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mercoledì 19 febbraio 2014

Congresso CGIL in chiaroscuro

di Tonino D'Orazio

Un altro congresso epocale di svolta. E le parole sono di nuovo sassi.

L’identità indica, designa, il carattere permanente e fondamentale di una persona o di un gruppo e l’insieme di caratteristiche culturali e di tradizioni che un popolo avverte come proprie. Il popolo della Cgil è tale con la sua identità di partenza e di percorso, con una idea di politica identitaria che ne ha sempre fatto la sua forza. Il problema rimaneva e rimane a tutt’oggi il diritto delle minoranze a conservare la propria ricchezza nel complesso della confederazione.

Purtroppo questa confederazione proviene da due congressi anch’essi di svolta, che hanno sancito una profonda divisione interna che l’ha indebolita, proprio in una fase in cui strutturalmente il capitale finanziario, ma anche quello produttivo, ha ricomposto parte della sua crisi e rilanciato un modello di sfruttamento ineguagliabile in tempi moderni. Un modello di riappropriazione di tutti i mezzi di produzione (compresi organizzazione del lavoro, abbattimento dei diritti civici e delle tutele sociali dei lavoratori) e di cancellazione del potere equilibratore dello Stato nelle politiche economiche e sociali.

Cioè nelle politiche identitarie e deontologiche della confederazione generale del lavoro.

Quale è stata la reazione? Il giudizio è contrastante e si è ripercosso già nei due congressi precedenti. Il riformismo della confederazione, sua essenza storica, non ha dato i risultati sperati. La confederazione ha perso per strada man mano svariate tutele dei lavoratori, dalla tenuta sul potere d’acquisto e del salario, allo sviluppo delle politiche e dei piani industriali. E’ stata messa all’angolo da tutti, compreso dalle altre due organizzazioni sindacali e dai partiti che avrebbero dovuto rappresentare la difesa se non lo sviluppo dei diritti del mondo del lavoro. Si sono tutti adeguati fatalmente al nuovo sistema rampante della ristrutturazione ineluttabile del capitale. Democraticamente vincitore, in Parlamento, è stato quest’ultimo a fare tutte le leggi necessarie per modificare a suo vantaggio la ormai innegabile e disastrosa realtà attuale.

Il risultato è disastroso, inutile ripercorrerlo, lo conosciamo.

In questo congresso si è scelto di avere un documento unico che inglobasse, o meno a secondo del voto, alcuni elementi storici di identità della confederazione. Un secondo documento di minoranza è pur sempre presente e non si capisce ancora cosa farà una delle organizzazioni storiche e fondanti della Cgil, cioè la Fiom, che si è battuta strenuamente e in solitudine sul fronte industriale pesante.

L’accordo sulla rappresentanza, che assomiglia fortemente alle “larghe intese”, sottoscritto dalla leader Camusso prima di una decisione del Comitato Direttivo (successivamente bulgaro), che ha rimesso all’angolo la Fiom in modo che non possa mai più dissentire sui contratti ma debba “filare” anche se non è d’accordo, oltre a ridiventare anticostituzionale, ha riaperto una vera conflittualità interna. Che è quella di lottare realmente, e non a parole o con qualche minuto-secondo di sciopero, o di adeguarsi. Il metodo: l'introduzione “dell'arbitrato interconfederale" in sostituzione delle singole categorie. Firmiamo noi anche se non volete. Magari aggiungiamo anche eventuali “sanzioni pecuniarie” per chi tenta lo sciopero e reca danno al padrone. Infatti le parti firmatarie “si impegnano a non promuovere iniziative di contrasto agli accordi così definiti”. Viene meno il diritto costituzionale allo sciopero e lo sviluppo di un contenzioso svilente. La Fiom ritiene che in Cgil ci sia una svolta autoritaria. La Camusso ribatte che il giudizio del Direttivo è vincolante per tutta l’organizzazione. Insomma si riapre di nuovo una partita mai chiusa per cui la nuova svolta assomiglia tanto alle precedenti. Meno consensuale, sembra più un tornante.

Questo metodo politico a massacrare le minoranze non è altro che l’effetto leaderistico e del comando (piuttosto che del governo) del mondo partitico che governa l’Italia, ma non solo, da anni. Questo concetto, avulso dall’identità della Cgil, sta prendendo piede dappertutto nel tessuto socio-culturale attuale. Il decisionismo non è più collettivo ma del “capo”. E, come nelle riforme elettorali, tutti i “piccoli”, sindacati compresi, devono sparire e gli altri avere lo scelbiano premio di maggioranza. Tutti possono stravolgere la Costituzione, cominciando dal garante Napolitano. Ebbene la Cgil no, perché ne è sempre stata la vera garante, e perché fondata sul lavoro, sul sacrificio e sul suo sangue, che sono la sua identità.

Per esempio sulla deontologia e sull’identità, spostare l’ulteriore sfruttamento dal lavoro più in là perché si “vive” di più, e quindi si può essere sfruttati per più anni, cosa rappresenta? Solo l’adeguamento al sistema capitalistico vincente, sull’ideologia, non del lavoro come valore di vita per partecipare allo sviluppo complessivo della società (Costituzione dixit), ma del becero sfruttamento di lavoro e di vita, rubandone proprio i tempi e la qualità. Del lavoratore? No, adesso di nuovo di tutta la sua famiglia, pensionati e bambini compresi. Siamo tornati alla giusta parola: proletariato. Diciamo la banalità di lavorare per vivere e non vivere per lavorare, anche se tutta la sostanza sta proprio qui. Oltre a negare la responsabilità positiva di scienza e medicina. E se poi più della metà degli iscritti sono pensionati?

C’è quasi disinteresse per l’Inps, istituto sorretto solo dai soldi dei lavoratori (per i padroni si tratta di “salario differito”) che dovrebbero pagare anche la bancarotta di altri fondi (vedi Dirigenti d’azienda, Ipost, anche in un certo modo l’Inpdap, tra poco i medici, i ferrovieri e altre categorie…), quindi avviato sul binario morto di una prossima privatizzazione. La tecnica è di renderlo un relitto finanziario e affidarlo poi alla gestione degli amici degli amici, banche e assicurazioni. In fondo cos’è altro oggi se non un bancomat governativo? O meglio, il nocciolo duro della gestione del sociale dell’intero paese lavorativo da sgretolare ideologicamente? E’ il fronte della guerra contro i poveri. La Cgil ancora non vi si attesta con forza.

Altro esempio quello deontologico e politico della tutela giuridica della dignità del lavoro. Mai si è ridisceso così in basso dagli albori del movimento sindacale, per cui tocca rilanciare il “programma minimo” del socialista operaista Turati (1886) per capire cosa si vuole ancora. Tecnocrazia padronale europea volendo. Ma con chi e dove?

I buoi sono scappati dalla stalla e tutti ritengono, abdicando al loro ruolo e alla loro identità, che la “realtà” attuale non permette di riportarne indietro nemmeno uno. Per questo è di nuovo un congresso di svolta, con un documento interessante, ma rimane sostanzialmente disperato il “verso dove”. Nel frattempo, all’orizzonte, vi sono sempre più apprendisti stregoni con soluzioni “riformiste” à la carte, per quel che rimane del mercato del lavoro, truccate da parole inglesi, dalla rapidità di esecuzione e magari dall’utilizzo di ex sindacalisti facenti fede per gestirle.

lunedì 1 luglio 2013

Ossimori

Tonino D'Orazio 

Treccani: “figura retorica che consiste nell’unione sintattica di due termini [ndr.o fatti] contraddittori, in modo tale che si riferiscano a una medesima entità”. L’effetto che si ottiene è quello di un paradosso apparente.
Figura molto utilizzata dai politici in questi anni. L’ossimoro è sintetico e spesso di grande effetto confusionario. Molto spesso per presa per il sedere. Non comporta responsabilità, si può dire tutto e fare il contrario di tutto. Il passato non conta, il presente solo nell’istantanea e il futuro sempre pronto ad avvenire in meglio. Tutto credibile, malgrado la menzogna costante.
Alcuni esempi.
Il ministro italiano della Difesa (o della Guerra?) in merito all’acquisto degli inutili bombardieri F-35: "per amare la pace bisogna armare la pace"! Avremmo bisogno di 40 bombardieri in più. Alzata di scudi. Scuse pronte.
Altri politici avevano già commentato gli avvenimenti internazionali, Bonino compresa, con una “guerra per la pace e la democrazia.” Gli effetti collaterali importano poco. New york, il senatore repubblicano Lindsey Graham: ”Con i droni abbiamo ucciso 4.700 persone. A volte capita di uccidere degli innocenti. Ma siamo in guerra e in questo modo siamo riusciti a eliminare dei membri di alto livello di Al Qaeda”. Solo loro sanno chi sono. L’intelligence americana e la Casa Bianca si sono sempre rifiutate di divulgare numeri e dettagli su attacchi di questi tipo, a cui sempre più spesso e’ ricorsa la presidenza Obama, che li ha classificati come non divulgabili. Ossimoro: ma non è un Nobel per la pace “santo subito”?
L'annuncio solenne sulla lotta all'evasione fiscale globale approntato dal premier inglese Cameron. Ottanta i paesi firmatari fino a oggi, ma mancano ancora i paradisi fiscali più conosciuti, tra cui le Bermuda ancora parte del sistema del Commonwealth inglese, ossia formalmente una dipendenza della Regina. L’importante è dirlo ad effetto oggi. Domani tutti avranno dimenticato.
Si è passati velocemente da “la libertà non ha prezzo” della Resistenza alla monetizzazione dei diritti con il “prezzo della libertà” del neoliberismo. (Quando cominceremo a chiamarlo neofascismo ?).
Ossimoro: “tolleranza zero”. Le leggi scappano in avanti lasciandosi dietro strascichi illegali e insoluti. Proiezione dell'Automobile Club d'Italia. In Italia circolano 4 milioni di veicoli sprovvisti di copertura assicurativa, di cui 2,8 milioni sono autovetture.
Il pilatesco Napolitano “sulla drammatica caduta occupazionale dei giovani”: Le organizzazioni sindacali (eh già!! Gli altri che c’entrano!) "si trovano di fronte a una sfida di grande complessità": devono (loro) "tenere insieme la prioritaria difesa dei diritti e della dignità del lavoro con l'individuazione degli interventi e degli strumenti innovativi necessari (cosa dare ancora?) per superare la drammatica caduta dell'occupazione specie giovanile". Scrive Napolitano al segretario generale della Cisl, Bonanni, dopo aver controfirmate in questi anni tutte le leggi più infami e disastrose del mercato del lavoro. Una operazione perfettamente riuscita in questi anni, lacrime della Fornero e piagnisteo continuo della Confindustria inclusi.
I topolini (oppure ossimori) di Letta:
"Per una famiglia-tipo, che consuma circa 2700 chilowatt/ora, lo sgravio si traduce in una riduzione di circa 1 o 2 cent di euro a kw/h, che tradotto su base annuale vuol dire circa 5 euro di risparmi a famiglia. Una beffa, sempre per le famiglie. Magari per le imprese, in particolare per quelle che consumano molto, si tratta di un risparmio che può arrivare anche a 10mila euro. Immediatamente dopo: "Dal primo luglio la bolletta della luce aumenterà di 10 euro all'anno" (veramente dell’1,4%). Sul fronte del gas arriveranno invece notizie migliori, in attesa della fortissima riduzione che scatterà (sempre al futuro) da ottobre per una vera e propria rivoluzione (questa parola rimane un ossimoro da sola) già dal primo luglio ci sarà una riduzione in bolletta dello 0,5/0,8%, che per una famiglia tipo si tradurrà in un risparmio di 12-14 euro all'anno".
Pensate a Monti e la monotonia del posto fisso quando sentenziò: “Addio all'idea del posto fisso. I giovani devono abituarsi all'idea che non lo avranno. Che monotonia il posto fisso, è bello cambiare". Oggi dall'alto di un narcisismo inscalfibile dall'insuccesso certifica: “Nel novembre 2011, lasciando l'università per assumere la guida del governo in un momento particolarmente difficile per l'Italia e per l'Europa, dissi che non consideravo concluso il mio impegno in Bocconi e che sarei rientrato per completare il mandato conferitomi fino al 31 ottobre 2014”. Quando ci si affeziona al posto fisso, non bastano nemmeno le multiple pensioni e lo stipendio fisso, che è pur sempre una bella cosa. Anzi, dopo il clamoroso aborto elettorale, aveva l'incredibile pretesa che qualcuno, magari Napolitano, comunque puntasse su di lui come presidente della Repubblica.
Sulle modifiche alla Legge Fornero, che per i lavoratori si deve intendere sempre in peggio, il testo ovviamente tutto a vantaggio dei padroni, è abbastanza definito: ridurre o addirittura eliminare le pause tra un contratto a termine e l'altro (chi dovrebbe farlo?), alleggerire i vincoli sulla causale dei contratti (cioè togliere gli ultimi sembianti diritti rimasti) e allargare i paletti dell'apprendistato (magari facendoli rimanere tali fino alla vecchiaia), sia alleggerendo i vincoli sulla formazione (meglio all’acqua di rose) sia abbassando la percentuale dei contratti che alla fine devono essere stabilizzati (quando si dice no al posto fisso). Gli incentivi all'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro potrebbero tradursi in una deduzione Irap (cioè la coperta corta della sanità) per le assunzioni stabili (che qualcuno crede ancora). Abolizione dei contributi previdenziali. Tanto pagherà l’Inps con i soldi degli altri lavoratori. Ma sviluppare il lavoro, soprattutto quello giovanile, prima che tutti scappino da questo paese, significa sempre dare i soldi ai padroni e senza risultati?
Le agevolazioni nell'acquisto dei macchinari, se non polvere, sono fumo (ossimoro) negli occhi: in un paese al 73° posto nella classifica mondiale “Ease of doing business”, 160° su 185 per il rispetto dei contratti, 11° per gravame fiscale e 104° per difficoltà di ottenere credito. Questa misura si configura come un incentivo perverso a "darsi da fare" se ci si riesce. Non è più facile esportarli i macchinari? Magari in Croazia, appena entrata nell’Unione europea, con una valanga di fondi da Obiettivo 1 per lo sviluppo?
I titolari di un’azienda di cosmetici di Chongqing, in Cina, hanno costretto i dipendenti a percorrere in ginocchio una delle piazze centrali della città, di fronte a centinaia di passanti attoniti.
Senza staccare gli occhi dal pavimento, i dipendenti dovevano camminare a quattro zampe: questa strana umiliazione è stata un’idea dei dirigenti per testare la capacità di resistenza, anche psicologica, dei loro lavoratori. L’esperimento è risultato valido o è stato un fallimento? Non lo sappiamo. Vediamo di testarlo in Italia per un approfondimento psico-scientifico e un manuale a futuro utilizzo.

martedì 18 dicembre 2012

Addio lavoratori.

Tonino D’Orazio

Finalmente più nessuno oggi può arrogarsi la chiacchiera di rappresentare i lavoratori. Tutti quelli che hanno governato in questi ultimi venti anni hanno fatto finta. Siamo al dunque. I lavoratori sono stati ingenui e deboli. Non hanno mai voluto politicamente rappresentare se stessi. Hanno sempre sperato che qualcuno, pietosamente, li rappresentasse, loro e la loro condizione. Continuano a fare il tifo anche per chi non li ama proprio. Come per la sindrome di Stoccolma, dove i prigionieri amavano spassionatamente i loro carcerieri. E’ storico, in fase di crisi i lavoratori votano per i padroni.
Con un Vendola che ha promesso i suoi voti a Bersani “purché abbia un profumo di sinistra”. Cosa pensate che Bersani abbia risposto, sapendo che un profumo non si nega a nessuno, ovviamente di sì. Quando la poesia raggiunge questi vertici è veramente commedia dell’arte, grande specialità storica e riconosciuta universalmente al nostro popolo. Sia per farla, la commedia, che per crederci.
I sindacati, grazie alla loro autonomia, non sono riusciti a rappresentarli bene i lavoratori. Non hanno voluto o non hanno potuto? Hanno pensato di poterlo fare senza le leggi, solo consultando. La destra padronale no. Aver “fatto il possibile” rappresenta semplicemente una grave sconfitta dei vertici, ma anche di tutti gli iscritti, congressi democratici compresi. I risultati non si possono più nascondere.
Oltre alla perdita di più della metà del salario di questi ultimi anni (Dati Ires Cgil); alla perdita di tutti i diritti previsti dalla dignitosa giurisprudenza del lavoro conquistata con sacrifici e sangue in questi ultimi cinquant’anni; una disoccupazione giovanile, e non, dilagante; ormai saltano anche i minimi salariali e si archiviano non le 35 ma le 40 ore settimanali (si potrà arrivare a 48 ore, come raccomandato dalle tecnocrate direttive europee anti-cittadini europei); gli straordinari non saranno più contrattati ma comandati e detassati, (la Chiesa si sta arrabbiando, o fa finta, troppo tardi per la sacralità delle domeniche, giorno del Signore, quello vero); con le fabbriche che boccheggiano in cassa integrazione e i lavoratori forzosamente a casa con stipendi decurtati e futuro appeso a un filo, mentre i figli quel filo neppure ce l'hanno, grazie anche alla “riforma” (non diciamo stupidaggini: alla fine del sistema a riparto e poi il nulla, o le assicurazioni) delle pensioni. Con i salari legati all’andamento delle fabbriche, (ci avrei creduto in tempi migliori!) e con il 90% delle piccole imprese senza possibilità di contrattare niente sembra la vittoria di Pirro. Più si “vince”, più si perde. C’è anche la “perla” del demansionamento: nessuno sa più quali mansioni ha, eccetto quello di ubbidire, e diventa buono a tutto. E quella della videoregistrazione anche se vai al bagno. Tutto normale. Siccome poi si detassano i salari legati ai risultati dell'impresa, ricordando infidamente la non punibilità del falso in bilancio come il massimo della trasparenza all’italiana, è evidente la fine del contratto e della solidarietà nazionale. La morte della confederalità sindacale e dell’unità nazionale. Troppe porte sono state socchiuse in questi anni per non vedere arrivare la buriana.
Non si può comunque non condividere il sussulto di autonomia della Cgil, che dovrà continuare in splendida solitudine a resistere alle sirene della deregulation, che non è finita per niente, e prendere atto definitivamente, anche se in ritardo, che l'attacco della politica e del padronato non è «semplicemente» contro la Fiom ma contro la Cgil intera e il sindacalismo confederale, così come l'abbiamo conosciuto in passato, riportandoci a capo, a zero, come il gioco dell’oca. Sfacciatamente non hanno attaccato, come fanno i lupi, la parte più debole ma direttamente lo zoccolo duro.
Con una differenza, cioè con i lavoratori, oggi tutti precari, proni e in ginocchio, nel rispetto delle leggi democratiche. Non più quelli combattivi di prima, ormai adagiati e boccheggianti oggi in una misera pensione. Una classe politica sclerotizzata e ideologica ma tutta a destra. Un Napolitano gongolante e perfido, invocando la pace sociale, cioè la stabilità della macelleria sociale in atto e l’auspicio fin troppo sostenuto del non possibile ritorno indietro dopo la sua dipartita ormai vicina. Lacrime di coccodrillo. Un po’ come tutti i socialdemocratici e socialisti di fine secolo scorso e di questo inizio di secolo, che facevano da mediatori tra padroni e lavoratori quando quest’ultimi erano utili e forti, ma che sono andati subito a sostegno dei padroni quando sono diventati deboli, anzi hanno aiutato al massacro del sociale sconfessando se stessi e la propria storia iniziale. Non devo fare nomi, molti lettori potranno farli da soli, se hanno un po’ di memoria e spirito critico. Tanto molti sono ancora tutti lì, davanti a noi a disquisire e manovrare, direttamente a destra. In quanto al termine “padrone” non chiedo scusa, è ridiventato così moderno e attuale che sfido chiunque a trovarne uno più adatto.
L’integrità del territorio italiano non è più in pericolo per le frontiere, ma per implosione, per quella atomizzazione di miriade di imprese grandi e piccole, aree fisiche dove le leggi dello stato non operano più ma solo quella dei padroni. Aree dove il cittadino cessa di esserlo e diventa servo, modello di una nuova schiavitù. Per di più consenziente. Il ricatto non è più tale se viene accettato.
Paese dove i sindacati ormai settoriali diventano all’americana concorrenti tra di loro. Una morte predeterminata. Una linea in atto in Italia dall’americano Marchionne, ma anche del 90% del parlamento. Stiamo di nuovo dando un esempio storico al patronato europeo. Abbiamo dato un bel Mussolini per vent’anni e nel frattempo sono seguiti i vari Hitler, Franco, Salazar … Poi per un trentennio un bel Partito comunista-socialista. Ma non ne hanno voluto. Meglio Andreotti e strani compagni di merenda. Poi abbiamo dato per vent’anni un Berlusconi che ha insegnato a tutti come si manipola la democrazia comprando tutti i mass media di un paese e parlando al basso ventre dell’umanità. Molti hanno seguito, anche in altri continenti, se non proprio direttamente. Adesso abbiamo insegnato, ma la struttura tecnocratica dell’Unione Europea ne era già esempio, come si possa governare di forza un paese senza essere eletti, per grazia ricevuta e con democrazia sospesa, e si possa manipolare le leggi elettorali a piacimento pur di rimanere in parlamento in eterno, finché morte non li separi. Adesso abbiamo insegnato come un paese possa ridiventare, tramite le aree di proprietà padronale, un assemblaggio di feudi, senza leggi generali, con vassalli, valvassini e servi della gleba.
Non lo sapevamo, ma Draghi ci ha ricordato che i nostri sogni sono finiti, insomma basta con l’arricchimento dei lavoratori. Insomma siamo una nazione anomala ma, se si può dire, sempre all’avanguardia della civiltà.


lunedì 2 luglio 2012

Sindacato 2 conflitto 0


Questi venduti di sindacalisti ancora stanno lì ad implorare un incontro con il governo, poiché l'unica cosa di cui veramente gli importa è essere invitati a tavola come commensali. Non si rendono conto o fanno finta di non rendersi conto che il tavolo è imbandito su un cumulo di macerie, quelle della società civile. Ancora non hanno capito o fanno finta di non capire che non c'è niente di cui discutere, perché nessuna concessione da parte della cricca bocconiana potrà rendere accettabile il massacro che si profila alle porte.
Il prof Ginsborg invita all'empatia e alla mitezza, ma come si può essere miti ed empatici con chi per salvaguardare il proprio misero tornaconto accetta il disastro come inevitabile. Si fanno questioni di opportunità, poiché lottare può essere logorante e non portare a nulla. Già, peccato che la speranza ai lavoratori gli sia stata tolta proprio da chi doveva infondergliela. Sappiamo di che pasta sono fatti i sindacalisti e lo sanno anche i lavoratori. Conosciamo le connivenze con il sistema politico, gli accordi sotto banco e al ribasso con il padronato, il sistema di clientele e di favoritismi che si agitano attorno al sindacato, e sappiamo anche che ormai da tempo che sindacati e sistema sono facce della stessa medaglia.
Il sindacato è una lobby che a tempo perso si ricorda di difendere i diritti dei lavoratori.
Che alternativa abbiamo a tutto questo? Non lo so ma intanto aspetto che qualcuno pronunci la fatidica parola: sciopero generale

venerdì 6 aprile 2012

Articolo 18: un pasticciaccio brutto di regime

di Giorgio  Cremaschi da Micromega
 
Ancora una volta quello che fa più disgusto è il regime politico informativo che canta vittoria senza spiegare nulla. Da un lato il Presidente del Consiglio che dichiara entusiasta che con questo provvedimento è più facile licenziare e che le aziende non hanno più alibi. Dall’altro il Partito democratico che canta vittoria perché ha tutelato i lavoratori. Cisl e Uil, che avevano già approvato il precedente provvedimento, ora dicono che va bene questo. La Cgil aspetta i testi, come se le dichiarazioni dei ministri non valessero nulla. In questo insopportabile teatrino si esalta il successo italiano, mentre lo spread risale e le condizioni sociali delle famiglie precipitano. Tutto questo è solo la dimostrazione che non solo l’Italia non sta uscendo dalla crisi, ma per colpa della sua classe dirigente vi sta precipitando con più velocità di prima.
Vediamo testardamente il merito. Con l’attuale articolo 18 se un lavoratore viene licenziato ingiustamente, e questa ingiustizia è riconosciuta da un giudice, il lavoratore vittima ritorna a lavoro con la reintegra. Cosa succederà se passa questa nuova legge? Che si creerà una vasta zona grigia di lavoratori la cui ingiustizia nel licenziamento è sufficiente per ottenere un piccolo indennizzo, ma non tale da garantire la reintegra. E’ la stessa zona grigia che si è creata per gli esodati, troppo vecchi per lavorare e troppo giovani per andare in pensione. Anche con la controriforma delle pensioni ci fu lo stesso coro, nessuno si accorse del disastro che si preparava e adesso non sanno ancora i numeri di chi è stato vittima del massacro. La sostanza del provvedimento è che l’articolo 18 viene scardinato, rendendo la reintegra nel posto di lavoro l’ultima ed estrema soluzione in caso di licenziamento ingiusto.
Questo comporta anche, contrariamente a quanto afferma Bersani, l’inversione dell’onere della prova come è nello spirito stesso del nuovo dispositivo di legge. Infatti, con l’attuale articolo 18 spetta al padrone dimostrare che il licenziamento è giusto, altrimenti c’è la reintegra. Questo è il garantismo, che però nell’Italia di oggi si usa solo per i potenti, i politici e i padroni e non per gli operai. Con il nuovo regime è chiaro che tocca al licenziato dimostrare la particolare malafede dell’imprenditore. E’ infatti stabilito che la reintegra c’è solo in casi estremi, mentre normalmente nel caso di licenziamento ingiusto c’è l’indennizzo, cioè si perde comunque il posto di lavoro. Toccherà al lavoratore assumere giuristi, psicologi, investigatori, commercialisti, per dimostrare nel processo la malafede del padrone altrimenti, visto che secondo il governo e secondo la sua interpretazione dell’articolo 41 della Costituzione il potere dell’impresa non è sindacabile, il padrone potrà licenziare come vuole. E tutto questo in un momento di crisi economica. Ecco, la cosa più stupida e in malafede di chi sostiene questo provvedimento è il tacere sul fatto che si liberalizza il licenziamento economico in un momento di caduta e crisi economica. Cioè si autorizza un massacro sociale.
Il Sole 24 Ore nell’edizione di oggi, 5 aprile, mette tre quadratini rossi a danno dei lavoratori e tre quadratini verdi a favore delle imprese sui provvedimenti che cambiano l’articolo 18. Il giornale della Confindustria onestamente ammette che i lavoratori vedono diminuita la loro tutela. Può non bastare questo alla Confindustria, alle banche e anche alle cooperative rosse, che sono sempre più ingorde del dovuto, ma resta il fatto che questa è un’autentica controriforma del lavoro, che distrugge diritti, che rende tutte le lavoratrici e i lavoratori più deboli di fronte all’impresa – lo ripeto – in un momento di crisi economica.
Oramai è chiaro che la lotta per i diritti delle persone e la lotta contro il regime politico e informativo che ci governa sono la stessa cosa. Stiamo andando nella stessa direzione della Grecia. Le misure che vengono prese dal governo italiano sono le stesse che in tutta Europa stanno distruggendo l’economia e la società. La crisi economica si aggrava per colpa di Monti, Merkel, Sarkozy, Draghi e di tutte quelle forze politiche che li sostengono. Dopo il pasticciaccio brutto dell’articolo 18 dobbiamo diventare ancora più rigorosi e severi nel giudicare i governi, le istituzioni e la stampa. Dobbiamo scendere in piazza per l’articolo 18 e contro il regime delle banche. Non facciamoci imbrogliare, andiamo avanti, facciamoci sentire e pretendiamo lo sciopero generale.
Un primo appuntamento può essere la manifestazione degli esodati del 13 aprile. Trasformiamola in una protesta per fermare i nuovi esodi dovuti alla truffa sull’articolo 18.

mercoledì 21 marzo 2012

Non salvate il soldato Camusso

La sig.ra Camusso, soldatessa dell'armata Brancaleone del Pd, deve essere un'assidua lettrice del nostro Blog, il quale come si sa rappresenta il comune sentire di milioni di uomini e donne. Leggendo uno dei post precedenti che inveivano contro il sindacato deve aver percepito la rabbia di questo corpulento soggetto collettivo, che non ne può più di gente come lei, Bonanni, Angeletti e compagnia cantando, e allora ha cambiato registro. Adesso fa la dura sull'Art. 18, mentre fino a ieri non vedeva l'ora di chiudere l'accordo. Ma è solo ammuina, ormai sa che volente o nolente l'accordo si farà e avrà i suoi effetti di legge, ma calarsi le braghe senza nemmeno un fremito, una virginale ritrosia, sarebbe equivalso ad un marchio d'infamia indelebile. Anche Bersani in un attimo di lucidità deve aver capito che forse era opportuno almeno abbaiare un tantino alla luna, tanto per far credere di essere un vero mastino dei diritti dei lavoratori e non il cane da salotto di Napolitano. Eppoi se non mostra almeno un guizzo sinistro, cosa gli racconta ai suoi amici Hoollande e Gabriel, rispettivamente capi dei socialisti francesi e tedeschi, che si sta dannando l'anima per tenere in vita un alfiere del liberismo e delle grandi banche  come Monti solo per carità di patria? Quelli per quanto socialdemocratici sono gente seria e non gli puoi dare a bere che vuoi fare un'internazionale socialista quando assomigli a una Thatcher sena capelli e per giunta senza palle. 
Licenziamenti a go go con la scusa delle motivazioni economiche e qualche spicciolo per chi rimane disoccupato, una finta sul precariato e di reddito di cittadinanza neanche un parola, come ha detto la Fornero gli Italiani si sfruscerebbero i soldi per abbuffarsi di pasta al pomodoro. Complimenti.
Adesso capisco perché pur avendo la vittoria alle elezioni in pugno avete preferito Monti, vincendo non avreste potuto fare in tutta tranquillità la politica che più vi piace: quella della destra.

sabato 17 marzo 2012

Sindacato, sesto potere

Questa gente del sindacato la detesto, e mi dispiace per alcuni miei amici sindacalisti, che tutto sommato sono brave persone. Non si tratta dei singoli ovviamente, il sindacato è il sesto potere, una banda di coyotes che si nutre alla greppia dei padroni ed espressione di una politica consociativa che permea l'intera società italiana. Tanto per fare un esempio, credo sia difficile smentire il fatto che se vuoi fare carriera in un'azienda come quella ospedaliera, avere in tasca  la tessera di un sindacato ti permette quantomeno per sederti al tavolo delle spartizioni dei vari incarichi di potere. 
Rimango ancora incredulo al pensiero di tutte le conquiste svendute da questi signori nel corso degli anni. Non si può perdonare loro di aver accettato l'idea che il debito pubblico andasse sanato col sacrificio delle nostre pensioni, del nostro reddito e dei nostri diritti acquisiti di lavoratori e non riesco a capacitarmi di come tutti noi abbiamo potuto ingoiare anche questi ultimi provvedimenti del governo in materia di lavoro e pensioni  senza battere ciglio. Prima dei vari Amato, Dini, Prodi, avevamo pensioni decenti, ma qualcuno ci ha convinto che non andava bene, che vivevamo al di sopra delle nostre possibilità e abbiamo accettato l'idea che il sistema contributivo fosse cosa equa, in base alla logica fraudolenta del tanto mi dai tanto ti rendo, ma non basta, oggi siamo finalmente riusciti a digerire persino l'idea che sia giusto andare in pensione un attimo prima di mettere il piede nella fossa. Tutto questo i  nostri sindacalisti più furbi lo giustificano con la logica dei mutati rapporti di forza, i più figli di puttana invece con le mutate condizioni economiche e sociali, la globalizzazione e bla, bla, bla. Balle, è solo politica consociativa ed estremo tentativo di autoconsevazione.
Detesto la Camusso, non solo perché ha chiesto la delega per far contenta la sua amica Fornero e firmare un'intesa catastrofica per i lavoratori, (l'avete vista come se la ride di gusto fra la Emma e la Elsa, sembrano vecchie comari), ma anche perché incarna al pieno una cultura industrialista che pone come priotaria la produzione di merci in un'ottica di sviluppo infinito, a prescindere da cosa e perché si produce. L' uscita sul TAV la dice tutta: “l'Italia ha un disperato bisogno di investimenti”, che importa se vengono utilizzati in opere inutili e dannose. Anche Landini in fin dei conti non va oltre una concezioni produttivista del lavoro, legata a una visione novecentesca della realtà. Produrre macchine in un mercato ormai saturo e in un mondo che muore soffocato dai gas di scarico è un controsenso, soprattutto se si continua a ragionare all'interno di parametri di tipo fordista. Ma non si può pretendere che un sindacalista esca fuori da un visione autoreferenziale e di Landini almeno si può apprezzare l'onestà intellettuale e la difesa di quel poco che rimane dei diritti dei lavoratori. Altra cosa sono i gialli Bonanni e Angeletti, lividi di rabbia, non quando il governo e i padroni fanno delle porcate e minacciano le condizioni di vita dei lavoratori, ma quando non vengono invitati alla mangiatoia e non possono esibirsi nelle foto ricordo a fianco delle Marcegaglie e soci. “Nessuno pensi di poter prendere delle decisioni senza consultare le parti sociali”, ripete ossessivamente Bonanni.
Rinnovare la politica significherà certamente liberarsi fra gli altri, anche di questa gente, sebbene non si possa certo fare a meno dei diritti e delle tradizioni che questi personaggi pretendono ancora di rappresentare.

lunedì 12 marzo 2012

I numeri del Prof. Monti sono quelli del mago Otelma

METTIAMO IN CAMPO UN PROGETTO NUOVO, CREDIBILE DI SVILUPPO ECONOMICO E SOCIALE

di Guido Viale da ComeDonChisciotte  


Immaginiamo il prof. Monti travestito da studente (ovviamente fuori corso) che si presenta a un esame di economia alla Bocconi, di cui è stato anche Rettore; e che alla domanda: «Quando si presenta un'analisi costi benefici?» risponde «Dopo l'approvazione del progetto». Bocciato (sia Monti che il progetto) senza se e senza ma. Eppure è proprio questo che ha sostenuto Monti, vestito (e non travestito) da Presidente del Consiglio. Ma non è la sola insensatezza che ha detto sul Tav: c'è anche la promessa di viaggiare da Milano a Parigi in 4 ore (cioè, ad almeno 400 km/h tra Torino e Lione compresi i 57 e più chilometri di galleria); e l'improvvisa trasformazione in low-cost (a basso costo) dell'opera: grazie al rinvio sine die dei lavori per le tratte fuori galleria (ma chi ha detto che la Commissione Europea sia disposta a cofinanziare un affare simile?). Con questi assi nella manica il governo Monti ha annunciato una grande campagna di informazione (e di repressione) sul Tav. Complimenti!

Lo scontro sul Tav porta alla luce la vera natura di questo governo; un consesso di presunti tecnici che però non sa confrontarsi con quei 360 tecnici veri - praticamente tutti quelli che in Italia hanno una competenza in materia - che hanno chiesto un ripensamento su un progetto tanto inutile. D'altronde, per averne una conferma, basta pensare ai numeri di Monti sui futuri effetti dei primi decreti del Governo: PIL +11%; salari +12; consumi +8; occupazione +8; investimenti +18 (e quando mai? Mai). Neanche il mago Otelma... Il governo Monti ha sì una politica economica: quella di riportare in pari il bilancio a suon di tasse, tagli al welfare e svendita dei servizi pubblici (la polpa: il saccheggio dei beni comuni). E di affidare la cosiddetta crescita a qualche liberalizzazione pasticciata e marginale e al finanziamento di alcune Grandi Opere incluse nella legge obiettivo, senza neanche un criterio per definirne le priorità: il Tav Torino-Lione è l'emblema di questo modo di fare. Ma quello che al governo Monti è inviso e del tutto estraneo è il concetto stesso di politica industriale (che cosa, con che cosa, per chi, come e dove produrre). Cioè l'idea che per fare fronte alla crisi, alla disoccupazione, al degrado ambientale e sociale, ai cambiamenti climatici (a cui Monti non ha mai fatto nemmeno cenno: sono cose che per lui non esistono) occorra intervenire sia dal lato dell'offerta (promuovendo produzioni e soprattutto riconversioni produttive di imprese altrimenti votate alla sparizione), sia dal lato della domanda: creando o sostenendo il mercato delle produzioni che hanno un futuro. In entrambi i casi si tratta di settori decisivi per la riconversione ecologica del sistema produttivo e dei consumi, ma anche per difendere l'occupazione; per creare e sostenere impieghi di qualità, per valorizzare gli studi altrimenti sprecati di centinaia di migliaia di giovani senza prospettive e le competenze difficilmente recuperabili di lavoratori anziani o solo maturi espulsi dalle imprese insieme al loro bagaglio di esperienza. I settori decisivi in questo processo sono quelli delle fonti rinnovabili, dell'efficienza energetica, dell'agricoltura e dell'industria alimentare ecologiche e di prossimità, del riciclo totale di scarti e rifiuti, della salvaguardia degli assetti idrogeologici, del recupero edilizio, della mobilità sostenibile e flessibile. Ma innanzitutto è essenziale un recupero di democrazia. Non è possibile - dicevano i sindacati firmatari del diktat di Pomigliano - difendere i diritti in fabbrica senza le fabbriche. Giusto. Ma è vero anche, e soprattutto, l'inverso: senza democrazia in fabbrica e nel paese le fabbriche scompaiono. E infatti, mentre il governo e partiti che lo appoggiano si impuntano sul Tav, facendone la bandiera di un approccio senza futuro ai problemi dell'economia, dei territori e della convivenza, Marchionne fa capire (ammiccando e negando, come si conviene a chi procede per gradi su un cammino già tracciato) che trasferirà negli Usa la direzione e quel che resta del "cervello" della Fiat; che chiuderà uno a uno i suoi stabilimenti e che trasformerà in "fabbriche cacciavite" per il mercato americano (se, e solo se, laggiù la bonanza dura) gli impianti che restano; che dovranno comunque competere con quelli di Polonia, Turchia, Serbia e Brasile, dove i salari sono al minimo vitale, l'ambiente è alla mercé del profitto e lo Stato ci mette un mucchio di soldi. Poi vanno alla malora due dei gruppi residui del sistema industriale italiano (Finmeccanica e Fincantieri) travolti da ruberie impunite e da un'assoluta mancanza di progettualità. Chiudono a un ritmo sempre più rapido migliaia di fabbriche e di imprese piccole e medie, di cui nessuno parla, aggiungendo centinaia di migliaia di disoccupati a quelli già per strada e a quelli a cui sta scadendo la cassa integrazione. Per questo lo scontro in atto sul Tav è l'emblema di un conflitto che riguarda tutto il paese e che mette una di fronte all'altra, da un lato, una politica economica rovinosa e inconcludente, che abbina uno spreco indecoroso di risorse pubbliche a un'avarizia distruttiva nella spesa per il sostegno al reddito, per l'istruzione, la cultura, la ricerca, i servizi pubblici. E dall'altro lato, la volontà di salvaguardare e valorizzare le competenze e la qualità delle risorse umane e del territorio che quella politica sta condannando a un esito greco. Per questo la partecipazione del movimento NoTav alla manifestazione della Fiom di oggi non è un fatto marginale: è il riconoscimento della connessione indissolubile tra la lotta dei metalmeccanici - e di tutto il mondo del lavoro sotto attacco - e quella della Valsusa - e di tutti i territori su cui ha messo le mani la speculazione. Ma è anche la conferma di una estraneità ormai consumata tra l'universo politico e istituzionale italiano e tutto il resto della cittadinanza attiva di questo paese: dei suoi problemi, delle sue sofferenze, delle sue aspettative; e soprattutto dei progressi nella costruzione di un'alternativa concreta. Ma a chi compete mettere in campo un progetto realistico di politica industriale, orientata alla conversione ecologica e innanzitutto alla riconversione produttiva delle imprese condannate a morte? Se il governo e i partiti che lo sostengono non dimostrano alcuna volontà, o capacità, o anche solo una vaga idea, di una impresa del genere, bisogna cominciare, e seriamente, dal basso: lavorando alla convocazione, in ogni territorio dove se ne presenti la possibilità, a partire da quelli - e sono ormai la maggioranza - dove la crisi sta mettendo alle corde un'intera comunità, di una serie di "conferenze di produzione". Comitati, movimenti, sindacati, associazioni, imprese pubbliche, private, cooperative o sociali, professioni e amministrazioni locali. Per mettere in campo idee, progetti, condizioni di fattibilità e promuovere la conversione ecologica del proprio territorio. Certo, tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare; ma se non si comincia a dire - dopo aver studiato il problema (e nei territori le competenze tecniche per farlo certo non mancano) e dopo aver messo in chiaro le divergenze ed eventualmente separato le strade - a dirlo tutti insieme, resteremo per sempre nelle mani dei fautori del Tav. Invece bisogna tradurre quelle idee e quei progetti in piattaforme rivendicative dettagliate nei confronti del governo - di qualsiasi governo - e poi esigere che su quei progetti vengano impegnati i fondi dispersi nelle Grandi opere, nelle spese militari, nei tesoretti della politica, nei contributi a pioggia questo e quello (e sono tanti!). Che cosa si farà alla Fiat quando Marchionne avrà abbandonato Mirafiori, o Pomigliano, o entrambi? Aspetteremo un produttore fantasma di Suv come a Termini Imerese o all'Irisbus? Non si può mettere in campo una produzione di microcogeneratori, come quelli che alla Fiat erano stati inventati quarant'anni fa e che la Volkswagen si è messa a produrre e a collocare l'anno scorso? Oppure produrre pompe di calore, rotori eolici, impianti solari termodinamici e simili (tutte cose per le quali non è difficile ricostruire un'impiantistica e un knowhow adeguati)? E che cosa si farà in Fincantieri quando la Costa non ordinerà più altri gerontocomi da crociera e lo Stato cesserà di far costruire navi da guerra? Non c'è forse un grande bisogno di trasferire su mare larga parte del trasporto di lunga percorrenza, costoso e inquinante, che corre da un capo all'altro della penisola? O di mettere in cantiere una produzione di pale eoliche di altura (due proposte che la Fiom aveva tentato di lanciare nel luglio scorso, senza che un solo sindaco, una sola associazione, e persino un solo sindacalista dei cantieri sotto scacco mostrasse il minimo interesse per la questione)? E che cosa si può fare per risanare Finmeccanica? Concentrarsi sull'industria delle armi e svendere l'unica fabbrica di quei treni di cui c'è un disperato bisogno? E come rinnovare il parco dei mezzi pubblici? Di esempi se ne possono fare mille, ma fare proposte non tocca a me. Ma nemmeno solo alla Fiom, né solo agli operai delle fabbriche in crisi. E' alla convocazione delle conferenze di produzione che va lanciata la sfida.


Fonte: www.ilmanifesto.it 9.03.2012

domenica 11 marzo 2012

Camusso dice sì alla Tav: «In Italia c'è un bisogno disperato di investimenti»

Vale la pena di leggere interviste come questa per capire a fondo il personaggio e la sua vera natura politica

Il segretario della Cgil: è utile per l'occupazione ma serve il dialogo. E sull'articolo 18: «Non sia uno scalpo»

di Antonella Baccaro da corriere.it

ROMA - Susanna Camusso, la Fiom chiama lo sciopero generale se verrà toccato l'articolo 18. Cosa risponde il segretario della Cgil?
«Ho impressione che qualcuno abbia già messo in conto un nostro sciopero generale: una fiammata e via. Ma non può essere così: si aprirà una fase non breve di lotta».
A cosa si riferisce?
«A tante cose: scioperi articolati, proteste mirate, durature, più dolorose».
Non teme che il suo messaggio venga frainteso e alimenti tensioni incontrollabili?
«So che ci sono preoccupazioni, ce le abbiamo anche noi. Ecco perché vanno date risposte».
Cosa pensa della presenza dei No Tav nella manifestazione della Fiom?
«Nessuna forma d'iniziativa legittima può prevaricare la vita degli altri e sconfinare nella violenza. Penso che la Cgil debba avere un giudizio netto. Del resto la nostra posizione favorevole alla Tav l'abbiamo espressa al congresso: il Paese ha un disperato bisogno di investimenti. Dopodiché sarebbe meglio avere regole su come si decide. E comunque va ricostruito il dialogo: è impensabile fare i lavori per anni con la valle contro».
La trattativa sul mercato del lavoro riprende domani. C'è possibilità che si arrivi a un accordo?
«Cominciamo col dire che una riforma, anche una buona riforma, non creerà occupazione: è sbagliato illudere la gente. Serve altro».
Ad esempio?
«Investimenti, politiche industriali che ancora non vedo. La "fase due" della crescita mi sembra lontana: la delega fiscale si sta traducendo in aumento dell'Iva anziché nella riduzione della pressione fiscale sul lavoro».
Questo governo l'ha delusa?
«L'esecutivo Monti ha scelto di avere il piglio di chi vuole fare riforme strutturali, ha usato termini ambiziosi, come "cambiare la mentalità degli italiani". Ma poi questa intenzione si è tradotta nella continuità di politiche che penalizzano il lavoro».
Nel merito della riforma, ci sono punti di contatto sul tema dei contratti?
«Non c'è ancora una sintesi ma le proposte del ministro di far costare di più la flessibilità, eliminando quella cattiva, vanno nella giusta direzione».
C'è qualche novità sulla stabilizzazione dei precari?
«Al momento non ci sono risposte. Non si è mai nemmeno parlato di pubblico impiego dove la precarietà dilaga. Nè mi è piaciuto lo spettacolo del blocco dell'assunzione di 10 mila insegnanti».
Sugli ammortizzatori sociali lei dice che servono 15 miliardi. Può spiegare meglio?
«Attualmente ci sono 8,5 miliardi, tra contributi di imprese e di lavoratori, con l'estensione della contribuzione si potrebbe arrivare a 11. Mancano ancora 4 miliardi per avviare gradualmente la riforma».
Sui due pilastri voluti da Fornero? Cassa ordinaria e indennità di disoccupazione?
«No, non si può fare a meno della cassa straordinaria per le riconversioni che saranno tante dopo la crisi. E l'indennità va estesa a tutti, compreso chi vive il lavoro con discontinuità».
Veniamo all'articolo 18.
«Espungerlo dal tavolo sarebbe un atto di saggezza, limitiamoci a velocizzare i processi sul lavoro».
Ma se invece si procedesse, che farà la Cgil?
«Quando si porrà il problema ci penseremo. Vedo in giro qualche proposta di chi cerca solo uno scalpo. E poi c'è quella della Cisl, che estende le procedure dei licenziamenti collettivi a quelli individuali. Ma i licenziamenti individuali si possono già fare se non sono discriminatori».
Prenda il caso del lavoratore che, messosi in malattia, è andato a tirare il petardo al segretario della Cisl, Bonanni, ed è stato reintegrato sul posto di lavoro.
«Se il lavoratore ha violato la norma contrattuale ha ragione l'impresa, se non l'ha violata, è giusto il reintegro. Non tutte le malattie prevedono di stare a casa 24 ore su 24. Le norme ci sono: basta farle rispettare. Ad esempio, io mi chiedo perché non si impone mai al dirigente pubblico di controllare chi timbra e chi no».
Marcegaglia ha accusato il sindacato di difendere i fannulloni.
«Marcegaglia è stata presa da tentazione perché era all'assemblea di Federmeccanica... Ma non è che per evitare i problemi vadano cancellate le tutele».
Lei ha chiesto a Fornero di rivedere la riforma delle pensioni. Pensa ce ne siano i margini?
«Devono esserci. Non dispero di convincere il ministro che, con riferimento alle pensioni, non tutti i lavori sono uguali. Sul punto c'è una sensibilità fortissima e suggerirei sommessamente di tenerne conto...».
Intanto la Cgil è stata fischiata alla manifestazione della Fiom.
«Mi dicono che i fischi non erano dei lavoratori metalmeccanici. Dopodiché so che c'è una parte di movimento che ha un'idea antagonista. Ma il sindacato non è antagonista: costruisce accordi. Anche il segretario Fiom, Landini, ha detto che è per l'accordo, purché non si tocchi l'articolo 18. Che è quello che penso anch'io».
Veltroni, attaccando l'articolo 18, vi ha chiamati indirettamente «santuari del no».
«Io sento quello che dice il segretario Bersani: non mi sembra che voglia cambiare l'articolo 18. Gli altri si pongano il problema di pensare cosa proporre loro, piuttosto che dirci quello che dobbiamo fare noi».