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martedì 4 dicembre 2012

Quanti morti si possono accettare a Taranto per non danneggiare lo spread?


di Giorgio Cremaschi da Micromega
 

Il decreto del governo salva Riva ha ottenuto un consenso di unità nazionale, compresi Camusso e Landini. Vediamo prima di tutto il fatto.
All'Ilva è in corso d'opera un grave reato contro la salute dei cittadini e dei lavoratori: la magistratura interviene per fermarlo e il governo interviene per fermare la magistratura. Questa la sostanza giuridica del decreto di cui speriamo la Corte Costituzionale rilevi la palese incostituzionalità: in un paese in cui tutta la classe politica si riempie la bocca delle parole regole e legalità, un decreto come questo si iscrive alla più pura tradizione berlusconiana di cambiare la legge per fermarne l'applicazione quando sono colpiti interessi potenti.

In questo caso si giustifica l'atto affermando che gli interessi in campo non sono quelli del padrone, ma dei lavoratori che rischiano il posto e del paese che rischia di perdere una azienda strategica. Naturalmente si afferma che la salute viene comunque salvaguardata e che quindi conflitto non c'è con l'iniziativa della magistratura, che viene invitata a capire.

Qui bisogna essere chiari: o la magistratura ha torto, il rischio non è così grave e la sua iniziativa è avventata, oppure ha ragione. Se la magistratura avesse torto le pubbliche istituzioni avrebbero dovuto affermarlo, cioè dire che non si muore di Ilva. A dir la verità il ministro Clini ci ha provato, ma è stato smentito da suoi stessi colleghi di governo e dalle strutture sanitarie. Gli stessi sindacati più vicini all'azienda non si sono mai sognati di smentire la gravità della minaccia alla salute. Anche l'azienda, soprattutto dopo le intercettazioni e le incriminazioni per corruzione, non smentisce più la gravità della situazione.

Dal momento che nessuno ha dunque sostenuto che non sia vero che di Ilva si muore, il decreto del governo che autorizza l'Ilva a produrre ALLE ATTUALI CONDIZIONI mentre si risana, evidentemente entra nel concetto di rischio necessario ed accettabile. Cioè un certo numero di malattie, infortuni, morti è un prezzo inevitabile da pagare se si vogliono salvare l'azienda e ventimila posti di lavoro.
D'altra parte, si obietta, all'ILVA si è sempre lavorato così e si possono ben spendere altri due anni pur di cambiare.
Questa obiezione, apparentemente di buon senso, è la più scandalosa. Anche con l'amianto c'è stato un intervallo di tempo dal momento in cui se ne scoprì tutta la nocività, a quello in cui se ne fermò definitivamente la produzione e l'uso. E i processi per strage colpiscono proprio quel periodo.
Alla Tyssen Krupp di Torino l'azienda è stata condannata per omicidio volontario proprio perché ha continuato a far lavorare quando le condizioni organizzative e ambientali non lo permettevano più.

È evidente dunque che nessun rischio è accettabile, soprattutto quando tale rischio per la salute dei cittadini e dei lavoratori è manifesto e conosciuto. Il principio fondamentale della tutela e della salute nell'organizzazione del lavoro è che quando un impianto o una produzione mettono chiaramente a rischio le persone, la produzione va fermata fino a che non vengano ripristinate o affermate le condizioni di sicurezza.
Se si rischia la salute non si lavora, questo è il principio che da anni, con ovvi conflitti anche con i lavoratori interessati, sostengono la medicina del lavoro, il diritto e la magistratura, il sindacalismo indipendente dalle aziende.
Perché allora all'ILVA si lavora nonostante il rischio?

La foglia di fico ideologica utilizzata dal decreto è che sia possibile continuare a produrre limitando al minimo i rischi. Ma questo è tecnicamente impossibile. Già due lavoratori sono morti da quando la magistratura è intervenuta. Uno ai treni merci e l'altro alle gru con la tromba d'aria. Nel primo caso i lavoratori si sono rifiutati di continuare a lavorare nel trasporto materiali se non venivano aumentati gli organici e definite rigorose condizioni di sicurezza. Hanno dovuto scioperare giorni e giorni perché ci fossero segnali in questa direzione da parte dell'azienda.

Oggi i lavoratori delle gru giustamente si rifiutano di salire su di esse perché non sanno quanto siano affidabili. Se si procedesse a una rigorosa ricognizione delle condizioni operative dell'ILVA rispetto ai parametri di sicurezza, una distesa di reparti dovrebbe essere fermata. La direzione Ilva ha sempre imposto una organizzazione del lavoro brutale e senza regole, fondata sulle minacce e sui provvedimenti disciplinari, dubito che sappia lavorare in altro modo. Il caos organizzativo con cui l'azienda ha risposto alle ordinanze della magistratura dimostra che non solo il rischio non diminuisce, ma che probabilmente aumenterà.

Per quanto riguarda poi l'emissione di fumi e polveri anche qui c'è un'enorme contraddizione nel decreto.
Se davvero Taranto deve continuare a produrre per alimentare gli stabilimenti ILVA del nord e rifornire di acciaio il sistema italiano, allora le emissioni di fumi e polveri continueranno, anzi come si è rilevato in questo periodo, saranno destinate ad aumentare. Questo perché o si produce davvero a marcia ridotta e allora l'acciaio per il nord verrà a mancare, oppure si dovranno stressare ancora di più gli impianti rimasti aperti per fare la produzione di quelli chiusi. Anche qui il rischio concreto è che i pericoli per la salute delle persone aumentino, anziché diminuire, nei due anni di licenza concessi dal governo a Riva.
Quindi o non è vero che si salva la produzione o non è vero che si salva la salute. E la magistratura viene esautorata proprio per impedire il rigore nelle scelte, per andare avanti alla giornata senza un vero controllo, senza alcuna chiarezza.

E' vero, una parte dei lavoratori soprattutto a Genova ha tirato un sospiro di sollievo con il decreto. Non si può criticarli visto che tutto il palazzo della politica e tutto il sindacato confederale aveva loro spiegato che finivano in mezzo ad una strada. Anzi la consapevolezza dei lavoratori Ilva in questi mesi è molto cresciuta, se si pensa che a luglio si scendeva in piazza per difendere l'azienda.
Chi invece non ha fatto passi avanti è stato il gruppo dirigente dei sindacati confederali, Cgil e Fiom comprese.
Una sola alternativa era possibile: si doveva chiedere l'immediato esproprio dell'azienda da parte del governo, un piano di sicurezza immediato, un piano strategico per il futuro: e la proprietà doveva pagare, cominciando con il garantire il reddito pieno a tutti i lavoratori.

La pubblicizzazione in questo caso non era certo una opzione socialista, ma assolutamente realistica, ed è stata proposta anche da quel noto sovversivo anticapitalista che è Carlo Debenedetti.
Il sindacato avrebbe dovuto partire dalla propria conoscenza della realtà del lavoro all'Ilva per costruire una posizione autonoma dal solito ricatto del padrone: o così o si chiude. Invece la fiom stessa non ha più sostenuto la posizione assunta a suo tempo a Pomigliano, allora anche contro la maggioranza dei lavoratori.

Così la gestione della fabbrica è tornata ad una proprietà pluriincriminata con latitanti in Florida e il rischio è che oggi si continui a perdere la salute per il lavoro e domani si perda anche il lavoro. Ma forse sta proprio qui la ragione vera del decreto. Prima del diritto al lavoro e di quello alla salute, per il governo Monti è stato necessario tutelare il diritto alla proprietà, sennò cosa avrebbero detto gli investitori internazionali.
Quanti morti in più si possono accettare a Taranto per non danneggiare lo spread?

In realtà non stupisce che un governo che pensa di affrontare la crisi del paese con la produttività del lavoro e le deroghe alle leggi e ai contratti, creda di risolvere così la crisi Ilva. Stupisce invece che Camusso e Landini non abbiano neppure tentato una strada diversa e abbiano ben accolto un decreto che rappresenta la prima grande applicazione di quel patto sulla produttività che non hanno firmato.

Tutto questo è la rappresentazione dello stato di degrado della nostra democrazia e della nostra stessa civiltà e dimostra che la nube di buone parole di cui si riempiono i talk show e le primarie non riesce neanche per un giorno a scacciare i fumi dell'Ilva. 


giovedì 29 novembre 2012

Quando c'è la salute c'è tutto

 
di Alberto Bagnai da Informare per Resistere  
(Non vi sarà sfuggito, vero? L’hidalgo de la Sierra, proprio lui, il valvassino poco a suo agio con l’ aritmetica e con la dinamica del debito, ha avanzato ieri l’idea che il servizio sanitario nazionale potrebbe non essere sostenibile, e che, caso strano, potrebbero occorrere capitali privati, e in particolare, indovinate un po’… investimenti esteri, da generare attraverso investimenti in ricerca.

Un discorso sconclusionato del quale si capiva benissimo dove volesse andare a parare, tant’è che perfino la ‘zdora, nel solito macabro giochino delle parti, si è adontata: “Io sul tema di tenere un sistema universalistico nella sanità non mollo”… Ecco, brava, non mollare… Soprattutto, che la manica rimboccata non cali, non sia mai! La tua immagine di leader pragmatico ne riceverebbe un colpo immedicabile. E del resto, fra un po’ ti toccherà far la spesa con la carriola, utensile che, notoriamente, mal si sposa coi gemelli da polso…

Segue naturalmente smentita di Balduzzi: “ Abbiamo scherzato“.

Due considerazioni.

La prima è che, come ho cercato di far capire a “L’Ultima Parola” – ma forse sono stato poco efficace – questo tipo di gaffes, come quelle della Fornero, non sono manifestazione di spocchia o ingenuità comunicative, oh no no no, tutt’altro, tutt’altrissimo! Sono invece ben precise, scientifiche, strategie comunicative mirate. Si comincia a far entrare nella testa della gente l’idea che si vuole far attecchire, col principio della vaccinazione. C’è la prima dose, che magari fa venire una piccola reazione allergica – la ‘zdora si adonta – poi ce ne sarà una seconda, una terza, magari aiutate da un piccolo innalzamento dello spread… E la pillola va giù… ma a pagamento!

La seconda è che questo è l’ennesimo quod erat demonstrandum. Il valvassino vuole vendere il nostro paese pezzo per pezzo. E la sanità privatizzata offre ghiotte opportunità per i capitali esteri. Lui dice che sarebbero attirati, questi capitali, dalle nostre politiche di ricerca e di sviluppo – sottinteso: se faremo i bravi, se faremo le politiche giuste, saremo premiati… dalla vendita delle nostre aziende! Andate a dire a un imprenditore che se fa un brevetto deve vendere la sua azienda! Geniale, nemmeno il pezzo di Totò davanti alla fontana di Trevi raggiunge questa comicità. Il problema è un altro. Il problema è che all’estero la nostra sanità pubblica interessa perché molta ricerca, noi, l’abbiamo già fatta, e il nostro sistema non è così disastrato e insostenibile come il Governo vuole far credere. Anzi. Ci sono note eccellenze mondiali, strutture che funzionano, e che possono, se privatizzate, fare bei profitti, da rimpatriare all’estero aggravando la voce “redditi netti” delle partite correnti.

Siccome qualcuno che non ci crede in giro si trova, qualcuno che pensa che la nostra sanità sia da tagliare, da amputare in toto, per consentirvi una valutazione spassionata ed informata riposto qui un utilissimo lavoro di Stefania Gabriele. La ringrazio per avermi dato questa opportunità. Alcuni di voi lo conosceranno, perché è stato pubblicato in Oltre l’austerità. Ho pensato che un ripasso non fosse inutile. Enjoy irresponsibly!)
 

StefaniaGabriele – Politiche recessive e servizi universali: il caso dellasanità

Fonte: http://goofynomics.blogspot.it
Link: http://goofynomics.blogspot.it/2012/11/quando-ce-la-salute-ce-tutto.html

mercoledì 17 ottobre 2012

Non fateci celebrare il funerale della sanità pubblica

di Ivan Cavicchi da il fattoquotidiano

Il 27 0ttobre a Roma ci sarà la manifestazione nazionale dei medici per protestare contro il definanziamento del sistema sanitario deciso dal governo Monti. Ben 27 sigle sindacali mediche una volta tanto hanno messo da parte le divisioni per riunirsi sotto uno slogan assai significativo: “Diritto alla cura e diritto di curare”. La manifestazione prevede un funerale simbolico alla sanità pubblica e alla professione medica con tanto di carro funebre, cavalli e banda al seguito. Io andrò a questa manifestazione e credo che dovrebbero aderire tutti coloro che difendono l’art. 32 della Costituzione, che si occupano dell’inviolabilità del diritto alla vita, di dignità della persona, di umanizzazione, le altre professioni sanitarie, e le rappresentanze dei cittadini. Dopo le notizie di oggi sugli ulteriori tagli inseriti nella legge di stabilità, credo che la partecipazioni diventi obbligatoria. In cuor mio credo (vedi il mio primo post) che staccare la spina a un diritto vitale come quello della salute varrebbe uno sciopero generale. Se è vero come si sta sostenendo a proposito dell’Ilva che la salute è un valore intangibile, e se è vero che l’Ilva e la spending review compromettono questo valore non si capisce perché la prima è condannata e la seconda no. Che senso ha il diritto alla salute senza un welfare sanitario?
Nel giugno 2008 a Fiuggi si tenne la prima “Conferenza nazionale della professione medica”, organizzata dalla Fnomceo e da una analoga intersindacale medica, che si concluse con delle “dichiarazioni di consenso”: difesa del servizio pubblico, ripensare la formazione del medico, garantire la necessaria autonomia professionale, nuovo medico ecc. Dichiarazioni che restarono lettera morta ma che già allora e comunque con pesanti ritardi rispetto ai cronici problemi della professione, ci dicevano come il medico si trovasse in una scomoda posizione: tra un inedito cambiamento epocale (post modernità) che gli richiede dei ripensamenti, e la crisi di sostenibilità economica dei sistemi di welfare (post welfarismo) che gli condiziona la professionalità. Quindi tra ritardi storici e crisi. Il medico in sostanza fermo nella sua invarianza le prende sia dalla postmodernità che dal postwelfarismo. Da una parte è perseguitato dal contenzioso legale fino a essere costretto a rifugiarsi nella medicina difensiva, dall’altra con le limitazioni economiche la sua prassi è condizionata al punto da mettere seriamente in discussione ortodossia e deontologia.
Oggi le ragioni economiche chiedono ai medici di non essere medici e di diventare altro cioè delle burocratiche trivial machine. I medici, salvo naturalmente le tante eccezioni, non sono più visti come benefattori ma come controparti di spesa o controparti dei cittadini cioè come problemi non come soluzioni. Di motivi per avercela con loro ce ne sono tanti ma non abbastanza per sancire la sfiducia di una intera categoria e del suo immenso patrimonio di umanità. Essi generalmente sono brave persone, oneste e coscienziose, che purtuttavia ogni volta che hanno a che fare con i soldi provocano grossi problemi di spesa. L’intramoenia, la notula per i medici di medicina generale, le quote capitarie, le retribuzioni legate al numero dei posti letto, gli incarichi di responsabilità per le strutture complessse… sono tutti esempi di opportunismi professionali che alla fine ci costano cari. Ma anche con queste criticità in nessun modo è giustificabile una negazione dei valori della professione. Oggi la crisi spinge a negare il senso profondo di questa professione perché considerata prima responsabile della spesa sanitaria senza avere minimamente coscienza dei danni incalcolabili che ne deriverebbero ai cittadini. Per cui è giusta la protesta. Ma se la mobilitazione non sarà sostenuta da una adeguata progettualità, essa rischia di ridursi in una drammatica testimonianza di impotenza. Bisogna rispondere alla spending review rispondendo alle sfide del nostro tempo. Non si vince la battaglia per il futuro restando nel passato. Serve un ripensamento del medico e quindi quella “riforma mai fatta” di cui ho parlato nel post precedente. Dobbiamo dire noi quale medico vogliamo il che non è possibile senza prima chiarire quale medicina vogliamo… senza aspettare rassegnati di essere ridotti a quello che non possiamo né diventare né essere.