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sabato 28 maggio 2016
martedì 4 dicembre 2012
Quanti morti si possono accettare a Taranto per non danneggiare lo spread?
di Giorgio Cremaschi da Micromega
Il decreto del governo salva Riva ha ottenuto un consenso di unità nazionale, compresi Camusso e Landini. Vediamo prima di tutto il fatto.
All'Ilva è in corso d'opera un grave reato contro la salute dei cittadini e dei lavoratori: la magistratura interviene per fermarlo e il governo interviene per fermare la magistratura. Questa la sostanza giuridica del decreto di cui speriamo la Corte Costituzionale rilevi la palese incostituzionalità: in un paese in cui tutta la classe politica si riempie la bocca delle parole regole e legalità, un decreto come questo si iscrive alla più pura tradizione berlusconiana di cambiare la legge per fermarne l'applicazione quando sono colpiti interessi potenti.
In questo caso si giustifica l'atto affermando che gli interessi in campo non sono quelli del padrone, ma dei lavoratori che rischiano il posto e del paese che rischia di perdere una azienda strategica. Naturalmente si afferma che la salute viene comunque salvaguardata e che quindi conflitto non c'è con l'iniziativa della magistratura, che viene invitata a capire.
Qui bisogna essere chiari: o la magistratura ha torto, il rischio non è così grave e la sua iniziativa è avventata, oppure ha ragione. Se la magistratura avesse torto le pubbliche istituzioni avrebbero dovuto affermarlo, cioè dire che non si muore di Ilva. A dir la verità il ministro Clini ci ha provato, ma è stato smentito da suoi stessi colleghi di governo e dalle strutture sanitarie. Gli stessi sindacati più vicini all'azienda non si sono mai sognati di smentire la gravità della minaccia alla salute. Anche l'azienda, soprattutto dopo le intercettazioni e le incriminazioni per corruzione, non smentisce più la gravità della situazione.
Dal momento che nessuno ha dunque sostenuto che non sia vero che di Ilva si muore, il decreto del governo che autorizza l'Ilva a produrre ALLE ATTUALI CONDIZIONI mentre si risana, evidentemente entra nel concetto di rischio necessario ed accettabile. Cioè un certo numero di malattie, infortuni, morti è un prezzo inevitabile da pagare se si vogliono salvare l'azienda e ventimila posti di lavoro.
D'altra parte, si obietta, all'ILVA si è sempre lavorato così e si possono ben spendere altri due anni pur di cambiare.
Questa obiezione, apparentemente di buon senso, è la più scandalosa. Anche con l'amianto c'è stato un intervallo di tempo dal momento in cui se ne scoprì tutta la nocività, a quello in cui se ne fermò definitivamente la produzione e l'uso. E i processi per strage colpiscono proprio quel periodo.
Alla Tyssen Krupp di Torino l'azienda è stata condannata per omicidio volontario proprio perché ha continuato a far lavorare quando le condizioni organizzative e ambientali non lo permettevano più.
È evidente dunque che nessun rischio è accettabile, soprattutto quando tale rischio per la salute dei cittadini e dei lavoratori è manifesto e conosciuto. Il principio fondamentale della tutela e della salute nell'organizzazione del lavoro è che quando un impianto o una produzione mettono chiaramente a rischio le persone, la produzione va fermata fino a che non vengano ripristinate o affermate le condizioni di sicurezza.
Se si rischia la salute non si lavora, questo è il principio che da anni, con ovvi conflitti anche con i lavoratori interessati, sostengono la medicina del lavoro, il diritto e la magistratura, il sindacalismo indipendente dalle aziende.
Perché allora all'ILVA si lavora nonostante il rischio?
La foglia di fico ideologica utilizzata dal decreto è che sia possibile continuare a produrre limitando al minimo i rischi. Ma questo è tecnicamente impossibile. Già due lavoratori sono morti da quando la magistratura è intervenuta. Uno ai treni merci e l'altro alle gru con la tromba d'aria. Nel primo caso i lavoratori si sono rifiutati di continuare a lavorare nel trasporto materiali se non venivano aumentati gli organici e definite rigorose condizioni di sicurezza. Hanno dovuto scioperare giorni e giorni perché ci fossero segnali in questa direzione da parte dell'azienda.
Oggi i lavoratori delle gru giustamente si rifiutano di salire su di esse perché non sanno quanto siano affidabili. Se si procedesse a una rigorosa ricognizione delle condizioni operative dell'ILVA rispetto ai parametri di sicurezza, una distesa di reparti dovrebbe essere fermata. La direzione Ilva ha sempre imposto una organizzazione del lavoro brutale e senza regole, fondata sulle minacce e sui provvedimenti disciplinari, dubito che sappia lavorare in altro modo. Il caos organizzativo con cui l'azienda ha risposto alle ordinanze della magistratura dimostra che non solo il rischio non diminuisce, ma che probabilmente aumenterà.
Per quanto riguarda poi l'emissione di fumi e polveri anche qui c'è un'enorme contraddizione nel decreto.
Se davvero Taranto deve continuare a produrre per alimentare gli stabilimenti ILVA del nord e rifornire di acciaio il sistema italiano, allora le emissioni di fumi e polveri continueranno, anzi come si è rilevato in questo periodo, saranno destinate ad aumentare. Questo perché o si produce davvero a marcia ridotta e allora l'acciaio per il nord verrà a mancare, oppure si dovranno stressare ancora di più gli impianti rimasti aperti per fare la produzione di quelli chiusi. Anche qui il rischio concreto è che i pericoli per la salute delle persone aumentino, anziché diminuire, nei due anni di licenza concessi dal governo a Riva.
Quindi o non è vero che si salva la produzione o non è vero che si salva la salute. E la magistratura viene esautorata proprio per impedire il rigore nelle scelte, per andare avanti alla giornata senza un vero controllo, senza alcuna chiarezza.
E' vero, una parte dei lavoratori soprattutto a Genova ha tirato un sospiro di sollievo con il decreto. Non si può criticarli visto che tutto il palazzo della politica e tutto il sindacato confederale aveva loro spiegato che finivano in mezzo ad una strada. Anzi la consapevolezza dei lavoratori Ilva in questi mesi è molto cresciuta, se si pensa che a luglio si scendeva in piazza per difendere l'azienda.
Chi invece non ha fatto passi avanti è stato il gruppo dirigente dei sindacati confederali, Cgil e Fiom comprese.
Una sola alternativa era possibile: si doveva chiedere l'immediato esproprio dell'azienda da parte del governo, un piano di sicurezza immediato, un piano strategico per il futuro: e la proprietà doveva pagare, cominciando con il garantire il reddito pieno a tutti i lavoratori.
La pubblicizzazione in questo caso non era certo una opzione socialista, ma assolutamente realistica, ed è stata proposta anche da quel noto sovversivo anticapitalista che è Carlo Debenedetti.
Il sindacato avrebbe dovuto partire dalla propria conoscenza della realtà del lavoro all'Ilva per costruire una posizione autonoma dal solito ricatto del padrone: o così o si chiude. Invece la fiom stessa non ha più sostenuto la posizione assunta a suo tempo a Pomigliano, allora anche contro la maggioranza dei lavoratori.
Così la gestione della fabbrica è tornata ad una proprietà pluriincriminata con latitanti in Florida e il rischio è che oggi si continui a perdere la salute per il lavoro e domani si perda anche il lavoro. Ma forse sta proprio qui la ragione vera del decreto. Prima del diritto al lavoro e di quello alla salute, per il governo Monti è stato necessario tutelare il diritto alla proprietà, sennò cosa avrebbero detto gli investitori internazionali.
Quanti morti in più si possono accettare a Taranto per non danneggiare lo spread?
In realtà non stupisce che un governo che pensa di affrontare la crisi del paese con la produttività del lavoro e le deroghe alle leggi e ai contratti, creda di risolvere così la crisi Ilva. Stupisce invece che Camusso e Landini non abbiano neppure tentato una strada diversa e abbiano ben accolto un decreto che rappresenta la prima grande applicazione di quel patto sulla produttività che non hanno firmato.
Tutto questo è la rappresentazione dello stato di degrado della nostra democrazia e della nostra stessa civiltà e dimostra che la nube di buone parole di cui si riempiono i talk show e le primarie non riesce neanche per un giorno a scacciare i fumi dell'Ilva.
domenica 1 aprile 2012
Goldman Sachs. La fabbrica della fame
di Gustavo Duch Giullot da Rebellion
Traduzione per DoppioCieco di Franco Cilli
Goldman Sachs e si suoi fondi di investimenti hanno le mani pasta dappertutto. Letteralmente. Da non molto tempo sappiamo che le sue legioni di dirigenti goldmanisti controllano a viso scoperto governi, ministeri, banche centrali e altre istituzioni pubbliche in Europa e negli Stati Uniti. Ovviamente un po' defilati e dietro le quinte. Da quanto tempo fanno ciò? Sguazzano felicemente nel petrolio, negli affari immobiliari e nell'allevamento di suini. Non sarebbe strano che avessero messo le mani anche nel commercio di armi.
In Spagna pranziamo con Goldman Sachs. Come ha rilevato il ricercatore Carles Soler, “Goldman Sachs è proprietaria di una delle più grandi imprese di ristorazione collettiva (ISS Facility Service), che nello stato spagnolo fornisce 22 milioni di pasti all'anno”.
Nelle mense di scuole, ospedali o di residenze della terza età, quelli che ti danno da mangiare sono i maggiori responsabili della fame nel XXI secolo. Perché la Goldman Sachs non ha affatto trascurato il settore agricolo, non già come fonte di approvvigionamento alimentare, ma bensì come fonte di profitto.
Nel 1991, i cervelli della Goldman Sachs, grandi creativi nel mondo della borsa, crearono uno strumento finanziario che permette a chiunque di investire le proprie ricchezze in prodotti basici come grano, riso o caffè. Da tutto ciò che cresce hanno “cresciuto” tonnellate di profitti.
Le tante scommesse sulla roulette dei mercati dei cereali di base, sono responsabili della salita del prezzo di quest'ultimi, e conseguentemente dell'impossibilità per milioni di persone di procurarsi gli alimenti necessari.
Dal 2000 fino ad oggi, senza altre bolle da gonfiare, il prezzo dei cereali di base è triplicato, in parallelo con l'incremento degli attivi finanziari.
Per la Goldman Sachs, investire in pane e pesci sperando nella loro moltiplicazione significa un profitto annuo di 5 miliardi di dollari. Molti soldi che in pochi anni riuscirebbero a risolvere il problema della fame nel mondo, ovvio però che questo non è lo scopo dei banchieri, al contrario. La loro missione è fabbricare fame, sono degli affamatori.
Un nuovo negozio, anche questo produttore di fame, si affaccia all'orizzonte: comprare le migliori terre fertili, allo scopo di sfruttarle (fino ad esaurimento) per la produzione di biomasse, l'energia che muoverà il mondo e risolverà buona parte dei problemi ecologici del pianeta. Almeno così dicono, ma è pura farsa.
Alcuni personaggi che si sono fate le ossa in Goldman Sachs sono già all'opera. Come Joakim Helenius, col suo fondo di investimento Trigon Agri Fund, che da quanto si sa ha acquistato 170 000 ettari di terreno agricolo nella regione di terra nera in Russia e Ucraina. O Neil Crowder che con il fondo Chayton Capital ha ceduto in affitto per i prossimi 14 anni 20 000 ettari in Zambia.
Sostenendo la lotta contro la fame, più fame. Sostenendo la lotta contro il cambiamento climatico, più fame.
Sostenendo la lotta contro la fame, più fame. Sostenendo la lotta contro il cambiamento climatico, più fame.
Gustavo Duch Guillot è il coordinatore della rivista Sovranità Alimentare, Biodiversità e culture. Autore di “Senza lavarsi le mani” e “Alimenti sospetti”.
lunedì 25 gennaio 2010
Discarica Bussi. Udienza rinviata a gennaio. Solo 5 anni per la sentenza definitiva
da PrimaDaNoi

L’inchiesta è partita qualche settimana prima del 12 marzo 2007 quando la forestale, coordinata da Guido Conti, ha scoperto quella che venne definita la discarica dei veleni più grande d’Europa. Sotto i cavalcavia dell’Autostrada dei parchi, ai piedi della collina dove sorge Bussi, nell’area adiacente il polo chimico sorto agli inizi del ‘900.
Nella discarica si pensa siano state stoccate circa 500mila tonnellate di sostanze tossiche, tra cui cloroformio, tetracloruro di carbonio, tricloroetilene, triclorobenzeni, metalli pesanti.
Oggi intanto hanno deciso di costituirsi parte civile (per la richiesta di eventuali danni) i Comuni di Pescara, Bussi (c’era il vicesindaco Giulio Di Berardino), Castiglione a Casauria e Torre de' Passeri (rappresentati dall’avvocato Lino Sciambra), le associazioni Ecoistituto Abruzzo, Marevivo, Italia Nostra, Miladonnambiente, Codici.
Nella discarica si pensa siano state stoccate circa 500mila tonnellate di sostanze tossiche, tra cui cloroformio, tetracloruro di carbonio, tricloroetilene, triclorobenzeni, metalli pesanti.
Oggi intanto hanno deciso di costituirsi parte civile (per la richiesta di eventuali danni) i Comuni di Pescara, Bussi (c’era il vicesindaco Giulio Di Berardino), Castiglione a Casauria e Torre de' Passeri (rappresentati dall’avvocato Lino Sciambra), le associazioni Ecoistituto Abruzzo, Marevivo, Italia Nostra, Miladonnambiente, Codici.
L'INCOGNITA UTENTI E FUTURI SVILUPPI
Parallelamente, sempre l'associazione Codici, ha appoggiato e coadiuvato la richiesta di 7 cittadini di costituirsi.
L'avvocato Claudio Di Tonno convinto della strategia vincente ritiene che se il gup dovesse accettare la costituzione di semplici cittadini utenti questo potrà aprire la strada all'inserimento nel processo -e fino al dibattimento- di un numero ben maggiore di cittadini che si ritengono danneggiati dall'avvelenamento.
Scenari probabili che aprirebbero il campo a centinaia di utenti di rivendicare i propri diritti ed essere eventualmente risarciti.
Mancavano stranamente associazioni dei consumatori che pure si credeva avessero avuto un ruolo rilevante.
L’unica riconosciuta tale ad esserci, come detto, è stata Codici.
La Provincia di Pescara si era già costituita.
Il Comune di Pianella alcuni mesi fa ha deciso di non costituirsi parte civile. Il sindaco del Comune è Giorgio D’Ambrosio, tra gli indagati.
La prossima udienza del 28 gennaio costituisce di fatto il termine ultimo per inserirsi nel processo come parte offesa.
L'avvocato dello Stato, Carlo Maria Pisani, che rappresenta il ministero dell'Ambiente, la Regione Abruzzo e il commissario Adriano Goio, e i legali del WWF e di Legambiente, si costituiranno successivamente.
Una scelta procedurale che potrebbe seguire una linea difensiva anche per certi versi rischiosa.
Se è vero che in questo modo le carte e le argomentazioni delle associazioni non arriveranno con largo anticipo alla controparte è anche vero che depositata la costituzione il prossimo 28 gennaio 2010 non avranno la possibilità eventualmente di opporsi alle controdeduzioni.
L’udienza già fissata per il 25 febbraio 2010 infatti sarà interamente dedicata alle eccezioni e controdeduzioni (per gli atti depositati precedentemente).
Presumibilmente la principale parte in causa, la Montedison, tenterà di attaccare anche di smontare le argomentazioni delle parti civili, avendo interesse a limitarne il numero.
Meno parti civili, meno risarcimenti eventuali.
Starà poi al giudice decidere se accettare o meno le controdeduzioni.
LE CARTE CHE SCOTTANO
Il gup ha inoltre accolto diverse richieste dei legali degli indagati tra le quali quella di poter esaminare i 64 faldoni sequestrati dalla procura di Pescara nel settembre scorso alla Solvay Solexis di Spinetta Marengo (Alessandria).
«Si tratta», hanno spiegato a PrimaDaNoi.it gli avvocati Luca Santamaria e Dario Bolognesi, della Solvay, «di scatoloni che erano destinati al macero e che erano conservati in un garage. Solo per caso sono stati aperti ma non ci si è resi immediatamente conto della valenza di quelle carte. Solo in seguito abbiamo capito che conteneva una documentazione che reputiamo importante».
La Solvay, la ditta che ha acquistato lo stabilimento e l’area di Bussi dove sorgeva la Montedison, avrebbe già consegnato una relazione sommaria nella quale spiegherebbe i contenuti delle migliaia di carte.
Da quello che si è potuto apprendere si tratterebbe di missive interne alla Montedison dalle quali emergerebbe in maniera netta che la stessa Montedison sapesse perfettamente dei veleni fin da tempi remoti, dati peraltro che vanno a rafforzare l’ipotesi accusatoria.
La nuova documentazione, fornita direttamente da Solvay, scaricherebbe interamente le responsabilità sul colosso della chimica.
La Solvay in questo procedimento è parte lesa e tenterà di dimostrare nel processo di essere stata danneggiata dal fatto di aver ricevuto un sito contaminato a sua insaputa.
Si preannuncia dunque un processo “avvelenato”?
«Nessun processo è avvelenato e nemmeno questo lo sarà perchè non ci sono avvelenatori», ha risposto l’avvocato Tullio Padovano, difensore della Montedison che dice di non aver avuto ancora tempo per leggere tutte le carte e farsi una idea di come sia stata istruita l’accusa.
Fra i reati contestati, a vario titolo, ai 27 imputati avvelenamento delle acque, disastro colposo, commercio di sostanze contraffatte e adulterate, delitti colposi contro la salute pubblica, turbata libertà degli incanti, truffa.
Fra gli imputati l'ex presidente dell'Aca, Bruno Catena, l'ex presidente dell'Ato, Giorgio D'Ambrosio, e alcuni amministratori della ex Montedison.
Capitolo prescrizioni.
Per i reati relativi all’avvelenamento la prescrizione scatterà nel 2015 mentre per gli altri reati minori le prescrizioni iniziano a decorrere dal 2010.
a.b. 29/10/2009 13.07
LA RICHIESTA DI RINVIO A GIUDIZIO INTEGRALE (DA L'ESPRESSO)
27 INDAGATI RINVIATI A GIUDIZIO
LE RESPONSABILITA' DEGLI AMMINISTRATORI
LA SCHEDA. TUTTI GLI INDAGATI
Parallelamente, sempre l'associazione Codici, ha appoggiato e coadiuvato la richiesta di 7 cittadini di costituirsi.
L'avvocato Claudio Di Tonno convinto della strategia vincente ritiene che se il gup dovesse accettare la costituzione di semplici cittadini utenti questo potrà aprire la strada all'inserimento nel processo -e fino al dibattimento- di un numero ben maggiore di cittadini che si ritengono danneggiati dall'avvelenamento.
Scenari probabili che aprirebbero il campo a centinaia di utenti di rivendicare i propri diritti ed essere eventualmente risarciti.
Mancavano stranamente associazioni dei consumatori che pure si credeva avessero avuto un ruolo rilevante.
L’unica riconosciuta tale ad esserci, come detto, è stata Codici.
La Provincia di Pescara si era già costituita.
Il Comune di Pianella alcuni mesi fa ha deciso di non costituirsi parte civile. Il sindaco del Comune è Giorgio D’Ambrosio, tra gli indagati.
La prossima udienza del 28 gennaio costituisce di fatto il termine ultimo per inserirsi nel processo come parte offesa.
L'avvocato dello Stato, Carlo Maria Pisani, che rappresenta il ministero dell'Ambiente, la Regione Abruzzo e il commissario Adriano Goio, e i legali del WWF e di Legambiente, si costituiranno successivamente.
Una scelta procedurale che potrebbe seguire una linea difensiva anche per certi versi rischiosa.
Se è vero che in questo modo le carte e le argomentazioni delle associazioni non arriveranno con largo anticipo alla controparte è anche vero che depositata la costituzione il prossimo 28 gennaio 2010 non avranno la possibilità eventualmente di opporsi alle controdeduzioni.
L’udienza già fissata per il 25 febbraio 2010 infatti sarà interamente dedicata alle eccezioni e controdeduzioni (per gli atti depositati precedentemente).
Presumibilmente la principale parte in causa, la Montedison, tenterà di attaccare anche di smontare le argomentazioni delle parti civili, avendo interesse a limitarne il numero.
Meno parti civili, meno risarcimenti eventuali.
Starà poi al giudice decidere se accettare o meno le controdeduzioni.
LE CARTE CHE SCOTTANO
Il gup ha inoltre accolto diverse richieste dei legali degli indagati tra le quali quella di poter esaminare i 64 faldoni sequestrati dalla procura di Pescara nel settembre scorso alla Solvay Solexis di Spinetta Marengo (Alessandria).
«Si tratta», hanno spiegato a PrimaDaNoi.it gli avvocati Luca Santamaria e Dario Bolognesi, della Solvay, «di scatoloni che erano destinati al macero e che erano conservati in un garage. Solo per caso sono stati aperti ma non ci si è resi immediatamente conto della valenza di quelle carte. Solo in seguito abbiamo capito che conteneva una documentazione che reputiamo importante».
La Solvay, la ditta che ha acquistato lo stabilimento e l’area di Bussi dove sorgeva la Montedison, avrebbe già consegnato una relazione sommaria nella quale spiegherebbe i contenuti delle migliaia di carte.
Da quello che si è potuto apprendere si tratterebbe di missive interne alla Montedison dalle quali emergerebbe in maniera netta che la stessa Montedison sapesse perfettamente dei veleni fin da tempi remoti, dati peraltro che vanno a rafforzare l’ipotesi accusatoria.
La nuova documentazione, fornita direttamente da Solvay, scaricherebbe interamente le responsabilità sul colosso della chimica.
La Solvay in questo procedimento è parte lesa e tenterà di dimostrare nel processo di essere stata danneggiata dal fatto di aver ricevuto un sito contaminato a sua insaputa.
Si preannuncia dunque un processo “avvelenato”?
«Nessun processo è avvelenato e nemmeno questo lo sarà perchè non ci sono avvelenatori», ha risposto l’avvocato Tullio Padovano, difensore della Montedison che dice di non aver avuto ancora tempo per leggere tutte le carte e farsi una idea di come sia stata istruita l’accusa.
Fra i reati contestati, a vario titolo, ai 27 imputati avvelenamento delle acque, disastro colposo, commercio di sostanze contraffatte e adulterate, delitti colposi contro la salute pubblica, turbata libertà degli incanti, truffa.
Fra gli imputati l'ex presidente dell'Aca, Bruno Catena, l'ex presidente dell'Ato, Giorgio D'Ambrosio, e alcuni amministratori della ex Montedison.
Capitolo prescrizioni.
Per i reati relativi all’avvelenamento la prescrizione scatterà nel 2015 mentre per gli altri reati minori le prescrizioni iniziano a decorrere dal 2010.
a.b. 29/10/2009 13.07
LA RICHIESTA DI RINVIO A GIUDIZIO INTEGRALE (DA L'ESPRESSO)
27 INDAGATI RINVIATI A GIUDIZIO
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