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lunedì 12 marzo 2012

I numeri del Prof. Monti sono quelli del mago Otelma

METTIAMO IN CAMPO UN PROGETTO NUOVO, CREDIBILE DI SVILUPPO ECONOMICO E SOCIALE

di Guido Viale da ComeDonChisciotte  


Immaginiamo il prof. Monti travestito da studente (ovviamente fuori corso) che si presenta a un esame di economia alla Bocconi, di cui è stato anche Rettore; e che alla domanda: «Quando si presenta un'analisi costi benefici?» risponde «Dopo l'approvazione del progetto». Bocciato (sia Monti che il progetto) senza se e senza ma. Eppure è proprio questo che ha sostenuto Monti, vestito (e non travestito) da Presidente del Consiglio. Ma non è la sola insensatezza che ha detto sul Tav: c'è anche la promessa di viaggiare da Milano a Parigi in 4 ore (cioè, ad almeno 400 km/h tra Torino e Lione compresi i 57 e più chilometri di galleria); e l'improvvisa trasformazione in low-cost (a basso costo) dell'opera: grazie al rinvio sine die dei lavori per le tratte fuori galleria (ma chi ha detto che la Commissione Europea sia disposta a cofinanziare un affare simile?). Con questi assi nella manica il governo Monti ha annunciato una grande campagna di informazione (e di repressione) sul Tav. Complimenti!

Lo scontro sul Tav porta alla luce la vera natura di questo governo; un consesso di presunti tecnici che però non sa confrontarsi con quei 360 tecnici veri - praticamente tutti quelli che in Italia hanno una competenza in materia - che hanno chiesto un ripensamento su un progetto tanto inutile. D'altronde, per averne una conferma, basta pensare ai numeri di Monti sui futuri effetti dei primi decreti del Governo: PIL +11%; salari +12; consumi +8; occupazione +8; investimenti +18 (e quando mai? Mai). Neanche il mago Otelma... Il governo Monti ha sì una politica economica: quella di riportare in pari il bilancio a suon di tasse, tagli al welfare e svendita dei servizi pubblici (la polpa: il saccheggio dei beni comuni). E di affidare la cosiddetta crescita a qualche liberalizzazione pasticciata e marginale e al finanziamento di alcune Grandi Opere incluse nella legge obiettivo, senza neanche un criterio per definirne le priorità: il Tav Torino-Lione è l'emblema di questo modo di fare. Ma quello che al governo Monti è inviso e del tutto estraneo è il concetto stesso di politica industriale (che cosa, con che cosa, per chi, come e dove produrre). Cioè l'idea che per fare fronte alla crisi, alla disoccupazione, al degrado ambientale e sociale, ai cambiamenti climatici (a cui Monti non ha mai fatto nemmeno cenno: sono cose che per lui non esistono) occorra intervenire sia dal lato dell'offerta (promuovendo produzioni e soprattutto riconversioni produttive di imprese altrimenti votate alla sparizione), sia dal lato della domanda: creando o sostenendo il mercato delle produzioni che hanno un futuro. In entrambi i casi si tratta di settori decisivi per la riconversione ecologica del sistema produttivo e dei consumi, ma anche per difendere l'occupazione; per creare e sostenere impieghi di qualità, per valorizzare gli studi altrimenti sprecati di centinaia di migliaia di giovani senza prospettive e le competenze difficilmente recuperabili di lavoratori anziani o solo maturi espulsi dalle imprese insieme al loro bagaglio di esperienza. I settori decisivi in questo processo sono quelli delle fonti rinnovabili, dell'efficienza energetica, dell'agricoltura e dell'industria alimentare ecologiche e di prossimità, del riciclo totale di scarti e rifiuti, della salvaguardia degli assetti idrogeologici, del recupero edilizio, della mobilità sostenibile e flessibile. Ma innanzitutto è essenziale un recupero di democrazia. Non è possibile - dicevano i sindacati firmatari del diktat di Pomigliano - difendere i diritti in fabbrica senza le fabbriche. Giusto. Ma è vero anche, e soprattutto, l'inverso: senza democrazia in fabbrica e nel paese le fabbriche scompaiono. E infatti, mentre il governo e partiti che lo appoggiano si impuntano sul Tav, facendone la bandiera di un approccio senza futuro ai problemi dell'economia, dei territori e della convivenza, Marchionne fa capire (ammiccando e negando, come si conviene a chi procede per gradi su un cammino già tracciato) che trasferirà negli Usa la direzione e quel che resta del "cervello" della Fiat; che chiuderà uno a uno i suoi stabilimenti e che trasformerà in "fabbriche cacciavite" per il mercato americano (se, e solo se, laggiù la bonanza dura) gli impianti che restano; che dovranno comunque competere con quelli di Polonia, Turchia, Serbia e Brasile, dove i salari sono al minimo vitale, l'ambiente è alla mercé del profitto e lo Stato ci mette un mucchio di soldi. Poi vanno alla malora due dei gruppi residui del sistema industriale italiano (Finmeccanica e Fincantieri) travolti da ruberie impunite e da un'assoluta mancanza di progettualità. Chiudono a un ritmo sempre più rapido migliaia di fabbriche e di imprese piccole e medie, di cui nessuno parla, aggiungendo centinaia di migliaia di disoccupati a quelli già per strada e a quelli a cui sta scadendo la cassa integrazione. Per questo lo scontro in atto sul Tav è l'emblema di un conflitto che riguarda tutto il paese e che mette una di fronte all'altra, da un lato, una politica economica rovinosa e inconcludente, che abbina uno spreco indecoroso di risorse pubbliche a un'avarizia distruttiva nella spesa per il sostegno al reddito, per l'istruzione, la cultura, la ricerca, i servizi pubblici. E dall'altro lato, la volontà di salvaguardare e valorizzare le competenze e la qualità delle risorse umane e del territorio che quella politica sta condannando a un esito greco. Per questo la partecipazione del movimento NoTav alla manifestazione della Fiom di oggi non è un fatto marginale: è il riconoscimento della connessione indissolubile tra la lotta dei metalmeccanici - e di tutto il mondo del lavoro sotto attacco - e quella della Valsusa - e di tutti i territori su cui ha messo le mani la speculazione. Ma è anche la conferma di una estraneità ormai consumata tra l'universo politico e istituzionale italiano e tutto il resto della cittadinanza attiva di questo paese: dei suoi problemi, delle sue sofferenze, delle sue aspettative; e soprattutto dei progressi nella costruzione di un'alternativa concreta. Ma a chi compete mettere in campo un progetto realistico di politica industriale, orientata alla conversione ecologica e innanzitutto alla riconversione produttiva delle imprese condannate a morte? Se il governo e i partiti che lo sostengono non dimostrano alcuna volontà, o capacità, o anche solo una vaga idea, di una impresa del genere, bisogna cominciare, e seriamente, dal basso: lavorando alla convocazione, in ogni territorio dove se ne presenti la possibilità, a partire da quelli - e sono ormai la maggioranza - dove la crisi sta mettendo alle corde un'intera comunità, di una serie di "conferenze di produzione". Comitati, movimenti, sindacati, associazioni, imprese pubbliche, private, cooperative o sociali, professioni e amministrazioni locali. Per mettere in campo idee, progetti, condizioni di fattibilità e promuovere la conversione ecologica del proprio territorio. Certo, tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare; ma se non si comincia a dire - dopo aver studiato il problema (e nei territori le competenze tecniche per farlo certo non mancano) e dopo aver messo in chiaro le divergenze ed eventualmente separato le strade - a dirlo tutti insieme, resteremo per sempre nelle mani dei fautori del Tav. Invece bisogna tradurre quelle idee e quei progetti in piattaforme rivendicative dettagliate nei confronti del governo - di qualsiasi governo - e poi esigere che su quei progetti vengano impegnati i fondi dispersi nelle Grandi opere, nelle spese militari, nei tesoretti della politica, nei contributi a pioggia questo e quello (e sono tanti!). Che cosa si farà alla Fiat quando Marchionne avrà abbandonato Mirafiori, o Pomigliano, o entrambi? Aspetteremo un produttore fantasma di Suv come a Termini Imerese o all'Irisbus? Non si può mettere in campo una produzione di microcogeneratori, come quelli che alla Fiat erano stati inventati quarant'anni fa e che la Volkswagen si è messa a produrre e a collocare l'anno scorso? Oppure produrre pompe di calore, rotori eolici, impianti solari termodinamici e simili (tutte cose per le quali non è difficile ricostruire un'impiantistica e un knowhow adeguati)? E che cosa si farà in Fincantieri quando la Costa non ordinerà più altri gerontocomi da crociera e lo Stato cesserà di far costruire navi da guerra? Non c'è forse un grande bisogno di trasferire su mare larga parte del trasporto di lunga percorrenza, costoso e inquinante, che corre da un capo all'altro della penisola? O di mettere in cantiere una produzione di pale eoliche di altura (due proposte che la Fiom aveva tentato di lanciare nel luglio scorso, senza che un solo sindaco, una sola associazione, e persino un solo sindacalista dei cantieri sotto scacco mostrasse il minimo interesse per la questione)? E che cosa si può fare per risanare Finmeccanica? Concentrarsi sull'industria delle armi e svendere l'unica fabbrica di quei treni di cui c'è un disperato bisogno? E come rinnovare il parco dei mezzi pubblici? Di esempi se ne possono fare mille, ma fare proposte non tocca a me. Ma nemmeno solo alla Fiom, né solo agli operai delle fabbriche in crisi. E' alla convocazione delle conferenze di produzione che va lanciata la sfida.


Fonte: www.ilmanifesto.it 9.03.2012

giovedì 8 marzo 2012

Il divenire comune della lotta No Tav

di Collettivo Uninomade

I movimenti reali apprendono in fretta, riconfigurano il proprio campo d’azione, approfondiscono e riformulano le proprie ragioni. In questa settimana per certi versi drammatica è quanto il movimento No Tav sta facendo. Queste brevi note, oltre modo schematiche e provvisorie, tracciano un processo in fieri, per nulla lineare. Che ha bisogno, soprattutto ora, della più ampia discussione e partecipazione in una partita estremamente rilevante per l’opposizione sociale in questa nuova fase.
Manifestazione Bussoleno-Susa, sabato 25. Una moltitudine si snoda lungo il percorso, valsusini torinesi e quanti venuti da più lontano frammischiati in un corpo unico: è il segno tangibile di quello che è avvenuto in questi mesi. La lotta No Tav è diventata un bene comune che stringe oramai con un legame profondo chi vive in valle, chi ci è venuto dal tre luglio in poi, chi nel paese la sente come propria perché vi vede un punto di ripartenza e una possibile prospettiva comune nel quadro di una crisi che va approfondendosi.
Lunedì 27, Maddalena. Il potere risponde con l’allargamento militarizzato dell’area del non-cantiere. Il senso dell’operazione nelle immagini terribili del corpo di Luca esanime a terra sotto il traliccio sul quale si era arrampicato per protesta mentre proprio in quel momento le ruspe in attesa tutto attorno si mettono in moto. Un altro militare, il suo inseguitore, da encomiare e forse qualche operaio da nominare cavaliere del lavoro?
La risposta è immediata e questa volta non solo in valle. Mentre il movimento “taglia le vie” e inizia a fare di uno svincolo autostradale un presidio in stile No Tav, decine di piazze italiane si muovono in contemporanea. Si tratta di poche centinaia di giovani, si dirà. Solo che questa cosa non era mai successa prima e soprattutto non cala nel vuoto ma è la riprova che, come ben fotografa un No Tav di valle, “esprimiamo il disagio di tutti nel paese”. La manifestazione di sabato non è stata un semplice momento di solidarietà da fuori. Prima novità registrata con estrema preoccupazione, e sorpresa?, dal governo. Altra novità: sta cambiando la composizione del movimento, si fa più consistente numericamente e per comportamenti la componente giovanile che rende particolarmente visibile quello che la valle è in quanto periferia di un tessuto metropolitano.
Mercoledì 29, Chianocco. Sgombero violento del presidio e poi caccia all’uomo da parte delle forze dell’ordine (il milite “pecorella” encomiato per non aver alzato il manganello subito sulla testa di un No Tav che l’apostrofava a dovere, avrà avuto modo di sfogarsi). Questa volta non è possibile riprenderselo, come il giorno prima, la polizia lo presidia in forze per garantire la circolazione autostradale. Che fare?
Non è un confronto su una scacchiera già data o comunque nota. Il movimento, ogni singolo percepisce che il quadro è cambiato. E che deve cambiare qualcosa nelle sue tattiche, e forse anche nella prospettiva. Non lasciando per strada quanto fin qui costruito negli anni ma rilanciando in avanti i nuovi spunti già emersi nella mobilitazione della scorsa estate.
Il primo dato oggi in avanscena è che non solo il governo ha deciso di misurare fino a che punto può spingersi sul piano della militarizzazione ma in funzione della energica risposta del territorio sta preparandosi a prendere misure “tecniche” da stato di polizia avallate dalla grande coalizione parlamentare e dalla ritrovata collaborazione con i corpi giudiziari. In alto non vogliono un movimento No Tav in piedi in vista dei prossimi, inevitabili passaggi delle misure di scarico sul paese di una crisi irrisolta! Il No Tav è una spina nel fianco perché la sua stessa presenza dice che reagire si può e che c’è una strada diversa da quella che ci sta conducendo al disastro economico e sociale. Per questo il fronte avverso è compatto al di là di dubbi o frizioni tra le diverse cordate affaristico-politiche sull’opportunità di questa specifica grande opera.
La strategia in atto è lubrificata dalla criminalizzazione mediatica giocata sul registro “buoni”/”cattivi” i cui contorni erano già ben evidenti negli arresti di gennaio di ventisei attivisti. Ora, visto che il movimento ha ribadito che i No Tav sono tutti di qua sul terreno del giusto, le variegate lobby del Tav sono tutte sull’altra sponda, l’ulteriore militarizzazione del territorio è un chiaro tentativo di costringerlo a risposte più “dure” – sul terreno imposto dal potere – che ne producano l’isolamento verso l’esterno o comunque rendano difficile la virtuosa comunicazione di questi anni. Problemi vecchi in contesti e per soggettività del tutto nuovi.
Bussoleno, giovedì primo marzo. Dopo la caccia all’uomo del giorno prima per la gente di valle che si ritrova in piazza, arrabbiata e preoccupata ma anche più numerosa, è chiaro che d’ora in avanti la risorsa dovrà essere la mobilità, la capacità di fare mordi e fuggi contro un nemico costretto, lui, a “presidiare” un territorio che non conosce. Non si tratta di rincorrere le forze di occupazione ma al contrario di  riuscire a imporre i propri tempi e le proprie modalità. Ed è quello che inizia a darsi con l’occupazione e il blocco dell’autostrada in punti non immediatamente recuperabili dalla forze dell’ordine. Non si tratta di una tattica che risolve ogni problema ma è l’indicazione della necessità di fare “incursioni” creative e intelligenti a più ampio raggio per togliere il terreno da sotto i piedi a un’opera per cui non ci sono né soldi veri né consenso senza farsi rinchiudere nei limiti di uno scontro locale (per di più su un terreno militarizzato) e di tempi imposti da altri.
Non è, appunto, solo questione di tattica. Fin qui il movimento No Tav ha difeso un territorio in qualche modo dato, solo “ai margini” ha iniziato un’opera effettiva di riappropriazione. Adesso si tratterà di spingersi oltre questi limiti, sia riconfigurando una “logistica” della resistenza per prepararsi ad una campagna di boicottaggio ad ampio raggio anche solo dei preliminari della grande opera sia tornando in modo nuovo sul territorio e riconfigurando la diffusione capillare del movimento all’altezza della nuova fase. Insomma, rilanciare in avanti il binomio radicalità-efficacia significa anche interrogarsi sulla imprescindibile dimensione costituente della lotta.
L’altro elemento delicato è il raccordo con il resto del paese. Esattamente quello che la campagna sull’“illegalità” e sulla “violenza” del movimento vorrebbe spezzare. Tanto più martellante quanto più fragile è la capacità di partiti la cui credibilità è oramai ridotta al lumicino di veicolare mediazione sociale. Quando Carlo Galli, nell’inedito ruolo di consigliere del Principe (alias Partito di Repubblica), invita a “spiegare” al paese le ragioni della grande opera sfiora il vero punto di caduta della governance politica, assolutamente non in grado di proporre una prospettiva in tempi di crisi e di convincere della bontà delle ricette neoliberiste. Al tempo stesso, il richiamo da più parti alla “neutralità” decisionista dell’esecutivo mette in luce ciò di cui si ha paura: che la lotta No Tav disveli il carattere tutto politico e la vera natura degli interessi di questo governo.
Non solo per il movimento No Tav infatti si è entrati in una nuova fase. C’è un passaggio più generale che sta trascinando violentemente il paese intero nel gorgo della crisi globale del debito. Le bandiere greche che con felice intuizione qualcuno sventolava al corteo del venticinque erano lì a ricordarcelo. In questo nuovo quadro il governo Monti-Napolitano è il vettore dei diktat dei mercati. Si fa forte esclusivamente della paura che la gente ha del crack finanziario. A sua volta mostra sottotraccia un forte timore per le possibili reazioni sociali alle sue misure, inique e oltretutto inutili per un’uscita vera dalla crisi (utili solo a farla pagare in basso) fatte di sacrifici a senso unico in nome dello spread. Le prime reazioni a tutto ciò (forconi, tassisti, pastori, dimostrazioni anti-equitalia), al di là delle evidenti differenze e contraddizioni, indicano esattamente il terreno che il movimento No Tav ha aperto: resistere per sopravvivere, per riprodursi come esseri umani e non come pedine dei mercati. La domanda che sempre più si pone è: come riprodurre la propria vita naturale e sociale quando i mercati la distruggono? Qui nuove ragioni da mettere in comune con chi inizia a sentire sulla propria pelle le conseguenze del debito che dall’alto stanno scaricando su tutti/e noi. NO TAV NO DEBITO sta diventando senso comune nel movimento e oltre, e può divenire l’anello di un’azione più ampia pur sapendo però che la congiunzione possibile sconta necessariamente una sfasatura di tempi e di maturità soggettiva non aggirabili con facili scorciatoie.
Anche su questo versante, quello del binomio radicalità-consenso, va ripreso il percorso verso la possibilità di un raccordo, paziente e intelligente, tra il qui e l’altrove, tra il nostro da difendere e il comune da ricostruire. Le sempre nuove dimensioni via via scoperte dalla lotta No Tav possono averci stupito e anche disorientato, ma fin qui non hanno mai fatto retrocedere il movimento. Anzi, lo hanno arricchito. È una lotta più profonda di quanto tutti noi avessimo pensato, è nostra e insieme di altri/e, è appunto comune.

domenica 4 marzo 2012

Chi s’indigna per l’epiteto “pecorella”, ma non osa criticare la polizia

L'innocua provocazione di un manifestante ha creato scandalo in molti commentatori, mentre le manganellate e le cariche gratuite delle forze dell'ordine passano inosservate. E nessuno ricorda nulla dei precedenti, a cominciare da Genova G8. Perché in Italia non si riesce a parlar male della polizia quando se lo merita?

di Lorenzo Guadagnucci, da altreconomia.it (via Micromega)

Fa davvero impressione il coro di commenti indignati e perbenisti scatenato dal filmatino che mostra l’innocua provocazione di un manifestante della Val di Susa verso un carabiniere. Si è scomodato Pasolini, si è parlato di squadrismo, si è evocato il rischio di un’escalation di violenze, il tutto senza mostrare il minimo senso del ridicolo, nonostante l’acme della provocazione sia stato individuato - dagli indignati commentatori - nell’epiteto “pecorella”.

Epiteto, peraltro, usato dallo “squadrista” per segnalare alla telecamera che riprendeva la scena, la curiosa condizione che viviamo in Italia, un paese dove i cassieri del supermercato esibiscono sul petto un’etichetta di riconoscimento, ma i poliziotti no: e dire che si tratterebbe di una misura in favore della legalità: o qualcuno ha dimenticato l'impunità ottenuta al G8 di Genova da decine di agenti picchiatori, mai indagati perché non identificabili? (E peraltro nemmeno sottoposti a procedimenti disciplinari, ma questa è una precisa scelta dei vertici delle forze dell'ordine).

Ma in Italia non si può parlare di polizia e forze dell’ordine, se non per omaggiarle, o per scandalizzarsi se un agente fra mille è fatto oggetto di sberleffo. Vorrei chiedere agli indignati commentatori di questi giorni, perché non domandano a chi ha gradi e funzioni di comando, di rispondere ad Alberto Perino, pacifico manifestante che denuncia d’essere stato manganellato senza ragione, riportando la frattura del braccio.

E perché non si indignano, e non si preoccupano per la tenuta democratica del nostro paese, di fronte agli agenti antisommossa che aggrediscono gruppi di cittadini all’interno di una stazione. E ancora: nulla da dire sull’impiego smodato di lacrimogeni, sulle brutalità dello sgombero dell’altra sera a Bussoleno (poche righe in articoli di cronaca del tutto secondari), su Luca Abbà inseguito sul traliccio, o andando indietro di qualche mese sui candelotti sparati ad altezza d’uomo, con sprezzo del pericolo (corso dagli altri) e delle leggi?

Non voglio farne un fatto personale, ma gli indignati commentatori di questi giorni, dov’erano quando dipendenti dello stato, tenuti all’applicazione delle leggi e al rispetto dei diritti costituzionali, massacravano persone inermi durante il G8 del 2001, usando in qualche caso, ad esempio alla scuola Diaz, “armi letali” (definizione del capo del reparto che lo utiliizzò) come il manganello denominato Tonfa? Fatti antichi, non pertinenti? Mica tanto, se si pensa che le bravate di Genova, le prove tecniche di colpo di stato, secondo la definizione di Andrea Camilleri (uno che va bene ai benpensanti solo quando scrive fiction), hanno fatto scuola e sono diventate regola.

Sanno o non sanno gli indignati commentatori che la nostra polizia di stato non ha mai rinnegato gli scempi dei corpi e delle leggi compiuti in quelle tragiche giornate? Che non hanno mai chiesto scusa né alle loro vittime dirette né alla cittadinanza? Che i dirigenti - di rango nazionale! - imputati e condannati in appello non hanno subito il minimo rimprovero e oggi occupano posizioni ancora più importanti al vertice della polizia italiana?

Perché non diciamo la verità? La verità è che stiamo subendo un’offensiva autoritaria terribile, con un movimento civile, una fetta importante della popolazione valsusina che vengono criminalizzati, per affermare - più che la volontà di realizzare un’opera inutile e costosa, che non sarà realizzata per mancanza di soldi - un principio di fondo, e cioè che non c’è spazio per mettere in discussione gli affari, cioè i soldi pubblici destinati ad aziende private, né per contestare un modello di (anti)sviluppo che quanto più è in crisi, tanto meno tollera interferenze di sorta.

Gli indignati commentatori si facciano un esame di coscienza. Si domandino se non stiano partecipando più o meno consapevolmente al teatro della propaganda per la grande opera in quanto tale e si chiedano se la canea scatenata da quella “pecorella” non sia la spia di un accecamento collettivo, di un conformismo così radicato che induce a scandalizzarsi per un epiteto di troppo e a non vedere i manganelli che spezzano le ossa, i lacrimogeni che avvelenano i polmoni, le cariche senza senso e le inutili brutalità contro cittadini che manifestano - che piaccia o meno - il proprio dissenso.

Perché in Italia non è possibile parlare male delle forze di polizia, quando se lo meritano?

Ciotti, Vendola, De Magistris l'appello per una trattativa

Tra i primi firmatari dell'iniziativa di Legambiente, il fondatore di Libera e il giurista Pepino. Ma ci sono anche i sindaci di Napoli e Bari e il leader nazionale di Sel: "Il governo riceva i primi cittadini della Val Susa senza riserve mentali"


di Sara Strippoli da Repubblica
 

La richiesta al governo di ricevere i sindaci della Valle di Susa "senza riserve mentali" e aprire un confronto reale su opportunità, praticabilità e costi dell’opera e sulle eventuali proposte alternative alla Torino-Lione, un tavolo pubblico con la partecipazione di esperti nazionali e internazionali. Questo l’appello che vede come primi firmatari don Luigi Ciotti e il giurista Livio Pepino, sottoscritto dal leader nazionale di Sel Nichi Vendola e da sindaci come Michele Emiliano, primo cittadino di Bari, e Luigi De Magistris, sindaco di Napoli.  L’appello arriva in parallelo al vertice, convocato da Monti con i ministri Passera e Cancellieri, in corso a Roma e fra i firmatari ci sono anche il sociologo Marco Revelli, il docente di diritto Ugo Mattei, Giorgio Airaudo, responsabile nazionale della Fiom Auto. E nomi del territorio come il consigliere di Sel Michele Curto e figure nazionali come il presidente nazionale dell’Arci Paolo Beni. "Dopo mesi in cui la politica ha omesso il confronto e il dialogo necessari con la popolazione della valle - scrivono nel documento - la situazione di tensione in Val di Susa ha raggiunto il livello di guardia, con una contrapposizione che sta provocando danni incalcolabili nel fisico delle persone, nella coesione sociale, nella fiducia verso le istituzioni".

Il presidente di Legambiente Cogliati Dezza, che ha promosso l'iniziativa, dichiara: "Le nostre motivazioni contro la realizzazione di questo progetto per l'alta velocità sono sostenute

dalle opinioni di autorevoli studiosi, tecnici ed esperti del settore. Per questo riteniamo fondamentale ottenere ora, a lavori ancora fermi, un incontro con il Presidente del Consiglio Monti, affinché la politica intelligente e lungimirante possa far superare questo conflitto che rischia di svilire e inquinare la lecita opposizione e i contenuti della protesta, che deve essere sempre corretta, pacifica e trasparente".

L’appello mette al primo posto la condanna della violenza ma aggiunge che non ci si può limitare a questo. "La contrapposizione e il conflitto possono essere superati solo da una politica intelligente, lungimirante e coraggiosa. La costruzione della linea ferroviaria è una questione non solo locale ma riguarda il nostro modello di sviluppo". Un governo di tecnici, è la conclusione "non può avere paura dello studio, dell’approfondimento, della scienza".

sabato 3 marzo 2012

Non tollereremo altra violenza oltre alla nostra

Radio Blackout 

Il Re è nudo e mostra tutta la sua violenta ed arrogante debolezza!
La lotta No Tav, non è solo e giusta lotta di salvaguardia della vita dei valsusini, non è solo e giusta lotta per la salvaguardia dell’ambiente e del territorio, non è solo e giusta lotta contro una grande ed inutile opera, ma è lotta di tutti, del popolo che si oppone al continuo e crescente saccheggio di denaro pubblico per il profitto dei pochi, una lotta che vuole contrastare in maniera ferma e decisa l’instaurarsi di un regime che annulla la democrazia ed usa la violenza (sotto il falso ed ipocrita termine di ordine pubblico) contro qualsiasi contestazione ed opposizione! NO TAV !