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martedì 5 giugno 2018

Cesaratto: “Governo del cambiamento? Solo se avrà il coraggio di scontrarsi con l’Ue”


L’economista ha un giudizio interlocutorio, ma anche preoccupato, sul nuovo esecutivo: “C’è un problema di coperture finanziarie, fare sia la flat tax che il reddito di cittadinanza, oltre alla riforma della Fornero, sarà impossibile”. E per farlo, nel caso, è necessario battere i pugni a Bruxelles: “Manca una visione macroeconomica, non ci si può limitare all’alternativa secca che o si obbedisce ai vincoli europei o si rompe con l’Ue. Bisogna articolare una proposta di mezzo per rinegoziare il quadro”. Infine, come Piano B, crede non si possa morire per l’Europa: “Come extrema ratio sono per il recupero della piena sovranità monetaria, ciò ha a che fare con la nostra democrazia”.


intervista a Sergio Cesaratto di Giacomo Russo Spena da Micromega

“Non è certamente un governo progressista però sono curioso di capire se andrà a scontrarsi con Bruxelles. È lì che si gioca la partita”. In questi anni Sergio Cesaratto, economista e professore all’università di Siena, ha scritto libri, interventi e relazioni contro l’attuale assetto dell’Unione Europea. Adesso ha un giudizio interlocutorio, ma anche preoccupato, sul nuovo esecutivo. Se pensa che la cancellazione della riforma Fornero sulle pensioni sia giusta, dall’altra critica la flat tax: “È una redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto: una misura che accresce l’ingiustizia sociale e, persino, la crisi finanziaria perché penalizza la domanda interna”. In sospeso rimane poi la battaglia cardine, quella con l’Europa.

Professore, partiamo dal contratto di governo siglato tra Salvini e Di Maio. Sono state fatte varie promesse ma, secondo lei, esistono le coperture finanziarie?

Il problema delle coperture finanziarie è reale, fare sia la flat tax che il reddito di cittadinanza, oltre alla riforma della Fornero, sarà pressoché impossibile. Farlo con l’aumento dell’IVA o peggio con tagli alla spesa sociale sarebbe socialmente iniquo e depressivo per la domanda interna. Non si capisce bene questo governo dove voglia precisamente andare.

Quindi siamo solo ad annunci propagandistici di Salvini e Di Maio?

Attenzione, il problema di recuperare risorse ce l’avrebbe un qualsiasi governo progressista che si prefissi di cambiare lo status quo ponendo al centro, ad esempio, gli investimenti e la politica industriale o la redistribuzione del reddito a favore delle classi lavoratrici oltre che incapienti. Va fatto un passo indietro. Quali politiche macroeconomiche vorremmo adottare affinché queste risorse emergano? Questo governo ha annunciato alcune proposte di spesa discutibili, senza ancora chiarire il lato macroeconomico che implica poi il punto di collisione con l’Europa.

Proprio le posizioni euroscettiche di Paolo Savona hanno aperto un braccio di ferro con il presidente Mattarella e, alla fine, Salvini e Di Maio hanno ceduto alla sua richiesta depennando Savona dal ministero dell’Economia. Pensa che questo governo abbia, comunque, il coraggio di battere i pugni a Bruxelles o sarà in linea con gli esecutivi precedenti?

È difficile prevederlo. Sicuramente agli Esteri, con Moavero, hanno scelto un profilo moderato. Il ministro Tria, invece, è un liberista con qualche tinta keynesiana. Però in fondo lo è anche Paolo Savona e non enfatizzerei un’opposizione tra i due. Ciò detto, insisto, non mi è ancora chiaro cosa questo governo vuol chiedere all’Europa. Non ci si può limitare all’alternativa secca che o si obbedisce ai vincoli europei o si rompe, pensando dunque all’uscita dalla moneta unica. Nelle varie prese di posizione del governo non sono per ora contemplate vie di mezzo, entro cui peraltro collocare le decisioni di finanza pubblica (discutibili nel merito). Questo mi preoccupa. Ma concediamo ancora qualche settimana al governo per chiarire il quadro.

Lei cosa chiederebbe all’Europa?

Beh, condivido una proposta che viene da lontano e sottoscritta da centinaia di colleghi nella “
lettera degli economisti” del 2010, ma è un’idea ben più vecchia. L’obiettivo di un Paese come l’Italia, ad alto debito, dovrebbe essere la stabilizzazione del rapporto tra debito pubblico e Pil (non la sua riduzione, si badi). Con bassi tassi di interesse – che l’Europa ci deve assicurare – si può fare un po’ di deficit spending e far ripartire domanda interna e crescita. Siamo per dire all’Europa e ai mercati che ci impegniamo a stabilizzare quel rapporto in maniera compatibile con la ripresa della crescita del Paese.

Eh, nel concreto, come possiamo far aumentare la crescita?

La questione è cambiare i parametri dell’UE. Gli economisti sanno che se l’Europa si impegna ad andare verso l’annullamento dello spread tra titoli italiani e bond tedeschi, è possibile conciliare la stabilizzazione del rapporto debito-Pil e avere dei deficit primari (disavanzi al netto della spesa per interessi). Ciò dimostra che è possibile fare politiche fiscali espansive tenendo bloccato il rapporto debito-Pil.

Mi scusi, ma per annullare lo spread ci vorrebbe un intervento diretto della Bce. Lo trova possibile?

Quando Salvini e Di Maio scrissero nella bozza del contratto di governo che la Bce deve annullare il debito di 300 miliardi, si espressero malissimo, generando confusione. La proposta, per esempio, di Wyplosz, che è uno dei più noti economisti europei, prevede che la Bce mantenga in grembo questi titoli e non li rimetta nel mercato. Già così abbiamo eliminato il 10% e oltre del debito pubblico italiano. Quindi, innanzitutto, a Bruxelles va fatta una proposta: l’Ue cominci a fare misure per annullare lo spread, in cambio l’Italia si impegna a non aumentare il rapporto debito/Pil. Questo permette deficit spending e crescita economica. Tutto questo ragionamento mi pare assente nel nuovo governo, siamo schiacciati tra il profilo moderato di Moavero e la (presunta) proposta no-euro di Savona. Bagnai lo conosce benissimo, tuttavia.

Nel suo recente libro (“Chi non rispetta le regole? Italia e Germania le doppie morali dell’euro”, Imprimatur editore) ha mosso fortissime critiche all’Unione Europea e ha spiegato come l’europeismo ordoliberista non sia altro che una forma estrema di nazionalismo della potenza dominante, ovvero la Germania. È una boutade dire che siamo una colonia di Berlino?

Non so se noi siamo definibili come colonia, ma certamente la classe dirigente tedesca è molto nazionalista, oltre che ottusa e arrogante.

Se questo è il quadro, può esserci un margine di trattativa con Bruxelles? L’Europa si può cambiare da dentro?

La Germania ha detto no alle proposte di Macron, pur essendo molto minimali. Figuriamoci se accetta una proposta come questa avanzata della stabilizzazione del rapporto debito/Pil, del tutto ragionevole ma che ai tedeschi sembrerà orribile. È tuttavia una regola del gioco dell’unione monetaria: il Paese più forte deve avere un’inflazione più forte. Questo permette di dare respiro ai paesi più deboli.

E allora?

È interessante che il premier francese sia stato il primo a telefonare a Conte, nel momento del primo incarico cercando una sponda ai tavoli di trattative per una riforma dell’unione monetaria e per contrastare i nein tedeschi. È fondamentale che Italia e Francia (e forse la Spagna di Pedro Sánchez) ribaltino la narrazione europea, mostrando che è la Germania che la sta facendo esplodere rifiutando le riforme. Poi, certo, se fallisse il piano A rimane sempre il piano B.

Ricapitolando: consiglia al governo di giocarsi la partita su due piani. Il piano A consiste nel rinegoziare i vincoli con Bruxelles, e il piano B in cosa consiste?

Non si può morire per l’Europa, come extrema ratio sono per il recupero della piena sovranità monetaria. E ciò non ha niente a che vedere col nazionalismo di destra, ha a che fare con la nostra democrazia.

Si definisce un sovranista?

È un termine che non utilizzo perché è diventato sinonimo di nazionalista. Non mi piace. Mentre penso che “Stato nazionale” sia sinonimo di autogoverno e democrazia. Chi non lo comprende è un liberista, anche se mascherato da internazionalista.

Ritorniamo al piano B. Lei rimane sempre e comunque contrario all’uscita dall’euro?

Entrare nella moneta unica è stato un errore, ormai lo dicono in molti. Ma, una volta dentro – grazie soprattutto all’Ulivo e ai suoi esponenti – è difficile adesso uscirne. Credo sia l’extrema ratio. I problemi sono molti. Nel breve periodo c’è da ripristinare il sistema dei pagamenti (con cui le banche operano eseguendo i nostri ordini di pagamento), se l’Europa ci tagliasse fuori dal famoso Target 2. Può darsi che la cosiddetta moneta fiscale sia una preparazione surrettizia di un sistema dei pagamenti alternativo e della stampa di nuove banconote. Nel lungo periodo i problemi sono il debito estero non ridenominabile in lire, incluso gran parte del debito pubblico, e le possibili ritorsioni commerciali. Ma nel caso di una accentuazione della crisi (magari perché il governo disubbidisce ai diktat), a un aiuto europeo e alla Troika in casa, preferibile l’uscita che fare la fine della Grecia.

Un’ultima domanda: l’economista Emiliano Brancaccio, in una intervista sul nostro sito,
ha proposto di applicare l’articolo 65 del Trattato di funzionamento dell’Unione Europea per bloccare le fughe di capitale e tenere a bada le scorribande degli speculatori. È d’accordo?

Un qualsiasi Stato sovrano e progressista come primo provvedimento adotta il controllo dei movimenti di capitale. Non a caso Margaret Thatcher, quando andò al governo nel 1979, come primo atto smantellò questo controllo. Però la proposta di cui parla mi pare estemporanea e poco strutturata. Esattamente, di che cosa stiamo parlando? Controllare i capitali dei residenti o anche dei non residenti? Dobbiamo congelare i capitali stranieri investiti nei titoli pubblici italiani? Dubito che il menzionato articolo 65 lo permetta facilmente. Mi sembra che misure di questo tipo siano parte di un percorso di ripresa della sovranità monetaria. Allora questo contesto va specificato, sennò si lanciano solo slogan ad effetto che aiutano poco.

(4 giugno 2018)


giovedì 25 febbraio 2016

La montagna che partorisce il topo: Renzi e l’Europa

di Riccardo Achilli da l'interferenza

Il Governo italiano, dopo settimane di polemica in solitudine contro la Commissione europea, ha finalmente prodotto un documento di posizione reso pubblico sul suo sito. Un documento che è di sostanziale resa alle filosofie mainstream della Trojka, e che costituisce un debole tentativo di mantenere un protagonismo italiano di facciata, ma sostanzialmente di resa. Detto documento, in estrema sostanza, chiede le cose seguenti:
Una maggiore severità delle procedure di correzione degli squilibri macroeconomici, con riferimento al riassorbimento dell’ingente avanzo di bilancia commerciale della Germania;
Una imprecisata e timida richiesta di rivedere, non si sa come ed in quale misura e da parte di chi, i parametri del patto di stabilità;
Un maggior coordinamento delle politiche fiscali nazionali, tramite il Ministro delle Finanze europeo e lo European Fiscal Board;
Una sorta di scambio di buone pratiche fra gli Stati membri (ovviamente senza fare cenno ad alcuna previa valutazione delle stesse) in materia di riforme strutturali (precarizzazione del mercato del lavoro, liberalizzazioni, smantellamento del ruolo del soggetto pubblico e gli altri ammennicoli neoliberisti);
Un rilancio degli investimenti pubblici tramite non ben precisati strumenti finanziari (si accenna vagamente alla possibilità di emettere bond congiunti, fra Ue e Stati membri) e l’assunto fideistico che i maggiori profitti generati dalle riforme strutturali vadano a finanziare maggiori investimenti privati;
Il completamento dell’unione bancaria, essenzialmente tramite l’anticipazione dell’entrata in funzione del fondo di backstop e l’istituzione della garanzia comune sui depositi bancari, che la Germania non concederà mai, nemmeno se Renzi occupasse Berlino con l’Armata Rossa;
L’ulteriore allargamento del mercato comune, con riferimento al settore energetico ed a quello delle gare pubbliche, nonché al contrasto al dumping fiscale;
Una strategia europea per l’innovazione, che però esiste già, forse a Palazzo Chigi non lo sanno, si chiama Horizon 2020;
Una assicurazione europea contro la disoccupazione ciclica, che per evitare azzardi morali si attiverebbe solo in presenza di rilevanti e duraturi shock ciclici asimmetrici (ovviamente senza nemmeno dare una idea della soglia entro la quale si attiverebbe);
Una preghierina diretta ad aumentare la solidarietà europea nell’affrontare le politiche migratorie, ivi compresa la richiesta di fonti finanziarie specifiche;
L’idea di trasformare l’Esm in una sorta di Fondo Monetario Europeo, ovvero (si presume da come funziona il FMI) che concede prestiti ai Paesi membri indebitati o in squilibrio di bilancia dei pagamenti. Fondamentalmente, nella sostanza già oggi l’Esm è così. A meno che non si pensi che tale istituzione debba emettere una valuta-unità di conto come i DSP del FMI, al fine di finanziare disavanzi di partite correnti intra-euro in caso di carenze di liquidità denominata in euro, ma il documento non lo dice ed è legittimo sospettare che nessuno ci abbia pensato su.

Trascurando quindi le proposte politicamente irrealizzabili oppure del tutto astratte o imprecisate, che hanno il sapore del vago auspicio (come la b, la e o la j) o quelle che riscrivono in termini alati cose che esistono già (come la h e la k) il succo di questa proposta politica non è nient’altro che la riproposizione della direzione delle politiche già in atto dentro la Ue, che tendono ad allargare lo spazio del mercato unico e della concorrenza, a portare avanti le riforme strutturali neoliberiste con un modello sostanzialmente unico, ad imporre un maggior coordinamento delle politiche economiche (ma in questo caso, si noti l’italica furbata: si dice sì ad un Ministro delle Finanze europeo, proposto originariamente dalla Germania, ma sotto la forma dell’alto rappresentante presso la Commissione, cioè un Mr. Pesc dell’economia, che come il mr. Pesc già esistente non conta assolutamente niente, mentre i singoli Ministri economici nazionali mantengono la loro autonomia).

Poiché scrivere qualcosa che chiede sostanzialmente di fare ciò che già si fa potrebbe sembrare, per così dire, leggermente futile, le proposte per così dire più sostanziali sono costituite dalla richiesta di maggiore severità nei confronti del surplus commerciale tedesco, dalle integrazioni sui bail in bancari, e dall’assicurazione europea contro la disoccupazione. Esaminiamo queste tre proposte.

La prima proposta chiede il riassorbimento del surplus commerciale tedesco, e parte dall’assunto per cui un surplus delle partite correnti segnala un eccesso di risparmio. E si tratta di una nota identità contabile. Se Y è il Pil, allora Y = C + I + X, dove C sono i consumi, I gli investimenti e X il saldo delle partite correnti. Pertanto, Y – C – I = X, dove il primo membro dell’equazione non è nient’altro che il risparmio nazionale. Per cui, se gli squilibri di bilancia delle partite correnti vengono riequilibrati, ovvero X=0, si ha la famosa identità contabile (Y – C) = I, ovvero l’eguaglianza fra risparmi ed investimenti, sulla quale la teoria economica neoclassica ha costruito un intero mondo artificiale.

Questo mondo artificiale pretende, in estrema sostanza, che l’unica leva degli investimenti sia data dalla quantità di risparmio nazionale accumulato, per cui per aumentare gli investimenti occorre tagliare la spesa pubblica corrente (che incanala parte del risparmio nazionale nel mantenimento dell’apparato pubblico) e fare una politica fiscale di favore, soprattutto per i redditi più alti, che hanno la maggiore propensione al risparmio (donde la curva di Laffer, la reaganomics che taglia le tasse ai ricchi, ed altre amenità). Di conseguenza, pensano i montiani (e Renzi puntualmente copia) basta eliminare il surplus di risparmio nazionale inutilizzato, segnalato contabilmente dal surplus della bilancia commerciale tedesca, per far ripartire gli investimenti, rimettendolo in circolo e redistribuendolo ai Paesi in disavanzo di bilancia commerciale. Purtroppo, però, il mondo non funziona con le identità contabili. Pierangelo Garegnani, in un paper ripreso nel 2015 dalla Review of Political Economy, spiega con grande chiarezza il perché dell’assenza di relazione fra risparmio ed investimento, amplificando la critica keynesiana originaria. Intanto, indagare su tale relazione ha senso solo nel lungo periodo, perché nel breve, per definizione, gli impianti, e quindi i relativi investimenti, sono fissi, quale che sia lo stock di risparmio; se la domanda di investimento è inferiore allo stock di risparmio di piena utilizzazione degli impianti, avremo I
Di conseguenza, il livello di investimenti è influenzato da una serie di altre variabili, in primis la domanda effettiva di beni anticipata dall’imprenditore (il che incorpora una sua valutazione in termini di aspettative, di animal spirits), poi l’innovazione tecnologica, infine il calcolo atteso di redditività dell’investimento rispetto al suo costo.

Allora, se anche la Germania desse retta a Renzi (per assurdo) e facesse una politica di stimolo alla sua domanda interna per consumi per azzerare il suo avanzo commerciale, via maggiori importazioni e riduzione della competitività-costo delle esportazioni, non necessariamente ciò indurrebbe un aumento degli investimenti nei Paesi membri in deficit. Gli imprenditori di questi Paesi potrebbero decidere di non voler servire il mercato tedesco, potrebbero essere spiazzati da maggiori importazioni della Germania da Stati extra-area euro che coprano la maggiore domanda interna tedesca, l’industria tedesca potrebbe usare la capacità produttiva inutilizzata per coprire la maggiore domanda dei suoi cittadini. Il problema, quindi, non è quello di fare politiche di stimolo della domanda interna per consumi della Germania, ma di stimolare la domanda interna di tutti i Paesi dell’eurozona, ivi compresi quelli in deficit di bilancia dei pagamenti. Anche perché determinate parti del sistema produttivo (quasi tutti i servizi, ad eccezione di alcuni settori, come turismo, trasporti o Ict, gran parte dell’edilizia, le public utilities, il piccolo artigianato, ecc.) hanno mercati di riferimento prettamente localistici, per cui un aumento della domanda interna di consumi tedesca per riequilibrare il suo surplus commerciale non avrebbe effetti su tali segmenti produttivi ed occupazionali negli altri Stati membri. Certo, è plausibile che un aumento degli investimenti interno alla Germania prodotto da una politica fiscale espansiva sui consumi abbia effetti benefici per i produttori italiani di beni intermedi e strumentali che esportano verso la Germania. Ma non sarebbero certo effetti tali da indurre una ripresa economica dell’intera eurozona.

La seconda proposta è ancora più banale. Intanto, una assicurazione europea contro la disoccupazione ciclica, di per sé e senza specificazioni ulteriori, dovrebbe, a rigor di logica, andare a sostituire le assicurazioni nazionali che incidono sulla stessa componente (in Italia, la Cassa Integrazione Straordinaria, che, anche se formalmente i beneficiari sono ancora occupati, funziona spesso da primo ammortizzatore in caso di crisi aziendale, e poi la Naspi). Ma allora, da un punto di vista macroeconomico e sociale, l’impatto netto di un simile provvedimento potrebbe essere nullo o negativo, se va a sostituire sistemi nazionali di pari o maggiore livello di generosità e copertura. Avrebbe solo un effetto sui bilanci pubblici nazionali, peraltro discutibile, perché poi gli stessi Stati membri dovrebbero contribuire a finanziare il sistema europeo.

Viceversa (ma andrebbe specificato, cosa che il documento del Governo si guarda bene dal fare) tale assicurazione potrebbe essere aggiuntiva rispetto ai sistemi nazionali, attivandosi solo in caso di grave crisi economica asimmetrica (che colpisce cioè solo alcuni Stati membri e non altri). Ma qui sorge un problema concettuale. Con la precarizzazione selvaggia dei mercati del lavoro nazionali, l’elasticità dell’occupazione al ciclo è divenuta meno prevedibile che nel passato. Se la legge di Okun, formulata in una epoca in cui il mercato del lavoro era stabile, diceva che occorrono circa tre punti di caduta del Pil per produrre un aumento di un punto della disoccupazione, tale relazione è, numericamente, più intensa, ma anche diversa da Paese a Paese. Perché dipende dal maggiore o minore livello di protezione del lavoro offerto da ogni singola legislazione nazionale: con più rigidità delle regole giuslavoristiche, avremo meno sensibilità dell’occupazione al ciclo, viceversa, dove c’è più precarietà, ci sarà più elasticità. Ne consegue che gli Stati membri con una legislazione del lavoro relativamente più garantista, che in caso di crisi economica subirebbero un incremento della disoccupazione ciclica meno ingente rispetto a quello subito, a parità di caduta del Pil, da Paesi con mercato del lavoro più precario, rivendicherebbero una minore compartecipazione finanziaria al meccanismo europeo di assicurazione contro la disoccupazione ciclica. Perché un principio attuariale fondamentale dice che il premio pagato per una assicurazione deve avere una proporzionalità rispetto all’entità del danno eventuale. I Paesi macroeconomicamente più fragili, quindi più esposti al rischio di uno shock ciclico asimmetrico, e/o con i mercati del lavoro nazionali maggiormente destrutturati e precarizzati, tipo l’Italia e gli altri Piigs mediterranei, tanto per dire, rischierebbero di autofinanziarsi da soli, in larga misura, tale meccanismo, con una partecipazione poco più che simbolica da parte degli Stati membri economicamente più robusti e lavoristicamente più garantisti. Allora tanto varrebbe tenersi meccanismi nazionali.

Ma anche nel caso impossibile in cui ci fosse un principio solidaristico per cui tutti versano quote uguali a tale fondo di assicurazione, l’accresciuta flessibilità della disoccupazione al ciclo economico negativo, mentre essa rimane rigida rispetto ad un ciclo di ripresa, rende meno chiara la distinzione fra disoccupazione ciclica e strutturale. Chi perde il lavoro oggi, nel giro di meno di un anno diventa un disoccupato strutturale, perché la velocità dei cambiamenti delle competenze richieste sui mercati del lavoro determina una rapidissima degradazione degli skill personali, rendendo molto difficile i reinserimento, anche nelle fasi di ripresa. Il senso di una assicurazione contro la disoccupazione ciclica, che ovviamente finisce nel momento in cui il ciclo economico torna ad essere positivo, ne risulta così inficiato. Nella maggior parte dei casi, infatti, i disoccupati creatisi nella fase di declino del ciclo non vengono riassorbiti in tempi ragionevoli in quella ascendente, e quindi continuerebbero ad aver bisogno di un sostegno che, però, è cessato. Il problema vero è che tale meccanismo, come immaginato dal documento del governo italiano, non prevede strumenti di riqualificazione e riorientamento al lavoro necessari per reinserire i disoccupati nelle fasi di ripresa dell’economia. E non lo può prevedere perché manca una agenzia del lavoro europea che faccia questo mestiere, che va dal profiling ed orientamento, alla formazione, fino al collocamento.

Per finire, le timide richieste (peraltro riprese dagli stessi impegni normativi comunitari) di completamento della normativa sull’unione bancaria (anticipazione dell’attuazione del back stop, realizzazione della garanzia europea sui depositi) accettano implicitamente, come tutto il documento, la logica neoliberista delle politiche comunitarie, che nel caso dei salvataggi bancari tratta le banche come qualsiasi altra impresa, prevedendo che in caso di liquidazione le perdite siano coperte da obbligazionisti, azionisti e grandi depositanti. Ed il problema centrale, che il documento non affronta, è proprio che le banche non sono imprese qualsiasi. Se fallisce una impresa molto grande che produce bulloni, ci saranno effetti sociali, ma non crolla l’intera economia. Se fallisce una grande banca, tramite l’interbancario produce una crisi di liquidità sull’intero sistema, facendo crollare il circuito dei pagamenti, e creando una crisi trasversale a carico di tutti quelli che hanno bisogno di denaro, cioè dell’intero sistema economico. Inoltre, per i lfatto di custodire i depositi del pubblico, le banche esercitano anche una funzione di pubblico interesse. Ciò implica che le banche in crisi vadano nazionalizzate (come ha fatto con le due banche ipotecarie Freddie Mac e Fanny Mae, seppure per il breve periodo necessario per risanarle, persino l’Amministrazione statunitense, il Paese del libero mercato). Per preservare il sistema e tutelare la loro funzione pubblica. Il bail in non fa che creare una crisi di fiducia degli investitori nelle banche, e quindi si riflette negativamente sull’intero sistema creditizio.

Nella sostanza, il documento del Governo italiano, soprattutto dopo i fuochi d’artificio delle polemiche delle settimane scorse, appare debole e subordinato. Non prefigura alcuna innovazione significativa, non fornisce alcuna risposta che sia minimamente all’altezza della crisi enorme dell’Unione Europea, limitandosi a riaffermare una sostanziale subordinazione alle filosofie di politica economica europea, formulando auspici generici di cambiamento, o chiedendo piccole e poco incisive riforme senza mettere in discussione il quadro generale. Che è quello che ha creato la recessione e la deflazione, che è quello che ci tiene intrappolati nella disperazione. Al di là dei singoli punti del documento, una iniziativa politica in sede europea non può chiedere qualche marchingegno o qualche tecnicismo. Deve rimettere in discussione il paradigma generale, di tipo liberista, e chiedere un cambiamento di direzione radicale, e generalizzato.

martedì 10 novembre 2015

I numeri falsi del governo



di Tonino D'Orazio 
 
E delle informazioni televisive prezzolate. Una semplice carrellata di dati e concetti da fine maggio 2015 a ieri. Dati vari, crudi e nudi, raccolti sui mass media da istituti vari. Mi perdonerete il collage e i commenti inseriti. Non ho osato protrarre la lunghezza del documento, già lungo di per sé. La lista del disastro sarebbe veramente lunga. Le conclusioni sono vostre.
Abi (Assoc.Bancari Ital) per anno 2013.  Sono state 42.818, tra ottobre 2013 e marzo 2015, le domande di sospensione del pagamento delle rate nei confronti delle imprese per un valore complessivo di debito a 14,6 mld di euro e una maggior liquidità a disposizione delle imprese di 1,8 mld.
L’Istat a marzo registrava un aumento della disoccupazione al 13%, quella giovanile oltre il 43% e un calo degli occupati di oltre 110mila unità. Altro che magnifiche sorti e progressive del Jobs act e le ultraballe del governo. Lo stesso Def prevede una disoccupazione ancora al 12,3% per il 2015 e oltre l’11%, ancora nel 2018. Cioè la luce del tunnel non esiste. Si sono verificate soprattutto trasformazioni da contratti precari in rapporti a tempo indeterminato. Peccato che le tutele crescenti non abbiano più le garanzie dell’articolo 18. Si tratta di contratti stabili solo nel nome, visto che l’imprenditore può sempre mandarti via con un piatto di lenticchie. quando e come vuole. Vedremo alla scadenza triennale del “contratto”, pagato con i soldi dello stato, cioè i nostri.
Nuovi dati allarmanti sull’università italiana resi noti dal ministero dell’Istruzione. Dall’anagrafe degli studenti risulta che rispetto all’anno accademico 2004-2005 i diplomati che nell’anno corrente hanno deciso di proseguire gli studi sono diminuiti del 27,5 per cento su base nazionale. I picchi come era prevedibile sono a Sud, dove la situazione è ancora più critica: -56% Abruzzo, Molise -52,3 %, Sicilia - 50,7% , Basilicata -49,4, Calabria -43,8%. il 40% degli studenti che intraprendono un corso di primo livello non conclude gli studi e dopo il primo anno; circa il 15% abbandona gli studi nella triennale e altrettanti decidono di cambiare corso. (Rassegna.it Cgil). Nel frattempo l’intelligenzia universitaria è rappresentata in gran parte da canuti e spesso sorpassati professori settantenni. Sono talmente abbullonati alle loro poltrone che anche dopo essere andati in pensione riescono ad ottenere ulteriori contratti ad personam, o addirittura rimangono a gratis.
Gianluca Scuccimarra, coordinatore dell’Udu (Unione Universitari): “Il dato sugli iscritti complessivi (-71.784 in un solo anno pari ad un calo del 4,23%) ci dice chiaramente che senza interventi immediati e strutturali l’università italiana rischia di morire”.
Almalaurea. Nel 2013 il 28% dei mana­ger aveva com­ple­tato solo la scuola dell’obbligo. In Ger­ma­nia tale quota è del 5%. La media Eu27 è del 10%. Alle imprese dirette da que­sta illuminata cate­go­ria il governo Renzi ha elar­gito 3,9 miliardi di euro in sgravi fiscali per assu­mere pre­cari «a tutele cre­scenti» in tre anni.
La ricerca per­mette inol­tre di com­pren­dere il com­plesso intrec­cio tra l’arretratezza cul­tu­rale, l’inesistenza delle poli­ti­che indu­striali, bassi salari (i lau­reati gua­da­gnano mille euro in media) e il fal­li­mento delle riforme dell’istruzione, a comin­ciare da quella del loquace Luigi Ber­lin­guer riven­di­cata da Renzi. Un disa­stro atte­stato dal basso tasso dei lau­reati (il 22% con­tro una media Ue al 37%) a cui oggi si aggiunge il crollo delle iscri­zioni all’università: dal 2003 (338 mila) al 2013 (270 mila), meno 20%. Invece di curarlo, que­ste «riforme» hanno peg­gio­rato il basso tasso di sco­la­riz­za­zione tra la popo­la­zione. Nel 2013 gli adulti in pos­sesso della scuola dell’obbligo erano il 64%, più del dop­pio della media euro­pea al 29%, per non par­lare di quella tede­sca al 18%.
Da aggiungere che in 7 anni circa un milione di cittadini italiani sono espatriati, tra questi più di 750.000 giovani tra laureati e diplomati. (Caritas. 2015). Oltre che economica anche la povertà intellettuale del paese avanza. Ha fatto bene Stefano Benni a rifiutare il premio De Sica agli scrittori elargito dal Ministro della Cultura Franceschini, visto che “per il governo la cultura è una risorsa non necessaria”.

Dipartimento Min Finanze per 2014: L'82,6% dei circa 41 milioni di contribuenti Irpef detiene prevalentemente reddito da lavoro dipendente o pensione (e quindi pagano obbligatoriamente le tasse perché trattenute alla fonte) e solo il 5,9% del totale ha un reddito prevalente derivante dall'esercizio di attività d'impresa o di lavoro autonomo, in linea con l'anno precedente. La percentuale di coloro che detengono in prevalenza reddito da fabbricati è pari al 3,8, in aumento rispetto al 2,5% del 2012, per effetto delle novità Irpef sui redditi immobiliari. Lo rileva l'analisi del Dipartimento delle Finanze sulle dichiarazioni fiscali presentate nel 2014 relative all'anno d'imposta 2013.
Tra evasione, elusione, ed altre pratiche illecite, nel 2013, il fisco italiano ha perso per strada circa un terzo del potenziale gettito Iva. Mancano nelle casse dello Stato 47,5 miliardi di euro, pari al 33,6%, del gettito previsto. Secondo i dati dell’ultimo rapporto della Commissione Europea, nel 2013 il gap italiano sull’Iva è aumentato di oltre un punto, passando dal 32% al 33,6%. Stabile il dato relativo all’Unione Europea che non ha registrato sostanziali miglioramenti rispetto al 2012: il totale dell’imposta sul valore aggiunto persa fra tutti i Paesi è di circa 168 miliardi di euro, circa 15,2% del gettito calcolato.  Tra i 26 Paesi analizzati, 15 hanno segnato dei miglioramenti, fra cui la Lettonia, Malta e la Slovacchia, mentre 11 presentano un’involuzione. A guidare la classifica dei peggiori ci sono Estonia e Italia.  (Reuters. Sett.2015).
Forse portando il tasso dell’Iva al 12/15% si eviterebbe la perdita del gettito e lo stato incasserebbe di più. (Teoria della legge di Laffer). E’ un consiglio spassionato dell’amico Netanyahu a Renzi !
Il presidente dell'Inps, il chiacchierone Boeri (tutte le sue proposte sono già state bocciate dalla Corte Costituzionale e sono uno specchietto per le allodole, anche perché se almeno le dicesse il ministro del lavoro…), ha reso noto che tra 2003 e 2014 oltre 36mila persone hanno deciso di passare la vecchiaia all'estero. I loro assegni “costano” (sic!) alle casse dell'istituto oltre 1 miliardo ogni anno. (La somma si riferisce però anche a 500.000 assegni sociali erogati a cittadini italiani già all’estero) A riequilibrare i conti sono i contributi previdenziali dei quasi 200mila immigrati che hanno lavorato nel nostro Paese ma non ricevono, né riceveranno mai, la pensione. Che si fa di questi evasori in libera tournée per il mondo e che non vogliono morire servi e in miseria a casa loro?? Tripla tassa sulla casa lasciata? Trattenute direttamente da Boeri?
Nei primi quattro mesi del 2015 le vittime sul lavoro sono state 305, con un incremento di oltre il 13 per cento sul 2014. Incidenza altissima del fenomeno tra gli over 65. Si muore di più di venerdì, dopo una settimana di lavoro. Se non si tiene conto degli infortuni mortali cosiddetti “in itinere” (avvenuti nel tragitto casa-lavoro o lavoro-casa): in questo caso si passa dai 196 morti del primo quadrimestre 2014 ai 223 del 2015 (+13,8%). Il rischio di infortuni gravi, o peggio mortali, cresca a dismisura con l’innalzamento dell’età anagrafica dei lavoratori, (over 65 anni), conseguenza a sua volte delle riforme pensionistiche varate negli ultimi anni. Non si va facilmente in pensione a 70 anni e per alcune pesanti professioni si rischia di morire prima. (Rapporto Vega Engineering).
Fisco, più di dieci milioni di italiani versano solo 55 euro all’anno. Le due facce del Paese: il 4,01% dei contribuenti paga il 32,6% dell’Irpef, mentre oltre 10 milioni di italiani versano in media 55 euro l’anno. I contribuenti effettivi (che pagano almeno un euro di tasse) sono circa 31 milioni. In altre parole, quasi la metà degli italiani non ha redditi e quindi vive a carico di qualcuno. Per valutare poi l’Irpef media versata, occorre fare il rapporto tra il numero dei dichiaranti e il numero di abitanti: a ogni dichiarante corrispondono 1,48 abitanti.
Analizzando in dettaglio le dichiarazioni, si arriva alle seguenti considerazioni:
1) Tra i contribuenti i primi 799.815 dichiarano redditi nulli o negativi.
2) Il totale di coloro che dichiarano redditi (compresi quelli con reddito nullo o negativo) fino a 7.500 euro annui sono 10.338.712 contribuenti, cioè il 25,23% del totale, e corrispondono a 15.331.084 abitanti. L’Irpef media dichiarata pro capite è pari a 55 euro l’anno. Per queste persone, oltre agli altri servizi, lo Stato deve provvedere a pagare circa 1.790 euro a testa per la sanità (109 miliardi il totale 2013). Per cui occorre reperire dagli altri contribuenti, per il solo servizio sanitario, circa 27 miliardi.
 3) Tra i 7.500 e i 15.000 euro di reddito annuo contiamo 8.740.989 contribuenti (circa 13 milioni di abitanti) che pagano una Irpef media di 649 euro. Anche qui per la sola sanità dobbiamo reperire altri 15 miliardi circa. In totale, con i 27 miliardi di prima, sono 42 miliardi in totale.
 4) Tra i 15.000 e i 20.000 euro di reddito dichiarato troviamo 6,2 milioni di contribuenti (9,31 milioni di abitanti) che pagano un’imposta media di 1.765 euro, quasi sufficiente per pagarsi la sanità.
Ricapitolando, i primi 19.079.701 di contribuenti (pari al 46,56% del totale), di cui 7.187.273 pensionati, dichiarano redditi da zero a 15.000 euro e quindi vivono con un reddito medio mensile inferiore ai 600 euro: meno di quello dei circa 6 milioni di pensionati che, come dice in modo errato l’Istat, hanno pensioni inferiori a mille euro al mese (per la metà sono superstiti). Questi primi 19.079.701 contribuenti a cui corrispondono 28,3 milioni di abitanti, anche per via delle detrazioni, pagano in media circa 300 euro l’anno e si suppone pochissimi contributi sociali, con gravissime ripercussioni sia sull’attuale sistema pensionistico sia sulla futura coesione sociale.
Gian Paolo Patta, già segre­ta­rio nazio­nale della Cgil, sot­to­se­gre­ta­rio alla sanità con il secondo governo Prodi, padre del testo unico su salute e sicu­rezza nei luo­ghi di lavoro e rap­pre­sen­tante della Cgil nel Con­si­glio di Indi­rizzo e Vigi­lanza dell’Inps, indaga, nel volume Primo rifor­mare le pen­sioni (Ediesse), il sistema pre­vi­den­ziale, sotto­li­neando come gli inter­venti adot­tati dal governo Monti e dall’allora lacrimosa Mini­stra For­nero hanno tra­sfor­mato la pre­vi­denza nel ban­co­mat di quasi tutti i governi venuti dopo. Le iper­bo­li­che denunce di spesa pre­vi­den­ziale fuori con­trollo, ormai sal­da­mente al di sopra del 16% del Pil, nascon­dono qual­cosa che in troppi si osti­nano a non vedere. Se depu­riamo la pre­vi­denza dall’imposta Ire e dal Tfr, (quest’ultimo isti­tuto non fa parte dello stato sociale, è denaro dei lavo­ra­tori), il rap­porto previdenza/Pil scende al di sotto del 13%. In altri ter­mini, l’Inps (ban­co­mat) tra­sfe­ri­sce ogni anno allo stato qual­cosa come 50 mld di euro. E non viceversa.
Se si vuole veramente riformare il sistema pensionistico, la prima e non banale pro­po­sta è di sepa­rare assi­stenza, pre­vi­denza e mer­cato del lavoro. Ma la chiarezza non serve al potere politico, meglio il polverone e la comoda frattura generazionale.
Chi avrà i soldi per pagare le pensioni agli oltre 10 milioni di soggetti privi di contribuzione? Il 61,88% dei contribuenti, pari a 37.613.497 abitanti, non supera i 20.000 euro di reddito lordo dichiarato l’anno (cioè poco più di 1.100 euro netti al mese). Oltre i 55.000 euro di reddito lordo troviamo solo 1,64 milioni di contribuenti (il 4,01%); tra i 100.000 e i 200.000 euro, 339.217 (lo 0,83%), e sopra i 200.000 euro lordi sono 106.356. Siamo proprio un Paese povero! Alcuni stati in via di sviluppo o emergenti hanno percentuali ben più alte.
Rovesciando la descrizione possiamo riassumerla anche così: Lo 0,19% dei cittadini paga il 6,9% dell’Irpef, il che ovviamente è clamoroso. L’1,02% dei contribuenti paga il 16,3% dell’Irpef, oppure il 4,01% paga il 32,6%, oppure ancora il 10,91% paga il 51,2% di tutta l’Irpef (il 38,1% paga quasi l’86% di tutta l’Irpef).
Impressionante la progressione delle imposte medie pagata. Tra i 20 ai 35.000 euro: 3.400 euro; tra i 35 e i 55 mila euro: 7.393 euro; tra i 55 e i 100 mila euro: 15.079 euro; tra i 100 e i 200 mila euro: 31.537 euro; sopra i 200.000 euro: 102.463 euro; oltre i 300.000 euro, la media della sola Irpef ed addizionali regionali e comunali è 163.021 euro, cioè oltre il 50% del reddito lordo a cui si sommano le altre imposte, tasse e accise; in pratica si lavora per i 2/3 per lo Stato e solo per 1/3 per la propria famiglia; si capisce il perché ogni anno questo numero di «vacche da mungere» diminuisce sempre più, anche perché a costoro sono precluse quasi tutte le agevolazioni tariffarie e sanitarie. Nell’immaginario collettivo sono quelli da spremere con patrimoniali e, se pensionati, con blocchi delle indicizzazioni, prelievi forzosi e, secondo alcuni movimenti, da espropriare oltre un certo livello di pensione.
La chiamano ripresa. Dal 2008 al 2014, si è cumulata una caduta del Pil di ben 9 punti. Altro che rallentamento. Altro che ripresa. Nello stesso periodo, l’economia mondiale è cresciuta del 20,5%, quella americana del 7,9%, mentre l’Eurozona ha registrato una flessione dello 0,8% (comunque 11 volte meno intensa di quella italiana), in cui agli estremi si trovano la Germania (+ 5,2%) e la Grecia (- 28,8%). Quelli della “ripresa” (nel senso di riprendersi tutto) è attualmente la parola giusta, mentono spudoratamente.
Investimenti e produzioni industriale si sono ridotti del 25% dal 2008 a oggi. Di conseguenza, il tasso di disoccupazione in Italia è passato dal 6,3% dell’ultimo trimestre 2007 (pre-crisi) al 13% del primo trimestre 2015, contando circa un milione di occupati in meno e gonfiando la platea dei disoccupati oltre la soglia dei 3 milioni di persone, a cui vanno aggiunti altri 700 mila disoccupati “potenziali” (scoraggiati, Neet, nuovi inattivi, sottoccupati ecc.). Più 1.000.000 di espatriati, non considerati o scomparsi dalla statistica. La negazione incredibile del fallimento del pensiero economico liberista ha addirittura indotto le istituzioni europee a moltiplicare la crisi attraverso le politiche dell’austerità, ovvero rigore fiscale e svalutazione del lavoro. Serve a poco l’allentamento monetario della Bce. La politica monetaria, per quanto non convenzionale, non risolve. La finanza non è la produzione, è solo carta.
Il tasso dei suicidi in Italia è, fortunatamente, basso, per quanto sapere che circa 4.000 persone all’anno si tolgono la vita nel Bel Paese è comunque triste. Recentemente i giornali hanno dato molto spazio a suicidi e tentati suicidi collegati alla crisi economica, con un tasso in aumento, addirittura raddoppiato, negli ultimi 3 anni.  Togliersi la vita non interessa mai solo la sfera personale del singolo, ma anche quella sociale e di rapporti personali. Questo vale anche per i suicidi tra i componenti delle forze dell’ordine/militari, che coinvolgono, certo a vari livelli, tutto il gruppo (Polizia, Carabinieri, Polizia Locale etc.), nei suoi rapporti umani e nelle dinamiche lavorative. Esercito e Carabinieri hanno delle statistiche Ufficiali (dal 2003 al 2013 ci sono stati 241 suicidi complessivi nell’Esercito, di cui 149 Carabinieri), mentre per la Polizia di Stato, per la Finanza e quella Penitenziaria non abbiamo dati ufficiali. Ma tra i Carabinieri, per i quali come dicevo possediamo dati certi, il tasso di suicidi è di circa 4 volte più alto rispetto la media italiana! Tutto nella norma se non fosse che la percentuale dei divorzi per questa categoria lavorativa è drasticamente più alta rispetto la media italiana. E se non fossero spesso protagonisti negli omicidi familiari, perché armati, insieme alle guardie private.
In que­sto lasso di tempo, dicono i rela­tori, la dimen­sione della povertà ali­men­tare in Ita­lia è rad­dop­piata: sono 5 milioni e mezzo le per­sone, di cui ben 1,3 sono mino­renni, che non hanno la pos­si­bilità di assi­cu­rarsi un’alimentazione equilibrata. Signi­fica che 14 fami­glie su 100 non hanno soldi a suf­fi­cienza per garan­tirsi cibo pro­teico ogni due giorni (il dato è più che rad­dop­piato dal 2007, quando erano 6 su 100). Il con­fronto con altri paesi è disar­mante: in Fran­cia sono 7,3 e in Spa­gna 3,5 le fami­glie altret­tanto povere. Alla luce delle sta­ti­sti­che però non si tro­vano tracce di bat­ta­glia ideo­lo­gica tra que­gli adulti ita­liani — per­sone disoc­cu­pate, inde­bi­tate o sepa­rate — che chie­dono di rice­vere un pacco ali­men­tare (la prin­ci­pale causa di povertà nel 2014 è stata nell’80% dei casi la per­dita del lavoro). Inol­tre, sot­to­li­neano i ricer­ca­tori, “è pro­prio tra chi ha meno di 18 anni che si nasconde il vero dramma della povertà in Ita­lia”. Quasi 14 bam­bini su 100 tra i 6 e i 14 anni “spe­ri­men­tano pro­blemi” di man­canza di cibo. Nel sud le cifre sono ancora più “impres­sio­nanti”: 19,3 bam­bini della fascia 6–14 anni su 100 sono poveri “anche dal punto di vista ali­men­tare”; e sono aumen­tati in modo “ver­ti­gi­noso”, erano 3 ogni 100 prima della crisi. E’ un virus pericoloso per un nuovo razzismo verso i migranti, che non può che aumentare la guerra tra poveri e aiutare i seguaci del neofascista Salvini. Ironia, sarcasmo? Tutte le reti televisive, a qualsiasi ora, hanno aumentato le trasmissioni di "cucina".
Sole 24ore: “quattro milioni e centoduemila connazionali si trovano in condizioni di povertà assoluta, il cuneo fiscale per il lavoratore dipendente single ha raggiunto il 48,2% nel 2014, mezzo punto in più rispetto al 2013 e dodici punti in più della media Oecd”.
Al massimo si giunge a dire che la disuguaglianza di reddito è “la grande questione morale del nostro tempo”, come sta facendo Bernie Sanders, l’avversario “socialista” della guerrafondaia Clinton. O papa Bergoglio che presto avrà tutta la struttura destroide della Chiesa contro se continua a scegliere come referenti “i poveri”, a puntare l’indice contro un capitalismo barbaro, disumano e contro la cultura cristiana fondamentalista.
Questione morale? Chissà perché quando si tratta dei soldi dei ricchi la questione è “morale”, ma quando si tratta del sudore e del sangue degli sfruttati la faccenda diventa maledettamente di “sostenibilità economica”.
Per il resto “Tout va bien, madame la marquise”. Ci avviamo ad una mirabolante ripresa dello zero virgola qualcosa, spesso smentito anche dagli organismi internazionali.

lunedì 22 dicembre 2014

Gino Strada for President. Un leader per una sinistra disastrata e dispersibile

 

Gino Strada è uno che mette d'accordo tutti. Perlomeno tutti coloro che conservano un briciolo di coscienza morale e non sono affetti da quella malattia tardiva che è il disincanto. Ovvio che uno come Gino attingerebbe maggiormente da quel bacino che tiene in ammollo milioni di persone di sinistra senza patria e senza più molta voglia di sgolarsi per una causa, ma riuscirebbe anche a fondere questa sinistra diffusa con il mondo dell'associazionismo e del volontariato, cioè in generale con persone per bene. Inoltre il chirurgo di Emergency ha un piglio deciso e tutti i segni corporei di uno che dice pane al pane e non ti frega. Gino Strada ha l'autorevolezza dell'uomo del fare e allo stesso un retroterra che lo pone affianco agli ultimi senza riserve, uno che scuote gli animi e ti invoglia a recuperare un senso delle cose, offuscato dalla paura e dall'indifferenza e annacquato da un nichilismo di maniera.
Insomma Gino ha un carisma che lo rende il miglior candidato una una sinistra disastrata che voglia uscire dal suo recinto e reclamare il governo della nazione, senza evocare gli spettri di un nuovo leaderismo autoritario travestito da buone intenzioni. Si dirà che cose del genere non funzionano e che finiscono per bruciare anche i migliori, come è successo al buon Ingroia, e che Gino Strada è la solita operazione di marketing che serve a supplire le carenze della politica. I più affezionati all'utopia della democrazia partecipativa, come nuova frontiera di una politica davvero democratica diranno che la soluzione non è il leader, ma un processo costitutivo dal basso ecc. Innanzitutto questa non sarebbe un'operazione di pura sommazione di frammenti dispersi della sinistra, che serve solo a dare ossigeno a qualche partitino agonizzante, ma sarebbe una chiamata alle armi di tutti gli arruolabili ad una causa che va al di la del cortiletto di casa di una sinistra litigiosa e dispersibile, con lo scopo di superare l'idea stessa di sinistra e far entrare energie nuove nella politica. Inoltre in questo caso non si tratterebbe di mera sopravvivenza, ma di un progetto ambizioso di governo dell'Italia e dell'Europa. Che Strada non sia un politico di professione è un bene, considerando che il servizio alla comunità si fa assai meglio con l'esperienza e con il buon governo che non con l'appartenenza ad un sistema losco e corrotto. In quanto al leader ormai anche i bambini hanno imparato che in una società dove i messaggi sono così fortemente veicolati da simboli e rappresentazioni ideali, il leader può e deve per forza di cosa assolvere al compito di dare l'avvio ad un processo che successivamente camminerà con le sue gambe. Il punto è riuscire a seguire una rotta.
Insomma non ci sarebbe alcuna controindicazione a proporre Gino Strada come alfiere degli scontenti e potenziale capo di un governo di salvezza nazionale. La sconcezza di un'era di venditori di pentole a cui è stato affidato il governo di un'intera nazione, giustificherebbe una soluzione del genere e chiunque dovrebbe sentire il dovere morale di sacrificare se stesso per il bene comune.
C'è un solo un piccolo problema: non credo proprio che Gino Strada accetterebbe.

venerdì 19 luglio 2013

“Il governo Letta non si tocca”. L’ultimo diktat di Re Giorgio


di Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena da Micromega

La Costituzione? È carta straccia. La Repubblica come soppiantata da una monarchia, quella dello Statuto Albertino. Al comando, lui. Da solo. «Re Giorgio», come lo chiamò il Times. Giorgio Napolitano detta la linea, magari esautora il Parlamento (come sulla vicenda degli F35), commissaria il Pd (quello da anni) e, in nome della governabilità, costringe milioni di elettori del centrosinistra ad inghiottire rospi che somigliano a vitelli.

Il Presidente è il garante delle “larghe intese”, terminologia soft per ricordare che si sta parlando in realtà dell’inciucio con Silvio Berlusconi e i suoi aiutanti Angelino Alfano, Renato Brunetta, Daniela Santanché e compagnia cantante. Eppure guai a chi osa criticare il suo operato. La divisione in Italia non è tra destra o “sinistra”, o tra Pd-Pdl e M5S; la discriminante è altra: o si considera Napolitano il salvatore della Patria (c’è chi lo pensa e c’è chi non lo pensa ma lo dice perché conviene farlo) o lo si considera uno dei peggiori Presidente della Repubblica.

La storia di Napolitano è quella di un comunista sui generis: del passato ha abbandonato la tensione ideale (cosa che lo accomuna a tutti i dirigenti ex Pci ora del Pd), ma ha conservato e anzi reso vincente il pragmatismo più spinto di sovietica memoria. A dimostrare che la storiella del bambino buttato con l’acqua sporca ha, se possibile, dei risvolti ancor più drammatici: butti il bambino e ti tieni l’acqua sporca. Proveniente dal partito napoletano, storicamente roccaforte stalinista, favorevole all’invasione dei carri armati russi a Budapest nel 1956, primo dirigente comunista a volare negli Stati Uniti, “migliorista” di primo piano — la “destra” interna al Pci — e vicino ai socialisti di Bettino Craxi (la sua corrente a Milano fu l’unica del partitone rosso toccata da Tangentopoli), poi presidente della Camera durante Mani Pulite, nel 2006 diventa presidente della Repubblica. E diventa protagonista indiscusso. Trasformando un ruolo di garanzia in uno di giocatore attivo, l’arbitro che si fa attaccante.

Ottobre 2010. Berlusconi è agonizzante. Gli scandali delle escort lo stanno travolgendo, la sua maggioranza in frantumi, i cattolici all’attacco. L’opposizione prepara la mozione di sfiducia ma Napolitano («prima va approvata la legge di stabilità») la calendarizza dopo un mese dando il tempo al Cavaliere di comprare una decina parlamentari e salvarsi il 14 dicembre successivo. Olé. Un anno dopo, Berlusconi getta la spugna. Non è in grado di proseguire, la pressione dell’Europa è fortissima. Si va al voto? No, con l’incubo spread alle porte Napolitano impone al Pd la carta Monti. Il tecnico della salvezza con il loden taumaturgico. Un anno, con lui, di lacrime e sangue in cui il Pd, spesso in imbarazzo, è costretto a difendere l’indifendibile come la riforma Fornero. Tredici mesi di Monti per ritornare alle urne e scoprire che SuperMario era un’invenzione (ottimamente veicolata) di Napolitano: il consenso, ahimè, era un’altra cosa.

Qui entra in ballo il fattore Bersani che perde elezioni già vinte e soprattutto si incarta sul nuovo nome per il Colle: Franco Marini, Romano Prodi e infine, pur di non sostenere Stefano Rodotà (è di sinistra, cosa ci volete fare), ecco la richiesta a Napolitano per il bis. La prima volta nella storia repubblicana. Napolitano accetta con un solo discrimine: le larghe intese siano accettate e condivise da Pd e Pdl. Un governissimo, come i diamanti, è per sempre. Così il governo Letta è in vita, la sua creatura in tutto e per tutto. Il compito dell’esecutivo è fare subito una nuova legge elettorale, qualche riforma strutturale e poi di nuovo alle urne nel 2014. Invece dopo 100 giorni la legge elettorale è già un’eco lontano, le misure economiche sono state rimandate a settembre e intanto si sta provando a stravolgere la Costituzione. Un fallimento, o magari un successo: dipende dai punti di vista. Con gli smacchiatori che finiscono smacchiati. E gli elettori del centrosinistra, come da copione, gabbati.

«Se cade il governo contraccolpi irrecuperabili per Paese», ha detto oggi «Re Giorgio». Senza spiegare esattamente a cosa si riferisse. Traduzione: caro Pd non fare scherzi e non invocare le dimissioni del ministro a sua insaputa Alfano, per il quale il Cavaliere minaccia la crisi di governo. Napolitano ordina. Il Pd ubbidisce. Berlusconi ringrazia.