Visualizzazione post con etichetta Spd. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Spd. Mostra tutti i post

domenica 22 novembre 2015

Lezioni tedesche per la sinistra italiana


di Vladimiro Giacché da Micromega

Il nuovo libro di Alessandro Somma - “L’altra faccia della Germania. Sinistra e democrazia economica nelle maglie del neoliberalismo”, DeriveApprodi, Roma, 2015, pp. 192, 13 euro - appartiene al genere decisamente raro dei libri che mantengono più di quanto promettano.

Stando al titolo, si potrebbe pensare a un testo dedicato esclusivamente alla sinistra tedesca. E questo tema nel libro, come vedremo, è approfondito a dovere. Ma, al tempo stesso, c’è un’analisi molto precisa dell’evoluzione della Germania neoliberale dai tempi di Schröder in poi. E ci sono, infine, gli insegnamenti che l’autore ritiene la sinistra italiana farebbe bene a trarre dalle vicende di quella tedesca.
Cercherò di dar conto di tutti e tre questi aspetti del libro di Somma. Partendo dal secondo, che rappresenta in verità lo sfondo da cui si stacca l’evoluzione della sinistra tedesca, politica e sindacale, negli ultimi 15 anni. Il punto di partenza di questa storia è rappresentato dalla decisione del cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder – teorizzata nel manifesto per la “terza via” da lui firmato nel 1999 assieme a Tony Blair – di abbracciare le politiche neoliberali, mandando in soffitta come superata e viziata da "presupposti ideologici" l'idea, tipica della tradizione socialdemocratica, che lo Stato debba correggere i “fallimenti del mercato". Anche la priorità tradizionalmente attribuita alla "giustizia sociale" deve cedere il passo alla necessità di "creare le condizioni per la prosperità delle imprese". I lavoratori, per parte loro, sono chiamati ad abbandonare la tradizionale conflittualità (a dire il vero mai troppo accentuata nella Germania Ovest del dopoguerra), accettando la "cooperazione con il datore di lavoro", e soprattutto mettendo da parte il mito del posto fisso. La traduzione pratica di queste posizioni fu evidente in particolare con le cosiddette riforme Hartz I-IV promosse dal secondo esecutivo guidato da Schröder.

Le pagine dedicate da Somma a queste riforme e alle loro conseguenze sono tra le migliori pubblicate in Italia su questo argomento, del quale dalle nostre parti troppo spesso si parla a vanvera. L'autore ci mostra con grande precisione come estensione del lavoro interinale, minijob (lavori a tempo parziale pagati 400 euro al mese), riforma dell'agenzia federale del lavoro e riduzione sostanziale del sussidio di disoccupazione rappresentassero un insieme organico di misure. E come esse abbiano contribuito in modo decisivo alla diminuzione della quota-lavoro all'interno del pil tedesco e, per converso, al rilancio dei profitti d'impresa (rilancio che Schröder favori anche riducendo in misura sostanziale le tasse alle imprese e alla parte più ricca della popolazione).

È nelle “riforme” Hartz che va in gran parte rintracciata l’origine non soltanto della crescita delle disuguaglianze e della precarizzazione del lavoro in Germania, ma della vera e propria deflazione salariale che si è avuta in quel Paese. Una situazione che emerge con chiarezza dal confronto tra andamento della produttività e andamento dei salari: confronto da cui risulta che degli aumenti di produttività realizzati dalle imprese tedesche tra il 1999 e il 2012 (+14%) nulla è stato trasferito ai salari (che infatti nello stesso arco di tempo sono addirittura scesi in termini reali: -1%). È una storia che riguarda da vicino anche noi, perché questo processo – avvenuto in un contesto in cui la moneta unica impedisce recuperi di competitività legati a riaggiustamenti del cambio - rappresenta uno dei motivi fondamentali per cui la divergenza economica tra centro e periferia in Europa si è accresciuta sino a condurre a una vera e propria deindustrializzazione di quest'ultima.

Essa ha però riguardato in primo luogo i lavoratori tedeschi, una parte dei quali ha cominciato a voltare le spalle alla SPD e a cercare di costruire forme di rappresentanza al di fuori di essa. Somma segue passo passo il conseguente processo di aggregazione: un processo in cui movimenti sociali e quadri sindacali prima si uniscono ad Ovest nel raggruppamento "Alternativa elettorale lavoro e giustizia sociale" (WASG, 2004), poi, nel 2007, si fondono con il Partito del socialismo democratico (PDS), nato dalle ceneri della SED (l'ex "partito-guida" della Germania Est) e radicato nell'Est della Germania. Il risultato è la Linke: il partito che - anche grazie alla capacità dei suoi due esponenti di maggior spicco (Oskar Lafontaine e Gregor Gysi) - ha dato rappresentanza parlamentare, per la prima volta dall'illegalizzazione del partito comunista tedesco nel 1956 (una delle pagine buie della Germania Ovest postbellica), a quella parte dell’opinione pubblica a sinistra della SPD più sensibile ai problemi del lavoro.

Oggi il partito della Linke gode del consenso di circa un decimo dei votanti (e in un Land dell'est, la Turingia, sfiora il 30 per cento dei voti ed esprime il presidente di regione), anche se periodicamente è attraversato da conflitti interni che oppongono una destra interna, che considera una priorità strategica il conseguimento di accordi con SPD e Verdi per governare, a una sinistra che ritiene pregiudiziale a ogni accordo il veto a interventi militari all’estero e lo smantellamento dell’impianto economico neoliberale costruito negli ultimi anni, a cominciare proprio dalle “riforme” Hartz. 

Nel raccontare le vicende di questo raggruppamento politico, Somma entra nel merito anche delle sue molteplici componenti, offrendo in tal modo al lettore italiano lo sguardo più completo oggi disponibile sull’argomento (l'unico contributo in qualche modo paragonabile risale al 2010 ed è un lungo saggio di Costantino Avanzi uscito sulla rivista "Marxismo oggi"). Lo sguardo di Somma sulle vicende della Linke non è mai apologetico. Al contrario, l’autore ritiene che lo stesso costituirsi in partito della Linke abbia in parte deviato dal percorso ipotizzato inizialmente, quando si pensava più a dar voce ai movimenti sociali e forza alle componenti più avanzate del sindacato che a creare un vero e proprio partito politico.

L’autore ritiene che una “coalizione sociale” aperta ai movimenti, ma al tempo in grado di giovarsi della continuità di azione e della forza organizzativa dei sindacati, sia una forma politica più avanzata dei partiti tradizionali. La rappresentanza, questa la tesi di fondo, va costruita nei territori e nei luoghi di lavoro, e non inseguita a partire dalle assemblee elettive (Bundestag, Länder e Comuni). Da questo punto di vista anche l’esperienza della Linke tedesca ha manifestato limiti evidenti, a cominciare da un’attività politica troppo incentrata sulle scadenze elettorali.

Detto questo, va aggiunto che si tratta pur sempre di una situazione molto più avanzata di quella in cui si trova oggi la sinistra italiana. E non si può negare che le parole d’ordine della Linke siano state in qualche caso in grado di condizionare la stessa agenda politica dell’attuale governo di Grande Coalizione. Valga per tutti il caso del salario minimo: una proposta originariamente formulata dalla Linke, e successivamente entrata nel programma del governo per iniziativa della SPD (anche se fissandone la cifra a un livello inferiore rispetto a quello originariamente proposto). 

Il migliore insegnamento che in Italia si può trarre dalle recenti vicende della sinistra tedesca consiste secondo Alessandro Somma nel concetto di “mosaico della sinistra”, espressione coniata nel 2008 da Hans-Jürgen Urban, dirigente della IG-Metall (la Fiom tedesca). Essa sta a indicare un “attore collettivo eterogeneo”, ossia la coalizione di un insieme di forze di orientamento antiliberistico tra loro diverse: parte dei sindacati, movimenti no global, organizzazioni non governative, parte delle chiese, organizzazioni mutualistiche, militanti e intellettuali. Perché il termine “mosaico”? Perché, spiega Somma, “le forze chiamate a comporlo avrebbero conservato la loro identità, come le tessere di un mosaico appunto, ma avrebbero nel contempo concorso a definire un disegno comune e a determinarne la possibilità di successo”. Nell’ipotesi di Urban, la stessa Linke avrebbe dovuto porsi al servizio di questa coalizione di forze, evitando così di farsi assorbire dalla logica autoreferenziale dei parlamenti.

Il giudizio di Somma al riguardo appare ambivalente: da un lato la Linke ha saputo effettivamente giovarsi di un rapporto sia con i movimenti, sia col sindacato, dall’altro la sua stessa struttura di partito l’ha fatta cadere in logiche parlamentaristiche e le ha impedito di cogliere appieno le sue stesse potenzialità di espansione. Si tratta di un giudizio forse un po’ troppo severo: chiunque abbia partecipato ai congressi della Linke (a chi scrive è capitato in due occasioni: a Erfurt nel 2011 e a Dresda nel 2013) ha potuto osservare un apporto reale di associazioni di base e delle varie componenti del partito alla stessa costruzione del programma; il dibattito interno è autentico, spesso aspro, ci si confronta apertamente e si vota sui vari punti del programma e sui relativi emendamenti.

Il tema del “mosaico della sinistra” è stato recentemente ripreso da Somma in un contributo di grande interesse uscito in relazione a Sinistra Italiana e ai lavori in corso per costruire la cosiddetta “cosa rossa”. In questo testo, di cui consiglio la lettura, Somma insiste in particolare sulla “pari dignità” che deve essere attribuita alla diverse tessere del mosaico, e il carattere di “coordinamento delle forze di opposizione al neoliberalismo” che la “cosa rossa” dovrebbe assumere, ma con il vincolo che essa non dovrebbe essere un partito.

Qui il mio punto di vista differisce da quello dell’autore. Sono convinto che il concetto del “mosaico” sia molto utile a chi voglia oggi creare una coalizione di forze di sinistra (a sinistra del PD, per intendersi), e che in particolare la tutela delle identità specifiche, sia pure all’interno di una coalizione il più possibile ampia di realtà, sia assolutamente indispensabile in una fase come l’attuale, in cui le macerie stesse che ingombrano il campo della sinistra impediscono una ricomposizione semplice e rapida delle forze.

Credo però che il tema essenziale qui sia non tanto la forma (coalizione di movimenti contro partito organizzato), quanto il contenuto: ossia gli obiettivi che ci si prefigge. Da questo punto di vista preoccupa la compresenza, all’interno della “cosa rossa” in formazione, di opinioni seriamente critiche nei confronti degli assetti attuali dell’Unione Europea, e della stessa unione monetaria, come quelle ormai proprie di Fassina e D’Attorre, e di posizioni di europeismo sostanzialmente acritico, presenti soprattutto in Sel (si pensi alla presidente della Camera, Laura Boldrini, che ritiene addirittura desiderabili gli Stati Uniti d’Europa).

Tra questi due orientamenti si dovrà scegliere, e in fretta, pena la perdita di credibilità dello stesso progetto. Del resto, dopo le vicende greche, la riflessione sulla riformabilità o meno dell’Unione Europea e sulla concreta praticabilità di politiche di sinistra entro l’angusto perimetro tracciato dai trattati europei, sta attraversando l’intera sinistra europea, non esclusa la Linke. Sciogliere, e nel modo giusto, questo nodo è di vitale importanza per non lasciare fuori dal mosaico tasselli essenziali e per restituire un futuro alla sinistra in Italia. Come si vede, la lettura del libro di Somma ci riporta dalla Germania all’Italia. Non è il suo pregio minore. 

venerdì 12 giugno 2015

La «stabilità dei mercati» contro la democrazia

di Marco Bascetta da Il Manifesto


Ale­xis Tsi­pras lo ha dichia­rato nella maniera più sem­plice e lineare pos­si­bile. La posta in gioco nella logo­rante guerra di trin­cea che da mesi oppone Atene a Bru­xel­les e Ber­lino, occu­pando, quasi per intero, la scena euro­pea è «l’ammissione di un fallimento».
Un fal­li­mento teo­rico, eco­no­mico e, soprat­tutto sociale e poli­tico. Dopo anni di appli­ca­zione delle poli­ti­che di auste­rità impo­ste e pilo­tate dalle isti­tu­zioni euro­pee nes­suno dei risul­tati pro­messi è stato raggiunto.
Ren­dendo chiaro ai più che l’indebitamento, e il suo costo cre­scente, sono sostan­zial­mente ine­sau­ri­bili, un mec­ca­ni­smo desti­nato a ripro­dursi all’infinito e non solo in Gre­cia. Si tratta, infatti, di un gigan­te­sco pro­cesso di con­cen­tra­zione della ric­chezza desti­nato a pro­trarsi fino a quando una forza poli­tica di senso con­tra­rio (e non certo su scala nazio­nale) non inter­venga ad arre­starlo e inver­tirne la rotta.
La vit­to­ria di Syriza ad Atene è stata, prima di ogni altra cosa, la piena per­ce­zione di que­sto fal­li­mento da parte dei cit­ta­dini greci. Favo­riti, in que­sta con­sa­pe­vo­lezza, dall’averlo vis­suto sulla pro­pria pelle. Ciò che il pre­mier greco pre­tende ora è che anche gli arte­fici delle poli­ti­che che hanno con­dotto a que­sto disa­stro rico­no­scano l’errore ces­sando di riba­dire insi­sten­te­mente, come un disco rotto, i ver­setti sata­nici della loro dot­trina. È del tutto evi­dente che non inten­dono farlo per­ché anche la più pic­cola crepa nel for­ti­li­zio, cui una incon­sa­pe­vole comi­cità affida la «sta­bi­lità dei mer­cati», rischie­rebbe di ren­dere peri­co­lante l’intero edi­fi­cio. L’ assunto è che, con altre poli­ti­che, i conti, più che non potere, non devono tor­nare. E, pur­tut­ta­via, sul fronte della poli­tica, imba­razzi e scric­chio­lii comin­ciano a mostrarsi. Per­fino la ultra­con­ser­va­trice Frank­fur­ter All­ge­meine, ini­zia a doman­darsi timi­da­mente cosa sia andato storto nelle ricette restrit­tive. Gli argo­menti a loro favore si fanno, infatti, sem­pre più impro­ba­bili, sem­pre meno prag­ma­tici e sem­pre più ideo­lo­gici.
Un impa­reg­gia­bile Lorenzo Bini Sma­ghi, già alto fun­zio­na­rio della Bce, sostiene che la demo­cra­zia greca (secondo la ben nota for­mula che Stuart Mill appli­cava alla libertà) debba tro­vare il suo limite in tutte le altre demo­cra­zie dell’eurozona in cui si sup­pone che l’austertà goda di un indi­scusso entu­sia­smo popo­lare. Come se le poli­ti­che eco­no­mi­che euro­pee fos­sero sot­to­po­ste a una qual­che forma di con­trollo demo­cra­tico e come se la grande mag­gio­ranza dei cit­ta­dini euro­pei potesse trarre, come il capi­tale finan­zia­rio, qual­che van­tag­gio dallo stran­go­la­mento di Atene. Forte è la ten­ta­zione di rispon­dere con la bat­tuta di un cele­bre film di Elio Petri: «Ma che min­chia c’entrano con la demo­cra­zia!» Fatto sta che que­sto è il livello di cul­tura poli­tica dei «tec­nici» che spe­diamo a Francoforte.

Quanto alla sco­lo­rita social­de­mo­cra­zia euro­pea, non è certo da meno. Il pre­si­dente dell’Europarlamento, il social­de­mo­cra­tico Mar­tin Schulz non trova di meglio dal dichia­rare che Tsi­pras e Varou­fa­kis gli danno sui nervi e di que­sta sto­ria greca non se ne può dav­vero più. Qual­che com­men­ta­tore in Ger­ma­nia, come Wol­fgang Muen­chau su der Spie­gel, si sor­prende che la Spd, potendo con­tare fra l’altro sulle cre­scenti divi­sioni in seno alla Cdu tra la Can­cel­liera Angela Mer­kel e i pasda­ran del rispar­mio a tutti costi, a par­tire dalla que­stione della Gre­cia non colga l’occasione per intro­durre qual­che ele­mento di argine alle logi­che del rigore, sul piano euro­peo e su quello interno. Ma, invece di spin­gere Mer­kel a un com­pro­messo con Atene, anche con­tro buona parte del suo par­tito, (cir­cola voce che i poteri deci­sio­nali di Schau­ble siano stati alquanto ridi­men­sio­nati) i social­de­mo­cra­tici sem­brano col­lo­carsi piut­to­sto sul fronte dello zelo restrit­tivo. Insomma, una occa­sione inspie­ga­bil­mente per­duta. Ma forse, invece, una spie­ga­zione c’è. Le forze di sini­stra pie­na­mente con­ver­tite al neo­li­be­ri­smo, dalla Spd, al Pd, allo spet­trale Par­tito socia­li­sta fran­cese, mal dige­ri­scono pos­si­bili con­fronti con le aspi­ra­zioni poli­ti­che di Syriza e con la rin­no­vata demo­cra­zia greca. E allora si capi­sce che la capar­bia resi­stenza di Atene possa dare sui nervi. Non è dun­que sor­pren­dente che pro­prio que­ste forze tifino, più o meno aper­ta­mente, per una par­ziale capi­to­la­zione della Grecia.
Ma c’è anche un’altra voce che da sui nervi ai fal­chi di Ber­lino: è una voce grossa, quella ame­ri­cana, che non cessa di eser­ci­tare pres­sioni per­ché i tede­schi allen­tino i cor­doni della borsa e comin­cino a pre­oc­cu­parsi di espan­sione in Europa.
È vero che Washing­ton, come azio­ni­sta di mag­gio­ranza dell’Fmi, potrebbe influire diret­ta­mente sulla situa­zione greca. Ma anche da quelle parti nes­suno vuole met­tere in que­stione i dogmi del cre­dito (espo­nen­dosi a ulte­riori pre­tese e richie­ste) e sarebbe dun­que pre­fe­ri­bile agire per inter­po­sta Europa. Intanto, in Ger­ma­nia, come testi­mo­nia una ricerca citata ieri da Rita di Leo su que­sto gior­nale, cre­sce la dif­fi­denza dei tede­schi nei con­fronti della Nato e una sostan­ziale indi­spo­ni­bi­lità (le cui cause sto­ri­che e i cui inte­ressi eco­no­mici non sono dif­fi­cili da imma­gi­nare) a lasciarsi coin­vol­gere diret­ta­mente in un even­tuale scon­tro sui con­fini orientali.
Fatto sta che la com­pre­senza di una osti­lità verso la Nato (per quanto peri­co­losa e inco­sciente si riveli la sua poli­tica nei con­fronti della Rus­sia) e la pre­tesa di eser­ci­tare una ege­mo­nia euro­pea attra­verso l’imposizione dei pro­pri modelli eco­no­mici spinge nella dire­zione del nazio­na­li­smo tede­sco. Il cosid­detto Gre­xit fer­me­rebbe del tutto il corso, già piut­to­sto sgan­ghe­rato, della costru­zione poli­tica euro­pea. E senza Europa poli­tica una Ger­ma­nia «anti­a­tlan­tica» rap­pre­sen­te­rebbe una pro­spet­tiva deci­sa­mente inquie­tante. Angela Mer­kel ha dun­que sva­riate ragioni poli­ti­che, imme­diate e di più lunga pro­spet­tiva, per chiu­dere un ono­re­vole com­pro­messo con la Gre­cia di Tsi­pras. Ma dovrà fare i conti con i pre­giu­dizi e gli acce­ca­menti ideo­lo­gici che il suo stesso par­tito ha con­tri­buito a dif­fon­dere nell’opinione pub­blica tede­sca, non­ché con i Fachi­dio­ten, gli «idioti spe­cia­liz­zati», cui ha affi­dato il governo eco­no­mico dell’Unione.