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domenica 24 aprile 2016

Le ragioni nascoste della Guerra all'Iraq

 di Robert Parry (da Consortiumnews)
 
Dieci anni dopo che il presidente George W. Bush ordinò, senza che ci fosse stata alcuna provocazione, l'invasione dell'Iraq, resta ancora il mistero del perché. C'era la spiegazione, rifilata nel 2002-2003 a un popolo americano pieno di paura, di un Saddam Hussein che si preparava a un attacco con armi di distruzione di massa, ma nessuno di quelli in posizioni di potere ci credeva davvero.
C'erano altre spiegazioni plausibili: George Bush il Giovane voleva vendicare un supposto affronto contro George Bush il Vecchio, e al contempo surclassare il padre nella veste di “presidente di guerra”; il vicepresidente Cheney aveva messo gli occhi sulle ricchezze petrolifere dell'Iraq; e, infine, il Partito Repubblicano vedeva l'opportunità di creare una “maggioranza permanente” a seguito di una gloriosa vittoria in Medio Oriente.
Per quanto i sostenitori di George W. Bush negassero energicamente di essere motivati da ragionamenti tanto volgari, simili spiegazioni sembravano quelle più vicine alla verità. Tuttavia, dietro il desiderio di conquistare l'Iraq c'era un'ulteriore forza trainante: la credenza dei neoconservatori che quella conquista sarebbe stata il primo passo verso l'instaurazione di regimi compiacenti (con gli USA) in tutto il Medio Oriente, permettendo a Israele di imporre ai suoi vicini condizioni di pace non negoziabili.
Queste motivazioni sono state spesso imbellettate col concetto di “democratizzazione” del Medio Oriente, ma l'idea assomigliava di più a una forma di “neocolonialismo”, in cui proconsoli americani avrebbero assicurato che leader designati, come Ahmed Chalabi dell'Iraqi National Congress, acquisissero il controllo di quei paesi, allineandoli agli interessi degli Stati Uniti e Israele.
Alcuni analisti fanno risalire quest'idea al Project for the New American Century, documento neocon dei tardi anni 90, che auspicava un “cambio di regime” in Iraq. Ma le sue origini risalgono due eventi determinanti dei primi anni 90.
Il primo di questi momenti cruciali venne nel 1990-91, quando il presidente George H. W. Bush sfoggiò un progresso tecnologico dell'apparato militare statunitense senza precedenti. Quasi dal momento in cui Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait, il dittatore iracheno comincio a manifestare la volontà di ritirarsi, avendo dato una lezione di politica di potenza all'arrogante famiglia al-Sabah (regnante in Kuwait).
Ma l'amministrazione di Bush il Vecchio non aveva intenzione di negoziare una soluzione pacifica all'invasione del Kuwait. Invece di permettere a Hussein di ritirarsi con ordine, Bush cominciò a esasperarlo, coprendolo di insulti e bloccando ogni strategia di ritiro che gli permettesse di salvare la faccia.
Gli abboccamenti di pace da parte di Hussein, e più tardi da parte del presidente sovietico Mikhail Gorbachev, furono respinti al mittente, intanto che Bush il Vecchio attendeva l'occasione di dar prova delle sbalorditive capacità militari del suo Nuovo Ordine Mondiale. Perfino il comandante statunitense sul campo, il generale Norman Schwartzkopf, propendeva per il piano di Gorbachev di permettere [senza interventi] il ritiro delle forze irachene, ma Bush era determinato ad avere la sua guerra di terra.
Di conseguenza, il piano di Gorbachev venne scartato, e la guerra di terra ebbe inizio con il massacro delle truppe irachene, in gran parte formate da coscritti, falciate e incenerite mentre fuggivano verso l'Iraq. Dopo cento ore, Bush il Vecchio fermò la carneficina. In seguito egli rivelò una componente decisiva delle proprie motivazioni, dichiarando: “Ci siamo sbarazzati della Sindrome del Vietnam una volta per tutte.” [Per i dettagli, vedi, sempre di Robert Parry, Secrecy & Privilege: Rise of the Bush Dynasty from Watergate to Iraq]
 

I neocon fanno festa
 

La Washington che conta prese atto di queste nuove realtà e del rinnovato entusiasmo bellico del pubblico. In un numero uscito dopo la guerra, Newsweek dedicò un'intera pagina alle frecce “su e giù” del suo “Conventional Wisdom Watch” [Osservatorio dell'Opinione Corrente]. Bush ottenne una grossa freccia in su, accompagnata dal commento sbarazzino: “Dominatore dei sondaggi. Ammirate le mie percentuali, o Democratici, e disperate [1].”
Invece, per il suo tentativo dell'ultimo minuto di negoziare il ritiro iracheno, Gorbachev ebbe una freccia in giù: “Restituisci il Nobel, Compagno Traditore. PS I tuoi carri armati fanno schifo.” Perfino il Vietnam si prende una freccia in giù: “Dov'è che sta? Dite che anche lì c'è stata una guerra? E chi se ne importa?”
I commentatori neocon, che già spadroneggiavano nel panorama intellettuale di Washington, potevano a malapena porre un limite al loro gaudio con l'unico disappunto, che Bush il vecchio avesse smesso troppo presto col tiro al piccione iracheno, mentre avrebbe dovuto prolungare il massacro fino a Bagdad.
Anche il popolo americano fece entusiasticamente sua quella vittoria asimmetrica, celebrandola con parate trionfali, stelle filanti e fuochi d'artificio in onore degli eroi conquistatori. Il circo di questi cortei della vittoria si prolungo per mesi interi, con centinaia di migliaia a ingorgare Washington, per quella che venne chiamata “la madre di tutte le parate.”
Gli americani comprarono le magliette di Desert Storm a camionate; i bambini vennero lasciati arrampicarsi su carri armati e altro materiale bellico; la festa si concluse con quella che fu chiamata “la madre di tutti gli spettacoli pirotecnici.” Il giorno seguente, il Washington Post immortalò lo spirito del momento col titolo: “Una storia d'amore al centro commerciale – La gente e le macchine di guerra.”
Il comune sentire patriottico si estese all'esercito mediatico di Washington, lieto di levarsi di dosso la soma dell'obbiettività professionale per potersi unire al tripudio nazionale.
Durante il ricevimento annuale del Gridiron Club, occasione in cui stagionati funzionari governativi e giornalisti di spicco fanno comunella per una serata di puro spasso, gli uomini e le donne dei mezzi di informazione applaudirono freneticamente qualunque cosa assomigliasse a una divisa.
Il momento clou della serata fu uno speciale omaggio alle “truppe”: la lettera a casa di un soldato, recitata con il sottofondo di “Ashokan Farewell” di Jay Ungar. Alla musica vennero aggiunti versi creati appositamente in onore di Desert Storm, e i giornalisti-cantanti del Gridiron intervennero al momento del coro: “Through the fog of distant war / Shines the strenght of their devotion / To honor, to duty, / To sweet liberty.” [2]
Tra i convitati del ricevimento c'era il Segretario alla Difesa Cheney, che prese atto di come il corpo giornalistico di Washington si stesse genuflettendo di fronte a un conflitto così popolare. Riferendosi a quell'omaggio, Cheney osservò, non senza meraviglia, “Di solito dalla stampa non ci si aspetta una partecipazione tanto sfrenata.”
Il mese successivo, alla cena dei corrispondenti dalla Casa Bianca, quando fu annunciato il generale Schwarzkopf giornalisti e ospiti celebri applaudirono entusiasticamente. “Sembrava una première di Hollywood,” commentò un giornalista, riferendosi ai riflettori che mulinavano intorno al comandante.
L'opinionista neocon Charles Krauthammer fece una ramanzina agli scarsi dissidenti che avevano trovato inquietante vedere la stampa strisciare ai piedi di presidente ed esercito. “Scioglietevi un po', ragazzi,” scrisse “Alzate i calici, lanciate in aria il cappello, agitate un pon pon per gli eroi di Desert Storm. Se così vi sembra di vivere a Sparta, fatevi un altro bicchiere.”
 

L'egemonia americana 

Insieme ad altri osservatori, i neocon avevano constatato come la tecnologia avanzata degli USA avesse cambiato la natura del conflitto bellico. Le “bombe intelligenti” annichilivano obbiettivi inermi; il sabotaggio elettronico spezzava la catena di comando nemica; le truppe americane, col loro equipaggiamento sofisticato, sbaragliavano gli iracheni coi loro sbiellati tank di fabbricazione sovietica. L'immagine della guerra si era fatta facile e divertente, con pochissime perdite statunitensi.
In seguito, il collasso dell'Unione Sovietica nel 1991 rimosse l'ultimo ostacolo all'egemonia degli Stati Uniti. L'unico problema che restava, per i neocon, era come ottenere e conservare la presa sulle leve del potere americano. Tuttavia, le suddette leve scapparono loro di mano, quando Bush il Vecchio rivolse i propri favori a consiglieri per la politica estera di atteggiamento “realista”, e quindi con l'elezione di Bill Clinton nel 1992.
Ma nei primi anni 90 i neocon avevano ancora molte carte da giocare, dato il credito guadagnato lavorando nell'amministrazione Reagan e le alleanze stipulate con altri falchi come Cheney. Inoltre i neocon avevano conquistato spazi importanti sulle pagine d'opinione di quotidiani di spicco, come il Washington Post e il Wall Street Journal, e posizioni chiave all'interno dei maggiori think tank di politica estera.
Un altra svolta ebbe luogo nel contesto dell'infatuazione dei neocon per i leader del Likud israeliano. Verso la metà degli anni 90, importanti figure neocon, tra cui Richard Perle e Douglas Feith, lavorarono per la campagna elettorale di Benjamin Netanyahu, eliminando dal tappeto le vecchie idee di un negoziato di pace coi vicini arabi di Israele.
Piuttosto che affrontare i dispiaceri di un negoziato per una soluzione a due stati del problema palestinese o avere a che fare con la seccatura degli Hezbollah libanesi, i neocon al seguito di Netanyahu decisero che era venuto il momento di un audace cambio di direzione, che delinearono nel 1996 in uno studio strategico dal titolo A Clean Break: A New Stategy for Securing the Realm [Un Taglio Netto: Una Nuova Strategia per la Sicurezza Del Territorio][3].
Il documento sosteneva l'idea che soltanto un “cambiamento di regime” nei paesi musulmani ostili avrebbe potuto ottenere il necessario “taglio netto” allo stallo diplomatico seguito agli inconcludenti colloqui di pace israelo-palestinesi. Operando questo “taglio netto”, Israele non avrebbe più cercato la pace tramite il compromesso, ma piuttosto attraverso lo scontro, includendo anche la rimozione violenta di leader come Saddam Hussein, sostenitori dei nemici ai confini di Israele.
Il piano definiva la cacciata di Hussein “un importante e legittimo obbiettivo strategico di Israele,” che inoltre avrebbe destabilizzato la dinastia Assad in Siria, facendo carambolare le tessere del domino fino in Libano, dove Hezbollah si sarebbe presto ritrovato senza il loro insostituibile alleato siriano. Anche l'Iran si sarebbe potuto trovare nel mirino del “cambio di regime.”


L'assistenza americana
 

Ma per il “taglio netto” era necessaria la potenza militare degli Stati Uniti, perché obbiettivi come l'Iraq erano troppo distanti o troppo forti per essere sconfitti dal pur efficientissimo esercito israeliano. Un passo così arrischiato avrebbe avuto per Israele un prezzo spropositato, in costi economici e di vite umane.
Nel 1998 il pensatoio neocon fece fare al piano del “taglio netto” un ulteriore passo avanti, creando il Project for the New American Century, che cominciò a premere su Clinton perché si impegnasse nella defenestrazione di Saddam Hussein.
Tuttavia, Clinton si spinse solo fino a un certo punto, mantenendo un embargo durissimo contro l'Iraq e una “no-fly zone” che comportava periodici bombardamenti da parte dell'aviazione statunitense. Al momento, quindi, sia con Clinton sia col suo supposto successore, AL Gore, un'invasione in piena regola dell'Iraq sembrava fuori questione.
Il primo maggiore ostacolo politico venne rimosso quando i neocon, nelle elezioni del 2000, contribuirono ad architettare l'ascesa di George W. Bush alla presidenza. Tuttavia, la strada non si sgombrò del tutto finché i terroristi di al-Qaeda non attaccarono New York e Washington l'11 settembre 2001, lasciandosi dietro, in tutta America, un clima favorevole a guerra e vendetta.
Naturalmente, Bush il Giovane doveva attaccare per primo l'Afghanista, dove al-Qaeda aveva la sua base principale, ma subito dopo si rivolse verso il bersaglio bramato dai neocon, l'Iraq. Oltre a essere la patria del già demonizzato Saddam Hussein, l'Iraq offriva altri vantaggi strategici. Non era densamente popolato come altri suoi vicini, ed era posizionato grosso modo tra Iran e Siria, altri obbiettivi di punta.
In quegli esaltanti giorni del 2002-2003, una battuta spiritosa dei neocon poneva il quesito di cosa fare dopo aver cacciato Saddam Hussein dall'Iraq, se andare a est, verso l'Iran, o a ovest, verso la Siria. La battuta finiva così: “I veri uomini vanno a Teheran.”
Ma prima bisognava sconfiggere l'Iraq, mentre il piano di ristrutturazione del Medio Oriente per renderlo prono agli interessi di Stati Uniti e Israele doveva tenere un profilo basso, in parte per l'eventuale scetticismo dell'americano medio, e in parte perché gli esperti avrebbero potuto mettere in guardia sui pericoli di una strategia imperiale che gli USA non avrebbero potuto permettersi.
Così Bush il Giovane, il vice presidente Cheney e i loro consiglieri neocon picchiarono sul tasto dolente nell'animo degli americani, ancora terrorizzati dall'orrore dell'11 settembre. Ci si inventò che Saddam Hussein era in possesso di riserve di armi di distruzione di massa che era pronto a fornire ad al-Qaeda, permettendo ai terroristi di recare danni ancora maggiori agli Stati Uniti.
 

Far imbizzarrire l'America

I neocon, alcuni dei quali cresciuti in in famiglie di sinistrorsi trotskisti, si vedevano come una sorta di “avanguardia” politica che usasse tecniche “agit-prop” per manipolare il “proletariato” americano. Lo spauracchio delle armi di distruzione di massa venne visto come il sistema migliore per scatenare il panico nel gregge americano. A cose fatte, così ragionavano i neocon, la vittoria militare in Iraq avrebbe consolidato il sostegno popolare per la guerra e avrebbe permesso l'attuazione delle fasi successive, i “cambi di regime” in Iran e Siria.
All'inizio il piano sembrò funzionare, visto che l'esercito degli Stati Uniti incalzò e sopraffece l'esercito iracheno e conquistò Bagdad in tre settimane. Bush il Giovane festeggiò presentandosi sulla USS Abraham Lincoln con tanto di giubbotto da pilota, declamando il suo discorso sotto uno striscione che dichiarava “Missione Compiuta.”
E tuttavia, nel piano qualcosa cominciò ad andar storto quando il proconsole neocon Paul Bremer, perseguendo un modello di regime neocon, si sbarazzò di tutte le infrastrutture di governo irachene, smantellò quasi del tutto lo stato sociale e sciolse l'esercito. In più, il leader favorito dai neocon, l'esule Ahmed Chalabi, si rivelò privo di qualsiasi sostegno da parte del popolo iracheno.
Fece la sua apparizione una resistenza armata, che utilizzava armi a bassa tecnologia come gli “improvised explosive devices” [ordigni esploisivi improvvisati]. Ben presto, non solo c'erano migliaia di morti tra i soldati americani, ma l'Iraq veniva lacerato dalle antiche rivalità settarie tra scitti e sunniti. Ne derivarono orribili scene di caos e violenza.
Invece di acquistare popolarità tra gli americani, la guerra cominciò a perdere consensi, recando vantaggi elettorali ai Democratici nel 2006. I neocon si barcamenarono per mantenere la loro influenza promuovendo, nel 2007, un fittizio ma vittorioso “surge” [balzo], apparentemente efficace nel trasformare in trionfo un'imminente sconfitta. Ma la verità era che il “surge” aveva solo rimandato l'inevitabile fallimento dell'impresa statunitense.
Con l'allontanamento di George W. Bush nel 2009, e l'arrivo di Barack Obama, anche i neocon arretrarono. All'interno dell'esecutivo la loro influenza declinò, anche se continuavano a mantenere forti posizioni nei think tank di Washington e sulle pagine di opinione di media nazionali importanti come il Washington Post.
I recenti sviluppi nella regione mediorientale hanno creato nei neocon nuove speranze per i loro vecchi progetti. La Primavera Araba del 2011 ha portato a sommovimenti sociali in Siria, dove la dinastia di Assad, sostenuta da non-sunniti, ha conosciuto l'assalto da un insurrezione a guida sunnita, che annoverava tra le sue file qualche riformatore democratico ma anche jihadisti radicali.
Intanto l'Iran subiva dure sanzioni economiche, per via dell'opposizione internazionale al suo programma nucleare. Sebbene il presidente Obama vedesse le sanzioni come un mezzo per costringere l'Iran ad accettare limitazioni al suo programma nucleare, alcuni neocon fantasticavano su come strumentalizzare le sanzioni in vista di un “cambio di regime.”
Ad ogni modo, la sconfitta nel novembre 2012 di Mitt Romney, favorito dei neocon, da parte di Obama, e lìallontanamento dai vertici della CIA del loro alleato David Petraeus, sono stati un brutto colpo per le aspirazioni neocon alla guida della politica estera statunitense. Oggi sono costretti a cercare il modo di sfruttare la loro tuttora ampia influenza nei circoli politici di Washington, sperando in eventi favorevoli all'estero che spingano Obama ad atteggiamenti più aggressivi nei confronti di Iran e Siria.
Per i neocon resta inoltre cruciale che l'americano medio non rifletta troppo sui retroscena della disastrosa guerra in Iraq, il cui decimo anniversario, per quanto li riguarda, non passerà mai abbastanza presto.
 

note del traduttore
 

[1] La seconda frase è una parafrasi di un verso di Shelley, dal sonetto Ozymandias. Dato il contenuto della poesia, la pesante ironia che ne deriva sarà stata sicuramente involontaria.
[2] Ashokan Farewell è una ballata in stile scozzese, dal carattere melanconico, composta dal musicista statunitense Jay Ungar nel 1982. Negli USA è diventata celebre come parte della colonna sonora di un serial televisivo dedicato alla Guerra Civile, tanto che in molti credono si tratti di un brano tradizionale risalente a quel periodo. Nel serial è anche presente una scena, commentata dalla canzone, in cui un ufficiale scrive una lettera alla moglie, prima della battaglia in cui cadrà sotto il fuoco nemico (si tratta di un personaggio storico, e la sua missiva è un testo famoso)! I versi citati grosso modo significano “Attraverso la nebbia di una lontana guerra / Risplende la luce della loro devozione / verso l'onore, il dovere, / verso la dolce libertà”. Tutto ciò ricorda sinistramente Gli Ultimi Giorni dell'Umanità.
[3] Disponibile in traduzione italiana qui. In questo contesto “realm” non vuol dire “regno”, ma paese, entità territoriale.

[articolo del 20 marzo 2013]
traduzione per Doppiocieco
di Domenico D'Amico

sabato 16 agosto 2014

ISIS: Che fare?

dal Blog di Beppe Grillo

Veramente utile questo sunto. Un vademecum essenziale per capire cosa succede là fuori.



"Dagli anni '20 ai '60
A Sèvres, nel 1921, Francia e Gran Bretagna si spartirono i possedimenti mediorientali dell'ormai decaduto Impero Ottomano.
Alla Francia andarono Libano e Siria, alla GB la Palestina, la Transgiordania e l'odierno Iraq. I confini vennero segnati utilizzando matite, righelli e, probabilmente, sotto l'influsso di qualche coppa di champagne.
Altrimenti come ci si potrebbe spiegare l'invenzione folle del Regno dell'Iraq, uno stato abitato, oltre che da decine di minoranze, da tre popolazioni profondamente diverse tra loro: i curdi, gli sciiti e i sunniti?
La drammatica storia dell'Iraq nasce tutta da qui. Colpi di stato, spinte autonomiste curde, resistenze sunnite, attentati sciiti, difesa del controllo petrolifero da parte del Regno Unito, intervento della Germania nazista. Non si sono fatti mancare nulla fuorché la pace.
La CIA e i colpi di Stato che fanno meno scalpore del terrorismo
Durante la crisi di Suez Baghdad divenne la principale base inglese, nel 1958 venne abolita la monarchia e nel 1963, anche in chiave anti-sovietica, la CIA favorì un colpo di stato per deporre Abd al-Karim Qasim, l'allora premier iracheno, colpevole di aver approvato una norma che proibiva l'assegnazione di nuove concessioni petrolifere alle multinazionali straniere. In Iraq, tra deserto, cammelli e rovine babilonesi accadde quel che già si era visto all'ombra delle piramidi maya nel 1954 quando Allen Dulles*, direttore della CIA, armò truppe mercenarie honduregne per buttare giù Jacobo Arbenz, il Presidente del Guatemala regolarmente eletto, colpevole di voler espropriare le terre inutilizzate appartenenti alla statunitense United Fruit Company e distribuirle ai contadini. Risultato? Presidenti fantoccio, guerra civile e povertà.
Mi domando per quale razza di motivo si provi orrore per il terrorismo islamico e non per i colpi di stato promossi dalla CIA. Destituire, solo per osceni interessi economici, un governo regolarmente eletto con la conseguenza di favorire una guerra civile è meno grave di far esplodere un aereo in volo?
L'Iraq, come il Guatemala o il Congo RCD hanno avuto il torto di possedere delle risorse. I poveri hanno il torto di avere ricchezza sotto ai piedi. Il petrolio iracheno è stato il peggior nemico del popolo iracheno. A Baghdad nel 1960, tre anni prima della deposizione di Qasim, Iraq, Iran, Venezuela e Arabia Saudita avevano fondato l'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC), per contrastare lo strapotere delle “7 sorelle”, le principali compagnie petrolifere mondiali così chiamate da Enrico Mattei, il Presidente dell'ENI di quegli anni.
Mattei e la sovranità nazionale in Medio Oriente
Una digressione su Mattei è d'obbligo, se non altro per capire quanto, dall'invenzione del “profitto ad ogni costo”, ogni industriale, stato sovrano o partito politico si sia messo contro il capitalismo internazionale abbia fatto una brutta fine. E' successo a brave persone e a delinquenti, a politici democratici e a dittatori sanguinari difesi fino a che lo spargimento di sangue dei quali erano responsabili non avesse intaccato gli interessi del grande capitale. Mattei, dopo aver concluso importanti affari con l'Iran, si stata avvicinando a Qasim quest'ultimo alla ricerca di un nuovo partner commerciale che gli garantisse maggiori introiti di quelli concessi dagli inglesi. La sacrosanta ricerca di sovranità economica, politica ed energetica da parte di alcuni paesi mediorientali era ben vista da Mattei il quale, mosso da una intraprendenza tipicamente italiana e dall'ambizione di fare gli interessi dello Stato, ne scorgeva un'opportunità imperdibile.
Quando nel 1961 il Regno Unito concesse l'indipendenza al Kuwait Mattei fiutò l'affare. Baghdad ha sempre ritenuto il Kuwait parte del suo territorio e quando la GB lo proclamò stato sovrano Qasim si indignò per lo smacco subito convincendosi della necessità di trovare nuovi paesi con cui concludere affari**. Mattei e Qasim, nonostante il primo ministro Fanfani e il ministro degli esteri Segni negarono qualsiasi coinvolgimento italiano, iniziarono una serie di trattative e, sembra, che dei tecnici ENI si recarono in Iraq. Quel che è certo è che le 7 sorelle sono come i fili della luce: “se li tocchi muori”. Tre mesi e mezzo prima che Qasim, con il beneplacito della CIA, venisse trucidato a Baghdad, Mattei esplode in aria con il suo aereo privato. I mandanti e gli esecutori del suo assassinio sono ancora ignoti tuttavia è bene ricordare che Tommaso Buscetta, il pentito che descrisse per filo e per segno la struttura di “Cosa Nostra” a Giovanni Falcone, dichiarò che Mattei venne ucciso dalla mafia per fare “un favore agli stranieri” e che Mauro De Mauro, il giornalista che stava indagando sulla morte di Mattei, venne rapito e ucciso da Mimmo Teresi su ordine di Stefano Bontade***.
Il futuro è nero, come l'oro che fa scorrere il sangue
In “La verità nascosta sul petrolioEric Laurent scrive: “Il mondo del petrolio è dello stesso colore del liquido tanto ricercato: nero, come le tendenze più oscure della natura umana. Suscita bramosie, accende passioni, provoca tradimenti e conflitti omicidi, porta alle manipolazioni più scandalose”.
Conflitti omicidi, manipolazioni scandalose, tradimenti”. Queste parole sembrano descrivere perfettamente la storia dell'Iraq moderno.
Saddam Hussein divenne Presidente della Repubblica irachena nel 1979 sostituendo Al-Bakr, l'ex-leader del partito Ba'th che qualche anno prima aveva nazionalizzato l'impresa britannica Iraq Petroleum Company. Saddam, con l'enorme denaro ricavato dalla vendita di petrolio, cambiò radicalmente il Paese. Sostituì la legge coranica con dei codici di stampo occidentale, portò la corrente fino ai villaggi più poveri, fece approvare leggi che garantivano maggiori diritti alle donne. L'istruzione e la salute divennero gratuite per tutti. In quegli anni di profonda instabilità regionale il regime di Saddam divenne un esempio di ordine e sicurezza. Tuttavia tutto questo ebbe un prezzo. I cristiani non erano un pericolo per il regime e vennero lasciati in pace ma i curdi, vuoi per le loro spinte autonomiste che per la loro presenza potenzialmente pericolosa in zone ricche di petrolio, vennero colpiti, discriminati e spesso trucidati. Lo stesso avvenne agli sciiti che non abbassavano la testa. Quando Saddam gli riversò contro le armi chimiche fornitegli dagli USA in chiave anti-iraniana nessuna istituzione statunitense parlò di genocidio, di diritti umani violati, di terrorismo islamico. Saddam era ancora un buon amico. L'amichevole stretta di mano tra il leader iracheno e Donald Rumsfeld, all'epoca inviato speciale di Reagan, dimostra quanto per gli USA la violenza è un problema a giorni alterni. Negli anni '80 Washington era preoccupata dall'intraprendenza economica di Teheran e Saddam era un possibile alleato per contrastare la linea anti-occidentale nata in Iran con la rivoluzione del '79.
Anni di guerre
Tuttavia, sebbene la Repubblica islamica iraniana fosse apertamente anti-americana gli USA fornirono armi a Teheran durante la guerra Iran-Iraq. Il denaro è sempre denaro! Con i proventi della vendita di armi all'Iran gli USA finanziarono tra l'altro i paramilitari delle Contras che avevano come obiettivo la destituzione in Nicaragua del governo sandinista regolarmente eletto.
Ovviamente gli USA (anche l'URSS - la guerra fredda diventava tiepida se si potevano fare affari assieme) finanziarono contemporaneamente Saddam. Il sogno dell'industria bellica, una guerra infinita combattuta da due forze equivalenti, era diventato realtà. Per diversi anni le potenze occidentali lasciarono Iraq e Iran a scannarsi tra loro. Un milione di morti dell'epoca non valevano, evidentemente, le migliaia di vittime provocate dall'avanzata dell'ISIS di questi giorni. Le multinazionali della morte appena finito di parlare con Saddam alzavano la cornetta e chiamavano Teheran. «Ho appena venduto all'Iraq 200 carri armati ma a te ti do a un prezzo stracciano questa batteria anticarro». Le cose cambiarono quando l'esercito iraniano prese il sopravvento. Teheran stava per espugnare Bassora quando gli USA, sedicenti cacciatori di armi chimiche in tutto il mondo, inviarono una partita di gas cianuro a Saddam il quale non perse tempo e lo utilizzò per respingere le truppe iraniane. Ma si sa, gli USA sono generosi e di gas ne inviarono parecchio. Saddam pensò bene di utilizzarne la restante parte per gassare l'intera popolazione curda del villaggio di Halabja ma in occidente nessuno si strappò le vesti, il dittatore era ancora un buon amico. Saddam divenne un acerrimo nemico quando invase il Kuwait. Anche in quel caso non furono i morti o le centinaia di migliaia di profughi a preoccupare i funzionari di Washington sempre a stretto contatto con Wall Street. La conquista irachena del Kuwait metteva in pericolo gli interessi economici statunitensi. Una cosa inaccettabile per chi da anni lavora per il controllo mondiale del petrolio. L'operazione “Desert Storm” venne lanciata, il Kuwait “liberato” ma Saddam rimase al suo posto. Un'eccessivo indebolimento dell'Iraq avrebbe favorito Teheran e questo sarebbe stato intollerabile. I bombardamenti USA causarono oltre 30.000 bambini morti ma erano “bombe a fin di bene”.
L'11 settembre
L'attentato alle Torri Gemelle fu una panacea per il grande capitale nordamericano. Forse anche a New York qualcuno “alle 3 e mezza di mattina rideva dentro il letto” come capitò a quelle merde dopo il terremoto a L'Aquila. Quei 3.000 morti americani vennero utilizzati come pretesto per attaccare l'Afghanistan, un paese con delle leggi antitetiche rispetto al nostro diritto ma che con il terrorismo internazionale non ha mai avuto a che fare, e l'Iraq. Era ormai tempo di buttare giù Saddam e prendere il pieno controllo del petrolio iracheno. La vittoria della Nato fece piombare il Paese in una guerra civile senza precedenti e le fantomatiche armi di distruzione di massa non vennero mai trovate. Ripeto, Saddam le aveva, ahimè, già utilizzate e gli USA lo sapevano benissimo. A questo punto mi domando quanto un miliziano dell'ISIS capace di decapitare con una violenza inaudita un prigioniero sia così diverso dal Segretario di Stato Colin Powell colui che, mentendo e sapendo di mentire, mostrò una provetta di antrace fornitagli da chissà chi per giustificare l'imminente attacco all'Iraq. Una guerra che ha fatto un numero di morti tra i civili migliaia di volte superiore a quelli provocati dallo Stato Islamico in queste settimane. La sconfitta del sunnita Saddam Hussein scatenò la popolazione sciita che covava da anni desideri di vendetta. Attentati alle reciproche moschee uccisero migliaia di persone. Da quel giorno in Iraq c'è l'inferno ma i responsabili fanno shopping sulla Fifth Avenue e vacanze alla Caiman. L'avanzata violenta, sanguinaria, feroce dell'ISIS è soltanto l'ultimo atto di una guerra innescata dai partiti occidentali costretti a restituire i favori ottenuti dalle multinazionali degli armamenti durante le campagne elettorali. Comprare F35 mentre l'Italia muore di fame o bombardare un villaggio iracheno mettendo in prevenivo i “danni collaterali” sono azioni criminali che hanno la stessa matrice: il primato del profitto sulla politica.
Cosa fare adesso?
L'ISIS avanza, conquista città importanti e minaccia migliaia di cristiani. In tutto ciò l'esercito iracheno, creato e addestrato anche con i soldi dei contribuenti italiani, si è liquefatto come neve al sole dimostrando, se ancora ve ne fosse bisogno, il totale fallimento del progetto made in USA che noi abbiamo sposato senza diritto di parola. E' evidente che la comunità internazionale e l'Italia debbano prendere una posizione. Se non è semplice scegliere cosa fare, anche se delle idee logiche già esistono, è elementare capire quel che non si debba più fare.
1) Innanzitutto occorre mettere in discussione, una volta per tutte, la leadership nordamericana. Gli USA non ne hanno azzeccata una in Medio Oriente. Hanno portato morte, instabilità e povertà. Hanno dichiarato guerra al terrorismo e il risultato che hanno ottenuto è stato il moltiplicarsi del fenomeno stesso. A Roma, nel 2003, manifestammo contro l'intervento militare italiano in Iraq. Uno degli slogan era “se uccidi un terrorista ne nascono altri 100”. Siamo stati profeti anche se non ci voleva un genio per capirlo. Pensare di fermare la guerra in atto in Iraq armando i curdi è una follia che non credo che una persona intelligente come il Ministro Mogherini possa davvero pensare. Evidentemente le pressioni che ha subito in queste settimane e il desiderio che ha di occupare la poltrona di Ministro degli esteri della Commissione europea, l'hanno spinta ad avallare le posizioni di Obama e degli USA ormai autoproclamatisi, in barba al diritto internazionale, poliziotti del mondo. Loro, proprio loro, che hanno sostenuto colpi di stato in tutto il pianeta, venduto armi a dozzine di dittatori, loro che hanno impoverito mezzo mondo, loro che, da soli, utilizzano oltre il 50% delle risorse mondiali. Loro che hanno invaso Iraq e Afghanistan con il pretesto di distruggere le “cellule del terrore” ma che hanno soltanto progettato oleodotti, costruito a Baghdad la più grande ambasciata USA del mondo ed esportato, oltre alla loro democrazia, 25.000 contractors in Iraq, uomini e donne armati di 24ore che lavorano in tutti i campi, dalle armi al petrolio passando per la vendita di ambulanze. La guerra è davvero una meraviglia per le tasche di qualcuno.
2) L'Italia, ora che ne ha le possibilità, dovrebbe spingere affinché la UE promuova una conferenza di pace mondiale sul Medio Oriente alla quale partecipino i paesi dell'ALBA, della Lega araba, l'Iran, inserito stupidamente da Bush nell'asse del male e soprattutto la Russia un attore fondamentale che l'UE intende delegittimare andando contro i propri interessi per obbedire a Washington e sottoscrivere il TTIP il prima possibile. Essere alleati degli USA non significa essere sudditi, prima di applicare sanzioni economiche a Mosca, sanzioni che colpiscono più le imprese italiane che quelle russe, si dovrebbero pretendere le prove del coinvolgimento di Putin nell'abbattimento dell'aereo malese. Non dovrebbe bastare la parola di Washington, soprattuto alla luce delle menzogne dette sull'Iraq.
3) L'Italia dovrebbe promuovere una moratoria internazionale sulla vendita delle armi. Se vuoi la pace la smetti di lucrare sugli armamenti. «L'economia ne risentirebbe» sostiene qualcuno. Balle! Criminalità, povertà e immigrazione sono il frutto della guerra e la guerra si alimenta di sangue e di armi. Nel 2012 la Lockheed Martin, quella degli F35, ha incassato 44,8 miliardi di dollari, più del PIL dell'Etiopia, del Libano, del Kenya, del Ghana o della Tunisia. Chi si scandalizza dei crimini dell'ISIS è lo stesso che lo arma o, quanto meno, che lo ha armato. «Armiamo i curdi» sostiene la Mogherini. Chi ci dice che una volta vinta la guerra i curdi non utilizzeranno quelle armi sui civili sunniti? In fondo non è già successo con Saddam, con i signori della guerra in Afghanistan o in Libia dove la geniale linea franco-americana che l'Italia ha colpevolmente assecondato, ha eliminato dalla scena Gheddafi facendo cadere il Paese in un caos totale?
4) L'Italia dovrebbe trattare il terrorismo come il cancro. Il cancro si combatte eliminandone le cause non occupandosi esclusivamente degli effetti. Altrimenti se da un lato riduci la mortalità relativa da un altro la crescita del numero di malati fa aumentare ogni anno i decessi. E' logico! Vanno affrontate le cause. Si condanna in Nigeria Boko Haram ma si tace di fronte ai fenomeni di corruzione promossi da ENI che impoveriscono i nigeriani dando benzina alle lotte violente dei fondamentalisti.
5) L'Italia dovrebbe porre all'attenzione della comunità internazionale un problema che va risolto una volta per tutte: i confini degli stati. Non sta scritto da nessuna parta che popolazioni diverse debbano vivere sotto la stessa bandiera. Occorre, finalmente, trovare il coraggio di riflettere su un nuovo principio organizzativo. Troppi confini sono stati tracciati a tavolino con il righello dalle potenze coloniali del '900. L'obiettivo politico (parlo dell'obiettivo politico non delle assurde violenze commesse) dell'ISIS, ovvero la messa in discussione di alcuni stati-nazione imposti dall'occidente dopo la I guerra mondiale ha una sua logica. Il processo di nascita di nuove realtà su base etnica è inarrestabile sia in Medio Oriente che in Europa. Bisogna prenderne atto e, assieme a tutti gli attori coinvolti, trovare nuove e coraggiose soluzioni.
6) Dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione. Questo è un punto complesso ma decisivo. Nell'era dei droni e del totale squilibrio degli armamenti il terrorismo, purtroppo, è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella. E' triste ma è una realtà. Se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato a distanza io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche nonviolente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana. Non sto ne giustificando né approvando, lungi da me. Sto provando a capire. Per la sua natura di soggetto che risponde ad un'azione violenta subita il terrorista non lo sconfiggi mandando più droni, ma elevandolo ad interlocutore. Compito difficile ma necessario, altrimenti non si farà altro che far crescere il fenomeno.
7) Occorre legare indissolubilmente il terrorismo all'ingiustizia sociale. Il fatto che in Africa nera la prima causa di morte per i bambini sotto i 5 anni sia la diarrea ha qualcosa a che fare con l'insicurezza mondiale o con il terrorismo di Boko Haram? Il fatto che Gaza sia un lager ha a che fare con la scelta della lotta armata da parte di Hamas?
8) L'Italia dovrebbe cominciare a pensare alla costruzione di una società post-petrolifera. Il petrolio è la causa della stragrande maggioranza delle morti del XX e XXI secolo. Costruire una società post-petrolifera richiederà 40 anni forse ma prima cominci prima finisci. Non devi aspettare che il petrolio finisca. Come disse Beppe Grillo in uno dei suoi spettacoli illuminanti: «L'energia è la civiltà. Lasciarla in mano ai piromani/petrolieri è criminale. Perché aspettare che finisca il petrolio? L’età della pietra non è mica finita per mancanza di pietre»." Alessadro Di Battista
Note:
*Allen Dulle, famoso per aver preso parte alla “Commissione Warren”, la commissione presidenziale sull'assassinio di JFK, fu contemporaneamente direttore della CIA e avvocato delle United Fruit Company, l'attuale Chiquita. Qualche mese prima di aver sostenuto il colpo di stato ai danni di Arbenz si era macchiato della stessa vergogna in Iran. Sotto la sua direzione, infatti, venne lanciata l'Operazione Ajax per sovvertire il governo presieduto da Mohammad Mossadeq, anch'egli colpevole di aver nazionalizzato l'industria petrolifera il che avrebbe garantito introiti per il popolo iraniano e non più per le imprese anglo-americane.
**Anche in quest'ottica va letta l'invasione del Kuwait da parte di Saddam. Non si è trattato di un capriccio di un pazzo.
***Bontade e Teresi sono i due mafiosi che stipularono il “patto di non-aggressione” con Silvio Berlusconi grazie all'intermediazione criminale di Dell'Utri.