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sabato 5 gennaio 2013

Organismi Geneticamente Monetizzati

Se i movimenti desiderano davvero migliorare la qualità del cibo, dovrebbero seguire la pista dei soldi piuttosto che perdere tempo con le etichettature

di Frederick Kaufman (da Slate)
traduzione di Domenico D'Amico


Traduciamo questo pezzo da Slate non perché contenga informazioni inedite (la storia del seme suicida della Monsanto, del pesticida Roundup e delle demenziali cause legali ad essi legate è fin troppo conosciuta) ma perché costituisce un ulteriore chiarimento di un elemento paradossale presente all'interno dei movimenti (definiamoli così per brevità) antiliberisti, un elemento che noi non ci stancheremo mai di stigmatizzare. Si tratta di una congerie di tratti culturali che appartengono (per lo più) al deprimete legato della paranoia statunitense derivata dalla fusione di un certo fondamentalismo religioso con un certo libertarismo anarcoide, tratti culturali che si possono riassumere con le idee esposte dal personaggio del Generale Ripper nel film Il Dottor Stranamore. Questo guazzabuglio di fuffa (fluorizzazione delle acque, scie chimiche, anti-vaccinismo, negazionismo dell'HIV eccetera eccetera) fa massa con le pseudo teorie dell'estrema destra liberista janqui (gold standard, signoraggio, congiura della Fed, sovereign citizens, lager della FEMA eccetera eccetera), inquinando alcune frange del movimento anti-imperialista, generando il profilo paradossale e autolesionista di un movimento “di sinistra” che si ritrova a diffondere le idee della peggiore e più reazionaria cultura statunitense... Se fossimo cospirazionisti ci verrebbe il sospetto che i vari propalatori di teorie sul signoraggio, scie chimiche e compagnia debbano per forza di cose essere sul libro paga dei fratelli Koch.

Ma del resto tutto è possibile.

Ho trascorso la maggior parte degli ultimi anni all'interno di laboratori ad accesso riservato che facevano ricerche sugli OGM. Durante le ricerche per il mio ultimo libro, ho scrutato l'uva che brilla nel buio (i suoi semi corretti con geni di medusa), assistito al tentativo di realizzare pomodori cubici (una sequenza di DNA potrebbe determinare la forma di qualsiasi frutto), e ammirato piante di riso progettate per essere immuni alle più fatali malattie dell'Asia. Nessuna di queste leccornie OGM è commercialmente disponibile – non ancora. Ma anche se nessuno di questi prodotti di laboratorio riuscisse a raggiungere gli scaffali, il 70% dei cibi lavorati presenti nei supermercati statunitensi contiene già ingredienti geneticamente modificati.
Dovremmo preoccuparci della salubrità di questo cibo? È la domanda che ha monopolizzato una buona percentuale delle recenti polemiche sviluppatesi a ridosso del voto californiano sulla Proposition 37 del mese scorso, che avrebbe potuto imporre l'etichettatura dei cibi contenenti OGM.
Ma è la domanda sbagliata.
Ecco perché: non c'è certezza sull'effetto dei cibi OGM sulla salute umana, ma il loro effetto sui coltivatori, gli scienziati e i mercati sono lampanti. Un cibo geneticamente modificato potrebbe essere dannoso, un altro no; ogni manipolazione genetica è diversa. Ma ogni cibo geneticamente modificato diventa pericoloso – non per la salute ma per la società – nel momento in cui è possibile brevettarlo. In questo momento la spinta maggiore dietro lo sviluppo di raccolti OGM è costituita dalla possibilità di ricavarne enormi profitti, e l'origine di questi profitti potenziali sta tutta in una frasetta legale apparentemente inoffensiva:
“Chiunque inventi o scopra qualsiasi nuovo e fruttuoso procedimento, macchinario, metodo di fabbricazione, composizione materiale, o qualunque miglioramento nuovo e proficuo dei predetti, può ottenerne il brevetto.”
Questo è il succo della prima legge americana sui brevetti (all'inizio al posto del termine procedimento c'era la parola arte) – ed è la ragione che spinge i biologi molecolari a infilare geni di medusa nell'uva e a passare notti insonni all'inseguimento del pomodoro quadrato. In origine la legge sui brevetti si applicava solo a invenzioni non commestibili, ma a partire dall'approvazione del Plant Patent Act del 1930, il cibo manipolato geneticamente è diventato oggetto di protezione della proprietà intellettuale, e la creazione di nuovi alimenti è divenuta un modo sicuro di assicurarsi fonti di profitto per chiunque li brevetti per primo. Nel 1930 un cibo geneticamente modificato poteva essere una mela innestata da un albero all'altro, ma quarant'anni dopo la norma venne estesa dalle piante originate da innesto alle piante cresciute da sementi, ad esempio il frumento. La protezione per le “Utility patent” [1] arrivò in seguito, nel 1985, ed estese i diritti di proprietà intellettuale ai metodi di progettazione delle piante, incluse le sequenze genetiche inserite nel genoma di una specie.
L'impatto di queste leggi è stato enorme. Essenzialmente sono state quelle leggi a creare il sistema di industria alimentare che i movimenti di base giustamente stigmatizzano.
La Monsanto, la più vituperata delle corporation in campo agroalimentare, è autrice di numerosissime malefatte che i canali impegnati politicamente hanno ampiamente denunciato. Quello che non è stato ampiamente comunicato è che sono i brevetti sui vegetali a costituire il quadro legale che consente quelle malefatte. È stata la protezione dei brevetti di utilità ad aprire la strada alla panoplia globale di semi e pesticidi della Monsanto di oggi, inclusa la famigerata tecnologia dei semi “terminator” (o “suicidi”) che di fatto sterilizzano le piante di seconda generazione e rendono non solo inutile ma illegale, da parte dei coltivatori, mettere da parte i semi per la semina dell'anno seguente). La Monsanto ha fatto causa ai contadini che si ritrovavano frumento o soia transgenici nei loro campi, piante generate dai semi portati dal vento provenienti da campi vicini coltivati a OGM. Qual era la base per simili ridicole cause? I brevetti sui vegetali. Questi coltivatori stanno involontariamente violando i diritti di proprietà intellettuale della Monsanto. Peggio ancora, la Monsanto ha avuto la perfida idea di sviluppare un tipo di pesticida (nello specifico, un diserbante chiamato “Roundup”, scoperto e brevettato da un chimico della Monsanto nel 1970) che opera al meglio quando utilizzato coi semi brevettati dalla corporation. Le leggi sui brevetti, in pratica, hanno permesso alla corporation l'istituzione di un monopolio verticale – se vuoi le sementi ad alto rendimento Roundup Ready avrai bisogno dell'insetticida Roundup della Monsanto; e se compri l'insetticida Roundup avrai bisogno delle sementi Roundup Ready (dato che le aziende agricole di grandi dimensioni desiderano il maggior rendimento possibile, tendono ad abbozzare e a comprare tutt'e due i prodotti).
L'effetto complessivo di queste azioni sul sistema mondiale dell'alimentazione è stato straordinariamente negativo.
Considerate il caso della dott.sa Pamela Ronald, professoressa di Genomica Vegetale presso la UC-Davis. Come per molti altri scienziati, la motivazione principale della dott.sa Ronald non è il profitto, ma la comprensione dei meccanismi naturali. Dopo aver lavorato per un decennio alla decodifica del genoma del riso, Ronald e il suo team realizzarono un'alterazione genetica che resisteva allo Xanthonomas, una delle peggiori patologie del riso in Asia. Potrebbe esserci una migliore, più socialmente utile applicazione delle manipolazioni genetiche di questa? Ronald e la UC-Davis registrarono il gene presso l'ufficio brevetti statunitense, in modo da ottenere la proprietà intellettuale della sequenza dell'immunità allo Xanthomonas, e quasi subito la Monsanto e la Pioneer [2] chiesero l'autorizzazione all'uso del gene.
Ma mentre l'Office of Technology Transfer della UC-Davis lavorava ai termini dell'accordo, la Monsanto e la Pioneer persero interesse alla questione, e le prospettive commerciali del riso di Ronald giunsero a un'impasse. A quanto pare la resistenza a una patologia non era attraente per le multinazionali dell'alimentazione quanto invece lo era per la dott.sa Ronald e la UC-Davis, forse perché i potenziali profitti derivati da un riso che resiste alla ruggine non potevano rivaleggiare con quelli derivati dal frumento Roundup Ready. Il riso di Pamela Ronald prometteva di salvare vite in Asia, ma le lungaggini legali lo relegarono nella sua serra.
Alla fine, la dott.sa Ronald ha contestato il suo stesso brevetto, rendendo le informazioni genetiche da lei scoperte disponibili gratuitamente per i paesi in via di sviluppo. L'atteggiamento di Ronald nei confronti della legislazione riguardante la genetica in agricoltura non è insolito tra gli scienziati. Parecchi dei biologi molecolari che ho intervistato negli ultimi anni mi hanno detto che le leggi sui brevetti intralciano il loro lavoro di ricerca, nel momento in cui l'innovazione molecolare diviene proprietà intellettuale della compagnia o università proprietarie del laboratorio che ha effettuato la scoperta. Il diritto alla proprietà della propria scoperta sembrerebbe una bella cosa – tranne che per il fatto che la conseguenza è il blocco della collaborazione scientifica su larga scala, spesso fondamentale per il progresso della ricerca. Di fatto, l'interesse degli scienziati per una circolazione delle idee più libera potrebbe essere un'alleata nella lotta dei movimenti contro la Monsanto e i colossi dell'agroalimentare, nella lotta per una riforma dei brevetti vegetali – se i movimenti smettessero per un momento di concentrarsi sulla questione delle etichettature e guardassero al quadro più ampio.
Le normative sulla proprietà intellettuale devono essere ripensate. Un film o un libro coperti da copyright restano comunque lo stesso film e lo stesso libro, ma quando il cibo diventa un concetto legale o una proprietà intellettuale, cessa di essere cibo. Naturalmente si può consumare un popcorn brevettato allo stesso modo di un suo cugino che non lo sia. Ma a differenza di un iPhone o di un tv a schermo piatto, del cibo ne hanno bisogno tutti, e ne hanno bisogno ogni giorno. I rappresentanti maggiori dell'industria alimentare globale vorrebbero convincerci che il mercato mondiale delle derrate alimentari sia un libero mercato come quello di qualsiasi gadget tecnologico – anche se nessuno può decidere di fare a meno a lungo di fare colazione, pranzo o cena. Dato che la partecipazione al mercato delle derrate è obbligatoria, al ritmo di circa 2700 calorie al giorno, i brevetti sul cibo permettono ai loro proprietari una quota garantita di profitti proveniente da una garantita quantità di acquisti, il che è fondamentalmente iniquo. Per quale motivo l'industria agroalimentare dovrebbe godere di privilegi negati a ogni altro genere di business? Le norme che regolamentano i brevetti nel campo dell'elettronica o dello spettacolo non dovrebbero essere i medesimi anche per quel che riguarda gli elementi più essenziali dell'esistenza umana.
Più di ottanta anni di protezione dei brevetti vegetali hanno costruito uno dei bastioni più imponenti dell'industria agroalimentare – ed ecco perché dovrebbero essere questi brevetti l'obbiettivo dei movimenti. Il modo più diretto ed efficace di minare il monopolio degli industriali delle sementi modificate è una riforma di quelle leggi (in particolare quella sui brevetti di utilità del 1985), e rendere i diritti di proprietà che riguardano il cibo meno esclusivi, meno profittevoli e meno duraturi.
Se i movimenti di base che si interessano della questione alimentare hanno come obbiettivo l'alternativa ai colossi dell'alimentazione, se l'obbiettivo è il miglioramento a livello globale delle condizioni dei piccoli coltivatori, lo sviluppo di un rapporto migliore tra ambiente rurale e ambiente urbano, e il sostegno allo sviluppo di un'agricoltura più sostenibile – allora l'etichettatura dei cibi contenenti OGM, come avrebbe ottenuto la Proposition 37 in California, non avrebbe dato il minimo contributo alla causa. Per cambiare il sistema alimentare, il movimento deve sviluppare un pensiero strategico. Per le Monsanto di questo mondo, il cibo è diventato una fonte di profitti sfrenati e un concetto legale da difendere a ogni costo nei tribunali. Questo significa che per il movimento è venuta l'ora di prendere di mira le leggi sui brevetti. Invece di giostrare coi mulini a vento delle etichettature, le organizzazioni non profit che si occupano del settore alimentare dovrebbero ingaggiare uno stuolo di avvocati esperti di proprietà intellettuale e scatenarli su Washington per pretendere una riforma del Plant Patent Act. Nel momento in cui la manipolazione genetica sarà meno redditizia, le cose andranno meglio sia per i consumatori, sia per i coltivatori, sia per i ricercatori – praticamente per tutti tranne che per i dirigenti delle corporation.

La copertura informativa sul settore alimentare di Slate è resa in parte possibile dal contributo della W.K. Kellogg Foundation.


Note del traduttore

[1] “Negli Stati Uniti, sono disponibili due tipi di protezione di brevetti: utilità e design. La differenza di base tra questi due tipi è che un'“utilità di brevetto” protegge il modo in cui un articolo viene usato e lavorato (35 U.S.C. §101), e un “brevetto per design” protegge il modo in cui un articolo appare (35 U.S.C,. §171). Entrambe le forme di protezione possono essere ottenute per un singolo articolo che possiede entrambe le caratteristiche funzionali e ornamentali.” [Unioncamere Lombardia]
[2] La Pioneer è un'industria che opera nel settore agroalimentare come la Monsanto, ed è di proprietà del colosso chimico DuPont.

sabato 8 dicembre 2012

Ilva, un nuovo diritto pubblico nell’economia

di Alberto Lucarelli da soggettopoliticonuovo

Ridare all’impresa quel carattere sociale che la nostra Costituzione gli affida (art. 41 e 43). Anche riservandosi di espropriare e trasferire a enti pubblici o comunità di lavoratori le imprese di interesse pubblico.
Con l’Ilva di Taranto tornano di attualità i temi della democrazia economica e del diritto pubblico dell’economia, troppo frettolosamente messi in soffitta, e soprattutto troppo frettolosamente ritenuti in contrasto con una lettura strumentale del diritto europeo, in particolare laddove appiattito sulle regole mercantili e neo-liberiste della finanza e del mercato, imposte da interessi forti rappresentati dalla troika Bce-Fmi-Commissione, piuttosto che ispirato dal principio della coesione economico-sociale e territoriale che significa limitare l’attività d’impresa alla tutela del territorio, dell’ambiente, della salute, dei livelli occupazionali.
Ma in senso più generale, con il “caso Taranto”, si pone all’attenzione il rapporto pubblico-privato, in relazione alla proprietà, alla gestione, ai controlli, alla tutela dei diritti. Dietro l’ipocrisia della contrapposizione tra diritto all’ambiente e diritto alla salute, da una parte, e diritto al lavoro dall’altra, si nasconde il progressivo processo di abbandono e di deresponsabilizzazione del pubblico dalle politiche industriali ed economico-sociali del nostro Paese.
I principi della democrazia economica, espressi dal testo costituzionale, seppur talvolta in maniera ambigua, sono stati calpestati, divenuti oggetto di trattative con le più squallide rappresentanze del mondo dell’imprenditoria.
Dunque, possiamo credere che la drammatica vicenda dell’Ilva di Taranto, con i delicati problemi di bilanciamento di diritti che solleva, costituisca un’occasione, seppur amara, per far rivivere alcune disposizioni della nostra Carta costituzionale, messe tra parentesi da decenni di liberismo e privatizzazioni forzate.
Dopo il disastro ambientale e sociale, ma soprattutto dopo l’inopinata cessione di sovranità del ruolo dello Stato nei processi economici, a vantaggio di prenditori di denaro pubblico, risorgono gli artt. 41 e 43 della Costitutzione, in considerazione dell’interesse strategico nazionale inerente alla vicenda.
Sembra risorgere anche il secondo comma dell’art. 41, troppo presto dimenticato, che prevede che l’iniziativa economica privata non possa svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana e che il comma successivo dispone che la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
Insomma, principi sacrificati in nome della concorrenza che non ha rilievo costituzionale. L’art. 43, poi, prevede che a fini di utilità generale la legge possa riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.
Si tratta di una norma ben presente nel nostro ordinamento e suscettibile di trovare applicazione quanto meno in casi straordinari quale quello che ci troviamo a fronteggiare.
Mai come in questi momenti occorre fare leva sullo spirito solidaristico espresso dalla nostra Costituzione economica per far risorgere il diritto pubblico dell’economia, ponendolo al servizio dell’interesse generale (ambiente, salute, occupazione), depurato da dimensioni statalistiche ed autoritarie del passato e arricchito dalle nuove categorie dei beni comuni e della partecipazione.
Le istituzioni pubbliche non possono abdicare dal proprio ruolo e dalle proprie responsabilità, in considerazione dei preminenti fini di utilità generale che ricorrono nella vicenda e rispolverino, se necessario, istituti quali l’espropriazione, anche in considerazione che i processi di privatizzazione posti in degli ultimi vent’anni hanno costituito episodi di espropriazione in danno della collettività, depauperata di un patrimonio comune di beni, servizi, imprese.
L’Ilva deve rappresentare l’occasione per avverare l’utopia di una nuova governance aziendale democratica e partecipata, che si collochi oltre le avanguardie europee della cogestione e della cointeressenza, nel solco della Costituzione. Laddove vi siano preminenti interessi di rilievo nazionale, incidenti su una pluralità di diritti fondamentali, è possibile immaginare modelli di governo pubblico-partecipato, caratterizzati da una governance, in grado di coinvolgere lavoratori e saperi diffusi della cittadinanza attiva.
Questo, su scala diversa, è il modello che stiamo sperimentando a Napoli con l’azienda speciale Abc (acqua bene comune), il modello di impresa democratica, caratterizzata da cessioni di sovranità da parte della proprietà pubblica, a favore di gestioni aperti ai saperi diffusi e collettivi.
Una dimensione della partecipazione che si declina in proposta, gestione e controllo, dove quest’ultimo trova spazio in appositi comitati di sorveglianza composti da cittadinanza attiva e lavoratori.
Ripensiamo dunque l’ipotesi che imprese strategiche, intese quali portatrici di valori civili, sociali ed economici, e quindi quali beni comuni, ovvero beni di appartenenza delle comunità di riferimento, possano essere gestite, anche nel rispetto dei principi costituzionali, secondo i canoni della democrazia economico-partecipativa.

Fonte: Il Manifesto

martedì 4 dicembre 2012

Quanti morti si possono accettare a Taranto per non danneggiare lo spread?


di Giorgio Cremaschi da Micromega
 

Il decreto del governo salva Riva ha ottenuto un consenso di unità nazionale, compresi Camusso e Landini. Vediamo prima di tutto il fatto.
All'Ilva è in corso d'opera un grave reato contro la salute dei cittadini e dei lavoratori: la magistratura interviene per fermarlo e il governo interviene per fermare la magistratura. Questa la sostanza giuridica del decreto di cui speriamo la Corte Costituzionale rilevi la palese incostituzionalità: in un paese in cui tutta la classe politica si riempie la bocca delle parole regole e legalità, un decreto come questo si iscrive alla più pura tradizione berlusconiana di cambiare la legge per fermarne l'applicazione quando sono colpiti interessi potenti.

In questo caso si giustifica l'atto affermando che gli interessi in campo non sono quelli del padrone, ma dei lavoratori che rischiano il posto e del paese che rischia di perdere una azienda strategica. Naturalmente si afferma che la salute viene comunque salvaguardata e che quindi conflitto non c'è con l'iniziativa della magistratura, che viene invitata a capire.

Qui bisogna essere chiari: o la magistratura ha torto, il rischio non è così grave e la sua iniziativa è avventata, oppure ha ragione. Se la magistratura avesse torto le pubbliche istituzioni avrebbero dovuto affermarlo, cioè dire che non si muore di Ilva. A dir la verità il ministro Clini ci ha provato, ma è stato smentito da suoi stessi colleghi di governo e dalle strutture sanitarie. Gli stessi sindacati più vicini all'azienda non si sono mai sognati di smentire la gravità della minaccia alla salute. Anche l'azienda, soprattutto dopo le intercettazioni e le incriminazioni per corruzione, non smentisce più la gravità della situazione.

Dal momento che nessuno ha dunque sostenuto che non sia vero che di Ilva si muore, il decreto del governo che autorizza l'Ilva a produrre ALLE ATTUALI CONDIZIONI mentre si risana, evidentemente entra nel concetto di rischio necessario ed accettabile. Cioè un certo numero di malattie, infortuni, morti è un prezzo inevitabile da pagare se si vogliono salvare l'azienda e ventimila posti di lavoro.
D'altra parte, si obietta, all'ILVA si è sempre lavorato così e si possono ben spendere altri due anni pur di cambiare.
Questa obiezione, apparentemente di buon senso, è la più scandalosa. Anche con l'amianto c'è stato un intervallo di tempo dal momento in cui se ne scoprì tutta la nocività, a quello in cui se ne fermò definitivamente la produzione e l'uso. E i processi per strage colpiscono proprio quel periodo.
Alla Tyssen Krupp di Torino l'azienda è stata condannata per omicidio volontario proprio perché ha continuato a far lavorare quando le condizioni organizzative e ambientali non lo permettevano più.

È evidente dunque che nessun rischio è accettabile, soprattutto quando tale rischio per la salute dei cittadini e dei lavoratori è manifesto e conosciuto. Il principio fondamentale della tutela e della salute nell'organizzazione del lavoro è che quando un impianto o una produzione mettono chiaramente a rischio le persone, la produzione va fermata fino a che non vengano ripristinate o affermate le condizioni di sicurezza.
Se si rischia la salute non si lavora, questo è il principio che da anni, con ovvi conflitti anche con i lavoratori interessati, sostengono la medicina del lavoro, il diritto e la magistratura, il sindacalismo indipendente dalle aziende.
Perché allora all'ILVA si lavora nonostante il rischio?

La foglia di fico ideologica utilizzata dal decreto è che sia possibile continuare a produrre limitando al minimo i rischi. Ma questo è tecnicamente impossibile. Già due lavoratori sono morti da quando la magistratura è intervenuta. Uno ai treni merci e l'altro alle gru con la tromba d'aria. Nel primo caso i lavoratori si sono rifiutati di continuare a lavorare nel trasporto materiali se non venivano aumentati gli organici e definite rigorose condizioni di sicurezza. Hanno dovuto scioperare giorni e giorni perché ci fossero segnali in questa direzione da parte dell'azienda.

Oggi i lavoratori delle gru giustamente si rifiutano di salire su di esse perché non sanno quanto siano affidabili. Se si procedesse a una rigorosa ricognizione delle condizioni operative dell'ILVA rispetto ai parametri di sicurezza, una distesa di reparti dovrebbe essere fermata. La direzione Ilva ha sempre imposto una organizzazione del lavoro brutale e senza regole, fondata sulle minacce e sui provvedimenti disciplinari, dubito che sappia lavorare in altro modo. Il caos organizzativo con cui l'azienda ha risposto alle ordinanze della magistratura dimostra che non solo il rischio non diminuisce, ma che probabilmente aumenterà.

Per quanto riguarda poi l'emissione di fumi e polveri anche qui c'è un'enorme contraddizione nel decreto.
Se davvero Taranto deve continuare a produrre per alimentare gli stabilimenti ILVA del nord e rifornire di acciaio il sistema italiano, allora le emissioni di fumi e polveri continueranno, anzi come si è rilevato in questo periodo, saranno destinate ad aumentare. Questo perché o si produce davvero a marcia ridotta e allora l'acciaio per il nord verrà a mancare, oppure si dovranno stressare ancora di più gli impianti rimasti aperti per fare la produzione di quelli chiusi. Anche qui il rischio concreto è che i pericoli per la salute delle persone aumentino, anziché diminuire, nei due anni di licenza concessi dal governo a Riva.
Quindi o non è vero che si salva la produzione o non è vero che si salva la salute. E la magistratura viene esautorata proprio per impedire il rigore nelle scelte, per andare avanti alla giornata senza un vero controllo, senza alcuna chiarezza.

E' vero, una parte dei lavoratori soprattutto a Genova ha tirato un sospiro di sollievo con il decreto. Non si può criticarli visto che tutto il palazzo della politica e tutto il sindacato confederale aveva loro spiegato che finivano in mezzo ad una strada. Anzi la consapevolezza dei lavoratori Ilva in questi mesi è molto cresciuta, se si pensa che a luglio si scendeva in piazza per difendere l'azienda.
Chi invece non ha fatto passi avanti è stato il gruppo dirigente dei sindacati confederali, Cgil e Fiom comprese.
Una sola alternativa era possibile: si doveva chiedere l'immediato esproprio dell'azienda da parte del governo, un piano di sicurezza immediato, un piano strategico per il futuro: e la proprietà doveva pagare, cominciando con il garantire il reddito pieno a tutti i lavoratori.

La pubblicizzazione in questo caso non era certo una opzione socialista, ma assolutamente realistica, ed è stata proposta anche da quel noto sovversivo anticapitalista che è Carlo Debenedetti.
Il sindacato avrebbe dovuto partire dalla propria conoscenza della realtà del lavoro all'Ilva per costruire una posizione autonoma dal solito ricatto del padrone: o così o si chiude. Invece la fiom stessa non ha più sostenuto la posizione assunta a suo tempo a Pomigliano, allora anche contro la maggioranza dei lavoratori.

Così la gestione della fabbrica è tornata ad una proprietà pluriincriminata con latitanti in Florida e il rischio è che oggi si continui a perdere la salute per il lavoro e domani si perda anche il lavoro. Ma forse sta proprio qui la ragione vera del decreto. Prima del diritto al lavoro e di quello alla salute, per il governo Monti è stato necessario tutelare il diritto alla proprietà, sennò cosa avrebbero detto gli investitori internazionali.
Quanti morti in più si possono accettare a Taranto per non danneggiare lo spread?

In realtà non stupisce che un governo che pensa di affrontare la crisi del paese con la produttività del lavoro e le deroghe alle leggi e ai contratti, creda di risolvere così la crisi Ilva. Stupisce invece che Camusso e Landini non abbiano neppure tentato una strada diversa e abbiano ben accolto un decreto che rappresenta la prima grande applicazione di quel patto sulla produttività che non hanno firmato.

Tutto questo è la rappresentazione dello stato di degrado della nostra democrazia e della nostra stessa civiltà e dimostra che la nube di buone parole di cui si riempiono i talk show e le primarie non riesce neanche per un giorno a scacciare i fumi dell'Ilva. 


lunedì 5 marzo 2012

La colata - Il partito del cemento che cancella l'Italia

Parole Sante! Il Partito trasversale del cemento sta sistematicamente distruggendo l'Italia dal dopoguerra. Mi piacerebbe avere parole di rassicurazione da parte di questo governo, ma è pura illusione.