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sabato 5 novembre 2016

Elezioni USA: neoconservatives VS neo-bizantini?

di Giuseppe Masala da facebook

 
Bisogna capire che lo scontro in atto in USA in questo momento è un vero e proprio tornante della storia al pari dei tragici eventi del Settembre 2001. Al di là dell'antipatia personale o la simpatia per uno dei due concorrenti principali e senza lasciarci intossicare il pensiero dalla terrificante campagna elettorale in corso che è una enorme macchina del fango tesa a screditare l'avversario con ogni mezzo e con ogni sorta di notizia manipolata.
In realtà stiamo assistendo ad uno scontro tra due fazioni dell'élite americana. Fazioni che hanno trovato nei due contendenti i loro front-man elettorali.
La posta in gioco è cosa deve essere l'Impero americano nei prossimi decenni e come uscire o almeno stabilizzare la sua evidente crisi. Le visioni in lotta sono le seguenti:

1) I neoconservatives che hanno in Hillary la loro bandiera e vogliono continuare nell'esperienza della "guerra al terrorismo" ovvero nella guerra imperialista tendente a far guadagnare agli USA l'uscita dalla crisi allargando a tutto il mondo la loro sfera d'influenza. Anche con l'utilizzo delle armi, oltre che con le rivoluzioni colorate. Dunque il programma è semplice e ormai ben oleato sulla falsariga del Project for the New American Century : allargare la sfera d'influenza economica con i due trattati transoceanici di libero commercio; quello atlantico con l'UE e quello del pacifico con il Giappone e tutti i paesi rivieraschi dalla Corea alla Malesia. Usare lo strumento militare contro tutto il blocco antagonista. Dunque contro la Cina e la Russia nella speranza che questi crollino a causa di una nuova guerra fredda come crollò l'URSS ma senza disdegnare l'utilizzo diretto della forza se necessario.
2) Alla visione neoconservativa che ha dominato dai tempi di Bush Junior si contrappone un'altra fazione al momento più magmatica e non venuta alla luce in tutti i suoi uomini. Questa è la visione isolazionista e trattativista con il blocco antagonista nascente. Tra i punti finora conosciuti del progetto - di cui Trump è solo il front-man - elettorale vi è la rottura dei trattati TTIP e il TPP. Rinegoziazione in senso isolazionista anche del NATFA e dei trattati WTO. Minor interesse militare per l'Europa e per l'Asia a patto che gli alleati non accettino di pagare la protezione. Trattativa con la Russia e forse anche con la Cina (ma c'è chi parla in realtà di portare la Russia dalla parte degli USA al fine di scardinare l'alleanza russo-cinese). Tra le teste pensanti che appoggiano questa visione vi è Luttwak (che alcuni anni fa scrisse un testo importantissimo nella quale teorizzava un impero americano come nuovo Impero Romano d'Oriente, e quindi come Primus Inter Pares anziché come Dominus mondiale), Woolsey ex direttore CIA e Pieczenik, dottor stranamore al Ministero dell'Interno ai tempi del caso Moro e braccio destro di Kissinger. Peraltro Kissinger non si è esposto sull'elezione ma più di una volta ha ammonito che è l'ora di trattare con la Russia.
Questa è la vera posta in gioco in queste elezioni presidenziali USA. Me ne scuso se l'ho esposta per sommi capi ma spero si capisca che la fanghiglia schifosa che sta traboccando dai mass-media è solo roba per allocchi.
PS Nell'immagine il testo di Luttwak che spiega la strategia trattativista "neo-bizantina" che sostiene Trump (e che ripeto, non è manco detto che Trump comprenda. Lui ha il compito di arringare le masse, mica di capire). Il testo è disponibile in formato Kindle. Il cartaceo è introvabile.

domenica 24 aprile 2016

Le ragioni nascoste della Guerra all'Iraq

 di Robert Parry (da Consortiumnews)
 
Dieci anni dopo che il presidente George W. Bush ordinò, senza che ci fosse stata alcuna provocazione, l'invasione dell'Iraq, resta ancora il mistero del perché. C'era la spiegazione, rifilata nel 2002-2003 a un popolo americano pieno di paura, di un Saddam Hussein che si preparava a un attacco con armi di distruzione di massa, ma nessuno di quelli in posizioni di potere ci credeva davvero.
C'erano altre spiegazioni plausibili: George Bush il Giovane voleva vendicare un supposto affronto contro George Bush il Vecchio, e al contempo surclassare il padre nella veste di “presidente di guerra”; il vicepresidente Cheney aveva messo gli occhi sulle ricchezze petrolifere dell'Iraq; e, infine, il Partito Repubblicano vedeva l'opportunità di creare una “maggioranza permanente” a seguito di una gloriosa vittoria in Medio Oriente.
Per quanto i sostenitori di George W. Bush negassero energicamente di essere motivati da ragionamenti tanto volgari, simili spiegazioni sembravano quelle più vicine alla verità. Tuttavia, dietro il desiderio di conquistare l'Iraq c'era un'ulteriore forza trainante: la credenza dei neoconservatori che quella conquista sarebbe stata il primo passo verso l'instaurazione di regimi compiacenti (con gli USA) in tutto il Medio Oriente, permettendo a Israele di imporre ai suoi vicini condizioni di pace non negoziabili.
Queste motivazioni sono state spesso imbellettate col concetto di “democratizzazione” del Medio Oriente, ma l'idea assomigliava di più a una forma di “neocolonialismo”, in cui proconsoli americani avrebbero assicurato che leader designati, come Ahmed Chalabi dell'Iraqi National Congress, acquisissero il controllo di quei paesi, allineandoli agli interessi degli Stati Uniti e Israele.
Alcuni analisti fanno risalire quest'idea al Project for the New American Century, documento neocon dei tardi anni 90, che auspicava un “cambio di regime” in Iraq. Ma le sue origini risalgono due eventi determinanti dei primi anni 90.
Il primo di questi momenti cruciali venne nel 1990-91, quando il presidente George H. W. Bush sfoggiò un progresso tecnologico dell'apparato militare statunitense senza precedenti. Quasi dal momento in cui Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait, il dittatore iracheno comincio a manifestare la volontà di ritirarsi, avendo dato una lezione di politica di potenza all'arrogante famiglia al-Sabah (regnante in Kuwait).
Ma l'amministrazione di Bush il Vecchio non aveva intenzione di negoziare una soluzione pacifica all'invasione del Kuwait. Invece di permettere a Hussein di ritirarsi con ordine, Bush cominciò a esasperarlo, coprendolo di insulti e bloccando ogni strategia di ritiro che gli permettesse di salvare la faccia.
Gli abboccamenti di pace da parte di Hussein, e più tardi da parte del presidente sovietico Mikhail Gorbachev, furono respinti al mittente, intanto che Bush il Vecchio attendeva l'occasione di dar prova delle sbalorditive capacità militari del suo Nuovo Ordine Mondiale. Perfino il comandante statunitense sul campo, il generale Norman Schwartzkopf, propendeva per il piano di Gorbachev di permettere [senza interventi] il ritiro delle forze irachene, ma Bush era determinato ad avere la sua guerra di terra.
Di conseguenza, il piano di Gorbachev venne scartato, e la guerra di terra ebbe inizio con il massacro delle truppe irachene, in gran parte formate da coscritti, falciate e incenerite mentre fuggivano verso l'Iraq. Dopo cento ore, Bush il Vecchio fermò la carneficina. In seguito egli rivelò una componente decisiva delle proprie motivazioni, dichiarando: “Ci siamo sbarazzati della Sindrome del Vietnam una volta per tutte.” [Per i dettagli, vedi, sempre di Robert Parry, Secrecy & Privilege: Rise of the Bush Dynasty from Watergate to Iraq]
 

I neocon fanno festa
 

La Washington che conta prese atto di queste nuove realtà e del rinnovato entusiasmo bellico del pubblico. In un numero uscito dopo la guerra, Newsweek dedicò un'intera pagina alle frecce “su e giù” del suo “Conventional Wisdom Watch” [Osservatorio dell'Opinione Corrente]. Bush ottenne una grossa freccia in su, accompagnata dal commento sbarazzino: “Dominatore dei sondaggi. Ammirate le mie percentuali, o Democratici, e disperate [1].”
Invece, per il suo tentativo dell'ultimo minuto di negoziare il ritiro iracheno, Gorbachev ebbe una freccia in giù: “Restituisci il Nobel, Compagno Traditore. PS I tuoi carri armati fanno schifo.” Perfino il Vietnam si prende una freccia in giù: “Dov'è che sta? Dite che anche lì c'è stata una guerra? E chi se ne importa?”
I commentatori neocon, che già spadroneggiavano nel panorama intellettuale di Washington, potevano a malapena porre un limite al loro gaudio con l'unico disappunto, che Bush il vecchio avesse smesso troppo presto col tiro al piccione iracheno, mentre avrebbe dovuto prolungare il massacro fino a Bagdad.
Anche il popolo americano fece entusiasticamente sua quella vittoria asimmetrica, celebrandola con parate trionfali, stelle filanti e fuochi d'artificio in onore degli eroi conquistatori. Il circo di questi cortei della vittoria si prolungo per mesi interi, con centinaia di migliaia a ingorgare Washington, per quella che venne chiamata “la madre di tutte le parate.”
Gli americani comprarono le magliette di Desert Storm a camionate; i bambini vennero lasciati arrampicarsi su carri armati e altro materiale bellico; la festa si concluse con quella che fu chiamata “la madre di tutti gli spettacoli pirotecnici.” Il giorno seguente, il Washington Post immortalò lo spirito del momento col titolo: “Una storia d'amore al centro commerciale – La gente e le macchine di guerra.”
Il comune sentire patriottico si estese all'esercito mediatico di Washington, lieto di levarsi di dosso la soma dell'obbiettività professionale per potersi unire al tripudio nazionale.
Durante il ricevimento annuale del Gridiron Club, occasione in cui stagionati funzionari governativi e giornalisti di spicco fanno comunella per una serata di puro spasso, gli uomini e le donne dei mezzi di informazione applaudirono freneticamente qualunque cosa assomigliasse a una divisa.
Il momento clou della serata fu uno speciale omaggio alle “truppe”: la lettera a casa di un soldato, recitata con il sottofondo di “Ashokan Farewell” di Jay Ungar. Alla musica vennero aggiunti versi creati appositamente in onore di Desert Storm, e i giornalisti-cantanti del Gridiron intervennero al momento del coro: “Through the fog of distant war / Shines the strenght of their devotion / To honor, to duty, / To sweet liberty.” [2]
Tra i convitati del ricevimento c'era il Segretario alla Difesa Cheney, che prese atto di come il corpo giornalistico di Washington si stesse genuflettendo di fronte a un conflitto così popolare. Riferendosi a quell'omaggio, Cheney osservò, non senza meraviglia, “Di solito dalla stampa non ci si aspetta una partecipazione tanto sfrenata.”
Il mese successivo, alla cena dei corrispondenti dalla Casa Bianca, quando fu annunciato il generale Schwarzkopf giornalisti e ospiti celebri applaudirono entusiasticamente. “Sembrava una première di Hollywood,” commentò un giornalista, riferendosi ai riflettori che mulinavano intorno al comandante.
L'opinionista neocon Charles Krauthammer fece una ramanzina agli scarsi dissidenti che avevano trovato inquietante vedere la stampa strisciare ai piedi di presidente ed esercito. “Scioglietevi un po', ragazzi,” scrisse “Alzate i calici, lanciate in aria il cappello, agitate un pon pon per gli eroi di Desert Storm. Se così vi sembra di vivere a Sparta, fatevi un altro bicchiere.”
 

L'egemonia americana 

Insieme ad altri osservatori, i neocon avevano constatato come la tecnologia avanzata degli USA avesse cambiato la natura del conflitto bellico. Le “bombe intelligenti” annichilivano obbiettivi inermi; il sabotaggio elettronico spezzava la catena di comando nemica; le truppe americane, col loro equipaggiamento sofisticato, sbaragliavano gli iracheni coi loro sbiellati tank di fabbricazione sovietica. L'immagine della guerra si era fatta facile e divertente, con pochissime perdite statunitensi.
In seguito, il collasso dell'Unione Sovietica nel 1991 rimosse l'ultimo ostacolo all'egemonia degli Stati Uniti. L'unico problema che restava, per i neocon, era come ottenere e conservare la presa sulle leve del potere americano. Tuttavia, le suddette leve scapparono loro di mano, quando Bush il Vecchio rivolse i propri favori a consiglieri per la politica estera di atteggiamento “realista”, e quindi con l'elezione di Bill Clinton nel 1992.
Ma nei primi anni 90 i neocon avevano ancora molte carte da giocare, dato il credito guadagnato lavorando nell'amministrazione Reagan e le alleanze stipulate con altri falchi come Cheney. Inoltre i neocon avevano conquistato spazi importanti sulle pagine d'opinione di quotidiani di spicco, come il Washington Post e il Wall Street Journal, e posizioni chiave all'interno dei maggiori think tank di politica estera.
Un altra svolta ebbe luogo nel contesto dell'infatuazione dei neocon per i leader del Likud israeliano. Verso la metà degli anni 90, importanti figure neocon, tra cui Richard Perle e Douglas Feith, lavorarono per la campagna elettorale di Benjamin Netanyahu, eliminando dal tappeto le vecchie idee di un negoziato di pace coi vicini arabi di Israele.
Piuttosto che affrontare i dispiaceri di un negoziato per una soluzione a due stati del problema palestinese o avere a che fare con la seccatura degli Hezbollah libanesi, i neocon al seguito di Netanyahu decisero che era venuto il momento di un audace cambio di direzione, che delinearono nel 1996 in uno studio strategico dal titolo A Clean Break: A New Stategy for Securing the Realm [Un Taglio Netto: Una Nuova Strategia per la Sicurezza Del Territorio][3].
Il documento sosteneva l'idea che soltanto un “cambiamento di regime” nei paesi musulmani ostili avrebbe potuto ottenere il necessario “taglio netto” allo stallo diplomatico seguito agli inconcludenti colloqui di pace israelo-palestinesi. Operando questo “taglio netto”, Israele non avrebbe più cercato la pace tramite il compromesso, ma piuttosto attraverso lo scontro, includendo anche la rimozione violenta di leader come Saddam Hussein, sostenitori dei nemici ai confini di Israele.
Il piano definiva la cacciata di Hussein “un importante e legittimo obbiettivo strategico di Israele,” che inoltre avrebbe destabilizzato la dinastia Assad in Siria, facendo carambolare le tessere del domino fino in Libano, dove Hezbollah si sarebbe presto ritrovato senza il loro insostituibile alleato siriano. Anche l'Iran si sarebbe potuto trovare nel mirino del “cambio di regime.”


L'assistenza americana
 

Ma per il “taglio netto” era necessaria la potenza militare degli Stati Uniti, perché obbiettivi come l'Iraq erano troppo distanti o troppo forti per essere sconfitti dal pur efficientissimo esercito israeliano. Un passo così arrischiato avrebbe avuto per Israele un prezzo spropositato, in costi economici e di vite umane.
Nel 1998 il pensatoio neocon fece fare al piano del “taglio netto” un ulteriore passo avanti, creando il Project for the New American Century, che cominciò a premere su Clinton perché si impegnasse nella defenestrazione di Saddam Hussein.
Tuttavia, Clinton si spinse solo fino a un certo punto, mantenendo un embargo durissimo contro l'Iraq e una “no-fly zone” che comportava periodici bombardamenti da parte dell'aviazione statunitense. Al momento, quindi, sia con Clinton sia col suo supposto successore, AL Gore, un'invasione in piena regola dell'Iraq sembrava fuori questione.
Il primo maggiore ostacolo politico venne rimosso quando i neocon, nelle elezioni del 2000, contribuirono ad architettare l'ascesa di George W. Bush alla presidenza. Tuttavia, la strada non si sgombrò del tutto finché i terroristi di al-Qaeda non attaccarono New York e Washington l'11 settembre 2001, lasciandosi dietro, in tutta America, un clima favorevole a guerra e vendetta.
Naturalmente, Bush il Giovane doveva attaccare per primo l'Afghanista, dove al-Qaeda aveva la sua base principale, ma subito dopo si rivolse verso il bersaglio bramato dai neocon, l'Iraq. Oltre a essere la patria del già demonizzato Saddam Hussein, l'Iraq offriva altri vantaggi strategici. Non era densamente popolato come altri suoi vicini, ed era posizionato grosso modo tra Iran e Siria, altri obbiettivi di punta.
In quegli esaltanti giorni del 2002-2003, una battuta spiritosa dei neocon poneva il quesito di cosa fare dopo aver cacciato Saddam Hussein dall'Iraq, se andare a est, verso l'Iran, o a ovest, verso la Siria. La battuta finiva così: “I veri uomini vanno a Teheran.”
Ma prima bisognava sconfiggere l'Iraq, mentre il piano di ristrutturazione del Medio Oriente per renderlo prono agli interessi di Stati Uniti e Israele doveva tenere un profilo basso, in parte per l'eventuale scetticismo dell'americano medio, e in parte perché gli esperti avrebbero potuto mettere in guardia sui pericoli di una strategia imperiale che gli USA non avrebbero potuto permettersi.
Così Bush il Giovane, il vice presidente Cheney e i loro consiglieri neocon picchiarono sul tasto dolente nell'animo degli americani, ancora terrorizzati dall'orrore dell'11 settembre. Ci si inventò che Saddam Hussein era in possesso di riserve di armi di distruzione di massa che era pronto a fornire ad al-Qaeda, permettendo ai terroristi di recare danni ancora maggiori agli Stati Uniti.
 

Far imbizzarrire l'America

I neocon, alcuni dei quali cresciuti in in famiglie di sinistrorsi trotskisti, si vedevano come una sorta di “avanguardia” politica che usasse tecniche “agit-prop” per manipolare il “proletariato” americano. Lo spauracchio delle armi di distruzione di massa venne visto come il sistema migliore per scatenare il panico nel gregge americano. A cose fatte, così ragionavano i neocon, la vittoria militare in Iraq avrebbe consolidato il sostegno popolare per la guerra e avrebbe permesso l'attuazione delle fasi successive, i “cambi di regime” in Iran e Siria.
All'inizio il piano sembrò funzionare, visto che l'esercito degli Stati Uniti incalzò e sopraffece l'esercito iracheno e conquistò Bagdad in tre settimane. Bush il Giovane festeggiò presentandosi sulla USS Abraham Lincoln con tanto di giubbotto da pilota, declamando il suo discorso sotto uno striscione che dichiarava “Missione Compiuta.”
E tuttavia, nel piano qualcosa cominciò ad andar storto quando il proconsole neocon Paul Bremer, perseguendo un modello di regime neocon, si sbarazzò di tutte le infrastrutture di governo irachene, smantellò quasi del tutto lo stato sociale e sciolse l'esercito. In più, il leader favorito dai neocon, l'esule Ahmed Chalabi, si rivelò privo di qualsiasi sostegno da parte del popolo iracheno.
Fece la sua apparizione una resistenza armata, che utilizzava armi a bassa tecnologia come gli “improvised explosive devices” [ordigni esploisivi improvvisati]. Ben presto, non solo c'erano migliaia di morti tra i soldati americani, ma l'Iraq veniva lacerato dalle antiche rivalità settarie tra scitti e sunniti. Ne derivarono orribili scene di caos e violenza.
Invece di acquistare popolarità tra gli americani, la guerra cominciò a perdere consensi, recando vantaggi elettorali ai Democratici nel 2006. I neocon si barcamenarono per mantenere la loro influenza promuovendo, nel 2007, un fittizio ma vittorioso “surge” [balzo], apparentemente efficace nel trasformare in trionfo un'imminente sconfitta. Ma la verità era che il “surge” aveva solo rimandato l'inevitabile fallimento dell'impresa statunitense.
Con l'allontanamento di George W. Bush nel 2009, e l'arrivo di Barack Obama, anche i neocon arretrarono. All'interno dell'esecutivo la loro influenza declinò, anche se continuavano a mantenere forti posizioni nei think tank di Washington e sulle pagine di opinione di media nazionali importanti come il Washington Post.
I recenti sviluppi nella regione mediorientale hanno creato nei neocon nuove speranze per i loro vecchi progetti. La Primavera Araba del 2011 ha portato a sommovimenti sociali in Siria, dove la dinastia di Assad, sostenuta da non-sunniti, ha conosciuto l'assalto da un insurrezione a guida sunnita, che annoverava tra le sue file qualche riformatore democratico ma anche jihadisti radicali.
Intanto l'Iran subiva dure sanzioni economiche, per via dell'opposizione internazionale al suo programma nucleare. Sebbene il presidente Obama vedesse le sanzioni come un mezzo per costringere l'Iran ad accettare limitazioni al suo programma nucleare, alcuni neocon fantasticavano su come strumentalizzare le sanzioni in vista di un “cambio di regime.”
Ad ogni modo, la sconfitta nel novembre 2012 di Mitt Romney, favorito dei neocon, da parte di Obama, e lìallontanamento dai vertici della CIA del loro alleato David Petraeus, sono stati un brutto colpo per le aspirazioni neocon alla guida della politica estera statunitense. Oggi sono costretti a cercare il modo di sfruttare la loro tuttora ampia influenza nei circoli politici di Washington, sperando in eventi favorevoli all'estero che spingano Obama ad atteggiamenti più aggressivi nei confronti di Iran e Siria.
Per i neocon resta inoltre cruciale che l'americano medio non rifletta troppo sui retroscena della disastrosa guerra in Iraq, il cui decimo anniversario, per quanto li riguarda, non passerà mai abbastanza presto.
 

note del traduttore
 

[1] La seconda frase è una parafrasi di un verso di Shelley, dal sonetto Ozymandias. Dato il contenuto della poesia, la pesante ironia che ne deriva sarà stata sicuramente involontaria.
[2] Ashokan Farewell è una ballata in stile scozzese, dal carattere melanconico, composta dal musicista statunitense Jay Ungar nel 1982. Negli USA è diventata celebre come parte della colonna sonora di un serial televisivo dedicato alla Guerra Civile, tanto che in molti credono si tratti di un brano tradizionale risalente a quel periodo. Nel serial è anche presente una scena, commentata dalla canzone, in cui un ufficiale scrive una lettera alla moglie, prima della battaglia in cui cadrà sotto il fuoco nemico (si tratta di un personaggio storico, e la sua missiva è un testo famoso)! I versi citati grosso modo significano “Attraverso la nebbia di una lontana guerra / Risplende la luce della loro devozione / verso l'onore, il dovere, / verso la dolce libertà”. Tutto ciò ricorda sinistramente Gli Ultimi Giorni dell'Umanità.
[3] Disponibile in traduzione italiana qui. In questo contesto “realm” non vuol dire “regno”, ma paese, entità territoriale.

[articolo del 20 marzo 2013]
traduzione per Doppiocieco
di Domenico D'Amico

giovedì 30 aprile 2015

Ritorno dal Cuore della Terra


da ubu re

Seconda e penultima incursione nel libro di Piero Paglini "Al Cuore della Terra e Ritorno".

Qui la prima parte del libro: Al Cuore della Terra 1

qui la seconda: Al Cuore della Terra 2

 
Il vecchio “secolo americano”
 

1. Bush padre e Bill Clinton avevano pensato di ristabilire un ordine mondiale di tipo
pseudo-rooseveltiano, rivitalizzando e ridefinendo, ad usum delphini, gli organismi di governo internazionali (tanto è vero che la teoria di Paul Wolfowitz sulla guerra preventiva benché già allora apprezzata non era stata accolta per motivi politici).
Contando sulla scomparsa dell’Unione Sovietica, con una Russia caratterizzata dallo sbrago cleptocratico e compradore imposto da Boris Yeltsin e, in definitiva, facendo leva su credenziali economiche e politiche prive di rivali, Bush Sr. nel 1991 riuscì senza molti sforzi a far pagare la Guerra del Golfo ai suoi alleati: 54,1 miliardi di dollari (otto volte la cifra sborsata dagli Usa) e Clinton, otto anni più tardi, riuscì a scagliare la Nato contro la Serbia. Tuttavia, la guerra del Kosovo aveva dimostrato che la comunità internazionale iniziava a nutrire perplessità e ad opporre resistenza rispetto al progetto di egemonia planetaria statunitense, che metteva in discussione l’ordine vestfaliano che nel bene e nel male era il quadro della legalità internazionale condiviso fino ad allora e mai messo in discussione formalmente. I Russi, ovviamente, erano molto preoccupati e i Cinesi irritati. Ma anche i più forti stati europei iniziavano a mostrare un entusiasmo che decresceva di pari passo coi progressi del progetto di moneta unica,come d’altronde era stato “previsto”, con stizza e minacce, da Martin Feldstein,poi consigliere di Bush Jr (cfr. “Il Sole 24 Ore”, 6-11-1997).

La benedizione Onu alla guerra del Kosovo fu così negata.
Certo, la fedeltà atlantica e il desiderio di non inimicarsi gli Usa erano e sono ancora fattori importanti, ma probabilmente nell’adesione dei Paesi della Nato alle guerre dei Balcani oltre alla fedeltà atlantica pesavano ormai altri interessi sottaciuti e da non
sbandierare con leggerezza. Un ruolo importante era giocato ad esempio dalla riesumazione di vecchie e mai abbandonate direttrici geopolitiche, come nel caso della Germania da sempre interessata ai Balcani. Nel caso dell’Italia invece si poteva intravedere una ratatuie di puro servilismo verso la superpotenza, di atavica piaggeria verso il Vaticano (da ricordarsi le sue ingerenze in Croazia), di opportunismo politico e forse di qualche dose di volontà egemonica nei confronti dell’Albania. Ad ogni modo, si navigava ancora sull’onda della belle époque finanziaria clintoniana, che allora andava sotto il nome di “web economy” (per i fraintendimenti che questa belle époque ha generato. Ma le cose erano in corso di veloce cambiamento.

2. Negli anni immediatamente seguenti si poteva assistere a una serie di eventi realmente da “fine millennio”: lo sgonfiamento della bolla finanziaria clintoniana (il famoso piano di “atterraggio morbido” del Governatore della Fed, Greenspan), l’introduzione dell’Euro come moneta scritturale (gennaio 1999), la scalata al potere di Vladimir Putin (che diverrà presidente della Federazione Russa nel maggio del 2000), e uno spostamento sempre più marcato dell’economia mondiale verso l’Asia, continente ormai centrato sulla Cina.
A quel punto gli Stati Uniti decisero di cambiare marcia. Con la presa del potere di Bush Jr e dei suoi consiglieri neocons, si ritornò a una riedizione in grande della strategia attuata dal presidente Truman all’indomani della II Guerra Mondiale.
Così, come il New Deal universale e visionario di Franklin D. Roosevelt era stato ridimensionato da Truman in un più realistico progetto di sistema gerarchico di stati attuato su una parte ridotta del pianeta, il cosiddetto “mondo libero”, allo stesso modo ora i propositi blandamente neo-rooseveltiani di Bill Clinton dovevano cedere il passo al progetto di un sistema gerarchico di stati di ampiezza planetaria, ciò che nella letteratura prese per l’appunto il nome di “Impero statunitense”.
Nel cosiddetto “movimento dei movimenti”, si poteva invece assistere a una spensierata confusione tra il significato di “impero” dato ad esempio da Arundhati Roy o da Chalmers Johnson (impero formale a guida statunitense) e il significato designato dal libro di Hardt e Negri, che era cosa ben differente e, soprattutto, di là da venire. Ma tant’è: l’importante era prendersela con un “impero”. Che poi quello statunitense non avesse di fronte moltitudini desideranti bensì persone in carne ed ossa che venivano massacrate a centinaia di migliaia, la cosa era evidentemente considerata grave ma secondaria da un punto di vista politico e analitico. Di fronte a questa inanità, non è sorprendente che il New York Times abbia eccitato
i narcisismi mediatici in un tripudio gioioso e strepitoso proclamando che il “movimento dei movimenti” era la “seconda potenza mondiale”; perché sapeva che lo era sì, ma a Paperopoli.  

Il progetto imperiale di Bush Jr era perseguito con le stesse tinte nazionalistiche della politica statunitense del secondo dopoguerra e con lo stesso sfruttamento di un supposto temibile nemico esterno: il comunismo nel 1946, il terrorismo internazionale nel 2001. Condoleezza Rice aveva dunque ragione quando paragonava il dopo 9/11 al biennio 1946-1947: come Truman, Bush Jr si era assunto il compito di condurre un mondo in preda a forze centrifughe in una struttura gerarchica di stati a guida Usa. Ma il suo parallelo andava ben più in là di quanto ella volesse far intendere. Infatti, se negli
anni Cinquanta il Sottosegretario di Stato, Dean Acheson, aveva salutato la crisi di Corea come una salvezza per il progetto dell’amministrazione Truman, l’Amministrazione Bush aveva tutte le ragioni per salutare come una salvezza l’attacco alle Torri Gemelle. E come abbiamo visto, i cinici cervelloni del Pnac
lo avevano invocato un anno esatto prima. Tuttavia proprio gli amplissimi spazi di manovra aperti dal collasso dello storicocontendente degli Stati Uniti, hanno in poco tempo trasformato il neo-unilateralismo statunitense in un limite fondamentale all’esercizio del suo potere.
Se infatti la strategia da Truman a Reagan si basava sulla possibilità di ritagliarsi una fetta di mondo su cui poter esercitare prima il proprio dominio e, in seguito, la propria egemonia, ora l’espansione globale di quella fetta rischia di portare a ciò che è stato
definito “sovradimensionamento strategico”, proprio nel momento in cuisi ritorna dall’egemonia al dominio.

3. La vulgata ha visto nella guerra in Iraq oltre alla rapina delle risorse petrolifere di quel Paese anche lo scenario per la realizzazione di profitti grandiosi da parte dei sodali di George Dubya Bush e dei loro fidi. Era un continuo di denuncie di come un gruppo privilegiato di aziende, in massima parte statunitensi e legate agli uomini
dell’Amministrazione Usa di allora, si stavano spartendo le enormi torte dell’invasione e della “ricostruzione”. Ed era vero; ma se questo aggiunge, se ancora possibile, ulteriore discredito morale sulla cricca di Bush, tuttavia si tratta per molti aspetti di “business as usual”. Concentrarsi su questi aspetti, indubbiamente spregevoli, può però
nascondere che le guerre di Bush, per quanto necessarie come vedremo nella Sezione VIII, non si stavano rivelando un buon affare per gli Usa. Ed è per questo che c’era bisogno del “nuovo corso” di Obama. Mantenere una posizione imperiale ha dei costi enormi. Ma come è ovvio il problema non è “quanto costa”, bensì “chi paga”;
e ciò dipende da chi ha il potere di far pagare. Chi sta allora pagando
il progetto neo-imperiale statunitense?

C’è stata fin da subito una grande riluttanza da parte degli alleati degli Stati Uniti a sostenere finanziariamente la guerra in Iraq. In compenso la guerra costa agli Usa uno sproposito. Nel loro libro “The Three Trillion Dollar War”, l’ex Senior Vice President e Chief
Economist della Banca Mondiale, oltre che premio Nobel per l’Economia, Joseph E. Stiglitz e Linda Bilmes dell’Università di Harvard, avevano previsto che alla data del 30 settembre 2008 – ovvero quando si sarebbe chiuso l’anno fiscale – in base alle richieste
complessive avanzate al Congresso degli Stati Uniti dall’Amministrazione Bush, il conflitto afgano e quello iracheno avrebbero inciso complessivamente sul bilancio federale per un ammontare pari a 845 miliardi di dollari (al valore del 2007). Una cifra notevolissima, se si pensa che secondo il servizio statistico del Congresso i 12 anni di guerra nel Vietnam sono costati 670 miliardi di dollari (sempre al valore del 2007). Ma è una cifra che impallidisce di fronte alle previsioni tra oggi e il 2017 (comprendenti
anche i costi nascosti come le spese assistenziali, sanitarie o psicologiche, per i reduci): fra le 1,7 (nelle “condizioni più favorevoli”) alle 2,7 migliaia di miliardi di dollari (secondo uno scenario “realistico-moderato”). E come se non bastasse il calcolo aggiornato ha portando il range delle stime a ben 4-6 sei trilioni di dollari.
A dispetto di queste cifre da capogiro, anche i più fedeli alleati degli Usa, ad eccezione del vassallo più sicuro, gli UK, fecero orecchie da mercante già durante la ridicola “conferenza dei donatori” dell’ottobre 2003 quando pure si pensava che la guerra costasse ordini di grandezza inferiori. Infatti, l’allora segretario di stato Colin
Powell aveva posto come obiettivo 36 miliardi di dollari ma si ritrovò con un pugno di mosche: gli ex grandi donatori della Guerra del Golfo, Germania e Arabia Saudita in testa, si comportarono da veri spilorci. Il Giappone fu il più munifico: 1,5 miliardi di dollari, un niente se confrontato ai 13 miliardi di dollari di 12 anni prima
e una miseria se si deflaziona la cifra.
4. Si stava dunque delineando una crisi di capacità egemonica di misura epocale messa in risalto proprio dal fatto che gli Stati Uniti avevano da poco convinto l’Onu a riconoscere una certa legittimazione alla presenza della coalizione in Iraq e quindi
formalmente il quadro giuridico non era più quello di un’arrogante unilateralità. Una legittimazione formale ampliava una delegittimazione di fatto. Anche la “coalizione dei volenterosi” si era dimostrata risibile sul campo: dei 28 paesi alleati nei primi due anni,
solo otto avevano inviato più di 500 soldati. A questa crisi di capacità egemonica non corrispondeva però una volontà politica di opposizione all’egemonismo statunitense. Il disallineamento tra riluttanza economica e appeasement politico era dovuto proprio all’espansionismo Usa. 
Secondo un’espressione molto esplicativa e pittoresca di Giovanni Arrighi, la azioni statunitensi erano ormai viste come causa di disordine internazionale e gli Stati Uniti stessi come un boss di quartiere che offre protezione contro il disordine da lui stesso provocato o minacciato.
Oltre che al lato politico-militare della faccenda questo sospetto si applica benissimo ancheal lato politico-finanziario. Se questo è vero, non penso che si spinga il ragionamento troppo oltre la realtà, se si ipotizza che per quanto riguarda Cina e Russia, il caos iracheno fosse visto come fonte di un doppio vantaggio.
In primo luogo un’America impantanata negli isolati Iraq e Afghanistan era uno spettacolo ancora più desolante di un’America impantanata nel Vietnam. In secondo luogo, iniziare le guerre in Afghanistan e Iraq in una posizione debitoria internazionale
senza precedenti sulla carta era una mossa azzardata da parte degli strateghi neocons.
Usiamo una formula dubitativa, perché l’azzardo deriva da un intreccio di circostanze, non da un presunto rapporto diretto che sussisterebbe in ogni contesto tra la situazione economica-finanziaria di uno Stato e la sua potenza.
Abbiamo accennato alla capacità degli Usa di uscire in vantaggio (grazie a una guerra mondiale) dalla crisi del ’29, e possiamo anche ricordare che durante le guerre francesi tra il XVIII e il XIX secolo la posizione di comando sulla finanza europea che la Gran Bretagna
aveva strappato all’Olanda con duri conflitti, unitamente alle innovazioni di prodotto e alla diffusione della meccanizzazione, riuscì a garantire all’Inghilterra il flusso dei crediti e a convertire il suo indebitamento in un fattore di possente crescita, di sovranità e infine di vantaggio che sarebbe sfociato nell’egemonia mondiale britannica per circa un secolo (nel 1793 gli interessi sul debito impegnavano almeno il 75% del bilancio della Gran Bretagna,
eppure la sua spesa pubblica tra il 1792 e il 1815 poté aumentare di circa sei volte, grazie al credito di cui godeva). Inoltre, erano quarant’anni che gli Usa traevano benefici dalla loro posizione debitoria grazie al predominio politico- militare.

Tuttavia si poteva sperare che la debolezza economica spingesse gli Usa verso un ripiegamento, per lo meno temporaneo. Negli stessi Usa si temeva che la dipendenza economica corresse il rischio di trasformarsi in vincolo politico sulla loro capacità di manovra. Un rischio che possiamo comprendere meglio se consideriamo quanto era successo storicamente durante i lunghi anni di crisi sistemica dell’egemonia britannica.
Anche la declinante Gran Bretagna, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, aveva reagito con vari conflitti al declino della sua egemonia. Innanzitutto con nuove conquiste coloniali e, infine, con l’aperto confronto con lo sfidante europeo: la Germania. Ma persino i limitati conflitti coloniali erano stati affrontati dall’Inghilterra
partendo da una situazione di bilanci in attivo, da un’Europa e un’America in larga misura ancora dipendenti da lei e quindi da una situazione politico-economica ideale.
Questa posizione vantaggiosa le era garantita dalla spoliazione diretta dell’India e delle altre colonie e indirettamente di altri ricchi paesi, come la Cina. Generalmente si pensa che in quei due colossi asiatici la Gran Bretagna operasse prevalentemente un saccheggio di materie prime, iniquo quanto si vuole, ma tutto sommato d’importanza
non direttamente strategica, che inoltre comportava uno sforzo del Paese conquistatore per la costruzione di infrastrutture e per l’amministrazione del Paese colonizzato. Le cose invece stavano diversamente.

Alla vigilia della conquista del Bengala, l’India incideva per il 22,6% sul Pil mondiale e per il 32% sul prodotto manifatturiero mondiale, mentre la Cina incideva rispettivamente per il 23,1% e il 32,8%. L’India fu conquistata direttamente e la Cina indirettamente da una nazione, l’Inghilterra, che in quel momento poteva vantare una
misera quota di Pil mondiale pari all’1,9% ma poteva contare su una straordinaria capacità in un altro settore, cioè nell’arte criminale, l’arte di fare la guerra. Bastano questi dati per ridicolizzare ogni discorso economicistico nell’analisi delle dinamiche capitalistiche.
A quei tempi India e Cina erano le maggiori potenze economiche mondiali ma non erano avvezze a guerre continue come invece lo eravamo noi nella Vecchia Europa.
Così dopo la conquista dell’India e dopo i trattati iniqui con la Cina che seguirono le Guerre dell’Oppio, da queste impressionanti potenze economiche iniziò un ingente travaso di risorse finanziarie. Dall’India questo travaso avveniva direttamente sottoforma di “debito”: 51 milioni di sterline nel 1857, 97 milioni nel 1862, 224 milioni nel 1900, 274 milioni nel 1913, 884 milioni nel 1939 (e solo una parte molto modesta di questo debito veniva spesa per l’India: ferrovie, irrigazione, .... Altro che “fardello”!).
Questo è il primo aspetto della rapina. Il secondo è invece quello degli input per l’industria del centro alimentata dalla finanza, ovvero del rifornimento di capitale circolante (prodotti alimentari e materie prime).
5. Se quindi non si considera il ruolo dell’Impero nella capacità britannica di giocare la funzione di potenza capitalistica economica, politica e militare egemonica,non si può pensare di capire cosa succede adesso.

Gli Inglesi erano perfettamente consapevoli che senza la ricchezza rapinata sottoforma di “debito indiano” e di uomini sequestrati come manodopera militare, cioè come soldati arruolati e mantenuti dall’India stessa, non avevano chance, mentre con l’India a disposizione potevano sia porsi al centro dei meccanismi mondiali di
accumulazione sia affrontare ogni tipo di conflitto armato. Ne erano talmente consapevoli da esserne ossessionati. Solo così si spiega l’inflessibilità meccanica (e disumana) della riscossione delle tasse indiane, persino in periodi di drammatica carestia.

Era così importante l’approvvigionamento di risorse dall’Asia per mantenere l’egemonia economica, militare e politica della Gran Bretagna, che il Maresciallo Montgomery, nelle sue memorie sulla II Guerra Mondiale, afferma che se la Germania avesse occupato l’Inghilterra sarebbe stato un duro colpo, ma non mortale: c’era già il
piano per trasferire il governo nel Canada da dove proseguire la lotta. Ma se la Germania avesse tagliato in due l’Impero, isolando la parte occidentale dall’India, la Gran Bretagna avrebbe dovuto firmare la resa il giorno dopo. Per fortuna Hitler seguiva pedissequamente gli insegnamenti di von Clausewitz che prescrivevano di concentrare lo sforzo bellico nel teatro principale del conflitto. Dato che il Führer era convinto che il teatro principale fosse l’Europa, gettò le sue armate nella trappola russa e fu così che tra il 1942 e il 1943 la Wehrmacht fu battuta dall’Armata Rossa senza più possibilità di riprendersi e l’Impero britannico rimase integro.
Ciononostante l’Inghilterra fece male i conti: i prestiti elargiti allo Zar durante la I Guerra Mondiale non vennero riconosciuti dal governo sovietico, le due guerre mondiali costarono molto di più di quanto previsto e così il credito nei confronti dell’India finì inesorabilmente per trasformarsi in debito e l’Inghilterra fu costretta a indebitarsi finanziariamente e politicamente anche con gli Usa. Tuttavia, per lungo tempo il possesso dell’India aveva permesso all’Inghilterra di essere il centro economico, finanziario, politico e militare del mondo e di proseguire con le sue guerre di espansione coloniale. Al contrario dell’Inghilterra, gli Usa non hanno mai posseduto
un impero coloniale, ma solo il proprio impero continentale, cioè gli Usa stessi.

Dovettero perciò agire in altro modo.
Come vedremo più in dettaglio, a partire dalla fine dell’amministrazione Carter per  supplire alla crisi, innanzitutto di potenza e poi economica, gli Stati Uniti divennero i maggiori
rastrellatori di risorse finanziarie del pianeta, prima attorno allo strabiliante rilancio della spesa militare durante la cosiddetta Seconda Guerra Fredda voluta da Reagan, poi con le politiche di liberalizzazione globale promosse da Reagan e Bush padre; infine
grazie alla “New economy” (alias “espansione borsistica”) clintoniana e alla successiva “bolla dei prestiti privati” di Bush Jr.

Nel frattempo l’economia statunitense per quanto riguarda i settori a bassa o media tecnologia e a medio-alta intensità di lavoro diventava sempre meno competitiva, così che il mercato americano veniva sempre più invaso dai prodotti esteri, innanzitutto cinesi, mentre le aziende multinazionali statunitensi decentravano intere linee all’estero, col risultato che il deficit commerciale Usa nei confronti di ogni altra nazione di peso della Terra iniziò ad aumentare progressivamente dalla metà degli anni Novanta. Una situazione che gli Stati Uniti dovevano però rovesciare a proprio vantaggio.
Attualmente gli Stati Uniti hanno bisogno di essere foraggiati dall’estero nella misura di due miliardi di dollari al giorno e si trovano a dover affrontare un deficit di competitività anche nei settori ad alta tecnologia. In compenso al gennaio 2012, 5048
miliardi di dollari pari a più del 36% del debito pubblico americano è posseduto da governi stranieri. Di questa cifra quasi il 23% è in mano alla Cina e il 21,7% al Giappone. Bisogna far notare che la quota cinese è superiore a quella complessiva di Inghilterra, Germania, Russia e Svizzera con l’aggiunta di tutti i Paesi produttori di petrolio.

Gli Stati Uniti riescono a mantenere una posizione di leadership grazie al fatto che nessun creditore ha interesse a far fuori il suo più grande debitore e, ben più importante, perché non c’è ancora nessuno che gli contesti apertamente l’egemonia mondiale politica, diplomatica, militare e finanziaria. Ciò ovviamente ha anche un
risvolto economico; un risvolto che tuttavia è comunemente interpretato come la radice del problema.

6. Se la strategia imperiale dei neocons statunitensi si è concretizzata in una tragedia per gli Afgani e gli Iracheni, vittime di sofferenze vergognose che generalmente vengono sottaciute o negate dalla stampa e dai politici occidentali, bisogna anche sottolineare
che i suoi ritorni sembrano aver disatteso le aspettative. Ad esempio, il controllo dell’Iraq non pare abbia finora liberato capacità aggiuntiva di produzionedi petrolio o fornito molti vantaggi strategici.

Al contrario, ha indotto nuovi problemi al sistema di dominio statunitense, come il progetto di pipeline Iran-Pakistan-India con possibile diramazione verso la Cina - un incubo per gli Usa, che per ora lo hanno fermato con gli accordi di collaborazione per
il nucleare civile con l’India - e un’accentuata dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia.
Se si tiene conto di questi elementi e del fatto che la Russia è riuscita a ristabilire la sua storica egemonia sulle repubbliche centroasiatiche (persino sull’Uzbekistan, che appariva ormai perso), repubbliche incastonate come gioielli geopolitici tra Medio Oriente, Russia e
Cina e a poca distanza dall’India, allora non è difficile capire come mai queste siano oggetto delle attenzioni dei mestatori che fanno capo ai servizi di intelligence statunitensi, spesso travestiti da non-violenti e da Ong per i diritti umani, dediti alle “rivoluzioni colorate”.
Dato che i combustibili fossili giocano in mille ragionamenti, da quelli geopolitici a quelli ecologici, è necessario aprire una finestra su questo punto specifico.
Iniziamo facendo notare che storicamente ogni sconvolgimento in Medio Oriente ha generato una spinta verso l’alto del prezzo del petrolio.
E’ evidente che dopo il “mission accomplished” di Bush, il prezzo del greggio è iniziato inesorabilmente a salire sino a livelli impensabili, per poi discendere non semplicemente per via della crisi, come di solito si pensa, ma perché gli Usa hanno capito che questo aumento fantascientifico era un’arma geopolitica a doppio taglio.
La recente impennata del prezzo del greggio è stata generalmente attribuita alla richiesta cinese e degli altri Paesi emergenti, in special luogo l’India, che però sembra aver concorso in modo relativo all’aumento del costo del petrolio. Esistono infatti altre
dinamiche che devono essere valutate. Probabilmente c’è stata la tentazione di condurre una fase della partita giocando sul prezzo del petrolio ma ci si è in poco tempo accorti che stava diventando in un gioco rischioso. L’economia della Cina e quella degli Usa erano troppo strettamente intrecciate e, in compenso, l’aumento del
greggio favoriva enormemente la Russia, competitor meno integrato, con grande autonomia energetica e quindi più preoccupante. Tuttavia l’arma dell’aumento del prezzo del petrolio era stata usata nel 1973 da Nixon e si poteva basare su un meccanismo collaudato che esamineremo più avanti. 

martedì 21 aprile 2015

Viaggio verso il cuore della Terra: il “nuovo secolo americano”

Dalla prima parte del notevole libro di Piero Pagliani "Al Cuore della Terra e Ritorno", comincio col postare due interessanti capitoli.Per ragioni di spazio, mi vedo costretto ad eliminare le pur struggenti e illuminanti note dell'autore. Per cui, a maggior ragione, invito a leggere il pdf originale. Qui http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/11/Al-cuore-della-Terra-e-ritorno-Parte-I-definitivo-1-1.2.pdf




                          Viaggio verso il cuore della Terra:
                               il “nuovo secolo americano”

1. L’invasione dell’Iraq, così come quella della Libia, non è stata una semplice guerra per il petrolio, cioè di pura spoliazione coloniale. Nelle tesi del noto, o meglio notorious, think-tank “Project for a New American Century” (o Pnac) i teorici neoconservatori consiglieri di Bush Jr spiattellavano tutto senza molte reticenze. Il
Medio Oriente e l’Asia Centrale erano tappe obbligate per fronteggiare il prossimo competitor strategico: la Cina.
Quei rapporti erano così limpidamente spudorati che in “Rebuilding America’s Defenses”, Pnac Report, September 2000, si poteva leggere tranquillamente che la consigliata strategia di riposizionamento strategico in Asia non sarebbe mai stata adottata in tempi utili «in assenza di qualche evento catastrofico e catalizzatore – come una nuova Pearl Harbor».
Dopo l’11/9 su impulso del Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, fu messa a punto una tabella di marcia, rivelata nel 2007 dal generale Wesley Clark, che prevedeva la conquista in cinque anni di Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e per finire l’Iran. Lo scopo era chiarissimo fin da dieci anni prima delle Torri Gemelle. E’ sempre il generale Clark che racconta: «[...] nel 1991 Wolfowitz era il sottosegretario, ossia il numero tre del Pentagono. A quel tempo mi disse: “Abbiamo 5 o 10 anni per ripulire tutti questi regimi favorevoli all’ex Unione sovietica, la Siria, l’Iran, l’Iraq, prima che la prossima superpotenza emerga a sfidarci”». L’Amministrazione Bush ha iniziato il programma. Sono stati riscontrati degli ostacoli, Barack Obama l’ha rivisto facendolo diventare meno arrogantemente unilaterale e puntando a coinvolgere forze locali di opposizione, l’Onu e gli alleati (ed è solo per questo che si è preso il premio Nobel per la Pace) e l’ha aggiornato con lo Yemen, il Pakistan occidentale, l’America bolivariana e infine l’Africa, e in condizioni differenti, e con altri metodi, la stessa Europa.

Il fine è tenere sotto controllo l’Eurasia, perché come ricordava la classica “dottrina Brzezinski”, nel nostro supercontinente c’è il 75% delle risorse energetiche del pianeta, il 60% del prodotto interno lordo mondiale, ci sono le sei maggiori economie dopo gli Usa, i primi sei paesi dopo gli Usa per spese militari e tutte le potenze nucleari oltre gli Usa. Infine l’Eurasia comprende il 75% di tutta la popolazione mondiale tra cui le superpotenze demografiche di Cina e India. Zbigniew Brzezinski negli anni ottanta aveva già concretizzato le sue convinzioni trasformando l’Afghanistan in una trappola
dove gli Afgani erano l’esca e i Sovietici i topi. Il risultato furono due milioni morti e una tragedia umanitaria di proporzioni bibliche, nonostante che Brzezinski fosse Consigliere per la sicurezza di Carter, forse il presidente Usa che più sinceramente ha creduto nei diritti umani. Evidentemente ciò non è bastato a far assumere a questo concetto un carattere universale e non geopolitico. Ma la possibilità storica di intervenire in modo più deciso e assertivo in Eurasia si è aperta clamorosamente con il collasso dell’Unione Sovietica. Dopo il crollo del Gigante Rosso, l’Europa Orientale, i
Balcani, l’Asia Centrale e la zona del Caucaso Meridionale sono diventati all’improvviso un immenso terreno di conquista. I Paesi transcaucasici e centroasiatici non solo uscivano dal settantennale abbraccio del potere sovietico ma uscivano dalla bicentenaria soggezione al potere Russo. Uno spazio immenso di manovra come non si vedeva da duecento anni a quella parte, dove niente era stabilito in anticipo. Certo la Russia partiva per molti versi in vantaggio, ma per altri versi era la sfortunata erede di una bancarotta storica.

2. Il presidente democratico Clinton aveva ben chiari i punti fondamentali di questa strategia e l’intervento Nato contro la Serbia lo aveva testimoniato. Quell’intervento era stato deciso quando la crisi cecena aveva mostrato che la Russia faceva fatica a venire a capo anche solo di una guerra locale e limitata. Ma se i primi pilastri della geopolitica eurasiatica degli Usa erano quindi stati posti durante la seconda parte dell’era Clinton, soltanto con l’amministrazione Bush si era entrati nel vivo. L’ideologia, gli interessi personali o di lobby e anche le singole personalità hanno voce in capitolo negli eventi storici, ma ciò che è interessante capire è se le varie forze e
condizioni che insistono su un momento storico a un certo punto “commutano”, come si dice in matematica, ovvero danno luogo a un’equazione funzionale, cioè a quella combinazione che Hegel compendiava nel concetto di “astuzia della Storia”. La junta petrolera di Bush sembrava confermarlo, perché era stata messa in sella proprio per venire incontro a due ordini di motivi.

Il primo riguardava il relativo declino economico americano e la situazione di stagnazione dell’economia mondiale, con la conseguente necessità di mantenere il predominio anche, se non soprattutto, con strumenti extraeconomici. Fino all’inizio dell’amministrazione Bush, i capitali drenati dagli Usa sulla base della forza del Dollaro erano riusciti a sostenere relativamente la domanda e, soprattutto, a innescare una finanziarizzazione globale dell’economia sotto controllo americano e inglese e alle spese dei “Paesi in via di sviluppo” dai quali preferibilmente si traeva profitto con la gestione del debito. Lo scoppio della bolla borsistica clintoniana mise a nudo l’entità della crisi sistemica, rifacendo emergere il substrato di stagnazione. Il secondo motivo era il fatto che l’emergere di giganteschi competitor internazionali non permetteva di scaricare all’esterno come prima le enormi contraddizioni che si erano create. Il mondo capitalista occidentale doveva trovare i mezzi per assorbire le eccedenze di capitale
monetario e di mezzi di produzione o distruggerle nel modo più controllato possibile per ricavarne il massimo vantaggio strategico e senza esitare a utilizzare strumenti brutali servendosi inevitabilmente del potere dello Stato, “violenza concentrata e organizzata della società”, sotto forma di repressione interna e di aggressioni militari
esterne.
Queste dinamiche escludono il concetto di “impero” in quanto “potere sovranazionale”, che deve essere invece ricondotto al concetto di fase di “unica superpotenza rimasta".

Il cerchio teorico non quadra 1. Il lato empirico dell’analisi è dunque basato su fatti evidenti. Meno evidente è il suo status teorico. Se Giovanni Arrighi in “The Long Twentieth Century. Money, Power and the Origins of Our Times” esplorava i cicli sistemici monocentrismo-policentrismo del capitalismo mondiale, partendo da Marx ma oltrepassandolo, Samir Amin, ad esempio in “Oltre il capitalismo senile”, oppure nel saggio storico-teorico “Oltre la mondializzazione” o quello più teorico-metodologico “Le fiabe del capitale”, sosteneva che oggi saremmo in presenza di un sovrastante schieramento capitalistico (la Triade imperialista Usa, Europa, Giappone) senza nessuna potenza alternativa all’orizzonte, grazie al suo controllo dei cinque monopoli (controllo ribadito dalle guerre statunitensi, che assumevano quindi un carattere di fatto coloniale) e grazie alla centralizzazione di capitali che può far pensare solo a un imperialismo in condominio, seppur strutturato gerarchicamente.
Per alcuni versi Samir Amin è più aderente agli schemi marxisti poiché propone lo scenario di un sistema capitalistico tutto sommato unificato, la cui “senilità” (leggi “contraddizioni interne epocali”) lo rendono avido di risorse naturali e finanziarie, dipendente dal controllo di nuovi spazi geografici e quindi, alla fine, oppressore del
Sud del mondo oltre che del proprio proletariato. Un capitalismo dove l’esclusione prevale sulle possibilità di inclusione e che ormai ha bisogno di chiudere sempre più gli spazi democratici. Giovanni Arrighi vede al contrario il peso dei processi di accumulazione capitalistica spostarsi con decisione verso l’Oriente asiatico e il suo epicentro: la Cina. Tuttavia la possibilità di un nuovo ciclo sistemico di accumulazione è sottoposta a una serie di interrogativi a partire dalla constatazione che si è in presenza di una situazione
complicata che vede gli Usa potentissimi sul piano militare, diplomatico, politico e culturale e la Cina potentissima su quello economico e finanziario. Una prolungata divergenza di fattori inedita.

2. Nello schema di Amin la lotta di classe fa la sua ricomparsa sotto la forma composita di lotta dei popoli oppressi del Sud del Mondo, delle classi subalterne dei paesi emergenti e in posizione quasi ma non totalmente paritetica, delle classi dominate del Nord del Mondo, in un quadro teorico però ormai differente dal vecchio “terzomondismo”.
In Arrighi le contraddizioni principali nel sistema capitalistico sono dovute al feroce conflitto (sostanzialmente di potere) tra differenti segmenti e schieramenti capitalistici, alleati in determinate fasi con differenti poteri territoriali, conflitto che è insito nella logica stessa del capitalismo. In questo quadro le lotte delle classi subordinate non
hanno stroricamente un ruolo univoco. Se all’inizio della crisi del precedente ciclo sistemico, cioè durante la Lunga Depressione 1873-1896, esse hanno ricevuto l’impronta dalla lotta intercapitalistica, e si sono politicizzate in direzioni differenti
parallelamente alla politicizzazione di quel conflitto, viceversa nella crisi sistemica attuale sono state esse stesse a condizionare il conflitto intercapitalistico e l’agenda di gestione della crisi.
Arrighi attenua il legame tra i meccanismi di riproduzione allargata del capitale e l’industrialismo. Da qui un’attenzione particolare sul ruolo svolto dalla finanza, al di là delle sole funzioni di debito pubblico e di credito, nazionale o internazionale, analizzate
da Marx.

Samir Amin invece è più legato all’analisi marxista del capitalismo come essenzialmente coincidente con l’industrialismo, la cui logica è spiegata dal concetto, per l’appunto, di “modo di produzione”, ovviamente nel senso marxiano che è innanzitutto quello di sistema di rapporti sociali di produzione. Per Amin la finanziarizzazione del capitale è quindi indice della senilità del capitalismo, della sua intrinseca tendenza alla centralizzazione e alla sovraccumulazione. Tendenza che le lotte popolari potrebbero limitare, limitando l’estrazione di profitto.
Le analisi di Arrighi e quelle di Amin divergono quindi su punti importanti. Questa divergenza può essere però considerata insanabile solo se ci si pone da un punto di vista fondazionale, assiomatico. Penso invece che lo schema interpretativo di Arrighi,  se sufficientemente sviluppato, possa sussumere gran parte di quello di Amin, inserendolo nei loci storici e geografici che esso di fatto descrive. Se non ci si emancipa dal punto di vista fondazionale sarà difficile fare analisi e proposte convincenti.
Bisogna affrontare questo compito avendo il coraggio di lasciare alle spalle la sicurezza fornita dai prontuari marxisti, sia ortodossi che eterodossi, evitando le trappole identitarie. Una richiesta pesante, anche in termini emotivi. In termini sociali e ideologici qualcosa di peggio che proclamarsi Protestante nel bel mezzo del Concilio di
Trento. Staccarsi dal concetto, non laico ma teo-teleologico, di “lotta di classe” o di “lotta dei popoli oppressi” è come rompere gli ormeggi e infilarsi in un mare in burrasca pieno di Scille e di Cariddi (socialismi indentitaristici, nazionalismi, spiritualismi e culturalismi di varia e spesso lugubre provenienza; oppure, brutalmente, vendersi al miglior offerente capitalista, opzione quanto mai affollata).
Ma dall’inizio del Millennio a oggi le cose sono cambiate in modo talmente profondo che non è più possibile nascondersi, tirarsi indietro o far finta di niente.

sabato 31 agosto 2013

Siria: le prime vittime di ogni guerra sono verità e umanità


Menzogne, mezze verità, fatti manipolati, carneficina di civili. Mentre il mondo attende il passaggio in Siria dalla guerra per procura all'attacco diretto USA, i media proseguono la loro opera di disinformazione, distrazione, manipolazione di massa...


di Alessio Di Florio

I tamburi dei signori della guerra rullano sul destino della Siria. Mentre sullo schermo di un pc in Italia quest'articolo sta prendendo forma, mentre miliardi di persone nel mondo stanno proseguendo (lì dove la miseria, l'impoverimento, le guerre e i tantissimi altri frutti della barbarie umana lo permettono) la loro vita quotidiana, nelle loro chiuse stanze i Signori della Guerra stanno elaborando strategie, meditando azioni belliche, disegnando traccianti e segnando punti sulle mappe. Discutono di numeri, bombe, aerei, su una mappa che appare la pista del monopoli o un plastico di Bruno Vespa. Ma non è così. Perché sotto quei punti, dietro quegli asettici numeri, son nascosti la vita e il destino di migliaia, forse milioni, di persone. La prima vittima di ogni guerra, qualsiasi guerra, è l'umanità, la vita assassinata. Possiamo nasconderci dietro tutte le retoriche perifrasi dell'immensa ricchezza semantica delle lingue occidentali, ma il significato è sempre quello: le guerre sono solo un immenso genocidio, le armi assassinano. I signori della guerra, e il main stream in servizio permanente, potranno alzare alta qualsiasi propaganda, ma non riusciranno mai a rispondere ad una domanda immediata, semplice e lineare: come si può "difendere i civili", "esportare la democrazia" o colpire un "tiranno" massacrando un popolo?  Ogni nuova, crudele, macchina da guerra ancora una volta ci svela il vero volto delle nostre "democrazia", della nostra "civiltà". Se ancora una volta si ricorre ad una follia al di fuori della ragione (alienum est a ratione, come detto decenni fa), l'umanità non ha ancora compiuto alcun passo. Quale altra specie animale ha ideato qualcosa anche solo lontanamente paragonabile alla guerra? E' inutile invocare il progresso, la civiltà, lo sviluppo, la democrazia, la libertà. Sono tutte parole che suonano false se si pensa ancora che sia utile massacrare, uccidere, spargere sangue.

Ci stanno raccontando che la guerra civile è una fatalità, un mostro che non è stato possibile fermare prima e che nessun altro mezzo esiste oltre l'intervento bellico esterno. Le forniture di armi ai ribelli, gli affari dei mercanti di morte dimostrano esattamente il contrario: la guerra è stata fomentata, permessa, favorita da chi oggi afferma di essere costretto ad intervenire per fermarla. Continuano a raccontarci (esattamente come già ai tempi della Somalia, della Serbia, dell'Afghanistan, dell'Iraq e della Libia) che non ci sarebbe alternativa ad un intervento armato. Ed infatti non hanno mai speso nessuna parola, mai sostenuto in alcuna maniera Mussalah ("riconciliazione" in arabo), che da mesi tenta di costruire un'opzione nonviolenta alla guerra civile in corso.

Intanto, passano gli anni (e le guerre) e nessuno si prende la briga di andare a leggere cosa realmente dice il diritto internazionale (a partire dalla Carta di San Francisco, che esordisce con le parole "Noi popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra", e i Covenants del 1966 sui diritti civili e politici e sui diritti economici, sociali e culturali dove leggiamo che "la guerra è vietata, anzi proscritta") , dove non esiste alcuna legittimità alla  pretesa degli Stati Uniti di ergersi a gendarme e poliziotto del mondo con il potere di attaccare, bombardare, invadere altri Stati. Le uniche risposte le hanno fornite la "democratica"(esattamente come il mito dei progressisti europei Barack Obama) Madeleine Albright, quando considerò accettabile il quotidiano massacro di migliaia di iracheni per colpa dell'embargo, e l'Amministrazione Bush quando affermò che la guerra "contro il terrorismo" non si sarebbe fermata fin quando il resto del mondo non avesse accettato che gli USA potessero continuare a vivere secondo la loro volontà (quindi, fin quando tutto il resto del mondo non avesse accettato l'autorità imperiale a stelle e strisce e di fornire petrolio, altre fonti energetiche e tutto quello che l'Impero chiedeva a coloro che considera meno che sudditi).

La seconda vittima di ogni guerra è la verità, è la nuda realtà dei fatti. La guerra non accetta obiezioni, la macchina bellica non contempla nulla che non sia propaganda, yes-men, yes-women, collaborazionismo. Tutto dev'essere piegato ai suoi obiettivi, tutto quel che non è funzionale ai carri armati dei signori della guerra dev'essere manipolato, piegato, adattato, cancellato.

L'OPZIONE KOSOVO, LE BUFALE DI BUSH E BLAIR

In questi giorni ci stanno raccontando che Obama starebbe studiando un'opzione Kossovo per la Siria, la ripetizione del bombardamento su Belgrado del 1999. John Pilger in un articolo recente ( http://www.globalist.ch/Detail_News_Display?ID=48191&typeb=0&Venti-di-guerra-ricordando-le-bufale-del-Kosovo- ) ha ripercorso tutte le tappe di quell'azione Nato, a partire dalle tante menzogne. La prima delle quali fu addossare alla delegazione serba la colpa della fine dei negoziati di Rambouillet, "dimenticandosi" che Madeleine Albright (quando ormai  l'accordo era praticamente raggiunto) tentò di imporre l'occupazione militare di tutta la Jugoslavia da parte della NATO e degli USA. Blair e Clinton "giustificarono" il bombardamento di Belgrado (così chirurgico che, per bombardare 14 carrarmati, furono colpiti 372 centri industriali, la sede della televisione, ponti ed altri luoghi civili) con il massacro da parte delle milizie di Milosevic di almeno "225.000 uomini di etnia albanese di età compresa tra i 14 e i 59 anni". Dopo la fine dell'intervento armato l'FBI rimase diverse settimane in Kossovo senza trovare alcuna traccia di fosse comuni e di stermini di massa. Mentre, un anno dopo, il Tribunale Internazionale per i Crimini di Guerra (un ente di fatto istituito dalla Nato) affermò che il numero definitivo di corpi trovati nelle "fosse comuni" in Kosovo era 2.788, compresi i combattenti di entrambe le parti e i serbi e i rom uccisi dall'Esercito di Liberazione Albanese del Kosovo(KLA). Pilger sottolinea che "il Kosovo è oggi un criminoso e violento libero mercato di droga e prostituzione amministrato dalle Nazione Unite. Più di 200.000 serbi, rom, bosniaci, turchi, croati ed ebrei sono stati purificati etnicamente dal KLA mentre le forze della Nato rimanevano in attesa. Gli squadroni della morte della KLA hanno bruciato, saccheggiato o demolito 85 tra chiese ortodosse e monasteri, secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite."

IL SOSTEGNO "INTERNAZIONALE" AI COMBATTENTI ANTI-ASSAD E LE FORNITURE DI ARMI EUROPEE

In Siria sta per scoppiare una nuova guerra. Nossignori, in Siria è già guerra da oltre due anni. Il Paese è già insanguinato dalla morte di migliaia di persone, vittime di un'atroce guerra civile. Una guerra civile dove le "Grandi Potenze" non arriveranno nelle prossime ore ma sono già presenti dall'inizio. Già un anno fa l'ottimo portale Sirialibia (http://http://www.sibialiria.org) ha redatto un elenco di tutti gli attori internazionali che stanno partecipando alla guerra civile in Siria. "Turchia e Libano del Nord (Tripoli e Akkar): offrono ospitalità a combattenti, servizi logistici e contrabbando di armi, spie e  uomini; inoltre ospitano le famiglie dei combattenti siriani come rifugiati e le utilizzano presso i media; Qatar: finanzia sia l’approvvigionamento in armi che la disinformazione attraverso la sua tivù satellitare Al-Jazeera e altri canali (Al Jadeed in Libano, On Tv in Egitto, Orient Tv ospitata in Egitto e in altri paesi); Giordania: lavoro di intelligence, contrabbando di combattenti, ospitalità per le loro famiglie come rifugiati, e loro uso presso i media; Egitto, Tunisia, Libia, Afghanistan, Pakistan, Cecenia: forniscono combattenti jihadisti (fra gli altri il giornalista britannico Robert Fisk ne ha incontrati molti ad Aleppo); Francia e Gran Bretagna: lavoro di intelligence, telecomunicazioni high-tech e spionaggio."  Il 28 Maggio di quest'anno la Rete Italiana per il Disarmo ha denunciato che i Paesi dell'Unione Europea hanno deciso di "cancellare l’embargo di armi verso la Siria" così da dare "la possibilità ai paesi membri di fornire armamenti ai ribelli in lotta con il regime di Assad".

A questo elenco andrebbe poi aggiunto il Sudan che, come denunciato dal Washington Post e dal settimanale Sud Sudanese The New Nation, fornisce armi ai "ribelli": armi automatiche, munizioni, fucili di precisione per i cecchini, missili anti carri armati, missili anti aerei FN-6 a ricerca automatica di calore, prodotti a Khartoum, acquistati dal Qatar e spedite in Siria tramite la Turchia.

L'Italia non è esente da questa partecipazione alla guerra civile siriana. Il 1° Agosto di due anni fa Giorgio Beretta denunciò su Unimondo ( http://www.unimondo.org/Notizie/Siria-ministro-Frattini-quei-carro-armati-sparano-italiano-sui-civili-di-Hama-131207 ) che sui "carri armati T72 di fabbricazione sovietica" in dotazione all'esercito di Assad (e accusati di aver sparato sulla folla ad Hama nelle settimane precedenti) "sono da anni installati i sistemi di puntamento e di controllo del tiro TURMS-T" prodotti da Selex Galileo, ex Galileo Avionica, una controllata di Finmeccanica. Il 28 Agosto OPAL, l'Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa di Brescia,  ha documentato che "Tranne quelle verso la Giordania e il Libano, le esportazioni dei paesi dell’Unione Europea di fucili, carabine, pistole e mitragliatrici sia automatiche che semiautomatiche verso le nazioni confinanti con la Siria sono raddoppiate o addirittura triplicate tra il 2010 e il 2011. Lo documentano i rapporti ufficiali dell’Unione Europea: la Turchia è passata dai poco più di 2,1 milioni di euro di importazioni di armi leggere europee del 2010 agli oltre 7,3 milioni del 2011; Israele da 6,6 milioni di euro ad oltre 11 milioni di euro e addirittura l’Iraq da meno 3,9 milioni di euro del 2010 a quasi 15 milioni nel 2011".
 
I MASSACRI E GLI STUPRI DEI "RIBELLI"

Ci hanno raccontato in questi mesi, e ancor più nelle ultime settimane e giorni, uno scontro tra il Male e il Bene, con i "ribelli" (sostenuti e fomentati dalle armi occidentali e delle petro-monarchie del Golfo Persico) civili, democratici, bastioni di civiltà. Nel luglio scorso sono nati in Siria i primi figli del jihad al nikah, il matrimonio ad ore che in alcuni casi rende lecito anche lo stupro. Nei mesi scorsi lo Sceicco wahabita Mohammed al-Arifi  ha fatto un appello per l'arruolamento delle donne per la jihad in Siria ed emanato una fatwa per il jihad al nikah, un matrimonio che - dopo averlo "consumato" - i miliziani possono sciogliere (anche dopo poche ore appunto) ripetendo per tre volte  la formula rituale del ripudio per annullare le nozze, così che queste vere e proprie "schiave del sesso" possano essere sposate da un altro miliziano. In tutto questo la volontà della donna non viene minimamente contemplata e, anzi, il jihad al nikah rende lecito al "marito temporaneo" lo stupro della donna che non volesse acconsentire. Nella notte tra  il 22 e il 23 luglio a Khan al-Asal, un villaggio a maggioranza sciita e alawita  a sud-ovest di Aleppo, è stato teatro di una terribile strage criminale. Secondo alcune dettagliate ricostruzioni (riportate al link http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=1821 ) affiliati allo Stato islamico dell'Iraq e del Levante, Jabhat al-Nusra e sostenitori del califfato islamico hanno dapprima attaccato e poi invaso il villaggio e, dopo aver massacrato i militari siriani, hanno ucciso tutti quelli che si trovavano per le strade,  fatto irruzione nelle abitazioni e ucciso i giovani sparando alle loro teste, decapitato gli anziani e bruciato decine di donne, completando l'orrore criminale accanendosi sui corpi dei morti prima di gettarli in una fossa comune alla periferia del villaggio. Il quotidiano britannico Telegraph ha denunciato che a Deir Ezzor e Hassaké molti sono stati costretti a fuggire altrove, a convertirsi forzatamente o a “pagare per la rivoluzione". Un'altra strage (fonte: http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=1835 ) è stata compiuta da Jabhat al-Nusra, Liberi del Levante, Brigate dei Mouhajirin, Aquile del Levante, Aquile della dignità e Brigata dei libici in 10 villaggi abitati prevalentemente da alawiti tra Kafrayya, Talla, Barmasse, Anbaté e Beit Shokouhi. A Balluta la popolazione è stata radunata fuori dalle case e sono stati uccisi tutti i giovani e i bambini con coltelli di fronte alle loro famiglie. Ad Abu Mecca sono stati sgozzati tutti gli abitanti, così come ad Istarba.


LE ARMI CHIMICHE

I media main-stream, ripetendo quando affermato da Obama, Cameron, Hollande e Letta, ci hanno raccontato in queste ore che non è più possibile attendere e che la Siria ha varcato la "linea rossa" utilizzando armi chimiche per massacrare la propria popolazione. La "linea rossa" sarebbe stata attraversata con l'attacco del 21 Agosto alle 3 del mattino. Il video che da giorni le televisioni italiane ci stanno mostrando a tutte le ore è stato caricato su youtube il 20 agosto. Alcuni esperti di armi non convenzionali hanno notato che le persone riprese nel video non mostrano i sintomi di intossicazione da gas sarin e i soccorritori "non hanno protezioni, quindi la tossicità del prodotto è più bassa" (Gwyn Winfiled intervistato da Repubblica per esempio il 22 Agosto). Secondo Jean Pascal Zanders, esperto in armi chimiche e biologiche per l'istituto dell'Unione europea per la sicurezza, i soccorritori (equipaggiati e non protetti come vediamo nel video) sarebbero dovuti morire all'istante a loro volta. Medici Senza Frontiere, nel suo comunicato (http://medicisenzafrontiere.it/msfinforma/comunicati_stampa.asp?id=3220&ref=listaHomepage) del 24 Agosto riferisce semplicemente di aver avuto notizie (che non ha avuto modo di verificare, in quanto " il personale di MSF non è stato in grado di accedere alle strutture") di "un gran numero di pazienti giunti con sintomi quali convulsioni, eccesso di salivazione, pupille ristrette, visione offuscata e difficoltà respiratorie" sottolineando che "MSF non può né confermare scientificamente la causa di questi sintomi, né stabilire chi è responsabile per l'attacco". Ben diverso dalla conferma dell'uso di gas sarin da parte di Assad, come vorrebbero farci credere. Secondo Jean Pascal Zanders, esperto in armi chimiche e biologiche per l'istituto dell'Unione europea per la sicurezza, i soccorritori sarebbero dovuti morire all'istante a loro volta. SyriaTruth (un sito di oppositori ad Assad non armati, coordinato da un esule) riferisce di progetti organizzati dalle "brigate turkmene" di Latakia e Damasco, in particolare "la bandiera dell'Islam" e "le brigate dei discendenti del Profeta", e che i villaggi di Zamalka e Ein Tarma (dove si sarebbe verificata la strage) sono poco distanti dalle zone residenziali principali della capitale, abitate per lo più da siriani filogovernativi, e dall'aeroporto militare di Mezzeh. Su youtube si trova anche questo video http://www.youtube.com/watch?v=XPXwGKDrMQw&feature=share , nella cui didascalia leggiamo "Da una conversazione tra dirigenti della società di mercenari britannica Britain Defence, pubblicata dal Daily Mail di Londra, viene la prova che gli Usa hanno sollecitato il Qatar a fornire armi chimiche ai "ribelli", in modo che gli Usa possano accusare il governo di Assad di ricorrere a tali armi, La fonte sono messaggi email tra i dirigenti di cui sopra scoperti da un hacker malesiano." Il  rappresentante ufficiale del Ministero degli Affari Esteri della Russia presso l'ONU ha fornito foto scattate da satelliti russi che documentano che è stato lanciato un razzo che conteneva sostanze chimiche tossiche sulle zone orientali nei pressi di Damasco dalle aree occupate dai ribelli. Carla Del Ponte (ex procuratore capo del Tribunale penale internazionale) già nel maggio scorso dichiarava in un'intervista alla Radio Svizzera Italiana "Abbiamo potuto raccogliere alcune testimonianze sull'utilizzo di armi chimiche, e in particolare di gas nervino, ma non da parte delle autorità governative, bensì da parte degli oppositori, dei resistenti". All'inizio di giugno in Turchia sono stati arrestati alcuni guerriglieri appartenenti al Fronte al-Nusra (la principale formazione jihadista attiva in Siria) nelle cui abitazioni sono state rinvenute sostanze chimiche come il sarin.


IL MUOS E IL RISCHIO CHE LA SICILIA DIVENTI UNA BASE USA

L'ultima manipolazione da parte del Governo Italiano (il Ministro Bonino sono giorni che ripete "senza l'ONU l'Italia non partecipa") e dei media main stream è sulla partecipazione italiana. Tutti "dimenticano" che in Italia sono presenti diverse basi USA (che quindi rispondono al governo statunitense e non al Parlamento italiano). E ovviamente (dopo aver trasformato la straordinaria manifestazione del 9 Agosto scorso in una giornata di scontri violenti) senza minimamente citare il MUOS, la cui costruzione ha subito una fortissima accelerazione nei giorni scorsi (http://www.nomuos.info/ricominciano-lavori-teniamo-alto-la-guardia/ ), dopo il precedente violento sgombero del presidio No Muos (https://www.youtube.com/watch?v=1iwa1Smd7MM&feature=youtube_gdata_player). L'accellerazione nella costruzione nel MUOS, la presenza di basi militari USA (attrezzate anche per i droni, gli aerei senza pilota) fanno temere che la Sicilia non sarà assolutamente estranea alla mobilitazione militare, anzi, così come avvenuto con la guerra in Libia (quando dall'isola partirono quasi tutte le operazioni) potrebbe essere una delle basi più importanti della "nuova" guerra USA.  Si considerano i baluardi della civiltà e della democrazia nel mondo, proclamano altissima la bandiera della libertà, dei diritti umani e della libertà. La Sicilia mostra la realtà: violentano l'ambiente, mettono a rischio la salute, s'impongono manu militari sulle popolazioni. Rullano i tamburi di guerra e le infowar dominano il mondo dell'informazione...

Associazione Antimafie Rita Atria
Associazione Culturale Peppino Impastato
PeaceLink - Telematica per la Pace


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martedì 22 novembre 2011

Il processo contro Bush e Blair per crimini di guerra a Kuala Lumpur

Per la prima volta saranno esaminate le accuse per crimini di guerra contro i due ex capi di Stato.
 
Dal 19 al 22 novembre 2011, il processo contro George W. Bush (l'ex presidente degli Stati Uniti) e Anthony L. Blair (ex Primo Ministro britannico) si terrà a Kuala Lumpur. Questa è la prima volta che le accuse per crimini di guerra contro i due ex capi di Stato saranno esaminate nel rispetto di una corretta procedura legale.
Le accuse sono state dirette contro gli accusati dalla Commissione per i Crimini di Guerra di Kuala Lumpur (KLWCC), a seguito delle procedure previste dalla legge. La Commissione, dopo aver ricevuto denunce da vittime della guerra in Iraq nel 2009, ha proceduto ad effettuare un'accurata e approfondita indagine per quasi due anni e, nel 2011, ha costituito accuse formali per crimini di guerra contro Bush, Blair e i loro associati.
L'invasione dell'Iraq nel 2003 e la sua occupazione hanno provocato la morte di 1,4 milioni di iracheni. Innumerevoli altri hanno sopportato torture e privazioni indicibili. Le grida di queste vittime sono finora rimaste inascoltate dalla comunità internazionale. Il diritto umano fondamentale di essere ascoltati è stato loro negato.
Come risultato, nel 2008 è stato costituito il KLWCC  per colmare questo vuoto e per agire, come iniziativa  dei popoli, per fornire un modo a tali vittime per presentare le loro lamentele e per avere la loro giornata in una corte di giustizia popolare.
La prima accusa contro George W. Bush e Anthony L. Blair per Crimini contro la Pace:
Gli imputati hanno commesso crimini contro la pace, nel senso che le persone Accusate hanno pianificato, predisposto e invaso lo stato sovrano dell'Iraq il 19 marzo 2003 in violazione della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale.
La seconda accusa è di crimine di tortura e crimini di guerra, nei confronti di otto cittadini degli Stati Uniti che sono in particolare George W. Bush, Donald Rumsfeld, Dick Cheney, Alberto Gonzales, David Addington, William Haynes, Jay Bybee e John Yoo, in cui:
Le persone Accusate hanno commesso il crimine di tortura e crimini di guerra, in quanto: gli imputati hanno volontariamente partecipato alla formulazione di ordini esecutivi e direttive per escludere l'applicabilità di tutte le convenzioni e le leggi internazionali, in particolare la Convenzione contro la tortura del 1984, la Convenzione di Ginevra III, 1949, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e la Carta delle Nazioni Unite, in relazione alla guerra lanciata dagli Stati Uniti e altri in Afghanistan (nel 2001) e in Iraq (marzo 2003), inoltre, e/o sulla base e nel perseguimento dello stesso, le persone Accusate hanno  autorizzato o sono stati conniventi, ordinando atti di tortura e trattamenti crudeli, degradante e inumano trattamento nei confronti di vittime, in violazione del diritto internazionale, dei trattati e delle convenzioni tra cui la Convenzione contro la tortura del 1984 e le Convenzioni di Ginevra, inclusa la Convenzione di Ginevra III del 1949.
Il processo si terrà davanti al Tribunale per i crimini di guerra di Kuala Lumpur, che è costituito da eminenti personalità in possesso di qualifiche legali.
I giudici del Tribunale, che fanno capo al giudice in pensione della Corte Federale malese Dato' Sulaiman Abdul Kadir, includono anche altri nomi importanti come il signor Alfred Lambremont Webre, un laureato di Yale, che ha scritto alcuni libri sulla politica, Dato' Zakaria Yatim,  giudice in pensione della Corte Federale malese, Tunku Sofiah Jewa, avvocato e autore di numerose pubblicazioni in diritto internazionale, il prof Salleh Buang, ex Consigliere federale del procuratore generale Chambers e autore di spicco, il prof Niloufer Bhagwat, esperto di Diritto Costituzionale, Diritto Amministrativo e Diritto Internazionale, e il Prof. Dr. emerito Datuk Shad Saleem Faruqi, prominente accademico e professore di diritto.
Il Tribunale giudicherà e valuterà le prove presentate, come in ogni tribunale. I giudici del tribunale devono essere convinti che le accuse sono provate oltre ogni ragionevole dubbio e fornire un giudizio motivato.
Nel caso in cui il tribunale condannasse uno qualsiasi degli imputati, l'unica sanzione è che il nome del colpevole sarà iscritta nel Registro dei Criminali di Guerra della Commissione e pubblicizzato in tutto il mondo. Il tribunale è un tribunale di coscienza e un'iniziativa dei popoli.
L'accusa per il processo sarà presentata dal Prof. Gurdial S Nijar, professore di legge di spicco e autore di numerose pubblicazioni giuridiche e dal Prof. Francis Boyle, eminente professore americano, professionista e sostenitore del diritto internazionale, e assistito da un team di avvocati.
Il processo si terrà in una corte aperta dal 19 al 22 Novembre 2011 presso la sede della Fondazione Al-Bukhari a Jalan Perdana, Kuala Lumpur.
Fonte: Global Research 19 Novembre 2011
Traduzione: Anna Moffa

 

martedì 27 maggio 2008

Gli Stati Uniti verso l'abisso



Questo post è decisamente ingente (in quattro parti), densamente politico, ma credo valga la pena di leggerlo: è lo sguardo di uno janqui, Arthur Silber, che non appartiene alla schiera dei liberal patriottici (quelli che detestano la guerra irachena perché è un fallimento, perché costa troppe vite americane, perché Bush è un'idiota... ma non perché invadere un paese, massacrare centinaia di migliaia di persone, distruggere infrastrutture, scuole, ospedali, depuratori e via e via, sia il peggiore dei crimini contro l'umanità *), e guarda direttamente al cuore nero degli USA, senza nemmeno invischiarsi in alcun tedioso complottismo. Proprio per questo, nonostante risalga al 2007, questo scritto non è per nulla datato.
Occorre però chiarire la natura di un evento che, ai tempi dell'articolo, era appena accaduto.
L'incidente a cui si riferisce Silber è accaduto il 17/09/2007, durante un incontro di John Kerry (il candidato Democratico sconfitto da Bush nelle elezioni del 2004, quelle dei voti mai contati in Florida, eccetera eccetera) con gli sudenti della University of Florida. Lo studente, citando il libro che aveva in mano (Armed Madhouse, il cui autore, Greg Palast, è un giornalista investigativo, un Travaglio janqui... Il sottotitolo del libro è Da Bagdad a New Orleans-Sordidi Segreti di una Casa Bianca Fuori di Testa), ha fatto a Kerry domande del tipo "Perché non ha chiesto l'impeachment di Bush ?", oltre a chiedere conto dell'affiliazione del senatore alla società segreta Skull and Bones (se mattonate la Rete, sapete di che si tratta). La polizia del campus ha pensato che stesse "disturbando" un po' troppo, l'ha bloccato, portatolo via di peso e, visto che aveva la sfrontatezza di lamentarsi, gli ha dato una bella "scossa" coi taser. Tutto questo tra la (quasi) completa indifferenza della ingente platea di studenti, e senza che, in origine, ci sia stata da parte di Kerry una qualsiasi richiesta di intervento.
È proprio questo automatismo, la normalità di una violenza (che può anche essere fatale) esercitata su un cittadino assolutamente inoffensivo, che però ha la sfacciataggine di deviare dall'agenda che, a quanto pare, i tutori dell'ordine costituito ritengono accettabile, è questo fatto altamente simbolico che innesca le considerazioni di Silber sul destino tragico degli Stati Uniti.

*Vedi Corte Penale Internazionale: istituzione (tesi di laurea) di Pierluigi Sbardellati. In particolare per l'Iraq vedi un'altra tesi di laurea, Il caso Iraq e il diritto internazionale: uso della forza e giustificazione dell'illecito di Francesco Damiani.



UNA NAZIONE SULL'ORLO DELLA ROVINA FINALE (I)
-Barlumi degli Orrori che Verranno
di Arthur Silber

I. Il contesto storico della crisi in corso

Dato che il titolo più sopra si riferisce alla "rovina finale" degli Stati Uniti, devo iniziare sottolineando una questione che ho già discusso molte volte. La demolizione della struttura politica di base di questo paese è un progetto costantemente in atto da più di un secolo. Tale distruzione è stata lo scopo perseguito da entrambi i partiti, Repubblicano e Democratico, e si esplica principalmente in due modi: attraverso una politica estera non difensiva, ma aggressiva e interventista, e una politica interna che rende il governo sempre più potente e intrusivo. Riconoscere l'interconnessione tra questi due aspetti di uno stato bellicista, imprenditoriale [1] e autoritario è cruciale. Quando gli stati fanno la guerra, i loro poteri diventano più grandi. Tali accresciuti poteri trovano una giustificazione, inizialmente, nel richiamo a minacce esterne quasi sempre esagerate, spesso del tutto fittizie. Una volta consolidati questi poteri, per lo stato è molto semplice modificarne gli obbiettivi, focalizzandoli su pretese minacce interne. Entrambi gli aspetti hanno il medesimo scopo: ridurre, fino all'eliminazione, qualunque sfida all'esercizio del potere da parte dello stato, sia che provenga da nazioni estere, sia che si incarni in una dissidenza interna. Il fine ultimo è il potere assoluto, esercitato da uno stato onnipotente.

Come già ho descritto in Dominion Over the World, gli Stati Uniti sono un war state [uno stato che si basa sulla guerra] sin dai tempi della Guerra Ispano-Americana [1898]. A partire da quel primo episodio di uso non difensivo della forza bruta militare, presto seguito dalla partecipazione alla I Guerra Mondiale (un conflitto che non costituiva nessuna seria minaccia diretta per gli USA, ma nel quale i leader di questo paese scelsero di inserirsi con precisa e attenta premeditazione), gli Stati Uniti sono stati perennemente dediti alla guerra: preparazione alla guerra, scatenamento di guerre sia ufficiali sia ufficiose, ricostruzione dopo la guerra. La guerra è il nostro prodotto nazionale più importante; la guerra consuma una percentuale sempre maggiore della nostra ricchezza e delle nostre energie. Attraverso quasta via, lo stato rende il proprio potere inattaccabile. Un perenne stato di guerra concede allo stato infinite opportunità di consolidare e ampliare poteri di per sé già molto ampi.

L'attuale amministrazione spicca per la sua rozzezza, la sua sfacciata, fanfaronesca crudeltà, nonché per la sua integrale idiozia – ma nessuno dei suoi delitti sarebbe stato possibile senza le politiche perseguite nei tanti decenni precedenti, sia dai Repubblicani sia dai Democratici. Come ho sintetizzato in The Empire at Evening:

«Con l'approvazione del Military Commissions Act [http://powerofnarrative.blogspot.com/2006/09/thus-world-was-lost.html], riusciamo a percepire solo il tepore evanescente che la luce di un sole ormai distante riesce a diffondere, intanto che le ombre si fanno sempre più lunghe e oscure. Non vedremo mai più il mezzogiorno, no, nemmeno un tardo meriggio, non durante la nostra esistenza.
E tutto questo non a causa di George W. Bush, per quanto lui abbia di certo dato una spinta agli eventi. È forse anche solo lontanamente concepibile che un personaggio così sommamente risibile sia riuscito a portare la nazione più potente del mondo alla rovina, sia pure col contributo della sua cricca di corrotti? Né lui né loro avrebbero potuto; di più, lui è un sintomo, l'espressione del marciume che sta corrodendo le fondamenta di questo paese da almeno un secolo. La considerazione che avete degli Stati Uniti è così misera da credere davvero che questo paese, per come lo immaginate, potesse venire distrutto da una cosa così?
Tuttavia Bush è la perfetta incarnazione di ciò che ci ha portati fin qui: sintetizza l'arroganza, il calcolato anti-intelletualismo e l'imbarazzante contraddittorietà, l'insaziabile avidità di potere e la predilezione per l'uso della forza, insieme all'assoluta convinzione che la sorte e Dio gli sorridano e ci sorridano più di quanto abbiano fatto con qualunque altro popolo nell'intero corso della storia: li sintetizza in una singola, patetica, ridicola imitazione di autentico essere umano.
George W. Bush è il nostro destino e la nostra ricompensa. Ce lo siamo guadagnato.»

Ho scritto queste righe quasi un anno fa. Restano precise, alla virgola. Il persistente autoinganno che molti perseguono per consolarsi e attenuare le loro paure mi porta a sottolineare, fra tutte, una frase il cui significato sembra essere sfuggito ai più: "La considerazione che avete degli Stati Uniti è così misera da credere davvero che questo paese, per come lo immaginate, potesse venire distrutto da una cosa così?" Difatti, se gli USA fossero stati ancora l'entità politica vitale di cui tanti americani fantasticano, i crimini di Bush non avrebbero neppure cominciato a essere perpetrati. Se il Partito Democratico rappresentasse un'autentica alternativa (in termini di principi politici di base), i suoi rappresentanti si sarebbero dati da fare per contrastare quei crimini appena preso il controllo del Congresso. Soprattutto, cosa ancora più cruciale, se ai Democratici interessasse minimamente prevenire un attacco contro l'Iran e l'ulteriore consolidamento di politiche autoritarie, avrebbero dato il via alla procedura di impeachment.
Ma i Democratici non l'hanno fatto. E non lo faranno.
Come di recente ha annotato Chris Floyd,

«La posizione dell'amministrazione Bush è oggi più forte di quanto lo fosse un anno fa.
Com'è possibile? La risposta è facile: gli Stati Uniti non sono più un paese democratico, anzi, non ne sono nemmeno una sbiadita imitazione.»

Ogni tanto leggo commenti che mi raffigurano come una specie di profeta di sventura, uno che non fa che proclamare il prossimo arrivo dell'inferno in terra. In realtà sono stato sempre ben attento a non fare affermazioni del genere, per la ponderata ragione che non posso certo conoscere la tabella esatta e la forma del nostro collasso, così come nessuno può conoscerne i dettagli con precisione. (Faccio notare che nemmeno Chris Floyd lo afferma, per quanto su questo punto, e molti altri, dia il suo parere con grande efficacia.) Che il collasso degli Stati Uniti si stia avvicinando non è possibile negarlo. La nostra economia è un castello di carte, e non da adesso. Per quanto possa, a seconda delle circostanze, implodere all'improvviso, potrebbe franare e sbriciolarsi lentamente, impiegandoci decadi. Non c'è modo di saperlo.

Allo stesso modo, l'estensione con cui gli attuali, terrificanti poteri di polizia del nostro governo verranno applicati, insieme agli obbiettivi contro i quali saranno diretti, non possono essere prefigurati nel dettaglio. Anche questo dipenderà da innumerevoli fattori - se si allargherà la guerra in Medioriente (o meglio, quando si allargherà, perché se Bush non compierà, impunemente, il misfatto, la cosa si verificherà certamente durante una futura amministrazione Democratica), se ci saranno ulteriori attentati terroristici negli USA, e se sì di quale gravità, eccetera. Le variabili in gioco sono tante da rendere qualsiasi predizione particolareggiata un esercizio di fantasia narrativa. Ma la tendenza generale è chiara; inoltre, la storia ci insegna come tale tendenza sia ormai irreversibile, a meno di un evento miracoloso che la mia metafisica non contempla affatto. La guerra continuerà, ancora più distruttiva, e lo stato autoritario si manifesterà nei confronti della cittadinanza in maniera sempre crescente. Solo la tempistica e i particolari sono ancora da definire. Comunque, come ho rilevato recentemente, per la maggioranza degli Americani la vita quotidiana potrebbe proseguire sostanzialmente inalterata ancora per qualche anno.

Date queste osservazioni introduttive, vorrei sottolineare che un certo genere di eventi può evidenziare in maniera clamorosa la condizione generale di una cultura. Le reazioni del pubblico indicano cosa la maggioranza della gente sia predisposta a tollerare - e cosa il governo possa fare impunemente. Simili eventi sono il termometro di futuri sviluppi politici: se ne osserviamo i segnali, potremo capire se la gente accetterà qualsiasi azione intrapresa dallo stato, oppure se opporrà una qualche resistenza nel caso lo stato si comporti in maniera particolarmente crudele od oppressiva. Commenti e pubblico dibattito rivelano anche fino a che punto la gente sia ansiosa di obbedire, o quanto invece certi individui siano decisi a dire "No." Come ho spiegato più sopra, simili atteggiamenti ci diranno se la gente si schiererà dalla parte della resistenza o dalla parte degli assassini.

Uno di questi eventi è l'uso del taser contro Andrew Meyer - e la reazione generale è stata tanto orripilante da rasentare l'indescrivibile.


II. Tortura alla luce del sole

Credo che l'incidente in questione l'abbiano visto tutti. In caso contrario, dovreste guardare il video.
Volendo esprimere un'opinione sulla faccenda, e negli ultimi giorni pare che un'opinione ce l'abbia chiunque, la gente dovrebbe almeno conoscere gli effetti prodotti da un taser e il grande pericolo che si accompagna all'uso di quest'arma - sarebbe a dire, dovrebbero rendersi conto se il parere che sono così ansiosi di fornire sia minimamente informato e responsabile. Ma nella discussione generale sull'argomento informazione e responsabilità sembrano quasi del tutto assenti. Anzi, nel dibattito risulta clamorosamente assente perfino un minimo livello di decenza.

Ecco alcuni estratti di un articolo del 2005 che serve a delineare il contesto:

«17 febbraio 2005 - La morte di un uomo di 54 anni e il ricovero in ospedale di un ragazzo di 14 dopo che la polizia di Chicago ha usato contro di loro un'arma oggetto di polemiche rappresentano gli ultimi casi del sempre crescente e discutibile uso dei taser, armi potenzialmente mortali, che ha diffuso indignazione nelle comunità di tutto il paese. L'adolescente è andato in arresto cardiaco dopo che la polizia, lo scorso lunedì, lo ha colpito coi 50.000 volt dell'arma, ma mentre il ragazzo è sopravvissuto, un uomo, colpito dalla polizia giovedì, è morto.
...
Dal giugno 2001, negli Stati Uniti e in Canada più di 70 persone sono morte mentre erano sotto custodia della polizia, dopo essere stati colpiti con i taser, e la frequenza di questi casi, secondo Amnesty International, si accresce anno per anno. In cinque di essi, l'autopsia ha rilevato che la scossa del taser è stata la causa principale del decesso. In molti altri, il rapporto dei coroner ha identificato nel taser una verosimile concausa.

Inoltre, chi critica l'uso di quest'arma sostiene che molti decessi che non la vedono implicata potrebbero in realtà risultare collegati allo shock elettrico provocato dal taser. Amnesty International ha incaricato un patologo legale di riesaminare alcuni casi di morte che hanno comportato l'utilizzo di taser. In alcuni di essi il patologo ha scoperto che, oltre alle cause "ufficiali" di morte, descritte spesso come collasso cardiaco, uso di stupefacenti o lesioni craniche, ci potrebbe anche essere il contributo del taser.

In genere il taser funziona sparando una coppia di dardi appuntiti che si attaccano ai vestiti o alla pelle, trasmettendo al corpo una scossa di 50.000 volt, per cinque secondi, mettendo fuori uso il sistema nervoso centrale del soggetto e causando contrazioni incontrollabili dei muscoli e l'immediato collasso. I dardi sono collegati a cavi sottili che possono arrivare fino a circa 7 metri di distanza. Coloro che sono stati "taserati" riferiscono di aver provato un dolore estremo e debilitante.»

Già questo dovrebbe sembrare abbastanza orribile a chiunque conservi uno straccio di decenza e umanità, ma non si tratta dell'aspetto peggiore dell'uso dei taser.
Il peggio è questo:

«Lo studio di Amnesty ha rilevato che è la Florida lo stato i cui agenti sono i più entusiasti utilizzatori dei taser. Dal 2000 in Florida ci sono stati 17 decessi collegati al loro uso. Queste morti, l'uso dell'arma contro i minori e il rifiuto della polizia di riconsiderare le proprie procedure, stanno alimentando la pubblica disapprovazione. Il 12 gennaio, a Lakeland, un agente di polizia ha "taserato" il diciassettenne Soladoye Oyelowo perché si trovava sul percorso del poliziotto, che stava andando a sedare una rissa tra due ragazze. "Perché non l'ha semplicemente spinto da parte?" ha domandato Theodora Oyelowo, la madre dello studente, parlando col Lakeland Ledger.

È quest'uso discutibile dell'arma che smentisce le affermazioni dei produttori che i taser fanno diminuire l'uso della forza [negli interventi di polizia]. Alcuni corpi di polizia affermano che con l'introduzione dei taser l'utilizzo delle armi da fuoco da parte degli agenti sia diminuito, e se da un lato Amnesty conviene che una scossa elettrica sia meglio di una pallottola, dall'altro la sua analisi ha scoperto che i taser, essendo percepiti come "non letali", vengono impiegati anche quando l'uso della forza non per nulla necessario.

L'analisi statistica di 2050 usi sul campo dei taser negli Stati Uniti, realizzata per Taser International [l'azienda produttrice] nel novembre 2002, mostra che nel 79,6% dei casi i sospetti erano disarmati.

Una ricerca condotta dal Denver Post nel maggio del 2004 ha rivelato che il Dipartimento di Polizia di Denver usa abitualmente i taser per ottenere l'acquiescenza, piuttosto che per evitare altre forme di violenza. Inoltre il Post ha scoperto che gli agenti a volte utilizzano questo doloroso congegno su persone già ammanettate.

Il giornale di Portland (Oregon) Willamette Week riferisce che la polizia dell'Oregon usa il taser anche per infrazioni non violente, quali lo scarico abusivo di rifiuti, l'attraversamento fuori dalle strisce e la mancata osservanza degli ordini di un agente.»

In breve: i taser possono uccidere, o causare lesioni molto gravi; i taser vengono usati "abitualmente (...) per ottenere l'acquiescenza" di persone che sono di solito disarmate e non costituiscono una seria minaccia per nessuno; inoltre, i taser vengono utilizzati su sospetti che sono già stati fermati e immobilizzati.

Notate il nesso, la similarità: gli Stati Uniti scatenano guerre criminali di aggressione contro nazioni che non costituiscono nessuna reale minaccia, nazioni che palesemente non costituiscono una minaccia - al solo scopo di ottenerne l'acquiescenza, vale a dire perché vengano insediati governi che agiscano in ottemperanza alle nostre imposizioni. Questo, da lungo tempo, è la finalità della nostra politica estera interventista: assicurarsi che altri paesi agiscano secondo i nostri ordini, anche se qualsiasi genuina questione di sicurezza nazionale è del tutto assente. L'America è Dio. Sia fatta la volontà di Dio. Perfino dopo la catastrofe irachena, i leader di entrambi i partiti minacciano una guerra contro l'Iran, un'altra nazione che non ci minaccia, semplicemente perché l'Iran osa opporsi alla nostra volontà.

C'è forse da meravigliarsi, allora, se all'interno dei nostri confini le forze dell'ordine utilizzano armi potenzialmente letali pur in assenza di minacce concrete - solo per ottenere acquiescenza? Se lo stato decide di interessarsi al tuo comportamento, tu devi obbedire. Certo, puoi aprire una discussione, opporti - entro i parametri stabiliti dallo stato. Certo, puoi fare domande - se lo stato le approva. Ma se osi oltrepassare il confine che lo stato ha tracciato, verrai rimesso in riga, se occorre con la forza - magari anche forza letale. Il governo degli Stati Uniti ha assassinato un milione di persone innocenti che non l'avevano mai minacciato; figurarsi quanto può valere la vita di un singolo studente, specialmente se è un piantagrane?


Nella seconda parte, ci occuperemo delle domande poste da Meyer, di che genere di "minaccia" lui rappresenti - e di alcune delle reazioni a quest'incidente, che sono state uniformemente indecenti lungo tutto lo spettro politico. Poi, col prezioso aiuto di Hanna Arendt e Alice Miller, esamineremo i fattori culturali e psicologici insiti negli orrori di questa settimana - insiti anche, tragicamente, negli orrori che ancora devono compiersi.

traduzione di Domenico D'Amico.
Originale.

Nota del traduttore
[1] In originale "corporatist"; purtroppo, la collisione tra il termine inglese "corporation", che indica un genere particolare di impresa capitalistica, e il false friend italiano "corporazione", genera tutta una serie di equivoci linguistici. Ho deciso quindi di usare il termine più generico "impresa", tuttavia più vicino al significato di "corporation".