iconoclaste) in un fattore di disgregazione politica dell’unione europea, e soprattutto per piegare la resistenza del lavoro alla definitiva sottomissione al globalismo capitalista.
Riduzione drastica del salario, eliminazione del limite delle otto ore di lavoro quotidiano, precarizzazione del lavoro giovanile e rinvio della pensione per gli anziani, privatizzazione dei servizi. La popolazione europea deve pagare il debito accumulato dal sistema finanziario perché il debito funziona come un’arma puntata alla tempia dei lavoratori.
Cosa accadrà? Due cose possono accadere: o il movimento del lavoro riesce a fermare questa offensiva e riesce a mettere in moto un processo di ricostruzione sociale dell’Unione europea, o il prossimo decennio vedrà in molti luoghi d’Europa esplodere la guerra civile, il fascismo crescerà dovunque, e il lavoro sarà sottomesso a condizioni di sfruttamento ottocentesco.
Ma come fermare l’offensiva?
Le elezioni italiane sono una risposta che può evolversi in maniera positiva o in maniera catastrofica. Dipende dai progressisti, gli intellettuali e gli autonomi del continente, dipende da noi.
Il 75% dell’elettorato italiano ha detto no al progetto anti-europeo di Merkel Draghi Monti.
25% si sono astenuti, 25% hanno votato per il movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, 25% hanno votato per il partito della mafia e del fascismo, e per il più geniale truffatore della storia, Berlusconi, nemico giurato di Angela Merkel perché la mafia non può più accettare il predominio economico di Berlino.
Il movimento di Beppe Grillo è la novità di queste elezioni. Raccoglie soprattutto voti dai movimenti di sinistra e raccoglie anche voti anche dalla destra. Beppe Grillo – che ha una formazione autonoma antiautoritaria – ha detto più volte che il suo movimento intende sottrarre voti alla destra, e ci è riuscito.
Non credo che il movimento 5 stelle potrà governare l’Italia, non è questo il punto. La funzione importante e positiva che il movimento ha svolto è rendere il paese ingovernabile per gli antieuropei del partito Merkel-Draghi-Monti.
L’elettorato italiano ha detto: non pagheremo il debito. Insolvenza.
La governance finanziarista d’Europa è finita, anche se Berlusconi e Bersani si metteranno d’accordo per sopravvivere e continuare a impoverire il paese spostando risorse verso il sistema finanziario. Non durerà. Ma allora può cominciare il peggio.
La classe finanziaria tenterà di strangolare l’Italia come ha strangolato la Grecia. La crisi politica si farà convulsa e violenta. L’esito può essere spaventoso. Mafia e fascismo hanno mostrato di controllare il trenta per cento dell’elettorato italiano, e la sinistra non esiste più. La secessione del Nord si riproporrà anche se la lega è crollata.
Epperò invece può iniziare un processo di liberazione d’Europa dalla violenza del capitale finanziario, una ricostruzione d’Europa su basi sociali. Fuori dagli schemi novecenteschi può diffondersi dovunque un movimento di insolvenza organizzata e di autonomia produttiva. Un movimento di occupazione può trasformare le università in luoghi di ricerca concreta per soluzioni post-capitaliste. Le fabbriche che il capitale finanziario vuole distruggere vanno occupate e autogestite come si è fatto in Argentina dopo il 2001. Le piazze vanno occupate per farne luoghi di discussione permanente.
Il programma lo ha enunciato Beppe Grillo, ed è un programma molto ragionevole:
Salario di cittadinanza
Riduzione dell’orario di lavoro a 30 ore
Pensione a sessanta anni.
Restituzione alla scuola degli otto miliardi che il governo Berlusconi ha sottratto al sistema educativo.
Assunzione di tutti i lavoratori precari della scuola, della sanità e dei trasporti.
Nazionalizzazione delle banche che hanno favorito la speculazione ai danni della comunità.
Abolizione immediata del fiscal compact.
Il movimento cinque stelle ha impedito alla dittatura finanziaria di governare. Ora tocca al movimento della società. Avrà la società l’energia e l’intelligenza per gestire la propria vita con un movimento di occupazione generalizzato?
Se non avrà questa energia avremo meritato il disastro che ne seguirà.
Nota
Leggo su Internazionale che i Wu Ming si lamentano del fatto che il movimento di Beppe Grillo amministra l’assenza di movimento in Italia. Ragionamento bislacco davvero. Dal momento che la società italiana è incapace di muoversi allora debbono stare tutti fermi? Dal momento che gli amichetti di wu ming sono stanchi allora tutto deve restare ad attendere i tempi del loro risveglio? Fate movimento invece di lamentarvi perché qualcun altro lo fa al posto vostro, magari in maniera un po’ più rozza di come piacerebbe ai raffinati intellettuali.
Negli anni ’90 le grandi centrali del capitalismo finanziario hanno deciso di distruggere il modello europeo, e dalla firma del Trattato di Maastricht in poi hanno scatenato un’aggressione neoliberista. Negli ultimi tre anni l’anti-Europa della BCE e della Deutsche Bank ha preso l’occasione della crisi finanziaria americana del 2008 per trasformare la diversità culturale interna al continente europeo (le culture protestanti gotiche e comunitarie, le culture cattoliche barocche e individualiste, le culture ortodosse spiritualiste e iconoclaste) in un fattore di disgregazione politica dell’unione europea, e soprattutto per piegare la resistenza del lavoro alla definitiva sottomissione al globalismo capitalista.
Riduzione drastica del salario, eliminazione del limite delle otto ore di lavoro quotidiano, precarizzazione del lavoro giovanile e rinvio della pensione per gli anziani, privatizzazione dei servizi. La popolazione europea deve pagare il debito accumulato dal sistema finanziario perché il debito funziona come un’arma puntata alla tempia dei lavoratori.
Cosa accadrà? Due cose possono accadere: o il movimento del lavoro riesce a fermare questa offensiva e riesce a mettere in moto un processo di ricostruzione sociale dell’Unione europea, o il prossimo decennio vedrà in molti luoghi d’Europa esplodere la guerra civile, il fascismo crescerà dovunque, e il lavoro sarà sottomesso a condizioni di sfruttamento ottocentesco.
Ma come fermare l’offensiva?
Le elezioni italiane sono una risposta che può evolversi in maniera positiva o in maniera catastrofica. Dipende dai progressisti, gli intellettuali e gli autonomi del continente, dipende da noi.
Il 75% dell’elettorato italiano ha detto no al progetto anti-europeo di Merkel Draghi Monti.
25% si sono astenuti, 25% hanno votato per il movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, 25% hanno votato per il partito della mafia e del fascismo, e per il più geniale truffatore della storia, Berlusconi, nemico giurato di Angela Merkel perché la mafia non può più accettare il predominio economico di Berlino.
Il movimento di Beppe Grillo è la novità di queste elezioni. Raccoglie soprattutto voti dai movimenti di sinistra e raccoglie anche voti anche dalla destra. Beppe Grillo – che ha una formazione autonoma antiautoritaria – ha detto più volte che il suo movimento intende sottrarre voti alla destra, e ci è riuscito.
Non credo che il movimento 5 stelle potrà governare l’Italia, non è questo il punto. La funzione importante e positiva che il movimento ha svolto è rendere il paese ingovernabile per gli antieuropei del partito Merkel-Draghi-Monti.
L’elettorato italiano ha detto: non pagheremo il debito. Insolvenza.
La governance finanziarista d’Europa è finita, anche se Berlusconi e Bersani si metteranno d’accordo per sopravvivere e continuare a impoverire il paese spostando risorse verso il sistema finanziario. Non durerà. Ma allora può cominciare il peggio.
La classe finanziaria tenterà di strangolare l’Italia come ha strangolato la Grecia. La crisi politica si farà convulsa e violenta. L’esito può essere spaventoso. Mafia e fascismo hanno mostrato di controllare il trenta per cento dell’elettorato italiano, e la sinistra non esiste più. La secessione del Nord si riproporrà anche se la lega è crollata.
Epperò invece può iniziare un processo di liberazione d’Europa dalla violenza del capitale finanziario, una ricostruzione d’Europa su basi sociali. Fuori dagli schemi novecenteschi può diffondersi dovunque un movimento di insolvenza organizzata e di autonomia produttiva. Un movimento di occupazione può trasformare le università in luoghi di ricerca concreta per soluzioni post-capitaliste. Le fabbriche che il capitale finanziario vuole distruggere vanno occupate e autogestite come si è fatto in Argentina dopo il 2001. Le piazze vanno occupate per farne luoghi di discussione permanente.
Il programma lo ha enunciato Beppe Grillo, ed è un programma molto ragionevole:
Salario di cittadinanza
Riduzione dell’orario di lavoro a 30 ore
Pensione a sessanta anni.
Restituzione alla scuola degli otto miliardi che il governo Berlusconi ha sottratto al sistema educativo.
Assunzione di tutti i lavoratori precari della scuola, della sanità e dei trasporti.
Nazionalizzazione delle banche che hanno favorito la speculazione ai danni della comunità.
Abolizione immediata del fiscal compact.
Il movimento cinque stelle ha impedito alla dittatura finanziaria di governare. Ora tocca al movimento della società. Avrà la società l’energia e l’intelligenza per gestire la propria vita con un movimento di occupazione generalizzato?
Se non avrà questa energia avremo meritato il disastro che ne seguirà.
Nota
Leggo su Internazionale che i Wu Ming si lamentano del fatto che il movimento di Beppe Grillo amministra l’assenza di movimento in Italia. Ragionamento bislacco davvero. Dal momento che la società italiana è incapace di muoversi allora debbono stare tutti fermi? Dal momento che gli amichetti di wu ming sono stanchi allora tutto deve restare ad attendere i tempi del loro risveglio? Fate movimento invece di lamentarvi perché qualcun altro lo fa al posto vostro, magari in maniera un po’ più rozza di come piacerebbe ai raffinati intellettuali.
lunedì 28 gennaio 2013
Il lavoro cannibale
dal blog di Beppe Grillo
Ci sarà un motivo se i boscimani e gli irochesi lavoravano per nutrirsi un'ora al giorno e oggi dobbiamo lavorare per 8/10 ore al giorno per 40 anni, fino alla soglia della morte, per sopravvivere. Il lavoro ci divora. Cos'è cambiato in peggio da allora? Qual è il significato della parola "lavoro"? A cosa serve l'aumento del lavoro? A consumare la propria esistenza in una miniera o in un ufficio 2x2 fino alla consunzione, spegnendosi come delle candele? All'acquisto di beni inutili per far crescere il Pil? Ad accumulare ricchezze materiali che non ci seguiranno nell'aldilà? A pagare le tasse a uno Stato ipertrofico? Quando è iniziata questa follia che ormai non riusciamo più a vedere, che ci ha trasportati in un "altrove" cognitivo che scambiamo per l'unico mondo possibile? Il tempo, la felicità, la crescita interiore sembrano scomparsi. Al loro posto ci sono solo il lavoro e il suo opposto: "la mancanza di lavoro", la disoccupazione, temibile come e più della schiavitù quotidiana a cui siamo soggetti.
"Gli imprenditori europei furono i primi a svolgere i loro affari senza che qualche "ufficio del saccheggio interno" cercasse di ridimensionarli. Essi potevano accumulare ricchezze senza preoccuparsi di dividerle. Gli imprenditori accumulavano ricchezze spingendo i loro seguaci, chiamati ora dipendenti, a lavorare più sodo. Grazie al possesso di capitali, potevano comprare aiuto e noleggiare mani (oltre a schiene, spalle, piedi e cervelli). L'imprenditore non era obbligato a promettere di consumare tutto alla prossima festa del villaggio e poteva facilmente disattendere le richieste di una più ampia partecipazione al prodotto. Inoltre, la forza-lavoro, manuale o intellettuale, aveva ben poca scelta. Privi di accesso alle terre e alle macchine, non potevano lavorare in nessun modo se non accettavano la legittimità delle pretese dell'imprenditore. Essi assistevano l'imprenditore semplicemente per evitar di morire di fame. L'imprenditore era finalmente libero di considerare l'accumulazione di capitale come un obbligo superiore a quello della redistribuzione della ricchezza e del benessere. Il capitalismo è un sistema che tende a un aumento illimitato della produzione in vista di un illimitato accrescimento dei profitti. Ma la produzione non può crescere in modo illimitato. Liberi dalle restrizioni di despoti e di poveri, gli imprenditori capitalisti debbono comunque fare i conti con le restrizioni imposte dalla natura. La redditività della produzione non può estendersi indefinitamente. Ogni aumento della quantità di suolo, acqua, minerali o piante impiegati in un particolare processo produttivo per unità di tempo costituisce un'intensificazione che porta a una diminuzione del rendimento. E questo diminuito rendimento ha effetti negativi sullo standard di vita medio ... secondo la legge della domanda e dell'offerta, la scarsità porta a prezzi più elevati che tendono a ridurre il consumo pro capite." Marvin Harris, antropologo, autore di "Cannibali e re"
Ci sarà un motivo se i boscimani e gli irochesi lavoravano per nutrirsi un'ora al giorno e oggi dobbiamo lavorare per 8/10 ore al giorno per 40 anni, fino alla soglia della morte, per sopravvivere. Il lavoro ci divora. Cos'è cambiato in peggio da allora? Qual è il significato della parola "lavoro"? A cosa serve l'aumento del lavoro? A consumare la propria esistenza in una miniera o in un ufficio 2x2 fino alla consunzione, spegnendosi come delle candele? All'acquisto di beni inutili per far crescere il Pil? Ad accumulare ricchezze materiali che non ci seguiranno nell'aldilà? A pagare le tasse a uno Stato ipertrofico? Quando è iniziata questa follia che ormai non riusciamo più a vedere, che ci ha trasportati in un "altrove" cognitivo che scambiamo per l'unico mondo possibile? Il tempo, la felicità, la crescita interiore sembrano scomparsi. Al loro posto ci sono solo il lavoro e il suo opposto: "la mancanza di lavoro", la disoccupazione, temibile come e più della schiavitù quotidiana a cui siamo soggetti.
"Gli imprenditori europei furono i primi a svolgere i loro affari senza che qualche "ufficio del saccheggio interno" cercasse di ridimensionarli. Essi potevano accumulare ricchezze senza preoccuparsi di dividerle. Gli imprenditori accumulavano ricchezze spingendo i loro seguaci, chiamati ora dipendenti, a lavorare più sodo. Grazie al possesso di capitali, potevano comprare aiuto e noleggiare mani (oltre a schiene, spalle, piedi e cervelli). L'imprenditore non era obbligato a promettere di consumare tutto alla prossima festa del villaggio e poteva facilmente disattendere le richieste di una più ampia partecipazione al prodotto. Inoltre, la forza-lavoro, manuale o intellettuale, aveva ben poca scelta. Privi di accesso alle terre e alle macchine, non potevano lavorare in nessun modo se non accettavano la legittimità delle pretese dell'imprenditore. Essi assistevano l'imprenditore semplicemente per evitar di morire di fame. L'imprenditore era finalmente libero di considerare l'accumulazione di capitale come un obbligo superiore a quello della redistribuzione della ricchezza e del benessere. Il capitalismo è un sistema che tende a un aumento illimitato della produzione in vista di un illimitato accrescimento dei profitti. Ma la produzione non può crescere in modo illimitato. Liberi dalle restrizioni di despoti e di poveri, gli imprenditori capitalisti debbono comunque fare i conti con le restrizioni imposte dalla natura. La redditività della produzione non può estendersi indefinitamente. Ogni aumento della quantità di suolo, acqua, minerali o piante impiegati in un particolare processo produttivo per unità di tempo costituisce un'intensificazione che porta a una diminuzione del rendimento. E questo diminuito rendimento ha effetti negativi sullo standard di vita medio ... secondo la legge della domanda e dell'offerta, la scarsità porta a prezzi più elevati che tendono a ridurre il consumo pro capite." Marvin Harris, antropologo, autore di "Cannibali e re"
martedì 8 gennaio 2013
Il re è nudo
Tonino D’Orazio
La sparata di Monti sia
contro il Pdl di Berlusconi che il Pd di Bersani è di una verità
drammatica. Piena della solita alterigia: “mi avete sostenuto fino
ad oggi ed ora siete contro di me?”. Mi cercate per un continuo
approccio e sostegno alla mia agenda che pure ha salvato l’Italia
dei ricchi, (anche se tutti
gli indicatori economici e sociali ci dicono il contrario), come
nelle altre precedenti crisi decennali. Stupendo e veritiero ricatto.
I due partiti maggiori sono nudi.
Uno il Pdl perché ha
votato e fatto votare tutto quello che la banda dei tecnocrati al
governo voleva, o che altri paesi e le rapinatrici banche volevano
fosse fatto. Avete notato il pilotaggio dello spread a livello da far
cantare vittoria a Monti in campagna elettorale? Sarà veramente un
imbroglio come dicono sia Berlusconi che Grillo? Il Pd perché non ha
avuto il coraggio di andare subito alle elezioni nel settembre del
2011, frenato dal tattico Napolitano. Oggi molto silenzioso di fronte
al disastro sociale ed economico italiano e alla sua impossibilità
di reagire e orientare politicamente. L’ha fatto per le destre, ora
come si fa a sostenere ufficialmente il Pd in campagna elettorale?
Soprattutto se la Chiesa,
con la solita ipocrisia, ci rimette del suo. I partiti, "se
credono in un riformismo pieno e rispettoso delle persone, devono
comprendere nei loro programmi e nelle loro agende, alcuni principi
di fondo quali il diritto al lavoro, la tutela dello Stato sociale e
democratico contrastando la sua erosione, i tentativi di abbatterlo e
la crescita delle diseguaglianze". Sostenere Monti indicandogli
il programma. Esattamente ciò che non ha fatto e non potrà fare, ma
può sempre dirlo. Le vie del Signore sono infinite. E un nuovo
Messia potrebbe anche nascere sulle macerie della seconda repubblica.
Fa parte dell’arroganza del vecchio tecnocrate: “Mi sento
pioniere della politica”. Ha imparato ovviamente che bisogna
cambiare legge elettorale per poter comandare veramente.
Presidenzialismo, per lui, e fuori tutte le ali. Da questo punto di
vista mi sembra che in questi anni il fondo non si possa ancora
toccare e dio ci liberi da una terza repubblica siffatta. Il loro
numero e l’accelerazione delle repubbliche per non cambiare nulla
non mi sembra riformista per niente. Vi sono in giro troppi padri
della patria. E poi bisogna bloccare “il nuovo Gesù detto Beppe
Grillo” (Parola di Casaleggio).
Il Papa chiama anche ad
un cambio di ideale. Ormai il bene comune non sono i “beni comuni”
ma la pace. Mai siamo stati così in guerra come in quest’ultimo
decennio. E siamo pronti, dopo la Libia, ad altre eventualità come
la Siria e magari anche l’Iran se non si sbrigano ad avere il
deterrente atomico della morte che potrebbe frenarci. Altrimenti
perché acquistare 100 bombardieri di “nuova generazione”? Chi
dobbiamo bombardare per “difenderci” in anticipo?
L’appello più patetico
viene fatto a Monti sulla questione del lavoro. Gli si consiglia di
farne campagna elettorale. Dovrebbe scaricare la Fornero che ha
ribadito che il lavoro non è un diritto dimostrando di non aver
letto nemmeno l’articolo uno della Costituzione del paese che la
strapaga. il Pontefice dice che “e' un bene fondamentale e non un
optional, come farebbe intendere la nuova dottrina del capitalismo
finanziario. Pertanto, occorre promuovere politiche attive del lavoro
per tutti e la politica non deve puntare all'abbattimento dello stato
sociale e democratico, erodendo i diritti sociali, pena la crescita
delle diseguaglianze e il conseguente indebolimento della democrazia
partecipativa. Senza i diritti sociali, non sono fruibili i diritti
civili e politici". Si fosse iscritto alla Fiom-Cgil?
Evidentemente no. Chiede di salvare lo stato sociale adesso che è
distrutto strutturalmente anche per il futuro, tanto che nessuno
propone di rispolverarlo e adeguarlo meglio. Ed è per questo che non
è credibile, però non ci si può aspettare che sia un bugiardo o un
demagogo populista anche lui. Anche se è una moda consolidata penso
ne dovremmo avere un po’ meno in questo paese. Non potrebbe essere
un assist boomerang? Magari per dare ossigeno a Casini,
schiacciato tra le varie destre?
“Ulteriore taglio alle
spese”. Il nostro sarà un paese in cui attecchisce facilmente il
populismo però adesso ci si aggiunge anche un non meglio definito
sadomasochismo. Dietro questa formula, fino ad oggi, le spese erano
rappresentate per milioni di persone dalla perdita del potere
d’acquisto delle misere pensioni, dalla straricchezza del possesso
della propria casa dopo anni di sacrificati mutui, dai contratti
nazionali troppo ricchi che facevano vivere i lavoratori al di sopra
dei loro mezzi e nel mondo dei sogni, dall’aumento delle tasse
racimolandole sui consumi tramite l’aumento dell’Iva e accise
varie, dall’aumento incredibile della disoccupazione soprattutto
quella giovanile e femminile (malgrado vadano via dall’Italia
200.000 italiani all’anno da tre anni, non più conteggiati), dallo
spreco delle spese per la ricerca (unica vera ricchezza italiana) e
per la scuola (“provate a vedere quanto costa l’ignoranza per un
paese”).
Ulteriori
privatizzazioni, che loro, Berlusconi compreso ma non solo, chiamano
liberalizzazioni. C’è rimasto veramente poco di pubblico che dia
latte, o denaro fresco, quotidiano a fiumi. I monopoli pubblici sono
già diventati privati, sin dal primo Prodi. L’agroalimentare è
totalmente in mano francese e da oggi forse anche l’Alitalia,
quella senza debiti, perché questi passivi vengono pagati da noi. Ci
rimane da vendere, meglio da regalare per quattro spiccioli,
l’Inps-Inail, la Cassa Depositi e vedere come appropriarsi dei
libretti di piccolo risparmio dei pensionati. Gli immobili, per quel
che valgono oggi sono a buon prezzo, ma la rivendita a plus valore
risulta troppo in là per essere un affare.
giovedì 13 dicembre 2012
Aperta la caccia al Grillo
di Franco Cilli
Non ho mai amato Grillo, l’ho
detto e ribadito in più di un’occasione. I movimenti carismatici
sospinti dal furore ereticale e dall'enfasi profetica sono roba
vecchia. Purtuttavia va riconosciuto che Grillo è riuscito a
creare un fenomeno con una notevole forza dirompente e aldilà del
carisma il grillismo esprime tematiche e agire politico degni di
interesse. Quello a cui assistiamo negli ultimi giorni da parte della
politica e della stampa nei confronti del comico genoano è il segno palese
di un riflesso di difesa ad opera di un regime decadente che si sente
punto nel vivo e minacciato nei suoi interessi vitali. Il
Movimento 5 stelle e il suo
leader fanno paura c'è poco da fare. Politici e
giornalisti uniti nella lotta, tutti contro il comico. Un attacco
ampiamente prevedibile, e il duo Grillo Casaleggio era
preparato a tutto ciò, sebbene alle volte sia apparso in affanno.
Come non pensare che una classe politica screditata non schierasse
l’artiglieria contro quel comico che guida un movimento che
potrebbe spazzarli via tutti? Come illudersi che una categoria di
molluschi servili come quella dei giornalisti che vive di luce
riflessa dalla politica, potesse giudicare con obiettività e
distacco anglosassone un tizio che minaccia di bonificare
l'acquitrino in cui nuotano? Allora dagli al despota fustigatore del dissenso. Dagli con le interviste ai traditori cacciati con atto di
imperio come un ducetto dei carruggi, personaggi pieni di appeal
che appaiono a loro agio davanti alla telecamere, in bella posa e
senza risparmio di trucco. Commoventi gli ammiccamenti di solidarietà
della Gruber nei confronti della martire Federica Salsi, bellona
sapientemente agghindata e dalle pose telegeniche. La stampa, quella
stampa che ha assistito indifferente agli scandali e alle infamie del
regime più corrotto della storia d'Italia, sta facendo il pelo e il
contropelo a Grillo, ergendosi a paladina della democrazia in
difesa dei vari Favia e Salsi, vittime del dispotismo del dittatore
genoano. Se Grillo è meno che perfetto è spacciato.
Da che pulpito. Parlano di democrazia,
come se i partiti sostenitori di questo regime che oscilla dai
satrapi barzellettieri ai tecnici succhia-sangue, marionette delle
banche, avessero il marchio DOP di democratici. Chi è democratico,
Bersani? Quello che in ossequio alla democrazia interna, leggasi
spartizione delle candidature fra le correnti, ha fatto di tutto per
perdere le elezioni regionali e avrebbe perso anche la Puglia se
Vendola non si fosse incaponito? Quello il cui delfino si chiama
Penati? Oppure è democratico Casini, che anche quando non ha
incarichi politici nel partito è la sola e unica voce a dettare lo
spartito. Casini, già quello di Cuffaro ecc. ecc. Vogliamo parlare della democrazia interna dentro il partito azienda di Berlusconi? Inutile sprecare parole, sappiamo benissimo come funzionano le cose da quelle parti, stiamo ancora pagando lo stipendio alla Minetti e garantendo un posto fuori dalle sbarre ai vari Dell'Utri e compagnia. Quale partito poi
avrebbe tollerato accuse così pesanti al suo leader accusato di
combutta con un nerd malvagio, allo scopo di fregare tutti? Magari è
vero. Certo anche gli alieni di Mednev potrebbero essere veri. Il
problema è che con Grillo si usa il metro dell'utopia, mentre
con Bersani e Berlusconi si usa il metro di un realismo di comodo,
che li vuole entrambi patentati a prescindere. Farebbe quasi ridere
se non fosse osceno il tono impettito di certi giornalisti che per
anni hanno detto che il guaio dell'Italia era la mancanza di dialogo
e di riconoscimento reciproco fra i principali partiti, come se fosse
normale dialogare con uno che stava minando le basi delle
costituzione, che candidava mafiosi in parlamento e che faceva le
leggi pro domo sua. Grillo non è perfetto. Ma va? Non
voglio tirare fuori il discorso dell'autonomia della politica, quel tipo di
autonomia è ciò che abbiamo sempre combattuto ed è sempre stato
l'alibi delle peggiori nefandezze, ma è inutile nascondersi che in
una fase costituente come quella che sta attraversando il movimento
grillino, certe forzature e certe imperfezioni siano inevitabli. Da qui a
parlare di fascismo e di mancanza di democrazia però ce ne passa. Ripeto, da che pulpito. Gente che da sempre trama con i
poteri forti, che nasconde i suoi forzieri nei consigli di
amministrazione di banche e cooperative si permette di dare lezioni
di democrazia. Grillo avrebbe dovuto consentire che tipi del
genere : “dottò porto 1500 voti, può interessare?” potessero
fare un'OPA sul movimento, oppure che i suoi nemici soffiassero sul
fuoco delle divisione in seno al movimento, un'arma che da che mondo
e mondo funziona che è una favola, tanto che la sinistra è stata
sempre fatta fuori e si è sempre fatta fuori grazie ad una
frammentazione sistematica.
Grillo ha ragione, siamo in
guerra e e se vuoi combattere occorre un esercito compatto.
Un'altra chicca polemica: il
politically correct. Si attaccano a tutto pur di screditare il
Movimetno 5 stelle e il suo fondatore. Tutti contro il comico in
difesa della povera Salsi, sempre lei, vittima di un'intollerabile
violenza di genere solo perché il Beppe ha alluso al Punto G
delle donne. Attenti comici, satirici o semplici frequentatori di
osteria, la sola allusione al sesso non è espressione di uno
spirito sboccato e ridanciano, ma violenza di genere, razzismo allo
stato puro. Non già la battutaccia maschilista, ma la pura e
semplice allusione. Le mie zie troppo veraci sono avvertite. Se a
questa gente non piace Grillo fondino un altro movimento, non
è questo il momento di divisioni. Lo so, è brutto da dire, ma se il
malessere che certa gente prova è reale o prendono atto che non è
aria o tacciano almeno il tempo necessario perché il movimento
faccia quello per cui è nato: spazzare via questa classe politica
indecente.
Non voterò il M5S alle prossime
elezioni, ma se fossi costretto scegliere fra Grillo e tutto
il resto, non avrei dubbi, butterei a mare tutto il resto.
mercoledì 14 novembre 2012
Grillismo: movimento o partito?
Dopo l’autoproclamazione di Beppe Grillo sul web a «capo politico» assoluto, il M5S si trova ad un bivio decisivo. Solo se troverà una adeguata e originale forma organizzativa, democratica e plurale, riuscirà a non omologarsi alla vecchia politica che ha imperversato finora.
di Michele Martelli da Micromega
Si chiama M5S (MoVimento 5 Stelle), ma la questione che si pone oggi, dopo il clamoroso successo elettorale in Sicilia e l’autoproclamazione di Beppe Grillo sul web a «capo politico» del movimento, è a mio parere la seguente: il grillismo è ancora un movimento, se mai lo è stato, o non lo è più? Non è ancora un partito o lo è già in nuce? E se lo è, quale tipo di partito? E per fare l’Altrapolitica o la Stessapolitica?
Per aiutarci a capire, ci possono essere utili due schemi concettuali, tratti da due filosofi novecenteschi che sono ideologicamente agli antipodi, anarco-comunista il primo, filonazista il secondo: Jean Paul Sartre e Carl Schmitt.
Espongo qui brevemente i due schemi.
Nel Libro secondo della Critica della ragione dialettica (1960), Sartre sostiene che i periodi rivoluzionari si dividono in tre fasi: 1) la genesi del «gruppo in fusione»; 2) il predominio della «Fraternità-Terrore», che sfocia nell’«istituzionalizzazione del capo»; 3) la ri-formazione delle istituzioni statuali. Prima di «unirsi in interiorità» nel gruppo in fusione, gli individui sono «uniti in esteriorità», dispersi, frammentati, atomizzati, estraniati nei «collettivi seriali» (esempio: gli assembramenti in attesa alla fermata dell’autobus o della metro, o le masse elettorali), e tali tornano ad essere nella terza fase, la restaurazione politica post-rivoluzionaria. Rispetto alla Rivoluzione francese dell’89, che per Sartre funge da modello, le tre fasi sono: la presa della Bastiglia, il Terrore di Robespierre, il Termidoro. A giudizio del filosofo francese, il pendolo della storia umana oscilla dalla “serie” al “gruppo” e dal “gruppo” alla “serie”.
Per Carl Schmitt, secondo quanto egli scrive in La dittatura (1921), Teologia politica (1922) e altrove, le crisi politico-sociali radicali (vedi la Rivoluzione inglese di Cromwell, l’89 francese, l’Ottobre bolscevico, ma anche la crisi della Germania di Weimar), che segnano la tragica scomparsa dei vecchi ordinamenti politici, non sono che caos nichilistico, totale sospensione e assenza di norme, caduta verticale, abissale nel pre-politico e pre-giuridico. Come se ne esce? Con lo «stato d’eccezione». Col «decisionismo». Con l’uomo, l’élite, il partito forte, che interviene per imporre autoritativamente un nuovo ordine. Non importa quale e come, importa che lo faccia. Ciò che conta non è il «che cosa» si fa, ma «chi» decide di farlo, il «dittatore», che si auto-attribuisce un potere sovrano assoluto, incondizionato, un potere dall’alto. Per Schmitt, il pendolo della storia oscilla dal caos all’ordine, dall’anarchia alla «dittatura» (che può essere, diciamo così, sia di destra sia di “sinistra”). Col rischio immanente, e sempre incombente, che ordine e dittatura riprecipitino nel caos e nell’anarchia.
Questa dialettica bloccata, anche se senza le connotazioni tragiche che ne danno Sartre e Schmitt, l’abbiamo vista operante negli ultimi tempi in più occasioni. Per esempio: tanti movimenti (il Sessantotto, i gruppi femministi, la “Pantera” e l’“Onda anomala” studentesca, i girotondi, “Se non ora quando”, ma si possono citare i recenti “Indignados” e “Occupy Wall Street”) sono falliti, scomparsi, per non essere riusciti a strutturarsi, a darsi una forma-partito, organizzativa e permanente, a istituzionalizzarsi. Ma d’altro canto i movimenti che hanno trovato una forma organizzativa stabile hanno però finito col cambiare pelle, col trasformarsi in organizzazioni, comitati e partiti più o meno burocratici, gerarchici e centralisti (Rifondazione comunista, gruppi dipietristi, cellule vendoliane, raggruppamenti ciascuno dei quali ha espresso il suo sartriano “capo istituzionalizzato” o il suo schmittiano “dittatore”).
Ora il M5S si trova ad un bivio.
Fino alle amministrative siciliane, è stato un “gruppo in fusione” anomalo e contraddittorio. Da un lato, movimento dal basso, manifestatosi soprattutto in Rete, virtualmente, in forma disordinata, spontanea, diretta, con la sostanziale accettazione della linea anti-casta di Grillo-Casaleggio. Era anti-politica? No, era il segnale, nella crisi che stiamo attraversando, della seria e drammatica richiesta di un altro modo di far politica, di Altrapolitica (rifiuto della partitocrazia e dell’auroferenzialità dei politici, denuncia dei privilegi, della corruzione e del saccheggio della cosa pubblica, voglia di cambiamento radicale, di controllo, partecipazione, democrazia diretta, ecc.). Dall’altro, nella interminabile serie delle sue assemblee-spettacoli, Grillo, con argomentazioni-flash, spesso urlate, lazzi, turpiloqui, imitazioni, barzellette, formulava dall’alto le sue radicali critiche e proposte politiche. Indisturbato. Senza confronti e contraddittorî. Con monologhi alla ricerca dell’applauso, mirati a trasformare gli spettatori in potenziali seguaci. Si presentava come il “portavoce” del movimento. Ne era invece già di fatto il “capo”, la guida carismatica, che ne delineava programmi, scelte, comportamenti.
Dopo il voto siciliano, nell’ormai famoso documento sul web Grillo si è auto-eletto a “capo politico”, “istituzionalizzato”, direbbe Sartre, ritenendo di impersonare un’autorità sovrana al di sopra del movimento, una sorta di padre-padrone (un premier in pectore?) che legifera imperativamente, in modo “decisionistico”, direbbe Schmitt, sulle nuove regole (iscrizione, legittimità di appartenenza, candidabilità, ecc.), di cui si è dichiarato al tempo stesso l’unico indiscutibile custode e controllore. Per il bene del movimento, s’intende! Non sapendo, o fingendo di non sapere, che il paternalismo, in politica, è il preannuncio e al tempo stesso il fratello gemello dell’autocratismo.
Dall’atto imperativo di Grillo sono nate infatti le prime serie contraddizioni e dissensi nel M5S. Tra chi, in nome dell’autonomia degli iscritti e dell’orizzontalità del movimento, ne lamenta l’assenza di «democrazia interna» o la prossimità mistica a «Scientology» (Favia, Salsi e altri). E chi invece difende a spada tratta Grillo e il suo diktat, accusando i dissidenti di incoerenza, eresia, tradimento, sbeffeggiandoli e screditandoli anche a livello personale (carrieristi, succubi, se donne, del punto G, ecc.). E cioè applicando sia la categoria sartriana della “Fraternità-Terrore” (in caso di discordia, la Fraternità si trasforma in Terrore, in violenza eliminatoria dell’altro, come è espresso anche dal proverbio popolare italiano “fratello-coltello”) sia la dicotomia schmittiana dell’«amico-nemico» (in politica o concordi con me, ti sottometti alla mia autorità, al mio comando, oppure, se ti opponi, sei un nemico da abbattere, e come tale vai trattato). Oggi, nel M5S, ciò significa ovviamente ricorso ai soli mezzi che la situazione consente, e cioè: discredito, emarginazione, espulsione del dissidente. E dissidente è chiunque in questa fase non riconosce il “potere costituente”, dall’alto, imposto da Grillo. In contraddizione con la storia sin qui trascorsa del movimento.
La sfida di fronte a cui oggi si trova il M5S è a mio avviso la seguente.
O riesce a trovare, a inventare una nuova e originale forma organizzativa, stabile ma “liquida”, capace di coniugare democrazia diretta e rappresentativa, ma garantendo il primato della “base”, la sua sovranità, l’esercizio di un efficace controllo dal basso su dirigenti ed eletti, consiglieri e parlamentari, superando quella dialettica bloccata di cui parlavo dianzi, cosa di cui finora nessun movimento, nessun “gruppo in fusione” è stato capace: un tale superamento sarebbe una novità politica e storica epocale.
Oppure è destinato a cambiare presto natura, a contaminarsi e degradarsi, ad omologarsi al tran-tran della vecchia politica, della Stessapolitica sprezzantemente autoreferenziale e “casto-cratica” che ha imperversato finora.
venerdì 2 novembre 2012
Fra Grillo e Bersani preferirei qualcosa di meglio
Per il bene del paese Bersani non ci costringa a scegliere fra lui e Grillo, altrimenti la scelta sarà scontata. Se dobbiamo scegliere fra il pacato pragmatismo di chi vede il bene nel male dei poveri, sceglieremo senz'altro la furia scomposta di un eretico buffone. Siamo plebei in fondo, l'illuminismo borghese non ci è mai piaciuto troppo, abbiamo sempre preferito le lusinghe di preti, santi ed eretici, che ci offrivano il paradiso come orizzonte ultimo, al razionalismo di chi pretendeva di appagarci con la sua fredda ragione e col suo raffinato buongusto, promettendoci solo pezze al culo.
Per il bene del paese andate tutti a quel paese.
Per il bene del paese andate tutti a quel paese.
domenica 30 settembre 2012
Lo stomaco dell'anaconda
Per molti versi Grillo ha ragione e le sue parole sono un balsamo per chi è schifato da questo paese e dalla sua storia fatta di pupazi imbelli. Ma dimentica che non ci sono solo gli imbelli abituati a strisciare e a canzonare il ricco per raccogliere le briciole da sotto il tavolo quando lui si distrae. Ci sono e ci sono stati anche uomini veri. Abbiamo avuto il partito comunista più grande d'Europa, una iattura per alcuni e forse non a torto, ma gli va dato atto del tentativo di sottrarre il popolo al suo destino di plebe acefala e preda di pulsioni animali, pronta a servire il padrone di turno. Abbiamo avuto gente che ha sacrificato la sua vita per il bene degli altri. Altruisti di altri tempi. Tuttora ci sono milioni di persone pronti a mettersi in gioco, sebbene non riescano a togliersi il vizio di dividersi fra buoni e cattivi.
Difficile però non dargli ragione quando ci esorta a svegliarci e smettere di delegare il nostro destino all'uomo della provvidenza e a passare dalla disponibilità teorica all'agire pratico. La nostra è una vera e propria malattia, una specie di grave encefalite virale che rende una gra parte di noi muti e sordi a meno che non c'è la partita in TV.
Forse non abbiamo bisogno di un leader, ma di una cura energica sì. Speriamo nell'aria buona
dal Blog di Beppe Grillo
Chi grida "Forza Grillo!", come una volta si gridava "Viva Zapata o Pancho Villa" non ha capito che è lui e solo lui l'artefice di un possibile cambiamento. Non deve votare per il MoVimento 5 Stelle, ma per sé stesso e se non rischierà nulla, se farà il guardone della politica nell'attesa di un nuovo vincitore, l'Italia rimarrà il Paese pietrificato degli ultimi 150 anni. E lui, come cittadino, non conterà mai uno, ma zero, il numero che contraddistingue chi resta alla finestra, chi non si impegna per la società in cui vive.
In Italia, come disse Ennio Flaiano, si accorre sempre in soccorso del vincitore, qui milioni di fascisti divennero democristiani e comunisti nel giro di una notte di aprile, nel 1945 a guerra perduta. E' un Paese senza colpe, che non processa mai sé stesso, che ha persino vinto la Seconda Guerra Mondiale dopo l'otto settembre, ma che senza l'intervento degli Alleati avrebbe oggi statue al duce in ogni piazza d'Italia. Che bombarda la Libia di Gheddafi subito dopo aver firmato un trattato di pace. Un Paese femmina, che ama l'uomo forte, si chiami Craxi, Berlusconi o Mussolini, ma che lo appende per i piedi alla prima tempesta. Una penisola di particolarismi, di familismi, di favori dati e ricevuti, di consorterie, di massonerie e mafie. Un cerchio magico formato da chi vive di Potere e da coloro che sopravvivono con le briciole che gli vengono lanciate sotto il tavolo. Milioni di persone partecipano al banchetto dello Stato da decenni, come a un ristorante che fornisce pasti gratis.
L'italiano vive in Italia da turista, come se fosse all'estero, come se la strada in cui abita, la città in cui è nato, lo Stato non gli appartenessero. Vive in un mondo a parte, con indifferenza, talvolta con la spocchia dell'osservatore che non si mette mai in gioco. Crede ai miracoli, che in questo strano Paese talvolta avvengono, e confida nella Divina Provvidenza mentre critica ferocemente le Istituzioni seduto in poltrona quando ascolta i talk show delle solite facce, a cui delega la sua vita, e dei soliti vuoti ritornelli che nessuno canta più. Questo Paese ha digerito tutto, dalle leggi razziali, al fascismo, alla P2, ai patti tra lo Stato e la mafia, alle stragi, alle morti dei suoi eroi da Borsellino ad Ambrosoli. Ha lo stomaco di un anaconda che digerisce un coccodrillo. Nessuno lo può aiutare, niente lo può cambiare, nulla lo può salvare, se prima non cambia sé stesso.
Difficile però non dargli ragione quando ci esorta a svegliarci e smettere di delegare il nostro destino all'uomo della provvidenza e a passare dalla disponibilità teorica all'agire pratico. La nostra è una vera e propria malattia, una specie di grave encefalite virale che rende una gra parte di noi muti e sordi a meno che non c'è la partita in TV.
Forse non abbiamo bisogno di un leader, ma di una cura energica sì. Speriamo nell'aria buona
dal Blog di Beppe Grillo
Chi grida "Forza Grillo!", come una volta si gridava "Viva Zapata o Pancho Villa" non ha capito che è lui e solo lui l'artefice di un possibile cambiamento. Non deve votare per il MoVimento 5 Stelle, ma per sé stesso e se non rischierà nulla, se farà il guardone della politica nell'attesa di un nuovo vincitore, l'Italia rimarrà il Paese pietrificato degli ultimi 150 anni. E lui, come cittadino, non conterà mai uno, ma zero, il numero che contraddistingue chi resta alla finestra, chi non si impegna per la società in cui vive.
In Italia, come disse Ennio Flaiano, si accorre sempre in soccorso del vincitore, qui milioni di fascisti divennero democristiani e comunisti nel giro di una notte di aprile, nel 1945 a guerra perduta. E' un Paese senza colpe, che non processa mai sé stesso, che ha persino vinto la Seconda Guerra Mondiale dopo l'otto settembre, ma che senza l'intervento degli Alleati avrebbe oggi statue al duce in ogni piazza d'Italia. Che bombarda la Libia di Gheddafi subito dopo aver firmato un trattato di pace. Un Paese femmina, che ama l'uomo forte, si chiami Craxi, Berlusconi o Mussolini, ma che lo appende per i piedi alla prima tempesta. Una penisola di particolarismi, di familismi, di favori dati e ricevuti, di consorterie, di massonerie e mafie. Un cerchio magico formato da chi vive di Potere e da coloro che sopravvivono con le briciole che gli vengono lanciate sotto il tavolo. Milioni di persone partecipano al banchetto dello Stato da decenni, come a un ristorante che fornisce pasti gratis.
L'italiano vive in Italia da turista, come se fosse all'estero, come se la strada in cui abita, la città in cui è nato, lo Stato non gli appartenessero. Vive in un mondo a parte, con indifferenza, talvolta con la spocchia dell'osservatore che non si mette mai in gioco. Crede ai miracoli, che in questo strano Paese talvolta avvengono, e confida nella Divina Provvidenza mentre critica ferocemente le Istituzioni seduto in poltrona quando ascolta i talk show delle solite facce, a cui delega la sua vita, e dei soliti vuoti ritornelli che nessuno canta più. Questo Paese ha digerito tutto, dalle leggi razziali, al fascismo, alla P2, ai patti tra lo Stato e la mafia, alle stragi, alle morti dei suoi eroi da Borsellino ad Ambrosoli. Ha lo stomaco di un anaconda che digerisce un coccodrillo. Nessuno lo può aiutare, niente lo può cambiare, nulla lo può salvare, se prima non cambia sé stesso.
giovedì 13 settembre 2012
Grillo, Renzi e il furto di futuro
di Tonino Perna da soggettopoliticonuovo
I due politici fanno dello scontro tra giovani e vecchi il loro cavallo di battaglia. Ma quali sono le ragioni che hanno portato a questa frattura intergenerazionale?
La rapida ascesa di Matteo Renzi sulla scena politica nazionale ha stupito molti: in soli due anni è passato dalla corsa per la poltrona di sindaco di Firenze a quella di leader del Pd. Ancora più incredibile è stata l’ascesa di Beppe Grillo, da brillante comico a leader carismatico del terzo partito italiano, stando a sondaggi recenti.
Il suo successo è ormai oggetto di studi – di sociologi, politologi e giornalisti – che nei prossimi mesi riempiranno gli scaffali delle librerie italiane.
Cosa hanno in comune due leader così diversi, per anagrafe ed esperienze di vita e di lavoro? Quasi niente, meno un dato di grande rilevanza: l’obiettivo dello svecchiamento della classe politica, il ricambio generazionale. Il primo slogan fortunato di Renzi fu, per l’appunto, questo: dobbiamo «rottamare» la classe politica, a partire da quella del Pd. Grillo ha impostato fin dall’inizio la sua propaganda politica contro la gerontocrazia, la vecchia generazione (di cui lui fa parte) che non vuole mollare le poltrone e blocca l’accesso dei giovani alle leve di comando del nostro paese. Non a caso la sua più grande platea potenziale di voti sono i giovani sotto i 40 anni.
Malgrado Grillo e Renzi si becchino pesantemente, per ovvie ragioni di concorrenza sullo stesso terreno, sono accomunati da una stessa strategia politica: dare uno sbocco politico all’insofferenza ed alla disperazione giovanile in questa lunga fase di crisi e ristrutturazione del modello sociale capitalistico. Questo è un dato di fatto che merita una profonda riflessione.
Tutta la società occidentale è da anni arrivata alla fine del modello di sviluppo della seconda metà del ’900. Un modello che aveva permesso, fra l’altro, un alto tasso di mobilità sociale ascendente e un avanzamento, sia pure relativo, negli standard di vita e di consumo dei ceti medi e popolari. Il modello aveva cominciato a lanciare i primi segni di crisi da sovraproduzione già alla fine degli anni ’70 del secolo scorso. Ed è stato proprio in quegli anni, con l’avvento dell’era Thatcher-Reagan, che si è cominciato a smantellare il welfare e a dare fiato alla crescita economica, grazie a un poderoso processo di indebitamento: dello Stato in primis, ma anche delle famiglie e delle imprese. Per averne un’idea concreta basti pensare che oggi negli Usa l’indebitamento complessivo è pari a tre volte e mezzo il Pil, mentre in Italia è oltre due volte e mezzo. Contemporaneamente iniziava una fase di decentramento produttivo, di deindustrializzazione, che prima ha coinvolto gli Usa e poi l’Ue, mentre cresceva soprattutto il terziario parassitario e quello legato al mondo della finanza e del marketing. Tutto ciò ha comportato una progressiva riduzione nella qualità della domanda di lavoro e, soprattutto, uno scarto crescente tra produzione di diplomati e laureati e domanda di lavoro. Questo processo ha comportato un progressivo blocco dell’ascensore sociale e poi una sua discesa, ancora in atto. In altri termini: per i ceti popolari e medi è finita l’ascesa sociale, il passaggio dal lavoro manuale a quello intellettuale, dalla condizione operaia a quella impiegatizia o professionale, ed è iniziata la discesa. Le nuove generazioni si sono trovate davanti una società bloccata e gestita dai “vecchi”. Non solo. Le nuove generazioni hanno preso coscienza del fatto che loro malgrado si trovano a dover pagare un debito pubblico e un debito ecologico di cui non hanno alcuna responsabilità.
Questo è un dato che accomuna tutto l’Occidente e che in Italia si presenta in forme particolarmente gravi per via della mancanza cronica di una politica industriale ed economica all’altezza della nuova sfida: l’emergere di nuove potenze economiche, in primis la Cina, che ha prodotto una nuova divisione internazionale del lavoro. Di fronte a questo nuovo scenario internazionale il pensare che stimolare la domanda dei beni di consumo o avviare nuovi lavori pubblici possa risolvere la questione è pura illusione. È un intero modello socio-economico che va ripensato a partire da una delle chiavi principali che lo guidano: l’anticipazione del futuro.
Che si tratti della produzione agricola o di quella zootecnica, dell’uso delle risorse energetiche o di quelle ittiche e forestale, questo modello di sviluppo tende a far aumentare la produttività nell’unità di tempo attraverso l’anticipazione del futuro. Cioè ad ottenere oggi una massimizzazione della produzione – che si tratti di una mucca o di un terreno agricolo, di un pollo o di un pozzo di petrolio, ecc. – a danno della qualità del prodotto, di danni ambientali collaterali, e soprattutto di una perdita della risorsa nel futuro. In primo luogo, attraverso il debito pubblico e privato abbiamo anticipato il futuro, consumando oggi risorse che non avevamo.
È questa la base materiale del furto di futuro che abbiamo operato rispetto alle nuove generazioni. Ed è questa la base materiale dello scontro tra generazioni che è in atto e che s’intreccia con la lotta di classe condotta dal capitale contro la forza-lavoro, come ha ben mostrato Luciano Gallino nel suo ultimo saggio. Anticipazione del futuro e lotta di classe condotta dal capitale globale hanno prodotto una desertificazione sociale, una disgregazione che porta alla lotta tra poveri e tra lavoratori unitamente allo scontro intergenerazionale, che diverrà sempre più duro e cinico.
Mi domando: basta un ricambio generazionale per cambiare questo folle modello di vita e di consumi? E poi mi chiedo: quelli che appartengono alla mia generazione sono tutti colpevoli?
Queste sono le domande cruciali del nostro tempo a cui chi vuole costruire un’alternativa di sinistra dovrebbe rispondere proponendo una via d’uscita dalla crisi che dia risposte immediate e concrete alle nuove generazioni, andando al di là dei facili e pericolosi slogan del duetto Grillo-Renzi che invitano alla guerra intergenerazionale.
Fonte: Il Manifesto 12/09/2012
giovedì 6 settembre 2012
Scherzano con Grillo
di Marco Travaglio (da ComeDonChisciotte)
Può darsi che Grillo, come sempre, abbia esagerato quando ha detto che partiti e media al seguito, insultandolo ogni giorno con una campagna di "odio", istigano a delinquere contro di lui qualcuno che potrebbe passare "dal tiro al bersaglio metaforico a quello reale, come negli anni di piombo". Certo ha sbagliato le parole: anche lui usa l'insulto come arma di lotta politica; e tirare in ballo l'odio - come fecero B. e i suoi giannizzeri, attribuendo a chi lo criticava la qualifica di "mandante morale" dell'attentato della statuetta - non è solo un déjà vu: è un'assurdità, visto che almeno i sentimenti dovrebbero restare fuori dalla dialettica politica.
Ma le reazioni del mondo politico e giornalistico (sempre più simili, tanto da sembrare ormai un tutt'uno) è penosa. Francesco Merlo, su Repubblica, arriva a scrivere che, siccome Grillo è un comico, non va preso sul serio. Forse non gli è ancora giunta notizia che Grillo è il fondatore e il promotore del Movimento 5Stelle che alle ultime amministrative, con candidati tutt'altro che comici (semmai giovani), ha raccolto l'8,2% ed è ormai nei sondaggi il terzo partito d'Italia (con circa il 15%).
Resta poi da capire perché dovremmo prendere sul serio i politici di professione che hanno trascinato l'Italia alla bancarotta. Scrivere, infine, che "persino se lo trovassimo steso per terra, penseremmo: guarda cosa deve fare per tirare a campare un povero professionista del ridicolo" fa semplicemente accapponare la pelle.
Perché non si può affatto escludere che qualcuno prima o poi sogni di (o addirittura lavori per) mettere "Grillo steso a terra".
Forse una ripassatina alla storia patria non guasterebbe: si scoprirebbe che nei momenti di passaggio - come nel 1992, al tramonto della Prima Repubblica, e come oggi, al tramonto della Seconda - si muovono dietro le quinte forze oscure. E forse nemmeno tanto: mafie, servizi più o meno deviati, logge più o meno spurie, insomma gli stessi soggetti che nel '92 tentarono di infiltrare la Lega, che a quel tempo, per il Sistema, possedeva la stessa carica dirompente che oggi possiede il movimento di Grillo. Fu allora che il presidente Cossiga suggerì, per eliminare Bossi, di "infilargli una bustina di droga in macchina".
Le mafie e le loro quinte colonne nelle istituzioni votano e fanno votare. E, se non trovano interlocutori affidabili, sparano - magari travestite da Falange Armata - per farli uscire allo scoperto e trattare. Grillo, da questo punto di vista, è totalmente inaffidabile. "Per fare politica in Italia devi essere ricattabile", disse un giorno Giuliano Ferrara col consueto cinismo.
Ecco: Grillo ha tanti difetti, ma non è ricattabile, avvicinabile, trattabile. L'idea che il suo movimento condizioni la politica dei prossimi anni non può che allarmare i criminali d'alto bordo adusi alle trattative e ai patti sottobanco con politici di lungo corso, molto ricattabili, avvicinabili e trattabili (anzi, spesso già ricattati, avvicinati e trattati). In Parlamento, specie a destra e al centro, ma anche nel centrosinistra, le mafie hanno i loro interlocutori. In 5 Stelle, anche per motivi anagrafici, no.
Si può pure ironizzare sull'allarme di Grillo: ma sempre ricordando che, quando parla, tuona, insulta (ma propone pure, anche se nessuno si confronta mai sul merito delle sue proposte), lo fa senz'alcuno scudo tra la sua faccia e la gente. I politici che, soprattutto a sinistra, gli danno del populista, barbaro, fascista, nazista, assassino e altre carinerie (le ultime sono un compenso in nero, subito smentito, e un appello - falso pure quello - a picchiare i marocchini: a proposito di "macchina del fango"), lo fanno ben scortati e nascosti dietro plotoni di uomini armati.
Eppure anche i politici più a rischio lo sono infinitamente meno di Grillo. Dargli una martellata in testa è la cosa più facile del mondo. E anche infilargli una busta di droga in macchina: anche perché la macchina è la sua, non un'autoblu con autista e gorilla.
Fonte: www.ilfattoquotidiano.it
Può darsi che Grillo, come sempre, abbia esagerato quando ha detto che partiti e media al seguito, insultandolo ogni giorno con una campagna di "odio", istigano a delinquere contro di lui qualcuno che potrebbe passare "dal tiro al bersaglio metaforico a quello reale, come negli anni di piombo". Certo ha sbagliato le parole: anche lui usa l'insulto come arma di lotta politica; e tirare in ballo l'odio - come fecero B. e i suoi giannizzeri, attribuendo a chi lo criticava la qualifica di "mandante morale" dell'attentato della statuetta - non è solo un déjà vu: è un'assurdità, visto che almeno i sentimenti dovrebbero restare fuori dalla dialettica politica.
Ma le reazioni del mondo politico e giornalistico (sempre più simili, tanto da sembrare ormai un tutt'uno) è penosa. Francesco Merlo, su Repubblica, arriva a scrivere che, siccome Grillo è un comico, non va preso sul serio. Forse non gli è ancora giunta notizia che Grillo è il fondatore e il promotore del Movimento 5Stelle che alle ultime amministrative, con candidati tutt'altro che comici (semmai giovani), ha raccolto l'8,2% ed è ormai nei sondaggi il terzo partito d'Italia (con circa il 15%).
Resta poi da capire perché dovremmo prendere sul serio i politici di professione che hanno trascinato l'Italia alla bancarotta. Scrivere, infine, che "persino se lo trovassimo steso per terra, penseremmo: guarda cosa deve fare per tirare a campare un povero professionista del ridicolo" fa semplicemente accapponare la pelle.
Perché non si può affatto escludere che qualcuno prima o poi sogni di (o addirittura lavori per) mettere "Grillo steso a terra".
Forse una ripassatina alla storia patria non guasterebbe: si scoprirebbe che nei momenti di passaggio - come nel 1992, al tramonto della Prima Repubblica, e come oggi, al tramonto della Seconda - si muovono dietro le quinte forze oscure. E forse nemmeno tanto: mafie, servizi più o meno deviati, logge più o meno spurie, insomma gli stessi soggetti che nel '92 tentarono di infiltrare la Lega, che a quel tempo, per il Sistema, possedeva la stessa carica dirompente che oggi possiede il movimento di Grillo. Fu allora che il presidente Cossiga suggerì, per eliminare Bossi, di "infilargli una bustina di droga in macchina".
Le mafie e le loro quinte colonne nelle istituzioni votano e fanno votare. E, se non trovano interlocutori affidabili, sparano - magari travestite da Falange Armata - per farli uscire allo scoperto e trattare. Grillo, da questo punto di vista, è totalmente inaffidabile. "Per fare politica in Italia devi essere ricattabile", disse un giorno Giuliano Ferrara col consueto cinismo.
Ecco: Grillo ha tanti difetti, ma non è ricattabile, avvicinabile, trattabile. L'idea che il suo movimento condizioni la politica dei prossimi anni non può che allarmare i criminali d'alto bordo adusi alle trattative e ai patti sottobanco con politici di lungo corso, molto ricattabili, avvicinabili e trattabili (anzi, spesso già ricattati, avvicinati e trattati). In Parlamento, specie a destra e al centro, ma anche nel centrosinistra, le mafie hanno i loro interlocutori. In 5 Stelle, anche per motivi anagrafici, no.
Si può pure ironizzare sull'allarme di Grillo: ma sempre ricordando che, quando parla, tuona, insulta (ma propone pure, anche se nessuno si confronta mai sul merito delle sue proposte), lo fa senz'alcuno scudo tra la sua faccia e la gente. I politici che, soprattutto a sinistra, gli danno del populista, barbaro, fascista, nazista, assassino e altre carinerie (le ultime sono un compenso in nero, subito smentito, e un appello - falso pure quello - a picchiare i marocchini: a proposito di "macchina del fango"), lo fanno ben scortati e nascosti dietro plotoni di uomini armati.
Eppure anche i politici più a rischio lo sono infinitamente meno di Grillo. Dargli una martellata in testa è la cosa più facile del mondo. E anche infilargli una busta di droga in macchina: anche perché la macchina è la sua, non un'autoblu con autista e gorilla.
Fonte: www.ilfattoquotidiano.it
lunedì 3 settembre 2012
Sulla rete spunta fuori il Grillo razzista
da globalist.it
«In mezzo alla strada non è possibile: oggi con i telefonini fanno succedere un casino, l'immagine di quel telefonino è andata a un miliardo di musulmani!!! Sono coglioni!». Non è la solita lezione sui nuovi media quella che Grillo impartisce ai carabinieri nello spezzone di un suo spettacolo che sta facendo il giro del mondo via web. Si tratta di vere e proprie istruzioni per l'abuso di marocchini che l'ex comico "regala" alla Benemerita per evitare di provocare scalpore nell'opinione pubblica, soprattutto in quella islamica.
Ora non è più un mistero per nessuno che il marchio di Casaleggio & associati stia strizzando l'occhio al senso comune razzistoide in libera uscita dalla Lega ma l'episodio cui pare alludere Grillo è quello del pestaggio di un mahgrebino mezzo nudo e fuori di sé pestato da due carabinieri il doppio di lui. Era a Sassuolo nel febbraio del 2006 (il giudice archivierà). Anche lo spettacolo è del 2006 quando Grillo iniziava la crociata liberticida contro i giornali di partito.
«Se i marocchini vengono qui e rispettano le regole, se no fuori dai coglioni! (il pubblico si spella le dita dall'applaudire)... Però vuoi dare una passatina a un marocchino che rompe i coglioni? Lo prendi, lo carichi in macchina, senza che ti veda nessuno, lo porti un po' in caserma e gli dai due schiaffetti». Solo due schiaffetti ma "occhio non veda così che cuore non dolga". Qualche mese dopo, il sito del popolare ex testimonial di yogurt provò ad appropriarsi del caso Aldrovandi. Patrizia Moretti e Lino, i genitori del diciottenne ucciso da quattro agenti in un violentissimo "controllo" di polizia, furono invitati più volte alle kermesse del popolo a cinque stelle.
Chi è il vero Grillo? Il dibattito in rete è più acceso che mai. I grillini di stretta osservanza invitano a non decontestualizzare. La stessa motivazione del giudice che archiviò l'indagine sui due carabinieri a cui il marocchino diede delle «panciate sui piedi». E Patrizia Moretti, interpellata da Globalist, dice di sentirsi «ferita da queste parole di Grillo. Non ho visto tutto il resto dello spettacolo ma suggerire gli "schiaffi" al riparo dai telefonini è una cosa che mi fa davvero male!».
mercoledì 29 agosto 2012
Meglio un Sallusti oggi che un Grillo domani
L'invito Sallusti, uno dei dipendenti
di Berlusconi che si finge giornalista, a partecipare alla festa
dell'Unità, aldilà del cattivo gusto, assume una valenza più che
altro politica.
Sallusti è la garanzia della continuità del vecchio
regime, con le sue connivenze e i suoi accordi sotto banco (ricordate
le parole di Violante nel 1994 sulle garanzie a Berlusconi in merito alle sue
televisioni?). Dietro l'apparente autocertificazione morale insita
nell'invito a Sallusti, come a voler dimostrare “non siamo più gli
stalinisti di una volta che avrebbero fatto a pezzi il nemico
sconfitto”, si cela al volontà di e forse la necessità di
mantenere un legame di reciproca complicità, come garanzia di
continuità di un regime di privilegi e di affidabilità nei riguardi
delle istituzioni sovranazionali.
A pensarci bene anche la frase di Letta: "meglio votare Pdl che Grillo", è evocativa.
Qui non si tratta di democrazia e di
rispetto dell'avversario come vogliono farci credere, da che mondo e
mondo chi è alle dipendenze di qualcuno come mazziere esperto di
metodi Boffo, non si può definire un giornalista.
La discontinuità
con il vecchio si valuta anche dalla visibilità dei vari Sallusti
più o meno travestiti, che circolano nei vari salotti della
politica.
martedì 21 agosto 2012
La logica di Mr. Spock - Stiglitz e Gallegati
dal Blog di Beppe Grillo
"C'è sempre un'alternativa", come disse Spock. Il trucco che stanno usando è farci credere che non esistano alternative all'euro e alla crescita del PIL. Beppe Grillo
Intervento di Joe Stiglitz e Mauro Gallegati
"Cosa accadrà in caso di default ed abbandono dell’euro? Come uscire dalla crisi sfruttando l’opportunità del cambiamento? Non proponiamo nuove strategie di crescita, ma un diverso modo di vivere e produrre. A tal fine, individuiamo una strategia dal basso (da noi tutti abitanti questo Pianeta) ed una dall’alto.
La diminuzione del tasso di profitto del settore reale nei Paesi avanzati ha generato un'espansione del settore finanziario che ha garantito la tenuta del sistema fino allo scoppio della bolla immobiliare nel 2007. La crescita del profitto ha portato alla necessità di reinvestire i risparmi accumulati. Il rallentamento dell’economia reale nei Paesi avanzati ha implicato una fuoriuscita di risorse da questo settore non più remunerativo, incentivando la delocalizzazione produttiva e l’investimento finanziario in attività sempre più rischiose e complesse. L’iniezione di liquidità effettuata a più riprese dalle banche centrali americana ed europea non ha sortito rilevanti effetti positivi sull’economia reale dei Paesi occidentali, mentre le banche hanno ripreso a speculare grazie alla maggiore liquidità a disposizione, accrescendo i propri profitti. Il salvataggio delle banche, con la conseguente socializzazione di perdite private, è importante per la salvaguardia del risparmio del ceto medio. Però non è da escludere un’azione di indirizzo pubblico da parte dello Stato che ha investito risorse per salvare il sistema. Inoltre, il salvataggio bancario non è in grado di risolvere da solo l’attuale crisi. Infatti, non influisce sul problema di fondo, cioè una divergenza tra una produttività crescente e una capacità di acquisto stagnante o calante. In aggiunta, il salvataggio delle banche da parte degli Stati ha fatto lievitare il debito pubblico, già elevato in alcuni Paesi come l’Italia. Quindi un problema è diventato ridurre il peso del debito pubblico rispetto al prodotto interno.
La strada che i governanti europei stanno seguendo è quella dell’austerità, alcuni hanno proposto il ripudio del debito e l’uscita dall’Euro. Il ritorno alle monete nazionali renderebbe nuovamente disponibile ai singoli Paesi lo strumento della politica monetaria per garantire il debito pubblico mediante l’intervento della propria banca centrale. Questa strategia può presentare una serie di criticità. La principale è che colpirebbe pesantemente il ceto medio, lo stesso che ora sta pagando i sacrifici richiesti dalla strategia di austerità.Questo gruppo di persone verrebbe colpito sia direttamente che indirettamente. Direttamente, dato che i titoli di Stato sono la forma di risparmio principale dei piccoli risparmiatori (l’incidenza dei titoli di Stato italiani nel portafoglio di un grande imprenditore che può permettersi di investire all’estero o portare le proprie attività in Lussemburgo o alle Isole Cayman è minima rispetto all’incidenza sul portafoglio di un piccolo risparmiatore). Il default dovrebbe quindi essere “selettivo”, per colpire solo i titoli posseduti da alcuni soggetti (ad esempio, le istituzioni finanziarie estere) e ripagarli invece se posseduti da altri (ad esempio, lavoratori e pensionati). Al danno diretto si aggiungerebbero una serie di danni indiretti. L’uscita dall’Euro propedeutica ad una svalutazione della moneta (una nuova lira o un euro dei PIGS?), che faccia recuperare competitività al Paese, porterebbe nell’immediato ad una probabile impennata dell’inflazione (le materie prime quali petrolio e gas, sarebbero molto più care) e ad un peggioramento del potere d’acquisto e degli standard di vita. Inoltre, anche l’effetto benefico sulle esportazioni nel medio periodo potrebbe non avere la stessa ampiezza ottenuta dalla svalutazione del 1992, quando la competizione di prezzo dei Paesi emergenti non aveva raggiunto i livelli degli anni 2000, dopo l’ingresso della Cina nel WTO. Un default implicherebbe una perdita di credibilità sui mercati internazionali che, per un certo periodo, eviterebbero di finanziarci (se non a tassi elevatissimi). La mancanza di credito e di investimenti potrebbe acuire la recessione. Infine, l’uscita dall’Euro dell’Italia sarebbe probabilmente causa dell’archiviazione dell’esperienza della moneta unica, il che potrebbe implicare la fine del processo di integrazione europea, poggiato principalmente su basi economiche.
L’attuale modello di sviluppo, basato sull'utopica credenza di una crescita senza fine, che non distingue beni da merci, genera insostenibili disuguaglianze e provoca sempre più forti criticità ambientali. Bisognerebbe puntare all’innovazione, alla cultura ed ai servizi, beni prevalentemente immateriali, ma che spesso hanno un forte legame con i territori. Ciò che proponiamo come un abbozzo per un nuovo modo di vivere si può riassumere nella frase: "Lavorino le macchine, noi godiamoci la vita". A tal fine occorre ripensare e ridisegnare in modo integrale la vita umana dominata dall’imperativo dell’accumulo di denaro, della produzione e dell’acquisto di merci. Ma in tutti i continenti, in tutte le nazioni, oltre al malessere dovuto ad un tale modello di vita, stanno emergendo fermenti creativi che spingono in altre direzioni: i movimenti delle popolazioni di Centro e Sud America contro lo sfruttamento dei suoli e delle acque, il microcredito nato in Asia e affermatosi anche nel mondo occidentale, i Gruppi di Acquisto Solidale che mettono al centro i principi di eticità e sostenibilità, ricostruendo la relazione tra il consumatore, spesso urbanizzato, e i produttori, i Movimenti per la decrescita che propongono cambiamenti dal basso, azioni pratiche per stili di vita sobri e sostenibili, a chi sperimenta una vita senza petrolio nelle "transition town".
Ci sono comportamenti di cittadini/consumatori/produttori, che potrebbero innescare soprattutto in questa situazione di crisi il virus del cambiamento, ma anche nuovi punti di vista di governi che stanno ricercando indicatori più adatti del PIL per misurare il benessere di una nazione. Nel Bhutan il "Gross National Happiness", L’Ecuador e la Bolivia che mettono il "buen vivir" nelle loro Costituzioni, l’Australia con "Measures of Australia’s progress", il "Canadian Index of Wellbeing". Misure che dovrebbero esser differenti da Paese a Paese. Ricordava Fuà [1]: "Un singolo modello di sviluppo e di vita (oggi quello concentrato sulla crescita delle merci) viene proposto ed accettato come l’unico valido; bisognerebbe invece apprezzare che ogni popolazione cerchi la via corrispondente alla sua storia ai suoi caratteri, alle sue circostanze e non si senta inferiore ad un’altra per il solo fatto che quella produce più merci." Poiché viviamo un momento di transizione tra un’economia delle merci ed un’economia dei servizi occorrerà inventare nuovi lavori, magari a ritmi più umani, dematerializzando le nostre produzioni. Per il nostro Paese, un’indicazione ci può venire dal recentissimo Rapporto 2012 sull’Industria culturale in Italia: "L’Italia che verrà", di Unioncamere, Fondazione Symbola e Regione Marche. I settori coinvolti da questa indagine, sono quelli classici dei Beni culturali: architettura, design, industrie creative e culturali che, in contro tendenza, mostrano il livello dell’occupazione (il 5,6% del totale degli occupati) salito dello 0,8%, a fronte di un arretramento medio dello 0,4% (periodo 2008-2011). Allargando il campo ad altri settori dell’unicità italiana, produzioni agricole tipiche, il turismo legato alla capacità attrattiva della cultura, le attività legate al recupero del patrimonio storico, attività di formazione collegate, gli occupati salgono al 18,1% degli occupati a livello nazionale. Ritornando alla frase di Fuà, non sarebbe il caso di individuare nel valore aggiunto del settore cultura, alla sua unicità, in quello del suo indotto e dei comparti meno formali che ad esso possono essere legati, la nostra vera fonte di ricchezza? I tempi del cambiamento sono lunghi. Un'accelerazione può venire solo dall’alto. In questa prospettiva, ci si dovrà attrezzare per utilizzare gli incrementi di produttività per lavorare di meno, redistribuire il reddito via fiscalità (vedi J.E.Stiglitz, The price of inequality Norton, 2012), promuovere la progressiva introduzione del reddito di cittadinanza e della partecipazione agli utili di impresa. Solo se riusciremo a cambiare il modo di vivere di oggi avremo un domani. Ma per far ciò abbiamo tutti bisogno di un movimento che aiuti a renderci consapevoli e che cambi il modo di far politica. Come provano a fare gli Indignados, gli Occupy Wall Street e il M5S ". Joe Stiglitz e Mauro Gallegati
[1] Crescita economica. Le insidie delle cifre, Giorgio Fuà, Il Mulino, 1993.
"C'è sempre un'alternativa", come disse Spock. Il trucco che stanno usando è farci credere che non esistano alternative all'euro e alla crescita del PIL. Beppe Grillo
Intervento di Joe Stiglitz e Mauro Gallegati
"Cosa accadrà in caso di default ed abbandono dell’euro? Come uscire dalla crisi sfruttando l’opportunità del cambiamento? Non proponiamo nuove strategie di crescita, ma un diverso modo di vivere e produrre. A tal fine, individuiamo una strategia dal basso (da noi tutti abitanti questo Pianeta) ed una dall’alto.
La diminuzione del tasso di profitto del settore reale nei Paesi avanzati ha generato un'espansione del settore finanziario che ha garantito la tenuta del sistema fino allo scoppio della bolla immobiliare nel 2007. La crescita del profitto ha portato alla necessità di reinvestire i risparmi accumulati. Il rallentamento dell’economia reale nei Paesi avanzati ha implicato una fuoriuscita di risorse da questo settore non più remunerativo, incentivando la delocalizzazione produttiva e l’investimento finanziario in attività sempre più rischiose e complesse. L’iniezione di liquidità effettuata a più riprese dalle banche centrali americana ed europea non ha sortito rilevanti effetti positivi sull’economia reale dei Paesi occidentali, mentre le banche hanno ripreso a speculare grazie alla maggiore liquidità a disposizione, accrescendo i propri profitti. Il salvataggio delle banche, con la conseguente socializzazione di perdite private, è importante per la salvaguardia del risparmio del ceto medio. Però non è da escludere un’azione di indirizzo pubblico da parte dello Stato che ha investito risorse per salvare il sistema. Inoltre, il salvataggio bancario non è in grado di risolvere da solo l’attuale crisi. Infatti, non influisce sul problema di fondo, cioè una divergenza tra una produttività crescente e una capacità di acquisto stagnante o calante. In aggiunta, il salvataggio delle banche da parte degli Stati ha fatto lievitare il debito pubblico, già elevato in alcuni Paesi come l’Italia. Quindi un problema è diventato ridurre il peso del debito pubblico rispetto al prodotto interno.
La strada che i governanti europei stanno seguendo è quella dell’austerità, alcuni hanno proposto il ripudio del debito e l’uscita dall’Euro. Il ritorno alle monete nazionali renderebbe nuovamente disponibile ai singoli Paesi lo strumento della politica monetaria per garantire il debito pubblico mediante l’intervento della propria banca centrale. Questa strategia può presentare una serie di criticità. La principale è che colpirebbe pesantemente il ceto medio, lo stesso che ora sta pagando i sacrifici richiesti dalla strategia di austerità.Questo gruppo di persone verrebbe colpito sia direttamente che indirettamente. Direttamente, dato che i titoli di Stato sono la forma di risparmio principale dei piccoli risparmiatori (l’incidenza dei titoli di Stato italiani nel portafoglio di un grande imprenditore che può permettersi di investire all’estero o portare le proprie attività in Lussemburgo o alle Isole Cayman è minima rispetto all’incidenza sul portafoglio di un piccolo risparmiatore). Il default dovrebbe quindi essere “selettivo”, per colpire solo i titoli posseduti da alcuni soggetti (ad esempio, le istituzioni finanziarie estere) e ripagarli invece se posseduti da altri (ad esempio, lavoratori e pensionati). Al danno diretto si aggiungerebbero una serie di danni indiretti. L’uscita dall’Euro propedeutica ad una svalutazione della moneta (una nuova lira o un euro dei PIGS?), che faccia recuperare competitività al Paese, porterebbe nell’immediato ad una probabile impennata dell’inflazione (le materie prime quali petrolio e gas, sarebbero molto più care) e ad un peggioramento del potere d’acquisto e degli standard di vita. Inoltre, anche l’effetto benefico sulle esportazioni nel medio periodo potrebbe non avere la stessa ampiezza ottenuta dalla svalutazione del 1992, quando la competizione di prezzo dei Paesi emergenti non aveva raggiunto i livelli degli anni 2000, dopo l’ingresso della Cina nel WTO. Un default implicherebbe una perdita di credibilità sui mercati internazionali che, per un certo periodo, eviterebbero di finanziarci (se non a tassi elevatissimi). La mancanza di credito e di investimenti potrebbe acuire la recessione. Infine, l’uscita dall’Euro dell’Italia sarebbe probabilmente causa dell’archiviazione dell’esperienza della moneta unica, il che potrebbe implicare la fine del processo di integrazione europea, poggiato principalmente su basi economiche.
L’attuale modello di sviluppo, basato sull'utopica credenza di una crescita senza fine, che non distingue beni da merci, genera insostenibili disuguaglianze e provoca sempre più forti criticità ambientali. Bisognerebbe puntare all’innovazione, alla cultura ed ai servizi, beni prevalentemente immateriali, ma che spesso hanno un forte legame con i territori. Ciò che proponiamo come un abbozzo per un nuovo modo di vivere si può riassumere nella frase: "Lavorino le macchine, noi godiamoci la vita". A tal fine occorre ripensare e ridisegnare in modo integrale la vita umana dominata dall’imperativo dell’accumulo di denaro, della produzione e dell’acquisto di merci. Ma in tutti i continenti, in tutte le nazioni, oltre al malessere dovuto ad un tale modello di vita, stanno emergendo fermenti creativi che spingono in altre direzioni: i movimenti delle popolazioni di Centro e Sud America contro lo sfruttamento dei suoli e delle acque, il microcredito nato in Asia e affermatosi anche nel mondo occidentale, i Gruppi di Acquisto Solidale che mettono al centro i principi di eticità e sostenibilità, ricostruendo la relazione tra il consumatore, spesso urbanizzato, e i produttori, i Movimenti per la decrescita che propongono cambiamenti dal basso, azioni pratiche per stili di vita sobri e sostenibili, a chi sperimenta una vita senza petrolio nelle "transition town".
Ci sono comportamenti di cittadini/consumatori/produttori, che potrebbero innescare soprattutto in questa situazione di crisi il virus del cambiamento, ma anche nuovi punti di vista di governi che stanno ricercando indicatori più adatti del PIL per misurare il benessere di una nazione. Nel Bhutan il "Gross National Happiness", L’Ecuador e la Bolivia che mettono il "buen vivir" nelle loro Costituzioni, l’Australia con "Measures of Australia’s progress", il "Canadian Index of Wellbeing". Misure che dovrebbero esser differenti da Paese a Paese. Ricordava Fuà [1]: "Un singolo modello di sviluppo e di vita (oggi quello concentrato sulla crescita delle merci) viene proposto ed accettato come l’unico valido; bisognerebbe invece apprezzare che ogni popolazione cerchi la via corrispondente alla sua storia ai suoi caratteri, alle sue circostanze e non si senta inferiore ad un’altra per il solo fatto che quella produce più merci." Poiché viviamo un momento di transizione tra un’economia delle merci ed un’economia dei servizi occorrerà inventare nuovi lavori, magari a ritmi più umani, dematerializzando le nostre produzioni. Per il nostro Paese, un’indicazione ci può venire dal recentissimo Rapporto 2012 sull’Industria culturale in Italia: "L’Italia che verrà", di Unioncamere, Fondazione Symbola e Regione Marche. I settori coinvolti da questa indagine, sono quelli classici dei Beni culturali: architettura, design, industrie creative e culturali che, in contro tendenza, mostrano il livello dell’occupazione (il 5,6% del totale degli occupati) salito dello 0,8%, a fronte di un arretramento medio dello 0,4% (periodo 2008-2011). Allargando il campo ad altri settori dell’unicità italiana, produzioni agricole tipiche, il turismo legato alla capacità attrattiva della cultura, le attività legate al recupero del patrimonio storico, attività di formazione collegate, gli occupati salgono al 18,1% degli occupati a livello nazionale. Ritornando alla frase di Fuà, non sarebbe il caso di individuare nel valore aggiunto del settore cultura, alla sua unicità, in quello del suo indotto e dei comparti meno formali che ad esso possono essere legati, la nostra vera fonte di ricchezza? I tempi del cambiamento sono lunghi. Un'accelerazione può venire solo dall’alto. In questa prospettiva, ci si dovrà attrezzare per utilizzare gli incrementi di produttività per lavorare di meno, redistribuire il reddito via fiscalità (vedi J.E.Stiglitz, The price of inequality Norton, 2012), promuovere la progressiva introduzione del reddito di cittadinanza e della partecipazione agli utili di impresa. Solo se riusciremo a cambiare il modo di vivere di oggi avremo un domani. Ma per far ciò abbiamo tutti bisogno di un movimento che aiuti a renderci consapevoli e che cambi il modo di far politica. Come provano a fare gli Indignados, gli Occupy Wall Street e il M5S ". Joe Stiglitz e Mauro Gallegati
[1] Crescita economica. Le insidie delle cifre, Giorgio Fuà, Il Mulino, 1993.
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