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sabato 16 agosto 2014

ISIS: Che fare?

dal Blog di Beppe Grillo

Veramente utile questo sunto. Un vademecum essenziale per capire cosa succede là fuori.



"Dagli anni '20 ai '60
A Sèvres, nel 1921, Francia e Gran Bretagna si spartirono i possedimenti mediorientali dell'ormai decaduto Impero Ottomano.
Alla Francia andarono Libano e Siria, alla GB la Palestina, la Transgiordania e l'odierno Iraq. I confini vennero segnati utilizzando matite, righelli e, probabilmente, sotto l'influsso di qualche coppa di champagne.
Altrimenti come ci si potrebbe spiegare l'invenzione folle del Regno dell'Iraq, uno stato abitato, oltre che da decine di minoranze, da tre popolazioni profondamente diverse tra loro: i curdi, gli sciiti e i sunniti?
La drammatica storia dell'Iraq nasce tutta da qui. Colpi di stato, spinte autonomiste curde, resistenze sunnite, attentati sciiti, difesa del controllo petrolifero da parte del Regno Unito, intervento della Germania nazista. Non si sono fatti mancare nulla fuorché la pace.
La CIA e i colpi di Stato che fanno meno scalpore del terrorismo
Durante la crisi di Suez Baghdad divenne la principale base inglese, nel 1958 venne abolita la monarchia e nel 1963, anche in chiave anti-sovietica, la CIA favorì un colpo di stato per deporre Abd al-Karim Qasim, l'allora premier iracheno, colpevole di aver approvato una norma che proibiva l'assegnazione di nuove concessioni petrolifere alle multinazionali straniere. In Iraq, tra deserto, cammelli e rovine babilonesi accadde quel che già si era visto all'ombra delle piramidi maya nel 1954 quando Allen Dulles*, direttore della CIA, armò truppe mercenarie honduregne per buttare giù Jacobo Arbenz, il Presidente del Guatemala regolarmente eletto, colpevole di voler espropriare le terre inutilizzate appartenenti alla statunitense United Fruit Company e distribuirle ai contadini. Risultato? Presidenti fantoccio, guerra civile e povertà.
Mi domando per quale razza di motivo si provi orrore per il terrorismo islamico e non per i colpi di stato promossi dalla CIA. Destituire, solo per osceni interessi economici, un governo regolarmente eletto con la conseguenza di favorire una guerra civile è meno grave di far esplodere un aereo in volo?
L'Iraq, come il Guatemala o il Congo RCD hanno avuto il torto di possedere delle risorse. I poveri hanno il torto di avere ricchezza sotto ai piedi. Il petrolio iracheno è stato il peggior nemico del popolo iracheno. A Baghdad nel 1960, tre anni prima della deposizione di Qasim, Iraq, Iran, Venezuela e Arabia Saudita avevano fondato l'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC), per contrastare lo strapotere delle “7 sorelle”, le principali compagnie petrolifere mondiali così chiamate da Enrico Mattei, il Presidente dell'ENI di quegli anni.
Mattei e la sovranità nazionale in Medio Oriente
Una digressione su Mattei è d'obbligo, se non altro per capire quanto, dall'invenzione del “profitto ad ogni costo”, ogni industriale, stato sovrano o partito politico si sia messo contro il capitalismo internazionale abbia fatto una brutta fine. E' successo a brave persone e a delinquenti, a politici democratici e a dittatori sanguinari difesi fino a che lo spargimento di sangue dei quali erano responsabili non avesse intaccato gli interessi del grande capitale. Mattei, dopo aver concluso importanti affari con l'Iran, si stata avvicinando a Qasim quest'ultimo alla ricerca di un nuovo partner commerciale che gli garantisse maggiori introiti di quelli concessi dagli inglesi. La sacrosanta ricerca di sovranità economica, politica ed energetica da parte di alcuni paesi mediorientali era ben vista da Mattei il quale, mosso da una intraprendenza tipicamente italiana e dall'ambizione di fare gli interessi dello Stato, ne scorgeva un'opportunità imperdibile.
Quando nel 1961 il Regno Unito concesse l'indipendenza al Kuwait Mattei fiutò l'affare. Baghdad ha sempre ritenuto il Kuwait parte del suo territorio e quando la GB lo proclamò stato sovrano Qasim si indignò per lo smacco subito convincendosi della necessità di trovare nuovi paesi con cui concludere affari**. Mattei e Qasim, nonostante il primo ministro Fanfani e il ministro degli esteri Segni negarono qualsiasi coinvolgimento italiano, iniziarono una serie di trattative e, sembra, che dei tecnici ENI si recarono in Iraq. Quel che è certo è che le 7 sorelle sono come i fili della luce: “se li tocchi muori”. Tre mesi e mezzo prima che Qasim, con il beneplacito della CIA, venisse trucidato a Baghdad, Mattei esplode in aria con il suo aereo privato. I mandanti e gli esecutori del suo assassinio sono ancora ignoti tuttavia è bene ricordare che Tommaso Buscetta, il pentito che descrisse per filo e per segno la struttura di “Cosa Nostra” a Giovanni Falcone, dichiarò che Mattei venne ucciso dalla mafia per fare “un favore agli stranieri” e che Mauro De Mauro, il giornalista che stava indagando sulla morte di Mattei, venne rapito e ucciso da Mimmo Teresi su ordine di Stefano Bontade***.
Il futuro è nero, come l'oro che fa scorrere il sangue
In “La verità nascosta sul petrolioEric Laurent scrive: “Il mondo del petrolio è dello stesso colore del liquido tanto ricercato: nero, come le tendenze più oscure della natura umana. Suscita bramosie, accende passioni, provoca tradimenti e conflitti omicidi, porta alle manipolazioni più scandalose”.
Conflitti omicidi, manipolazioni scandalose, tradimenti”. Queste parole sembrano descrivere perfettamente la storia dell'Iraq moderno.
Saddam Hussein divenne Presidente della Repubblica irachena nel 1979 sostituendo Al-Bakr, l'ex-leader del partito Ba'th che qualche anno prima aveva nazionalizzato l'impresa britannica Iraq Petroleum Company. Saddam, con l'enorme denaro ricavato dalla vendita di petrolio, cambiò radicalmente il Paese. Sostituì la legge coranica con dei codici di stampo occidentale, portò la corrente fino ai villaggi più poveri, fece approvare leggi che garantivano maggiori diritti alle donne. L'istruzione e la salute divennero gratuite per tutti. In quegli anni di profonda instabilità regionale il regime di Saddam divenne un esempio di ordine e sicurezza. Tuttavia tutto questo ebbe un prezzo. I cristiani non erano un pericolo per il regime e vennero lasciati in pace ma i curdi, vuoi per le loro spinte autonomiste che per la loro presenza potenzialmente pericolosa in zone ricche di petrolio, vennero colpiti, discriminati e spesso trucidati. Lo stesso avvenne agli sciiti che non abbassavano la testa. Quando Saddam gli riversò contro le armi chimiche fornitegli dagli USA in chiave anti-iraniana nessuna istituzione statunitense parlò di genocidio, di diritti umani violati, di terrorismo islamico. Saddam era ancora un buon amico. L'amichevole stretta di mano tra il leader iracheno e Donald Rumsfeld, all'epoca inviato speciale di Reagan, dimostra quanto per gli USA la violenza è un problema a giorni alterni. Negli anni '80 Washington era preoccupata dall'intraprendenza economica di Teheran e Saddam era un possibile alleato per contrastare la linea anti-occidentale nata in Iran con la rivoluzione del '79.
Anni di guerre
Tuttavia, sebbene la Repubblica islamica iraniana fosse apertamente anti-americana gli USA fornirono armi a Teheran durante la guerra Iran-Iraq. Il denaro è sempre denaro! Con i proventi della vendita di armi all'Iran gli USA finanziarono tra l'altro i paramilitari delle Contras che avevano come obiettivo la destituzione in Nicaragua del governo sandinista regolarmente eletto.
Ovviamente gli USA (anche l'URSS - la guerra fredda diventava tiepida se si potevano fare affari assieme) finanziarono contemporaneamente Saddam. Il sogno dell'industria bellica, una guerra infinita combattuta da due forze equivalenti, era diventato realtà. Per diversi anni le potenze occidentali lasciarono Iraq e Iran a scannarsi tra loro. Un milione di morti dell'epoca non valevano, evidentemente, le migliaia di vittime provocate dall'avanzata dell'ISIS di questi giorni. Le multinazionali della morte appena finito di parlare con Saddam alzavano la cornetta e chiamavano Teheran. «Ho appena venduto all'Iraq 200 carri armati ma a te ti do a un prezzo stracciano questa batteria anticarro». Le cose cambiarono quando l'esercito iraniano prese il sopravvento. Teheran stava per espugnare Bassora quando gli USA, sedicenti cacciatori di armi chimiche in tutto il mondo, inviarono una partita di gas cianuro a Saddam il quale non perse tempo e lo utilizzò per respingere le truppe iraniane. Ma si sa, gli USA sono generosi e di gas ne inviarono parecchio. Saddam pensò bene di utilizzarne la restante parte per gassare l'intera popolazione curda del villaggio di Halabja ma in occidente nessuno si strappò le vesti, il dittatore era ancora un buon amico. Saddam divenne un acerrimo nemico quando invase il Kuwait. Anche in quel caso non furono i morti o le centinaia di migliaia di profughi a preoccupare i funzionari di Washington sempre a stretto contatto con Wall Street. La conquista irachena del Kuwait metteva in pericolo gli interessi economici statunitensi. Una cosa inaccettabile per chi da anni lavora per il controllo mondiale del petrolio. L'operazione “Desert Storm” venne lanciata, il Kuwait “liberato” ma Saddam rimase al suo posto. Un'eccessivo indebolimento dell'Iraq avrebbe favorito Teheran e questo sarebbe stato intollerabile. I bombardamenti USA causarono oltre 30.000 bambini morti ma erano “bombe a fin di bene”.
L'11 settembre
L'attentato alle Torri Gemelle fu una panacea per il grande capitale nordamericano. Forse anche a New York qualcuno “alle 3 e mezza di mattina rideva dentro il letto” come capitò a quelle merde dopo il terremoto a L'Aquila. Quei 3.000 morti americani vennero utilizzati come pretesto per attaccare l'Afghanistan, un paese con delle leggi antitetiche rispetto al nostro diritto ma che con il terrorismo internazionale non ha mai avuto a che fare, e l'Iraq. Era ormai tempo di buttare giù Saddam e prendere il pieno controllo del petrolio iracheno. La vittoria della Nato fece piombare il Paese in una guerra civile senza precedenti e le fantomatiche armi di distruzione di massa non vennero mai trovate. Ripeto, Saddam le aveva, ahimè, già utilizzate e gli USA lo sapevano benissimo. A questo punto mi domando quanto un miliziano dell'ISIS capace di decapitare con una violenza inaudita un prigioniero sia così diverso dal Segretario di Stato Colin Powell colui che, mentendo e sapendo di mentire, mostrò una provetta di antrace fornitagli da chissà chi per giustificare l'imminente attacco all'Iraq. Una guerra che ha fatto un numero di morti tra i civili migliaia di volte superiore a quelli provocati dallo Stato Islamico in queste settimane. La sconfitta del sunnita Saddam Hussein scatenò la popolazione sciita che covava da anni desideri di vendetta. Attentati alle reciproche moschee uccisero migliaia di persone. Da quel giorno in Iraq c'è l'inferno ma i responsabili fanno shopping sulla Fifth Avenue e vacanze alla Caiman. L'avanzata violenta, sanguinaria, feroce dell'ISIS è soltanto l'ultimo atto di una guerra innescata dai partiti occidentali costretti a restituire i favori ottenuti dalle multinazionali degli armamenti durante le campagne elettorali. Comprare F35 mentre l'Italia muore di fame o bombardare un villaggio iracheno mettendo in prevenivo i “danni collaterali” sono azioni criminali che hanno la stessa matrice: il primato del profitto sulla politica.
Cosa fare adesso?
L'ISIS avanza, conquista città importanti e minaccia migliaia di cristiani. In tutto ciò l'esercito iracheno, creato e addestrato anche con i soldi dei contribuenti italiani, si è liquefatto come neve al sole dimostrando, se ancora ve ne fosse bisogno, il totale fallimento del progetto made in USA che noi abbiamo sposato senza diritto di parola. E' evidente che la comunità internazionale e l'Italia debbano prendere una posizione. Se non è semplice scegliere cosa fare, anche se delle idee logiche già esistono, è elementare capire quel che non si debba più fare.
1) Innanzitutto occorre mettere in discussione, una volta per tutte, la leadership nordamericana. Gli USA non ne hanno azzeccata una in Medio Oriente. Hanno portato morte, instabilità e povertà. Hanno dichiarato guerra al terrorismo e il risultato che hanno ottenuto è stato il moltiplicarsi del fenomeno stesso. A Roma, nel 2003, manifestammo contro l'intervento militare italiano in Iraq. Uno degli slogan era “se uccidi un terrorista ne nascono altri 100”. Siamo stati profeti anche se non ci voleva un genio per capirlo. Pensare di fermare la guerra in atto in Iraq armando i curdi è una follia che non credo che una persona intelligente come il Ministro Mogherini possa davvero pensare. Evidentemente le pressioni che ha subito in queste settimane e il desiderio che ha di occupare la poltrona di Ministro degli esteri della Commissione europea, l'hanno spinta ad avallare le posizioni di Obama e degli USA ormai autoproclamatisi, in barba al diritto internazionale, poliziotti del mondo. Loro, proprio loro, che hanno sostenuto colpi di stato in tutto il pianeta, venduto armi a dozzine di dittatori, loro che hanno impoverito mezzo mondo, loro che, da soli, utilizzano oltre il 50% delle risorse mondiali. Loro che hanno invaso Iraq e Afghanistan con il pretesto di distruggere le “cellule del terrore” ma che hanno soltanto progettato oleodotti, costruito a Baghdad la più grande ambasciata USA del mondo ed esportato, oltre alla loro democrazia, 25.000 contractors in Iraq, uomini e donne armati di 24ore che lavorano in tutti i campi, dalle armi al petrolio passando per la vendita di ambulanze. La guerra è davvero una meraviglia per le tasche di qualcuno.
2) L'Italia, ora che ne ha le possibilità, dovrebbe spingere affinché la UE promuova una conferenza di pace mondiale sul Medio Oriente alla quale partecipino i paesi dell'ALBA, della Lega araba, l'Iran, inserito stupidamente da Bush nell'asse del male e soprattutto la Russia un attore fondamentale che l'UE intende delegittimare andando contro i propri interessi per obbedire a Washington e sottoscrivere il TTIP il prima possibile. Essere alleati degli USA non significa essere sudditi, prima di applicare sanzioni economiche a Mosca, sanzioni che colpiscono più le imprese italiane che quelle russe, si dovrebbero pretendere le prove del coinvolgimento di Putin nell'abbattimento dell'aereo malese. Non dovrebbe bastare la parola di Washington, soprattuto alla luce delle menzogne dette sull'Iraq.
3) L'Italia dovrebbe promuovere una moratoria internazionale sulla vendita delle armi. Se vuoi la pace la smetti di lucrare sugli armamenti. «L'economia ne risentirebbe» sostiene qualcuno. Balle! Criminalità, povertà e immigrazione sono il frutto della guerra e la guerra si alimenta di sangue e di armi. Nel 2012 la Lockheed Martin, quella degli F35, ha incassato 44,8 miliardi di dollari, più del PIL dell'Etiopia, del Libano, del Kenya, del Ghana o della Tunisia. Chi si scandalizza dei crimini dell'ISIS è lo stesso che lo arma o, quanto meno, che lo ha armato. «Armiamo i curdi» sostiene la Mogherini. Chi ci dice che una volta vinta la guerra i curdi non utilizzeranno quelle armi sui civili sunniti? In fondo non è già successo con Saddam, con i signori della guerra in Afghanistan o in Libia dove la geniale linea franco-americana che l'Italia ha colpevolmente assecondato, ha eliminato dalla scena Gheddafi facendo cadere il Paese in un caos totale?
4) L'Italia dovrebbe trattare il terrorismo come il cancro. Il cancro si combatte eliminandone le cause non occupandosi esclusivamente degli effetti. Altrimenti se da un lato riduci la mortalità relativa da un altro la crescita del numero di malati fa aumentare ogni anno i decessi. E' logico! Vanno affrontate le cause. Si condanna in Nigeria Boko Haram ma si tace di fronte ai fenomeni di corruzione promossi da ENI che impoveriscono i nigeriani dando benzina alle lotte violente dei fondamentalisti.
5) L'Italia dovrebbe porre all'attenzione della comunità internazionale un problema che va risolto una volta per tutte: i confini degli stati. Non sta scritto da nessuna parta che popolazioni diverse debbano vivere sotto la stessa bandiera. Occorre, finalmente, trovare il coraggio di riflettere su un nuovo principio organizzativo. Troppi confini sono stati tracciati a tavolino con il righello dalle potenze coloniali del '900. L'obiettivo politico (parlo dell'obiettivo politico non delle assurde violenze commesse) dell'ISIS, ovvero la messa in discussione di alcuni stati-nazione imposti dall'occidente dopo la I guerra mondiale ha una sua logica. Il processo di nascita di nuove realtà su base etnica è inarrestabile sia in Medio Oriente che in Europa. Bisogna prenderne atto e, assieme a tutti gli attori coinvolti, trovare nuove e coraggiose soluzioni.
6) Dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione. Questo è un punto complesso ma decisivo. Nell'era dei droni e del totale squilibrio degli armamenti il terrorismo, purtroppo, è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella. E' triste ma è una realtà. Se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato a distanza io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche nonviolente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana. Non sto ne giustificando né approvando, lungi da me. Sto provando a capire. Per la sua natura di soggetto che risponde ad un'azione violenta subita il terrorista non lo sconfiggi mandando più droni, ma elevandolo ad interlocutore. Compito difficile ma necessario, altrimenti non si farà altro che far crescere il fenomeno.
7) Occorre legare indissolubilmente il terrorismo all'ingiustizia sociale. Il fatto che in Africa nera la prima causa di morte per i bambini sotto i 5 anni sia la diarrea ha qualcosa a che fare con l'insicurezza mondiale o con il terrorismo di Boko Haram? Il fatto che Gaza sia un lager ha a che fare con la scelta della lotta armata da parte di Hamas?
8) L'Italia dovrebbe cominciare a pensare alla costruzione di una società post-petrolifera. Il petrolio è la causa della stragrande maggioranza delle morti del XX e XXI secolo. Costruire una società post-petrolifera richiederà 40 anni forse ma prima cominci prima finisci. Non devi aspettare che il petrolio finisca. Come disse Beppe Grillo in uno dei suoi spettacoli illuminanti: «L'energia è la civiltà. Lasciarla in mano ai piromani/petrolieri è criminale. Perché aspettare che finisca il petrolio? L’età della pietra non è mica finita per mancanza di pietre»." Alessadro Di Battista
Note:
*Allen Dulle, famoso per aver preso parte alla “Commissione Warren”, la commissione presidenziale sull'assassinio di JFK, fu contemporaneamente direttore della CIA e avvocato delle United Fruit Company, l'attuale Chiquita. Qualche mese prima di aver sostenuto il colpo di stato ai danni di Arbenz si era macchiato della stessa vergogna in Iran. Sotto la sua direzione, infatti, venne lanciata l'Operazione Ajax per sovvertire il governo presieduto da Mohammad Mossadeq, anch'egli colpevole di aver nazionalizzato l'industria petrolifera il che avrebbe garantito introiti per il popolo iraniano e non più per le imprese anglo-americane.
**Anche in quest'ottica va letta l'invasione del Kuwait da parte di Saddam. Non si è trattato di un capriccio di un pazzo.
***Bontade e Teresi sono i due mafiosi che stipularono il “patto di non-aggressione” con Silvio Berlusconi grazie all'intermediazione criminale di Dell'Utri.

martedì 20 novembre 2012

Dieci volte peggio dei nazisti. Il post di Piergiorgio Odifreddi cancellato da Repubblica

Uno dei crimini più efferati dell’occupazione nazista in Italia fu la strage delle Fosse Ardeatine. Il 24 maggio 1944 i tedeschi “giustiziarono”, secondo il loro rudimentale concetto di giustizia, 335 italiani in rappresaglia per l’attentato di via Rasella compiuto dalla resistenza partigiana il 23 maggio, nel quale avevano perso la vita 32 militari delle truppe di occupazione. A istituire la versione moderna della “legge del taglione”, che sostituiva la proporzione uno a uno del motto “occhio per occhio, dente per dente” con una proporzione di dieci a uno, fu Hitler in persona.

Il feldmaresciallo Albert Kesselring trasmise l’ordine a Herbert Kappler, l’ufficiale delle SS che si era già messo in luce l’anno prima, nell’ottobre del 1943, con il rastrellamento del ghetto di Roma. E quest’ultimo lo eseguì con un eccesso di zelo, aggiungendo di sua sponte 15 vittime al numero di 320 stabilito dal Fuehrer. Dopo la guerra Kesselring fu condannato a morte per l’eccidio, ma la pena fu commutata in ergastolo e scontata fino al 1952, quando il detenuto fu scarcerato per “motivi di salute” (tra virgolette, perché sopravvisse altri otto anni). Anche Kappler e il suo aiutante Erich Priebke furono condannati all’ergastolo. Il primo riuscì a evadere nel 1977, e morì pochi mesi dopo in Germania. Il secondo, catturato ed estradato solo nel 1995 in Argentina, è tuttora detenuto in semilibertà a Roma, nonostante sia ormai quasi centenario.

In questi giorni si sta compiendo in Israele l’ennesima replica della logica nazista delle Fosse Ardeatine. Con la scusa di contrastare gli “atti terroristici” della resistenza palestinese contro gli occupanti israeliani, il governo Netanyahu sta bombardando la striscia di Gaza e si appresta a invaderla con decine di migliaia di truppe. Il che d’altronde aveva già minacciato e deciso di fare a freddo, per punire l’Autorità Nazionale Palestinese di un crimine terribile: aver chiesto alle Nazioni Unite di esservi ammessa come membro osservatore! Cosa succederà durante l’invasione, è facilmente prevedibile. Durante l’operazione Piombo Fuso di fine 2008 e inizio 2009, infatti, compiuta con le stesse scuse e gli stessi fini, sono stati uccisi almeno 1400 palestinesi, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, a fronte dei 15 morti israeliani provocati in otto anni (!) dai razzi di Hamas. Un rapporto di circa 241 cento a uno, dunque: dieci volte superiore a quello della strage delle Fosse Ardeatine. Naturalmente, l’eccidio di quattro anni fa non è che uno dei tanti perpetrati dal governo e dall’esercito di occupazione israeliani nei territori palestinesi.

Ma a far condannare all’ergastolo Kesserling, Kappler e Priebke ne è bastato uno solo, e molto meno efferato: a quando dunque un tribunale internazionale per processare e condannare anche Netanyahu e i suoi generali?


venerdì 16 novembre 2012

Damasco sopravviverà all’ultimo tentativo di Washington di imporre un governo fantoccio alla Siria?

 di Stephen Gowans da voltairnet.org


La segretaria di Stato degli USA Hillary Clinton dice che Washington ha bisogno di “un’opposizione che sappia resistere decisamente agli sforzi degli estremisti di dirottare la rivoluzione siriana” [1] ma non riesce ad aggiungere che anche gli Stati Uniti devono essere disposti a fare la stessa cosa.

Le rivolte per rovesciare dei governi vengono spesso divise tra i militanti che fanno il lavoro sporco sul terreno e i politici che guidano la lotta nella sfera politica. Secondo le regole, le potenze straniere preparano un politico accettabile come leader da inserire nel vuoto creato, se e quando l’attuale governo venisse rovesciato.
Il leader deve essere gradito sia ai suoi sostenitori stranieri che ai militanti sul terreno. Washington ha deciso che il Consiglio nazionale siriano, che aveva “inizialmente sostenuto” nel “galvanizzare l’opposizione” [2] al governo baasista della Siria, è inaccettabile per i ribelli siriani e, quindi, non ha alcuna speranza di guidare un governo successore. In alternativa al consiglio fallimentare, ha recuperato i leader di un nuovo governo in esilio, che sarà presentato a Doha il 7 novembre, e subito dopo riceverà la preorganizzata benedizione della Lega Araba e degli amici della Siria. Non si commetteranno errori. Ciò che emergerà a Doha sarà una creazione degli Stati Uniti, destinata a rappresentare gli interessi degli Stati Uniti in Siria e Medio Oriente.
In una conferenza stampa dopo la riunione del 30 ottobre con il presidente della Croazia, la segretaria di Stato degli USA Hillary Clinton ha rivelato che il Consiglio nazionale siriano, scelto inizialmente da Washington nel condurre l’opposizione al governo di Assad, non aveva più il sostegno di Washington. Il CNS, secondo Washington, è diventato irrilevante. L’opposizione armata al governo Assad è guidata dall’esterno della dirigenza del CNS, un’organizzazione di esuli senza legittimità in Siria e divisa al suo interno da litigi incessanti tra le fazioni islamiste e laiciste. Il CNS, ha commentato uno ribelle armato, “è superato da molto tempo, i combattenti ne parlano solo con sarcasmo.” [3]
Altrettanto problematico per Washington è la ristretta base politica del CNS. “Fin dall’inizio, il consiglio è stato visto come un veicolo dei Fratelli musulmani, da molto tempo in esilio” [4] e quindi “non è riuscito ad attrarre una significativa rappresentanza delle minoranze”, [5] tra cui alawiti, cristiani e curdi. Data la sua incapacità di avere il sostegno dei combattenti e di espandersi al di là di una stretta base settaria, è difficilmente consigliabile per poter avere un valido governo in esilio. Ciò suona come una campana a morto per il consiglio, Clinton ha decretato “che il CNS non può più essere visto come la direzione visibile della opposizione.” [6]
Per settimane, Robert Ford, l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Siria, ha messo insieme un piano per promuovere un nuovo governo in esilio approvato dagli USA. L’iniziativa è conosciuta come “piano di Riad Seif” [7] dal nome di un ricco uomo d’affari di Damasco ed ex parlamentare siriano che ha svolto a lungo un ruolo attivo nell’opposizione al governo Assad. Accettabile per Washington a causa del suo liberismo (contrario all’impegno ideologico ba’athista nel dominare tramite lo stato l’economia, nella marginalizzazione del settore privato e nei controlli sugli investimenti esteri [8]), Seif è gradito da Washington per poter guidare un governo post-baathista. Sperano che le sue credenziali, essendo stato imprigionato dal governo siriano per le sue attività di opposizione, lo mettano sotto una buona luce presso i ribelli armati.
Il piano prevede la creazione di un “proto-parlamento” composto da 50 membri, 20 dell’opposizione interna, 15 del CNS (vale a dire, l’opposizione esilio) e 15 da altre organizzazioni dell’opposizione siriana. Un organo esecutivo composto da 8 a 10 membri, approvati dal Dipartimento di Stato degli USA [9] — lavorerà direttamente con gli Stati Uniti ed i loro alleati. [10] Washington e i suoi subordinati, la Lega Araba e i malnominati Amici della Siria, appartengono al club dei nemici della democrazia delle plutocrazie e delle petro-monarchie, e cercheranno di rendere l’entità accettabile ai siriani riconoscendola come legittimo rappresentante del popolo siriano. Non c’è garanzia che il piano funzioni. Uno dei suoi obiettivi è emarginare l’influenza dei jihadisti, molti, se non tutti, si sono riversati in Siria provenienti da altri paesi, decisi a rovesciare un regime laico guidato da un presidente la cui fede Alawi insultano come eretica. Se i jihadisti potranno essere messi da parte, Washington potrebbe essere in grado di incanalare armi ai gruppi militanti “accettabili”, senza paura che li utilizzino in seguito contro obiettivi statunitensi.

Adnan al Arour the spiritual leader of the FSA and the manager of the funds sent by Saudi Arabia to the jihadists
Ma c’è un punto interrogativo che incombe sull’appello di Seif ai militanti d’ispirazione religiosa, soprattutto quando le mani del puparo, il Dipartimento di Stato degli USA, sono così visibili. Lo stesso vale per l’appello antimperialista del nuovo consiglio dell’opposizione laica, “contro ogni nuovo soggetto politico che diventi oggetto delle agende di paesi stranieri.” [11] And there’s no mistaking that the new ‘Made-in-the-USA’ council will be subject to the political agenda of the United States.
E non ci sono dubbi che il nuovo Consiglio ‘Made-in-USA’ sarà oggetto dell’agenda politica degli Stati Uniti. Non abbiamo bisogno di indugiare a lungo per sfatare l’ingenua convinzione che l’intervento di Washington negli affari siriani abbia una minima connessione con la promozione della democrazia. Se la promozione della democrazia motiva la politica estera statunitense, le monarchie assolutiste con i loro esecrabili record sui diritti umani e la repressione violenta delle rivolte popolari contro i loro governi dittatoriali, non costituirebbero la maggior parte degli alleati arabi degli Stati Uniti. L’ultima cosa che i ricchi investitori, i banchieri e i pesi massimi aziendali che compongono la classe dirigente degli Stati Uniti vogliono è la democrazia, sia a casa che all’estero.

 
 Using violence against protests in Bahrain.
Vogliono il suo opposto plutocratico, il governo dei ricchi allo scopo di accumulare sempre più ricchezze attraverso lo sfruttamento del lavoro degli altri popoli e della terra, delle risorse e dei mercati degli altri paesi. Quando l’Arabia Saudita ha inviato carri armati e truppe in Bahrain, il 14 marzo 2011, per schiacciare la locale primavera araba, gli Stati Uniti non fecero nulla per impedire assalto del loro alleato aborra-democrazia alla rivolta popolare, se non pubblicando un invito al “dialogo politico”; come il New York Times ha spiegato, “Le ragioni della reticenza di Obama erano chiare: il Bahrain si trova al largo delle coste saudite, ed i sauditi non avrebbero mai permesso l’improvvisa fioritura della democrazia nel vicino… Inoltre, gli Stati Uniti mantengono una base navale in Bahrain… fondamentale per il controllo del flusso di petrolio dalla regione. ‘Ci siamo resi conto che la possibilità di tutto ciò che accade in Arabia Saudita, è che non dovrebbe diventare realtà’, ha dichiarato William M. Daley, capo del staff del Presidente Obama. “Per l’economia globale, questo non dovrebbe accadere.” In Arab Sprint, Obama finds a sharp test”, The New York Times, September 24, 2012.]]
Considerando che William Daley è un banchiere d’investimento di una famiglia politicamente ben collegata, “mantenere il flusso di petrolio” significa “mantenere il flusso di proventi del petrolio per i giganti del petrolio degli Stati Uniti“, e che per “l’economia globale”, i “rendimenti degli investitori”, è chiaro perché la plutocrazia condoni la repressione da parte del loro alleato della rivolta in Bahrain. Sotto il dominio plutocratico, i passi verso la democrazia, anche i bambini lo sanno, non sono permessi che dai profitti.
Né è necessario indugiare sulla convinzione ingenua che il governo scelto da Washington, di cui il Dipartimento di Stato ha “raccomandato nomi e organizzazioni che …. dovrebbero essere inclusi in qualsiasi struttura della leadership” divulgata dalla Clinton [12]—rappresenterà gli interessi siriani contro quelli del suo sponsor.
Gli interessi degli Stati Uniti in Siria non hanno alcun rapporto intrinseco nella protezione di Israele, che con il suo esercito formidabile, finanziato ogni anno con 3 miliardi di dollari di aiuti militari dagli USA e un arsenale di 200 armi nucleari, difficilmente ha bisogno di ulteriore assistenza nel difendersi contro Iran, Hezbollah e Hamas, nessuno dei quali è una grave minaccia per Israele, in ogni caso, ma che anzi sono minacciati da esso. Indebolire l’Iran, alleato della Siria, potrebbe essere uno degli obiettivi di Washington nel tentativo di orchestrare la cacciata di Assad, ma non perché l’Iran possa acquisire lo status nucleare e quindi minacciare Israele (cosa che non poteva fare in ogni caso, visto che è fortemente surclassato militarmente [13]), ma perché, come la Siria, salvaguarda gelosamente il proprio territorio economico dai disegni della plutocrazia degli Stati Uniti, consentendo allo Stato di dominare l’economia e proteggere le sue imprese nazionali, la terra e le risorse dal dominio estero. La vera ragione della plutocrazia degli Stati Uniti nel voler rovesciare i governi siriano e iraniano, è perché danneggiano gli interessi commerciali della plutocrazia. La democrazia, le minacce all’esistenza di Israele e la non proliferazione nucleare, non hanno nulla a che fare con tutto ciò.
Il governo siriano non è estraneo a sfide formidabili. Ha condotto una lunga guerra contro gli islamisti che rifiutarono l’orientamento secolare baathista fin dall’inizio. La guerra contro la pulizia etnica del regime dei coloni di Tel Aviv oscilla tra il caldo e il freddo. Gli Stati Uniti hanno intrapreso una guerra economica contro la Siria per anni, e furono conniventi nel rovesciamento del suo primo governo. Eppure, Damasco si trova in un punto particolarmente difficile ora. Le plutocrazie più forti del mondo hanno intensificato le loro ostilità. I terroristi jihadisti provenienti dall’estero, per non parlare di quelli interni, stanno facendo del loro meglio per sconvolgere il governo baathista. Ma il sostegno dei militari siriani e di una parte consistente della popolazione siriana, più l’assistenza di Russia e Iran, hanno permesso di resistere. Di fronte all’opposizione imperialista e islamista, il suo futuro appare fosco, ma i suoi governi hanno affrontato prospettive più buie prima e sono sopravvissuti, alcuni hanno anche prosperato.
A dire il vero, ci sono profonde differenze tra il governo Assad e il primo regime bolscevico, ma il governo siriano e i suoi sostenitori possono rincuorarsi sapendo che, a un certo punto, sembrava quasi certo che il governo nascente di Lenin stesse per cadere. La carestia aveva colpito le città. Una guerra imperialista aveva gettato l’industria della Russia nel caos e rovinato tutto il suo sistema dei trasporti. La guerra civile era scoppiata e gli stati predatori ostili avevano lanciato delle invasioni militari per soffocare nella culla il neonato governo.
Eppure, di fronte a queste sfide enormi, i bolscevichi sopravvissero e nel corso dei settantanni successivi continuarono a costruire una grande potenza industriale eliminando disoccupazione, superlavoro, insicurezza economica, l’estrema disuguaglianza e crisi economiche, mentre pressoché da soli sradicarono il flagello del nazismo. E lo hanno fatto senza sfruttare altri paesi, ma aiutandoli a sviluppare le loro economie e a sfuggire al dominio del colonialismo imperialista, spesso a caro prezzo.
Allo stesso modo, il governo siriano può superare le sue sfide, sia interne che esterne, e portare avanti una via indipendente di auto-sviluppo, senza il ritardo del fondamentalismo islamico, del settarismo e del dominio delle più grandi plutocrazie del mondo. Speriamo bene.

sabato 15 settembre 2012

L'Islam e gli esportatori di democrazia

dal blog di Beppe Grillo
 

Da decenni l'Occidente esporta democrazia nel Medio Oriente. Lo fa con i bombardamenti, con l'occupazione militare, con presidi, basi, portaerei. Lo fa sempre (chi lo può negare?) a fin di bene. E' per una questione di civiltà. E' nel nostro DNA civilizzare il mondo, dallo sterminio degli indiani d'America, al genocidio degli indios, alla caccia grossa agli aborigeni d'Australia, alla colonizzazione dell'Africa, oggi lasciata in eredità dagli Stati alle multinazionali. Immensi bagni di sangue per affermare la superiorità morale e religiosa degli europei, ma soprattutto quella economica.
Il film che insulta l'Islam e Maometto non è la causa dell'incendio che dilaga nei Paesi musulmani, è solo l'ennesima muleta rossa sventolata in faccia a chi non tollera più ingerenze da parte dell'Occidente. Forse si tratta di un salto, di un punto di non ritorno, di un "tipping point" per una situazione diventata insostenibile o forse no, ma le violenze si ripeteranno ancora e ancora fino a quando Stati Uniti e Europa non avranno levato le tende. L'Iraq è stato devastato da una guerra dichiarata dagli Stati Uniti a causa di "armi di distruzione di massa" inesistenti. Qualcuno ha chiesto scusa agli iracheni? Qualcuno ha processato Bush per crimini contro l'umanità? Non mi risulta. L'Afghanistan è occupato dalle forze della Nato, Italia inclusa, senza nessuna ragione. Non vi sono prove del coinvolgimento del governo afgano nell'attacco alle Torri Gemelle. L'Afghanistan era uno Stato sovrano a cui è stata dichiarata una guerra. Vi sono stati decine di migliaia di morti civili sotto le bombe dei droni. Qualcuno ha chiesto scusa agli afgani? La "No fly zone" per gli aerei libici è stata trasformata in una "Yes fly zone" per i bombardieri americani, francesi, inglesi e italiani. Solo pochi mesi prima Gheddafi, ricevuto con tutti gli onori al Quirinale e a Palazzo Chigi, aveva sottoscritto un solenne trattato di pace con l'Italia. Ora la Siria, dove si affrontano le spietate forze governative (e probabilmente lo sono), alleate, tollerate e giustificate per un quarto di secolo dall'Occidente, e i cosiddetti ribelli armati dai Paesi del Golfo con il sostegno di Al Qaeda e delle intelligence occidentali. Alla destabilizzazione completa del Medio Oriente mancano ancora l'intervento della Turchia nel teatro di guerra e un attacco all'Iran. Le primavere arabe volgono all'inverno. Forse, non ci sono mai state.