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martedì 12 giugno 2018

Perché Venezuela e Siria Non Possono Cadere

di Andre Vltchek (da New Eastern Outlook)
traduzione di Domenico D'Amico

Con l'Occidente e il suo fascismo non si può venire a patti, si può solo combattere


Malgrado le terribili avversità che il popolo del Venezuela deve affrontare, malgrado le sanzioni e le intimidazioni provenienti dall'estero, il presidente Nicolás Maduro ha ottenuto un secondo mandato di sei anni.
Due settimane fa, presso l'ambasciata venezuelana a Nairobi, Kenya, dove mi stavo rivolgendo a svariati leader dell'opposizione di sinistra est-africana, un incaricato d'affari, Jose Avila Torres, ha dichiarato: “Il popolo del Venezuela sta vivendo una situazione simile a quella del popolo siriano”.
Ed è vero. Le due nazioni, Venezuela e Siria, sono separate da un'enorme distanza geografica, ma condividono lo stesso destino, la stessa determinazione e lo stesso coraggio.
Durante la Guerra Civile Spagnola, i combattenti antifascisti cechi, volontari nelle Brigate Internazionali, dicevano spesso: “A Madrid noi combattiamo per Praga”. Madrid cadde nelle mani dei fascisti di Franco nell'ottobre del 1939. Praga era stata occupata dalle truppe tedesche vari mesi prima, nel marzo del 1939. Fu la cecità e la codardia dei leader europei, insieme all'appoggio dato alle orde assassine fasciste da popolazioni di ogni angolo del continente, che condusse a una delle più grandi tragedie dell'epoca moderna – una tragedia che ebbe fine solo il 9 maggio 1945, quando le truppe sovietiche liberarono Praga, sconfiggendo la Germania nazista e di fatto salvando il mondo.
Più di settant'anni dopo, il mondo deve affrontare un'altra calamità. L'Occidente, mentalmente incapace di porre termine pacificamente al suo plurisecolare e omicida dominio sul pianeta – un dominio che ha già consumato centinaia di milioni di vite umane – mostra i denti, avventandosi da ogni parte, provocando e inimicandosi o perfino attaccando direttamente paesi come la Corea del Nord (RPDC), la Cina, l'Iran, la Siria e il Venezuela.
Quello in corso non viene chiamato fascismo o nazismo, ma è precisamente quello che chiaramente è, dato che tale barbaro dominio è basato su un profondo disprezzo per le vite dei non europei, su fanatici dogmi di estrema destra maleodoranti di eccezionalismo, e sullo sfrenato desiderio di controllare il mondo.
Molti dei paesi che si sono rifiutati di piegarsi dinanzi alla forza bruta dell'Occidente, negli ultimi tempi sono stati letteralmente rasi al suolo, come l'Afghanistan, la Libia e l'Iraq. Nel caso di molti altri, i governi sono stati rovesciati con interventi diretti e indiretti, o con la frode, come è successo nel paese più potente dell'America Latina, il Brasile. Innumerevoli rivoluzioni “colorate” o “degli ombrelli”, insieme a svariate “primavere”, sono state sponsorizzate da Washington, Londra e altre capitali occidentali.
Ma il mondo si sta risvegliando, in maniera lenta ma irreversibile, e la lotta per la sopravvivenza della razza umana è già cominciata.
Venezuela e Siria, senza dubbio, si trovano sulla prima linea di questa battaglia. Contro ogni aspettativa, feriti ma eroicamente ancora in piedi, resistono contro forze superiori in maniera schiacciante, e si rifiutano di cedere.
Qui nessuno si arrende!” gridava Hugo Chavez, coi capelli già radi per la chemioterapia, mentre moriva per un tumore che molti, in America Latina, ritengono gli sia stato procurato dagli Stati Uniti. Il suo pugno era serrato, e una fitta pioggia gli inondava il volto. È così che moriva uno dei più grandi rivoluzionari dei nostri tempi. Ma la sua rivoluzione è sopravvissuta, e continua!
*
Del fatto che molti dei miei lettori sono occidentali, me ne rendo conto benissimo. In qualche modo, in particolare in Europa, ho l'impressione di non essere più in grado di spiegare cosa voglia dire essere rivoluzionari. Di recente ho parlato a un folto pubblico di insegnanti “progressisti”, in Scandinavia. Ho cercato di infiammare il loro animo, di spiegargli quali crimini mostruosi l'Occidente abbia perpetrato in tutto il mondo, per secoli.
Ho provato, e fallito. Quando si sono riaccese le luci, centinaia di sguardi mi hanno trafitto. Certo, c'è stato un applauso, e molti si sono alzati nel falso cliché della standing ovation. Ma sapevo che i nostri erano mondi separati.
Poi sono arrivate domande superficiali e prefabbricate sui diritti umani in Cina, a proposito del “regime di Assad”, ma nessuna sulle responsabilità collettive dei popoli dell'Occidente.
Per comprendere quel che sta succedendo in Siria e Venezuela bisogna uscire dalla forma mentis occidentale. E questo non lo possono fare menti egoistiche che pensano solo alla sessualità e agli orientamenti sessuali e all'interesse personale.
In Siria e Venezuela quello che sta accadendo è qualcosa di essenziale, qualcosa di molto basilare e umano. Si tratta di orgoglio, si tratta della propria terra madre, dell'amore per la giustizia e del sogno di un migliore sistema globale. Non è poca cosa, anzi, è qualcosa di enorme, qualcosa per cui si può lottare e perfino morire.
In entrambi questi luoghi l'Occidente ha fatto male i conti, così come ha fatto in altri “casi” quali Cuba, Russia, Cina, Iran, RPDC.
Patria no se vende!” l'hanno ripetuto per decenni a Cuba - “La patria non è in vendita!”
Il profitto non è tutto. Il vantaggio personale non è tutto. Egoismo e personalità microscopiche gonfiate come palloni non sono tutto. Giustizia e dignità sono superiori. Gli ideali umani sono superiori. Per alcuni è così. Lo è davvero, fidatevi – non importa come possa sembrare irreale in Occidente.
La Siria sanguina, ma si rifiuta di arrendersi al terrorismo scatenato dall'Occidente e dai suoi alleati. Aleppo è stata trasformata in una Stalingrado dei nostri giorni. Pagando un alto prezzo, la città ha resistito a tutti gli assalti, è riuscita a invertire il corso della guerra, e come conseguenza ha salvato il paese.
Il Venezuela, come Cuba nei primi anni 90, si è trovato solo, abbandonato, disprezzato e demonizzato. Ma non è caduto in ginocchio.
In Europa e in Nord America le analisi su ciò che accade da quelle parti vengono condotte “logicamente” e “razionalmente”. Oppure no?
Lo sanno i popoli occidentali cosa vuol dire essere colonizzati? Lo sanno cos'è l'”opposizione venezuelana”?
Conoscono l'entità del terrore scatenato per secoli dall'Occidente contro tutta l'America Latina, da posti come la Repubblica Dominicana e l'Honduras, giù giù fino a Cile ed Argentina?
No, non ne sanno niente, o quantomeno ne sanno ben poco, come quei tedeschi che vivevano a un passo dai campi di sterminio, e che dopo la guerra dicevano di non aver mai avuto la minima idea di cosa fosse quel fumo che veniva su dai camini.
È improbabile ci sia, in Centro o Sud America, un solo paese il cui governo non sia stato almeno una volta rovesciato dal Nord, questo ogni volta che il governo decideva di operare a beneficio del suo popolo.
E il Brasile, l'anno scorso, è diventato l'ultima edizione degli incubi, delle campagne di disinformazione, “fake news” e golpe – dispiegati coi complimenti del Nord, per mezzo delle élite locali.
*
Cercate di capire, non serve davvero a nulla di continuare a discutere con le “opposizioni” in paesi come il Venezuela, Cuba o Bolivia. Quello che c'era da dire è stato detto.
Quella che è in corso non è materia da centro studi, ma una guerra; un'autentica e brutale guerra civile.
Io conosco le “opposizioni” dei paesi sudamericani, e conosco le loro élite. Certo, conosco molti dei miei compagni, i rivoluzionari, è naturale, ma anche le élite mi sono familiari.
A scopo illustrativo, permettetemi di rievocare una conversazione che ebbi una volta in Bolivia col figlio di un potente senatore di destra, per di più ras dei media. Leggermente brillo, non faceva che ripetermi:

Presto cacceremo a calci in culo quell'indio di merda [il presidente Evo Morales] (…) Credi che ce ne freghi qualcosa dei soldi? Ne abbiamo a vagoni! Non importa se perdiamo milioni di dollari, e nemmeno decine di milioni! Diffonderemo insicurezza, incertezza, paura, indebitamento, e se dobbiamo farlo, anche la fame... Li faremo sanguinare a morte, quegli indios!”

Tutto ciò potrebbe suonare “irrazionale”, perfino contrario al loro vangelo capitalista. Ma a loro non interessa la razionalità, solo il potere. E comunque i loro mandanti del Nord compenseranno le eventuali perdite.
Non c'è modo di negoziare, di discutere con questo genere di persone. Sono traditori, ladri e assassini.
Per anni, per decenni hanno utilizzato la stessa strategia, scommettere sul cuore tenero e i sentimenti umanitari dei loro avversari sociali. Hanno trascinato i governi progressisti in dibattiti interminabili e vani, per poi usare i loro media (e quelli occidentali) per infangarli. Se questo non funzionava, sabotavano la loro stessa economia, creando deficit di bilancio, come in Cile prima del golpe di Pinochet nel 1973. Se anche questo non funzionava, passavano al terrorismo – puro e semplice e spietato. E alla fine, l'ultima risorsa – l'intervento diretto dell'Occidente. I loro scopi non hanno niente a che fare con la “democrazia” o il “libero mercato”. Essi sono al servizio dei loro padroni occidentali e dei loro stessi interessi feudali.
Negoziare con loro significa essere sconfitti in partenza. Significa giocare con le loro regole. Perché alle loro spalle c'è l'intera propaganda occidentale, insieme al sistema finanziario e militare.
L'unico maniera per sopravvivere è diventare più duri, stringere i denti e combattere. Come ha fatto Cuba per decenni e, sì, come fa ora il Venezuela. È un approccio per nulla “gradevole”, e nemmeno “pulito”, ma è l'unico che faccia andare avanti, l'unico modo che rivoluzione e progresso hanno di sopravvivere.
Prima che Dilma venisse destituita da un branco di quaquaraquà filo-occidentali, in un mio scritto (censurato da Counterpunch, ma pubblicato su varie piattaforme e in svariate traduzioni) avevo suggerito che inviasse i carri armati nelle strade di Brasilia. Affermavo che questo era il suo dovere, nel nome del popolo brasiliano, che aveva votato per lei e che molti benefici aveva ottenuto dal governo PT (Partido dos Trabalhadores).
Lei non l'ha fatto, e sono quasi sicuro che adesso se ne sta pentendo. Il suo popolo viene di nuovo derubato, e sta soffrendo. E l'intero Sud America, come risultato, è nel caos!
*
Corruzione? Malgoverno? Per decenni, per secoli i popoli dell'America Latina sono stati dominati e derubati da una banda di corrotti, che utilizzavano il loro continente come una vacca da mungere, e intanto sguazzavano nel lusso osceno delle aristocrazie occidentali. E tutto questo, naturalmente, nel nome della “democrazia”, una farsa totale.
Il Venezuela è ancora qui – il popolo si muove a sostegno del governo – soffrendo terribilmente, mezzo affamato, ma comunque si muove. Questo perché per molte di quelle persone gli interessi personali sono secondari. Quello che conta è il loro paese, l'ideologia socialista e la grande patria sudamericana. Patria grande.
È impossibile da spiegare. Non è razionale, è intuitivo, profondo, fondamentale e umano.
Coloro che non possiedono l'ideologia o la capacità di impegnarsi, non potranno capire. E che lo facciano o meno, francamente, chi se ne frega.
C'è da sperare che presto sia il Brasile sia il Messico – le due nazioni più popolose dell'America Latina – eleggano governi di sinistra. In tal modo, le cose cambieranno, e in meglio, per il Venezuela.
Fino ad allora, Caracas dovrà fare affidamento sui vicini (seppur lontani) amici e compagni, la Cina, l'Iran e la Russia, così come sulla sua bellissima e coraggiosa sorella – Cuba.
Evo Morales ha di recente preavvisato che l'Occidente sta organizzando un golpe in Venezuela. Il governo di Maduro deve reggere ancora per qualche mese. Prima del ritorno [a sinistra] del Brasile, prima dell'avvento del Messico.
Sarà una lotta dura, forse anche sanguinosa. Ma la Storia non si fa con i compromessi e le capitolazioni. Non si può negoziare col fascismo. La Francia ci ha provato, prima della Seconda Guerra Mondiale, e tutti conosciamo i risultati.
Con l'Occidente e il suo fascismo non si può venire a patti, si può solo combattere.
Quando si difende il proprio paese, le cose non possono mai essere pulite e ordinate. Nessuno è un santo. La santità porta alla sconfitta. I santi arrivano dopo, quando si è ottenuta la vittoria e la nazione se li può permettere.
Il Venezuela e la Siria devono essere sostenuti, con tutti i mezzi. Questi splendidi popoli ora stanno sanguinando, combattendo in nome di tutto l'oppresso mondo non-occidentale. A Caracas e a Damasco il popolo lotta, combatte e muore per l'Honduras e l'Iran, per l'Afghanistan e l'Africa Occidentale.
I loro nemici si possono fermare solo con la forza.
*
Durante il dibattito in Scandinavia, un gusano [castigliano per “verme”, i.e. Controrivoluzionario, neofascista – ndt] siriano, che vive in Occidente e diffama, ben compensato, il presidente Assad, contestava me, il “regime” siriano e l'Iran. Ho detto che mi rifiutavo di discutere con lui, perché anche se avessimo passato due ore a gridarci in faccia pubblicamente, non avremmo mai trovato un terreno comune [di discussione]. Sono quelli come lui che hanno iniziato la guerra, e guerra dovrebbero avere. Gli ho detto che sicuramente viene ben pagato per il suo lavoro, e che l'unico modo di sistemare la questione, per noi, sarebbe stato “fuori”, per strada.
Venezuela e Siria non possono cadere. Troppo alta è la posta in gioco. Entrambi i paesi sono adesso in lotta contro qualcosa di smisurato e sinistro – stanno combattendo contro l'intero imperialismo occidentale. Non si tratta di una qualche “opposizione”, o addirittura di elementi traditori all'interno delle loro società. È in gioco qualcosa di più grande. Si tratta del futuro, si tratta della sopravvivenza dell'umanità.
In tutto il mondo, miliardi di persone hanno seguito da vicino le elezioni nella Repubblica Bolivariana. E il popolo ha votato. E il presidente Maduro ha vinto. Di nuovo. Con tanto di ferite e cicatrici, ma ha vinto. Ancora una volta, il socialismo ha sconfitto il fascismo. E lunga vita al Venezuela, dannazione!

Andre Vltchek è filosofo, romanziere, filmmaker e giornalista investigativo. È uno dei creatori di Vtlchek's World in Word and Images, autore del romanzo rivoluzionario Aurora e di molti altri volumi. Scrive in particolare per la rivista online New Eastern Outlook.


mercoledì 2 agosto 2017

VENEZUELA, I MIRACOLI DELLE FAKE NEWS

di Geraldina Colotti da facebook


Ieri sera eravamo nello storico quartiere 23 Enero, che ospita diverse comunas e spazi autogestiti e la radio comunitaria Al Son del 23. Con noi in trasmissione, oltre a Gustavo – il conduttore – a due giovanissime compagne basche, una giornalista spagnola, tecnici efficientissimi appena adolescenti, c'era l'intellettuale messicano Fernando Buen Abaad, uno degli accompagnatori del processo elettorale per l'Assemblea Costituente: che ha certificato al chavismo oltre 8 milioni di voti e la percentuale più alta mai raggiunta in base al numero di abitanti attuale. Ne abbiamo parlato ieri nell'intervista alla redazione dell'Antidiplomatico.
Buen Abad, autore del volume Filosofía del Humor y de la Risa, ha proposto di accompagnare il percorso dell'Assemblea Costituente con un programma di satira basato sulle sparate dell'opposizione e del circo mediatico che le sostiene. Ci è sembrata un'ottima idea.
Se esistesse ancora la satira in un paese come l'Italia, un tempo patria di geni in questo campo, la trasmissione potrebbe chiamarsi “falsos amigos”, falsi amici: nel senso di quelle parole che sembrano indicare una cosa, ma il loro significato è spesso opposto. Nel senso di quelle “persone” la cui maschera critica-critica nasconde il loro ruolo di pompieri, dispensatori di polpette soporifere nell'eterno balletto del “né-né” ( i “ni-ni” in spagnolo). Uno schemino ben consolidato, soprattutto in una certa sinistra, abituata a svicolare eternamente dalla propria impotenza. La bandiera del ni-ni è adesso Marea Socialista e sue codine contigue. Ex personaggi di governo – uno dei quali denunciato per corruzione – che si ritengono assolti dagli errori imputati al governo. Una formazione tanto critica quanto sterile, che strepita contro l'Assemblea Costituente ma non disdegna di allearsi con le destre golpiste. Chi non sta né da una parte né dall'altra della barricata – ha scritto qualcuno – finisce per essere la barricata.
La bandiera della critica-critica risulta essere adesso quella dell'”arco minerario”. Fior di reporter in poltrona, accademici che non hanno mai conosciuto un indigeno in vita loro, né tantomeno condizioni di bisogno, pontificano su questa zona ricchissima di risorse, che Maduro avrebbe consegnato alle multinazionali. Addirittura istituendo “zone economiche speciali” sul modello dell'Honduras.
Il pronunciamento delle popolazioni indigene, che hanno appena eletto i loro 8 rappresentanti all'Anc secondo le proprie procedure secolari, ovviamente, non esiste. Conta il parere degli europei “ongizzati” nel cui sguardo caritatevole deve rispecchiarsi l'indigeno “che piace”. Sono loro i giudici assoluti. Le popolazioni indigene, le loro assemblee, il controllo che esercitano sul loro territorio grazie al potere agito nel “proceso” bolivariano, non conta. A settembre, al culmine di un processo assembleare che le ha portate tutte a Miraflores, le 35 popolazioni indigene hanno consegnato a Maduro i loro simboli, per testimoniare la fiducia nelle proposte ricevute. Da tanti anni, i loro territori sono preda dello sfruttamento illegale, dei paramilitari, che imperversano con la complicità di chi dovrebbe controllare e anche di alcuni cacicchi. L'inquinamento è altissimo è danneggia prima di tutto chi è più vicino alle risorse naturali.
Sono gli indigeni i primi a chiedere che venga regolata quella situazione: non con la bacchetta magica degli stregoni da tastiera, ma esaminando nel concreto costi e ricavi. E tocca a loro farlo. Le zone economiche speciali, istituite in modo pubblico e trasparente, sono effettivamente un invito alle imprese a investire in Venezuela sulla base di alcuni sgravi fiscali. Questo però non implica deroghe rispetto alle leggi del lavoro e a quelle dell'ambiente. Gli operai, qui, contano davvero. E si fanno sentire.
Oltre a petrolio e metalli preziosi, il Venezuela possiede uno straordinario patrimonio ambientale. E' il secondo paese dopo il Brasile per riserve di acqua. La difesa dell'ambiente, nell'ambito di un nuovo modello di sviluppo che implica la lotta contro il capitalismo, è un punto centrale nel “programma strategico” del governo bolivariano. Proprio grazie al protagonismo dei popoli indigeni nel nuovo corso di governi dell'America latina, ogni anno i nativi elaborano le loro proposte in numerosi forum, che poi i governanti – per il Venezuela prima Chavez e poi Maduro – portano ai vertici mondiali, riempiendoli in parte di contenuti.
Abbiamo sentito diversi candidati operai e ambientalisti, di cui daremo conto in questi giorni: che formulano critiche anche radicali al governo, ma con cognizione di causa. L'Anc è il luogo per farlo. L'obiettivo dichiarato è quello di “liberarsi dello stato borghese e costruire lo stato socialista. Stiamo riscrivendo la storia. Non torneremo mai a essere una colonia”, ha detto il leader operaio Francisco Torrealba, rigettando le “sanzioni imperialiste” imposte da Trump a Maduro. La costruzione di “un nuovo modello produttivo” è uno dei principali obiettivi dell'Anc.
Contro le “sanzioni imperialiste che vogliono sottomettere il paese” si sono schierate tutte le istituzioni della Repubblica bolivariana, a partire dal Tsj e dalle Forze Armate. Domani 3 agosto si installa l'Anc in Parlamento. Le destre hanno annunciato una nuova manifestazione. Ieri alcuni ambasciatori dei paesi neoliberisti che non riconoscono l'Anc si sono recati a sostenere i deputati di opposizione, tra i fischi della folla.
Intanto, media e opposizione continuano a produrre materiale satirico. Basta scorrere i titoli, capovolgendone il senso drammatico: le schede elettorali che non vengono bruciate ma “prendono fuoco” come le bombe che esplodono al passaggio della polizia. L'opposizione che spara numeri in spregio alla logica e che distrugge le prove di voto subito dopo aver concluso il “plebiscito” illegittimo del 16 luglio, che viene presa a esempio di imparzialità. Il Cne che ha gestito 20 elezioni prima di questa, certificate da centinaia di osservatori internazionali, che invece viene screditato: tanto chi va a vedere le regole?
Basta spararle grosse. Chiunque, qui, può richiedere il controllo del voto. E a dicembre vi saranno le elezioni per i governatori. Che farà l'opposizione? Se non ci va, lascia il campo libero, ma se ci va avalla l'autorità del Cne. E allora perché ora la disconosce? Ma nella costruzione della “post-verità”, tutto fa brodo. Prima di partire per Miami, Lilian Tintori, moglie di Leopoldo Lopez, ha dichiarato di essere incinta: di 16 settimane. Ma in che modo se ha passato i mesi a gridare che suo marito era torturato e represso, e tenuto in isolamento dal “rrregime”? Ben presto, la canonizzazione della fake-news per eccellenza...

mercoledì 26 luglio 2017

Gerardina Colotti - Caracas -

dalla bacheca di Giorgio Cremaschi
 
Metto qui un primo articolo sul "paro civico" convocato dall'opposizione in Venezuela. A disposizione di chi vuole riprenderlo e diffonderlo perché non lo troverete sul manifesto
Venezuela, i lavoratori respingono lo sciopero indetto dall'opposizione
GERALDINA COLOTTI
CARACAS
“No pasaran, no pasaran. No al paro, sì alla Constituyente”. Mentre scriviamo, sono circa le 7 di mattina in Venezuela. Nei principali snodi del metro che portano i lavoratori pendolari nella capitale, donne e uomini timbrano col pugno alzato, gridano slogan contro “il paro civico di 48 ore” convocato dalla Mesa de la Unidad Democratica (Mud): un nuovo appello allo sciopero generale. Respingono la violenza della “Mud-Klusklan”.
Il riferimento è ai chavisti bruciati vivi dai gruppi oltranzisti, dipinti come “pacifici manifestanti in lotta contro la dittatura” dalla stragrande maggioranza dei media internazionali. Un servizio sulla Tv pubblica ha fatto scorrere le immagini degli oltre 20 linciaggi come quello del giovane afrovenezuelano Orlando Figuera con la colonna sonora di Nina Simone, che canta Strange Fruit, dedicata agli omicidi del Ku Klux Klan negli Usa.
Ora parla il dirigente sindacale Francisco Torrealba, candidato all'Assemblea Nazionale Costituente (Anc), che si voterà il 30. Un voto che le destre vogliono impedire a tutti i costi, forti dell'appoggio degli Usa, dei media e della “comunità internazionale”. Allo sciopero di 48, seguiranno “72 ore di azioni da decidere”. Le mediazioni con la parte più moderata dell'opposizione sono ancora in corso. Nel posto dove ora ci troviamo, la stanza di fianco era occupata dall'ex presidente spagnolo Zapatero, che guida il gruppo dei negoziatori per conto della Unasur.
L'ambasciata Usa a Caracas ha però emesso un comunicato nel quale consiglia ai cittadini residenti in Venezuela di “prendere le misure preventive appropriate”, e di “procurarsi acqua e cibo necessari per 72 ore”. Trump vuole usare il pugno di ferro: con altre sanzioni e con il finanziamento alla sovversione interna. Fino a che punto ha mano libera la Cia? Il governo ha schierato un grande piano preventivo, il Plan Zamora, le Forze Armate hanno ribadito la legalità alla Costituzione e al governo legittimo.
“Qui ci sono i lavoratori: per dire a Freddy Guevara, che non ha mai lavorato, per dire alla Mudkusklan que anche questo sciopero sarà un fallimento” grida al microfono Torrealba. Freddy Guevara è il vicepresidente del Parlamento (a maggioranza di opposizione), militante di Voluntad Popular. In questi giorni ha dichiarato di “sentirsi onorato” di dirigere “la resistenza” ( i gruppi oltranzisti che dirigono le violenze da tre mesi). “Stiamo lavorando in tutti i settori, dai trasporti alle fabbriche all'edilizia – dice ancora Torrealba -. Coscienti che la classe operaia ha un ruolo protagonista nella rivoluzione bolivariana, voteremo domenica per costruire la pace: la Constuyente sì va”.
Ai media center dei giornalisti indipendenti arrivano le corrispondenze dalle altre fabbriche, dai centri produttivi autogestiti degli altri Stati del Venezuela: Anzoategui, Portuguesa, Guayana... E' solo mattina, presto per fare un bilancio, tra poco si vedrà quante saracinesche rimangono abbassate. Durante la notte, su molti esercizi sono comparse scritte minacciose: “Se apri, sappiamo dove abiti”. Gli abitanti delle zone “terremotate” dalle violenze oltranziste dovranno votare negli altri centri più sicuri. Quelli dell'est (le zone ricche della capitale, epicentro delle proteste) si recheranno soprattutto al Poliedro, un grande spazio che ospita eventi e spettacoli.
Tibisay Lucena, la presidente del Consejo Nacional Electoral (Cne) ha detto che “i centri chiusi sono solo 18 e che non potranno ospitare altre consultazioni elettorali”. Ieri sono stati arrestati alcuni individui che hanno assaltato i centri di voto. Nelle “guarimbas” del 2014, le destre hanno cercato di incendiare la casa di Lucena (che era malata di tumore ma continuava a lavorare tra una chemio e l'altra) al grido di “brucia, strega, brucia”.
In uno degli slogan per la Costituente, un creativo della scuola di Circo che si esibisce ai semafori, fa un numero di equilibrismo con le torce e dice: “il fuoco è arte, serve per giocare, serve per la vita, non per uccidere. La Constituyente sì va”.
Afferma convinta la giovane Marnellys: “Questa rivoluzione è femminista, libertaria, comunitaria. Con la Costituente approfondiremo questi temi. Le destre hanno la stessa agenda del 2002, ma ora abbiamo più coscienza. Un paese non si costruisce sequestrando le persone, bloccando le strade. Vinceremo con la pace, rafforzando l'autogestione, le Misiones e le Grandi Misiones”.
Nessuno nega che i problemi esistano: disfunzioni, burocratismi, azzardi o sperimentazioni mancate. “Ma non possiamo risolvere i problemi ammazzandoci fra noi con una guerra civile, solo perché c'è chi vuole rimettere la mano sulle nostre risorse”, dice David Paravisini, candidato alla Costituente per il settore pensionati. “Le nostre differenze, anche antagoniste, dobbiamo provare a discuterle - aggiunge- La Costituente è un processo ampio che rimette in gioco le proposte della società, non dei partiti: ma senza ritorni indietro. Quando è arrivato Chavez i pensionati erano solo 320.000, oggi siamo 3.200.000. Se le destre tornano, come in Brasile, le pensioni e il lavoro saranno i primi obiettivi da colpire”.
Ieri siamo andate alla Fiera del Libro, in corso a Caracas in questa settimana di eventi per i 450 anni dalla nascita della capitale. Abbiamo incontrato scrittori, editori indipendenti come Amilcar Figueroa (Trinchera) o Giulio Santosuosso (Galac), artisti come il pianista Leonel Ruiz, che è stato in tournée in Italia con il concerto “Mere Mere con Pan Caliente”. “Questa è la creatività del Venezuela” dice mostrando gli stand nel Parque Carabobo.”C'è il gruppo di cineasti che protesta contro la fame vestendo Prada, ma ci siamo anche noi”, dice un giovane rapper. E c'è anche la cineasta Liliane Blazer, molto attiva sulle reti sociali “per convicere gli amici oppositori” a votare per la Costituente.

Geraldina Colotti dal Venezuela

di Giorgio Cremaschi
 
MENTRE GOLPISTI CIA E UE TENTANO IL TUTTO PER TUTTO PER FERMARE L'ASSEMBLEA COSTITUENTE IN VENEZUELA, CHE LI METTEREBBE NELL'ANGOLO DI FRONTE AL POPOLO, QUI IN ITALIA SI MANIFESTA LA VILTÀ DE IL MANIFESTO CHE CENSURA GERALDINA COLOTTI
Ho letto sul sito FB di Geraldina Colotti che ora è in Venezuela, ma che d'ora in poi dovremo leggere lì le sue corrispondenze, e diffonderle, perché Il Manifesto non le pubblicherà. Le ho chiesto spiegazioni e ho avuto la risposta, che qui ora pubblico:
Giorgio Cremaschi: Cara Geraldina fammi, facci capire meglio, il Manifesto non pubblica più i tuoi articoli sul Venezuela? L'unica giornalista fuori dal coro golpista non appare più sul giornale che si definisce ancora comunista? Se lo confermi sarà un altro fatto grave da denunciare. Un abbraccio e resistiamo con il Venezuela bolivariano..
Geraldina Colotti : è così, sono venuta qui a mie spese, con parte delle mie numerose vacanze arretrate. Prima di partire avevo fatto una riunione di sezione in cui, seppur obtorto collo, mi era stato detto che avrei potuto comunque scrivere anche se non come inviata (fatto comunque ben sintomatico per un giornale che ha sempre seguito il tema e che sarebbe stato l'unico a non mandare un corrispondente qui). Invece ieri mi hanno detto che non pubblicano comunque i miei articoli, neanche online. Il problema per loro sono io: la mia storia, il socialismo e la lotta di classe. Per questo, adducono "problemi di stile" (che ovviamente valgono per le posizioni più di sinistra, non per le castronerie schematiche dei moderati). Insomma, non sono abbastanza cerchiobottista, anche se documento quello che scrivo a differenza della stampa di guerra e a senso unico... Tante chiacchiere sulle "differenze", poi si arriva al nocciolo. E sono pure delegata sindacale... Non mi stupisco, ma ne prendo atto. Scelgo questa via perché ritengo doveroso informare su quel che sta accadendo. Sono comunista, non sono pentita, sto con la lotta di classe dovunque riparta, pur con tutti i limiti e le approssimazioni, cerco di fare come sempre il mio dovere. Grazie....
Sinceramente non sono tanto stupito della viltà de Il Manifesto, ma ovviamentene ne sono comunque indignato. VOGLIO ESPRIMERE SOLIDARIETÀ E SOSTEGNO A GERALDINA COLOTTI ED INVITO A FARE ALTRETTANTO. D'ORA IN POI LE SUE CORRISPONDENZE DAL VENEZUELA SARANNO PUBBLICATE ANCHE IN QUESTO PICCOLO BLOG.
EL PUEBLO UNIDO JAMAS SERÀ VENCIDO. NO PASARAN

domenica 23 aprile 2017

Venezuela, il corto circuito della propaganda

di Geraldina Colotti da la Città futura

 I paraocchi che impediscono di vedere i veri golpe in America   Latina.



E' la mattina del 19 aprile. Scriviamo a ridosso di quella che l'opposizione venezuelana ha definito “la madre di tutte le manifestazioni”: la spallata di piazza al governo di Nicolas Maduro. Per la Mesa de la Unidad Democratica (Mud), quello diretto dall'ex operaio del metro è un “regime dittatoriale” che esemplifica il fallimento del socialismo - fosse anche nella forma attualizzata al XXI secolo - , e richiede il ritorno al Modello Fmi. Fondo Monetario e Banca Mondiale si sono infatti affrettati a dichiarare, proprio ieri: “Se ci chiamano, siamo qui, per evitare il default del Venezuela”.
Da mesi i grandi media raccontano un Venezuela sull'orlo del baratro: inflazione e prezzi alle stelle, penuria di alimenti e di medicine... Maduro – argomentano – guida un governo corrotto, repressivo e “narcotrafficante”, che ha portato alla fame un paese dotato di risorse naturali gigantesche. E si deve dimettere. In questo caso – vaticina l'Fmi – potrà sperare in una qualche ripresa economica, l'anno che viene. In questo caso, si sa, le proiezioni economiche – o almeno la loro lettura - cambiano come per incanto. Lo si è visto durante le elezioni in Argentina che hanno portato alla vittoria di Macri o nei mesi del golpe istituzionale contro Dilma Rousseff in Brasile.
I due grandi paesi sono adesso magicamente “in crescita”: pagata con migliaia e migliaia di licenziamenti e fino al punto di mettere, come nuova norma costituzionale, la limitazione per vent'anni della spesa sociale, in Brasile. Al contrario, in Venezuela la spesa sociale continua a costituire oltre il 70% del Pil: nonostante la drastica caduta del prezzo del petrolio e le agenzie di rating che impongono al paese – qualificato ad alto rischio – di pagare tassi stratosferici per ottenere un prestito. Ma a chi importa?
Come ai tempi di Allende, come nel Nicaragua sandinista, come durante tutto il corso della “rivoluzione bolivariana” iniziata con Chavez, l'obiettivo è quello di “far urlare l'economia” per provocare malcontento nella popolazione e giustificare i colpi di Stato di nuovo tipo (golpe istituzionale o “rivoluzione colorata”). Dal 15 aprile del 2013, quando Maduro ha vinto le elezioni dopo la morte di Chavez, è cominciato un attacco in crescendo, di rara proporzione: guerra economica e finanziaria, sabotaggi, sanzioni Usa, intervento di grandi organismi come l'Organizzazione degli Stati Americani nella persona del suo Segretario generale, Luis Almagro. Il tutto sostenuto da una poderosa propaganda di guerra a livello internazionale.
Se i cervelli non fossero stati terremotati dalla “fine delle ideologie”, dalla messa al bando della lotta di classe, del diritto dei popoli alla rivolta e della capacità di considerare illegittima una legalità che uccide anche se con le mani pulite, si affaccerebbe per lo meno un dubbio: davvero i vari Casini, Cicchitto, Tajani – promotori di mozioni sanzionatorie contro il Venezuela – sono i veri difensori del popolo venezuelano? Davvero governi come quello messicano, colombiano, honduregno, guatemalteco possono dare lezioni di diritti umani al socialismo bolivariano? Le fosse comuni in Messico (e i 43 studenti scomparsi), i falsi positivi e gli omicidi mirati in Colombia, il golpe e l'assassinio di ambientalisti in Honduras (Berta Caceres), le violazioni ai diritti umani e le 41 adolescenti bruciate vive in Guatemala non meriterebbero un'ossessione almeno pari a quella che anima le azioni di Almagro contro il Venezuela? E la compita indignazione contro il fascista Trump non meriterebbe qualche briciolo di coerenza in più quando egli sostiene che il governo Maduro non rispetta i diritti umani?
Trump è il vero difensore del popolo venezuelano”, ha dichiarato la signora Lilian Tintori (partito Voluntad Popular e moglie del suo leader in carcere Leopoldo Lopez) dopo essersi recata negli Usa. Nessun dubbio che qualcosa strida quando i governi conservatori esautorano la presidenza della Bolivia dall'Osa per votare le sanzioni al Venezuela? Nessuno. Come dubitare se anche grandi ong umanitarie assumono la difesa di Lopez trasformandolo in un “prigioniero di coscienza” contro la “dittatura”?
Accuso gli oppositori, la destra che ha manifestato e ha tolto la vita a mio figlio”, ha dichiarato Marbelys Jiménez, madre del ragazzino ucciso in un complesso di case popolari edificate dal chavismo, e ha chiesto giustizia. Di identico tenore le affermazioni di altri genitori, militanti chavisti, che hanno avuto il figlio ucciso da franchi tiratori. Uno scenario analogo a quello che si verificò durante il colpo di Stato contro Chavez, nel 2002. Epperò le destre venezuelane e i grandi media che li sostengono anche in Italia hanno immediatamente accusato “i collettivi”, le associazioni territoriali che appoggiano il governo e che contendono il territorio alle mafie e al paramilitarismo. Morti attribuite al “dittatore Maduro che si deve dimettere” senza aspettare le elezioni fissate per il 2018. Perché? Perché lo chiedono Washington e le grandi multinazionali.
Tutto serve a intorpidire le acque. Se in un sistema di equilibrio come quello bolivariano, basato su cinque poteri, uno di questi vuole prevalere sugli altri (il Parlamento, governato dalle destre), non è golpismo, ma democrazia. Se l'organo deputato a mantenere l'equilibrio – il Tribunal Supremo de Justicia – cerca di rimettere le cose a posto, è “autogolpe”. Nella propaganda, vince chi arriva per primo, obbligando gli altri a giocare di rimessa.
Torniamo all'esempio cileno. Perché, nonostante il caos provocato dalle destre, le sinistre di allora non invitavano Allende a dimettersi? Perché negli anni ’70 del secolo scorso, era più facile “situarsi” e distinguere. In Europa c’erano correnti politiche definite, c’erano una sinistra e un'estrema sinistra, si era capaci di “vedere” la destra cilena in piazza. Oggi, invece, i media ci raccontano di “società civile” e di diritti umani: termini talmente vaghi e “appetibili” che nascondono la storia, i soggetti, le ragioni del conflitto. L'alleanza Mud (il Tavolo dell'unità democratica) di democratico ha ben poco, di unitario ancora meno, trattandosi di un'alleanza in lotta per il potere che il tavolo è pronta a rovesciarlo in qualunque momento. Ma viene presentata come il massimo emblema della “democrazia”, perché presenta un quadro simile a quello europeo: è composta da partiti di estrema destra, di destra classica e di destra socialdemocratica.
La novità è che, mentre fino a trent'anni fa, la socialdemocrazia si poteva ancora situare a sinistra, oggi si pone a destra. L'irruzione del chavismo lo ha messo a nudo. L'alleanza oggettiva e “contro-natura” provoca però un corto circuito nella testa delle persone nei paesi come l'Italia dove a irrompere nella crisi politica è stato solo un ibrido come il Movimento 5 Stelle. Se dittatori veri e veri governi canaglia vengono assolti perché amici dell'Europa, se golpisti veri diventano maestri di etica e la “democrazia partecipativa” la peggiore delle dittature, c'entra senz'altro il bilancio deviato del Novecento, a 100 anni dalla rivoluzione bolscevica. C'entra la crisi della democrazia rappresentativa e delle rappresentanze politiche tradizionali. C'entra la corsa al centro delle destre socialdemocratiche, in Europa e nel sud globale. Soprattutto, però, c'entrano grandi interessi.
Il Venezuela evidenzia la paura delle classi dominanti e il tentativo di bloccare il ciclo redistributivo avviato dal “socialismo del XXI secolo” a favore dei settori popolari. Occorre perciò bandirlo come “ciclo populista” che deve terminare in fretta. La torta dev'essere spartita tra quelli di sempre, gli altri portino il basto e tacciano. Confondendo i cervelli con la categoria di “populismo” mettendo tutto nello stesso calderone, si preferisce favorire l'avanzata delle destre xenofobe per non aver a che fare con una sinistra vera. Come sostiene l'analista francese Maurice Lemoineè sbagliato continuare a dire che esiste una destra, una sinistra e una estrema sinistra: perché in realtà esiste una destra, una seconda destra e poi una sinistra”. Come giornalista – aggiunge - “sono disperato nel vedere lo stato in cui è ridotta la professione, non perché rifiuti il pluralismo ma perché non c’è più pluralismo, come ben si evince dal modo in cui vengono trattati questi temi. I grandi media sono un attore fondamentale nei processi di destabilizzazione. Non è un caso se la prima misura di Macri in Argentina è stata quella di prendersela con l’organismo regolatore dei media, con la rete che ritrasmette i dibattiti al Senato, con Telesur. Controllare i media è fondamentale”. Ma Lemoine, una delle poche voci dissonanti in Francia, rileva l'importanza anche di altri attori: “alcune grandi organizzazioni per la difesa dei diritti umani, come Human Rights Watch e Amnesty international. Premetto – spiega - che sono stato per quattro anni caporedattore alla Chronique, la rivista di Amnesty International, e che ne apprezzo il lodevole lavoro. Tuttavia, le cose che hanno scritto sul Venezuela sono scandalose. Un’intervista al presidente della sezione venezuelana definiva il Venezuela degli anni ’80, quello della rivolta per fame del Caracazo, la Svizzera dell’America latina, mostrando così il suo livello di “imparzialità”. E come si fa a definire pacifiche le manifestazioni dell’anno scorso quando fra i 43 morti vi sono anche 8 poliziotti uccisi con colpi di arma da fuoco? In fondo, gli esponenti di queste Ong sono persone di classe media, poco toccate dal fatto che i primi diritti da garantire sono quelli economici. I giornalisti devono poter continuare a dire cose scomode o controcorrente. Quando Le Monde Diplomatique ha denunciato che Robert Menard, fondatore di Reporters sans frontière era un uomo della Cia, tutti ci hanno dato addosso, ora che si dichiara apertamente di estrema destra, tutti hanno potuto rendersi conto che dicevamo la verità”.
Questo significa che il governo Maduro ha fatto tutto bene e che non va criticato? Tutt'altro, ma è importante situare i termini del problema. Intanto, in un paese (e in un continente) in cui le storture hanno origini lontane (nel colonialismo e nei sistemi che lo hanno servito), agire per il meglio avendo costantemente un coltello puntato alla gola non è semplice. E non è semplice governare per chi intenda portare avanti riforme strutturali. In secondo luogo, occorre domandarsi se il ritorno delle destre e del neoliberismo selvaggio che vediamo in azione in Argentina o in Brasile saprebbe far meglio. Lo abbiamo visto anche con la Grecia. Occorre mettere a fuoco quale partita si stia giocando, la posta in gioco, gli attori in campo, i loro progetti e l'attitudine che assumono di fronte alla prospettiva che in Venezuela si arrivi al “modello libico”. Anche il Partito Comunista, Redes e altri movimenti minori che criticano il governo bolivariano per non aver spinto più in fretta sul pedale del socialismo, sono in piazza contro “le ingerenze imperialiste”. Marea Socialista (un piccolo agglomerato politico che raccoglie ex ministri chavisti e componenti di vario tipo) per quanto si affanni, non ha “una terza via”. Il laboratorio bolivariano deve resistere, rigenerarsi e rilanciare la prospettiva socialista. La partita è tutt'altro che scontata. Ma ci riguarda e occorre sostenerla, con decisione e senza paraocchi.

domenica 16 marzo 2014

Parla Maduro: «L’unica primavera è quella bolivariana»



di Gerardina Collotti da ilmanifesto 

 
Venezuela. Il presidente Maduro risponde alle domande del manifesto



«I gol­pi­sti hanno cer­cato di pre­sen­tare una falsa pri­ma­vera vene­zue­lana, ma i loro fiori sono sec­chi: per­ché la pri­ma­vera del popolo vene­zue­lano è comin­ciata con il governo socia­li­sta, ed è stata capace di pas­sare dalla pro­te­sta alla pro­po­sta». A Mira­flo­res, il pre­si­dente Nico­las Maduro risponde ai gior­na­li­sti. Il mani­fe­sto ha potuto rivol­ger­gli domande dirette.

Sullo schermo, scorre un video delle vio­lenze che, dal 12 feb­braio, hanno pro­vo­cato 28 morti. Si scorge un gior­na­li­sta della Cnn fra­ter­niz­zare con gli oltran­zi­sti, e agenti delle poli­zie locali faci­li­tare le deva­sta­zioni. Il pre­si­dente illu­stra i dati del mini­stro degli Interni Miguel Rodri­guez Tor­res, pre­sente al tavolo insieme a quello degli Esteri, Elias Jaua: «Solo il 36% dei 1.529 fer­mati (105 dei quali dete­nuto), risulta essere stu­dente». Su 350 feriti, 250 sono civili, 109 fun­zio­nari di poli­zia o mili­tari. Come hanno pre­ci­sato a Gine­vra — durante il XXV Con­si­glio per i diritti umani dell’Onu – sia la Pro­cu­ra­trice gene­rale Luisa Ortega Diaz che la Difen­sora per i diritti umani, Gabriela Rami­rez, molti dei feriti o dei morti sono stati rag­giunti da colpi di arma da fuoco: «il che dimo­stra che la natura delle pro­te­ste è tutt’altro che pacifica».

A Gine­vra, l’Onu ha lodato il Vene­zuela per aver rispet­tato i diritti umani, 29 paesi dell’Organizzazione degli stati ame­ri­cani (Osa) hanno riget­tato la pro­po­sta di inge­renza negli affari interni di Cara­cas pro­po­sta da Usa e Panama. E i mini­stri degli Esteri della Una­sur invie­ranno una mis­sione per soste­nere le Con­fe­renze per la pace e la vita messe in atto dal governo in tutto il paese. «Se l’opposizione avesse accet­tato il dia­logo fin dall’inizio – dice Maduro – non saremo arri­vati a que­sto punto. Invece sono codardi e lasciano che un gruppo di gol­pi­sti fomen­tati da Washing­ton alzino la ten­sione nel paese. Desta­bi­liz­zare il Vene­zuela, signi­fica però incen­diare tutta la regione, per­ché l’epoca dei golpe è finita. Non è più come ai tempi di Allende, e non siamo soli. Que­sto popolo è dispo­sto a difen­dere la rivo­lu­zione con la vita, pas­se­rebbe alla resi­stenza armata».

Le san­zioni pronte negli Usa con­tro il Vene­zuela? Maduro iro­nizza: «Se vogliono bloc­carci i visti, fac­ciano, ci sarà meno gente che corre a Miami. Vuol dire che mi toc­cherà andare a piedi per par­te­ci­pare alla pros­sima con­fe­renza sul clima a cui mi ha invi­tato Ban Ki-moon».

Poi si rivolge a Obama: «Lo stanno spin­gendo verso l’abisso. Voglia il cielo che il primo pre­si­dente nero degli Stati uniti non debba pas­sare alla sto­ria come assas­sino del Vene­zuela». Maria Corina Machado, parte dei trio di oltran­zi­sti che ha pro­mosso la cam­pa­gna per «la salida» (l’uscita) di Maduro dal governo, è stata rice­vuta dal pre­si­dente del Panama, Ricardo Mar­ti­nelli, in prima fila con­tro il Vene­zuela. Maduro ha inter­rotto le rela­zioni poli­ti­che e ha con­ge­lato il debito con­tratto dagli impren­di­tori vene­zue­lani col Panama. Un debito gon­fiato «per aiu­tare gli indu­striali vene­zue­lani a sfug­gire al con­trollo dei cambi e otte­nere più dol­lari», hanno ammesso per­so­naggi del governo pana­mense. Chie­diamo al pre­si­dente quanto pesi que­sta vicenda sul dia­logo in corso tra il suo governo e i grandi impren­di­tori: «Paghe­remo tutto, fino all’ultimo boli­var – risponde Maduro – il Vene­zuela non ha debiti con nes­suno, ma paghe­remo il giu­sto, e senza ingerenze«.

Ma le nuove misure eco­no­mi­che, che vanno incon­tro alla costante richie­sta di dol­lari degli impren­di­tori e age­vo­lano l’impresa pri­vata, non saranno scon­tate dai lavo­ra­tori? Non ci sarà un aumento dei prezzi e un cedi­mento al modello neo­li­be­ri­sta? La parte avversa non finirà per zavor­rare il socia­li­smo boli­va­riano? Maduro risponde ancora al mani­fe­sto: «Per avere più risorse da distri­buire al popolo, abbiamo biso­gno di svi­luppo indu­striale, di sovra­nità ali­men­tare, ma il nostro sistema sociale non corre rischi: se i prezzi sal­gono, aumen­te­remo di più i salari e i bene­fici, come abbiamo sem­pre fatto. Lo abbiamo pre­vi­sto. E pre­sto sot­to­por­remo al paese la richie­sta di aumen­tare un poco il prezzo della ben­zina. Con quel che voi pagate in Ita­lia un litro di ben­zina, qui rifor­niamo 6 fuo­ri­strada, si deve pagare un poco».

Chie­diamo ancora: la notte delle ele­zioni pre­si­den­ziali, il 14 aprile, lei ha detto che il lea­der scon­fitto dell’opposizione, Hen­ri­que Capri­les, aveva chia­mato per pro­por­gli di spar­tirsi il potere, alla maniera tipica della IV repub­blica. Ora che Capri­les sem­bra volersi smar­care dalla via gol­pi­sta e che una parte della Mesa de la uni­dad demo­cra­tica (Mud) avanza pro­po­ste per dia­lo­gare, quei mec­ca­ni­smi tor­ne­ranno in gioco? «Con l’opposizione ci sono molti con­tatti – risponde il pre­si­dente – ma il dia­logo non è fra strut­ture, non è fra il Psuv e la Mud. Per que­sto, se occorre, ci sarà una riu­nione spe­ci­fica. Il nostro invito riguarda tutta la società. La demo­cra­zia par­te­ci­pa­tiva e pro­ta­go­ni­sta ha supe­rato i mec­ca­ni­smi di con­cer­ta­zione dall’alto. Oltre­tutto, la Mud ha un dop­pio discorso: parla di dia­logo e copre i «gua­rim­be­ros». E chiede a noi di cri­mi­na­liz­zare i col­let­tivi ter­ri­to­riali, che sono stati un argine durante la IV repub­blica e ora sono una risorsa pre­ziosa e matura del pro­ceso boli­va­riano».
Un paese in assem­blea per­ma­nente, dalle piazze a Mira­fiori. l livello di matu­rità poli­tica esi­stente nel paese a tutti i livelli sociali è impres­sio­nante. Nei governi della IV repub­blica, oltre il 50% della popo­la­zione diser­tava le urne, com’è acca­duto giorni fa alle legi­sla­tive in Colom­bia. Qui, invece, la «demo­cra­zia par­te­ci­pa­tiva e pro­ta­go­ni­sta» non è uno slo­gan per addetti ai lavori. La parola cul­tura assume senso pieno, come si è visto dalla par­te­ci­pa­zione alla Fiera inter­na­zio­nale del libro, che si è aperta venerdì. Una forza che si riflette nei pro­fili delle tante donne gio­va­nis­sime e pre­pa­rate che pro­ven­gono dai col­let­tivi di quar­tiere e dalle orga­niz­za­zioni popo­lari, pre­senti nel governo ai più alti livelli.

I grandi media pri­vati, parte in causa nel con­flitto (di classe), cer­cano di intor­pi­dire l’immaginario pre­sen­tando lo «scio­pero dei ric­chi» come rivolta gio­va­nile con­tro «la dit­ta­tura». Ma baste­rebbe tra­scor­rere una set­ti­mana in que­sto calei­do­sco­pico bazar di idee e pro­spet­tive per com­pren­dere l’assurdità della definizione.

Gio­vedì, nella capi­tale hanno sfi­lato ope­rai di tutte le cate­go­rie. Ieri si è svolta una mar­cia mol­ti­tu­di­na­ria «per il rispetto delle Forze armate e per la pace». Maduro ha con­se­gnato 40 case popo­lari com­ple­ta­mente ammo­bi­liate agli ope­rai del quar­tiere di Santa Cruz (nello stato di Miranda), e ha annun­ciato fondi per 100 milioni di boli­var per lo svi­luppo locale. Durante il mese di pro­te­ste, sono state con­se­gnate oltre 15.000 case popo­lari. Per il 2014, i fondi desti­nati all’edilizia pub­blica ammon­tano a 56mila milioni di boli­var, che si aggiun­gono ai 15.600 milioni stan­ziati que­sta set­ti­mana per la via­bi­lità e le infra­strut­ture. Frut­te­ranno oltre 70.000 posti di lavoro.

Diversi pro­getti riguar­dano la tutela dei moto­taxi. I «moto­ri­za­dos» sono circa 2 milioni, orga­niz­zati in coo­pe­ra­tive e impe­gnate al con­tempo nei col­let­tivi di quar­tiere. Un set­tore infor­male a cui il socia­li­smo boli­va­riano ha dato fisio­no­mia e diritti. Il governo li ha incon­trati gio­vedì all’Hotel Alba, dove si è svolto un capi­tolo della Con­fe­renza nazio­nale per la pace. C’erano anche i col­let­tivi di «moto­ri­za­dos con disca­pa­ci­dad», venuti all’incontro sulle loro sedie a rotelle. Prima della vit­to­ria di Chá­vez (1998), il Vene­zuela con­tava 700.000 uni­ver­si­tari, ora ha 2 milioni e 600.000 stu­denti uni­ver­si­tari (il II posto in Ame­rica latina e il V nel mondo) e un sistema total­mente gra­tuito. Gli stu­denti, in Vene­zuela come in altre parti del mondo, sono stati l’innesco per altri movi­menti popo­lari, come nel ’68 in Ita­lia o in Fran­cia. Qui, solo una parte degli uni­ver­si­tari di destra si è fatta abbin­do­lare dalle «gua­rim­bas», gli altri se ne sono distan­ziati e hanno ripreso i corsi. Pur con­sa­pe­vole delle dif­fi­coltà esi­stenti, la mag­gio­ranza degli strati popo­lari ha impa­rato da che parte stare.

lunedì 22 ottobre 2012

Chávez e la Diplomazia Pubblica di Washnington

di Carlos Fazio da la Jornada (traduzione per doppiocieco di Franco Cilli)

Unitamente alla stampa occidentale, tradizionalmente schierata, uno dei grandi perdenti delle elezioni venezuelane del 7 Ottobre, è stato senz'altro il cosiddetto Ufficio della Diplomazia Pubblica di Washington.
Fomentatore del terrorismo mediatico sin dagli anni della guerra fredda, l'ufficio dedicato alla destabilizzazione dei processi democratici e popolari dell'area, ha lavorato instancabilmente tra la fine di Luglio e il giorno delle elezioni per cercare di imporre una serie di idea forza, che dirette a/e riportate dai principali media di Stati Uniti, America Latina, Madrid e Londra, hanno cercato di dare risalto al candidato dell'opposizione Enrique Capriles Radonski, allo scopo di controbilanciare le principali agenzie di sondaggi, che davano come vincitore certo Hugo Chávez.
L'argomento principe della campagna elettorale è stato che Capriles non era in competizione con Chávez, bensì contro un asse formato da una cricca di narcogenerali, politici nepotisti e cubani(sic) che avevano pianificato di utilizzare le elezioni come mezzo per controllare il Venezuela dopo che Chávez fosse divenuto inabile o fosse morto. In definitiva si trattava di impedire che attraverso le violenze, le intimidazioni e la frode elettorale si perpetuasse un chavismo senza Chávez .

Dietro consiglio di due esperti israeliani, il politico, diplomatico e scrittore Shlomo Ben Ami, membro del partito laburista ed ex ministro degli esteri di Israele, e Alon Pinkal, anch'egli diplomatico che ha rivestito la carica di console generale negli Stati Uniti fra il 2000 e il 2004, nonché consigliere di due ministri di Relazioni con l'estero e il primo ministro Ehud Barak, la campagna elettorale ha cercato di costruire l'immagine di Capriles come di un uomo serio, che offriva stabilità, affidabilità, capacità di previsione dell'economia e un miglioramento tangibile nella relazioni del Venezuela con il mondo. Con lui, il Venezuela si sarebbe convertito in una democrazia vibrante e aperta, rimpiazzando una oligarchia militar-autoritaria.

La cronologia di 84 giorni(77 fra il 23 dii Luglio e il 7 di Ottobre, e la settimana posteriore alle elezioni), è stata tratteggiata in tre fasi. La prima è consistita nella costruzione e configurazione del discorso e del dibattito nei media, attraverso la disseminazione di articoli ed elementi di notizia concernenti l'elezione, basate sulla polarizzazione di due puniti di vista: Henrique Capriles Radonski versus l'asse Narco-Junta-Cuba e il pericolo di un Venezuela post-chavista diretto da una dittatura castrista-autoritaria
Nella seconda fase si è cercato di promuovere relazioni fra Capriles, leaders mondiali e responsabili di affari, e i media internazionali, nel tentativo di persuadere gli attori della politica che il Venezuela con Capriles sarebbe un terreno migliore e più affidabile per fare affari. Gli accordi verrebbero portati regolarmente a termine, gli investimenti protetti e gli interessi rispettati. A tal proposito Alon Pinkas, direttore fra l'altro di Brainstorm Cell Therapeutics Inc. e commentatore di media israeliani e stranieri, incluso Fox News, ha preso contatto con con l'impresa pubblicitaria Thunder 11, presieduta da un ebreo residente a New York, Marcos Greenberg, che è stato anche consigliere della campagna del'ex presidente di Colombia Álvaro Uribe.
Nella terza fase della campagna ( i dieci giorni precedenti il 7 Ottobre) il fuoco dell'informazione e dell'intelligence si è concentrato sulla salute di Hugo Chávez, le presunte lotte intestine all'interno delle forze armate, i conflitti fra i narcogenerali, l'intromissione e il coinvolgimento diretto di Cuba, così come la manipolazione potenziale, le irregolarità e le frodi elettorali. Alla base di tutto il piano strategico, la prefigurazione di due ipotesi contrapposte: un Venezuela serio e democratico oppure un paese dove continua a governare una narco-junta e Cuba (narco-junta-Cuban ruled).
Il modus operandi della campagna conmtemplava l'identificazione di giornali, canali TV, e agenti dei social media di un certo rilievo e disposti probabilmente a pubblicare, e includeva un processo diretto principalmente a stabilire l'affidabilità di giornalisti e scrittori individuali, e successivamente di provvedere ad un flusso continuo di articoli da una ventina di grandi testate fra le quali risaltano: The New York Times, The Wall Street Journal, Reuters, Ap, The New York Post, The Miami Herald, Time, Newsweek/The Daily Beast, Foreing Policity, Bloomberg/Business Week, Forbes, The Atlantic, The Guardian, El País, CNN, CNBC, BBC e gli affiliati locali nell'area di Miami di ABC, CBS, NBC y Fox, cosi come vari giornali e blog dell'industria del petrolio.
Secondo il documento Public Diplomacy andMedia Shlomo Ben Ami, Alon Pinkas (suoi soci a Washington) e Thunder 11 avrebbero fornito a Capriles dati probanti e prove relative all'asse narco-junta-cubano. E dato che Diplomazia Pubblica è anche uno sforzo mediatico, l'idea era quella di utilizzare le riunioni con leaders, diplomatici, politici e ONG umanitarie perché riproducessero la matrice di opinioni disegnata per il piano. Sono stati programmati incontri con politici e leaders del Congresso degli Stati Uniti e dei comitati di Energia, commercio e relazioni esterne, e Human Rights Watch.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: Chávez e i Venezuelani hanno vinto anche la battagli mediatica con Washington. I contenuti della campagna sono risultati una frode degli pseudo-giornalisti di El País e di strumenti affini. La guerra però continua. Nel ridisegno del confronto è prevedibile che gli Stati Uniti vincoleranno un prolungamento del mandato al 2019 alla conferma di una matrice populista-dittatoriale, con gli annessi dell'infermità del presidente Chávez, la corruzione, il burocratismo e la violenza in chiave di polarizzazione classista. Idee di cui si faranno carico come al solito vecchi personaggi ormai ben noti:Roger Noriega, Vargas Llosa, Otto Reich, Patricia Janiot, Jorge G. Castañeda, la argentina Bullrich e una manciata di stelle mediatiche.

lunedì 8 ottobre 2012

Il cattivo esempio di Hugo Chávez



L’immagine che non troverete commentare sui nostri media è quella di Hugo Chávez, del dittatore trinariciuto Hugo Chávez, accompagnato al seggio dal premio Nobel per la Pace guatemalteco Rigoberta Menchú e da Piedad Córdoba, che da noi è meno conosciuta ma che è un gigante della difesa dei diritti umani violati nella vicina Colombia. È una scelta simbolica e sono figure talmente cristalline e inattaccabili, quelle di Rigoberta e Piedad, che il fiele antichavista, che si sparge a piene mani in queste ore per sminuire l’importanza della vittoria del presidente venezuelano nelle presidenziali di ieri, semplicemente le ignora. Rigoberta Menchú e Piedad Córdoba che sostengono Chávez sono ingombranti per chi si dedica da anni a costruire l’immagine falsa di un violatore di diritti umani e quindi vanno cancellate. Sono donne latinoamericane, indigena una, nera l’altra. Sono state vittime e hanno combattuto il terrorismo di stato, sanno cosa sia il neoliberismo, sanno cosa sono le violazioni dei diritti umani e mai le avallerebbero, conoscono la storia del Continente e proprio per questo stanno con Hugo Chávez.
Mille commenti oggi si affannano a ragionare di percentuali e di erosione del consenso o mettono un cinico accento sulla salute del presidente che non avrebbe molto davanti. Eppure fino a ieri altrettanti commenti davano per sicura la sconfitta e sicuri i brogli (delle due l’una!), nonostante chiunque abbia toccato con mano, per esempio l’ex presidente statunitense Jimmy Carter, abbia definito esemplari le elezioni nel paese caraibico. Addirittura Mario Vargas Llosa dava così certa la vittoria di Capriles da prevedere l’assassinio di questo da parte del negraccio dell’Orinoco. Calunnie sfacciate. Ventiquattro ore dopo gli stessi editorialisti commentano il 55% di Chávez come una sconfitta del vincitore. Pace. Chi conosce la politica venezuelana sa come esistano geometrie variabili e storie di continue entrate e uscite sia da destra che da sinistra nell’appoggio al presidente che, fino a prova contraria -ne erano tutti sicurissimi- doveva essere bell’e morto di cancro per le elezioni di oggi. Invece non solo Chávez è vivo, e ne andrebbe elogiato il coraggio di fronte alla malattia, ma si è confermato presidente del Venezuela.
Chávez ha vinto, che vi piaccia o no, sia per quello che ha fatto che per quello che rappresenta. Chávez ha vinto perché per la prima volta ha investito la ricchezza del petrolio in beneficio delle classi popolari che in questi anni hanno visto migliorato ogni aspetto della loro vita (salute, educazione, casa, trasporti). Non c’è nulla di rivoluzionario in questo, nonostante la retorica usata spesso a piene mani: “è il riformismo, stupido” direbbe Bill Clinton. È quanto rappresenta, invece, che fa essere Chávez rivoluzionario: conquistare pane e salute non è una conseguenza di un’economia affluente nella quale chi sta sopra può permettersi di essere così magnanimo da lasciare qualche avanzo. È un diritto fondamentale che va conquistato con la continuazione delle due battaglie storiche per la giustizia sociale e la dignità: la lotta di classe, nella quale il merito di Chávez è portare sulle spalle il peso del conflitto e quella anticoloniale, nella quale l’integrazione del Continente è un passaggio chiave.
In questo contesto la prima e più importante lezione del voto di ieri è che i venezuelani, e con loro buona parte del continente latinoamericano, non vogliono, ri-fiu-ta-no, la restaurazione liberale, la restaurazione dell’imperio del Fondo Monetario Internazionale, la restaurazione di un modello nel quale sono condannati a essere per l’eternità figli di un dio minore, mantenuti in una condizione di dipendenza semicoloniale dove le decisioni fondamentali sulla loro vita sono prese altrove. C’è un dato che a mio modo di vedere rappresenta ciò: in epoca chavista il Venezuela ha moltiplicato gli investimenti in ricerca scientifica di 23 volte (2.300%). Soldi buttati, si affrettano a dire i critici. Soldi investiti in un futuro nel quale i venezuelani non saranno inferiori a nessuno. I latinoamericani ragionano con la loro testa, hanno vissuto per decenni sulla loro pelle il modello economico che la Troika sta imponendo al sud dell’Europa e non vogliono che quell’incubo d’ingiustizia, fame, repressione e diritti negati ritorni. Il patto sociale in Venezuela non è stato rotto da Chávez ma fu rotto nell’89 quando Carlos Andrés Pérez (vicepresidente in carica dell’Internazionale Socialista) con il caracazo fece massacrare migliaia di persone per imporre i voleri dell’FMI.
Ancora oggi alcuni commenti irriducibilmente antichavisti (la summa per disinformazione è quello di Gianni Riotta su La Stampa di Torino) rappresentano il candidato delle destre sconfitto come un seguace del presidente latinoamericano Lula. Divide et impera. Erano i velinari di George Bush ad aver deciso di rappresentare l’America latina spaccata in due tra governi di sinistra responsabili e governi di sinistra irresponsabili. È straordinario come i Minculpop continuino a far girare ancora le stesse veline: l’immagine di Capriles progressista e vicino a Lula è stata costruita a tavolino dai grandi gruppi mediatici, a partire da quello spagnolo Prisa. Il curioso è che Lula rispose immediatamente “a brutto muso” di non tirarlo in ballo, perché lui con Capriles non ha nulla a che vedere e appoggia con tutto se stesso l’amico e compagno Hugo Chávez. Non importa: loro, i Riotta, facendo finta di niente, continuano imperterriti a definire Capriles come il Lula venezuelano. Allo stesso modo continuano a ripetere la balla sulla mancanza di libertà d’espressione in un paese dove ancora l’80% dei giornali fa capo all’opposizione. È un’invenzione, ma la disparità mediatica è tale che è impossibile farsi ascoltare in un contesto mediatico monopolistico. Non siamo ingenui: nella demonizzazione di Chávez c’è ben altro che l’analisi degli eventi di un continente lontano. C’è lo schierare un cordone sanitario alla benché minima possibilità che anche in Europa si possa ragionare su alternative all’imperio della Troika. Lo abbiamo visto con il trattamento riservato ad Aleksis Tsipras in Grecia e a Jean-Luc Mélenchon in Francia: non è permesso sgarrare.
Soffermarci su tale dettaglio ci svela una realtà fondamentale difficilmente comprensibile dall’Europa: è talmente impresentabile il neoliberismo che in America latina è oggi necessario nasconderlo sotto il tappeto e spacciare anche i candidati di destra come progressisti. Aveva un che di paradossale ascoltare in campagna elettorale Capriles giurare amore eterno agli indispensabili medici cubani elogiandone il ruolo storico. Come già il suo predecessore Rosales, sapeva che senza medici non ci sarebbe pace in un Venezuela che oggi conosce i propri diritti e non è disposto a rinunciarvi, altro merito storico di Chávez. I Riotta di turno tergiversavano non solo sul riconoscimento dei meriti storici di Cuba nella solidarietà internazionale (o la riducono ad un mero scambio economico, salute per petrolio) ma negano anche l’informazione che era quello stesso Capriles, giovane dirigente politico dell’estrema destra venezuelana, che l’11 aprile 2002 diede l’assalto all’ambasciata cubana durante l’effimero golpe del quale fu complice. Che vittoria per i cubani se quello stesso Capriles fosse davvero stato sincero nel riconoscerne i meriti!
Questo è il segno del trionfo di Chávez: nelle classi medie e popolari venezuelane vige oggi un discorso contro-egemonico a quello liberale dell’imperio dell’economia sulla politica, della falsa retorica liberale per la quale tutti i diritti vanno garantiti a tutti ma a patto che siano messi su di uno scaffale ben in alto perché solo chi ci arriva con le proprie forze possa goderne. In Venezuela, in America latina, stanno spazzando via tutte le balle che racconta da decenni il Giavazzi di turno sul liberismo che sarebbe di sinistra. Chi lo ha provato, e nessuno come i latinoamericani lo ha provato davvero, sa bene di cosa si parla e non ci casca più. È un discorso quindi, quello chavista, che riporta in auge l’incancellabile ruolo della lotta di classe nella storia, la chiarezza della necessità della lotta anticoloniale, perché i “dannati della terra” continuano ad esistere e a risiedere nel Sud del mondo e non bastano 10 o 15 anni di governo popolare per sanare i guasti di 500 anni.
Eppure il Riotta di turno liquida ancora oggi come “inutili” i programmi sociali chavisti. Che ignoranza, malafede e disprezzo per il male di vivere di chi non ha avuto la sua fortuna. Milioni di venezuelani, che avevano come principale preoccupazione della vita l’alimentazione del giorno per giorno, la salute spiccia (banali cure per un mal di pancia, operazioni alla cateratta del nonno) che la privatizzazione della stessa nega a chi non può permettersela, l’educazione dei figli, la casa, passando da baracche a dignitose case popolari, oggi godono di un sistema sanitario pubblico che ha visto decuplicare i medici in servizio, di un sistema educativo pubblico che ha visto quintuplicare i maestri, di un sistema alimentare pubblico che permette a molti di mettere insieme il pranzo con la cena. “Inutili”, dice Riotta, con una volgarità razzista degna delle brioche di Maria Antonietta. Oggi queste persone, escluse fino a ieri, possono spingere il loro tetto di cristallo più in alto, respirare di più, desiderare di più, magari perfino leggere inefficienze e difetti del processo e avere preoccupazioni, quali la sicurezza, più simili alle classi medie che a quelle del sottoproletariato nel quale erano stati sommersi durante la IV Repubblica. Questo i Riotta non possono spiegarlo: è così inefficiente il chavismo che ha dimezzato i poveri che nella IV Repubblica erano arrivati al 70%.
Rispetto al nostro cammino già segnato, il fiscal compact, l’agenda Monti, il patto di stabilità, dogmi di fede che umiliano le democrazie europee, Chávez in questi anni ha cento volte errato perché cento volte ha fatto, provato, modificato ricette, ben riposto e mal riposto fiducia nelle persone e nei dirigenti in un paese terribilmente difficile come il Venezuela. È il caos creativo di un mondo, quello venezuelano e latinoamericano, che si è messo in moto in cerca della sua strada. Hanno chiamato questa strada socialismo, proprio per sfidare il pensiero unico che quel termine demonizzava. Anche se il cammino è tortuoso e ripido, è la più nobile delle vette.

giovedì 4 ottobre 2012

Chavez o barbarie

La grave colpa di Chavez è quella di essere un "negro". Nulla mi toglie dalla testa che, propaganda a parte, se fosse stato un tizio biologicamente più compatibile e maggiormente empatico per la sensibilità  occidentale, avrebbe avuto un trattamento migliore. I media si ostinano a definirlo un dittatore o un caudillo, malgrado continui ad essere regolarmente eletto con libere elezioni e malgrado che le libertà democratich in Venezuela  siano garantite a tutti. Paradossalmente, vista la concentrazione dei media in mani non certo imparziali, il problema delle democrazia riguarda più l'opposizione di Chavez. Spero vivamente che vinca di nuovo(F.C.)

Fulvio Grimaldi  da Informare per Resistere

 

Nella nostra condizione di schiavi coloniali non riuscivamo a vedere che la “Civiltà Occidentale” nasconde dietro alla sua scintillante facciata una muta di jene e sciacalli. E’ l’unico termine da applicare a chi si aggira per realizzare “compiti umanitari”. Una belva carnivora che si nutre di genti disarmate. Ecco cosa fa all’umanità l’imperialismo. (Che Guevara, all’Assemblea Generale dell’ONU, 1964)

Per quante critiche possano essere la situazione e le circostanze in cui vi trovate, non disperate; è proprio nelle occasioni in cui c’è tutto da temere che non bisogna temere niente; è quando siamo circondati da pericoli di ogni tipo che non dobbiamo averne paura; è quando siamo senza risorse che dobbiamo contare su tutte; è quando siamo sorpresi che dobbiamo sorprendere il nemico. (Sun Tzu, L’arte della guerra)

Ci siamo seduti dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati. (Bertold Brecht)
Fra poche ore, con le elezioni presidenziali in Venezuela, dove Hugo Chavez si candida al terzo mandato, scocca un’ora decisiva per l’intero continente e, come succede col sasso gettato in acqua, l’increspatura delle onde arriverà ai lidi più lontani. In che contesto si inserisce questo avvenimento epocale? Scendiamo per l’America Latina, dall’alto in basso. Con l’eccezione del Nicaragua dei sandinisti (che ieri ha annunciato di aver creato più posti di lavoro a tempo indeterminato di tutto il Mesoamerica), dal Rio Bravo al confine colombiano, imperversa la militarizzazione neoliberista e narcotrafficante imposta dagli Usa con colpi di Stato, elezioni truccate, finti socialdemocratici ed effettivi fantocci. Il Messico di Neto, ladro delle vittoria di Lopez Obrador, insanguinato dall’incessante carneficina di cartelli e militari, entrambi controllati dagli “specialisti” Usa, e l’Honduras della decimazione degli oppositori al post-golpista Lobo e dei contadini nelle aree sequestrate dai latifondisti delle monoculture, sono i modelli di una riconquista strisciante del “cortile di casa” yankee. Con quelle basi militari che Zelaya, presidente liberal honduregno rovesciato dal golpe di Obama, voleva chiudere, l’intervento diretto di militari Usa contro i settori sociali in lotta (Misquitos), la DEA nuovamente regolatrice dei percorsi ed equilibri del narcotraffico, il corridoio, che deve assicurare il transito della droga dalla Colombia al famelico mercato Usa e alle sue banche, è stato consolidato e blindato.

Il Centroamerica normalizzato, mannaia sul Venezuela
La regione tra Caraibi e Pacifico torna ai nefasti Usa degli anni ’70-’80, quando marines, squadroni della morte e gorilla locali la chiusero in una morsa che costò centinaia di migliaia di vittime civili. Strumenti aggiornati sono, oltre a quelli praticati allora, i cartelli della droga e la bande criminali giovanili, pandillas, frutto dell’emarginazione e della fame, e una militarizzazione gestita da specialisti Usa, finalizzata a reprimere ogni accenno di protesta sociale. Tra Guatemala, Salvador e Honduras, triangolo Nord della fascia centrale, gli indici di violenza sono i più alti del mondo e l’Honduras, tornato amerikano, ha ora superato il Messico come numero di omicidi, anche di giornalisti. A che tutto si svolga secondo i piani sinergici Pentagono-Cia-DEA , ai termini dei nuovi trattati di sottomissione conclusi tra Usa e questi paesi (“Associazione di Sicurezza Civile dell’America Centrale” e “Iniziativa Rergionale di Sicurezza per l’America Centrale”, creature di Obama che estendono i precedenti Plan Colombia e Plan Merida) ci pensano le forniture militari, quadruplicate rispetto a dieci anni fa, l’incremento degli effettivi militari nel ruolo di poliziotti, la militarizzazione della polizia, la corruzione colossale di tutti i gangli dello Stato, così resi ricattabili, e, last but not least, l’ultimo ritrovato delle guerre e repressioni imperiali, i droni, Già volteggiano su tutto il Centroamerica, come su Afghanistan, Pakistan, Yemen, Somalia, gli stessi Usa, capaci di tutto vedere e di tutto colpire, secondo le liste di assassinandi “su sospetto” compilate da Obama.




Il Cono Sur stacca gli ormeggi dalla nave ammiraglia
La Colombia, costellata di 7 basi nordamericane, ha sostituito al brutale narcofascista Uribe il “moderato” Santos, arresosi alla forza di un movimento di massa , la Marcha Patriotica, che ha imposto il negoziato tra regime e l’invincibile guerriglia delle FARC, ma mantiene il ruolo di eventuale strumento bellico contro il Venezuela. Con l’eccezione dell’Ecuador di Correa, la costa del Pacifico che va dalla Colombia attraverso il Perù fino al Cile, è in mano a vassalli mascherati (Ollanta Humala), o dichiarati (Sebastian Pinera), che si vedono però affrontati da indomabili movimenti di contestazione, di studenti e masse popolari in Cile e di comunità indigene e campesine nel Perù. Paraguay e Uruguay sono finiti sotto le grinfie Usa, il primo con il colpo di Stato che ha defenestrato Fernando Lugo, il secondo condotto dall’ex-tupamaro Mujica dalla speranza del riscatto, dopo decenni di dittatura, alla desolazione del rientro negli schemi repressivi del neoliberismo.
Brasile e Argentina hanno in comune la difesa della sovranità e dell’autonoma politica estera dalle incursioni Usa e UE, il primo con aspirazioni subimperialiste e dominio del mercato e la seconda impegnata con Cristina Kirchner in un difficile, ma progressivo spostamento verso un’autentica socialdemocrazia. Le varie alleanze di carattere politico-economico, Mercosur, Unasur, Alba, Celac, hanno però tutte un segno di integrazione continentale, indipendenza economica, riscatto sociale e rifiuto delle interferenze esterne al continente, al punto che perfino regimi di destra, succubi degli Usa nei trattati di libero scambio, come il Cile e la Colombia, non hanno potuto che schierarsi con il resto del continente contro il golpe in Paraguay. Con l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), che in passato determinava esiti di conflitti favorevoli agli Usa, fortemente indebolita da questi organismi interstatuali da cui Washington è esclusa, l’egemonia imperialista sull’America Latina è ridotta ai brandelli delle roccaforti militari sparse sul continente e delle operazioni di destabilizzazione affidate a movimenti separatisti, spesso indigeni con la copertura di più o meno fondati integralismi ecologici. Questi, finalizzati anche a suscitare nelle sinistre mondiali critiche e opposizione ai paesi della svolta progressista o radicale.
Il motore dei cambiamenti verificatisi in America Latina dagli ultimi fuochi neoliberisti del Novecento, con l’argentinazo del 2001, i movimenti insurrezionali trionfanti in Bolivia ed Ecuador con successive vittorie elettorali delle sinistre antimperialiste in questi paesi, come in Nicaragua e Venezuela, è fuor di ogni dubbio la rivoluzione bolivariana di Hugo Chavez. Il miglioramento delle condizioni di vita di popolazioni storicamente emarginate e oppresse, il ricupero della dignità nazionale, la spinta all’integrazione di popoli uniti da lingua, cultura, storia di lotte anticoloniali, nel solco di Martì e Bolivar, il potenziamento economico e diplomatico derivato da una configurazione planetaria che al dominio degli Usa ha sostituito la collaborazione con grandi aree strategiche (Iran, Cina, Russia, Africa, India), la grande attenzione all’ambiente, sono tutte medaglie che, per primo, si può fissare al petto l’ex-capitano dei parà che, attraverso le più democratiche delle elezioni, confortate dalla mobilitazione popolare contro ogni reazione, ha dimostrato la possibilità del cammino verso il “Socialismo del XXI Secolo”. Sono questi antecedenti a fare delle elezioni del 7 ottobre la pietra filosofale che trasforma il piombo della dipendenza e del sottosviluppo in oro rivoluzionario per tutto il continente.
 
 
Rivoluzione bolivariana
Una sconfitta di Chavez rischia di implicare, venendo a mancare il protagonista e l’ispirazione ideologica della spinta al cambiamento, l’arretramento generale per l’intera regione. La sua vittoria, resa prevedibile da un vantaggio sull’avversario Capriles, che da sempre si aggira intorno ai venti punti, comporta il rafforzamento del blocco più o meno antiliberista, ma uniformemente antimperialista e la messa all’angolo dei rigurgiti reazionari e collaborazionisti. L’effetto emozionale, psicologico, oltrechè economico e politico, dell’ennesima vittoria di Chavez, su noi sprofondati nella crisi costruita per derubarci e annichilirci, sui popoli in resistenza, con conferma e accelerazione dell’alternativa latinoamericana al necrocapitalismo neoliberista, antidemocratico e guerrafondaio, sarà incalcolabile. L’Impero e i suoi regimi sguatteri hanno ben presente l’effetto contagio sull’oceano dei deprivati del fenomenale riscatto delle masse popolari realizzato in Venezuela con le varie missioni sociali (casa, salute, istruzione, indigeni, donne, lavoro) e la riorganizzazione dello Stato dal basso, con le nazionalizzazioni strategiche, con i consigli comunitari sul territorio e i consigli operai nelle fabbriche, dotati di poteri d’intervento e decisione. La povertà ridotta del 40%, un’istruzione capillare, con le decine di nuove università pubbliche gratuite, che, insieme ai movimenti di base a sostegno e sollecitazione del chavismo, ha elevato a livello generale la coscientizzazione politica della popolazione, la sovranità alimentare perseguita con i km zero e l’intervento statale su produzione e distribuzione che ha tagliato le unghie ai supermercati oligarchici e multinazionali, sono modelli a cui guardano milioni di latinoamericani privati di giustizia sociale, emancipazione politica e culturale.
Ho ancora luminoso il ricordo di quel Mercal di tutti i Mercal locali, che si svolge ogni mese, immenso, in Avenida Bolivar di Caracas, dove folle di famiglie, anziani, donne, acquistano tutto a prezzi ridotti della metà, godono di visite oculistiche e mediche gratis, si suona, si canta, si balla,in quell’allegria che viene evocata in ogni discorso del Comandante. La spesa pubblica per investimenti del welfare rappresenta il 61% di tutti gli introiti dal 1999 al 2011. Prima era del 36%. I dati ONU confermano che il Venezuela è oggi il paese latinoamericano con meno diseguaglianze. Particolare rimbombo non può non aver suscitato la nuove legge “antiforneriana” del lavoro, con la riduzione dell’orario da 44 a 40 ore, un aumento dei salari che è il più alto del continente e il rifiuto dei licenziamenti  a discrezione del datore di lavoro.


Un berlusconide di ritorno
Contro Chavez e la rivoluzione bolivariana, che ancora si muove nell’ambito dell’economia mista mercato-socialismo, ma nelle parole del presidente punta a un’accelerazione verso la fine del capitalismo, si è candidato alla presidenza Henrique Capriles Radonski, figlio di madre ebrea polacca e di padre ebreo sefardita (la comunità ebraica venezuelana è stata coinvolta ripetutamente, e fin dal tempo della serrata padronale post-golpe del 2001-2, in manovre di destabilizzazione. Si tratta del miliardario (in dollari) rampollo della più reazionaria componente dell’oligarchia golpista, già governatore dello Stato di Miranda, deputato e sindaco, protagonista del golpe che inaugurò una dittatura di 48 ore, privatizzatore accanito, fautore del ritorno della PDVSA, l’ente petrolifero di Stato, alle condizioni pre-Chavez di terra di razzìa dell’oligarchia e di controllo delle corporations Usa. Foraggiato da fondi Usa, sostenuto da una pletora di Ong teleguidate da organismi cripto-Cia, come NED, USAID, Freedom House, Amnesty, per la penetrazione dal basso, garante dichiarato dell’accordo capestro di libero scambio (ALCA) con gli Usa, collegato a fazioni fasciste come Tradicion, Familia y Propiedad, a guida del partito di estrema destra Primero Justicia, ora confluito nella coalizione antichavista MUD (Mesa de La Unidad Democratica), Capriles non pare avere la credibilità necessaria a sovvertire il pronostico che favorisce il vincitore di ben 14 successive elezioni. Il suo tentativo di mascherarsi da difensore degli interessi popolari con la promessa di mantenere e “migliorare” le misiones sociali, è ridicolizzato dal proposito di riprivatizzare la PDVSA, principale finanziatrice di tali misiones, in virtù del fatto che il Venezuela è il quarto produttore mondiale di idrocarburi e il detentore dei suoi giacimenti più cospicui.
 
 
La triade della reazione
Hugo Chavez viene attaccato da tre lati. Uno, del tutto irrazionale e irrilevante, popolare tra residui trotzkisti, è quello del massimalismo presunto marxista che gli imputa di non aver subito liquidato ogni proprietà privata, di essere affetto da caudillismo, di offrire un ulteriore alito di vita al capitalismo in crisi mortale. L’altro denuncia, con qualche fondamento, la formazione di una cosiddetta “boliburguesia”, con riferimento al consolidarsi di un ceto dirigente burocratico che mirerebbe essenzialmente alla conservazione dello status privilegiato acquisito all’ombra della ”rivoluzione”. Un fenomeno che conosciamo, in proporzioni sicuramente più gravi, in tutte le esperienze di “socialismo realizzato”, con particolare evidenza recente nella Cuba delle riforme di mercato. Qui il compito dell’alternativa bolivariana non poteva facilmente essere completato nei pur fattivi 13 anni del governo chavista. Si trattava di rivoltare come un calzino un paese le cui strutture erano corrose fino al midollo da una classe dirigente ladra, inetta e corrotta, prona a ogni diktat statunitense. Ci sarà pure un nuovo ceto medio “bolivariano” che ha avuto modo di inserirsi nei gangli dello Stato, ma non pare questa l’insidia maggiore. Piuttosto, con la lenta e faticosa formazione di nuovi quadri dirigenti rivoluzionari corre parallela anche la necessità di completare la bonifica di apparati, come il giudiziario e la polizia, intrisi di revanscismo  e sostenuti occultamente dai nemici interni ed esterni di Chavez. Il tridente d’attacco è completato dalle mene di Cia e Mossad, alimentatrici del grave problema di una sicurezza urbana compromessa dalla criminalità di strada e che tirano le fila delle costanti infiltrazioni terroristiche di paramilitari colombiani.
 

Vignetta del quotidiano padronale “El Universal”
Nessuna di queste armi controrivoluzionarie pare oggi in grado di sovvertire il pronostico elettorale e di destabilizzare in profondità l’assetto di Stato e società. Numerosi segnali, addirittura confortati da minacce di spericolati rappresentanti diplomatici Usa, indicano che nel Nord dell’emisfero ci si sia rassegnati alla stanca ripetizione di quanto tentato in precedenti elezioni, in particolare nel 2004, in occasione del referendum per la revoca del mandato di Chavez chiesto dall’oligarchia. Lo schemino è quello, alquanto logoro e screditato, messo in atto anche in Russia contro Putin e in Iran contro Ahmadi Nejad: vittorie eclatanti dei candidati sgraditi negate dall’accusa di brogli mosse dalle cancellerie occidentali, dai loro mercenari mediatici e da piazze incendiate per la bisogna. Grottesco, se si pensa alla limpidezza di elezioni condotte e risolte sotto il cappello a stelle e strisce, dal Messico all’Iraq, dall’Afghanistan all’Honduras, da Haiti alla stessa metropoli di Bush Primo e Secondo.
In Venezuela, nella carenza di altri strumenti propagandabili, si deve fare di necessità virtù e si punta alla migliore delle ipotesi: una jacquerie innescata da denunce di brogli urlate dal coro mediatico, tuttora sotto controllo oligarchico (nel sistema elettorale automatizzato giudicato il più trasparente e sicuro di tutto l’emisfero), che possa portare a interventi repressivi tali da poter gridare alla dittatura e invocare interventi esterni, diretti, o per interposta Colombia (a cui parecchio costerebbe, vista la funzione di quinta colonna interna che la sua robusta guerriglia e l’impetuosa nuova opposizione politica assumerebbero, sul modello del PKK curdo e delle sinistre in Turchia a contrasto del bellicismo antisiriano di Erdogan). Intanto, secondo molti, un campanello d’allarme e una prima prova di terrorismo destabilizzante sono stati, a fine agosto, l’esplosione e l’incendio di Amuay, la più grande raffineria del paese, una delle maggiori del mondo, garanzia del controllo nazionale sul ciclo petrolifero che prima era delocalizzato nelle raffinerie Usa. 40 morti  e scatenamento dell’informazione oligarchica su presunte responsabilità della gestione statale. Insicurezza e panico, basi su cui costruire un discontento di massa, campagne di demonizzazione e interventi esterni. L’inchiesta è in corso.
 
 
Voci della rivoluzione
Juan Contreras lo incontro a Caracas nel quartiere “23 gennaio”, casamatta rivoluzionaria fin dai tempi della lotta armata contro dittatori e despoti della seconda metà del secolo scorso. Militante rivoluzionario marxista, con la solita passione latinoamericana per Gramsci, è il fondatore e leader della Coordinadora Simon Bolivar. Il suo quartiere, roccaforte proletaria da quando il dittatore Jimenez sconvolse Caracas con il modernismo straccione dell’urbanistica da massimo sfruttamento del suolo, vanta la più bella distesa di murales della capitale. Narra le vicende di una lotta che origina nell’800 della liberazione anticoloniale e prosegue fino ai temi e obiettivi di oggi. Immancabile su tante pareti Che Guevara, mentre sulla parete in fondo alla sala delle assemblee, tra le tante di lotte in giro per il mondo, pende una bandiera dei nostri Cobas.
La base fondamentale del nostro processo è il movimento popolare che ha ancora molti compiti davanti a sé”, dice Juan. “Tra quelli principali è liberarsi della vecchia struttura dello Stato, marcata dalla logica del capitale. Chavez sottolinea il problema della transizione alla maniera di Gramsci: siamo intrappolati in uno Stato che rifiuta di morire e uno Stato che rifiuta di nascere. Dobbiamo liberarci delle vecchie strutture, quelle che impediscono l’avanzata del processo guidato da Chavez. Ci sono alcuni al vertice che pensano di poter imporre una rivoluzione dall’alto, ma noi ci troviamo in una fase di passaggio e senza la forza e le idee del movimento di massa non si andrebbe avanti. Dall’8 ottobre di quest’anno, il giorno dopo le elezioni presidenziali, il nostro obiettivo deve essere di contribuire a costruire una vera democrazia, rappresentativa e, come diciamo noi, protagonica. Protagoniste le masse. Il processo dal 1998 al 2012 è stato un processo di risveglio politico, di maturazione delle coscienze, di consegna alle masse di strumenti di riscatto sociale, economico e culturale. Ora è il tempo per passare all’incasso, con il popolo che assume il suo ruolo storico di protagonista. Non viviamo in una società perfetta. Abbiamo ancora un sacco di cose da fare, ma almeno conosciamo i nostri problemi. Stiamo costruendo una nuova società fondata sul lavoro di donne e uomini che, inevitabilmente, hanno debolezze.
Sono le idee e le parole di gente come Juan Contreras, e che lui auspica continuino ad essere quelle di Chavez e della sua squadra, che hanno posto il Venezuela al centro della geografia del pianeta. Sono i fatti e i propositi che mandano i brividi per la schiena di chi conta di trasformare questa geografia, la comunità sana dei popoli e delle classi, in dittatura dell’1%. Nel deserto che stiamo attraversando noialtri, dove non c’è riflesso d’acqua ma solo luci di miraggio, siamo al punto dove la speranza è l’ultima a morire. Ma dal Venezuela, dall’America Latina, si aprono sorgenti che promettono di far fiorire i deserti. Travolgendo coloro che ci vogliono convincere che l’ultima speranza è quella di morire.