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domenica 3 luglio 2016
L'inizio ufficiale del terrorismo
di Giorgio Cremaschi
DOLORE PER LE POVERE VITTIME DELLA STRAGE DI DACCA ORRORE PER IL TERRORISMO ISLAMISTA E PER OGNI FANATISMO RELIGIOSO, MA NON POSSO FAR A MENO DI PENSARE che questa foto, del 1985, segna l'inizio ufficiale del moderno terrorismo. E nemmeno riesco a non pensare alla globalizzazione, che ha portato vittime innocenti italiane a morire in un paese lontano.
Per combattere l'URSS e il comunismo gli Stati Uniti hanno inizialmente organizzato, finanziato ed armato il terrorismo reazionario fondamentalista musulmano. Anche i gruppi assassini che oggi massacrano a Dacca chi non conosce il Corano, derivano dai combattenti degli anni 80 contro i sovietici. Allora i fondamentalisti erano eroi, celebrati anche dal cinema, dove Rambo fraternizzava con una sorta di giovane Bin Laden .
Se vogliamo andare più indietro dobbiamo ricordare i Fratelli Musulmani, che gli Stati Uniti e Israele finanziarono ed armarono negli anni 50 contro l'Egitto laico e nazionalista di Nasser, dopo che si era avvicinato all'Urss. Fu in quegli anni che l'Arabia Saudita divenne il baluardo militare dell'Occidente contro i movimenti di liberazione e i governi arabi e anticoloniali, e che il suo fondamentalismo religioso, il wahabismo, ebbe fortuna e sostegno come alternativa al nazionalismo laico.
A chi sostiene che queste scelte degli USA e della Nato siano legate alla guerra fredda e si giustifichino con essa, dobbiamo rispondere che non è assolutamente così, perchè la politica di finanziamento del terrorismo islamista è continuata fino ai giorni nostri. Per combattere e rovesciare i regimi ritenuti ostili, l'Occidente ha armato il fondamentalismo islamico in Iraq, in Libia, in Siria, ovunque. La stessa Hillary Clinton ha affermato che l'ISIS è una creatura degli USA. Ora i mostri son sfuggiti di mano al padrone, ma non potranno mai essere sconfitti se non si avrà chiaro chi li ha creati e perché.
Le nove vittime italiane a Dacca erano tutte legate alla industria tessile, che si è diffusa in quel paese con la grande delocalizzazione delle imprese all' inseguimento dei più bassi salari. Anche questo bisogna ricordare mentre piangiamo quei poveri innocenti. La globalizzazione è anch' essa un mostro, sfuggito di mano al capitalismo occidentale suo inventore. E va messa in discussione alla radice, se vogliamo un mondo piu sicuro e più giusto per tutti. Terrorismo e globalizzazione hanno un percorso sempre più intrecciato, penso che sia impossibile sconfiggere il primo senza fermare la seconda. Altro che difendere il nostro mondo per non cedere al terrorismo. Bisogna cambiare il nostro mondo sempre più ingiusto se il terrorismo vogliamo davvero sconfiggerlo.
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domenica 27 marzo 2016
Un D’Alema baumaniano
di Tonino
D’Orazio
Finalmente
D’Alema ha detto qualcosa di sinistra, dopo anni di silenzio assenso in
direzione contraria. Il rispetto della nostra Costituzione in merito alla
parità di tutte le religioni. Quindi anche all’8 per mille per i musulmani. Così
potranno costruirsi le loro moschee e pregare il loro dio. Magari senza l’aiuto
dello stato e dei comuni, ma nella pace delle varie religioni, anche con i soldi
dei volontari cristiani. Giustissimo. E’ un problema di libertà loro e di tutti
i credenti.

Qualcuno ha
subito aggiunto il veleno nella coda:”così potranno essere controllati meglio”.
Invece, quando si riuniscono in topaie e sottoscale, va bene. I soliti puristi
delle etnie che fanno buon viso a cattivo gioco. Tralasciamo i commenti
leghisti. Quelli sono contro la Costituzione e le leggi da sempre. Sono i nuovi
fascisti. I neo già ci sono, sdoganati da tempo. Tralasciamo anche la destra,
in gran parte cattolica e conservatrice nel nostro paese. Non amano il loro capo
Francesco né quello che dice in qualità di vicario di Cristo, e diventano
subito disubbidienti silenti, sostenuti da una cricca cardinalizia chiacchierona
e revanscista di destra. Per loro l’ecumenismo cattolico e la riunificazione
delle religioni cristiane sembrano farsa e spettacolo. Non ci credono almeno da
un secolo. Figuriamoci con i monoteisti musulmani, anche se con un corano in
sostanza completamente scopiazzato dalla bibbia.
Il segnale di
D’Alema, in un momento così critico, uguale in fondo a quello del sociologo Zygmund
Bauman, è quello dell’accoglienza, della tolleranza e dell’integrazione. Una
voce controcorrente, uno spazio di apertura civile e culturale. Certamente,
togliere dalla mente che il “problema immigrazione” non è un problema di sicurezza
nazionale ma solo un problema di integrazione sociale è diventato oggi molto
difficile. I peggiori “nemici” sono rappresentati da un’orda di giornalisti
prezzolati (ormai sempre pagati da qualche padrone, pubblico o privato), senza
cervello, senza profonda cultura di giornalismo, semplice manovalanza. La
qualità non è richiesta. Sparano a zero su tutto quello che si muove
“nell’altro campo”, all’unison, ritenendosi, spesso illogicamente o moralmente,
sempre nel “campo giusto”. Parlano e smuovono quel popò di feccia che un po’ tutti
hanno sedimentato nella coscienza, nelle trippe, e che al momento opportuno
rispunta quasi senza controllo. Stare in una muta ululante si rischia di
gridare più forte degli altri.
Questo
concetto del campo giusto è una vera negazione per quelli che considerano
“ingenuo” lo stato belga per aver perseguito la strada dell’integrazione.
Almeno il più possibile e meglio degli olandesi di un ventennio fa, perché da
allora, spinto dai nuovi nazi-fascisti al governo, anche in Belgio, le cose
sono cambiate di molto. Chi ha vissuto queste esperienze direttamente, comprese
le immense difficoltà politico-amministrative, pur con un popolo aperto e
accogliente dal 1830 come quello belga, non deve ammettere che per quattro
balordi possano saltare anni di sacrifici, se non decenni, per essere pienamente
accettati. Fanno sorridere i commentatori francesi che sparano a zero sul
Belgio, pur sapendo che gran parte delle periferie-bidonville delle loro grandi
città sono sedute sulla dinamite della disgregazione sociale. Forse anche
qualche generale nostro quando parla pomposamente in televisione, a postiori, di “falla” nei servizi di
sicurezza del Belgio, non si rende conto della trave nell’occhio considerando
la pagliuzza del vicino. Ma noi siamo così sicuri dei nostri “tappi” aspettando
Roma? Già più volte minacciata e ripropostoci tante volte dai nostri
telegiornali, seminando e sedimentando terrore e insicurezza, con grande
felicità dell’Isis.
Quello che è
successo a Bruxelles, o a Parigi, (o prima a Londra e Madrid) non può esserci
riproposto per giorni o settimane, in tutti i clonati talkshow, da
“giornalisti” come avvoltoi che si compiacciono nel sentimentalismo. Fanno la
gioia, e lo scherno, mondiale dei Jhadisti. Certamente c’è la dovuta informazione
e l’angoscia, ma devo dire che ho visto almeno 100 volte come hanno sparato a
Salah. Non sono compiaciuto e non faranno di me un vendicativo pronto alla
guerra o alla pena di morte. Capisco soltanto che presto saremo tutti schedati,
con DNA e chip sottopelle, per il “nostro bene”, e per “combattere il terrorismo”.
Diventerà anche un problema di selezione di razza? Quante affinità, sottilmente
sottintese, con la cultura xenofoba nazi-fascista. Questa volta sembra che gli
ebrei se la scampino visto che adesso ci sono i musulmani. La grandiosità
inumana di partecipare di nuovo a “guerre sante”, a guerre “di razza”. In
realtà bisognerebbe misurare quanto abbiamo già ceduto di democrazia a causa
della paura, e fin dove potremo arrivare.
Si capisce
che i governi non hanno interesse a placare le paure dei cittadini, piuttosto
alimentano l’ansia che deriva dall’incertezza del futuro spostando la fonte
d’angoscia dai problemi che non sanno risolvere a quelli con soluzioni più facilmente
“mediatiche”. Non possono parlare sempre di aumento del numero dei disoccupati,
della povertà che avanza, dell’incertezza del futuro, dei giovani senza lavoro
e di disperazione sociale, per quanto riescano a mentire con i numeri.
Finalmente due o tre settimane di guerra e di angoscia, sì, ma anche di “pace
informativa sul sociale”.
Il concetto
espresso da D’Alema è la via giusta per interrompere la spirale della
contrapposizione. Bisogna dare la possibilità di un’interazione autentica tra
etnie e religioni, di rispetto reciproco almeno umano, pur nell’assunzione di
una legislazione fondamentalmente contro le ingiustizie, comprese quelle alla
persona, per tutti. Il tema dell’ingiustizia sociale accumula, in tutti, più
rancori di quel che si possa pensare. Molti giovani terroristi sono cittadini
francesi, belgi, inglesi… “E’ un errore
sovrapporre terrorismo a immigrazione” (Bauman). Sono due cose
completamente diverse, è vero, ma che l’arrivo di altre decine di migliaia di
profughi o semplici affamati sulle nostre coste (una volta pagata e chiusa la
frontiera turca e con la Grecia satura e allo sbando), rischiano di confondersi.
Ma ormai non è più nemmeno dato sapere chi siano e quanti siano esattamente,
anche se i terroristi conosciuti di questi tempi viaggiano in aereo, in macchine ben equipaggiate, armi moderne e
con documenti a posto.
Una verità di
fondo è che la stragrande maggioranza della popolazione europea, attanagliata
da una crisi indotta da banche e oligarchie antidemocratiche varie, non ha la
capacità culturale e sociale di pensare anche agli immigrati che arrivano e che
arriveranno sempre più. C’è rimasto veramente poco da dividere e di già anche i
nostri 100.000 nuovi emigrati italiani all’anno fuggono all’estero. In questo
contesto, se ne ha le capacità, D’Alema, anche se già “rottamato” dal suo
partito, dovrebbe insistere e rilanciare un vero dibattito. Ne uscirebbe
qualcosa di sinistra, cioè di umano.
venerdì 4 marzo 2016
E' guerra! Ecco i retroscena. Con delle proposte per reagire
di Patrick Boylan da Megachip

Ieri il Giornale ha svelato che lo scorso 10 febbraio il Consiglio dei Ministri ha varato, segretamente, l'autorizzazione all'utilizzo di forze speciali italiane in Libia, al di fuori di qualsiasi autorizzazione dell'ONU e senza l'invito del governo libico, ancora in formazione (ma i cui principali esponenti hanno già fatto capire che considererebbero qualsiasi invasione europea come un atto di aggressione). Trattandosi dell'invio di forze speciali per una "operazione di emergenza" e non (ancora) dell'invio delle truppe regolari, si è potuto evitare il vaglio parlamentare.
L'ordine di invasione sarebbe imminente e attende solo la firma del Presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Si tratta, concretamente, d'inviare per ora "solo" una testa di ponte il cui scopo dichiarato sarebbe quello di proteggere alcuni impianti petroliferi che interessano l'ENI; in seguito il governo conta di inviare diverse migliaia di truppe ma spera di annacquare il relativo dibattito parlamentare includendo l'invasione della Libia tra le "missioni di pace all'estero" da approvare in un pacchetto complessivo.
Ma quale sarebbe l'emergenza attuale in Libia che giustificherebbe l'invio immediato delle forze speciali italiane? Si tratta forse di proteggere certi impianti petroliferi, adocchiati dall'ENI, dalla minaccia del cosiddetto "Stato Islamico" (o "ISIS" o "Daesh")? Niente affatto, l'ISIS non sta alle porte. Verosimilmente, in mancanza di altre spiegazioni, si tratta di proteggere questi impianti dai... francesi, le cui forze speciali hanno già invaso la Libia illegalmente giorni fa. A rivelarlo il 24 febbraio è stato il giornale parigino Le Monde, suscitando il furore del ministro della Difesa francese, Jean-Yves Le Drian, che aveva imposto la segretezza.
(I redattori del giornale ora rischiano tre anni di carcere e una multa da 45.000 euro. Ma l'11 gennaio dell'anno scorso, dopo l'attentato alla rivista Charlie Hebdo, non era proprio il ministro Le Drian in testa all'immenso corteo parigino "a difesa della libertà d'espressione e della stampa"?)
Per quanto incredibile e inquietante, dunque, sembra proprio così: stiamo assistendo ad una corsa frenetica tra forze speciali dell'Occidente - francesi e italiani, ma anche statunitensi e britannici - per accaparrarsi per primi, al di fuori di qualsiasi legittimazione internazionale, le risorse petroliferi della Libia, paese per ora inerme, diviso e quindi di facile preda.
Ma il pretesto ufficiale, più volte ventilato, per l'attacco alla Libia, non era andare a combattere il cosiddetto Stato Islamico?
Invece no - e bisogna arrendersi all'evidenza. L'Occidente non ha nessuna intenzione di eliminare l'ISIS, che è servito e serve ancora come pretesto per rimandare le proprie truppe, dapprima in Iraq (dopo essere state cacciate dalla guerriglia di quel paese cinque anni fa) ed ora in Libia e domani forse in Siria, per suddividere questi tre paesi in satrapie. Una fetta sottomessa alle forze armate di ExxonMobil e di BP, un'altra fetta sotto il controllo delle forze armate di Total, un'altra fetta ancora dominato dalle forze armate dell'ENI (anche se, formalmente, si tratta delle forze armate dei rispettivi paesi, quelle pagate dai contribuenti).
E il resto di questi territori martoriati - la parte centrale dell'Iraq, l'est della Siria e il centro sud della Libia (meno le zone nel Fezzan volute dai francesi per proteggere il loro feudo in Mali) - sarà lasciato in mano all'ISIS, la cui presenza continuerà ad essere invocata per giustificare le occupazioni militari. Non è a caso che, sin dall'inizio della loro finta mobilitazione anti-ISIS, gli Stati Uniti hanno parlato di una guerra "almeno trentennale". La farannno durare fin quando dura il greggio da estrarre.
Infatti, come questa testata suggeriva due anni fa, quando i giornali mainstream parlavano appena dell'ISIS, i miliziani tagliagole sono stati creati dall'Occidente e gestiti attraverso l'Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia, proprio per questa finalità: fornire la scusa all'Occidente per riprendersi l'Iraq e la Siria (ed ora la Libia), smembrando questi paesi.
Ciò non significa che i miliziani jihadisti vengano controllati direttamente dall'Occidente: sono gestiti indirettamente tramite i bombardamenti mirati che, senza eliminarli, fanno capire loro dove possono avanzare: in Iraq centrale sì, verso Baghdad solo quanto basta per far cadere il governo di al-Maliki, verso il Kurdistan no perché i Kurdi hanno già cominciato a spedire il loro petrolio in Occidente, verso Damasco sì - almeno, così prima dell'intervento russo fatto per respingere l'assalto e obbligare l'Occidente a intavolare trattative per il futuro di quel paese.
Questa orribile messa in scena chiamata "ascesa incontrollata dei miliziani dell'ISIS", allora, è solo un mostruoso gioco delle parti?
Sì.
La creazione dell'ISIS nel 2012, come la creazione di al Qaeda nel 1989 oppure la creazione dei Contras nel 1979, rappresenta il "modello alternativo" usato dagli Stati Uniti ed i loro alleati per colonizzare i paesi del terzo mondo. Invece di mandare le proprie truppe (i propri "stivaloni sul terreno") in Iraq per impossessarsi del paese, come fece Bush Jr, suscitando la protesta dei pacifisti nel mondo intero, l'amministrazione Obama ha scelto, quattro anni fa, di agire dietro le quinte, creando il mostro di Frankenstein che chiamiamo ora ISIS o Daesh. E creando sul terreno, nel contempo, ancora più morti, più devastazioni, più crudeltà inaudite, più fughe di rifugiati di quanto non fecero le truppe statunitensi di prima. Ma questa volta facendo morire gli altri, i dannati della terra, e soltanto loro - non più i "nostri ragazzi." E stemperando così le proteste pacifiste in casa.
Contro quest'orrore, di una immoralità che supera ogni immaginazione, bisogna reagire. Bisogna unirsi per dire NO. Bisogna denunciare queste invasioni di paesi sovrani terzi come crimini di guerra e crimini contro l'umanità.
I francesi hanno mandato le loro forze speciali illegalmente in Libia per impossessarsi di certe zone? Ebbene la risposta non deve essere: "Allora commettiamo l'illegalità anche noi" bensì "Minacciamo di portare la Francia davanti al Consiglio di Sicurezza e, se non si ottiene giustizia, davanti alla Corte dell'Aia, per esigere il suo rientro dalla Libia. E per lasciare che sia il governo libico a decidere a chi assegnare lo sfruttamento dei suoi impianti e giacimenti." Idem per gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.
Naturalmente, da solo l'Italia non ce la farebbe a portare avanti un'iniziativa diplomatica del genere; ma unita ai paesi Brics e a ciò che rimane dei paesi Alba, avrebbe sicuramente un peso negoziale sufficiente per fermare l'assalto alla Libia. Rimarrebbe naturalmente il problema di eliminare l'ISIS sul serio: ma anche questo si può ottenere molto più efficacemente attraverso la diplomazia, come viene spiegato nell'ultima parte di questo editoriale e nella seconda metà di quest'altro editoriale.
Ma bisogna mobilitarsi subito!
In previsione di tutto ciò, il Coordinamento contro la guerra, le leggi di guerra, la Nato ha già indetto, per il 12 marzo, una giornata di micro-manifestazioni decentrate in tutto il territorio della Repubblica italiana.
Ha preparato un manifesto che le realtà locali possono utilizzare, indicando nello spazio in fondo l'evento che intendono organizzare quel giorno: basta incollare nel riquadro un foglietto fotocopiato con tutte le indicazioni.
Il Coordinamento chiede alle realtà locali di segnalare sin d'ora la loro intenzione di organizzare un evento per il 12 marzo, scrivendo a 12marzocontrolaguerra@gmail.com e, in copia, a eurostop.it@gmail.com.
Inoltre, bisogna scattare una foto dell'evento e inviarla ai due indirizzi email, con una breve nota sullo svolgimento: verrà esposta sul sito bit.ly/12marzo-sito . Alcuni suggerimenti di eventi da organizzare vengono dati nell'articolo già linkato, ossia qui.
Per esempio, un comitato di attivisti a Roma ha chiamato tutti i romani a confluire il 12 marzo alle ore 16 davanti alla base del Comando Operativo Interforze (COI) a Cinecittà. Il COI coordina l'intervento militare italiano in Libia e si trova in via Scribonio Curione (metro A Numidio Quadrato); dopo un comizio, i partecipanti sfileranno per le strade del quartiere.
In mattinata, sempre a Roma, diversi altri gruppi di attivisti hanno in cantiere eventi di sensibilizzazione nei propri quartieri - per esempio un comizio a Monteverde, lenzuoli nei balconi a San Lorenzo, una biciclettata con striscione sulla Tuscolana. Per ragguagli: comitato@gmx.it.
Altrove in Italia sono previste manifestazione davanti al cantiere TAV della Val Clarea (Chiomonte), davanti alla base militare di Ghedi, davanti alla caserma Ederle a Vicenza, davanti a Camp Derby a Pisa e davanti alla base NATO di lago Patria (Napoli). Inoltre sono previste manifestazioni a Bologna (corteo regionale), a Novara (contro gli F35) e in Sicilia (contro l'uso della base di Sigonella per le aggressioni militari). Staremo a vedere quanto i mass media mainstream diano notizie di questi eventi.
Ma manifestare, il 12 marzo. la propria protesta contro la nuova guerra coloniale di Renzi è solo l'inizio. Il Coordinamento chiede ai pacifisti d'Italia di tenersi pronti per una seconda iniziativa che si terrà il 4 aprile e che è ancora in via di definizione.
Combattere la guerra si deve e si può.
Fonte: http://www.peacelink.it/conflitti/a/42848.html.
Ieri il Giornale ha svelato che lo scorso 10 febbraio il Consiglio dei Ministri ha varato, segretamente, l'autorizzazione all'utilizzo di forze speciali italiane in Libia, al di fuori di qualsiasi autorizzazione dell'ONU e senza l'invito del governo libico, ancora in formazione (ma i cui principali esponenti hanno già fatto capire che considererebbero qualsiasi invasione europea come un atto di aggressione). Trattandosi dell'invio di forze speciali per una "operazione di emergenza" e non (ancora) dell'invio delle truppe regolari, si è potuto evitare il vaglio parlamentare.
L'ordine di invasione sarebbe imminente e attende solo la firma del Presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Si tratta, concretamente, d'inviare per ora "solo" una testa di ponte il cui scopo dichiarato sarebbe quello di proteggere alcuni impianti petroliferi che interessano l'ENI; in seguito il governo conta di inviare diverse migliaia di truppe ma spera di annacquare il relativo dibattito parlamentare includendo l'invasione della Libia tra le "missioni di pace all'estero" da approvare in un pacchetto complessivo.
Ma quale sarebbe l'emergenza attuale in Libia che giustificherebbe l'invio immediato delle forze speciali italiane? Si tratta forse di proteggere certi impianti petroliferi, adocchiati dall'ENI, dalla minaccia del cosiddetto "Stato Islamico" (o "ISIS" o "Daesh")? Niente affatto, l'ISIS non sta alle porte. Verosimilmente, in mancanza di altre spiegazioni, si tratta di proteggere questi impianti dai... francesi, le cui forze speciali hanno già invaso la Libia illegalmente giorni fa. A rivelarlo il 24 febbraio è stato il giornale parigino Le Monde, suscitando il furore del ministro della Difesa francese, Jean-Yves Le Drian, che aveva imposto la segretezza.
(I redattori del giornale ora rischiano tre anni di carcere e una multa da 45.000 euro. Ma l'11 gennaio dell'anno scorso, dopo l'attentato alla rivista Charlie Hebdo, non era proprio il ministro Le Drian in testa all'immenso corteo parigino "a difesa della libertà d'espressione e della stampa"?)
Per quanto incredibile e inquietante, dunque, sembra proprio così: stiamo assistendo ad una corsa frenetica tra forze speciali dell'Occidente - francesi e italiani, ma anche statunitensi e britannici - per accaparrarsi per primi, al di fuori di qualsiasi legittimazione internazionale, le risorse petroliferi della Libia, paese per ora inerme, diviso e quindi di facile preda.
Ma il pretesto ufficiale, più volte ventilato, per l'attacco alla Libia, non era andare a combattere il cosiddetto Stato Islamico?
Invece no - e bisogna arrendersi all'evidenza. L'Occidente non ha nessuna intenzione di eliminare l'ISIS, che è servito e serve ancora come pretesto per rimandare le proprie truppe, dapprima in Iraq (dopo essere state cacciate dalla guerriglia di quel paese cinque anni fa) ed ora in Libia e domani forse in Siria, per suddividere questi tre paesi in satrapie. Una fetta sottomessa alle forze armate di ExxonMobil e di BP, un'altra fetta sotto il controllo delle forze armate di Total, un'altra fetta ancora dominato dalle forze armate dell'ENI (anche se, formalmente, si tratta delle forze armate dei rispettivi paesi, quelle pagate dai contribuenti).
E il resto di questi territori martoriati - la parte centrale dell'Iraq, l'est della Siria e il centro sud della Libia (meno le zone nel Fezzan volute dai francesi per proteggere il loro feudo in Mali) - sarà lasciato in mano all'ISIS, la cui presenza continuerà ad essere invocata per giustificare le occupazioni militari. Non è a caso che, sin dall'inizio della loro finta mobilitazione anti-ISIS, gli Stati Uniti hanno parlato di una guerra "almeno trentennale". La farannno durare fin quando dura il greggio da estrarre.
Infatti, come questa testata suggeriva due anni fa, quando i giornali mainstream parlavano appena dell'ISIS, i miliziani tagliagole sono stati creati dall'Occidente e gestiti attraverso l'Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia, proprio per questa finalità: fornire la scusa all'Occidente per riprendersi l'Iraq e la Siria (ed ora la Libia), smembrando questi paesi.
Ciò non significa che i miliziani jihadisti vengano controllati direttamente dall'Occidente: sono gestiti indirettamente tramite i bombardamenti mirati che, senza eliminarli, fanno capire loro dove possono avanzare: in Iraq centrale sì, verso Baghdad solo quanto basta per far cadere il governo di al-Maliki, verso il Kurdistan no perché i Kurdi hanno già cominciato a spedire il loro petrolio in Occidente, verso Damasco sì - almeno, così prima dell'intervento russo fatto per respingere l'assalto e obbligare l'Occidente a intavolare trattative per il futuro di quel paese.
Questa orribile messa in scena chiamata "ascesa incontrollata dei miliziani dell'ISIS", allora, è solo un mostruoso gioco delle parti?
Sì.
La creazione dell'ISIS nel 2012, come la creazione di al Qaeda nel 1989 oppure la creazione dei Contras nel 1979, rappresenta il "modello alternativo" usato dagli Stati Uniti ed i loro alleati per colonizzare i paesi del terzo mondo. Invece di mandare le proprie truppe (i propri "stivaloni sul terreno") in Iraq per impossessarsi del paese, come fece Bush Jr, suscitando la protesta dei pacifisti nel mondo intero, l'amministrazione Obama ha scelto, quattro anni fa, di agire dietro le quinte, creando il mostro di Frankenstein che chiamiamo ora ISIS o Daesh. E creando sul terreno, nel contempo, ancora più morti, più devastazioni, più crudeltà inaudite, più fughe di rifugiati di quanto non fecero le truppe statunitensi di prima. Ma questa volta facendo morire gli altri, i dannati della terra, e soltanto loro - non più i "nostri ragazzi." E stemperando così le proteste pacifiste in casa.
Contro quest'orrore, di una immoralità che supera ogni immaginazione, bisogna reagire. Bisogna unirsi per dire NO. Bisogna denunciare queste invasioni di paesi sovrani terzi come crimini di guerra e crimini contro l'umanità.
I francesi hanno mandato le loro forze speciali illegalmente in Libia per impossessarsi di certe zone? Ebbene la risposta non deve essere: "Allora commettiamo l'illegalità anche noi" bensì "Minacciamo di portare la Francia davanti al Consiglio di Sicurezza e, se non si ottiene giustizia, davanti alla Corte dell'Aia, per esigere il suo rientro dalla Libia. E per lasciare che sia il governo libico a decidere a chi assegnare lo sfruttamento dei suoi impianti e giacimenti." Idem per gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.
Naturalmente, da solo l'Italia non ce la farebbe a portare avanti un'iniziativa diplomatica del genere; ma unita ai paesi Brics e a ciò che rimane dei paesi Alba, avrebbe sicuramente un peso negoziale sufficiente per fermare l'assalto alla Libia. Rimarrebbe naturalmente il problema di eliminare l'ISIS sul serio: ma anche questo si può ottenere molto più efficacemente attraverso la diplomazia, come viene spiegato nell'ultima parte di questo editoriale e nella seconda metà di quest'altro editoriale.
Ma bisogna mobilitarsi subito!
In previsione di tutto ciò, il Coordinamento contro la guerra, le leggi di guerra, la Nato ha già indetto, per il 12 marzo, una giornata di micro-manifestazioni decentrate in tutto il territorio della Repubblica italiana.
Ha preparato un manifesto che le realtà locali possono utilizzare, indicando nello spazio in fondo l'evento che intendono organizzare quel giorno: basta incollare nel riquadro un foglietto fotocopiato con tutte le indicazioni.
Il Coordinamento chiede alle realtà locali di segnalare sin d'ora la loro intenzione di organizzare un evento per il 12 marzo, scrivendo a 12marzocontrolaguerra@gmail.com e, in copia, a eurostop.it@gmail.com.
Inoltre, bisogna scattare una foto dell'evento e inviarla ai due indirizzi email, con una breve nota sullo svolgimento: verrà esposta sul sito bit.ly/12marzo-sito . Alcuni suggerimenti di eventi da organizzare vengono dati nell'articolo già linkato, ossia qui.
Per esempio, un comitato di attivisti a Roma ha chiamato tutti i romani a confluire il 12 marzo alle ore 16 davanti alla base del Comando Operativo Interforze (COI) a Cinecittà. Il COI coordina l'intervento militare italiano in Libia e si trova in via Scribonio Curione (metro A Numidio Quadrato); dopo un comizio, i partecipanti sfileranno per le strade del quartiere.
In mattinata, sempre a Roma, diversi altri gruppi di attivisti hanno in cantiere eventi di sensibilizzazione nei propri quartieri - per esempio un comizio a Monteverde, lenzuoli nei balconi a San Lorenzo, una biciclettata con striscione sulla Tuscolana. Per ragguagli: comitato@gmx.it.
Altrove in Italia sono previste manifestazione davanti al cantiere TAV della Val Clarea (Chiomonte), davanti alla base militare di Ghedi, davanti alla caserma Ederle a Vicenza, davanti a Camp Derby a Pisa e davanti alla base NATO di lago Patria (Napoli). Inoltre sono previste manifestazioni a Bologna (corteo regionale), a Novara (contro gli F35) e in Sicilia (contro l'uso della base di Sigonella per le aggressioni militari). Staremo a vedere quanto i mass media mainstream diano notizie di questi eventi.
Ma manifestare, il 12 marzo. la propria protesta contro la nuova guerra coloniale di Renzi è solo l'inizio. Il Coordinamento chiede ai pacifisti d'Italia di tenersi pronti per una seconda iniziativa che si terrà il 4 aprile e che è ancora in via di definizione.
Combattere la guerra si deve e si può.
Fonte: http://www.peacelink.it/conflitti/a/42848.html.
lunedì 7 dicembre 2015
Le vittorie dell’Isis
di Tonino D’Orazio
Non parlo di quelle di conquista sul
terreno. Quelle sono state evidenti, fino ad oggi, con un armamento occidentale
sofisticato e moderno. Anzi direi “evidenziate”, quasi sponsorizzate
mediaticamente, in questi anni e in barba al presidente legale della Siria Bashar
al-Assad, nemico direi ad personam di
Obama, Hollande, Cameron e soprattutto Erdogan. Tutte persone ovviamente disinteressate
al petrolio, ai loro interessi e all’occupazione
di territori altrui, ma solo al rispetto dei diritti umani, lì e in genere nel
mondo.

Certamente, a parte qualche cyber
nautico di internet alla ricerca di più considerazioni e maggiore approccio
alla verità, ne sappiamo tanto quanto hanno voluto dirci. Ora con l’intervento
russo c’è un ritorno da boomerang. Inizia una particolare incertezza sui fatti
di questi 4 anni di finta guerra tra realtà vera e quella “costruita”, se si
può dire..
Intanto tutti i sondaggi
confermano l’opinione della maggioranza degli italiani sulla positività
dell’intervento russo. Gli unici che possono portare chiarezza in quell’area,
anche se con una guerra pesante e risolutrice sul campo, dopo quattro anni che
non ci facevano capire bene chi faceva che cosa. Cito questo esempio, non per
essere filo russo, ma per un ragionamento psicologico di massa per cui si
potrebbe finalmente vedere e credere la fine di quel feroce e raccapricciante “terrore”
da tagliagole. Intanto militarmente, e forse con un leggero retrogusto
vendicativo.
Le altre vittorie dell’Isis sono
sul nostro modo di vivere, sul terreno occidentale, forse meglio dire europeo.
Intanto il terrorismo ha
ristretto, in nome della nostra sicurezza, quasi tutte le nostre libertà
personali, sia di relazioni (compreso internet), che di spostamento, che di privacy. Lo erano già prima del massacro
di Parigi, ma quest’ultimo ne è diventato la scusa plausibile e accettata. I
cittadini verranno “tracciati” (era una richiesta statunitense negata da anni
dagli europei), con la condivisione dei dati di passeggeri aerei in entrata e
in uscita dall’Ue, dei nomi, dei contatti e delle carte di credito (!) che
saranno a disposizione dell’intelligence di tutti i paesi europei per sei mesi.
(Sei mesi?? Ormai è fatta. Sicuramente per sempre, come avviene per le ridicole
e umilianti perquisizioni aeroportuali attuali). Lo stato di emergenza è una
sconfitta e rappresenta una società prostrata. In genere durante questo stato sono
consentiti arresti domiciliari, perquisizioni senza mandato e
limitazioni agli spostamenti delle persone. Inoltre sono già state vietate le
manifestazioni di piazza. Presto si vedranno gli inevitabili abusi polizieschi
verso quelli del “pensiero recalcitrante”, gli ambientalisti, i pacifisti, gli
anarchici sempre colpevoli, i protestatari, le minoranze, ecc … La storia si
ripete senza fantasia.
Secondo, il terrore ha distrutto
una delle risorse culturali e di approccio interculturale più fecondo tra i popoli:
il turismo. Fino a distruggere questa risorsa importante anche economicamente in
paesi poveri come il nord Africa, ma non
solo. In Europa non ancora, ma sicuramente gli individui si spostano con meno
cuor leggero. Evitano possibilmente i grandi assembramenti sociali di ritrovo o
di trasporto. Molte attività sportive e di spettacolo sono state abolite o
spostata a data da definirsi. Intere città sono state blindate per giorni e lo
saranno ad ogni evento di massa. E’ vero che dappertutto il grido ufficiale da
tutti i mass media è stato “non abbiamo paura”, ma la natura individuale della
moltitudine non lascia scampo al dubbio costante dell’aleatorietà di essere fisicamente
nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Un’angoscia latente e sotterranea. San
Bernardino in Usa, accoltellamenti in metropolitana londinese … Più macchine
individuali e meno trasporto con mezzi pubblici … Il guardarsi le spalle quando
familiari e amici vi dicono:”mi raccomando, stai attento”. Un cambiamento di
vita e di approccio, di diffidenza globale.
Terzo, in quanto a razzismo e
odio, anche religioso, ci stanno facendo diventare come loro. Sono riusciti a
potenziare in tutta Europa, facendole crescere, tutte le destre fasciste e
xenofobe. Insomma i talebani europei del
capitalismo e del fondamentalismo anti progresso, retrogrado, con la crescita di una cultura di relazioni umane
molto schematica e povera, manichea. Lo vedremo con varie elezioni di questo
mese di dicembre, cominciando dal FN della Le Pen, ad alcune importanti amministrative
in Francia.
Quarto elemento, la natura
sottile e adescante del concetto di entrata inevitabile in guerra sta
aumentando. A sostegno degli amici, che non sempre sono amici perché attenti
solo ai propri interessi e a volte perché sono un po’ pazzi e sconsiderati come
Erdogan, e anche un po’ minacciosi e di parte come Obama. Non è bello avere
capi di stato fascisti come “amici”, e non bisogna abituarcisi. Diciamo che se
l’avversario finale diventa la Russia, evidentemente un po’ di timore nasce
spontaneo anche per la nostra esistenza. Diventiamo anche noi un campo, un’area di
lotta geopolitica per interposte persone. Diciamo che il fondamentalismo
islamico, anche quello ormai chiaro di Erdogan, non ci lascia tranquilli e
potrebbe metterci almeno un po’ di ansia. Anche perché le provocazioni di
Erdogan, non ultima l’invasione di territorio irakeno con truppe di terra, non
dove c’è l’Isis, ma i kurdi vittoriosi dell’Isis, non possono che essere
pianificate.
A meno che oltre l’Isis “sfuggito
di mano” agli statunitensi stia sfuggendo anche il caro e avventuroso amico
Erdogan. Ma ormai siamo in guerra con la Russia. Inglesi, americani, francesi,
turchi e adesso anche la Germania bombardano la Siria rifiutando, e
dichiarandolo, “senza alcun coordinamento” con la Russia. Devono tutti salvare
l’Isis e la faccia. Troppe navi da guerra affollano il golfo siriano del
mediterraneo. Manca un’ultima mossa per dichiarare formalmente la guerra tra la
Nato e la Russia, il blocco, proibito dalle convenzioni internazionali, del
Bosforo e dei Dardanelli alle navi russe. Allora Putin non avrebbe altre
opzioni e sarebbe costretto ad intervenire.
Ma ormai è la Nato che decide se valgono o meno le convenzioni
internazionali. A chi si farebbe ricorso? All’Onu? La storia insegna sempre, e
gli statunitensi si “fanno aggredire” (es. Pearl Harbour dopo il blocco
petrolifero ed economico per 8 mesi al Giappone, che nessuno sembra ricordare;
oppure il falso attacco alle Torri gemelle; oppure le armi di distruzione di
massa sempre inesistenti …) per iniziare le proprie guerre mondiali o locali. E
Obama, non è uomo di pace, contrariamente a quello che molti credono. Mai sotto
nessun altro presidente sono nati, cresciuti e sviluppati interventi di guerra,
di nuove basi militari, nonché di caos politico internazionale e un programma mirato
di occupazione armata mondiale. Qualcuno sta di nuovo mettendo in dubbio il
dollaro?
E noi? E l’Europa? E’ da troppo
tempo che non contiamo nulla e conteremo sempre di meno. Ne è esempio un evidente
fantasma chiamato Mogherini. In realtà dobbiamo ritenere di essere una civiltà
in fase di forte declino per non aver mantenuto in tempo la nostra storica autonomia
culturale.
sabato 21 novembre 2015
Toni Negri su Francia, Isis e guerra alla jihad
Parigi ha dimenticato le banlieu. E ha sottovalutato le loro proteste.
Ora dichiara guerra «ai suoi stessi cittadini». Toni Negri a L43: «Qui la laicità è un mito».
di Francesca Buonfiglioli da webache.googleusercontent.com
Già ma difenderci da chi? Chi è il nemico? UNA GUERRA CONTRO SE STESSI. «La guerra proclamata contro l'Isis», spiega a Lettera43.it Toni Negri, filosofo e professore universitario che vive da anni a Parigi, «è stata dichiarata contro cittadini francesi, belgi, europei. Questa era la nazionalità dei terroristi che hanno compiuto atti orribili e ingiustificabili.».
E dire che, poco prima degli attentati, in Francia infiammava il dibattito se fosse lecito o meno ammazzare con droni cittadini francesi in territorio straniero. Polemica scatenata dall'uccisione in Siria di due britannici che si erano uniti alla jihad. ADDIO CONCETTO DI CITTADINANZA. «Tutto questo è paradossale, surreale», sottolinea Negri, «si trattava di un dibattito sulla natura stessa della Repubblica. Il concetto di cittadinanza è sacro, non può essere calpestato da pratiche di eccezione., soprattutto se sporporzionate e non riferibili a una giustiazia nazionale».
Poi però sono arrivati l'orrore del Bataclan, le sparatorie fuori dai ristoranti e dai caffè, i kamikaze allo Stadio, l'assedio tragico a Saint-Denis.
E la prospettiva, per molti, è cambiata.
- Toni Negri.
DOMANDA. Professore, esiste una 'guerra giusta'? RISPOSTA. Nell'Alto Medioevo questo concetto ha funzionato per giustificare l'espansione del cattolicesimo imperiale.
D. E ora?
R. Era giusta la guerra del 1914? E quella del 1939? Ho forti dubbi. Erano guerre, è vero. Ma i motivi che le hanno scatenate non si possono certo definire giusti.
D. Non vale nemmeno per il diritto di difesa?
R. Il solo fatto che una guerra sia considerata giusta da alcuni e ingiusta da altri è la negazione stessa del concetto di giustizia.
D. Hollande ha dichiarato guerra all'Isis. Cosa ne pensa?
R. In realtà si tratta di una guerra contro cittadini francesi, belgi, europei: questi sono i terroristi. Il sospetto è che dietro a tutto questo ci siano altri interessi.
D. Quali?
R. Il petrolio, per esempio. Il controllo prima economico e poi politico di una regione che dal 2001 è stata fatta sprofondare nel caos più totale da altre guerre asimmetriche, preventive.
D. Cosa intende per asimmetriche?
R. Dichiarate unilateralmente, combattute da una parte con strumenti tecnologici maturi e dall'altra da formazioni partigiane, di resistenza dopo il disfacimento di eserciti, come quello iracheno, di origine coloniale o subalterni alle potenze occidentali.
D. Stiamo pagando le conseguenze delle campagne dei Bush?
R. Gli Stati Uniti con la loro insipienza hanno ricercato il caos necessario alla loro politica nel momento in cui è terminata la loro supremazia. Ai 'bordi dell'Impero' era funzionale mantenere guerre e scontri per ritardare un riequilibrio o, forse, l'instaurazione di un equilibrio alternativo.
D. Poi però la situazione è scappata di mano...
R. La lotta al socialismo e al comunismo non solo dell'Iraq ma dei Paesi della fascia sciita ha comportato lo svuotamento della società. A quel punto i religiosi, invece di soffrire in terra per guadagnare un posto in cielo, hanno comunciato a combattere.
D. Un contesto ideale per la proliferazione e lo sviluppo del radicalismo islamico.
R. L'Isis di fatto in quest'area ha sostituito il welfare dopo 10 anni di distruzione.
«Parlano di Grandeur e di Montaigne, ma nelle banlieu...»
D. Questo discorso vale anche per le banlieu francesi?R. Sì, lo stesso è accaduto nelle periferie nel 2005. Solo che in quel caso a bruciare erano solo le automobili.
D. I protagonisti in quel caso erano i ragazzi di terza e quarta generazione di immigrati.
R. È così. Agivano o protetti dagli adulti o contro di essi, fregandosene dei loro richiami all'ordine.
D. Frustrazione, rabbia, desiderio di rivalsa. Ma quale è la causa vera di quegli scontri?
R. La fine del lavoro fordista ha causato una riorganizzazione da cui questa fetta di popolazione è stata di fatto tagliata fuori.
D. Si spieghi meglio.
R. Mentre il proletariato della banlieu era inserito socialmente, via via è stato escluso dalle nuove formazioni dell'economia cognitiva. D. Per fermare gli scontri il governo si limitò a reprimere.
R. I governi se ne sono fregati. E ora è orribile vedere un ragazzo che si fa esplodere uccidendo altre persone spinto non solo da una organizzazione che lo ha indottrinato e reclutato, ma anche da condizioni seconde.
D. Rabbia e frustrazione sono un humus perfetto per il radicalismo islamico.
R. Basta vedere la condizione delle scuole frequentate da questi ragazzi.
D. Quale è la situazione?
R. Sono istituti invivibili, e non solo dal punto di vista strutturale, con 40 persone per classe...
D. Per cosa ancora?
R. Per l'estraneità a cui sono relegati. Qui in Francia si parla ancora di Grandeur, di Montaigne, di Philosophes. E invece siamo di fronte a un'incapacità pedagogica.
D. La famosa laicità francese sta presentando il conto?
R. Ma quale laicità... è una balla, un mito. Il Dio supremo di Robespierre non lo ricorda nessuno (la Ragione, ndr)?
D. In che senso è una balla?
R. Nel senso che è presente nella cultura francese una corrente di pensiero estremamente laica. Ma moltissime persone vanno in chiesa, ci sono movimenti cattolici forti e una destra che richiama alle radici cristiane.
D. E la battaglia contro il velo?
R. Campagne che in realtà sono sostenute da sottilissime minoranze. Eppure hanno portato a pressioni ideologiche dagli effetti disastrosi, sono come piccole punture di spillo continuamente riprodotte.
D. Insomma, mi sta dicendo che sono state un boomerang.
R. In Francia sono stati distrutti movimenti di immigrati politicamente attivi e si è fatta passare l'equazione religione uguale fanatismo. Basta vedere le reazioni sugli autobus e in metro davanti a una donna velata: il disprezzo e il sospetto sono palpabili...
«Il concetto di guerra come lo conoscevamo non esiste più»
D. Tornando agli attacchi di Parigi, parlare di guerra, nella lotta al terrorismo, ha senso?R. Mi chiedo solo: «Ora dove stanno i nemici? E gli amici?». La guerra è sempre sbagliata. Ma in passato il nome guerra aveva un fronte, un Piave. Ora siamo in una palude.
D. Tra l'altro il primo ministro Manuel Valls ha lanciato l'allarme di nuovi attacchi chimici e biologici.
R. Vorrei sapere chi li scatena e chi possiamo punire.
D. Si è detto che questa è una guerra non convenzionale. Cosa ne pensa?
R. La stessa definizione del diritto di guerra così come è uscito dalla pace di Westfalia,che nel 1684 pose fine alla guerra dei Trent'anni, non ha più alcun senso. E non parlo solo delle regole della guerra, ma anche del trattamento dei prigionieri per esempio. D. Quando è saltato?
R. Nel 2001 gli Usa hanno deciso di scatenare una guerra asimmetrica. Adesso stiamo assistendo alla conseguenza della distruzione delle frontiere su cui si basava il diritto internazionale. Lo dimostra l'esodo dei migranti: è impossibile stabilire i confini. D. È da allora che non si può più parlare di guerra 'tradizionale'?
R. Da quel momento la guerra è stata di polizia, non di eserciti. Persino James Bond farebbe ridere. Si tratta di una guerra che legittima l'uso dei droni.
D. Cioè?
R. Il drone è un esempio, un simbolo. Dietro c'è un conflitto che è fuori da ogni categoria che finora abbiamo utilizzato.
D. Crede che assisteremo a una nuova definizione di guerra?
R. Francamente non so se arriveremo a questo. Del resto Westafalia mise fine a guerre scatenate in nome della religione che insanguinarono l'Europa.
D. Quando dichiara guerra Hollande cosa sta facendo?
R. Solo retorica. In realtà stiamo assistendo ad azioni di vendetta e repressione che ci riportano indietro a prima del diritto europeo. È più simile a un regolamento di conti tra tribù, quelle che noi definivamo Barbari.
D. Cosa possiamo fare a questo punto?
R. La situazione è drammatica e angosciante. Ogni riferimento a categorie passate non coglie la realtà dei fatti. Possiamo solo cercare di difenderci come possiamo, evitando che le cause che hanno portato a tutto questo si ripetano.
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venerdì 20 novembre 2015
Tutte le menzogne di Paolo Mieli sulla Siria. Il Premio Pulitzer che lo sbugiarda
Pubblichiamo insieme alla redazione di Sibialiria un articolo di risposta alle falsità scritte ieri su il Corriere della Sera da parte di Paolo Mieli. Molte sono talmente superate nel dibattito che non c’era neanche bisogno. Questo se solo non fossero state scritte su un giornale di portata nazionale in grado di mistificare l’opinione pubblica di un paese che si crede ancora libero.
Si direbbe che il successo diplomatico di Putin (entrare nella coalizione anti ISIS, neutralizzando così il progetto NATO-Petromonarchie di invadere la Siria per spodestare Assad) abbia mandato in tilt il solitamente compassato Paolo Mieli. Solo così si potrebbe spiegare il suo facinoroso articolo sul “Corriere della Sera” che snocciola tutta una serie di accuse senza citare nessuna fonte ad eccezione di un fantomatico “Rapporto della Commissione di inchiesta indipendente dell’Onu”.
Intanto, l’oramai famosa “strage con gas Sarin a Goutha” :
“...Assad cominciò a usare armi chimiche e gli Stati Uniti, pur avendo annunciato che quella sarebbe stata l’invalicabile «linea rossa» prima di un loro intervento, non ritennero di reagire”.
In effetti gli USA, nell’agosto 2013, dopo roboanti minacce si astennero da un intervento militare diretto. Ma questo perché la campagna mediatica che metteva Assad sul banco degli imputati si arenò dopo pochi giorni grazie anche alla inconsistenza di una indagine dell’ONU e a video dei “ribelli” talmente taroccati da insospettire ampi settori dell’opinione pubblica – e, forse anche le cancellerie occidentali. Da allora la credibilità delle accuse ad Assad per quella strage (grazie anche ad accurate inchieste giornalistiche, come quella del Premio Pultizer Seymour Hersh, o le dichiarazioni di Carla Del Ponte, già Procuratore capo del Tribunale Penale Internazionale) si è ridotta praticamente a zero. E, forse, in Italia ad indicare Assad come mandante di quella strage c’è rimasto solo Paolo Mieli.
Che pretende di addebitare ad Assad anche altre stragi:
“...la Lega araba votò al Cairo una dura reprimenda contro la Siria anche in conseguenza del fatto che proprio in quei giorni, secondo un rapporto della Commissione di inchiesta indipendente dell’Onu, le forze di Assad avevano ucciso una quantità impressionante di oppositori tra i quali «almeno 256 bambini”.
Non è così. Vero che la Siria, su pressione degli USA, fu espulsa dalla Lega Araba (che si affrettò a riconoscere i “ribelli” come “unici rappresentanti del popolo siriano”) ma il Rapporto della Commissione di inchiesta della Lega Araba – boicottato da Qatar e Arabia Saudita, che fino all’ultimo si batterono per la sua segretazione – afferma cose completamente diverse da quello che vorrebbe far credere Paolo Mieli. E, si badi bene, il Rapporto della Commissione di inchiesta della Lega Araba si basava su innumerevoli sopralluoghi, verifica delle fonti, ricerca dei corpi... Non certo così un quasi contemporaneo rapporto di una delegazione delle Nazioni Unite (tra l’altro, capitanata dagli USA) che faceva sua la “notizia” dei 256 bambini uccisi dall’esercito di Assad dichiarando nel contempo - in una nota a piè di pagina (ovviamente trascurata dai media) - che le sue “fonti” erano le stesse dei media e cioè i Comitati di coordinamento locale (alias i “ribelli”); puntualizzando, inoltre, di non essere in grado di verificare se le informazioni da essi forniti fossero esatte o veritiere.
A tal proposito, forse sarebbe stato opportuno apporre la stessa dicitura nell’articolo di Paolo Mieli. Si sarebbero così evitate legittime accuse di faziosità davanti alla sua “ricostruzione” della strage di Homs, della morte della giornalista Marie Colvin, dell’attacco al campo profughi palestinesi di Yarmuk, della strage di bambini a Hula... Tutti episodi attentamente analizzati da giornalisti degni di questo nome (vedi i link) e che hanno tratto conclusioni diametralmente opposte a quelle di Paolo Mieli.
Il quale, dopo un panegirico in onore dei ribelli “buoni” (che, come egli stesso dichiara, neanche Obama è riuscito a trovare) e di Togliatti-Stalin (che salvarono il criminale di guerra Badoglio, come oggi verrebbe fatto per Assad) da’ il meglio di sé addebitando ad Assad “due o trecentomila uccisioni”.
Neanche il famigerato Osservatorio siriano per i diritti umani ha mai osato affermare una tale follia.
La Redazione di Sibialiria
mercoledì 7 ottobre 2015
Finalmente in guerra diamine
di Tonino D’Orazio
Non ancora. Quasi. Certamente.
Anche contro la Costituzione se decide il Parlamento a trazione Renzie e
Mattarella un po’ segugio. Qualche amico mio aveva veramente creduto che Renzie
avrebbe difeso l’art. 11 della nostra ormai sgretolata e penosa Costituzione,
che vieta l’entrata in guerra del nostro paese. Non hanno ancora imparato che
bisogna immediatamente tradurre le sue affermazioni al contrario. Non si
sbaglia mai. Anzi, cosa aspetta Renzie a modificare quell’articolo dicendo che
“la Nato lo vuole”, come hanno
modificato la Costituzione con il “fiscal
compact” ché “l’Europa lo vuole”.
E poi sarà il Ttip che ci lascerà in braghe perché “gli Usa e la troika lo vogliono”.

Che possiamo farci se invitati
delicatamente ma fermamente dai nord americani che gestiscono gli scenari di
guerra tramite la Nato ad intervenire e fare “la nostra parte”? Anche
quest’ultima è una mistificazione enorme, poiché da Atlantico è diventato tutto
il mondo medio orientale. Tutti i governi europei sono mani e piedi legati
nella Nato. E possono ormai servire da lepri per qualsiasi devastante progetto
futuro. Vedi le proteste guerrafondaie di Erdogan per un aereo russo sconfinato,
che dovrebbe essere comunque “alleato” nella guerra all’Isis. Erdogan, il presidente
di una Turchia verso l’islamizzazione, che sembra aver protetto l’Isis in
questi anni, ovviamente e non ingenuamente, nemmeno per pura volontà sua. Nulla
avviene per caso. Il nemico dei nord americani sono i russi, e quindi nostri
nemici. Indipendentemente dall’obiettivo di arginare l’Isis. E’ quasi una
controprova di chi fa cosa.
Ma è quindi l’intervento russo a
preoccupare i guerrafondai. E anche i pacifisti. Si sa come comincia e si sa
anche come finisce.
Tutti i mas media sono già pronti
ad accusare l’intervento russo, in modo martellante, giorno dopo giorno,
cartine e video alla mano, con generali a cento stellette semi seri a
spiegarceli. Con un minimo di esperienza critica possiamo ancora credere alle
reti televisive tutte spudoratamente in mano ai governi europei? Tutti
allineati sul benessere del neoliberismo competitivo del tutti contro tutti e
vinca il più forte? Oppure a un Renzie che occupa il 65% di tutte le nostre
reti televisive con una balla dopo l’altra? E con tutti i
"giornalisti" dietro? Che importa se i nord americani hanno
bombardato un ospedale, citato da Médecins Sans Frontière come “crimine di
guerra”. Non sono punibili per diritto divino. La notizia è perdonata e già
superata dalle quotidiane “nefandezze russe” alle quali assisteremo giorno dopo
giorno, con gli “effetti collaterali” e i toni da guerra fredda. Sempre ammesso
che notizie, immagini e foto siano vere. In genere tutto è parziale e
trafficato.
E’ “du déjà vu”. Vietnam, Afganistan, Ucraina … Si ricomincia? Comunque
sempre sul territorio di terzi. Adesso è la Siria. Certamente i russi hanno una
strategia. In una casa non si ripulisce una stanza sì e una no. Si comincia
daccapo e si finisce sull’uscio, se non nel cortile. I bombardamenti sono
iniziati anche intorno a Damasco e comunque dove l’isis si è già insediato a
macchia di leopardo (200km intorno. Ansa), aiutati sicuramente dai rivoltosi
anti-Assad, armati e sostenuti dal gruppo internazionale (del quale facciamo
parte) “Amici della Siria”,(quella illegale), perché senza autorizzazione Onu. Onu
che già si mischia alla voce del padrone chiedendo ipocritamente di non
bombardare i civili. Non so cosa abbiamo visto in questi ultimi quattro anni. I
russi bombardano nell’entro terra appena oltre la costa siriana del
Mediterraneo, visto che rivoltosi e Isis insieme cercano di conquistarla. Come
da accordi tra loro e i siriani legalisti (gli altri non lo sono), i russi
hanno una base navale e la Nato sarebbe felice di sloggiarli dal Mediterraneo e
rinchiuderli nel cerchio magico. Accordi, non possesso di pezzi di territorio
nazionale, come da noi, regalati ai nord americani.
Non si capisce più cosa vogliono
da noi i mass media, con le decapitazioni giornaliere, donne, bambini, bianchi,
con la distruzione del patrimonio storico, spossessato e diventato mondiale
(Unesco). Ci invitano da mesi ad entrare in guerra e “punirli”? Perfino Prodi è
intervenuto a sostegno del finalmente intervento russo. Per le minacce dell’Isis
direttamente a noi, adesso bombarderemo, e forse, anche i nostri pezzettini di
deserto dove non c’è nessuno, guidati dal coordinamento Usa. Basta pagare la
spesa degli armamenti e si rende assolutamente necessario acquistare gli F-35,
anche se non sono affidabili per niente. Dovremo anche sostenere i “nostri
ragazzi che rischiano la vita”. Non dovrebbe stupire nemmeno se i nord
americani rifornissero l’Isis di missili terra/aria, anti-russi ovviamente, anche
se gli errori possono sempre esistere anzi, affinché il fuoco d’artificio sia
completo dovrebbe incapparci anche qualcuno da abbattere col “fuoco amico”. Poi
non sapremo più chi è chi. E chi fa cosa e quanti innocenti moriranno e quanti
profughi invaderanno l’Europa per colpa dell’intervento, si capisce, russo. Rimarrebbe
solo la nostra diffidenza. Per tutti, certamente. Ma è troppo poco.
Avete più visto il Tavolo della
Pace, inghiottito dal Pd e dalla Cei, così come la Marcia della Pace Perugia-Assisi
con i parlamentari guerrafondai in testa? Bastava fare ministro il presidente del
Tavolo e un intervento autoritario dell’ex papa Ratzinger verso i francescani, e
tutto è messo a tacere, non solo nel giovane mondo cattolico, così vivace un
tempo per un pacifismo ideale e di profonda natura evangelica.
E’ tempo che la sinistra italiana,
se non europea, anche se costellata e dispersa, insieme al M5S (che è
ecologista e pacifista di natura per assioma) organizzino una grande
manifestazione per fermare almeno la nostra deriva guerrafondaia. Non c'è da
fidarsi di questo parlamento. A Salvini e camerati non pare vero di andare a
“ruspare” un po’ quei semiti affinché ne arrivino di meno da noi.
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