domenica 5 febbraio 2017

Siria – Il Fermento Rivoluzionario che Non Fu

di Stephen Gowans (da what's left, 22 ottobre 2016)
traduzione per doppiocieco di Domenico D'Amico



A quanto pare, la sinistra statunitense si deve ancora rendere conto che Washington non sta cercando di rovesciare i neoliberisti. Se il presidente Bashar al-Assad fosse un seguace del Washington Consensus – come sembra credere Eric Draitser di Counterpunch – il governo degli Stati Uniti non avrebbe brigato per la sua rimozione fin dal 2003. E neanche avrebbe accudito la guerriglia islamica contro il suo governo, al contrario, l'avrebbe protetto.

In alcuni ambienti circola l'idea condivisa che (come pone la questione Eric Draitser in un recente articolo su Counterpunch) l'insurrezione in Siria “è iniziata come risposta alle politiche neoliberiste e alla brutalità del governo siriano,” e che “il nucleo rivoluzionario della ribellione siriana è stato marginalizzato da un coacervo di jihadisti pagati da Arabia Saudita e Qatar,” Questa teoria, per quanto ne so, è basata solo su argomenti assertivi, non su fatti provati.
Una rassegna dei reportage delle settimane che precedono e seguono lo scoppio delle sommosse di Daraa a metà marzo 2011 – considerate in genere l'inizio della ribellione – non fornisce la minima indicazione che la Siria fosse in preda alla stretta di un tumulto rivoluzionario, anti-neoliberista o altro che fosse. Al contrario, i giornalisti inviati da Time e dal New York Times riferivano del largo sostegno goduto dal governo, dei suoi critici che ammettevano la popolarità di Assad, e del fatto che i siriani dedicavano scarsa attenzione a quelle proteste. Nel contempo descrivevano le agitazioni come una sequela di sommosse riguardanti né migliaia né decine di migliaia, ma centinaia di persone, guidate per lo più da una visione di tipo islamista, e che esibivano un atteggiamento violento.
Time riferiva che due formazioni jihadiste che in seguito avrebbero avuto un ruolo di primo piano nella ribellione, Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham, operavano già sul campo nei giorni delle sommosse, e che solo tre mesi prima alcuni leader dei Fratelli Musulmani avevano espresso “la loro speranza in una rivolta pacifica in Siria.” I Fratelli Musulmani, che da decine di anni hanno dichiarato una lotta senza quartiere contro il partito Ba'ath che governa la Siria, violentemente contrari al suo secolarismo, sono invischiati sin dagli anni 60 in uno scontro all'ultimo sangue con i nazionalismi arabi laici, e hanno praticato la guerriglia urbana contro i seguaci del Ba'ath sin dalla fine degli anni 40 (in una di queste battaglie, Hafez al-Assad, padre dell'attuale presidente, al governo dal 1997 al 2000, fu accoltellato da un Fratello Musulmano). I leader dei Fratelli, a cominciare dal 2007, ebbero incontri frequenti col Dipartimento di Stato e il National Security Council statunitensi, così come con la Middle East Partnership Initiative (finanziata dal governo statunitense), che aveva ereditato il ruolo di finanziatrice alla luce del sole di organizzazioni golpiste estere, cosa che in precedenza faceva clandestinamente la CIA.
Washington ha tramato per eliminare l'influenza arabo-nazionalista dalla Siria sin dalla metà degli anni 50, quando Kermit Roosevelt, organizzatore del rovesciamento del primo ministro iraniano Mohammad Mossadeq (che aveva nazionalizzato le risorse petrolifere del suo paese), cospirava insieme all'intelligence britannica per istigare i Fratelli Musulmani a rovesciare il triumvirato siriano di nazionalisti e comunisti, che Washington e Londra vedevano come una minaccia per gli interessi economici occidentali in Medio Oriente.
Negli anni 80 Washington riforniva di armi i mujahedeen della Fratellanza, perché praticassero una strategia di guerriglia urbana contro Hafez al-Assad, che i duri e puri di Washington definivano “arabo comunista.” Suo figlio, Bashar, ha proseguito nella politica arabo-nazionalista di unità (della nazione Araba), indipendenza, e socialismo (arabo). Queste sono state le linee guida dello stato siriano – come pure per altri stati arabo-nazionalisti come la Libia sotto Gheddafi e l'Iraq sotto Saddam. Tutti e tre gli stati sono entrati nel mirino di Washington per la medesima ragione: i loro obbiettivi arabo-nazionalisti erano in grave conflitto con la politica imperialista di egemonia globale degli Stati Uniti.
Il rifiuto da parte di Bashar al-Assad di ripudiare l'ideologia arabo-nazionalista lasciavano sgomenta Washington, che ne denunciava il socialismo, terzo elemento della santa trinità valoriale dei ba'athisti. I piani per rovesciare Assad – legati in parte al suo mancato accoglimento del neoliberismo di Washington – erano già in preparazione negli Stati Uniti sin dal 2003, se non ancora prima. Che Assad fosse un paladino del neoliberismo, come sostengono Draitser e altri, dev'essere una notizia sfuggita all'attenzione di Washington e Wall Street, che stigmatizzavano la Siria “socialista” e la sua politica economica decisamente anti-neoliberista.

Una faida sanguinaria che s'infiamma con l'assistenza degli Stati Uniti
Alla fine del gennaio 2011, venne creata una pagina Facebook intitolata The Syrian Revolution 2011. Annunciava che il 4 e 5 febbraio si sarebbe tenuta una pubblica protesta [Day of Rage, “giornata della collera”]. [1] Come riferisce Time, la protesta “fece cilecca”. La Giornata della Collera si risolse in una una Giornata dell'Indifferenza. In aggiunta, il collegamento con la Siria risultò esile. La maggior parte degli slogan gridati dai pochi contestatori intervenuti riguardavano la Libia, ed esigevano che Muhammar Gheddafi – il cui governo era assediato da insorti islamisti – venisse deposto. Vennero pianificate nuove proteste per il 4 e il 5 di marzo, ma anch'esse ottennero un magro sostegno. [2]
Rania Abouzeid, corrispondente di Time, attribuì il fallimento da parte degli organizzatori nell'ottenere una partecipazione significativa al fatto che la maggior parte dei siriani non era contraria al proprio governo. Assad godeva di una buona reputazione, specialmente per i due terzi della popolazione sotto i trent'anni di età, e le sue politiche erano ampiamente approvate. “Perfino i suoi critici ammettono che Assad è popolare, e considerato gradito dal massiccio strato giovanile del paese, per motivi ideologici, emotivi, e ovviamente cronologici,” riferiva Abouzeid, aggiungendo che a differenza degli “estromessi leader pro-USA di Tunisia ed Egitto, la politica estera aggressiva contro Israele di Assad, il vibrante sostegno verso i palestinesi e le milizie di Hamas ed Hezbollah, sono in linea col sentimento popolare siriano.” Assad, in parole povere, possedeva una legittimazione politica [had legitimacy]. Il corrispondente di Time aggiungeva che il gesto di Assad, che “in febbraio si era recato da solo nella Moschea degli Omayyadi, per partecipare alle preghiere di commemorazione della nascita del Profeta Muhammad, e aveva passeggiato per il souk di Al-Hamidiyah con poche guardie del corpo” lo aveva “aiutato a farsi personalmente benvolere dal pubblico.” [3]
Questa descrizione del presidente siriano – un leader benvoluto dal pubblico, ideologicamente in sintonia col sentimento popolare dei siriani – contrasta violentemente con le tesi che sarebbero emerse subito dopo le violente proteste scoppiate nella città siriana di Daraa meno di due settimane dopo, tesi sposate poi dagli statunitensi di sinistra, incluso Draitser. Eppure, alla vigilia degli eventi di Daraa, ci si meravigliava della peculiare tranquillità della Siria. Nessuno “si aspetta insurrezioni di massa in Siria,” riferiva Abouzeid, “ogni tanto ci sono manifestazioni di dissenso, ma sono davvero pochi quelli che vogliono farne parte.” [4] Una giovane siriana riferiva a Time: “Ci sono molti aiuti per i giovani da parte del governo. Ci danno libri gratis, scuole gratis, università gratis.” (Non è proprio lo stato neoliberista che descrive Draitser.) La giovane continuava: “Perché ci dovrebbe essere una rivoluzione? Le probabilità saranno dell'uno per cento.” [5] Il New York Times condivideva questo punto di vista. La Siria, riferiva il giornale, “è sembrata immune all'ondata di rivolta che attraversava il mondo arabo.” [6] In Siria il fermento non attecchiva.
Ma il 17 marzo, a Daraa, ci fu una sommossa violenta. I resoconti su chi l'abbia innescata sono contraddittori. Time riferiva che “la ribellione a Daraa è stata provocata dall'arresto di un gruppo di giovani che avevano imbrattato un muro con graffiti antiregime.” [7] Robert Fisk dell'Indipendent offriva una versione lievemente diversa. Riferiva che “funzionari dell'inteligence governativa hanno picchiato e ucciso un gran numero di ragazzi che avevano scarabocchiato graffiti antigovernativi sui muri della città.” [8] Un altro resoconto sostiene che il fattore scatenante della rivolta a Daraa fosse stato l'estremo e sproporzionato uso della forza da parte delle forze dell'ordine siriane in risposta alle dimostrazioni contro l'arresto di quei giovani. C'erano “dei giovani che facevano graffiti su un muro, e li hanno arrestati, e i genitori li rivolevano indietro, e le forze di sicurezza hanno reagito con molta, molta brutalità.” [9] Il resoconto del governo siriano nega che tutto questo sia accaduto. Cinque anni dopo i fatti, Assad ha detto in un'intervista che “non è mai accaduto. È solo propaganda. Intendo dire, ne abbiamo sentito parlare, ma questi ragazzini messi in galera non li abbiamo mai visti. Era solo un'invenzione [a fallacious narrative].” [10]
Ma se ci sono discordanze su ciò che scatenò la sommossa, non ce ne sono molte sul fatto che fu violenta. Il New York Times riferiva che “i dimostranti hanno incendiato le sedi del partito Ba'ath e altri edifici governativi (…) e si sono scontrati con la polizia. (…) Oltre alle sedi del partito i dimostranti hanno dato fuoco al principale tribunale della città e a una sede della compagnia telefonica SyriaTel.” [11] Time aggiungeva che i dimostranti avevano bruciato l'ufficio del governatore, così come la sede di un'altra compagnia telefonica. [12] L'agenzia governativa SANA postò sul suo sito foto di veicoli dati alle fiamme. [13] Chiaramente non si trattava di una dimostrazione pacifica, come la si sarebbe descritta in seguito. E non si trattava nemmeno di un'insurrezione di massa. Time riferiva che i dimostranti potevano contarsi a centinaia, non a migliaia o decine di migliaia. [14]
Assad reagì immediatamente ai tumulti di Daraa, annunciando “una serie di riforme, incluso un aumento di salario per gli impiegati pubblici, una maggior libertà per media e partiti politici, e una riconsiderazione dello stato d'emergenza,” [15] una restrizione dei diritti civili e politici in tempo di guerra messa in atto perché il paese era ufficialmente in guerra con Israele. Prima della fine di aprile il governo avrebbe abolito “lo stato d'emergenza in vigore da 48 anni” e “la Corte Suprema di Stato per la Sicurezza.” [16]
Perché il governo fece queste concessioni? Perché queste erano le richieste dei dimostranti di Daraa. I dimostranti “si sono radunati dentro e intorno alla moschea Omari di Daraa, scandendo le loro richieste: il rilascio di tutti i prigionieri politici (…) l'abolizione dello stato di emergenza in vigore da 48 anni; maggiori libertà civili; e la fine dell'endemica corruzione.” [17] Simili richieste erano coerenti con l'appello, diffuso ai primi di febbraio sulla pagina Facebook di The Syrian Revolution 2011, per “la fine dello stato d'emergenza in Siria e la fine della corruzione.” [18] Una richiesta per la liberazione dei prigionieri politico venne anche avanzata in una lettera pubblicata su Facebook da alcune personalità religiose. Le loro richieste includevano la revoca “dello stato d'emergenza, il rilascio di tutti i detenuti politici, la fine delle vessazioni da parte delle forze di sicurezza e la lotta alla corruzione.” [19] La liberazione dei detenuti politici sarebbe consistita nel rilascio di jihadisti o, per usare una terminologia in auge in Occidente, di “terroristi.” Il Dipartimento di Stato statunitense ha riconosciuto che in Siria la principale opposizione è quella dell'Islam politico [20]; i jihadisti costituivano il maggior gruppo di opposizione a rischio di arresto. La richiesta di quelle autorità religiose che Damasco liberasse tutti i prigionieri politici in effetti era uguale a un'ipotetica richiesta da parte dello Stato Islamico che Washington, Parigi e Londra rilasciassero tutti gli islamisti accusati di terrorismo rinchiusi nelle prigioni statunitensi, francesi e britanniche. Non si trattava di una richiesta di più posti di lavoro e maggior democrazia, ma la richiesta di far uscire di prigione attivisti che avevano come obbiettivo l'instaurazione in Siria di uno Stato Islamico. La revoca delle leggi d'emergenza, analogamente, sembrava aver poco a che fare con la promozione della democrazia, ma piuttosto con la possibilità per i jihadisti e i loro affiliati di avere più spazio per organizzare la loro opposizione allo stato laico.
Una settimana dopo lo scoppio delle violenze a Daraa, Rania Abouzeid riferiva su Time che “non sembrano esserci una domanda diffusa per la caduta del regime o per la rimozione di un presidente relativamente popolare.” [21] In effetti le richieste avanzate da dimostranti e figure religiose non includevano la deposizione di Assad. E i siriani si mobilitavano a suo favore. “Ci sono state nella capitale delle controdimostrazioni a favore del Presidente,” [22] che, da quanto riferito, superavano di parecchio in numero le centinaia di dimostranti che erano scesi in piazza a Daraa per incendiare edifici e automobili e scontrarsi con la polizia. [23]
Arrivati al 9 aprile – a meno di un mese dagli eventi di Daraa – Time riferiva che una serie di proteste stava divampando, e che l'Islam vi svolgeva un ruolo preminente. Agli occhi di chiunque avesse dimestichezza con la sequela pluridecennale di scioperi, dimostrazioni, sommosse e insurrezioni che i Fratelli Musulmani hanno organizzato contro quello che considerano il governo ba'ahtista “infedele”, sembrava una storia che si ripete. I dimostranti non avevano raggiunto una massa critica. Al contrario, il governo continuava a godere della “lealtà” di “una gran parte della popolazione,” riferiva Time. [24]
Gli islamisti hanno avuto un ruolo portante nella stesura della Dichiarazione di Damasco della metà degli anni 2000, un documento che chiedeva un cambio di regime. [25] Nel 2007 i Fratelli Musulmani, il prototipo dei movimenti politici islamisti sunniti, che avevano ispirato Al-Qaeda e le sue ramificazioni (Jabhat al-Nusra e lo Stato Islamico [Isis]), avviarono una collaborazione con un ex vicepresidente siriano, per fondare il Fronte di Salvezza Nazionale. Il Fronte ebbe ebbe frequenti incontri con il Dipartimento di Stato e con il Consiglio per la Sicurezza Nazionale statunitensi, così come con la Middle East Partnership Initiative (finanziata dal governo USA), [26] la quale faceva alla luce del sole quello che un tempo la CIA faceva in segreto, cioè fornire denaro e know-how a quinte colonne operanti in paesi i cui governi fossero sgraditi a Washington.
Giunti al 2009, appena due anni prima dell'esplosione di disordini per tutto il mondo arabo, i Fratelli Musulmani siriani stigmatizzarono il governo arabo-nazionalista di Bashar al-Assad come un elemento della società siriana estraneo e ostile, che doveva essere eliminato. Nella visione di questo gruppo la comunità alawita, cui apparteneva Assad e che i Fratelli ritenevano eretica, utilizzava l'arabo-nazionalismo laico come copertura per l'avanzamento di un progetto settario mirante alla distruzione della Siria dall'interno, per mezzo dell'oppressione dei “veri” musulmani (cioè i sunniti). Nel nome dell'Islam, era doveroso rovesciare questo regime eretico. [27]
Appena tre mesi prima dello scoppio delle violenze in Siria del 2011, lo studioso Liad Porat redasse un documento per il Crown Center for Middle East Studies della Brandeis University. “I leader del movimento,” concludeva lo studioso, “continuano a manifestare la speranza di un'insurrezione popolare [civil revolt] in Siria, nella quale 'il popolo siriano ottempererà al proprio dovere e libererà la Siria da un regime corrotto e tirannico.'” I Fratelli Musulmani ribadivano di essere impegnati in una lotta all'ultimo sangue contro il governo arabo-nazionalista laico di Bashar al-Assad. Un compromesso [accommodation] politico con il governo era impossibile, perché i suoi dirigenti non facevano parte dei musulmani sunniti siriani. L'appartenenza alla nazione siriana era ristretta ai soli veri musulmani, affermavano i Fratelli, quindi escludeva gli eretici alawiti, che abbracciavano idee estranee e anti-islamiche come il secolarismo arabo-nazionalista. [28]
Che i Fratelli Musulmani avessero avuto un ruolo chiave nelle rivolte scoppiate tre mesi dopo, venne confermato nel 2012 dalla Defence Intelligence Agency statunitense. In un rapporto trapelato dall'agenzia si affermava che la ribellione era di natura settaria ed era guidata dai Fratelli Musulmani e Al Qaeda in Iraq, apripista dello Stato Islamico. Il rapporto proseguiva dicendo che i ribelli erano sostenuti dall'Occidente, dalle monarchie del Golfo e dalla Turchia. L'analisi prevedeva correttamente l'instaurazione di un “principato salafita,” uno stato islamico, nella parte orientale della Siria, osservando che questo era l'obbiettivo dei sostenitori stranieri dell'insurrezione, vedere gli arabo-nazionalisti laici isolati e tagliati fuori dai legami con l'Iran. [29]
Documenti redatti dai ricercatori del Congresso statunitense rivelarono nel 2005 che il governo era impegnato in un cambio di regime in Siria ben prima dei tumulti della Primavera Araba del 2011, in contrasto con l'idea che il sostegno degli Stati Uniti ai ribelli siriani fosse basato sull'adesione a una “rivolta democratica”, mentre si trattava invece della prosecuzione di una politica di lunga data, mirante al rovesciamento del governo di Damasco. A tutti gli effetti i ricercatori riconoscevano che le ragioni del governo statunitense per rovesciare il governo arabo-nazionalista laico di Damasco non avevano nulla a che fare con la promozione della democrazia in Medio Oriente. In realtà essi osservavano che le preferenze di Washington andavano alle dittature laiche (Egitto) e alle monarchie (Giordania e Arabia Saudita). Ciò che spingeva verso il cambio di regime, secondo i ricercatori, era il desiderio di eliminare un ostacolo che impediva la realizzazione degli obbiettivi statunitensi per il Medio Oriente, cioè il rafforzamento di Israele, il consolidamento del dominio statunitense in Iraq, e la promozione di economie di libero mercato ed economia d'impresa. La democrazia non era mai stata in agenda. [30] Se Assad avesse praticato una politica neoliberista in Siria, come afferma Draitser, rimane difficile da comprendere perché Washington avrebbe citato il rifiuto siriano di abbracciare la politica USA di libero mercato e libera impresa come motivazione per un cambio di governo.
Per sottolineare la questione dello scarso sostegno popolare alle proteste, il 22 aprile, più di un mese dopo la rivolta di Daraa, Anthony Shadid del New York Times riferiva che “le proteste, finora, non sono sembrate paragonabili alle agitazioni rivoluzionarie di Egitto e Tunisia.” In altre parole, più di un mese dopo che centinaia – e non migliaia o decine di migliaia – di contestatori avevano manifestato a Daraa, in Siria non c'era segno di una sollevazione popolare in stile Primavera Araba. La sommossa restava limitata prevalentemente agli islamisti. All'opposto, a Damasco c'erano state massicce dimostrazioni non contro ma a favore del governo, Assad conservava la sua popolarità e, secondo Shadid, il governo riscuoteva la lealtà dei “cristiani e delle sette islamiche eterodosse.” [31]
Shadid non era il solo giornalista occidentale a riferire che gli alawiti, gli ismailiti, i drusi e i cristiani erano decisi sostenitori del governo. Raina Abouzeid di Time osservava che i ba'athisti “potevano contare sull'appoggio delle minoranze più importanti.” [32]
Il fatto che il governo siriano godesse della lealtà dei cristiani e delle sette islamiche eterodosse, come riferiva Shadid sul New York Times, suggeriva che le minoranze religiose siriane avessero intravisto in quelle sommosse qualcosa che la stampa occidentale aveva sottostimato (e di cui i socialisti rivoluzionari statunitensi non si erano accorti), e cioè che esse erano l'espressione di un progetto islamista sunnita di natura settaria che, se portato a termine, avrebbe avuto conseguenze spiacevoli per chiunque non venisse considerato un “vero” musulmano. È questo il motivo per cui alawiti, ismailiti, drusi e cristiani si erano schierati coi ba'ahtisti, che cercavano di ridurre le divisioni settarie nel contesto del loro impegno programmatico di perseguire l'unità araba. Lo slogan “Gli alawiti nella fossa, i cristiani a Beirut!” gridati nelle manifestazioni di quei primi giorni [33] erano la semplice conferma che la sommossa era il proseguimento della lotta all'ultimo sangue condotta dall'Islam politico sunnita contro il governo arabo-nazionalista, e che non si trattava di una sollevazione popolare per la democrazia, o contro il neoliberismo. Se questo fosse stato il caso, come spiegare il fatto che una simile sete di democrazia, una simile opposizione al neoliberismo si manifestassero solo nella comunità sunnita, rimanendo assenti tra gli appartenenti alle minoranze religiose? La mancanza di democrazia e la tirannia neoliberista, se ci fossero state e avessero agito da fattore scatenante per un'ondata rivoluzionaria, di certo sarebbero state trasversali alle appartenenze religiose. La mancata partecipazione di alawiti, ismailiti, drusi e cristiani alle sommosse, che avevano una connotazione sunnita e islamista, è grave indizio che l'insurrezione, sin dall'inizio, costituiva la recrudescenza della lotta di lunga data dei jihadisti sunniti contro il secolarismo ba'ahtista.
Il governo siriano ha affermato sin dal primo momento di essere in lotta contro militanti islamisti.” [34] La lunga storia di ribellioni islamiste contro il Ba'ath precedenti il 2011 suggeriva che le cose stessero proprio così, e il modo in cui in seguito progredì la ribellione, nella forma di una guerra contro lo stato laico capeggiata dagli islamisti, rinforzò ulteriormente questa prospettiva. Altri elementi, sia positivi sia negativi, corroborarono l'affermazione di Assad, che lo stato siriano fosse sotto attacco da parte dei jihadisti (com'era già accaduto molte altre volte in passato). La prova in negativo, cioè che la sollevazione non fosse una rivolta popolare contro un governo impopolare, caratterizzava i reportage dei media occidentali, che mostravano come il governo arabo-nazionalista siriano fosse popolare e riscuotesse la lealtà della popolazione.
All'opposto, le dimostrazioni e le sommosse antigovernative erano di proporzioni ridotte, e avevano radunato molta meno gente di quella che aveva partecipato alle dimostrazioni di Damasco a favore del governo, e in ogni caso non erano state paragonabili alle sollevazioni popolari di Egitto e Tunisia. In aggiunta, le richieste dei dimostranti erano focalizzate sulla liberazione dei prigionieri politici (per lo più jihadisti) e sulla revoca delle restrizioni da tempo di guerra all'espressione di dissenso politico, e non contemplavano il rovesciamento di Assad o un mutamento della politica economica. A provarlo, i resoconti dei media occidentali che mostravano come l'Islam svolgesse nelle rivolte un ruolo preminente. Inoltre, sebbene fosse convinzione comune che gli islamisti armati fossero intervenuti nella lotta solo dopo le rivolte iniziali della primavera del 2011 – e avessero in tal modo “dirottato” una “insurrezione popolare” - in realtà due dei gruppi di jihadisti che avrebbero avuto, dopo il 2011, un ruolo preminente nella rivolta armata contro il secolarismo arabo-nazionalista, cioè Ahrar al-Sham e Jabhat al-Nusra, erano in piena attività già all'inizio del 2011. Ahrar al-Sham “ha iniziato a lavorare alla formazione di formazioni armate (…) molto prima della metà di marzo del 2011, quando” si verificarono le rivolte di Daraa, secondo Time. [35] Jahbat al-Nusra, gli affiliati siriani di al-Qaeda, “era un gruppo sconosciuto fino al tardo gennaio del 2012, quando annunciò la sua istituzione (…) [ma] era già attivo nei mesi precedenti.” [36]
Un altro indizio coerente con l'opinione che l'Islam militante abbia partecipato alla rivolta quasi da subito – o, come minimo, che le proteste abbiano avuto un carattere violento sin dall'inizio – è che “ci sono stati segni del coinvolgimento di gruppi armati sin dall'inizio.” Il giornalista e scrittore Robert Fisk ricordava di aver visto un video dei “primissimi giorni della 'rivolta' che mostrava uomini armati di pistole e kalashnikov in una delle dimostrazioni di Daraa,” E ricordava un altro evento (del maggio 2011) in cui “una troupe di AL Jazeera ha filmato degli uomini armati che facevano fuoco contro soldati siriani a solo qualche centinaio di metri di distanza dal confine nord con il Libano, ma il network ha rifiutato di mandare in onda il materiale.” [37] Perfino alcuni funzionari statunitensi, ostili verso il governo siriano, dai quali ci si aspetterebbe che contestassero il punto di vista di Damasco (di essere in lotta contro ribelli armati), “riconoscevano che le dimostrazioni non erano pacifiche e che alcuni dei dimostranti erano armati.” [38] A settembre le autorità siriane riferivano di aver subito la perdita di più di 500 tra funzionari di polizia e soldati, uccisi in azioni di guerriglia. [39] Arrivati a ottobre, il numero era più che raddoppiato. [40] In meno di dodici mesi la rivolta era passata dal dare fuoco agli edifici governativi o del partito Ba'aht e avere scontri con la polizia alla guerriglia, utilizzando metodi che sarebbero stati definiti “terroristici” se diretti contro obbiettivi occidentali.
In seguito, Assad avrebbe così recriminato:
Quello che dicevamo all'inizio della crisi, loro l'hanno detto più tardi. Dicevano che era pacifica, noi dicevamo che non lo era, che stavano uccidendo – questi dimostranti, quelli che chiamavano dimostranti pacifici – avevano ucciso dei poliziotti. Poi si trattò dei militanti. E loro dissero, d'accordo, sono i militanti. Noi dicemmo sono militanti, sono terroristi. E loro, no, non sono terroristi. E quando ammettevano che sì, è terrorismo, noi dicemmo è Al Qaeda, e loro no, non è Al Qaeda. Insomma, quello che noi diciamo prima, loro lo dicono dopo.” [41]
La “rivolta siriana,” scriveva lo specialista di Medio Oriente Patrick Seale, “dovrebbe essere vista semplicemente come l'ultimo, e fin qui il più violento, episodio della lunga guerra tra gli islamisti e i ba'athisti, che dura sin dalla fondazione del laico partito Ba'ath negli anni 40. La lotta tra di essi ormai è poco meno di una faida all'ultimo sangue.” [42] “È impressionante,” continuava Seale, citando Aron Lund, l'autore del documento per lo Swedish Institute of International Affairs sul jihadismo siriano, “che i componenti delle diverse formazioni armate ribelli siano praticamente tutti arabi sunniti; che gli scontri siano per lo più limitati solo alle zone arabo-sunnite, mentre quelle abitate da alawiti, drusi o cristiani siano rimaste inattive o abbiano appoggiato il regime; che le defezioni dal regime riguardino per il cento per cento sunniti; che denaro, armi e volontari fluiscano da stati islamici o da individui e organizzazioni pro-islamiche; e che tra gli insorti la religione sia il denominatore comune più importante.” [43]

Brutalità come fattore scatenante?
È ragionevole credere che l'uso della forza da parte dello stato siriano abbia innescato la guerriglia scoppiata subito dopo?
È poco credibile che una reazione eccessiva da parte dell'apparato di sicurezza a fronte di una sfida all'autorità nella città di Daraa (se poi tale reazione eccessiva ci sia davvero stata) abbia potuto scatenare un conflitto su larga scala, che ha coinvolto diverse nazioni e mobilitato jihadisti di svariata provenienza. Per dare a questa ipotesi anche solo un minimo di credibilità, bisognerebbe ignorare tutta una serie di fatti ad essa contrari.
Per prima cosa, dovremmo sorvolare sul fatto che il governo di Assad fosse popolare e percepito come legittimo. Si potrebbe argomentare che la reazione esagerata, da parte di un governo impopolare, a una trascurabile sfida alla sua autorità, avrebbe potuto generare la scintilla necessaria a scatenare un'insurrezione di massa, ma nonostante l'insistenza del presidente statunitense Obama sulla mancanza di legittimità di Assad, non c'è alcuna prova che la Siria, nel marzo del 2011, fosse una polveriera colma di risentimento antigovernativo pronta a esplodere. Come scriveva Rania Abouzeid di Time all'inizio della rivolta di Daraa, “Perfino i suoi critici ammettono la popolarità di Assad” [44] e “nessuno si aspetta una sollevazione di massa in Siria, e anche se ogni tanto ci sono manifestazioni di dissenso, sono in pochi a volervi partecipare.” [45]
Seconda cosa, dovremmo ignorare il fatto che la rivolta di Daraa aveva visto coinvolte solo alcune centinaia di partecipanti, tutt'altro che una sollevazione di massa, e che nemmeno le proteste che seguirono riuscirono a raggiungere una massa critica, come riferiva Nicholas Blanford di Time. [46] In modo simile, Anthony Shadid del New York Times non trovò la minima prova che in Siria fosse in corso una sommossa popolare, perfino a un mese e più dai disordini di Daraa. [47] Quel che stava succedendo, contrariamente alla retorica propagandistica di Washington sulla Primavera Araba che irrompeva in Siria, era che i jihadisti erano impegnati in una campagna di guerriglia contro le forze di sicurezza siriane, e che, arrivati a ottobre, avevano tolto la vita a più di mille tra poliziotti e soldati.
Terza cosa, dovremmo chiudere entrambi gli occhi davanti al fatto che il governo statunitense, insieme al suo alleato britannico, nel 1956 aveva stilato piani per provocare in Siria una guerra [civile], arruolando i Fratelli Musulmani per istigare sommosse interne. [48] La rivolta di Daraa e i susseguenti scontri armati con polizia ed esercito ricordavano il piano preparato dallo specialista di cambi di regime Kermit Roosevelt. Questo non implica necessariamente che la CIA avesse rispolverato il progetto di Roosevelt, riadattandolo al 2011: è solo che un simile piano dimostrava la capacità, da parte di Washington e Londra, di progettare un'operazione di destabilizzazione che comportasse un'insurrezione guidata dai Fratelli Musulmani, al fine di portare a un cambio di regime in Siria.
Inoltre, dovremmo ignorare gli eventi del febbraio 1982, periodo in cui i Fratelli Musulmani presero il controllo di Hama, per grandezza la quarta città della Siria. Hama era l'epicentro del fondamentalismo sunnita siriano, e base principale delle operazioni dei combattenti jihadisti. Galvanizzati dalla falsa notizia del rovesciamento di Assad, i Fratelli Musulmani si scatenarono in una gioiosa orgia di sangue per tutta la città, attaccando le stazioni di polizia e assassinando i leader ba'athisti e le loro famiglie, insieme a funzionari governativi e soldati. In alcuni casi le vittime vennero decapitate [49], una pratica, questa, che sarebbe stata riportata in auge decenni più tardi dai combattenti dello Stato Islamico. I funzionari del partito Ba'aht di Hama vennero tutti assassinati. [50]
In Occidente gli eventi di Hama del 1982 vengono ricordati (quando succede) non per le atrocità commesse dagli islamisti, ma per la risposta dell'esercito siriano, il quale, come ci si aspetterebbe da qualsiasi esercito, utilizzò la forza per ristabilire il controllo statale sul territorio conquistato dagli insorti. Per strappare Hama ai Fratelli Musulmani vennero dispiegati migliaia di soldati. L'ex funzionario del Dipartimento di Stato statunitense William R. Polk descrisse le conseguenze dell'assalto dell'esercito siriano su Hama come simili a quelle dell'assalto degli Stati Uniti contro la città irachena di Falluja nel 2004, [51] (la differenza, ovviamente, sta nel fatto che l'esercito siriano stava operando legittimamente all'interno del proprio territorio sovrano, mentre l'esercito statunitense operava illegittimamente, come forza di occupazione, per reprimere la resistenza a detta occupazione). Quante furono le vittime nell'assalto su Hama, in ogni modo, resta argomento di discussione. Le cifre variano. “Un primo resoconto di Time affermava che i morti erano stati 1000. La maggior parte degli osservatori stimò il numero delle vittime in 5000. Israele e i Fratelli Musulmani” - nemici giurati dei laici arabo-nazionalisti, e quindi interessati a esagerare il numero delle vittime - “denunciarono un numero di morti superiore ai 20.000.” [52] Robert Dreyfus, che ha scritto sulla collaborazione dell'Occidente con l'Islam politico, sostiene che le fonti occidentali esagerarono deliberatamente sul numero dei morti, allo scopo di demonizzare i ba'athisti, descrivendoli come assassini scatenati, e che i ba'athisti assecondarono l'inganno, allo scopo di incutere timore nei Fratelli Musulmani. [53]
Mentre l'esercito siriano frugava tra le macerie di Hama dopo l'assalto, vennero rinvenute le prove che governi stranieri avevano rifornito gli insorti di Hama di denaro, armamenti e apparati di comunicazione. Ecco cosa scrive Polk:
Assad si accorse che in mezzo al suo popolo c'erano mestatori stranieri. Era questa, dopotutto, l'eredità politica e psicologica del dominio coloniale – un'eredità dolorosamente evidente in gran parte del mondo post-coloniale, che però in Occidente e quasi del tutto ignorata. E questa eredità non è un mito. È una realtà che, evento dopo evento, possiamo verificare con documenti ufficiali. Hafez al-Assad non aveva bisogno di qualche fuga di informazioni: i suoi servizi di intelligence e alcuni giornalisti internazionali avevano portato alla luce dozzine di tentativi di rovesciare il suo governo, da parte di ricchi e conservatori stati arabi, degli Stati Uniti e di Israele. Si trattava per lo più di 'dirty tricks' [sabotaggio politico], propaganda e versamenti in denaro, ma val la pena di sottolineare che nella rivolta di Hama del 1982 vennero catturate più di 15.000 mitra di provenienza estera, insieme a forze paramilitari addestrate dalla Giordania e dalla CIA (molto simili ai jihadisti frequentemente citati nei reportage sulla Siria del 2013). E quello che [Assad] vedeva all'opera in Siria veniva confermato da quello che apprendeva dai cambi di regime realizzati dall'Occidente in altri paesi. Egli era certamente a conoscenza del tentativo della CIA di assassinare il presidente egiziano Nasser e il rovesciamento anglo-americano del governo del primo ministro iraniano Mohammad Mossadegh.” [54]
Nel suo libro From Beirut to Jerusalem il commentatore del New York Times Thomas Friedman scriveva che “il massacro di Hama può essere inteso come 'la reazione naturale di un politico modernizzatore di uno stato nazione relativamente nuovo che cerca di neutralizzare gli elementi regressivi – in questo caso i fondamentalisti islamici – che minacciano tutto ciò che [il politico] ha realizzato nel costruire una Siria che fosse una repubblica laica del XX secolo. È anche per questo,” continuava Friedman, che “se qualcuno fosse stato in grado di condurre un obbiettivo sondaggio d'opinione dopo il massacro di Hama, il trattamento riservato da Assad ai ribelli avrebbe probabilmente riscosso una sostanziale approvazione, perfino tra i musulmani sunniti.” [55]
Lo scoppio degli attacchi dei jihadisti sunniti contro il governo siriano negli anni 80 contraddice l'opinione che il militante e sunnita Islam del Levante sia un risultato dell'invasione statunitense dell'Iraq nel 2003 e della successiva settaria politica pro-scita delle autorità di occupazione. Questa visione è storicamente miope, dato che ignora l'esistenza pluridecennale dell'Islam politico come elemento significativo della politica del Levante. Sin dal momento in cui la Siria ottenne formalmente l'indipendenza dalla Francia dopo la II Guerra Mondiale, e nel corso dei decenni seguenti del XX Secolo, e ancora nel secolo successivo, le principali forze in conflitto in Siria furono il nazionalismo arabo e l'Islam politico. Come ha scritto il giornalista Patrick Cockburn nel 2016, “l'opposizione armata siriana è dominata dall'Isis, da al-Nusra e Ahrar al-Sham.” La “sola alternativa al governo (laico arabo-nazionalista) è costituita dagli islamisti.” [56] Ed è così da lungo tempo.
Infine, dovremmo anche ignorare il fatto che gli strateghi statunitensi stavano pianificando fin dal 2003, o addirittura dal 2001, di allontanare dal potere Assad e la sua ideologia laica arabo-nazionalista, e dal 2005 stavano finanziando l'opposizione siriana, inclusi i gruppi collegati coi Fratelli Musulmani. Ne consegue che Washington ha spinto verso un rovesciamento del governo Assad con l'obbiettivo di de-ba'athizzare la Siria. Una guerriglia a guida islamista contro il governo siriano laico arabo-nazionalista si sarebbe dispiegata comunque, qualunque fosse, eccessiva o meno, la reazione del governo siriano ai fatti di Daraa. La partita era già iniziata, mancava solo il pretesto. Ed ecco Daraa. Perciò, l'idea che l'arresto di due ragazzi di Daraa che avevano disegnato graffiti antigovernativi potesse scatenare un conflitto su larga scala è credibile quanto il concetto che la I Guerra Mondiale sia stata scatenata da null'altro che l'assassinio dell'Arciduca Francesco Ferdinando.

La Siria Socialista
Possiamo definire il socialismo in molti modi, ma se lo associamo al controllo pubblico delle leve dell'economia, insieme a una pianificazione politica della stessa, allora la Siria, secondo le costituzioni del 1973 e del 2012, si caratterizza chiaramente come socialista. Tuttavia, la Repubblica Araba di Siria non fu mai uno stato socialista “dei lavoratori”, non del genere riconoscibile da un marxista. Era invece uno stato socialista arabo ispirato dall'obbiettivo dell'indipendenza politica della nazione araba e del superamento dell'eredità di sottosviluppo che l'affliggeva. I costituenti videro nel socialismo un mezzo per conseguire la liberazione nazionale e lo sviluppo economico. “La marcia verso l'instaurazione di un ordine socialista,” scrivevano i costituenti del 1973, è una “necessità fondamentale per la mobilizzazione delle potenzialità delle masse arabe nella loro lotta contro sionismo e imperialismo.” Il socialismo marxista si interessava alla lotta tra una classe proprietaria sfruttatrice e una classe lavoratrice sfruttata, mentre il socialismo arabo si occupava della lotta tra nazioni sfruttatrici e nazioni sfruttate. Anche se questi distinti generi di socialismo operavano a livelli differenti, simili distinzioni non avevano nessuna importanza per le banche occidentali, per le corporation e per i grandi investitori, tutti alla ricerca globale del profitto. Il socialismo andava contro gli interessi del capitale industriale e finanziario statunitense, sia che avesse come fine la cessazione dello sfruttamento della classe lavoratrice, sia che volesse eliminare l'oppressione imperialistica di un gruppo nazionale.
Il socialismo ba'athista irrita Washington da lungo tempo. Lo stato ba'athista ha esercitato una rimarchevole influenza sull'economia siriana, attraverso la proprietà di imprese, sostegno finanziario a imprese private locali, limitazioni agli investimenti stranieri e restrizioni alle importazioni. I ba'athisti ritenevano simili misure come strumenti indispensabili per uno stato post coloniale che cercasse di sottrarre la sua vita economica dalla stretta delle precedenti potenze coloniali, e realizzare una via allo sviluppo libera da interessi stranieri.
Gli obbiettivi di Washington, però, erano ovviamente l'opposto. Non voleva che la Siria promuovesse la propria industria e proteggesse con zelo la propria indipendenza, ma piuttosto che si piegasse agli interessi di banchieri e grandi investitori (quelli che contavano veramente negli Stati Uniti), aprendo il mercato del lavoro siriano allo sfruttamento e la terra e le risorse naturali all'appropriazione straniera. La nostra agenda, dichiarava l'amministrazione Obama nel 2015, “è focalizzata sull'abbassamento dei dazi sulle merci statunitensi, l'abbattimento delle barriere verso i nostri beni e servizi, e un'elevazione degli standard che assicuri un equo contesto per le imprese americane.” [57] Non era una strategia inedita, ma quella perseguita da decenni da parte della politica estera degli Stati Uniti. Damasco non si stava allineando ai voleri di un governo che insisteva nel potere e volere “essere alla guida dell'economia mondiale.” [58]
I puri e duri di Washington avevano considerato Hafez al-Assad un arabo comunista, [59] e i funzionari statunitensi hanno considerato suo figlio Bashar un ideologo incapace di rinunciare al terzo pilastro del programma del Partito Ba'ath Socialista Arabo [Partito del Risorgimento Arabo Socialista (Ba'ath = Risorgimento)]: il socialismo. Il Dipartimento di Stato statunitense lamentava che la Siria “non è riuscita a integrarsi in un economia globale interconnessa,” sarebbe a dire che aveva mancato di consegnare le imprese statali nelle mani degli investitori privati, che comprendevano i poteri finanziari di Wall Street. Il Dipartimento di Stato dichiarava anche la sua insoddisfazione di fronte alle “ragioni ideologiche” che avevano impedito ad Assad di liberalizzare l'economia siriana, al fatto che “la privatizzazione delle imprese di stato non era ancora molto praticata,” e che l'economia “rimane ancora largamente sotto controllo governativo.” [60] Era evidente che Assad non aveva appreso quella che Washington chiamava “la lezione della storia”, e cioè che “le economie di mercato, e non quelle sotto stretto controllo governativo, sono le migliori.” [61] Stilando una costituzione che imponeva che il governo conservasse un ruolo nella guida dell'economia, in nome degli interessi della Siria, e che detto governo non avrebbe fatto lavorare i siriani per il profitto di banche, corporation e investitori occidentali, Assad proclamava l'indipendenza della Siria dalla politica statunitense di “apertura dei mercati e l'assicurazione di un equo contesto per gli affari americani all'estero.” [62]
Come se non bastasse, Assad ribadiva la sua fedeltà ai valori socialisti a dispetto di quello che Washington aveva chiamato a sua volta “l'imperativo morale” della “libertà economica,” [63] inserendo nella costituzione: salvaguardie in caso di malattia, disabilità ed età avanzata; accesso alle cure mediche; e istruzione gratuita a ogni grado. Questi diritti sarebbero rimasti al di là della facile portata di legislatori e politici che avrebbero potuto sacrificarli sull'altare della creazione di un clima a bassa tassazione favorevole agli investimenti esteri. Ulteriore insulto all'ortodossia affaristica di Washington, la costituzione obbligava lo stato a un sistema fiscale progressivo.
Per finire, il leader ba'athsta incluse nella nuova costituzione una misura introdotta dal padre nel 1973, un passo avanti verso una vera, genuina democrazia – una misura che i decisori di Washington, pesantemente ammanicati col mondo delle banche e delle corporation, non potevano certo tollerare. La costituzione avrebbe prescritto che almeno una metà dell'Assemblea del Popolo provenisse dai ranghi di contadini e operai.
Come neoliberista, Assad sarebbe stato di certo uno dei più strambi seguaci dell'ideologia.

Siccità?
Un ultima osservazione sulle origini della rivolta violenta del 2011: alcuni sociologi e analisti hanno elaborato uno studio pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences [Atti dell'Accademia Nazionale delle Scienze (degli Stati Uniti)] che suggerisce che “la siccità ha svolto un ruolo nei disordini siriani.” Secondo questa linea interpretativa la siccità “ha provocato cattivi raccolti che hanno provocato la migrazione di almeno un milione e mezzo di persone dalle zone rurali a quelle urbane.” Tutto ciò, combinato col flusso di rifugiati provenienti dall'Iraq, intensificò la competizione per i posti di lavoro, già scarsi, nelle aree urbane, facendo della Siria un calderone di tensioni economiche e sociali pronto a traboccare. [64] Sembra una tesi ragionevole, anzi, “scientifica,” ma il fenomeno che tenta di spiegare – una sollevazione di massa in Siria – non si è mai verificato. Come abbiamo osservato, una rassegna della copertura da parte della stampa occidentale non ha trovato alcun riferimento a una sollevazione di massa. Al contrario, i giornalisti che si aspettavano un quadro del genere rimasero stupiti dinanzi alla sua assenza. I giornalisti occidentali, invece, si trovarono di fronte una Siria sorprendentemente tranquilla. Le dimostrazioni indette dagli organizzatori della pagina Facebook Syrian Revolution 2011 fecero fiasco. Gli oppositori ammisero la popolarità di Assad. I reporter non riuscirono a trovare qualcuno che ritenesse imminente una rivolta. Perfino a un mese dai fatti di Daraa – che coinvolse solo alcune centinaia di manifesdtanti, eclissati dalle decine di migliaia che sfilarono a Damasco a sostegno del governo – il giornalista del New York Times sul posto, Anthony Shadid, non vide alcun segno in Siria delle sollevazioni di massa di Tunisia ed Egitto. All'inizio del febbraio del 2011 “Omar Nashabe, da lungo tempo osservatore e corrispondente dalla Siria per il quotidiano arabo di Beirut Al-Ahkbar” riferì a Time che “i siriani possono essere afflitti da una tasso di povertà del 14 per cento, inseme a un tasso stimato di disoccupazione del 20 per cento, ma Assad mantiene la sua credibilità.” [65]
Che il governo riscuotesse il sostegno popolare venne confermato quando la società di ricerca britannica YouGov alla fine del 2011 pubblicò un sondaggio che mostrava come il 55 per cento dei siriani fosse a favore della permanenza di Assad al potere. Il sondaggio non ebbe quasi eco tra i media occidentali, la qual cosa spinse il giornalista britannico Jonathan Steel a chiedersi: “Ipotizziamo che un attendibile sondaggio d'opinione riveli che la maggior parte dei siriani sia favorevole a che Bashar al-Assad rimanga presidente, sarebbe uno scoop, no?” Steele descriveva i risultati del sondaggio come “fatti scomodi” che venivano “eliminati” perché i reportage dei media occidentali sugli eventi in Siria avevano smesso di “essere equilibrati” e si erano trasformati in “un'arma propagandistica.” [66]

Slogan al posto dell'analisi politica
Draitser è in difetto, non solo perché porta avanti, senza alcuna prova, un ragionamento che non ha riscontri se non in se stesso, ma soprattutto perché sostituisce alla politica e all'analisi gli slogan. Nel suo articolo del 20 ottobre su Counterpunch, Syria and the Left: Time to Break the Silence, egli sostiene che gli obbiettivi caratterizzanti la Sinistra dovrebbero essere il perseguimento di pace e giustizia, come se si trattasse di entità indivisibili che mai possono opporsi l'un l'altra. Che pace e giustizia possano, in certi casi, essere antitetiche, lo si illustra nella seguente conversazione tra il giornalista australiano Richard Carleton e Ghassan Kanafani, scrittore e rivoluzionario palestinese. [67]

C: Come mai la vostra organizzazione non si impegna in colloqui di pace con gli israeliani?
K: Lei non intende realmente “colloqui di pace”. Lei intende capitolazione. Resa.
C: Ma perché non parlare?
K: Parlare con chi?
C: Parlare coi leader israeliani.
K: Sarebbe un po' una conversazione tra la spada e il collo, quella.
C: Be', se non ci sono spade o fucili in vista, si può parlare.
K: No. Non ho mai visto un colloquio tra un colonizzatore e un movimento di liberazione nazionale.
C: Ma nonostante questo, perché non parlare?
K: Parlare di cosa?
C: Parlare della possibilità di non combattere.
K: Non combattere per cosa?
C: Non combattere e basta. Non importa il motivo.
K; Di solito si combatte per qualcosa. E si smette per qualcosa. Per cui lei non riesce nemmeno a dirmi perché dovremmo parlare, e di cosa. Perché dovremmo parlare della cessazione dei combattimenti?
C: Parlare di cessare i combattimenti per porre fine alla morte e alla sofferenza, la distruzione e il dolore.
K: La sofferenza, la distruzione, il dolore e la morte di chi?
C: Dei palestinesi, degli israeliani, degli arabi.
K: Del popolo palestinese che viene scacciato, confinato nei campi di rifugiati, che viene affamato e ucciso da vent'anni, a cui è proibito perfino l'uso del nome “palestinesi”?
C: In ogni caso, meglio così che morti.
K: Forse per lei. Per noi, no: Per noi, la liberazione del nostro paese, avere dignità, rispetto, avere i nostri semplici diritti umani è qualcosa di essenziale come la stessa vita.

A quali valori dovrebbe dedicarsi la Sinistra statunitense in caso di conflitto tra pace e giustizia, questo Draitser non lo dice. L'evocazione dello slogan “pace e giustizia” come auspicata missione della Sinistra USA sembra essere nulla più che un invito alle persone di sinistra perché abbandonino la politica imbarcandosi invece nella missione di diventare anime belle, che volano alto sopra i sordidi conflitti che affliggono l'umanità – senza mai schierarsi, se non dalla parte degli angeli. La sua affermazione che “nessuno stato o gruppo ha a cuore il miglior interesse dei siriani” e quasi troppo sciocco per meritare un commento. Come fa a saperlo, lui? Non si può evitare l'impressione che egli ritenga che solo lui e la Sinistra statunitense, solitari in mezzo a gruppi e nazioni di tutto il mondo, sappiano cosa sia meglio per il “popolo siriano.” Forse è per questo che ritiene che la responsabilità della Sinistra sia “nei confronti del popolo siriano,” quasi che il popolo siriano fosse una massa indistinta con interessi e obbiettivi politici in comune. Considerati come un unico insieme, i siriani includono sia i laici sia gli islamisti, che hanno visioni incompatibili sull'organizzazione dello stato, che sono impegnati in una lotta feroce da più di mezzo secolo – una lotta alimentata, in favore degli islamisti, dal suo stesso governo [di Draitser, cioè]. I siriani come massa includono quelli favorevoli all'integrazione con l'impero statunitense e quelli che la rifiutano. Sotto questa prospettiva cosa mai vuol dire che la Sinistra statunitense ha una responsabilità nei confronti del popolo siriano? Quale popolo siriano?
A me sarebbe venuto in mente che la responsabilità della Sinistra USA sia nei confronti dei lavoratori statunitensi, non nei confronti del popolo siriano. E avrei anche immaginato che la Sinistra avrebbe considerato fra le proprie responsabilità la diffusione di una rigorosa, fattuale analisi politica su come le élite economiche statunitensi utilizzano l'apparato statale per tutelare i loro interessi a discapito del popolo, sia in patria sia all'estero. Qual è l'effetto della lunga guerra di Washington contro la Siria sui lavoratori statunitensi? È di questo che Draitser dovrebbe occuparsi.


Note

1 Aryn Baker, “Syria is not Egypt, but might it one day be Tunisia?,” Time, 4 febbraio 2011
2 Rania Abouzeid, “The Syrian style of repression: Thugs and lectures,” Time, 27 febbraio 2011
3 Rania Abouzeid, “Sitting pretty in Syria: Why few go backing Bashar,” Time, 6 marzo 2011
4 Rania Abouzeid, “The youth of Syria: the rebels are on pause,” Time, 6 marzo 2011.
5 Rania Abouzeid, “The youth of Syria: the rebels are on pause,” Time, 6 marzo 2011
6 “Officers fire on crowd as Syrian protests grow,” The New York Times, 20 marzo 2011
7 Nicholas Blanford, “Can the Syrian regime divide and conquer its opposition?,” Time, 9 aprile 2011
8 Robert Fisk, “Welcome to Dera’a, Syria’s graveyard of terrorists,” The Independent, 6 luglio 2016
9 President Assad to ARD TV: Terrorists breached cessation of hostilities agreement from the very first hour, Syrian Army refrained from retaliating,” SANA, 1 marzo 2016
10 Ibid
11 “Officers fire on crowd as Syrian protests grow,” The New York Times, 20 marzo 2011
12 Rania Abouzeid, “Arab Spring: Is a revolution starting up in Syria?” Time, 20 marzo 2011; Rania Abouzeid, “Syria’s revolt: How graffiti stirred an uprising,” Time, 22 marzo, 2011
13 “Officers fire on crowd as Syrian protests grow,” The New York Times, 20 marzo 2011
14 Rania Abouzeid, “Arab Spring: Is a revolution starting up in Syria?,” Time, 20 marzo 2011
15 “Thousands march to protest Syria killings”, The New York Times, 24 marzo 2011
16 Rania Abouzeid, “Assad and reform: Damned if he does, doomed if he doesn’t,” Time, 22 aprile 2011
17 “Officers fire on crowd as Syrian protests grow,” The New York Times, 20 marzo 2011
18 Aryn Baker, “Syria is not Egypt, but might it one day be Tunisia?,” Time, 4 febbraio 2011
19 Nicholas Blanford, “Can the Syrian regime divide and conquer its opposition?” Time, 9 aprile 2011.
20 Alfred B. Prados and Jeremy M. Sharp, “Syria: Political Conditions and Relations with the United States After the Iraq War,” Congressional Research Service, 28 febbraio 2005
21 Rania Abouzeid, “Syria’s Friday of dignity becomes a day of death,” Time, 25 marzo 2011
22 Rania Abouzeid, “Syria’s Friday of dignity becomes a day of death,” Time, 25 marzo 2011
23 “Syrie: un autre eclarage du conflict qui dure depuis 5 ans, BeCuriousTV ,” 23 marzo 2016, http://www.globalresearch.ca/syria-aleppo-doctor-demolishes-imperialist-propaganda-and-media-warmongering/5531157
24 Nicholas Blanford, “Can the Syrian regime divide and conquer its opposition?” Time, 9 aprile 2011
25 Jay Solomon, “To check Syria, U.S. explores bond with Muslim Brothers,” The Wall Street Journal, 25 luglio 2007
26 Ibid
27 Liad Porat, “The Syrian Muslim Brotherhood and the Asad Regime,” Crown Center for Middle East Studies, Brandeis University, December 2010, No. 47
28 Ibid

30 Alfred B. Prados and Jeremy M. Sharp, “Syria: Political Conditions and Relations with the United States After the Iraq War,” Congressional Research Service, 28 febbraio 2005.
31 Anthony Shadid, “Security forces kill dozens in uprisings around Syria”, The New York Times, 22 aprile 2011
32 Rania Abouzeid, “Syria’s Friday of dignity becomes a day of death,” Time, 25 marzo 2011
33 Fabrice Balanche, “The Alawi Community and the Syria Crisis Middle East Institute, 14 maggio 2015
34 Anthony Shadid, “Syria broadens deadly crackdown on protesters”, The New York Times, 8 maggio 2011
35 Rania Abouzeid, “Meet the Islamist militants fighting alongside Syria’s rebels,” Time, 26 luglio 2012
36 Rania Abouzeid, “Interview with official of Jabhat al-Nusra, Syria’s Islamist militia group,” Time, 25 dicembre 2015
37 Robert Fisk, “Syrian civil war: West failed to factor in Bashar al-Assad’s Iranian backers as the conflict developed,” The Independent, 13 marzo 2016
38 Anthony Shadid, “Syria broadens deadly crackdown on protesters”, The New York Times, 8 maggio 2011
39 Nada Bakri, “Syria allows Red Cross officials to visit prison”, The New York Times, 5 settembre 2011
40 Nada Bakri, “Syrian opposition calls for protection from crackdown”, The New York Times, 25 ottobre 2011
41 President al-Assad to Portuguese State TV: International system failed to accomplish its duty… Western officials have no desire to combat terrorism, SANA, 5 marzo 2015
42 Patrick Seale, “Syria’s long war,” Middle East Online, 26 settembre 2012
43 Ibid
44 Rania Abouzeid, “Sitting pretty in Syria: Why few go backing Bashar,” Time, 6 marzo 2011
45 Rania Abouzeid, “The youth of Syria: the rebels are on pause,” Time, 6 marzo 2011
46 “Can the Syrian regime divide and conquer its opposition?” Time, 9 aprile 2011
47 Anthony Shadid, “Security forces kill dozens in uprisings around Syria”, The New York Times, 22 aprile 2011
48 Ben Fenton, “Macmillan backed Syria assassination plot,” The Guardian, 27 settembre 2003
49 Robert Fisk, “Conspiracy of silence in the Arab world,” The Independent, 9 febbraio 2007
50 Robert Dreyfus, Devil’s Game: How the United States Helped Fundamentalist Islam, Holt, 2005, p. 205
51 William R. Polk, “Understanding Syria: From pre-civil war to post-Assad,” The Atlantic, 10 dicembre 2013
52 Dreyfus
53 Dreyfus
54 William R. Polk, “Understanding Syria: From pre-civil war to post-Assad,” The Atlantic, 10 dicembre 2013
55 Quoted in Nikolas Van Dam, The Struggle for Power in Syria: Politics and Society under Asad and the Ba’ath Party, I.B. Taurus, 2011
56 Patrick Cockburn, “Confused about the US response to Isis in Syria? Look to the CIA’s relationship with Saudi Arabia,” The Independent, 17 giugno, 2016
57 National Security Strategy, febbraio 2015
58 Ibid
59 Robert Baer, Sleeping with the Devil: How Washington Sold Our Soul for Saudi Crude, Three Rivers Press, 2003, p. 123
60 Sito del Dipartimento di Stato. http://www.state.gov/r/pa/ei/bgn/3580.htm#econ. Consultato l'8 febbraio 2012

61 The National Security Strategy of the United States of America, settembre 2002
62 National Security Strategy, febbraio 2015
63 The National Security Strategy of the United States of America, marzo 2006
64 Henry Fountain, “Researchers link Syrian conflict to drought made worse by climate change,” The New York Times, 2 marzo 2015
65 Aryn Baker, “Syria is not Egypt, but might it one day be Tunisia?,” Time, 4 febbraio 2011
66 Jonathan Steele, “Most Syrians back President Assad, but you’d never know from western media,” The Guardian, 17 gennaio 2012

67 “Full transcript: Classic video interview with Comrade Ghassan Kanafani re-surfaces,” PFLP, 17 ottobre 2016 [trascrizione in inglese], http://pflp.ps/english/2016/10/17/full-transcript-classic-video-interview-with-comrade-ghassan-kanafani-re-surfaces/

sabato 4 febbraio 2017

Un quarto di secolo con Maastricht: liberiamocene, o sarà fascismo



di Alessandro Somma da Micromega 

Il Trattato di Maastricht, a cui si devono l’Euro e gli attuali assetti politico istituzionali dell’Unione europea, compie un quarto di secolo: venne firmato il 7 febbraio 1992, per poi essere ratificato dagli allora dodici Paesi membri ed entrare in vigore il 1. novembre 1993. In alcuni casi questo passaggio coinvolse direttamente il corpo elettorale: come in Danimarca, dove furono necessari due referendum per poi raggiungere un consenso relativamente contenuto (56,7%), e in Francia, dove i favorevoli rappresentarono una minoranza decisamente risicata (51%). Diversa la situazione nei Paesi in cui la ratifica spettò ai parlamenti nazionali: quasi ovunque il Trattato fu approvato con maggioranze bulgare, a testimonianza di come sui temi europei, e in genere sulle ricette economiche, la distanza tra elettori ed eletti sia da molto tempo incolmabile.
In Italia i Senatori favorevoli alla ratifica del Trattato furono 176 (16 contrari e un astenuto), e 403 i Deputati (46 contrari e 18 astenuti). Il tutto avvenne tra settembre e ottobre 1992, in un clima di forte preoccupazione non tanto per i disastri che avrebbe provocato, quanto per le note vicende legate a Tangentopoli, su cui all’epoca la magistratura aveva da poco iniziato a indagare. Anche per questo nessuno sembrò aver compreso appieno il senso di Maastricht, mentre i pochi che lo intuirono ritenevano che avrebbe rappresentato un’opportunità.

È il caso di Guido Carli, Ministro del tesoro tra il 1989 e il 1992, che rappresentò l’Italia nei negoziati per la definizione dei contenuti del Trattato. Il banchiere era consapevole che Maastricht avrebbe imposto “all’Europa la Costituzione monetaria della Repubblica Federale di Germania”, quindi un “mutamento di carattere costituzionale”. Ma lo apprezzava proprio per questo, perché avrebbe finalmente comportato “la ridefinizione delle modalità di composizione della spesa, una redistribuzione delle responsabilità che restringa il potere delle assemblee parlamentari e aumenti quelle dei governi”, per poi “ripensare in profondità le leggi con le quali si è realizzato in Italia il cosiddetto Stato sociale”[1].

L’Europa prima di Maastricht
Il Trattato di Maastricht rappresenta uno spartiacque che identifica in modo netto un prima e un dopo nella costruzione dell’Europa unita. Quest’ultima è stata concepita come progetto neoliberale, e tuttavia, sino agli anni Settanta, vi erano ancora spazi per impostazioni di altro tipo: spazi che si chiusero quando si avviò il percorso che avrebbe condotto al Trattato di Maastricht.

Ma procediamo con ordine. Il Trattato di Roma, con cui nel 1957 si istituì la Comunità economica europea, si era limitato a creare un mercato unico: una zona di libero scambio per la libera circolazione dei fattori della produzione (beni, servizi, persone e capitali), e tariffe doganali comuni nei rapporti con i Paesi terzi. Non si parlava ancora di Unione economica e monetaria, ma di mero coordinamento delle politiche economiche nazionali, oltretutto a partire da due finalità per molti aspetti contrastanti: la piena occupazione e la stabilità dei prezzi. Il che legittimava politiche di matrice neoliberale, ossessionate dal controllo dell’inflazione, ma anche politiche redistributive incentrale sul sostegno della domanda, ovvero di tipo keynesiano.

Ciò fu possibile perché si era immersi nei cosiddetti Gloriosi Trenta: il periodo tra gli anni Cinquanta e Settanta caratterizzato da una crescita economica relativamente sostenuta e da un accettabile livello di redistribuzione della ricchezza, alla base di un equilibrio altrettanto accettabile tra capitalismo e democrazia. Il tutto assicurato, oltre che dall’ispirazione keynesiana della politica economica, fiscale e del lavoro, anche da un compromesso sulla circolazione dei fattori della produzione: le merci si spostavano liberamente, ma non così i capitali, da sottoporre a penetranti controlli statali. Per questo, sul punto, il Trattato di Roma era rimasto lettera morta.

Le cose sarebbero però cambiate per effetto degli avvenimenti che caratterizzarono gli anni Settanta, dagli shock petroliferi alla fine del sistema di cambi fissi varato a Bretton Woods. Determinanti furono però gli anni Ottanta, il decennio dominato dalle figure di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, fautori di politiche economiche ricavate dalla credenza secondo cui i fallimenti del mercato sono in verità fallimenti dello Stato: il mercato assicura la migliore redistribuzione della ricchezza, sicché i pubblici poteri devono limitarsi ad assicurare il funzionamento della concorrenza. Il che significava rinunciare allo stimolo della domanda, ridurre la pressione fiscale, e svalutare e precarizzare il lavoro: significava cestinare le politiche di matrice keynesiana.

Ma non è tutto. Sul finire degli anni Ottanta il blocco sovietico finì per implodere e questo privò il capitalismo del suo principale competitore, per il quale era stato costretto a non trascurare il tema della giustizia sociale. Seguì a ruota la Riunificazione tedesca, vicenda che alimentò ulteriormente l’illusione circa la bontà di Maastricht. Si pensava infatti che la Germania unita privata del Marco non avrebbe tenuto comportamenti imperialistici nei confronti degli altri Paesi europei[2]: che la moneta unica ci avrebbe salvati dall’Europa tedesca!

Jacques Delors e la svolta neoliberale
Come era intuibile, l’avanzata del neoliberalismo a livello mondiale incise profondamente sull’assetto della costruzione europea. La svolta fu interpretata da Jacques Delors, Presidente della Commissione europea dal 1985 al 1995, formidabile amplificatore del verbo neoliberale e tutore dei centri di interessi beneficiati da quel verbo.

Spiccava tra questi ultimi la Tavola rotonda degli industriali europei, una lobby fondata nella prima metà degli anni Ottanta per iniziativa di un selezionato gruppo di imprenditori, tra i quali compaiono gli italiani Umberto Agnelli e Carlo De Benedetti[3]. Le loro proposte sul modo di procedere verso l’Europa unita, prima fra tutte la piena liberalizzazione nei movimenti di capitali, vennero fedelmente tradotte nel noto Libro bianco confezionato dalla Commissione Delors nei suoi primi mesi di vita[4]. Fu a partire da questo documento che venne predisposto l’Atto unico europeo del 1986, con il quali si dette l’impulso decisivo all’integrazione dei mercati finanziari, e si rafforzò l’indicazione per cui la politica economica doveva definirsi a partire dal controllo dei prezzi.

L’Atto unico europeo certificava insomma che, tra la piena occupazione e la lotta all’inflazione, l’Europa doveva privilegiare il secondo obiettivo e quindi procedere verso il definitivo rigetto delle soluzioni di matrice keynesiana. Questo era peraltro un effetto inevitabile, se si ammetteva la libera circolazione dei capitali: dal momento che gli investitori fanno confluire i loro fondi verso i contesti in cui maggiori sono i profitti, gli Stati sono condannati a competere per essere attrattivi dal punto di vista dei mercati. A vincere sarà così l’ordinamento nazionale che più favorirà la moderazione salariale, renderà la manodopera particolarmente flessibile e abbasserà la pressione fiscale sulle imprese. Il tutto inevitabilmente bilanciato da una riduzione della spesa sociale e da un complessivo ridimensionamento del perimetro di azione dei pubblici poteri, e dunque da un loro arretramento di fronte all’avanzata dei mercati: in sintesi il superamento dell’approccio keynesiano.

I parametri di Maastricht e la moneta unica
L’Atto unico europeo diede inizio alla lunga marcia verso il Trattato di Maastricht, a cui si affidò il compito di costruire l’Unione economica e monetaria nel segno della stabilità dei prezzi, quindi promuovendo per gli Stati “condizioni finanziarie e di bilancio sane ed equilibrate”. Nessuno spazio, dunque, per politiche redistributive alternative a quelle affidate al mercato e al principio di concorrenza: la libera circolazione dei capitali vanificava il ricorso alla leva fiscale, mentre l’indebitamento veniva impedito dal divieto di “finanziamenti monetari di deficit”[5].

Il Trattato di Maastricht chiariva il fine ultimo di queste misure: imporre che l’integrazione europea fosse compatibile unicamente con “un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”. Indicava poi le tappe del percorso: prima la libera circolazione dei capitali, poi la fissazione irrevocabile di tassi di cambio tra le monete nazionali, e infine l’adozione dell’Euro. Il tutto nel “rispetto dei seguenti principi direttivi: prezzi stabili, finanze pubbliche e condizioni monetarie sane” (art. 3A).

Le politiche economiche continuavano a essere di competenza degli Stati, i quali erano semplicemente tenuti a coordinarsi, ma si trattava oramai di un’affermazione di pura facciata. Il fine ultimo di quelle politiche era infatti individuato attraverso l’attribuzione all’Europa della competenza esclusiva in materia di moneta. I requisiti per essere ammessi nella Zona Euro, i cosiddetti parametri di Maastricht, erano in questo senso perentori, giacché il deficit e il debito pubblico dovevano essere contenuti entro “valori di riferimento”: rispettivamente il 3% e il 60% del pil. E per i Paesi che, dopo l’ammissione nella Zona Euro, si fossero discostati da questi obiettivi, venne prevista una procedura per disavanzo eccessivo, comprendente un complesso impianto sanzionatorio (art. 104C)[6].

La moneta unica venne varata nel 1999 come forma di pagamento non fisica, e dal 2002 come denaro contante. Della Zona Euro fecero parte, fin dall’inizio, undici degli allora quindici Paesi membri dell’Unione europea: Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna (nel caso del Belgio e dell’Italia nonostante fossero lontani dal rispettare i parametri di Maastricht). La Grecia si aggiunse nel 2001, mentre nel 2007 fu la volta della Slovenia, nel 2008 di Malta e Cipro, nel 2009 della Slovacchia, nel 2011 dell’Estonia, nel 2014 della Lettonia e nel 2015 della Lituania.

Pareggio di bilancio
Abbiamo detto che sul piano formale le politiche economiche erano di competenza degli Stati, a cui però le politiche monetarie di Bruxelles sottraevano qualsiasi spazio di manovra. Fu questo il senso di Maastricht, che però rappresentò solo l’inizio di una fase caratterizzata dall’imposizione del verbo neoliberale, con modalità capaci di azzerare le possibilità di equilibrio tra capitalismo e democrazia.

Con il Patto di stabilità e crescita del 1997 si è iniziato a dire che il fine ultimo dell’Unione economica e monetaria era in realtà “l’equilibrio del bilancio, con un saldo prossimo al pareggio o positivo”. Dello stesso tenore il Fiscal compact del 2012, che ha imposto agli Stati di prevedere il pareggio in disposizioni nazionali “vincolanti e di natura permanente, preferibilmente costituzionale”. Il che equivaleva a dichiarare l’incostituzionalità dell’approccio keynesiano, ovvero ad annullare la possibilità di politiche economiche incompatibili con l’ossessione per il controllo dell’inflazione. È contenuta nel Fiscal compact anche l’indicazione, rivolta ai Paesi con un debito pubblico oltre il 60% del pil, a ridurlo “a un ritmo medio di un ventesimo all’anno”. Il tutto mentre il raffronto tra i livelli di indebitamento registrati a partire dall’attuale crisi segnano un notevole incremento per tutti i Paesi europei, e in particolare quelli della Zona Euro: dal 65% del pil nel 2007 a oltre il 90% nel 2015 (dati Eurostat).

Anche il coordinamento delle politiche economiche è stato nel tempo concepito per incidere sugli spazi di manovra degli Stati, in buona sostanza azzerati con l’inasprimento del sistema di controlli preventivi e di sanzioni successive.

Nel merito già il Patto di stabilità e crescita del 1997 aveva imposto ai Paesi membri di fornire annualmente un “programma di stabilità”, con l’indicazione delle misure con cui ottenere un “saldo del bilancio vicino al pareggio o positivo”. E aveva disposto che la procedura di infrazione per disavanzo eccessivo esercitasse la “pressione opportuna” per indurre lo Stato inadempiente a piegarsi al volere di Bruxelles.

Una serie di provvedimenti raccolti sotto l’etichetta di Six-pack, emanati nel 2011, sono poi intervenuti per limitare le valutazioni discrezionali nel coordinamento delle politiche economiche nazionali, reso così un dispositivo tecnocratico azionato da automatismi. Nel contempo si è istituito il cosiddetto semestre europeo: la procedura per cui, nella prima parte di ciascun anno, il Consiglio europeo elabora le linee di politica economica che gli Stati devono tradurre in Programmi di stabilità e in Piani nazionali di riforma in cui illustrare le riforme strutturale per il futuro.

Un ulteriore inasprimento delle procedure volte a coordinare le politiche economiche nazionali si è ottenuto con il cosiddetto Two-pack, due provvedimenti emanati nel 2013. Impongono fra l’altro che le indicazioni formulate durante il semestre europeo siano poi recepite nelle leggi di stabilità, con ciò sottraendo ai parlamenti nazionali qualsiasi potere decisionale, oltre che sul saldo di bilancio, anche sull’individuazione delle coperture e degli oneri.

Il debito come arma
I limiti al deficit e al debito non sono i soli strumenti utilizzati per rendere l’Europa unita una costruzione neoliberale, e sacrificare così la partecipazione democratica sull’altare del cosiddetto libero mercato. Maastricht ha aggiunto a quei limiti il divieto per i Paesi membri di ricorre all’assistenza finanziaria dell’Unione, di altri Paesi membri o delle Banche centrali (art. 104 ss.). In questo modo gli Stati che hanno bisogno di denaro devono rivolgersi al mercato, e questo finisce per assumere la funzione di disciplinare il loro comportamento, o se si preferisce di spoliticizzarlo. Il che è un effetto voluto: come ha poi chiarito la Corte di giustizia, il contrarre debiti essendo “soggetti alla logica del mercato” induce a “mantenere una disciplina di bilancio”[7].

Ciò comporta che gli Stati fortemente indebitati, che le mitiche agenzie di rating stimano in difficoltà a restituire la somma presa a prestito, saranno costretti a remunerare il rischio sopportato dai creditori concedendo interessi elevati: tanto elevati da alimentare la spirale del debito, e in ultima analisi a impedire il rispetto dei parametri di Maastricht. È a questo punto, quando cioè il ricorso al mercato diviene insostenibile, che si possono attivare le procedure previste per il caso in cui forme di assistenza finanziaria siano richieste non tanto per soccorrere lo Stato indebitato, quanto per “salvaguardare la stabilità della Zona Euro nel suo insieme”. Lo ha stabilito una disposizione del Trattato di Lisbona 2007, precisando però che l’assistenza deve essere “soggetta a una rigorosa condizionalità” (art. 136 TFU)[8].

È questo l’attuale fondamento per l’attività della cosiddetta Troika, composta da Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale, che dal 2008 ha finora assistito Cipro, Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Ungheria. Si è di norma seguito un copione identico: l’assistenza finanziaria è stata assicurata in cambio di impegni a diminuire le uscite, a incrementare le entrate e a liberalizzare i mercati, incluso quello del lavoro. Tra gli impegni del primo tipo spiccano le misure volte a contenere la spesa pensionistica e sociale, compresa ovviamente quella per la sanità e l’istruzione, a congelare o ridurre le retribuzioni dei pubblici dipendenti, e in genere a ridimensionare la Pubblica amministrazione. Gli impegni destinati a incrementare le entrate si traducono invece in un programma di privatizzazioni, a cui affiancare un piano di liberalizzazioni, in particolare nei settori dell’energia, delle telecomunicazioni e delle assicurazioni, oltre che nei servizi pubblici locali in genere. Quanto alle riforme del mercato del lavoro, è costante l’impegno a ripristinare più elevati livelli di libertà contrattuale, utili fra l’altro a rimuovere gli ostacoli alla precarizzazione e svalutazione del rapporto di lavoro. Il tutto limitando il potere dei sindacati dei lavoratori, ad esempio con la possibilità di derogare al contratto collettivo nazionale, e forzando la collaborazione con il datore di lavoro, in particolare con il ricorso alla partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa.

Liberiamoci di Maastricht
Insomma, sebbene le politiche economiche siano di competenza nazionale, come confermato dal Trattato di Lisbona del 2007 (art. 5 TFU), esse finiscono per essere decise dal livello europeo come riflesso di politiche monetarie di matrice neoliberale. Ed essendo queste ossessionate da controllo dell’inflazione, sono precluse agli Stati le politiche redistributive incentrate sul sostegno della domanda. Potrebbero teoricamente ricorrere alla leva fiscale, ma la libera circolazione dei capitali impone di non farlo, pena l’ulteriore decremento delle entrate fiscali e la cancellazione di posti di lavoro.

Da questo punto di vista Maastricht ha trasformato la costruzione europea in una sorta di Superstato di polizia economica, impiccando i Paesi membri a parametri che impediscono anche solo di considerare nel dibattito pubblico opzioni diverse da quelle contemplate dal pensiero unico. Così facendo, il Trattato non solo ha affossato approcci di tipo keynesiano all’ordine economico, bensì anche ciò che li aveva ispirati: il controllo democratico sul funzionamento del mercato, poi reso impermeabile a scelte incompatibili con il proposito di presidiare il meccanismo concorrenziale. Giacché nella visione neoliberale la politica non controlla, bensì sostiene il mercato, usa la sua forza per riprodurlo e non certo per arginarlo: si riduce a mera amministrazione desocializzata dell’esistente.

Occorre dunque liberarsi di Maastricht, ristabilire il primato delle politiche economiche sulle politiche monetarie, e a monte tornare ai vincoli nella circolazione dei capitali: una massa di denaro stimata in oltre venti trilioni di dollari a livello planetario, amministrata da manager della ricchezza privi di scrupoli, capaci di sottrarre al fisco 200 bilioni di dollari all’anno[9]. Così facendo si tornerebbe al primato degli Stati nazionali nella scelta del segno di quelle politiche: non tanto per soddisfare un istinto sovranista fine a sé stesso, ma per riportare la partecipazione democratica al centro della costruzione europea. E per consentire di ripensarla come motore di giustizia sociale, di redistribuzione della ricchezza se del caso contro il funzionamento del mercato.

Non sarebbe nulla di rivoluzionario, anzi. Sarebbe semplicemente il ritorno dell’impostazione prevalente sino agli anni Settanta, quando si pensava che l’Europa unita dovesse prima decidere le priorità di politica economica, e solo in un secondo tempo, di riflesso, le politiche monetarie. E quando si sottolineava che il trasferimento di sovranità dal piano nazionale a quello europeo doveva maturare di pari passo con lo sviluppo di forme di democrazia sovranazionale: con il “trasferimento di una corrispondente responsabilità parlamentare dal piano nazionale a quello della Comunità”[10].

È peraltro evidente che un ritorno al Novecento è auspicabile se implica una restituzione alla sovranità popolare di spazi oramai riservati all’azione di una tecnocrazia, tanto determinante quanto oscura nell’individuare le modalità dello stare insieme come società. Per il resto non sono certo riproponibili le ricette pensate per un ordine economico fondato sulla crescita illimitata della produzione e del consumo di massa: un ordine rivelatosi incompatibile con la tenuta ambientale del pianeta, ma anche con la fine del lavoro determinata fra l’altro dall’evoluzione tecnologica.

È comunque dal ripristino del controllo democratico sul funzionamento del mercato, che occorre ripartire. Proprio il Novecento, con l’avventura fascista, ci ha del resto mostrato cosa succede se salta l’equilibrio tra democrazia e capitalismo, ovvero se per salvare il capitalismo scosso da una crisi economica e finanziaria viene sacrificata la democrazia. È di tutta evidenza che la crisi del 2008 ha scatenato reazioni molto simili: prima l’imposizione dell’austerità contro la volontà popolare, e poi la chiusura nazionalista non tanto per combattere l’invadenza del mercato, ma per avviare un conflitto commerciale tra Stati.

Maastricht è alla base di tutto questo. Se la costruzione europea potrà farne a meno, allora si potrà aspirare a un ritorno alla normalità democratica: che di per sé non genera giustizia sociale, ma che se non altro crea i presupposti affinché la si possa generare. Se invece la costruzione europea non riuscirà a liberarsi di Maastricht, allora non resterà che liberarci della costruzione europea. Altrimenti imploderà rovinosamente, riportandoci alla fase più buia del Secolo breve.

NOTE
[1] G. Carli, Cinquant’anni di vita italiana (1993), Roma e Bari, Laterza, 1996, pp. 432 ss.

[2] In questa ricostruzione si ritrovano anche i tedeschi: ad es. M. Sauga, S. Simons e K. Wiegrefe, Der Preis der deutschen Einheit, in Der Spiegel del 27 settembre 2010, p. 34 ss.
[3] Cfr. Changing Scales. A Review prepared for the Roundtable of European Industries (giugno 1985), www.ert.eu/document/changing-scales.
[4] Il completamento del mercato interno: Libro bianco della Commissione per il Consiglio europeo (Milano, 28-29 giugno 1985), Com/85/310 def.
[5] Consiglio europeo del 27 e 28 ottobre 1990, Conclusioni della Presidenza.
[6] V. anche il Protocollo sulla procedura per i disavanzi eccessivi, allegato al Trattato di Maastricht, dove sono quantificati i “valori di riferimento” (art. 1).
[7] Sentenza Thomas Pringle contro Governement of Ireland e altri del 27 novembre 2012 (C-370/12).
[8] Questa disposizione si deve alla Decisione del Consiglio europeo che modifica l’articolo 136 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea relativamente a un Meccanismo di stabilità per gli Stati membri la cui moneta è l’Euro (2011/199/Ue), del 25 marzo 2011.
[9] Da ultimo B. Harrington, Capital without Borders. Wealth Managers and the One Percent, Cambridge Ma. e London, Harvard University Press, 2016.
[10] Così il cosiddetto Piano Werner del 1970: Rapporto al Consiglio e alla Commissione sulla realizzazione per fasi dell’Unione economica e monetaria nella Comunità, dell’8 ottobre 1970.

Le radici dell’europeismo di sinistra


Rielaborazione di una relazione tenuta in occasione dell’incontro “Eutopia. La sinistra tra Unione europea e sovranità nazionale”, svoltosi a Milano il 15 gennaio 2017.

Trovo questo articolo estremamente convincente. Personalmente sono convinto che l'idea che la sinistra debba avere non solo un orizzonte ideale a cui guardare, ma anche una prospettiva tattico-strategica in grado di conseguire dei risultati immediati e un radicale cambiamento di rotta, sia sacrosanta (F.C.).

di Thomas Fazi da senso-comune

Ultimamente si fa un gran parlare – grazie sia a una serie di importanti riflessioni partorite da intellettuali dell’area della “sinistra radicale” (penso soprattutto ai libri Sei lezioni di economia di Sergio Cesaratto, La scomparsa della sinistra in Europa di Aldo Barba e Massimo Pivetti e La variante populista di Carlo Formenti), sia ai parziali mea culpa di personaggi come Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani – degli “errori” compiuti dalla sinistra negli ultimi decenni. Laddove però i secondi – e D’Alema con molta più lucidità di Bersani – si limitano a criticare «la valutazione ottimistica della globalizzazione», «l’accettazione [della] logica delle riforme neoliberali che riducono le tutele sociali e i diritti del lavoro», «l’idea che… il welfare socialdemocratico fosse un peso da alleggerire» (D’Alema) e più in generale la subalternità politica, ideologica e culturale della sinistra al neoliberismo, i primi sottolineano come tale subalternità si sia manifestata anche e soprattutto nel sostegno al processo di integrazione economica e valutaria europea – giudicato positivamente invece sia da Bersani che da D’Alema – e che dunque qualunque “rifondazione” della sinistra (ammesso e non concesso che questo sia possibile, se non a patto di ripensare completamente il nostro approccio) non può che partire da un’opposizione netta alla moneta unica e più in generale ai trattati europei.

Mi trovo senz’altro più d’accordo con i primi che con i secondi. Non basta però dire: «Abbiamo sbagliato». Dobbiamo capire perché abbiamo sbagliato, e come gli errori del passato continuino a influire sul nostro modo di pensare oggi. Quello che cercherò di fare nel presente articolo, dunque, è rintracciare le radici storiche dell’europeismo di sinistra. E non per interesse storiografico, ma perché le ragioni che hanno portato la sinistra – e la sinistra europea in particolare – a sostenere attivamente, dalla metà degli anni settanta in poi, prima il processo di transizione neoliberista e poi il processo di unificazione economica europea (che è la manifestazione più estrema di quella trasformazione) sono in larga misura le stesse ragioni che portano oggi gran parte della sinistra a sostenere l’impalcatura dell’euro o comunque ad accettare l’impossibilità di un suo superamento.

Innanzitutto bisogna partire da un punto fondamentale: anche se l’avvento del neoliberismo viene solitamente associato ai governi di Reagan e della Thatcher, in diversi paesi la sinistra ha in realtà anticipato di diversi anni la destra nello smantellamento del modello keynesiano. Un esempio su tutti: il primo governo a dichiarare “morto” il keynesismo fu il governo laburista inglese di James Callaghan nel 1976, che giustificò nella seguente maniera la scelta del suo governo di accettare un prestito molto oneroso da parte del Fondo monetario internazionale in cambio del quale il governo si impegnava ad implementare un rigido programma di austerità:

«Il mondo confortevole che ci avevano detto sarebbe durato per sempre, dove la piena occupazione sarebbe stata garantita da un tratto di penna del Cancelliere, attraverso la riduzione delle tasse o la spesa in disavanzo, ecco: quel mondo accogliente se n’è andato per sempre… Io vi dico in tutta franchezza che tale opzione non esiste più, e che nella misura in cui è mai esistito, ha avuto solo l’effetto di iniettare una dose maggiore di inflazione nell’economia.»

È difficile sovrastimare l’impatto del discorso di Callaghan: di fatto esso delegittimò il modello keynesiano ben tre anni prima dell’elezione della Thatcher, che ebbe dunque gioco (relativamente) facile a smantellare quel modello quando salì al governo, a livello ideologico prima ancora che politico. Un altro esempio clamoroso è ovviamente quello di François Mitterrand, che nel 1983 – ovvero due anni dopo essere stato eletto su una piattaforma esplicitamente socialista ed anticapitalista – fece inversione di marcia e adottò un programma drasticamente neoliberista di tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni e compressione salariale.

È interessante notare che sia Callaghan sia Mitterrand giustificarono la loro “svolta neoliberista” più o meno allo stesso modo: dicendo che ormai il mondo era cambiato e che la globalizzazione (e in particolare la natura sempre più globale dei flussi finanziari) rendeva “impossibile” qualunque strategia economica nazionale (in particolare di carattere progressista/redistributivo) poiché in tal caso il governo in questione sarebbe immediatamente diventato oggetto di fughe di capitale, squilibri della bilancia dei pagamenti, attacchi speculativi da parte del capitale finanziario, ecc.

In sostanza, buona parte della sinistra europea tra la metà degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta concluse che quella che oggi noi chiamiamo globalizzazione era un fenomeno “ineluttabile” che stava inesorabilmente erodendo la sovranità nazionale, e che era un dovere della sinistra prendere atto di questo cambiamento. Come dichiarò Mitterrand all’epoca: «La sovranità nazionale non significa più granché e non ha più molto spazio nell’economia mondiale moderna». La sinistra socialista ha dunque giocato un ruolo cruciale, prima ancora che nella creazione della moneta unica, nella delegittimazione delle politiche keynesiane e soprattutto nel passaggio a una visione post-statuale e post-sovrana del mondo, spesso anticipando la destra su questi temi. Tanto per rimanere nel Regno Unito, sappiamo bene che fu la Thatcher ad opporsi all’ingresso del paese nell’euro, non la sinistra (che probabilmente vi sarebbe entrata se fosse stata al governo).

Si noterà infatti che queste sono (a grandi linee) le medesime argomentazioni che vengono addotte oggi per giustificare l’impossibilità dell’uscita dall’euro. La frase di Mitterrand è identica alle frasi che oggi sentiamo ripetere a reti unificate non solo da esponenti dell’apparato politico-economico ma anche da esponenti della sinistra come Yanis Varoufakis e altri, che ci continuano a ripetere che «lo stato-nazione di oggi non ha nessun potere» – come ha dichiarato Varoufakis al recente incontro di lancio della piattaforma DIEM25 a Roma – e che l’unica via è il cambiamento sovranazionale.

E non è un caso. Le succitate “svolte” sono ormai entrate nella mitologia della sinistra e oggi vengono citate a (presunta) dimostrazione del fatto che «da soli non si va da nessuna parte». Della serie: «Se non ce l’hanno fatta loro all’epoca a sfidare il capitale a livello nazionale, quando le condizioni erano molto più favorevoli, come possiamo pensare di riuscirci oggi?» Questo implica però che non vi fosse un’alternativa all’epoca. Ma così non è: strategie alternative erano state sviluppate e proposte per esempio da Tony Benn nel Regno Unito e dalla sinistra del Partito Socialista in Francia. Strategie che prevedevano una socializzazione graduale della produzione e degli investimenti, una maggiore democrazia industriale, l’introduzione di controlli ancora più ferrei sui movimenti di capitale e sulle merci, ecc., ma queste furono categoricamente scartate dalle dirigenze dei partiti socialdemocratici.

Come mai? Le ragioni sono molteplici e non possono essere tutte affrontate in questa sede. Mi concentrerò dunque su quella che ritengo una delle cause fondamentali: la crisi strutturale del keynesismo aveva determinato un conflitto distributivo lavoro-capitale e una compressione dei profitti che non poteva risolversi in una maniera consensuale e che necessitava una risposta di qualche tipo, o a favore del capitale, per mezzo di una riduzione dei salari e più in generale del potere dei sindacati, o a favore dei lavoratori, attraverso una graduale socializzazione dei mezzi di produzione e degli investimenti e una riduzione della sfera dell’iniziativa privata. Il problema è che buona parte della sinistra socialdemocratica e comunista o non capì ciò che stava avvenendo – diversi intellettuali della sinistra europea del dopoguerra videro nel keynesismo una forma embrionale di socialismo piuttosto che un particolare regime di accumulazione capitalistica, quale effettivamente fu, e si ritrovarono dunque privi degli strumenti teorici necessari per capire la crisi capitalistica che investì il keynesismo, illudendosi di poter risolvere il conflitto distributivo nei limiti angusti del quadro socialdemocratico – o non ebbe il coraggio di mettere seriamente in discussione i “fondamentali” del sistema.

Il caso del Partito Comunista Italiano (PCI) è emblematico. Come scrive Sergio Cesaratto nel suo recente libro Sei lezioni di economia, il PCI era «costantemente ossessionato dall’esistenza di “interessi generali” (inter-classisti per così dire) che avrebbero reso ogni avanzamento operaio sovversivo per il sistema, e dunque a rischio di una reazione violenta del capitale… L’ala dominante del PCI riteneva le lotte operaie fondamentalmente incompatibili con la democrazia occidentale». Una paura a ben vedere non del tutto infondata, se pensiamo alle enormi pressioni esercitate sull’Italia (come su altri paesi) affinché non uscisse dai binari del patto atlantico.

Ed è per questo che in molti casi fu proprio la sinistra che, avendo accettato l’impossibilità di una svolta nella direzione di un riformismo radicale, finì di fatto per avallare ideologicamente e politicamente il neoliberismo come unica soluzione alla sopravvivenza del capitalismo. Ed è qui che entra il gioco l’ideologia europeista: avendo rinunciato a combattere il capitale sul terreno nazionale, la sinistra – anche per continuare a giustificare la propria esistenza – introiettò l’idea che il cambiamento era possibile solo a livello continentale, europeo. Cambiamento che però non poteva che essere di facciata, avendo la sinistra accettato le prescrizioni neoliberiste come unica soluzione alla crisi del keynesismo.

Non a caso il principale fautore dell’euro fu proprio un socialista francese, ex ministro del governo Mitterrand: Jacques Delors. Fu lui, nelle vesti di commissario europeo dal 1985 al 1995 che prima convinse tutti i paesi europei a liberalizzare i movimenti di capitale e poi avviò il processo che porterà infine all’eurozona: dall’Atto unico del 1986 – in cui furono formalizzate le fondamenta neoliberiste della costituzione economica europea, dalla libera circolazione dei capitali al divieto (de facto) delle politiche industriali (attraverso la normativa sugli aiuti di Stato) – fino al Trattato di Maastricht del 1992, che fissò i termini della fase finale dell’unione monetaria, dall’indipendenza assoluta della Banca centrale europea dagli Stati nazionali, alla flessibilizzazione del lavoro, ai limiti al deficit e al debito pubblico.

È interessante seguire il ragionamento che fece Delors, che sostanzialmente era il seguente: «Poiché abbiamo scelto di istituire un sistema di cambi fissi (che era lo SME), visto che però in quel sistema la politica monetaria la decide la Bundesbank e visto che liberalizzando i movimenti di capitale gli Stati europei hanno ulteriormente ridotto la loro capacità di gestire la politica monetaria, allora l’unica soluzione è andare verso l’unione valutaria». Il che tradotto voleva dire: «Visto che abbiamo scelto di legarci volontariamente le mani coi cambi fissi e con la liberalizzazione dei capitali, allora l’unica soluzione è stringere ancora di più la corda creando un’unione monetaria». Un palese non sequitur. Anche qui però è impossibile non riconoscere le affinità con i discorsi che oggi ci vengono propinati dagli integrazionisti di sinistra alla Varoufakis, che sostanzialmente dicono: «Visto che abbiamo scelto volontariamente di metterci addosso una camicia di forza da cui è impossibile liberarsi (l’euro), ora l’unica soluzione è metterci addosso una camicia di forza ancora più stretta trasferendo ancora più sovranità all’Europa».

Che dire? Le responsabilità della sinistra nel disastro attuale sono fin troppo evidenti e vanno ben al di là del sostegno al processo di unificazione monetaria: è stata proprio la sinistra, infatti, negli ultimi quarant’anni, a consolidare l’idea dell’impotenza – se non addirittura della “morte” – dello Stato-nazione nell’era della globalizzazione. Principio che fu invocato al tempo per giustificare la creazione della moneta unica e che viene oggi invocato per escludere la possibilità di un suo superamento. Noi italiani poi ci siamo distinti in maniera particolare in questo campo: fu proprio un noto intellettuale italiano, Antonio Negri, a catturare lo zeitgeist di sinistra di fine anni novanta col suo libro Impero (scritto insieme a Michael Hardt), in cui sostanzialmente teorizzava la fine definitiva dell’imperialismo statuale, sostituito, secondo gli autori, da una sorta di imperialismo transnazionale delle multinazionali. Questo qualche anno prima che gli Stati Uniti scatenassero una serie di guerre neocoloniali e neoimperialiste in giro per il mondo, mettendo in evidenza la continua centralità dello Stato nell’era della globalizzazione neoliberista.

E qui entra in gioco un altro clamoroso errore analitico della sinistra, che ha ulteriormente contribuito ad avallare ideologicamente l’euro: ossia quello di aver inteso il neoliberismo come un processo di erosione se non addirittura di superamento dello Stato a favore del mercato – in virtù di presunte dinamiche capitalistiche esterne agli Stati (cambiamenti tecnologici, ecc.) e che questi potevano fare poco per contrastare – quando in realtà è palese che lo Stato ha giocato e continua a giocare un ruolo assolutamente centrale nella gestione del neoliberismo e dei processi di accumulazione capitalistica. Sono gli Stati che hanno promosso e continuano a promuovere l’internazionalizzazione dei processi di produzione (anche se forse con Trump le cose si apprestano a cambiare), la liberalizzazione del commercio, la deregolamentazione della finanza, la liberalizzazione dei flussi di capitale, ecc., che hanno in sostanza creato quell’architettura internazionale che oggi chiamiamo globalizzazione neoliberista; allo stesso modo sono sempre gli Stati che oggi garantiscono le condizioni per l’accumulazione capitalistica a livello nazionale, attraverso la compressione salariale, la deregolamentazione del mercato del lavoro (vedasi Jobs Act), la repressione dei movimenti di protesta, la creazione del consenso, e così via; e, infine, sono sempre gli Stati che devono intervenire per salvare le grandi imprese (soprattutto finanziarie ma non solo, e in Italia gli esempi non mancano) quando queste rischiano la bancarotta. Di quale “fine dello Stato” stiamo parlando esattamente?

C’è tutta una parte della sinistra odierna che però sembra ignorare questo fatto e ancora continua a giustificare il processo di integrazione europea in virtù di una presunta obsolescenza dello Stato che non trova assolutamente nessun riscontro nei fatti. Questo è particolarmente grave perché non capire la centralità dello Stato all’epoca del neoliberismo impedisce poi di capire come funziona realmente l’eurozona. Essenzialmente si confonde la riduzione del potere statuale – che è in larga parte un mito – con la riduzione della sovranità nazionale, che invece c’è stata eccome, soprattutto in Europa. Ma è evidente che in Europa e in particolare nell’eurozona la sovranità nazionale non è stata “usurpata” dalla globalizzazione o dai mercati finanziari (il che implicherebbe una certa irreversibilità di tale processo); al contrario, è stata volontariamente ceduta dagli Stati nazionali ad organizzazioni sovranazionali quali la Commissione europea e la BCE al fine anche di creare un “vincolo esterno” artificiale che offre alle autorità politiche nazionali organismi o presunti “fattori oggettivi” esterni su cui scaricare la responsabilità di scelte politiche impopolari, in primis la compressione salariale e lo smantellamento delle tutele del lavoro.

Il processo trentennale che abbiamo qui brevemente tratteggiato ha determinato una situazione paradossale, nel senso che oggi abbiamo molte persone a sinistra che riconoscono che l’euro è stato un errore; accettano che una riforma keynesiana/progressista dell’eurozona non è possibile (un fatto ormai acclarato anche da numerosi esponenti del mainstream, vedi Stiglitz e altri); ma allo stesso tempo, proprio in virtù di questa eredità ideologica, rimangono convinti che dall’euro non si possa uscire. Si tratta di una posizione politicamente suicida: accettare da un lato che l’euro non è riformabile ma sostenere dall’altro che non esiste altro orizzonte all’infuori dell’euro vuol dire accettare che la sinistra – e parlo della sinistra di estrazione socialista – non ha più alcun ruolo da giocare in Europa. I movimenti socialisti e rivoluzionari si sono sempre fondati sull’idea che esistesse un orizzonte ideale verso il quale tendere. Era proprio quell’orizzonte ideale ad animare le speranze di milioni di persone. È evidente, però, che dentro l’euro non c’è spazio per alcun orizzonte ideale che non sia quello di una rivoluzione continentale che rimane tanto irrealizzabile oggi quanto lo era cento anni fa, checché ne dicano i neotrotskisti come Varoufakis.

Oggi come ieri, l’unico orizzonte entro il quale è possibile immaginare un progetto di trasformazione radicale della realtà – con tutte le sfide e le difficoltà che questo comporta – è e rimane quello nazionale. Sarebbe a dire che un programma realmente emancipatorio è concepibile solo fuori dall’euro. Personalmente ritengo che salvaguardare quell’orizzonte ideale sia sufficientemente importante da giustificare i rischi di una strategia politica che abbia il coraggio di guardare oltre l’euro. Senza minimizzare i costi di un’uscita, ma mettendo in discussione alcune delle verità acquisite, in particolar modo a sinistra, sul presunto “tramonto dello Stato-nazione”. In un libro che sto ultimando con l’economista australiano Bill Mitchell cerchiamo precisamente di mostrare come gli Stati economicamente avanzati che dispongono di sovranità monetaria abbiano a disposizione tutti gli strumenti tecnici e finanziari per garantire giustizia sociale, piena occupazione e stabilità economica, e come i numerosi “vincoli esterni” che vengono spesso invocati per dimostrare l’impotenza delle singole nazioni sono, nella maggior parte, vincoli autoimposti.

In conclusione, possiamo dire che i problemi della sinistra europea vanno rintrecciati soprattutto nella sua incapacità, da almeno trent’anni a questa parte, di concepire una realtà alternativa al neoliberismo, nonché nella sua accettazione acritica dell’idea della morte dello Stato-nazione. Da ciò deriva anche l’incapacità di immaginare un futuro (a sinistra) fuori dall’euro.

venerdì 3 febbraio 2017

La piovra globalista

di Tonino D’Orazio 2 febbraio 2017. da altervista

Posseggono tutte le più grandi banche mondiali (fra le prime dieci, otto sono americane) e fanno il bello e cattivo tempo “monopolizzando e manovrando abusivamente le Borse” (D. Trump dixit in campagna elettorale). Posseggono le Agenzie di rating, collegate alle loro banche, che decidono della vita o della morte di un paese.
I vassalli del gruppetto si riuniscono in gruppi semi-segreti: Committee of 300; Illuminati; Bildeberg Group; Skull&Bones; New World Order (Bush, Ratzinger …). I valvassini in ulteriori gruppi continentali, politici e nazionali tramite lo strumento facilitato delle fondazioni. Confrontate i think tank italiani (65) e a cosa servono.

Ha messo le mani sull’umanità intera. In cima alla piramide, cioè all’occhio, c’è un gruppetto oligarchico che ci possiede tutti. Non si tratta di complottismo ma di ricerca ragionata che tutti possono fare e confrontare, pezzo per pezzo, ogni mattone e incrocio citati. I nomi e le sigle sono tutti su Wikipedia, compreso gli intrecci azionari più vistosi. (Con tempo, pazienza e onestà intellettuale). E’ la cupola formata da manipolatori con “partecipazioni” e flussi finanziari in tutti i tentacoli di controllo dei bisogni e delle attività umane: Rothchilds, Rockfeller, Carnegie, Morgan, Harrisson, Schiff, Warburg.
I tentacoli possidenti del gruppetto, tramite denaro, “partecipazioni” e “investimenti”, sono:
- Controllo del denaro (Banca Centrale, Riserva Federale, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, controllo mascherato della BCE.Euro) e dei metalli e pietre preziose che possono garantire la carta straccia.
- Controllo dell’energia (petrolio, gas, carbone,energia nucleare, green energia).
- Controllo dell’alimentazione (Agribusiness e Ogm, Word Trade, Water Sources).
- Controllo della sanità, World Healt Org., (farmaceutica, facoltà di medicina, ricerca, alternative naturali).
- Controllo del commercio tramite WTO e controllo del denaro con metro-misura dollaro e banche, finché non diventerà più facile con la sola moneta elettronica anche individuale.
- Indottrinamento (standard educativi, mass media, industria del cinema e dei divertimenti, attacco ai media liberi internet, controllo Fb …).
- Controllo delle politiche tramite G8, G10, G20… cioè Global (Governance) Control.
- Controllo del dissenso tramite leggi (Patriotic act, organismi sorveglianza, RFID Chips o monitoraggio della nostra vita privata, cfr Grande Fratello, Prisma, Echelon…), con espansione in tutti i paesi amici e non. Controllo politico del Tribunale Penale Internazionale contro tutti i “nemici”. Regolamenti internazionali favorevoli.
Gran parte di questi controlli sono demandati ad Organismi Internazionali, più facili da dirigere dall’alto, diretti da persone assolutamente non elette,( a parte i G…), ma designate.

Organi politici continentali: American Union; Pacific Union; African Union; European Union.
In Europa, Trichet (pres. Central Bank), Junker (pres. Commissione), Van Rompuy (pres. Del
Consiglio Europeo). Organi con stesse regole e stessa maniera. Servi non eletti.
Organi con ramificazioni in Nations States and Regions, dove viene praticamente “impedito” il più possibile al popolo di partecipare pienamente. (“riforma” delle Costituzioni democratiche e parlamenti a legislazione limitata, per la forma, come quello Europeo, pur se eletto a suffragio universale).

Organi tecnici pubblici o semi-pubblici (ma da “privatizzare”, o già fatto; operazione in atto da decenni che indica un piano ben preciso): banche (già disgiunte dal potere politico e dal controllo popolare e tutte in mano alla cupola, per debiti o scambio azionario, che le affonda, le deruba e i cittadini pagano), commercio (tentativi TTIP, Ceta,TTP trans Pacifico,Nafta, Unasur … da ricondurre ad interesse preminente e pensiero unico), militare (es. Nato e armamenti), partiti politici dipendenti (“sostegno” o corruzione), educazione e formazione (organismi che ne decidono metodo e qualità a “partecipazione” e interessi privati), mass media (agenzie di stampa che inviano “informazioni” pilotate che tutti ripetono ad ogni livello più basso come grancassa o banditori medievali), religione (quanto ci sarebbe da dire!), agenzie di intelligence (semi-coordinate quasi nel mondo intero dalla CIA,- per noi ancora funzionanti come Gladio o Stay Behind -, con Awarres Office, M15 inglese, Corte Suprema di Israele gestita direttamente dai Rothchilds), medicina e farmaceutica, Ong a “caschi bianchi”, persino organizzazioni criminali (droghe illegali, scandali dell’Agenzia Food and Drug Administration,) e riciclaggio mondiale del denaro sporco che “non ha odore”, tramite banche (sempre le stesse) offshore, illegali e fuori controllo.
Curiosità? La cima della piramide non si nasconde, anzi si presenta chiaramente con il simbolo dell’occhio nel triangolo, “che vede tutto”, come Dio. Lo potete notare sul semplice dollaro, ma anche su tanti e vari organismi Corporates, AOL (Time Warner/Cable), CBS … Basta avere occhio.
Tecnica comune di vampirizzazione, o impoverimento di un paese. (J. Perkins)
1) Si va in paesi che posseggono risorse naturali.
2) Accordo su enorme prestito, tramite il coccodrillo che piange, cioè il FMI, per lo sfruttamento delle risorse.
3) Le infrastrutture per lo sfruttamento vanno alle imprese americane (o occidentali), non a quelle del paese, se non i subappalti poveri.
4) Si aggiungono mega progetti infrastrutturali, strade, porti, ferrovie, centrali elettriche, autostrade, zone industriali. Si muove tutta la piovra. Il popolo ripaga prestiti e interessi (eliminando i pochi servizi sociali esistenti, spesso già miseri). Tralasciamo la corruzione, legale per le tasse americane, basta più o meno dichiararla.
5) Il paese viene lasciato in grande debito, ringraziato per le risorse a basso prezzo, e fomentato da ovvie rivolte sociali. Allora si aggiungono prestiti per le armi, le guerre e i medicinali. Se non possono pagare sono costretti a privatizzare tutto, beni, acqua e cibo compresi.
Gli esempi più vistosi sono in tutti i paesi africani e sud americani. Ma guardando bene intanto al cosiddetto “indebitamento” pubblico dei paesi occidentali e soprattutto di quelli mediterranei … non siamo lontani.
Il concetto di complotto è stato spesso ridicolizzato pur di nascondere delle così macro evidenze. Tanto l’auto-informazione costa troppo, sia in tempo che in caparbia curiosità. Questa è una ricerca onesta. Ogni parola o nomi propri citati sono un tassello controllabile del mosaico.
Si può uscire da una trappola così ben costruita? Difficile in questo contesto politico-culturale globale senza alternative forti e in associazione ad altri “prigionieri”, almeno dello stesso campo.
Anche per questo Trump sarà uguale a tutti gli altri presidenti americani e ci farà solo divertire. America e neoliberismo first.