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sabato 4 maggio 2013

Vogliamo discutere insieme per agire insieme

 
LONTANO DA BISANZIO, VICINO AI CITTADINI E ALLE CITTADINE
Non c’è più tempo, apriamo un confronto nei territori, cogliamo l’occasione

È stato rieletto Napolitano perché la candidatura Rodotà – che ha dato rappresentanza alle istanze della democrazia, dei beni comuni e dei diritti – è inaccettabile per le politiche liberiste europee, la sua elezione avrebbe costituito un ostacolo nel progetto dell’insediamento di un nuovo governo “di larghe intese” che, in continuità con il governo Monti, fosse compatibile con il quadro delle politiche europee e del cosiddetto “pilota automatico”.
Così prende il via il secondo governo Napolitano- Europa che, commissariando il parlamento, sancisce un presidenzialismo di fatto e rende Berlusconi il grande vincitore, facendolo passare da processato a padre della patria.
Le elezioni? Il voto? Il cambiamento? La democrazia? Nei tempi di Napolitano e del pilota automatico europeo non sono questioni rilevanti. Napolitano ha costruito una proposta coerente mettendo insieme chi ha programmi compatibili con i dettami della troika europea. Di queste compatibilità il gruppo dirigente del PD è il massimo garante. Il governo Letta, è infatti un governo politico PD-PDL che mostra ancora una volta come per il gruppo dirigente del PD Berlusconi non sia mai stato un reale problema, mentre lo è per milioni di cittadini.

PROPONIAMO
di coagulare la mobilitazione di questi giorni in un percorso di assemblee territoriali fra il 4 e il 16 maggio: occasioni pubbliche aperte ai soggetti attivi singoli e collettivi (associazioni comitati movimenti…) per discutere quanto sta succedendo, per costruire la partecipazione alla manifestazione del 18 maggio a Roma, ma soprattutto per animare un confronto che avrà una prima fase di sintesi nella due giorni di Bari il 15 e 16 giugno, su democrazia e rappresentanza.

PARTENDO DA TRE CONSIDERAZIONI:
1) Ci arrendiamo al presidenzialismo di fatto o lavoriamo per la ricostruzione delle istituzioni e delle forme politiche organizzate della democrazia?
Non c’è dubbio che tra il 24 di febbraio e il 24 di aprile l’Italia ha cessato di essere una “democrazia parlamentare”. Non sarà un golpe, in senso tecnico. Ma di certo è un devastante mutamento di “regime politico”: stanno cambiando infatti in misura sostanziale e regressiva la nostra forma di governo. Intanto perché è venuto meno il ruolo rappresentativo del Parlamento, con la formazione di una maggioranza che riesce a contraddire platealmente la volontà dell’intero elettorato (di tutte e tre le aree uscite dalla competizione elettorale).
E perché in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica, il Parlamento si è chiamato fuori (per la seconda volta in poco più di un anno), rinviando la scelta al Capo dello Stato appena scaduto. Il quale è diventato, a tutti gli effetti, il baricentro del sistema istituzionale ed ha assorbito la funzione di indirizzo politico e di  demiurgo di un Governo che opera grazie e sotto il suo “tutoraggio” (così è stato scritto) La sede della sovranità si è spostata, dal suo luogo naturale – il potere legislativo – alla figura “monarchica” del Presidente.
Il Parlamento è fuori gioco perché l’ “agenda Monti” deve continuare a costituire la linea guida del Governo sotto una doppia tutela: quella ravvicinata del “Presidente-sovrano”, quella più distante ma in realtà decisiva dell’ “imperatore-pilota automatico” delle compatibilità liberiste europee. Per questo motivo l’opzione di un presidente come Rodotà, che sarebbe stata la risposta davvero alternativa, non è stata neanche presa in considerazione. Il “giovane” Letta si confà invece perfettamente allo scopo: come Monti membro della Trilateral e con la sua VeDrò, circolo che raccoglie personalità di diversa provenienza politica, ma tutte ben gradite ai poteri forti europei, vaticani e USA. Si configura al fondo una prospettiva minacciosa in cui Governo e Piazza verrebbero a confrontarsi direttamente e frontalmente, senza diaframmi: l’estinzione in diretta dei partiti politici mina al cuore la democrazia.
È a questo scenario che dobbiamo opporci costruendo un’alternativa. Continueremo a difendere con decisione la democrazia parlamentare, come fonte essenziale dell’equilibrio dei poteri, ma occorre al tempo stesso ricostruire forme di organizzazione e soggetti politici nuovi.

2)  Lontano da Bisanzio, vicino ai cittadini e alle cittadine
 
Al cuore della crisi istituzionale che viene così pesantemente avviata a un esito carismatico-presidenziale sta, infatti, la crisi dei partiti: la vera causa dell’eutanasia parlamentare a cui abbiamo assistito in diretta. E in particolare dell’unico vero Partito che era rimasto in campo, il Partito Democratico.  Il PD si è decomposto sotto i nostri occhi non tanto perché diviso in linee politiche contrapposte (una favorevole all’accordo col centro-destra, l’altra con l’area “grillina”): sarebbe ancora una lettura ottimistica perché presupporrebbe l’esistenza di aggregati politici al suo interno. In realtà esso è esploso perché dilaniato da un coacervo di ostilità personali, di rancori, volontà di vendetta e ambizioni non mediabili perché già da tempo prive di un orizzonte politico. Probabilmente il PD non si spaccherà lungo un’unica linea di frattura chiara destra-sinistra, ma secondo una geografia dei frantumi che riflettono le molteplici bande in campo (le testate plurime di cui ha parlato Bersani). E la dimensione personalistica cospargerà il campo di macerie e di veleni. Per questo motivo la sua crisi – che potrebbe durare a lungo, prima di produrre effetti organizzativi –  rischia di non aprire alcuna prospettiva di ricostituzione di un qualche “soggetto di sinistra”.
Né temiamo ci sia molto da aspettarsi dalle formazioni quali SEL, perché il crollo della casa principale può facilmente finire per travolgere chi ha fatto del centrosinistra la propria prospettiva.
È bene essere netti fin da subito, e dichiarare la nostra volontà di tenerci ben distanti da questo clima da Bisanzio nel momento della caduta dell’Impero.
Tuttavia la fine del grande equivoco del PD, al centro del grande equivoco del centrosinistra, può anche liberare possibilità e risorse. Lo spostamento di una parte del parlamento e della sinistra nel campo dell’opposizione a una nuova operazione simil-Monti nella forma di governo delle larghe intese è un dato positivo, se comporta però l’assunzione consapevole di un’altra prospettiva culturale e politica. Ci interessa infatti fare riferimento e ragionare con quell’Italia vasta, tutt’altro che minoritaria, radicalmente democratica e dunque contraria alle politiche del rigore di classe, che si è riconosciuta diversa intorno alla figura limpida di Stefano Rodotà – non certo ritornare alla pratica deprimente e sterile di rimettere insieme pezzi di ceto politico spinti fuori dalla geografia mobile dei partiti e in crisi di appartenenze.
Ci interessa l’Italia che vuole il cambiamento, l’Italia delle persone senza lavoro e precarie a vita, degli operai  e operaie  privati di contratti democrazia e diritti, dei giovani  e delle ragazze senza futuro e senza reddito, dei ceti impoveriti dalla crisi e dalle disastrose politiche di austerità di genere e di classe, l’ Italia che non può più aspettare e lotta per tenere insieme lavoro, reddito, diritti e democrazia. Per questo c’impegniamo nella mobilitazione diffusa verso l’appuntamento del 18 maggio a Roma con la FIOM.

3)  Sottostare al pilota automatico o riprendere in mano i comandi?
 
E’ il momento di ripartire dal basso, come sta nel nostro DNA. Offrire alla grande e dispersa massa delle persone spaesate ed esodate della politica un’occasione d’incontro – uno “spazio pubblico” in cui ritrovarsi – intanto per elaborare insieme un’immagine condivisa di quanto accade, e poi per costruire le proposte per un’azione attiva.
Non rinunciando alla denuncia delle colpe delle “caste”, ma soprattutto per innestare dentro la crisi politica e istituzionale la “questione sociale”, la risposta alla sempre più rapida asfissia economica e sociale: spread basso e disoccupazione alle stelle, finanza soddisfatta e l’economia reale che muore.  E’ di lì che la crisi della politica parte: dall’operare di quel “pilota automatico” evocato da Mario Draghi per rassicurare gli investitori, e che invece dovrebbe allarmare tutti i democratici, perché significa che la democrazia è sospesa. Inoperante. Partiamo dalle lotte  e dalle vertenze in atto nei luoghi dove viviamo e leggiamole come parte della crisi più generale, trasformandole da conflitti specifici in onda  di cambiamento generale.
 
ALBA- Alleanza Lavoro Beni comuni Ambiente

venerdì 30 novembre 2012

Rodotà: “Libertà e diritti non sono negoziabili”

I casi Ilva e Fiat, i partiti e la politica, Berlinguer e Croce, libertà e democrazia. Di tutto questo e altro ancora parla Stefano Rodotà, di cui è appena uscito il nuovo saggio “Il diritto di avere diritti” (Laterza). Richiamandosi alla "straordinaria forza e attualità della Costituzione italiana", il giurista rifiuta l’emergenza permanente, perché i diritti – ci ricorda – a partire da quello alla salute, non possono essere sacrificati impunemente alla logica di mercato.

colloquio con Stefano Rodotà di Rossella Guadagnini da Micromega

In un Paese in cui “le disuguaglianze sono divenute ormai insopportabili” e dunque vige la legge del più forte o, a seconda, del più preminente, del più affluente, del più ammanicato, che significa garantire a tutti gli stessi diritti? Lo abbiamo chiesto a Stefano Rodotà, costituzionalista, professore emerito di Diritto civile all’università La Sapienza di Roma, tra gli autori della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali e del Gruppo europeo per la tutela della privacy, deputato indipendente nelle liste del Pci e Pds, vicepresidente della Camera, oggi autore di un saggio per Laterza, da poco in libreria, significativamente intitolato con un’espressione di Piero Calamandrei “Il diritto di avere diritti” (pagg. 433, euro 20). Richiamandosi alla Costituzione italiana, Rodotà ci risponde che “la libertà non è negoziabile, così come avviene per i diritti”. Sono, i nostri, anni di “grande riduzionismo” in cui si sente il bisogno diffuso di avere dei “grandi principi di riferimento”.

Professor Rodotà ritiene che oggi, passato il ventennio berlusconiano, ci sia un’opportunità in più per aprire una nuova stagione all’insegna dei diritti e dei beni comuni?
Dovrebbe esserci, ma non ne sono particolarmente sicuro. In questi anni in materia di diritti abbiamo vissuto una regressione politica e culturale molto forte, una distanza grandissima tra ceto politico e società. Se paragono gli Anni Settanta a oggi, il bilancio è magro. Allora ci fu una grande affermazione dei diritti civili: del 1970 e degli anni seguenti sono lo statuto dei lavoratori, la legge sul referendum, l’istituzione delle regioni, le nuove norme sulla tutela della libertà personale. Poi c’è stata la riforma del diritto di famiglia, la parità uomo-donna, l’interruzione di gravidanza, la legge Basaglia sui manicomi, la legge Gozzini sulle carceri.

E oggi?
Oggi siamo veramente in un altro clima, in un’altra dimensione. Allora la legislazione italiana su alcuni punti era la più avanzata d’Europa. Ora siamo non solo fanalino di coda, ma lontani culturalmente. La fine delle ideologie ha portato solo alla prevalenza assoluta del mercato. Di fronte a questo mondo ‘a una sola dimensione’ il contrappeso, il contropotere, è unicamente quello che viene dalla forza dei diritti. La più grande fabbrica del mondo si trova in questo momento in Cina, la Foxconn, che produce componenti della Apple: lì hanno scioperato per avere un miglioramento delle condizioni di lavoro, cosa impensabile fino a poco tempo fa in quel Paese. Segni di questo genere ce ne sono ovunque nel mondo: quindi abbiamo, da una parte, la prevalenza della logica di mercato, dall’altra parte, quella dei diritti. I diritti tuttavia non possono essere sacrificati senza avere ricadute sul terreno economico.

Ad esempio?Il caso dell’Ilva di Taranto è la dimostrazione, in casa nostra, di quanto dico: per anni sono stati trascurati i diritti di lavoratori e cittadini, come il diritto alla salute. Adesso tutto ciò sta portando a una crisi economica drammatica dell’azienda. Non si possono scindere diritti e governo dell’economia. Spero in una ripresa della politica dei diritti, ma non sono così ottimista. Anche perché la politica, per guadagnarsi un sostegno, si è fatta fortemente condizionare da un’idea di diritti e non diritti che proveniva dalla pressione delle gerarchie ecclesiastiche. Un’influenza esercitata non da tutto il mondo cattolico, beninteso, di cui una parte cospicua si è invece resa conto dell’importanza dei diritti, ma direi soprattutto dalle gerarchie vaticane, specie in materia di fine vita, procreazione assistita e rispetto dei diritti degli omosessuali. Mi auguro che questa fase sia ormai superata.

Lei parla, nel suo libro, di un possibile avvento di una democrazia su base “censitaria” in termini di rischio: che significa? Vuol dire che alcuni diritti non ci sono riconosciuti nella loro pienezza perché appartenenti a ognuno, ma sono accessibili soltanto a chi ha le risorse per poterli far diventare effettivi. Se, come ha lasciato intendere il premier Mario Monti pur correggendo in seguito l’affermazione, si dovesse andare in futuro verso forme di privatizzazione del servizio sanitario nazionale, è chiaro che il costo dei servizi crescerebbe per i cittadini, con la conseguenza che io avrò tanta salute quanto potrò comprarmene sul mercato. Questa direzione sarebbe all’opposto di quanto afferma l’articolo 32 della Costituzione, laddove si dice che la salute è un diritto fondamentale del cittadino. Si romperebbe lo schema indicato dal principio di uguaglianza. I miei diritti saranno misurati non dal riconoscimento della mia dignità, del mio essere persona uguale a tutte le altre, ma in base alle mie risorse. Cittadinanza censitaria è un’espressione che si usava nell’Ottocento, quando votavano solo gli uomini e, tra loro, soltanto quelli che avevano un reddito superiore a una certa cifra.

Come si stabiliscono i diritti?Se torniamo a misurare i diritti non sulla libertà e sull’uguaglianza, ma col censo e in base al denaro, noi torniamo alla democrazia censitaria appunto. E, così facendo, andremmo anche contro una tendenza globale. La campagna elettorale americana è stata fortemente giocata proprio intorno al tema della riforma sanitaria di Obama, che ha cercato di dare una tutela al diritto alla salute per milioni di persone, che ne erano rimaste – fino a quel momento – escluse. Il tema dei diritti è capitale ovunque esiste la necessità di far uscire le persone da una condizione di minorità.

Tempo di crisi. L’agenda Monti per affrontare l’emergenza è – a detta di molti – un’agenda di cose da fare, da affidare così com’è al prossimo governo. Se la cosiddetta ‘agenda Monti’ è null’altro che prosecuzione di quello che è stato fatto per superare l’emergenza, allora non credo che ci avviamo verso una stagione politica particolarmente promettente. Non possiamo vivere all’insegna dell’emergenza continua e dell’esistenza dei soli problemi economici. I diritti, come nel caso menzionato dell’Ilva, non possono essere sacrificati impunemente senza creare tensioni sociali molto pericolose. In questa situazione si dice continuamente che una delle vie d’uscita è “avere più Europa”, e sono assolutamente d’accordo. Tuttavia l’Europa non è soltanto l’economia. Dal 2009, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, l’Europa non è più fatta soltanto di norme che riguardano il mercato, ma ha – allo stesso titolo e col medesimo rango – una Carta dei diritti fondamentali.

Perché questa Carta è importante?
Nell’ultimo periodo, c’è stato un distacco e in alcuni casi un vero e proprio rifiuto dell’Europa. Per molti Paesi, infatti – l’Italia è tra questi – Bruxelles è diventata la ‘fonte dei sacrifici’. Ciò che arriva dall’Europa è percepito come obbedienza a una logica economica che restringe opportunità e diritti dei cittadini. In tal modo, il popolo europeo si allontana sempre più dalle sue istituzioni e si rischia non solo una crisi dal punto di vista economico, ma anche da quello della legittimità democratica. Un’Unione Europea può avere il consenso dei cittadini se i cittadini vedono che in essa c’è un valore aggiunto proveniente dai diritti. Lo testimoniano molte sentenze di corti europee e di corti costituzionali nazionali che hanno preso sul serio la Carta. Se i cittadini cominciassero a vedere che l’Europa porta loro nuove opportunità di tutela dei diritti, la spirale negativa cominciata in questi ultimi anni forse potrebbe essere interrotta.

Come mai si sente oggi la necessità di rimettere la Costituzione al centro dell’attenzione? La Costituzione ha, specie nella sua prima parte, una straordinaria forza, eloquenza e attualità, tanto più oggi di fronte al fatto che le nostre società sono diventate sempre più disuguali. Ai tempi di Vittorio Valletta, amministratore delegato della Fiat, la differenza tra il suo stipendio e quello di un operaio era di uno a quindici. Oggi il rapporto tra lo stipendio dell’operaio Fiat e quello di Sergio Marchionne è di uno a quattrocentotrentacinque. Quindi le disuguaglianze sono diventate enormi e insopportabili economicamente e socialmente. Ed ecco che ritorna il principio di dignità e uguaglianza. Il problema di sicurezza e dignità della persona sul lavoro dimostra che la Costituzione – come diceva Calamandrei – è ‘presbite’, ossia capace di guardare lontano. Si dice, ad esempio, che i partiti dovrebbero tornare a essere uno strumento nelle mani dei cittadini e non delle oligarchie: allora leggiamo l’articolo 49 dove si sostiene che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente per partecipare con metodo democratico alla definizione della vita politica nazionale. Lì era scritta un’idea di partito che, in questi anni, è stata completamente stravolta.

Allora occorre tornare a leggere la Costituzione?Sì. Vi troveremo tutta una serie di indicazioni che ci aiutano ad affrontare con principi forti le difficoltà odierne. Parlando di lavoro, forse l’articolo più bello, che non dovremmo mai perdere di vista, è proprio l’articolo 36, laddove si dice che la retribuzione deve assicurare al lavoratore “un’esistenza libera e dignitosa”: sono parole bellissime. L’esistenza deve essere libera e dignitosa, non può essere sempre e soltanto subordinata alla logica economica, come quando si afferma “io ti do soltanto il minimo che ti fa sopravvivere biologicamente”: questo umilia le persone. Per tale ragione oggi il tema del lavoro è diventato capitale.

Però il dettato costituzionale, anche in tema di lavoro, viene spesso disatteso. Una diagnosi di perché questo accada non è facile. Certo è che organizzare l’economia intorno al riconoscimento dei diritti del lavoro, della considerazione che il lavoro non è una merce che debbo poter comprare sul mercato al prezzo più basso possibile, implica scelte di carattere generale molto impegnative. Nei momenti in cui c’è una reale difficoltà economica, come ora, si è sempre pensato che occorresse ridurre il costo del lavoro. Poi ci siamo accorti che c’era scarsa capacità imprenditoriale, che c’erano diseconomie molto forti, una corruzione che significava costi più elevati in quanto costituiva un aggravio per il sistema delle imprese. Allora abbiamo visto il lavoro come l’unica variabile che poteva essere ‘colpita’… Non l’evasione fiscale, non la corruzione. L’elevato costo del lavoro è anche il risultato di reperire risorse attraverso la tassazione di ciò che è più facile colpire, ossia il lavoro dipendente, invece di fare un’azione adeguata contro l’evasione fiscale e il lavoro nero. Entrambi i fenomeni sono stati – ormai lo sappiamo e ce lo ricordano di continuo le cifre della Corte dei Conti – una riserva oscura non per il benessere del Paese, ma per il profitto di pochi. Il lavoro ha finito per venire sacrificato in un quadro nel quale sono stati ritenuti prevalenti altri tipi di interesse.

Quanto conta oggi la società civile, che ascolto ha? Difficile dirlo. In alcuni momenti abbiamo l’impressione che conti molto. Adesso si dice “c’è un risveglio”, 3 milioni e mezzo di persone sono andate a votare per le primarie del centrosinistra, ci sono manifestazioni – che personalmente non mi piacciono affatto – e che hanno fatto capo a Beppe Grillo, c’è gente che si mobilita fuori dai canali tradizionali. C’è, insomma, una società capace di esprimersi. Questo in parte è vero. Ma prima non è che ci fosse una società civile opaca… Abbiamo vissuto una lunga fase in cui la società civile riusciva a esprimersi attraverso la mediazione non al ribasso fatta dai partiti. Non a caso si parlava di ‘partiti di massa’. Mentre oggi noi parliamo di ‘partiti oligarchici, di plastica, partiti-azienda e partiti leggeri’. Il che vuol dire che questi partiti sono più oligarchia, più organizzazione su modello manageriale (ricordo il caso del ‘marketing politico’). Tutto questo ha determinato l’esclusione dei cittadini, che poi magari imboccano strade non tra le più felici. Questo crea, da un lato, una distorsione e, dall’altro, reazioni della società civile che possono avere ‘effetti distorsivi’.

Che rapporto c’è tra società civile e politica? Un rapporto basato su un equivoco di fondo, secondo cui tutto quello che c’è nella società civile è bello e buono, e tutto quello che c’è nella società chiamiamola ‘politica’ è male. Questo ha determinato effetti negativi, perché in questi anni abbiamo avuto una caduta della cultura politica in senso proprio, cioè della capacità di fare politica al più alto livello. Sono arrivate in Parlamento troppe persone che non erano in grado di fare questo mestiere, un mestiere difficile che si deve imparare in maniera adeguata. Di fronte a questa incapacità sono venuti fuori i tecnici. Allora la società civile, che è stata esaltata – giustamente – come soggetto che deve avere voce in capitolo, ha finito per essere santificata anche nelle sue manifestazioni meno positive. Ogni cosa che proveniva dalla società civile era buona, salvo accorgersi poi che non era così, con i risultati che abbiamo sotto gli occhi.

A sinistra del Pd c’è spazio, a suo avviso, per una nuova formazione politica? In proposito ho un’opinione molto netta. Quando è stato avviato il movimento di Alba (acronimo per Alleanza per il Lavoro Beni comuni e Ambiente, ndr.), ho detto che c’era molto spazio per l’azione politica e molti rischi legati alla fretta di far diventare l’associazione una lista elettorale. Ritengo che ci sia stata, e spero che non sia del tutto perduta, una spinta – soprattutto dalla seconda metà 2010 alla prima metà del 2011– che ha portato a risultati importanti nella primavera 2011, con tutta una nuova generazione di sindaci, non espressione unica e diretta dei partiti, ma del grande dibattito della società civile. Stessa valutazione riguardo ai referendum del giugno del 2011, in particolare quello sull’acqua originato da un grande movimento sviluppatosi negli anni precedenti. Credo che esista, indipendente da dove la collochiamo rispetto al Pd, a sinistra a destra in alto o in basso, una grande capacità di elaborazione politica e culturale nella società italiana, perché quei movimenti sono riusciti a cambiare l’agenda politica. Se poi questo possa tradursi in un successo elettorale nelle elezioni del 2013 ho i miei dubbi.

E quindi? In questo momento penso che noi dovremmo – e mi rivolgo soprattutto a chi stimo e alle persone di Alba con cui continuo ad avere rapporti – piuttosto proseguire in quella direzione e insistere in quella linea di elaborazione di idee e cambiamento anche dei referenti, senza generiche contrapposizioni. Perché poi, per riprendere l’esempio dei nuovi sindaci, alcuni di loro sono venuti fuori dall’esperienza dei movimenti, altri invece dalle organizzazioni dei partiti. Quindi la contrapposizione frontale non è detto che dia sempre risultati positivi, dipende da cosa c’è dietro, dalla capacità di elaborazione e anche di trovare collegamenti. Questa non è una critica che rivolgo soltanto ai movimenti. Il Pd, ad esempio, non si è reso conto dell’importanza che i movimenti avevano avuto in quella stagione e non li ha presi sul serio. Mi pare sia stato un errore politico. Oggi vedo una situazione in movimento, una difficoltà a tradurre tutto questo in nuove forme organizzative che possano avere successo elettorale e vedo, nello stesso tempo, le difficoltà della sinistra tradizionale.

Si parla molto della costituzione di un quarto polo: sogno o realtà? Io non riesco a usare né l’uno, né l’altro termine. C’è un dato di realtà indubbio: tutto questo mondo ha avuto risultati politici che non si possono negare. Quei sindaci non sarebbero stati eletti senza quel tipo di movimento alle spalle. I referendum hanno mobilitato 27 milioni di persone, ma è un po’ un’illusione ritenere che quei 27 milioni di persone sposterebbero il loro consenso su formazioni minoritarie, a sinistra della sinistra, come quelle di cui stiamo parlando. Uno sbaglio commesso in passato dai Radicali, che hanno pensato che il consenso ottenuto nei referendum e nella raccolta delle firme si traducesse in consenso elettorale. E’ assai complicato riuscire a convertire l’azione di movimenti che hanno un obiettivo specifico, ben percepibile e ben al di là dei confini dei partiti, assegnare loro un obiettivo, raggiungerlo, e poi pensare che ciò si traduca in una lista elettorale sostenuta dalla medesime persone.

Quali sono, dunque, i suoi auspici?Mi augurerei che quanto c’è nella sinistra tradizionale, per così dire, venisse recepito con più attenzione e diventasse seriamente parte dell’agenda politica. Se si arrivasse ad avere alcune liste a sinistra della coalizione imperniata sul Pd e poi queste dovessero subire uno scacco, com’è avvenuto nelle ultime elezioni per le liste arcobaleno e verdi, quale sarebbe l’effetto? Di nuovo si direbbe: “voi politicamente non contate nulla”, un risultato che va evitato. Invece, sono convinto che proprio il cambiamento avvenuto in questi anni debba molto a un mondo che non è anchilosato come nella politica tradizionale. Un elemento emblematico è che il Pd ha come suo slogan “Italia. Bene Comune”; è successo in seguito al referendum sull’acqua, bene comune, e il Pd è stato l’unico partito a farne un programma. Se questo slogan viene usato strumentalmente non va bene, ma se dietro continua a esserci un lavoro costante, allora si possono cambiare molte cose.

Lei teme la mancanza di coesione? E’ un rischio effettivo, una questione che dovrebbe interessare chi è già soggetto politico strutturato, quindi il Pd. Finora quest’attenzione ai movimenti non c’è stata o non c’è stata in maniera adeguata. Secondo me, la società civile non è un indistinto generalizzato e dovrebbe costruirsi non per opposizione e invettiva (sul genere di “il Pd succube dell’agenda Monti”, “Vendola traditore”), ma dovrebbe lavorare molto sui temi che debbono riuscire a comporre una nuova agenda politica. Così questo mondo della sinistra potrebbe ritrovare, pur in una diversità difficile da cancellare, delle modalità di organizzazione e di presenza sociale e politica più forti delle odierne. In troppi casi, purtroppo, queste modalità riflettono la storia meno apprezzabile della sinistra, il litigio continuo. Un tempo, nelle vecchie logiche dei partiti comunisti, questo veniva chiamato ‘frazionismo’, ossia un’esasperata ricerca del dato differenziale. Anche se non bisogna andare a cercare spasmodicamente l’unità a qualsiasi prezzo, però che almeno non ci sia una sorta di disconoscimento preventivo dell’interlocutore, sul genere di “con quello io non parlo”, semplicemente perché è sbagliato.

Giovani/vecchi: una contrapposizione che oggi ha un senso? Dal momento che si era costituito un sistema di oligarchie, questa formula ha finito per giocare un ruolo e lo vediamo. Ma, nello stesso tempo, in astratto questa è una contrapposizione insensata, specie a generalizzarla. Personalmente ho fatto due esperienze dirette nel pubblico: come parlamentare e come presidente di un’autorità indipendente. In quest’ultimo caso, fissare un tetto di otto anni all’authority è un bene: serve un ricambio, scandito da regole precise, anche per evitare intrecci di interessi e il pericolo di burocratizzazione. Riguardo al Parlamento, invece, la cosa è diversa, dal momento che il lavoro parlamentare è anche un accumulo di esperienza. Ci sono stato immerso per 15 anni e poi me ne sono andato di mia spontanea volontà. Inoltre, il Parlamento è un luogo rappresentativo: se i cittadini vogliono affidarsi a persona che ha esperienza, perché impedirlo? Nella questione giovani/vecchi un ulteriore problema è rappresentato dal fatto che si vogliono trascinare le carriere al di là dei giusti limiti.

Di cosa è fatta la politica? Di simboli e visioni, come diceva Berlinguer, o di risposte concrete? Di tutte e due. Le risposte concrete che non sono capaci di guardare il contesto rischiano di essere drammaticamente inadeguate. Quanto sento Monti che a una domanda sui malati di Sla, costretti a manifestare esibendo la loro terribile condizione umana, risponde semplicemente che c’è stata una politica economica sbagliata e che pertanto le risorse sono ridotte, non va bene. Non si possono ignorare questi dati concreti. Se governo un Paese e voglio rispettare le persone non posso non distribuire le risorse ignorando simili situazioni. E’ sintomatico di una diversa visione della società: il governo come puro calcolo economico. Le due cose, visioni e azioni politiche devono essere tenute insieme: le grandi visioni politiche si sono poi tradotte in grandi programmi, realizzati almeno in parte.

Dunque che fare?Non mettere visioni e azioni politiche le une contro le altre, in quanto questo autorizza molte cose. Ad esempio dire “Ma quel signore le cose le fa, quindi apprezziamolo indipendentemente da…”: è la logica del “rubo ma faccio”, slogan di un noto senatore brasiliano. Zero visione e tutto fatti. Ridurre la politica a questo significa mortificare la democrazia. Io vorrei che la politica fosse sempre accompagnata da una visione. E’ la ragione per cui ritorna l’attenzione alla Costituzione. I nostri sono anni di grande riduzionismo. Tutto viene ridotto, nella peggiore delle ipotesi a interesse personale, nella migliore a calcolo economico. Mentre si sente il bisogno di avere dei grandi principii di riferimento. La nostra Carta costituzionale è molto eloquente in questa direzione: su alcuni punti come quelli dell’uguaglianza e della salute ha formulazioni ricche e precise. E’ un documento che guarda alla persona e alla sua dignità. Credo che questo bisogno di idealità e principii sia sentito molto fortemente.

Lei parla di una ‘religione della libertà’: di che si tratta? E’ una citazione che ho tratto da Benedetto Croce. Croce vedeva la storia come il risultato di un atteggiamento spirituale, che deve nutrire la politica e portare alla libertà. La libertà è quella che deve essere messa sugli altari da qualsiasi cittadino. Ecco perché mi sono sentito, da laico, di usare quest’espressione che oggi ci può aiutare. La libertà non è negoziabile da nessuno e per essa dobbiamo impegnarci. C’è una canzone partigiana francese che dice “viviamo nella notte ma la libertà ci ascolta”, un’affermazione molto fideistica, che si sposa bene con l’idea di religione della libertà. Ma anche un antidoto al pessimismo che si traduce in passività. E le democrazie muoiono di passività, non solo di aggressioni esterne.

domenica 28 ottobre 2012

A proposito di costituzione e capitale finanziario

da controlacrisi

Organizzerò il mio intervento su tre punti fondamentali. Cercherò innanzitutto di definire la convenzione finanziaria che oggi ci domina e come essa abbia modificato il rapporto tra privato e pubblico. In secondo luogo cercherò di analizzare come il privato e il pubblico siano stati fissati nella costituzione del 1948, ma soprattutto come essi si presentino nel farsi della costituzione europea. Infine, cercherò di capire come, in nome del comune, possa essere rotta la convenzione costituzionale che ci lega, opponendo dispositivi antagonisti all’esercizio del potere finanziario, costruendo una “moneta del comune” – insomma, che cosa significa, dentro/contro l’attuale convenzione finanziaria europea, procedere nella costruzione del comune?
1.1
La convenzione collettiva che oggi domina il rapporto costituzionale è una convenzione finanziaria. Laddove una volta era posto il valore-lavoro come norma regolatrice e misura delle attività sociali e produttive, ora è stata eletta la regola finanziaria.
Analizziamo quindi la relazione capitale finanziario / costituzione materiale. Il capitale finanziario, nella situazione attuale, si pone come autorità legitimante la costituzione effettiva della società postindustriale. Se in epoca fordista la Costituzione organizzava la società sulla base del tallone-misura del valore lavoro, e tale era lo schema di organizzazione della società industriale, ora, a quello standard, si sostituisce una misura finanziaria. Ne vengono subito alcune conseguenze. Mentre la misura-lavoro, nella costituzione fordista, era dura e relativamente stabile, direttamente dipendente dal rapporto di forza fra le classi (tale fu la condizione di ogni costituzione nel “secolo breve”), la convenzione finanziaria quando si materializza in forma costituzionale, quando cioè incarna in maniera egemone il rapporto politico capitalista, si presenta come potenza indipendente ed eccedente. I lavori di André Orléan e di Christian Marazzi hanno insistito opportunamente su questa evenienza istituzionale. Si tratta di un’indipendenza che, dal punto di vista del valore, consolida e fissa un “segno proprietario” (nei termini della “proprietà privata”: vedi soprattutto Leo Specht) ma che contemporaneamente si presenta anche come “crisi”, come “eccedenza” non semplicemente rispetto alle vecchie e statiche determinazioni del valore-lavoro ma soprattutto in riferimento a quell’“anticipazione” e a quell’“incremento” continui che gli sono propri nel confrontarsi con la captazione finanziaria del valore socialmente prodotto e nell’operare alla sua estensione sul livello globale. La convenzione finanziaria si presenta quindi, istituzionalmente, come governance globale, perché la crisi è permanente, in quanto organica al regime del capitale finanziario. Meglio è, in queste condizioni, parlare di varie fasi del business cycle, piuttosto che di crisi.
Sia chiaro quindi che, in questa nuova configurazione della regola costituzionale, permane la base materiale della legge del valore: non più lavoro individuale che diviene astratto, ma lavoro immediatamente sociale, comune, direttamente sfruttato dal capitale. La regola finanziaria può porsi in maniera egemone perché nel nuovo modo di produzione il comune è emerso come potenza eminente, come sostanza di rapporti di produzione, e va sempre più invadendo ogni spazio sociale come norma di valorizzazione. Il capitale finanziario insegue questo estendersi, cerca di anticiparlo, incalza il profitto e lo anticipa come rendita finanziaria. Bene dice Harribey, discutendone con Orléan, il valore non si presenta più qui in termini sostanziali ma neppure come una semplice fantasmagoria contabile: è il segno di un comune produttivo, mistificato ma effettivo, che si sviluppa sempre più intensivamente ed estesamente.
Facciamo il punto. Da un lato possiamo sottolineare che, nella società contemporanea, nei processi di sussunzione della società nel capitale, valore d’uso e valore di scambio si sovrappongono. Dall’altro lato, si avverte che il lavoro astratto non differisce dal lavoro concreto solo perché esso rappresenta l’astrazione della forma concreta del lavoro: questa è, per così dire, una differenza puramente epistemologica. La vera differenza – quella positiva –consiste nel fatto che, nel lavoro astratto, si eguagliano ora tutte le forme del lavoro, e ciò avviene nel quadro di uno scambio multilaterale e cooperativo di attività singolari produttive.
Su questa base si trarranno due conseguenze:
la prima è che quella sussunzione della vita, quando si presenta come comando sulle attività produttive attraverso i mezzi della finanza, incarna un biopotere, cioè la capacità di sfruttare, di estrarre plusvalore, di accumularlo sull’insieme della vita sociale. Il denaro, i prodotti finanziari, la Banca diventano mezzi di produzione, non come forze produttive ma come strumenti di estorsione di plusvalore. (Per esempio, oggi in Francia tutta l’imposta sul reddito serve a pagare il servizio del debito);
la seconda conseguenza è che il valore si presenta sul mercato non tanto come sostanza, non tanto come mera quantità di merci, ma come insieme di attività e di servizi, sempre maggiormente cooperativi, e che la vita è così sussunta dal potere nella sua interezza e nell’insieme delle sue singolari espressioni; insomma, che i rapporti di produzione pongono in contraddizione i mercati e/o la finanza con il comune produttivo.
1.2
A partire degli anni ‘90 – dopo la lunga crisi iniziata negli anni ’70 con la demolizione degli standard di Bretton-Woods – si determina dunque, in maniera sempre meno caotica, un nuovo standard globale che sostituisce quello lavorista.
Due condizioni ne permettano lo sviluppo. La prima è il compiersi della globalizzazione: è confrontandosi alla globalizzazione che la convenzione fordista cede su un elemento centrale della sua legittimità e funzione, intendiamo lo Stato-nazione, come base sovrana. La convenzione monetaria è sottratta allo Stato-nazione e condotta a standard globali. Il debito pubblico è sottratto alla regolazione sovrana (congiuntamente dal capitale e dai singoli Stati-nazione) e sottoposto ai meccanismi di valore determinati, sul mercato globale, dai soggetti detentori del capitale finanziario. La concorrenza fra questi attori si fa sempre solidarietà nei confronti degli sfruttati.
La seconda condizione consiste nel fatto che, con la crisi della sovranità (nazionale), ilpubblico viene sostanzialmente patrimonializzato in maniera privatistica, anche prima di esserlo giuridicamente. Voglio dire che le finalità dell’accumulazione vengono piegate alle regole dell’appropriazione privata diretta di ogni bene pubblico. In questa situazione, la funzione di mediazione fra gli interessi di classe che il potere e la proprietà pubblici (a partire dagli anni ’30) esercitavano (e qui andrebbe definito fino a che punto la stessarappresentanza politica democratica non si confonda con quella funzione di mediazione), è profondamente indebolita quando non venga interamente meno (la proprietà pubblica è tanto indebolita quanto lo è la rappresentanza politica perché questa non è più finalizzata al governo ed al possesso del pubblico, dopo essere stata nella globalizzazione sempre maggiormente svuotata della sovranità).
Alla ricerca di nuove convenzioni si susseguono le bolle (new ecomonics, asiatica, argentina, ecc.). “I mercati, per così dire, impazziscono – notano Marazzi e Orléan – ma questo è del tutto coerente con il principio della concorrenza applicato alla finanza”. Ivi, infatti, un bene non è ricercato perché è raro, ma paradossalmente sempre più ricercato quanto più è richiesto. Ne consegue che la crisi non è “dovuta al fatto che le regole del gioco finanziario sono state aggirate ma al fatto che sono state eseguite.” La crisi, in altre parole, èendogena. Essa dipende esclusivamente dalla deregolazione dei mercati di capitali e dalla privatizzazione crescente dei beni pubblici. Ogni valore d’uso è così trasformato in beni (titoli) finanziari soggetti a speculazione. La sussunzione reale della società nel capitale agisce attraverso la finanziarizzazione. “In questo processo, la finanziarizzazione ha imposto la sua logica al mondo intero, facendo della crisi il fondamento del suo stesso modo di funzionare. È un processo, quello della finanziarizzazione, di inclusione della cooperazione, del comune cognitivo e sociale, e poi di esclusione, cioè di estensione del modo capitalistico di produzione a mercati pre-capitalistici, e di successiva espulsione e pauperizzazione di coloro che in questo processo sono stati privati dell’accesso ai beni comuni. Una sorta di riedizione continua dell’accumulazione primitiva, di recinzione delle terre (beni) comuni e di proletarizzazione di masse crescenti di cittadini”.
Meglio detto:
1) il dispositivo costituzionale nella maturità capitalista subordina all’astrazione finanziariadel processo di valorizzazione la forza-lavoro viva come società cognitiva e cooperativa. La biopotenza del comune è totalmente sottoposta al feticismo della convenzione finanziaria.
2) il dispositivo costituzionale capitalista vuole dare misura, fissare un tallone regolamentare all’interno di quelle crisi che abbiamo percorso, laddove cioè la rottura del rapporto keynesiano-fordista esige nuove convenzioni-misura. Valore-misura? Certo, come già abbiamo visto, questa misura non è qui qualcosa di sostanziale; è piuttosto una “convenzione politica”, di volta in volta determinata. O meglio: se alla sua base non c’è un valore sostanziale, tuttavia ciò che rende la convenzione “capitalista” (cioè adeguata all’attuale organizzazione del lavoro sociale per estrarne profitto o per accumulare rendita finanziaria) è comunque una misura, una misura di classe, un dispositivo di potere. Non val qui la pena di ricordare che Marx ha sempre definito il valore subordinandolo al plusvalore. Ora, questa misura sarà ancora fondata sul rapporto fra tempo necessario e sovrappiù di tempo non pagato – certo, ma solo se questo rapporto sociale sarà considerato globalmente, e in ciò, nella tensione di questo sforzo indefinito, nella tendenza ad approssimare un limite assoluto, in questo affastellarsi di bambole russe, consiste anche la permanenza della crisi.
3) Per fissare questa misura politica, il potere costituzionale capitalista (e la convenzione che lo regge) deve costruire una nuova forma di governo – la governance, appunto. Essa non agisce principalmente come “potere di eccezione”, ma come governo di un’“emergenza continua” (è un’eccezione spalmata sul tempo che rivela, negativamente, una continua instabilità; positivamente, captazioni impreviste di eccedenza, salti e dismisure, ecc.) dentro una temporalità fratturata, un’inattualità permanente.
Aggiungiamo a margine che, ora, in questa fase, il carattere “costituente” dell’azione neoliberale si affianca a potenti strategie “destituenti” (la minaccia del default, gli spostamenti di capitale come minaccia politica, ecc.). E notiamo anche che sul terreno dei movimenti, l’immaginazione costituente è piena di contenuti destituenti (solo per fare un esempio, il diritto all’insolvenza come primo passo per riconquistare un uso della moneta liberato dallo sfruttamento diretto).
Ne viene che una riflessione “costituzionale” oggi presuppone anche la messa in discussione ed il ripensamento dei linguaggi e delle pratiche di movimento su cui abbiamo fondato fino ad oggi la nostra riflessione. Si tratta di individuare degli “strumenti con i quali imporre al capitale finanziario un nuovo rapporto di forza”.
2.1
Torniamo a noi, alla costituzione italiana, a quell’art. 1 – la repubblica è fondata sul lavoro – che fin da piccoli ci ha tormentato (o fatto ridere). Ricordiamo semplicemente che l’operaismo nasce dalla dichiarazione che, in quella formula, in continuità con lo statalismo intervenzionista anni ’30, era fissata la convenzione keynesiano-fordista, come norma dello sfruttamento operaio e di regolazione politica di una società in cui – per ben che andasse – il pubblico era totalmente funzione della riproduzione allargata del capitale. La costituzione del ’48 promuove una società capitalista in termini riformisti: da poco l’Unione sovietica aveva battuto le armate del fascismo europeo, solo il riformismo era ormai concesso ai capitalisti. In queste condizioni, si comprende come, nella lotta di classe, possa esercitarsi la pressione dei proletari sul salario operaio, come strumento (badate bene!) di democrazia, da praticare dentro e contro la produttività del sistema: questo processo aumenta il reddito (diretto ed indiretto) della classe operaia e della società lavoratrice.
In questo quadro il pubblico si definisce come funzione di mediazione del rapporto sociale capitalistico, ovvero della lotta di classe – ed è attorno a questa funzione che si coagula e prende figura la rappresentanza politica borghese (nella fattispecie, italica). Come si sa, la Costituzione italiana non è mai stata realizzata completamente. Anche se lo fosse stata, non sarebbe comunque costitutiva di quel mondo di meraviglie socialiste di cui ci raccontano. Non volendo confonderla con lo spirito della Resistenza e della Costituente repubblicana, come troppi retori facevano e fanno, M.S. Giannini sottolineava, già negli anni ’60, che pensare che lo spirito di quest’ultima fosse ancor vivo, significava farsi beffa dei cittadini o truffarli. Comunque, la Costituzione del ’48 è stata presto “omologata” e cioè adattata allo sviluppo incrementale del capitalismo italiano attraverso l’azione di regolazione dello Stato, come rappresentante del capitale sociale, cioè come mediatore della lotta di classe. E quando arrivano la crisi degli anni ’70 e le riforme capitaliste degli anni ’80, si avvia piuttosto quel processo reazionario di ristrutturazione generale del sistema, nel quale ancora viviamo. Che cos’era avvenuto? Che le lotte operaie al centro dell’impero e le lotte di liberazione dal dominio coloniale avevano rotto la possibilità della regolazione fordista. Il capitale raccoglie la sfida e promuove il biocapitalismo nella forma finanziaria. E non è ricorrendo a Foucault che, già allora, negli anni ’60, abbiamo cominciato a parlare di lavoro sociale e di sfruttamento del bios nel definire le nuove figure della regolazione capitalista, attorno e dopo lo scossone del ’68. Ci riferivamo semplicemente al fatto che, dentro le ripetute crisi fiscali della regolazione pubblica, il capitale aveva incominciato a ricorrere ai fondi pensione ed alle assicurazioni sociali per risistemare i suoi conti. Che cos’era successo? Che, a fronte alle trasformazioni che le lotte di classe operaia determinano dall’interno del sistema industriale, a fronte degli effetti micidiali del “rifiuto del lavoro” fordista ed in relazione alla pressione biopolitica del lavoratore sociale, a fronte della crisi dello Stato-piano, la risposta capitalistica avviene attraverso una ripresa di controllo politico dall’esterno del sistema industriale e la determinazione dell’egemonia politica della sfera monetaria sull’insieme della produzione sociale. La crisi fiscale di New York sta all’inizio di questo nuovo ciclo politico. E lo raffigura esemplarmente.
Occorre fare molta attenzione a questo passaggio (d’altra parte Marazzi, Offe, O’Connor, Aglietta ed altri già allora ne segnalarono il carattere sociale) perché qui non si verifica solo la destituzione del pubblico dalla sua funzione di mediatore dello sfruttamento (a tutto vantaggio dei cosiddetti “mercati”) ma comincia a svilupparsi una nuova figura dello sfruttamento – lo sfruttamento diretto del bios, l’esaltazione del welfare come base di valorizzazione finanziaria. Il mondo della produzione di sanità, dell’assicurazione dell’infanzia e della vecchiaia, della istruzione e dell’educazione, ecc., il mondo cioè della “produzione dell’uomo per l’uomo” diviene la materia prima, meglio, il sangue che circola nel sistema arterioso del capitale finanziario globale. Il mondo del lavoro è sfruttato in quanto bios, non solo in quanto “forza-lavoro” ma in quanto “forza vivente”, non solo in quanto macchina di produzione ma in quanto corpo comune della società lavorativa.
Ecco dunque che cosa diventa il pubblico nello sviluppo di queste pratiche di sfruttamento e di conseguente valorizzazione che la nuova costituzione europea contiene ed impone attraverso i cosiddetti “governi tecnici”. Dopo aver personificato la mediazione del potere capitalistico, nella sua lotta contro la classe operaia e i produttori sociali, dopo esser stato lo strumento attraverso il quale, vista l’impossibilità di sbloccare la rigidità del salario verso il basso e di recuperare attraverso l’inflazione i vantaggi relativi di reddito della società operaia… ecco dunque il pubblico che, in nome del capitale, comincia a saccheggiare i fondi pensione, a svuotare il Welfarestate del suo senso emancipatorio, a nutrirsi direttamente del comune produttivo. Tutto questo avviene attraverso i nuovi regimi monetari che sono imposti ai soggetti europei. Nella moneta europea il pubblico è totalmente assoggettato, violentato dal privato.
2.2
Se consideriamo molto rapidamente come si configuri giuridicamente il pubblico nella costituzione europea che viene formandosi, ci troviamo ovviamente a fronte di una sorta di codificazione di quanto siamo venuti fin qui definendo come il nuovo ordinamento del biopotere capitalista.
Ormai, quando si parla di costituzione europea, si parla essenzialmente di economic governance, e quando si parla di governance economica, spesso si traduce sostantivamente il concetto nel tedesco Ordo-liberalismus (ci è stato detto che questa traduzione si è data anche in documenti ufficiali). Vale a dire in una autoritaria “economia sociale di mercato” che, non a caso, sotto la pressione dei mercati, ha perduto ogni dimensione sociale e riformista per esaltare al massimo quella autoritaria ed ordinativa. Prodotto da una scuola che, assumendo diverse – e spesso inquietanti – figure politiche, si prolunga e si trasforma dagli anni ’20 ad oggi: essa domina gli attuali processi costituenti europei.
Stabilità dei prezzi, regolazione repressiva di ogni deficit budgetario inappropriato, unione monetaria separata dall’unione politica, sono diventati principi cui attenersi – con alcune conseguenze dissolutive di ogni pur formale regola democratica. Il controllo e la supervisione burocratica dei bilanci sono infatti privi di ogni legittimazione democratica (non solo delle istituzioni nazionali ma anche di quelle comunitarie); gli interventi regolatori sono di volta in volta individualizzati fuori da ogni norma generale – il carattere di giustizia dell’azione comunitaria è del tutto svuotato; e, in terzo luogo, le politiche europee di regolazione sociale, distributive e compensatorie, risultano effettivamente dissolte. Per dirla con Jörges, nella crisi l’Europa è passata da una costruzione giurisdizionale ad una costituzione autoritaria e da un deficit di democrazia ad un default democratico.
Ma, una volta fissata la temibile faccia di questa nuova costituzione del pubblico, ci lasceremo affascinare ed imprigionare dal suo gorgonesco sorriso? No di certo. Di nuovo riscendiamo a livello della composizione materiale della moltitudine europea, la si voglia o no considerare come classe. Ora, la separazione fra ordinamento economico del potere e strutturazione sociale delle classi lavoratrici, il primo centralizzato nella Costituzione europea, la seconda lasciata ai singoli Stati-parte, non rivela solo una crisi democratica profonda; essa produce – ancora riprendendo Jörges – una sorta di big bang. Rivelando paradossalmente proprio quello che si voleva celare.
E cioè: che l’affidamento dello sviluppo costituzionale europeo ad un potere monetario democraticamente incontrollabile, che lo sganciamento di un biopotere tecnicamente indipendente ed economicamente eccedente rispetto alla miseria sociale che impone, che la costruzione di un meccanismo regolatore sottratto ad ogni bilanciamento che non sia quello di un’austerità sociale insopportabile – bene, tutto ciò dimostra solamente che il “nuovo” potere pubblico incarnato dal MES (meccanismo europeo di stabilità) e nel TSCG (trattato per la stabilità, il coordinamento e la governance) rappresenta una spaventosa macchina di accumulazione privatistica originaria contro quel tessuto comune di cooperazione sociale e quel sostrato di attività produttive comuni che le lotte di classe operaia e i sommovimenti sociali avevano fin qui costruito.
E se è vero che questo processo distrugge ogni possibilità di una politica nazionale più o meno democratica (ma abbiamo già visto quanto il “meno” prevalesse); se è vero che non aiuta determinare nuove potenze comunitarie – è tuttavia anche vero che nel processo di unificazione in atto, paradossalmente, l’applicazione della golden rule mette in luce, meglio, fa risaltare con forza una nuova consistenza moltitudinaria, effettualmente resistente e virtualmente antagonista… da governare! Ma non sarà facile governare questo proletariato che, nella cooperazione e nella produzione, può organizzare la propria autonomia comune.
3.1
Come si può rompere, dal punto di vista dei lavoratori e con la forza del comune, ovvero della lotta di classe, la convenzione finanziaria (costituzionale) che ora ci domina? Per tentare di avanzare su questo terreno, ricordiamo alcune definizioni e, prima di tutto, alcuni presupposti della nostra analisi.
Il capitale finanziario è capitale, tout court, quindi non è una realtà parassitaria né un semplice insieme di strumenti di conto; è bensì una figura del capitale in senso pieno, così come lo è stato ed è e continuerà ad essere il capitale industriale, e come sono state altre figure padronali, storicamente date e/o dismesse nello sviluppo della lotta di classe. Un rapporto sociale: fra chi e chi?
Per comprenderlo bene occorre definire con il massimo di esattezza la posizione del “capitale costante” rispetto al “capitale variabile”, e cioè del comando capitalistico rispetto alla forza lavoro; e percorrere le forme attuali del processo di sottomissione del secondo da parte del primo. Ora, questo processo di sottomissione – pur essendo “reale”, cioè totale – è nuovo e singolare. Nel passaggio che analizziamo, la forza lavoro si è infatti riappropriata – in quanto forza-lavoro cooperativa e cognitiva – di parti (frammenti, attributi, modi, ecc.) del “capitale fisso”.
Se per “capitale costante” intendiamo l’insieme delle condizioni produttive nelle mani del capitale; se per “capitale variabile”, l’insieme dei valori trasferiti ai lavoratori perché si riproducano; e se per “capitale fisso” intendiamo le macchine e le strutture messe a disposizione del processo produttivo – va ora riconosciuto (nel passaggio che analizziamo) che la forza-lavoro, lungi dal funzionare semplicemente come capitale variabile, è venuta appropriandosi, meglio, incorporando quote di capitale fisso. Essa si mette così in una situazione di virtuale (relativa ma potenziale) estraneità rispetto al comando, cioè alla sintesi capitalista. Si aggiunga che, se alla rivelazione della sottrazione e dell’incorporazione di quote del capitale fisso da parte della moltitudine lavoratrice, si assommano gli episodi o le vicende di riappropriazione di “capitale circolante” (nella figura, per esempio, della forza-lavoro migrante), allora la situazione può mostrare una soglia critica nuova e positiva.
È in questa condizione modificata, che si realizza in una prima figura la sussunzione del lavoro vivo nel capitale costante, cioè nel capitale finanziario, cioè nel comando capitalistico nella figura principale che oggi presenta. E se così la composizione tecnica della forza-lavoro è divenuta assai rigida, avendo assorbito quote di capitale fisso e circolante, se dunque la sintesi capitalista deve comandare questa composizione (cioè rendere flessibile, meglio, frammentare, fracassare questa rigidità), allora il comando capitalista non potrà darsi che verticalizzandosi rispetto al piano della produzione, esternizzando (per così dire) e comunque esaltando il momento “politico” del comando su ogni altro elemento (ideologie, funzionalità, ecc.). Il capitale finanziario corrisponde a queste caratteristiche e svolge questo compito.
Ora, questa figura astratta del comando capitalista è sottoposta a grande tensione – e probabilmente a contraddizione – dal fatto che oggi il processo di valorizzazione, e quindi i processi di sfruttamento del lavoro vivo, debbano sempre di più diventare interni a quei corpi che esprimono direttamente funzioni produttive e, nella cooperazione sociale, esercitano funzioni organizzative del produrre. Tutto ciò comporta, di ritorno, l’investimento globale della vita da parte del capitale: il capitale diviene biopolitico. Ma di qui una contraddizione fondamentale: da un lato, il capitale esige una completa interiorizzazione del capitale variabile al processo di valorizzazione (come veniamo descrivendola or ora); dall’altro abbiamo, in funzione di comando, una forte, se non completa, astrazione del capitale costante (nella forma finanziaria) dal capitale variabile (in quanto lavoro vivo sociale ed in quanto lavoro cognitivo irriducibili – almeno per parte – alla mercificazione). Il capitale finanziario sembra dunque interpretare il rapporto sociale che costituisce il concetto di capitale come rapporto eminentemente politico.
Ora, come abbiamo visto, nella convenzione del capitale finanziario, il denaro prende il posto del valore-lavoro. Nella “relazione politica” che costituisce il capitale finanziario, laconvenzione di valore è monetaria. La convenzione monetaria prende luogo della convenzione valore-lavoro (cioè rappresenta una nuova figura dell’oltrepassamento della “legge del valore” interpretata, appunto, nella fase dello sfruttamento industriale del lavoro, alla maniera individualista, fabbrichista e salariale). Ora invece la convenzione è singolarizzata, sociale e debitoria. Al contrario di quanto avveniva nel keynesismo, essa definisce la parte salariale come il residuo delle unità monetarie di cui il lavoro astratto è l’equivalente.
Come muoversi a questo punto? Abbiamo (talora fastidiosamente) ripetuto che la richiesta di una nuova costituzionalizzazione del lavoro costituisce un tentativo completamente astratto di riproposizione di mediazioni pubblicistiche classiche ed abbiamo concluso (citando il documento di Giso Amendola, “Costituzione precaria”) che “oggi il senso della costituzionalizzione possibile sta nello sganciare l’idea stessa di costituzione dalla mediazione pubblico-sovranista entro la quale si è data originariamente e nell’intendere l’opposizione ai processi di decostituzionalizzazione come lotta per l’apertura continua diprocessi costituenti, lì dove la governance tende a neutralizzarli e a richiuderli nei canali di espressione costituiti. Si potrebbe dire, provocatoriamente ma neanche tanto, che le soggettività ‘precarie’ – più che la difesa della costituzione in quanto tale – hanno tutto l’interesse ad una ‘precarizzazione’ della costituzione stessa, a renderla cioè aperta allo sviluppo continuo a processi di autorganizzazione”.
Il nuovo terreno di lotta costituente, sul quale battersi, è dunque quello dellagovernamentalità. Che essa “non escluda il diritto ma piuttosto lo attraversi, provocandone la progressiva decentralizzazione e flessibilizzazione, e nello stesso tempo azzerandone la tradizionale pretesa di autonomia dalle altre scienze sociali”, mi sembra il punto sul quale insistere. Basti rifiutare, agendo la governance, l’illusione che ivi si possa dare una sorta di “dualismo di potere” che metta in tensione fino all’esplosione il processo costituente. No, non siamo sicuramente in una situazione insurrezionale, non sono ripetibili exploitsbolscevichi perché non si è di fronte ad un dualismo simmetrico di poteri in lotta; siamo invece a fronte dell’asimmetria potente della nuova figura della forza-lavoro cognitiva – la sua “ricca povertà” – che si confronta, certo, con il dominio del padrone, del capitale costante, ma non è indotta a precipitare nello scontro, poiché essa è nello stesso tempo irriducibilmente resistente, rigida anche nella precarietà, essendosi incorporata quote di capitale fisso e circolante.
Così arriviamo al vero problema, liberato da ogni presupposto catastrofico o palingenetico: cosa significa assumere i processi costituenti (a partire dalle sempre nuove produzioni di soggettività e di incorporazione di quote di capitale fisso) non come conclusivi ma come coessenziali ad un nuovo processo costituzionale? Certo, una nuova costituzionalizzazione del lavoro risulta essere un’idea del tutto reazionaria, pura nostalgia della mediazione pubblica-sovranista: ma di nuovo, cosa significa un processo costituente nell’accettazione della frammentazione, del pluralismo moltitudinario del lavoro e della società? Cosa significa costituire un “noi” comune dentro una realtà sociale in cui ogni identità sia stata dissolta ed ogni ricomposizione non possa essere, appunto, che “costituente”?
A questo punto ci permettiamo di insistere nuovamente sulla straordinaria opportunità che la convenzione costituzionale monetaria, imposta dal capitale, ci offre: quella di rivelare immediatamente che l’antagonismo anticapitalista non riguarda limitate sezioni della forza-lavoro sociale (esso non riguarda il lavoro vivo assunto in maniera individualistica, localizzata e salariale) bensì lo assume come moltitudine, quindi come realtà singolarizzata, sociale e in una relazione di dipendenza (indebitata, cioè) ma che tuttavia si prova nella riappropriazione della ricchezza, attraverso il riconoscimento e la costruzione del comune. Realtà moltitudinaria: certo, indebitata, sottoposta all’alienazione mediatica, invasa dalle tristi passioni dell’insicurezza, impedita nella rappresentanza democratica dal disgusto che essa merita e dall’impotenza politica che mostra – ma anche da ciò spinta ad esprimere una forte volontà di lotta. I movimenti “indignati” e quelli “occupy” hanno ampiamente avanzato questi comportamenti costituenti. I movimenti italiani sui “beni comuni” sono attivi essi stessi su questo terreno. Quello che ora è essenziale è di assumere la dimensione “costituente” per rompere con ogni momento “corporativo”, identitario e/o localistico di lotta. Non vogliamo certo negare che ogni momento di lotta sia legato ad interessi e/o luoghi specifici, ma la lotta oggi o è costruita contro l’universale immagine del dominio finanziario, o non c’è. Non siamo mai stati luddisti nei confronti del macchinario ma piuttosto sabotatori dello sfruttamento che veniva dall’organizzazione del lavoro, così oggi non spacchiamo i bancomat ma sabotiamo il sistema di dominio finanziario perché vogliamo costituzionalizzare – cioè appropriarci – delle banche, del potere che, attraverso la moneta, organizza e premia, separa e domina, capta e toglie il valore prodotto dai lavoratori, autonomamente e comunemente.
3.2
Autonomamente e comunemente.
Per quanto riguarda quell’“autonomamente”, ci spieghiamo subito. È a questo punto infatti che il nostro procedere si intreccia con quello di analisti che, nella rivoluzione post-sessantottesca dei saperi, hanno cominciato a riconoscere una nuova ontologia comune della società e del diritto. In particolare, come negli anni Settanta Claus Offe e i suoi compagni, così oggi Teubner e la sua scuola ci aiutano a comprendere (nella teoria delSocietal Constitutionalism) come la modernità (o la postmodernità) capitalista mostri ormai una insostenibile tensione insopportabile contro il dominio delle sterili alternative fra centralità del pubblico (statale) e istituzioni della proprietà privata – quando ormai le soggettività non appaiano più sulla scena come individui autoriflessivi ma piuttosto come reti di eventi sociali. Ci sono nuove forme di autopoiesis del collettivo che, attraverso i conflitti sociali, chiedono di farla finita con gli eccessi della proprietà privata ed ormai propongono nuove procedure di istituzionalità politica e di processualità sociale in differenti settori della società. [Su questi temi altri compagni interverranno]
Noi ci tratteremo piuttosto sull’altro termine posto in epigrafe: “comunemente”. Anche qui c’è da spiegarsi. Se c’è qualcosa da conquistare per trasformare in maniera vera questa società, questo qualcosa è il comune. Ed il comune non è una totalità ma un concetto di parte – si contrappone al privato e demistifica il pubblico. Se esso si presenta come totalità è perché il comando capitalistico se ne è impossessato e lo ha organizzato nell’indipendenza della Banca centrale, sottraendolo alla democrazia del 99%.
Di contro, quando noi non assumiamo più il comune come la “cattiva parte” da liberare ma come un compito da svolgere, come dispositivo da realizzare, lo opponiamo al privato ed al pubblico, e prima di tutto cominciamo col denunciare il feticismo del denaro, perché riconosciamo che in questa convenzione capitalista dell’istituzione sociale, esso ci è dato come simbolo e veicolo della violenza; mentre invece quella spettralità delle istituzioni finanziarie copre e mistifica un “qualcosa di comune” che non è più semplicemente una forza-lavoro complessiva della società (fissata come valore oggettivo nelle merci) ma un insieme molteplice di attività cooperative, creative, eccedenti [e – sottointeso – non più “popolo” ma “moltitudine” globale]. Così – nel progetto che emana da questa potenza, nel soggetto che lo incarna – nasce il desiderio di rimettere mano al nesso fra produzione e finanza, lottando contro l’impoverimento di coloro che, pur producendo nella cooperazione sociale, sono privati del comune prodotto – anche soprattutto di quello (il welfare, il benessere elementare) nel quale si riproducono miseramente.
La questione della Banca centrale e del sistema creditizio è dunque centrale dal punto di vista costituzionale. Il denaro è divenuto la misura costituzionale dei diritti dei cittadini ed ogni decisione politica – in nome dell’assolutezza del denaro e della sua funzione regolatrice – è stata così espropriata dalla Banca centrale. Essa infatti è divenuta non solo il deposito politico del valore ma il luogo dove si pone la questione del rapporto di forza fra le classi che compongono la società, quando la sostanza di valore sia intesa come un tessuto di rapporti sociali.
Il dispositivo utopico che guida la nostra pratica eversiva, consiste nell’imporre una convenzione costituzionale che fondi ed interpreti una “moneta del comune”. La moneta è sempre un’istituzione sociale che accompagna gli scambi, ed ogni valore sociale può essere espresso in forma monetaria. Se la banca produce moneta e se oggi essa la produce come mezzo di produzione, la democrazia, il comando del 99% deve impossessarsi della regola delle emissioni monetarie e piegarla al rapporto sociale nel quale, oggi, la forma del comune ha qualificato la cooperazione produttiva.
La costituzione consiste in genere nell’articolare il rapporto tra lavoro e scambi, nel fissare la circolazione fra attività e bisogni, subordinandoli alle necessità di rapporti produttivi comuni ed alle funzioni sociali che ne derivano. Solo se riusciremo in questo programma potremo restituire alla forza-lavoro sociale, alla fatica ed all’invenzione delle singolarità che compongono la moltitudine, il prodotto del comune. Così potremo realizzare la nostra utopia che consiste nello strappare il lavoro al plusvalore, alla schiavitù dello sfruttamento capitalista, alle determinazioni corporative della sua sindacalizzazione – ponendo dunque l’attività umana come misura della libertà e dell’uguaglianza della produzione del Comune, sull’orizzonte globale.
3.3
Ma tutto ciò è appunto un’utopia. D’altra parte, la capacità di rompere sulla quale un momento fa insistevamo, è il prodotto immediato della nostra indignazione. È possibile costruire una strategia costituente che realisticamente componga l’indignazione e il desiderio utopico? Quali dispositivi politici possiamo realisticamente mettere in azione per definire una strategia costituente?
O forse meglio, per prendere il potere? Troppo spesso ricordiamo a noi stessi che non c’è un Palazzo d’Inverno da conquistare. Ce lo siamo giustamente ripetuti, non volendo confondere il concetto di rivoluzione con quello di dittatura, l’idea di democrazia con quella dell’Uno sovrano. Talora abbiamo cancellato l’opportunità della prima per evitare le conseguenze del secondo. Il secolo XX° ce lo imponeva. Ora però siamo nel XXI° secolo. Che cosa vuol dire costruire quel “noi – potenza costituente – forza del comune” visto come un realistico punto di approdo delle lotte, davanti e contro all’unità costituzionale del denaro, dentro la nuova comune soggettivazione del lavoro astratto?
Ora, io penso che si tratti di muoversi evitando certo quel percorso utopistico e alla fine tragico che è stato del ‘secolo breve’ ma non per questo rinunciando ad un discorso istituzionale che non abbia paura di toccare, di slabbrare, di appropriarsi, attraverso un’esperienza militante, degli elementi universalistici delle rivoluzioni trascorse e delle attuali esperienze insurrezionali dentro/contro la democrazia capitalista. Per esempio: l’obbiettivo del reddito garantito incondizionato si appropria chiaramente di un momento universalistico ed interpreta allo stesso tempo un’istanza costituente, adeguata alle nuove forme di produzione delle merci ed alla nuova composizione sociale delle soggettività produttive. Ma così la montagna ha partorito un topolino, si ironizza! Vuol dire non comprendere come nel reddito garantito universale ed incondizionato sia implicito il riconoscimento di un soggetto produttivo comune.
Per esempio, ancora: c’è uno Zeitgeist che in tutto l’occidente (ma non solo) scredita i partiti politici, ne nega la rappresentatività, denuncia il senso di alienazione crescente che s’accompagna alla denuncia della corruzione del loro potere e dell’impotenza dei sudditi. È chiaro che qui, attraverso la critica della figura pubblicista del partito politico, si contesta di nuovo “il pubblico” – cioè la funzione della “rappresentanza politica” e la sua pretesa di non essere alle dipendenze della proprietà privata, la sua illusione di costituire uno strumento di decisione democratica. Ora, riprendendo il tema della sintesi di esperienze sovversive attuali e di proposte universaliste, si può certo concludere che solo il riconoscimento e la pratica del comune, come base produttiva e come scopo della produzione, come vita produttiva e ricerca della felicità, disposte insieme, possano oggi davvero fondare la democrazia. Perciò che cosa può essere il desiderio costituente se non la pulsione a incominciare subito a costruire strutture comuni che permettano di legalizzare azioni di espropriazione del privato, di legittimare strumenti di appropriazione del pubblico e di riconquistare la capacità di decidere assieme – e di organizzare così, in istituzioni adeguate, la forza del lavoro e la comune intelligenza delle moltitudini?

martedì 18 settembre 2012

Che ne dite di un referendum per i beni comuni?

di Alberto Lucarelli da soggettopoliticonuovo

Acqua, suolo, laghi, spiagge, fiumi, foreste, musei e monumenti sono un patrimonio di tutti e non possono essere privatizzati. Un comitato di giuristi e intellettuali. da Maddalena a Settis, propone un testo serio su cui iniziare a raccogliere le firme. Assemblea pubblica domani a Roma
Care/i, stiamo vivendo una situazione sociale e politica molto difficile. La crisi continua ad espandere il catalogo delle ingiustizie sociali ed ambientali. Gli effetti delle politiche del governo e dell’Ue stanno provocando conseguenze disastrose nelle vite della maggioranza dei cittadini, erodendo qualsiasi speranza per il futuro. Il silenzio e l’apatia della classe dirigente politica aumentano il peso della crisi e tendono a confermare quello che il pensiero unico continua a dire da anni: there is no alternative.
Noi invece crediamo che le alternative ci siano, ma vadano costruite con pratiche e proposte diverse rispetto a quelle messe in campo. Noi crediamo che solo attraverso una piena e consapevole partecipazione dei cittadini e delle cittadine la democrazia del nostro paese potrà essere in grado di frenare la distruzione di diritti operata dal modello economico liberista così caro agli attuali governanti. Crediamo che una forte mobilitazione dal basso sia indispensabile per mettere al centro dell’agenda del paese il dibattito sui principali temi che investono la vita delle persone. Temi come la difesa dei beni comuni, il lavoro, le alternative alla crisi, la riconversione ecologica delle attività produttive, una politica estera di pace e cooperazione, potranno entrare nell’agenda politica solo se i movimenti, le associazioni, i sindacati e la società civile saranno in grado di farli vivere nel paese reale.
L’efficienza economica è diventata oggi l’unica principio che guida la società e la costruzione delle relazioni socio-economiche. È questo il principio sul quale fonda la sua etica il pensiero unico. L’assenza di alternative in grado di opporsi a quest’idea deformante della società e del diritto ha causato la rottura dell’equilibro del rapporto tra giustizia e sostenibilità, tra proprietà comune o collettiva e proprietà privata. L’aumento delle diseguaglianze sociali, la distruzione ambientale, la precarizzazione del lavoro e della vita, i tentativi di completa mercificazione e privatizzazione dei beni comuni, sono la conseguenza delle politiche messe in campo dal pensiero unico.
Assistiamo ad un inaccettabile trasferimento della sovranità dal popolo a speculatori finanziari, manager di grandi imprese e banchieri. Siamo addirittura al paradosso in cui i giudizi di mercato vengono riconosciuti come vincolanti nelle scelte giuridiche, come nel caso degli spread o delle transazioni finanziarie. Tali riconoscimenti e stravolgimenti dell’ordine giuridico sono palesemente in contrasto con la nostra Costituzione. Riconoscere tutela giuridica a interessi speculativi è contrario alla legalità costituzionale in quanto interessi che per loro finalità non sono meritevoli di tutela. I giudizi dei mercati non possono essere giuridicamente vincolanti perché violano l’art. 42 della nostra Costituzione.
Per questo crediamo sia possibile e giusto mettere in campo un referendum abrogativo che blocchi la privatizzazione dei beni comuni. Un referendum che serva allo stesso tempo ad aprire un dibattito nel paese in un momento storico nel quale gli spazi per la discussione su temi fondamentali della vita sembrano essere stati chiusi da una politica distante, distratta e miope. Pensiamo tra l’altro che sia utile che i cittadini e le cittadine possano essere interrogati e dire la loro su questioni fondamentali come quelle che poniamo in un periodo così importante per la vita democratica di una nazione come sono le elezioni politiche.
Abbiamo avuto la disponibilità di importanti intellettuali – Maddalena, Mattei, Schinaia, Vittozzi, Montanari, Settis – che hanno messo in campo un quesito capace di bloccare alcuni degli effetti delle politiche del governo Monti sul tema dei beni comuni (il testo è in calce, ndr).
Pensiamo che questa iniziativa referendaria possa nascere e crescere solo se saranno i soggetti sociali del paese a portarla autonomamente avanti. Questo referendum appartiene a tutti e non è di nessuno, esattamente come lo sono i beni comuni. Questa è la modalità con la quale vorremmo costruire insieme a tutti il comitato referendario, attraverso le pratiche della democrazia partecipata e comunitaria.
Ci rendiamo conto che i tempi sono stretti, ma il fatto che a metà ottobre si inizieranno a raccogliere le firme per i referendum sul Lavoro potrebbe essere utile.
Vorremmo confrontarci con tutti voi e con quanti più soggetti sociali che in questi anni si sono impegnati per difendere i beni comuni per capire se sia possibile mettere in campo un comitato promotore del referendum, capace di raccogliere le firme e mettere in moto un’iniziativa politica nazionale così ambiziosa.
Per queste ragioni vorremmo invitarvi tutti e tutte ad una riunione da tenersi a Roma per mercoledì 19 settembre presso il Teatro Valle Occupato alle ore 15.
Nella speranza di poterci incontrare e camminare in tanti e tante, vi salutiamo con affetto
Referendum abrogativo
Quesito: Vuoi che siano abrogate le disposizioni legislative che consentono l’alienazione dei beni comuni ambientali e culturali, come le sorgenti d’acqua, i laghi, i fiumi, le spiagge, i boschi, le foreste, i beni artistici e storici, ecc., e, pertanto, siano deliberate, nei limiti sotto indicati, le abrogazioni parziali delle seguenti leggi o atti avente valore di legge?
- in riferimento alla legge 23 novembre 2001, n. 410, che prevede la vendita del patrimonio immobiliare pubblico dello Stato, sono abrogati: all’art. 1, comma 1, all’ultimo rigo, le parole «distinguendo tra beni demaniali» e la parola «indisponibile»; all’art. 3, comma 1, le parole «L’inclusione nei decreti produce il passaggio dei beni al patrimonio disponibile»; all’art. 3, comma 8, le parole «ai sensi del comma 13»; all’art. 3, l’intero comma 13;
- in riferimento alla legge 6 agosto 2008, n. 133, che prevede la vendita degli immobili pubblici delle regioni, province ed altri enti locali: sono abrogati, all’art. 1, comma 2, le parole «ne determina la conseguente classificazione come patrimonio disponibile»;
- in riferimento alla legge 15 giugno 2002, n. 112, istitutiva della Patrimonio Stato S.p.A., sono abrogati: all’art 7, comma 10, secondo rigo, le parole «e indisponibile», nonché la frase da «sui beni immobili» a «a favore dello Stato»;
-in riferimento al decreto legislativo 28 maggio 2010, n. 85 sul «federalismo demaniale», relativo alla regionalizzazione del demanio statale idrico e marittimo, nonché alla provincializzazione di parte di detti demani, consentendone, in ultima analisi, la vendita a privati, sono abrogati: il comma 5, lett. e) dello stesso art. 1 ; il comma 4, dell’art. 2; il comma 1, lett. a) e b), dell’art. 3; il comma 2, dell’art. 3; l’ultima frase del comma 1, dell’art. 4; le lett. a) e b) del comma 1, dell’art. 5; le parole da «quanto salvo» a «presente articolo», contenute nel comma 2 dell’art. 5; il comma 5 dell’art. 5;
-in riferimento all’art. 23-ter, del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito nella legge 7 agosto 2012, n. 135, relativa alla spending review (il quale, a proposito dell’alienazione di beni comuni, aggiunge talune disposizioni dopo il comma 8-bis dell’art. 33, della legge 15 luglio 2011, n. 111), sono abrogate: la frase «possono altresì essere conferiti o trasferiti ai medesimi fondi i beni valorizzabili, suscettibili di trasferimento ai sensi dell’art. 5, comma 1, lett. e), del decreto legislativo 28 maggio 2010, n. 85», la frase «limitatamente ai beni di cui all’art. 5, comma 1, lett. e), sopra richiamato», la frase «ovvero con apposita deliberazione adottata secondo le procedure di cui all’art. 58 del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, anche in deroga all’obbligo di allegare il piano delle alienazioni e valorizzazioni immobiliari al bilancio», ed infine la frase «l’inserimento degli immobili nei predetti decreti ne determina la classificazione come patrimonio disponibile dello Stato».
Fonte: Il Manifesto 18/09/12 

venerdì 27 luglio 2012

La democrazia respira

da soggettopoliticonuovo 

La Corte Costituzionale si pronuncia contro l’obbligo alla privatizzazione dei servizi pubblici locali difendendo il risultato dei referendum.
Questa è una vittoria politica, non solo giuridica, frutto di un’iniziativa POLITICA di un gruppo di giuristi e sottoscritta da migliaia di italiani nell’agosto 2011, in diretta continuità con la vittoria referendaria.
Questa notizia è passata sottotraccia nella maggior parte dei media, quindi sta a noi, ad ALBA, spiegare ciò che è successo e cosa significa.
Più sotto c’è spiegato il percorso che ha portato a questa vittoria, ma per darci una mano scarica e diffondi fra i tuoi contatti (mail, social network o il caro e vecchio volantinaggio) i materiali che mettiamo a disposizione (li stiamo producendo, quindi li aggiorneremo presto!)
I materiali sono a fondo pagina, mentre potete vedere la video intervista di Alberto Lucarelli su YouTube






La Corte Costituzionale si pronuncia contro l’obbligo alla privatizzazione dei servizi pubblici locali difendendo il risultato dei referendum.
Questa è una vittoria politica, non solo giuridica, frutto di un’iniziativa POLITICA di un gruppo di giuristi e sottoscritta da migliaia di italiani nell’agosto 2011, in diretta continuità con la vittoria referendaria.
Questa notizia è passata sottotraccia nella maggior parte dei media, quindi sta a noi, ad ALBA, spiegare ciò che è successo e cosa significa.
Più sotto c’è spiegato il percorso che ha portato a questa vittoria
, ma per darci una mano scarica e diffondi fra i tuoi contatti (mail, social network o il caro e vecchio volantinaggio) i materiali che mettiamo a disposizione (li stiamo producendo, quindi li aggiorneremo presto!). I materiali sono a fondo pagina, mentre potete vedere la video intervista di Alberto Lucarelli su YouTube

Cronologia di un percorso politico

agosto 2011 memorandum dell’Europa all’Italia viene resa pubblica la lettera e viene immediamente predisposta una manovra economica, in forma di DECRETO LEGGE: decreto di Ferragosto, che taglia per decine di miliardi e attacca diritti fondamentali (nell’art.4 ribalta il risultato referendario di 2 mesi prima, nell’art. 8- recependo il modello Pomigliano- che gli accordi aziendali possono non rispettare le leggi). Il Decreto viene emanato dal Presidente Napolitano il 13 agosto 2011.
Era la seconda manovra il 20 giorni, all’emanazione della prima il presidente Napolitano dichiarò che era stato un “miracolo”. 14 agosto 2011 fu lanciato un appello contro una manovra incostituzionale promosso dai giuristi estensori dei referendum sull’acqua, Alberto Lucarelli, Ugo Mattei, Luca Nivarra e Gaetano
Azzariti.

http://www.siacquapubblica.it/index.php?…
28 agosto 2011 in base a quest’appello due giuristi, da lì a pochi mesi promotori di ALBA, Alberto Lucarelli e Ugo Mattei fecero una lettera aperta a Vendola per “ricevere mandato”, naturalmente a titolo assolutamente gratuito, da soli o insieme ad altri legali di Sua fiducia, a rappresentare la Regione Puglia (ed incidentalmente la
nuova egemonia dei beni comuni) di fronte alla Consulta in un ricorso diretto di incostituzionalità del Decreto 138\2011.

http://www.ilmanifesto.it/…
L’appello del 28 agosto e la proposta di ricorrere alla Corte furono osteggiati da chi non condivideva la critica al presidente Napolitano, che, come garante della costituzione, aveva emanato un testo palesemente in contrasto con la Costituzione.
Non solo, Lucarelli e Mattei furono accusati da parte di alcuni referendari di eccesso di protagonismo per finalità politiciste.

1 settembre 2011 come presidente della Regione Puglia, Vendola rispose positivamente a questa richiesta.
http://www.siacquapubblica.it/…
20 luglio 2012 il giudizio della Consulta, che oltre al merito straordinario della materia, afferma, come oggi dichiara Stefano Rodotà, il rifiuto della logica emergenziale in economia che pretende di travolgere tutto, Costituzione compresa.
Questa sentenza mostra che in nome della crisi e del ritornello L’Europa lo chiede non si può fare tutto.
Possiamo dire che i fautori del pensiero unico in nome de L’Europa lo chiede hanno perso e che questo risultato rappresenta un passaggio fondamentale intorno al quale le forze democratiche di questo Paese dovranno ritrovarsi per indicare strade alternative alle politiche liberiste di Monti per uscire dalla crisi come detto con forza da Lucarelli e Mattei http://www.soggettopoliticonuovo.it/…
Sul valore di questa vittoria riportiamo l’articolo di Lucarelli e Mattei su Il Manifesto
http://www.soggettopoliticonuovo.it/…

La Democrazia Respira – il poster

 

martedì 15 maggio 2012

Stanno perdendo la testa. Solidarietà con il centro culturale MACAO


La scelta di sgomberare con la forza, a Milano, la Torre Galfa occupata dal Centro culturale MACAO è l'espressione di un Governo (e di una maggioranza) che hanno perduto il controllo dei propri nervi e del loro Paese. Ieri le dissennate dichiarazioni del ministro Cancellieri sul movimento NO TAV, oggi questo gesto inconsulto a favore dello speculatore Ligresti e contro la parte più creativa e viva del Paese, che aveva restituito alla cittadinanza uno spazio prezioso, dimostrano - come ha detto Dario Fo - quanto terrorizzato, irrazionale e pericoloso stia diventando questo potere, consapevole del proprio distacco dalla popolazione, dell'inefficacia della propria azione e dell'imminenza di un redde rationem per loro disastroso.
Invitiamo tutti gli aderenti e i simpatizzanti di ALBA- soggetto politico nuovo- Alleanza per Lavoro, Beni Comuni e Ambiente, a dimostrare concretamente la propria solidarietà al Centro Macao e a mobilitarsi per bloccare questa deriva inaccettabile. Crediamo in particolare che l'ex prefetto Cancellieri si sia rivelata decisamente incompatibile con la carica di Ministro dell'Interno. Crediamo anche che i partiti politici che sostengono questa assurda, pericolosa, insostenibile linea non possano più godere di alcuna comprensione o franchigia.

ALBA- soggetto politico nuovo- Alleanza per Lavoro, Beni Comuni e Ambiente
Comitato esecutivo
 
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