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sabato 4 febbraio 2017

Un quarto di secolo con Maastricht: liberiamocene, o sarà fascismo



di Alessandro Somma da Micromega 

Il Trattato di Maastricht, a cui si devono l’Euro e gli attuali assetti politico istituzionali dell’Unione europea, compie un quarto di secolo: venne firmato il 7 febbraio 1992, per poi essere ratificato dagli allora dodici Paesi membri ed entrare in vigore il 1. novembre 1993. In alcuni casi questo passaggio coinvolse direttamente il corpo elettorale: come in Danimarca, dove furono necessari due referendum per poi raggiungere un consenso relativamente contenuto (56,7%), e in Francia, dove i favorevoli rappresentarono una minoranza decisamente risicata (51%). Diversa la situazione nei Paesi in cui la ratifica spettò ai parlamenti nazionali: quasi ovunque il Trattato fu approvato con maggioranze bulgare, a testimonianza di come sui temi europei, e in genere sulle ricette economiche, la distanza tra elettori ed eletti sia da molto tempo incolmabile.
In Italia i Senatori favorevoli alla ratifica del Trattato furono 176 (16 contrari e un astenuto), e 403 i Deputati (46 contrari e 18 astenuti). Il tutto avvenne tra settembre e ottobre 1992, in un clima di forte preoccupazione non tanto per i disastri che avrebbe provocato, quanto per le note vicende legate a Tangentopoli, su cui all’epoca la magistratura aveva da poco iniziato a indagare. Anche per questo nessuno sembrò aver compreso appieno il senso di Maastricht, mentre i pochi che lo intuirono ritenevano che avrebbe rappresentato un’opportunità.

È il caso di Guido Carli, Ministro del tesoro tra il 1989 e il 1992, che rappresentò l’Italia nei negoziati per la definizione dei contenuti del Trattato. Il banchiere era consapevole che Maastricht avrebbe imposto “all’Europa la Costituzione monetaria della Repubblica Federale di Germania”, quindi un “mutamento di carattere costituzionale”. Ma lo apprezzava proprio per questo, perché avrebbe finalmente comportato “la ridefinizione delle modalità di composizione della spesa, una redistribuzione delle responsabilità che restringa il potere delle assemblee parlamentari e aumenti quelle dei governi”, per poi “ripensare in profondità le leggi con le quali si è realizzato in Italia il cosiddetto Stato sociale”[1].

L’Europa prima di Maastricht
Il Trattato di Maastricht rappresenta uno spartiacque che identifica in modo netto un prima e un dopo nella costruzione dell’Europa unita. Quest’ultima è stata concepita come progetto neoliberale, e tuttavia, sino agli anni Settanta, vi erano ancora spazi per impostazioni di altro tipo: spazi che si chiusero quando si avviò il percorso che avrebbe condotto al Trattato di Maastricht.

Ma procediamo con ordine. Il Trattato di Roma, con cui nel 1957 si istituì la Comunità economica europea, si era limitato a creare un mercato unico: una zona di libero scambio per la libera circolazione dei fattori della produzione (beni, servizi, persone e capitali), e tariffe doganali comuni nei rapporti con i Paesi terzi. Non si parlava ancora di Unione economica e monetaria, ma di mero coordinamento delle politiche economiche nazionali, oltretutto a partire da due finalità per molti aspetti contrastanti: la piena occupazione e la stabilità dei prezzi. Il che legittimava politiche di matrice neoliberale, ossessionate dal controllo dell’inflazione, ma anche politiche redistributive incentrale sul sostegno della domanda, ovvero di tipo keynesiano.

Ciò fu possibile perché si era immersi nei cosiddetti Gloriosi Trenta: il periodo tra gli anni Cinquanta e Settanta caratterizzato da una crescita economica relativamente sostenuta e da un accettabile livello di redistribuzione della ricchezza, alla base di un equilibrio altrettanto accettabile tra capitalismo e democrazia. Il tutto assicurato, oltre che dall’ispirazione keynesiana della politica economica, fiscale e del lavoro, anche da un compromesso sulla circolazione dei fattori della produzione: le merci si spostavano liberamente, ma non così i capitali, da sottoporre a penetranti controlli statali. Per questo, sul punto, il Trattato di Roma era rimasto lettera morta.

Le cose sarebbero però cambiate per effetto degli avvenimenti che caratterizzarono gli anni Settanta, dagli shock petroliferi alla fine del sistema di cambi fissi varato a Bretton Woods. Determinanti furono però gli anni Ottanta, il decennio dominato dalle figure di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, fautori di politiche economiche ricavate dalla credenza secondo cui i fallimenti del mercato sono in verità fallimenti dello Stato: il mercato assicura la migliore redistribuzione della ricchezza, sicché i pubblici poteri devono limitarsi ad assicurare il funzionamento della concorrenza. Il che significava rinunciare allo stimolo della domanda, ridurre la pressione fiscale, e svalutare e precarizzare il lavoro: significava cestinare le politiche di matrice keynesiana.

Ma non è tutto. Sul finire degli anni Ottanta il blocco sovietico finì per implodere e questo privò il capitalismo del suo principale competitore, per il quale era stato costretto a non trascurare il tema della giustizia sociale. Seguì a ruota la Riunificazione tedesca, vicenda che alimentò ulteriormente l’illusione circa la bontà di Maastricht. Si pensava infatti che la Germania unita privata del Marco non avrebbe tenuto comportamenti imperialistici nei confronti degli altri Paesi europei[2]: che la moneta unica ci avrebbe salvati dall’Europa tedesca!

Jacques Delors e la svolta neoliberale
Come era intuibile, l’avanzata del neoliberalismo a livello mondiale incise profondamente sull’assetto della costruzione europea. La svolta fu interpretata da Jacques Delors, Presidente della Commissione europea dal 1985 al 1995, formidabile amplificatore del verbo neoliberale e tutore dei centri di interessi beneficiati da quel verbo.

Spiccava tra questi ultimi la Tavola rotonda degli industriali europei, una lobby fondata nella prima metà degli anni Ottanta per iniziativa di un selezionato gruppo di imprenditori, tra i quali compaiono gli italiani Umberto Agnelli e Carlo De Benedetti[3]. Le loro proposte sul modo di procedere verso l’Europa unita, prima fra tutte la piena liberalizzazione nei movimenti di capitali, vennero fedelmente tradotte nel noto Libro bianco confezionato dalla Commissione Delors nei suoi primi mesi di vita[4]. Fu a partire da questo documento che venne predisposto l’Atto unico europeo del 1986, con il quali si dette l’impulso decisivo all’integrazione dei mercati finanziari, e si rafforzò l’indicazione per cui la politica economica doveva definirsi a partire dal controllo dei prezzi.

L’Atto unico europeo certificava insomma che, tra la piena occupazione e la lotta all’inflazione, l’Europa doveva privilegiare il secondo obiettivo e quindi procedere verso il definitivo rigetto delle soluzioni di matrice keynesiana. Questo era peraltro un effetto inevitabile, se si ammetteva la libera circolazione dei capitali: dal momento che gli investitori fanno confluire i loro fondi verso i contesti in cui maggiori sono i profitti, gli Stati sono condannati a competere per essere attrattivi dal punto di vista dei mercati. A vincere sarà così l’ordinamento nazionale che più favorirà la moderazione salariale, renderà la manodopera particolarmente flessibile e abbasserà la pressione fiscale sulle imprese. Il tutto inevitabilmente bilanciato da una riduzione della spesa sociale e da un complessivo ridimensionamento del perimetro di azione dei pubblici poteri, e dunque da un loro arretramento di fronte all’avanzata dei mercati: in sintesi il superamento dell’approccio keynesiano.

I parametri di Maastricht e la moneta unica
L’Atto unico europeo diede inizio alla lunga marcia verso il Trattato di Maastricht, a cui si affidò il compito di costruire l’Unione economica e monetaria nel segno della stabilità dei prezzi, quindi promuovendo per gli Stati “condizioni finanziarie e di bilancio sane ed equilibrate”. Nessuno spazio, dunque, per politiche redistributive alternative a quelle affidate al mercato e al principio di concorrenza: la libera circolazione dei capitali vanificava il ricorso alla leva fiscale, mentre l’indebitamento veniva impedito dal divieto di “finanziamenti monetari di deficit”[5].

Il Trattato di Maastricht chiariva il fine ultimo di queste misure: imporre che l’integrazione europea fosse compatibile unicamente con “un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”. Indicava poi le tappe del percorso: prima la libera circolazione dei capitali, poi la fissazione irrevocabile di tassi di cambio tra le monete nazionali, e infine l’adozione dell’Euro. Il tutto nel “rispetto dei seguenti principi direttivi: prezzi stabili, finanze pubbliche e condizioni monetarie sane” (art. 3A).

Le politiche economiche continuavano a essere di competenza degli Stati, i quali erano semplicemente tenuti a coordinarsi, ma si trattava oramai di un’affermazione di pura facciata. Il fine ultimo di quelle politiche era infatti individuato attraverso l’attribuzione all’Europa della competenza esclusiva in materia di moneta. I requisiti per essere ammessi nella Zona Euro, i cosiddetti parametri di Maastricht, erano in questo senso perentori, giacché il deficit e il debito pubblico dovevano essere contenuti entro “valori di riferimento”: rispettivamente il 3% e il 60% del pil. E per i Paesi che, dopo l’ammissione nella Zona Euro, si fossero discostati da questi obiettivi, venne prevista una procedura per disavanzo eccessivo, comprendente un complesso impianto sanzionatorio (art. 104C)[6].

La moneta unica venne varata nel 1999 come forma di pagamento non fisica, e dal 2002 come denaro contante. Della Zona Euro fecero parte, fin dall’inizio, undici degli allora quindici Paesi membri dell’Unione europea: Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna (nel caso del Belgio e dell’Italia nonostante fossero lontani dal rispettare i parametri di Maastricht). La Grecia si aggiunse nel 2001, mentre nel 2007 fu la volta della Slovenia, nel 2008 di Malta e Cipro, nel 2009 della Slovacchia, nel 2011 dell’Estonia, nel 2014 della Lettonia e nel 2015 della Lituania.

Pareggio di bilancio
Abbiamo detto che sul piano formale le politiche economiche erano di competenza degli Stati, a cui però le politiche monetarie di Bruxelles sottraevano qualsiasi spazio di manovra. Fu questo il senso di Maastricht, che però rappresentò solo l’inizio di una fase caratterizzata dall’imposizione del verbo neoliberale, con modalità capaci di azzerare le possibilità di equilibrio tra capitalismo e democrazia.

Con il Patto di stabilità e crescita del 1997 si è iniziato a dire che il fine ultimo dell’Unione economica e monetaria era in realtà “l’equilibrio del bilancio, con un saldo prossimo al pareggio o positivo”. Dello stesso tenore il Fiscal compact del 2012, che ha imposto agli Stati di prevedere il pareggio in disposizioni nazionali “vincolanti e di natura permanente, preferibilmente costituzionale”. Il che equivaleva a dichiarare l’incostituzionalità dell’approccio keynesiano, ovvero ad annullare la possibilità di politiche economiche incompatibili con l’ossessione per il controllo dell’inflazione. È contenuta nel Fiscal compact anche l’indicazione, rivolta ai Paesi con un debito pubblico oltre il 60% del pil, a ridurlo “a un ritmo medio di un ventesimo all’anno”. Il tutto mentre il raffronto tra i livelli di indebitamento registrati a partire dall’attuale crisi segnano un notevole incremento per tutti i Paesi europei, e in particolare quelli della Zona Euro: dal 65% del pil nel 2007 a oltre il 90% nel 2015 (dati Eurostat).

Anche il coordinamento delle politiche economiche è stato nel tempo concepito per incidere sugli spazi di manovra degli Stati, in buona sostanza azzerati con l’inasprimento del sistema di controlli preventivi e di sanzioni successive.

Nel merito già il Patto di stabilità e crescita del 1997 aveva imposto ai Paesi membri di fornire annualmente un “programma di stabilità”, con l’indicazione delle misure con cui ottenere un “saldo del bilancio vicino al pareggio o positivo”. E aveva disposto che la procedura di infrazione per disavanzo eccessivo esercitasse la “pressione opportuna” per indurre lo Stato inadempiente a piegarsi al volere di Bruxelles.

Una serie di provvedimenti raccolti sotto l’etichetta di Six-pack, emanati nel 2011, sono poi intervenuti per limitare le valutazioni discrezionali nel coordinamento delle politiche economiche nazionali, reso così un dispositivo tecnocratico azionato da automatismi. Nel contempo si è istituito il cosiddetto semestre europeo: la procedura per cui, nella prima parte di ciascun anno, il Consiglio europeo elabora le linee di politica economica che gli Stati devono tradurre in Programmi di stabilità e in Piani nazionali di riforma in cui illustrare le riforme strutturale per il futuro.

Un ulteriore inasprimento delle procedure volte a coordinare le politiche economiche nazionali si è ottenuto con il cosiddetto Two-pack, due provvedimenti emanati nel 2013. Impongono fra l’altro che le indicazioni formulate durante il semestre europeo siano poi recepite nelle leggi di stabilità, con ciò sottraendo ai parlamenti nazionali qualsiasi potere decisionale, oltre che sul saldo di bilancio, anche sull’individuazione delle coperture e degli oneri.

Il debito come arma
I limiti al deficit e al debito non sono i soli strumenti utilizzati per rendere l’Europa unita una costruzione neoliberale, e sacrificare così la partecipazione democratica sull’altare del cosiddetto libero mercato. Maastricht ha aggiunto a quei limiti il divieto per i Paesi membri di ricorre all’assistenza finanziaria dell’Unione, di altri Paesi membri o delle Banche centrali (art. 104 ss.). In questo modo gli Stati che hanno bisogno di denaro devono rivolgersi al mercato, e questo finisce per assumere la funzione di disciplinare il loro comportamento, o se si preferisce di spoliticizzarlo. Il che è un effetto voluto: come ha poi chiarito la Corte di giustizia, il contrarre debiti essendo “soggetti alla logica del mercato” induce a “mantenere una disciplina di bilancio”[7].

Ciò comporta che gli Stati fortemente indebitati, che le mitiche agenzie di rating stimano in difficoltà a restituire la somma presa a prestito, saranno costretti a remunerare il rischio sopportato dai creditori concedendo interessi elevati: tanto elevati da alimentare la spirale del debito, e in ultima analisi a impedire il rispetto dei parametri di Maastricht. È a questo punto, quando cioè il ricorso al mercato diviene insostenibile, che si possono attivare le procedure previste per il caso in cui forme di assistenza finanziaria siano richieste non tanto per soccorrere lo Stato indebitato, quanto per “salvaguardare la stabilità della Zona Euro nel suo insieme”. Lo ha stabilito una disposizione del Trattato di Lisbona 2007, precisando però che l’assistenza deve essere “soggetta a una rigorosa condizionalità” (art. 136 TFU)[8].

È questo l’attuale fondamento per l’attività della cosiddetta Troika, composta da Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale, che dal 2008 ha finora assistito Cipro, Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Ungheria. Si è di norma seguito un copione identico: l’assistenza finanziaria è stata assicurata in cambio di impegni a diminuire le uscite, a incrementare le entrate e a liberalizzare i mercati, incluso quello del lavoro. Tra gli impegni del primo tipo spiccano le misure volte a contenere la spesa pensionistica e sociale, compresa ovviamente quella per la sanità e l’istruzione, a congelare o ridurre le retribuzioni dei pubblici dipendenti, e in genere a ridimensionare la Pubblica amministrazione. Gli impegni destinati a incrementare le entrate si traducono invece in un programma di privatizzazioni, a cui affiancare un piano di liberalizzazioni, in particolare nei settori dell’energia, delle telecomunicazioni e delle assicurazioni, oltre che nei servizi pubblici locali in genere. Quanto alle riforme del mercato del lavoro, è costante l’impegno a ripristinare più elevati livelli di libertà contrattuale, utili fra l’altro a rimuovere gli ostacoli alla precarizzazione e svalutazione del rapporto di lavoro. Il tutto limitando il potere dei sindacati dei lavoratori, ad esempio con la possibilità di derogare al contratto collettivo nazionale, e forzando la collaborazione con il datore di lavoro, in particolare con il ricorso alla partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa.

Liberiamoci di Maastricht
Insomma, sebbene le politiche economiche siano di competenza nazionale, come confermato dal Trattato di Lisbona del 2007 (art. 5 TFU), esse finiscono per essere decise dal livello europeo come riflesso di politiche monetarie di matrice neoliberale. Ed essendo queste ossessionate da controllo dell’inflazione, sono precluse agli Stati le politiche redistributive incentrate sul sostegno della domanda. Potrebbero teoricamente ricorrere alla leva fiscale, ma la libera circolazione dei capitali impone di non farlo, pena l’ulteriore decremento delle entrate fiscali e la cancellazione di posti di lavoro.

Da questo punto di vista Maastricht ha trasformato la costruzione europea in una sorta di Superstato di polizia economica, impiccando i Paesi membri a parametri che impediscono anche solo di considerare nel dibattito pubblico opzioni diverse da quelle contemplate dal pensiero unico. Così facendo, il Trattato non solo ha affossato approcci di tipo keynesiano all’ordine economico, bensì anche ciò che li aveva ispirati: il controllo democratico sul funzionamento del mercato, poi reso impermeabile a scelte incompatibili con il proposito di presidiare il meccanismo concorrenziale. Giacché nella visione neoliberale la politica non controlla, bensì sostiene il mercato, usa la sua forza per riprodurlo e non certo per arginarlo: si riduce a mera amministrazione desocializzata dell’esistente.

Occorre dunque liberarsi di Maastricht, ristabilire il primato delle politiche economiche sulle politiche monetarie, e a monte tornare ai vincoli nella circolazione dei capitali: una massa di denaro stimata in oltre venti trilioni di dollari a livello planetario, amministrata da manager della ricchezza privi di scrupoli, capaci di sottrarre al fisco 200 bilioni di dollari all’anno[9]. Così facendo si tornerebbe al primato degli Stati nazionali nella scelta del segno di quelle politiche: non tanto per soddisfare un istinto sovranista fine a sé stesso, ma per riportare la partecipazione democratica al centro della costruzione europea. E per consentire di ripensarla come motore di giustizia sociale, di redistribuzione della ricchezza se del caso contro il funzionamento del mercato.

Non sarebbe nulla di rivoluzionario, anzi. Sarebbe semplicemente il ritorno dell’impostazione prevalente sino agli anni Settanta, quando si pensava che l’Europa unita dovesse prima decidere le priorità di politica economica, e solo in un secondo tempo, di riflesso, le politiche monetarie. E quando si sottolineava che il trasferimento di sovranità dal piano nazionale a quello europeo doveva maturare di pari passo con lo sviluppo di forme di democrazia sovranazionale: con il “trasferimento di una corrispondente responsabilità parlamentare dal piano nazionale a quello della Comunità”[10].

È peraltro evidente che un ritorno al Novecento è auspicabile se implica una restituzione alla sovranità popolare di spazi oramai riservati all’azione di una tecnocrazia, tanto determinante quanto oscura nell’individuare le modalità dello stare insieme come società. Per il resto non sono certo riproponibili le ricette pensate per un ordine economico fondato sulla crescita illimitata della produzione e del consumo di massa: un ordine rivelatosi incompatibile con la tenuta ambientale del pianeta, ma anche con la fine del lavoro determinata fra l’altro dall’evoluzione tecnologica.

È comunque dal ripristino del controllo democratico sul funzionamento del mercato, che occorre ripartire. Proprio il Novecento, con l’avventura fascista, ci ha del resto mostrato cosa succede se salta l’equilibrio tra democrazia e capitalismo, ovvero se per salvare il capitalismo scosso da una crisi economica e finanziaria viene sacrificata la democrazia. È di tutta evidenza che la crisi del 2008 ha scatenato reazioni molto simili: prima l’imposizione dell’austerità contro la volontà popolare, e poi la chiusura nazionalista non tanto per combattere l’invadenza del mercato, ma per avviare un conflitto commerciale tra Stati.

Maastricht è alla base di tutto questo. Se la costruzione europea potrà farne a meno, allora si potrà aspirare a un ritorno alla normalità democratica: che di per sé non genera giustizia sociale, ma che se non altro crea i presupposti affinché la si possa generare. Se invece la costruzione europea non riuscirà a liberarsi di Maastricht, allora non resterà che liberarci della costruzione europea. Altrimenti imploderà rovinosamente, riportandoci alla fase più buia del Secolo breve.

NOTE
[1] G. Carli, Cinquant’anni di vita italiana (1993), Roma e Bari, Laterza, 1996, pp. 432 ss.

[2] In questa ricostruzione si ritrovano anche i tedeschi: ad es. M. Sauga, S. Simons e K. Wiegrefe, Der Preis der deutschen Einheit, in Der Spiegel del 27 settembre 2010, p. 34 ss.
[3] Cfr. Changing Scales. A Review prepared for the Roundtable of European Industries (giugno 1985), www.ert.eu/document/changing-scales.
[4] Il completamento del mercato interno: Libro bianco della Commissione per il Consiglio europeo (Milano, 28-29 giugno 1985), Com/85/310 def.
[5] Consiglio europeo del 27 e 28 ottobre 1990, Conclusioni della Presidenza.
[6] V. anche il Protocollo sulla procedura per i disavanzi eccessivi, allegato al Trattato di Maastricht, dove sono quantificati i “valori di riferimento” (art. 1).
[7] Sentenza Thomas Pringle contro Governement of Ireland e altri del 27 novembre 2012 (C-370/12).
[8] Questa disposizione si deve alla Decisione del Consiglio europeo che modifica l’articolo 136 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea relativamente a un Meccanismo di stabilità per gli Stati membri la cui moneta è l’Euro (2011/199/Ue), del 25 marzo 2011.
[9] Da ultimo B. Harrington, Capital without Borders. Wealth Managers and the One Percent, Cambridge Ma. e London, Harvard University Press, 2016.
[10] Così il cosiddetto Piano Werner del 1970: Rapporto al Consiglio e alla Commissione sulla realizzazione per fasi dell’Unione economica e monetaria nella Comunità, dell’8 ottobre 1970.

martedì 15 marzo 2016

Un altro amico fascista

di Tonino D'Orazio

Si avvicine, a passi felpati e ricattatori, in Europa. Erdogan, presidente della Turchia, benvenuto nel club dei governanti fascisti di questa Unione Europea.
Si tratta di considerare anche quanta destra “normale” possa essere considerata fascista perché anti lavoratori. Il club aumenta, oltre l’Ungheria e la Polonia, chiaramente fasciste, rimangono altri paesi sul filo anti-lavoratori, come la Svezia (Eh sì!), l’Estonia, la Lituania, la Lettonia, la Danimarca, la Norvegia, il Belgio con al governo i nazisti fiamminghi, aspettando la Francia (?) ed altri in avvicinamento come in Germania.
Nel novembre 2014 l’Assemblea Onu vota una risoluzione contro la rinascita e la glorificazione del nazismo. Votano contro la risoluzione gli Stati Uniti, il Canada (allora governata dalla destra) e l’Ucraina. Mancava questa volta l’alleato fedele Israele, ma sarebbe stato troppo.
Quanto a Erdogan sono cadute tutte le remore per questo grande uomo amico, che fino a qualche giorno fa era considerato uno dei peggiori dittatori occidentali. A suo carico una islamizzazione del paese, vicino ai rigidi sunniti arabi più retrogradi, abolendo di fatto la laicità, una volta orgoglio del paese. Uccide e massacra l’opposizione politica del suo paese fino a chiudere il loro giornale, anzi direttamente ad impossessarsene. Sta massacrando una etnia, quella curda in modo spudorato, dentro e fuori i confini, in barba ad Onu (che non conta più nulla da anni) e Tribunale Penale Internazionale. (Già, lì finiscono solo i “nemici” degli americani!). Un vero genocidio negato. Gestisce il passaggio e il rifornimento in armi e denaro dei jhadisti dell’Isis, aiutando il terrorismo internazionale,  comperando il loro petrolio di contrabbando e organizzandone il traffico. Tutto ormai documentato. La sua Turchia rimane il passaggio, se non l’area di addestramento, di tutti i fanatici che vivono in occidente e vogliono, e vanno a far parte dell’Isis. Le bombe, di cui piangiamo le vittime senza ulteriori domande, provengono e passano da lì.
Cosa fa la nostra ipocrita Unione?
Invece dei 3 miliardi promessi ne aggiunge altri 3, e fanno sei, per cominciare, perché sperare che il flusso dei rifugiati diminuisca in Turchia,(ne “ospitano” a spese nostre già 3 milioni), senza vero armistizio in zona di guerra, è semplicemente impensabile. Sperare che ci tolga le castagne dal fuoco per non farci preoccupare più dei rifugiati è insensato. E’ una semplice dismissione del diritto internazionale e uno scandaloso scarico di responsabilità, con l’amoralità profonda che “con i soldi, si può tutto”. In realtà diciamo che Shengen si sta estendendo alla frontiera siriana e oltre, per prendere sempre più una configurazione guerriera Nato come cuneo nel Medio Oriente. Basta guardare una cartina. E’ l’intromissione guerrafondaia franco-anglo-tedesca nell’area, e sicuramente di posizionamento anti Russia. Giusto per scaldare i muscoli. Diciamo che in geopolitica questa situazione sta comunque creando non poche perplessità alla Serbia, “nemica” storica (per secoli) dell’avanzata musulmana nei Balcani. E sicuramente aiuterà il Brexit della Gran Bretagna dalla UE.
Scompare per incanto tutta la prosopopea verbale di questi ultimi tempi sui “diritti dell’uomo” in Turchia. Basta con queste storie socialiste e antiquate al mondo moderno. Infatti il tema è scomparso dai media europei, eccetto dalla BBC di Londra perché non ancora completamente addomesticata.
Inoltre viene  rilanciata (sostenuta da anni dagli Usa) l’adesione di un altro paese fascista, la Turchia, (97% del territorio in Asia) nell’Unione Europea, aspettando l’Ucraina, come “soluzione” al flusso degli immigrati, o Israele, sembra a noi affini. Cosa sarà di questi rifugiati faremo finta di non saperlo fra qualche tempo. Ma il tallone d’Achille rimane, e cioè che i passaporti turchi non hanno più bisogno del visto per l’UE. Quanti amici dell’Isis dormienti entreranno nei vari paesi europei con passaporto turco “legale”? Quale garanzia possiamo avere da un dittatore, e dai suoi servizi segreti, di cui conosciamo le efferatezze? La Merkel ha ceduto tutta l’Unione per le elezioni che si terranno in Germania in alcuni lander importanti questa settimana? Vale la pena ricordare che ben 5 milioni di turchi vivono in Germania e che, per rapporti commerciali, la Turchia è un partner indispensabile alla sua avanzata di “colonizzazione” economico-politica. Per la Grecia è fatta, non interessano più i problemi dei rifugiati che continuano a sbarcare o a morire. Qualche soldo e nuovi “campi profughi” bloccati ai confini.
Questo “accordo” con la Turchia sarà sufficiente a bloccare nei vari paesi europei l’avanzata delle formazioni nazi-fasciste disinnescando il problema e la paura dell’invasione degli immigrati nei paesi “ricchi” e ben pensanti? Ormai assolutamente no.
Se molti avevano pensato come il senatore repubblicano McCaine  (Frankfurter Allgemeine Zeitung, 14 febbraio scorso) “che la grande fuga siriana dalla guerra era una strategia di Putin per dividere l’Europa e inondarla di rifugiati”, devono considerarsi oggi soddisfatti di fronte alla potente unanimità dell’Unione a non cedere a quella straordinaria strategia, chiudendo e recintando tutto il possibile in nuovi “campi” di reclusione. Dalla fuga dalla guerra alla prigionia assistita.
Entriamo anche in un altro versante della situazione. L’obiettivo di grande umanità di Erdogan sta nel ventilato progetto di “costruzione” di una vera “città per i rifugiati”. Non nel suo territorio giustamente, ma in quello siriano, alla sua frontiera sud, creando così una zona di appropriazione, diciamo un protettorato all’infinito, di una parte del territorio siriano (suo mai celato obiettivo). Territorio  abitato in gran parte dai curdi con i quali sarà in guerra permanente di occupazione. Servirà ad evitare la presenza dissuasiva dell’aviazione russa per la sua filiera e i suoi traffici in quell’area di frontiera? Si entrerà in una fibrillazione internazionale continua? Con quei soldi, anche nostri, ci sarà persino questo nell’accordo di sostegno a Erdogan con un Bruxelles penosamente in ginocchio ?
Intanto l’Austria e l’Ungheria chiudono i valichi. A questo punto non si fidano di chi? La Merkel "No misure a discapito della Germania". E cioè? Li vogliono oppure no i rifugiati siriani? Perché pagano la Turchia affinché se li tengano dopo aver spalancato le braccia? Perché non se li vanno a prendere con convogli umanitari degni di questo nome? Magari ne prendessero anche un pochino da noi, almeno quelli che vogliono andarsene. Oppure semplicemente non accetta la “disubbidienza” alle sue direttive politiche. Immediata la reazione di Berlino che minaccia "reazioni" e “sanzioni” alle misure nazionali dei paesi “ribelli”. Anche il nostro nano minaccia e ricatta a ruota: "Solidarietà o basta fondi". Anche il negoziato con il primo ministro David Cameron risulta diplomaticamente  "più difficile del previsto". Ad alcuni si deroga e ad altri no? Gli stessi francesi, in realtà, resistono. Con la solita ambiguità di Hollande che declama che “non avrà mai nulla in comune con Erdogan”, dopo aver accettato tutte le sue richieste, ufficiali e segrete. Insieme alla Commissione. All’unanimità.
Mi sembra che siamo sempre più agli sgoccioli del diritto internazionale e partecipiamo attivamente al suo logoramento. Indubbiamente la UE è esplosa, e non potrà che cominciare ad essere più restrittiva, ognuno riprendendosi piano piano i propri giocattoli. Ma soprattutto disegnando una vera assenza di strategia a medio e lungo termine. Una navigazione giornaliera a vista e confusione massima. Un gran beneficio alla crescita delle destre in tutta Europa e al neoliberismo in genere.

sabato 16 agosto 2014

Gli amici nemici

di Tonino D'Orazio

Gran confusione regna nel mondo del pensiero unico. I nemici sono diventati amici e gli amici, nemici.
In Iraq, il premio Nobel per la pace Obama non può fare a meno di dichiarare operazioni di guerra, le solite operazioni mirate o mascherate che non convincono più nessuno, per salvare i mobili, con tutte le conseguenze degli inevitabili effetti collaterali tollerabili. Cioè il massacro dei civili. I sunniti, gli islamisti meno fanatici, alleati qualche anno fa nella “ricostruzione” dell’Iraq contro i jadisti sciiti iraniani, oggi sono diventati terroristi, semplicemente perché vogliono sopravvivere al loro genocidio in atto e riprendersi la loro terra.
Obama, troppo buono, lancia cibo, acqua e bombe. Un mix perfetto delle guerre di pace. Intorno a Erbil (!), dove stranamente sembrano essersi concentrati i diplomatici e i “contractors” americani occupanti da salvare. E nei dintorni non sappiamo quanti a noi cari cristiani. Con il plauso ostentato del socialista rivoluzionario francese Hollande, pronto a menar le mani per nascondere il suo fallimento in patria. Ci risiamo con i pozzi di petrolio, derubati da più di 10 anni, da salvaguardare.
Ovviamente chi fa resistenza per difendere o riprendersi la propria terra è un terrorista, una volta erano partigiani. Era idem per la Resistenza italiana e i nazi-fascisti. Eppure l’esperienza storica ci dice che nessun popolo, almeno da mille anni, è mai riuscito a sopraffarne un altro fuori casa per parecchio tempo. Prima o poi tocca scappare o massacrare fino all’estinzione. Armeni, curdi, Viet Nam, Afganistan, Palestinesi ecc…
Lo stesso concetto di esportazione della democrazia occidentale e delle popolazioni bianche sembra un grande flop. Potrà durare solo con le armi.
Dopo aver combattuto contro i nazisti e i fascisti nell’ultima guerra, ribadendo il grande valore della democrazia contro le dittature, nell’anniversario dello sbarco di Normandia, cacciati dalle cerimonie i russi che avevano perso solo 20 milioni di persone dall’altro lato, ritroviamo i nord americani e gli inglesi, che nascondono sempre la mano, che potenziano i fascisti di ogni tipo, in tutto il mondo, pur di raggiungere l’obiettivo di essere l’unica potenza. Grandi gli amici nazisti ungheresi, poi ucraini e adesso i turchi e presto altri paesi.
Potete cercare in tutti i colpi di stato del mondo, dalla “liberazione” in poi, e troverete tutti gli esempi reali possibili, dall’America latina al sud-est asiatico. Dalle teorie di Kissinger, e i suoi genocidi, ai presidenti nord americani. Fra gli ultimi del dopo guerra solo Carter non ha promosso nessuna guerra di rapina e infatti non è stato rieletto. Mentre è in atto, in modo soft, una guerra economica micidiale contro l’Europa e la sua storia sociale. Una specie di “fotti compagni” consenzienti.
Ukraina e sostegno di Cia, Nato e quant’altro, tramite i nuovi mazzieri nazisti, nel colpo di stato “democratico” di piazza, nuova formula magica di soggiogamento e sopraffazione. Ipocrisia ? Se ne assume la responsabilità un capitalista rinomato, Soros. I nazi-fascisti, quando servono, possono essere solo che amici. Tanto la colpa è sempre degli altri, dei nemici che diventano per incanto dei terroristi, delle vittime o dei corrotti che diventano subito amici. Un capovolgimento sfacciato delle questioni ideali sottomesse al “fine giustifica i mezzi”. Da quando Putin si è ripreso le sue fonti energetiche, (ancora ‘sto petrolio!) dalle grinfie anglo-americane cedute dall’alcolizzato Eltsin al libero mercato (cioè agli anglo-americani), è diventato il nemico da circondare e da abbattere. Il problema è che non è più nemmeno comunista il che avrebbe facilitato sicuramente le cose. E noi siamo partecipi, irragionevolmente di parte e servi, sia sul piano dell’intossicazione informativa e ideologica che sull’abbattimento dell’art.11 (divieto di guerra) della Costituzione ormai più volte violentata. In fondo ha ragione la banca nord americana JP Morgan Chase a chiedersi a che servono più le Costituzioni anti-fasciste, a chiedere di modificarle (operazione in atto soprattutto grazie ai nuovi e vecchi socialisti) poiché rischiano di mettere a nudo i comportamenti autoritari del neoliberismo e la sua concezione affina. Cosa proibita di per sé. Il faro è il faro. Guida la guerra dei ricchi contro i poveri, con il consenso di questi ultimi. Ossimoro? Alienazione? Grande stupidità?
Gli amici nemici palestinesi. Tutto l’armamento, le bombe, sui civili palestinesi su donne e bambini sono pagati da Obama. Troppo semplice? E’ necessario scremare l’intossicazione delle raffinate analisi di parte e la cruda realtà dei fatti. La violenza genocida degli israeliani, degli ebrei, è talmente evidente che si riesce a nasconderla solo con ipocrite chiacchiere. Basta seguire i telegiornali di questi giorni, con un rigurgito di film vecchi e nuovi sui poveri ebrei e sulla bibbia, su tutte le reti. Giornaliste italiane di origine ebraica che parlano dai loro comodi alberghi di Gerusalemme e immagini proiettate fuori campo. Le chiacchiere nascondono i fatti e sono la bevanda degli sprovveduti, o finti sprovveduti. 24 morti israeliani, 1600 morti palestinesi inermi fino ad oggi, in gran parte donne e bambini, i riproduttori del futuro, (esatta definizione del genocidio programmato), fino a sparare sui neonati dei brefotrofi proprietà della coscienza poco pulita dell’Onu, che si scandalizza ma non manda i caschi blu. Non hanno il consenso dei nord americani. E’ una guerra tra super armati e indiani con archi e frecce. Ma in pericolo ci sono gli israeliani, cioè quelli che occupano impunemente i territori degli altri, per questo si capisce la solidale amicizia dei nord americani, quelli che hanno ridotto la striscia di Gaza, ma anche il resto, ad un grande Lager a cielo aperto, dove i prigionieri non costano nulla ai loro carcerieri. Quelli che hanno costruito, con i soldi nord americani, il nuovo muro della vergogna e dell’apartheid. Capovolgimento della storia. In fondo il sionismo è un po’ uguale al fascismo, ha le stesse caratteristiche e lo stesso fascino. Bisogna sostenerlo in nome della democrazia. Però la ferita piange un po’, allora tutti i capi di stato embeded (addomesticati) si mettono di mezzo a fini umanitari, a pacificare l’impacificabile, in realtà per non far rimanere soli sui banchi degli imputati i nord americani e gli israeliani.
A volte mi domando, occupando gli americani il nostro paese, cosa faremmo. E’ vero che pezzi del nostro territorio, forse per “uso capione”, per accordi segreti di svendita, ormai gli appartiene. Tra poco anche l’Eni, giusto per entrare nei programmi italo-russi di Gazprom. Però molti pensano che, sul carro del vincitore guerrafondaio, staremmo più comodi, saremmo anche noi vincitori per alone, e vedremmo solo qualche pazzo partigiano riparlare di vera libertà e democrazia. Un po’ come tra il 1944 e il 1945.

lunedì 3 febbraio 2014

Grillo, fascista a sua insaputa

Dopo aver visto la trasmissione di Daria Bignardi "Le Invasioni Barbariche" e aver assistito alle varie comparsate della Presidente Boldrini in TV, Fazio compreso, posso dire molto serenamente che quello che ho sentito erano davvero gli squilli di tromba di un regime fetente in via di dissoluzione e quello che ho visto all'opera era un esercito di corifei, corazzieri, fanti, armigeri e guardie repubblicane che accorreva in suo soccorso. 

A questo punto Grillo prenderà il 51% o più dei voti e diventerà fascista suo malgrado, a causa della rabbia e della frustrazione che l'ipocrisia e la malafede di tanta bella gente è riuscita a infondere in lui e in milioni di italiani.

lunedì 29 luglio 2013

Costituzione e fascistizzazione in atto



di Tonino D'Orazio

Depotenziamento della Costituzione. Democraticamente. Insieme destre e centrosinistra. Piano piano.

La spending review, (modifica costituzionale dell’art.81, il paese è gestito da altri); lo spread (che fa paura giustamente ai poveri spogliati dai ricchi che possono avere Bot e CCT più pesanti e cospicui); la Bce, istituto privato che ci programma il paese secondo i suoi interessi; privatizzazione dei beni comuni e delle proprietà artistiche e culturali; abolizione dei referendum popolari, cancellazione del sociale e della solidarietà; le lauree che non servono e università e ricerca all’angolo; abbattimento dei diritti del lavoro e concorrenza tra lavoratori; milioni di pensionati alla fame, seguiti da giovani generazioni già in povertà; furti, truffe ai soldi pubblici e danni erariali, senza conseguenze penali, con omertà della magistratura, e pene dolci. Depenalizzazione del falso in bilancio.

Scacco matto alla democrazia e ai sindacati. I parlamenti non contano più, comanda la tecnostruttura in mano alle banche europee e americane, e nemmeno quello europeo conta un granché (la grande farsa sta per cominciare: si vota in primavera un parlamento per finta). Si scaldano i nazionalisti (anche i regionalisti) e anche quelli che vorrebbero una Europa diversa, di sviluppo e di speranza. Sembra invece andare dritti nel Quarto Reich a dominazione tedesca.

La costituzione di Eurogendfor approvata dal parlamento modifica i poteri e gli equilibri dello stato, quindi profondamente della Costituzione. E’ una forza di repressione internazionale alle dipendenze della tecnocrazia europea. Una gendarmeria (cioè esercito) che può intervenire in tutta Europa, ma anche fuori (magari su richiesta Onu, Nato, Israele, amici degli amici …), anche su richiesta di un governo europeo in “difficoltà”. E’ prevista l’impunibilità totale davanti a qualsiasi tribunale, ciò equivale alla illegalità più completa. (Non pensate ai fatti di Genova, per favore). Significa tutte le nostre forze di sicurezza pubblica degradate in secondo piano e una specie di situazione pilatesca dei governi nazionali in carica in merito alle loro responsabilità. Un altro “lo vuole l’Europa”.

Anzi gli inglesi hanno già tagliato il loro esercito, tanto che in caso di una grave crisi ci sarebbero al massimo due dozzine di battaglioni di fanteria schierabili nel Regno Unito (ben al di sotto di 20 mila uomini), e potrebbero chiedere aiuto proprio alla Eurogendfor, magari per le prossime sommosse se le cose dovessero peggiorare.

Altro esempi. Nell’esercito svizzero prestano servizio decine di estremisti neonazisti, i quali avanzano indisturbati nella gerarchia militare. La presidente della commissione di sicurezza del Consiglio Nazionale (Camera dei deputati) Chantal Galladé (PS) ha affermato che questi soggetti rappresentano una minaccia per l’immagine dell’esercito ma soprattutto per la sicurezza nazionale. (Inchiesta del quotidiano domenicale di Zurigo Sonntags Zeitung). Cosa possiamo dire o sapere noi in Italia dopo un nuovo ventennio con i fascisti direttamente al governo. Già prima era un esercito poco affidabile, pieno di servizi “deviati” e di sottomissione alla CIA (Ogni tanto la verità esce fuori). Dobbiamo temere qualcosa dopo 50/60 anni di segreti di stato?

In questo quadro gli armamenti offensivi stanno diventando imprescindibili. Il nostro Ministero della Difesa, di nuovo in barba all’art.11 della Costituzione, è diventato di fatto il Ministero della Guerra. Tra l’altro, con centrodestra o centrosinistra siamo già andati, a nome di altri, a bombardare e massacrare gente che non ci aveva fatto proprio niente. In questa prospettiva stanno aumentando anche le spese della Marina, meno pubblicizzate, per eventuali le truppe da sbarco. Sembra evidente il perché invece dei caccia, per la difesa del territorio, comperiamo bombardieri e il loro numero già esagerato appare addirittura insufficiente. Insomma tutti elementi che da sempre contraddistinguono la preparazione alla guerra, anche al popolo eventualmente. Sarà l’esercito a decidere se una elezione è valida o no, (Cfr tutta la situazione nel nord Africa), con eventuali movimenti di piazza fomentati.

La nostra vita privata e la decantata libertà? La storia è di almeno 20 anni di controllo illegale/illegittimo dell’informazione e della più vergognosa serie di abusi di potere nel libero e democratico Occidente (faro del mondo). Tutti spiati, catalogati, manca solo il registro DNA e il chips sottocutaneo. In Italia no? Anche i segreti svelati da Wikileaks (J.Assange) e ultimamente da Snowden in merito allo scandalo americano Prism sui “controlli” (o “sorveglianza segreta”) della National Security Agency (NSA) danno una idea solo di ciò che appare. Così, da anni, si fa una schedatura individuale di idee religiose, politiche, sessuali, culturali, etniche, di corrispondenza elettronica privata, (e cos’altro?) con metodo scientifico. Ma “non di cittadini statunitensi” dice Obama. C’è proprio da crederci. I governo europei hanno di nuovo fatto finta di reagire. Ma prima o poi chiederemo tutti la cittadinanza americana, sarà più semplice che stare a perdere tempo; una specie di imperiale “civus romanus sum”. Il mercato dell’informazione, quando spesso diventa crimine, può produrre molti soldi. Non c’è nemmeno da stupirsi, gli Stati Uniti non hanno alleati, amici o nemici eterni; solo “interessi permanenti”. Salvo a far passare il resto del mondo da antidemocratici o terroristi. Lo stesso termine è stato utilizzato ultimamente dal ministro degli esteri cinese riguardo agli USA. Ma come si permettono!

La modifica sostanziale e ufficiale della Costituzione sta arrivando. Il governo Letta d'accordo con il garante, l’Innominabile Napolitano, come uno dei punti fondamentali del suo programma ha presentato, con arbitraria procedura d'urgenza (data l’innaturale ma numericamente solida maggioranza parlamentare di questi due anni), una “legge costituzionale” che detta nuove e fantasiose procedure per la modifica della Costituzione. Tale legge non è una legge che modifica direttamente la Costituzione, perché non può, ma la "deroga", in quanto prescrive una procedura non costituzionale per la revisione costituzionale; sarà come dicono i Comitati Dossetti, una "legge grimaldello" per aggirare l’art.138 della Costituzione. Articolo che impedisce il ritorno del fascismo, o dell’anti-democrazia che è la stessa cosa, con la sua “rigidità”, come se i padri costituzionali ne paventassero il ripristino legale. E’ la garanzia che Letta e Napolitano devono dare ai nuovi fascisti bancari mondiali. Anzi il consiglio (ormai è un ordine) chiaro e diretto viene proprio da una banca criminale: la JP Morgan. In un rapporto pubblicato il 28 maggio 2013 JP Morgan afferma che: "i sistemi politici dei paesi europei del Sud e in particolare le loro Costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l'integrazione europea". Ritiene (addirittura!) che ci sia troppa "licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo". JP Morgan tra gli aspetti "problematici" cita: la tutela garantita ai diritti dei lavoratori, i governi deboli (ma se sono tutti insieme!), i parlamenti e le istituzioni locali forti che non facilitano l’accentramento e le oligarchie. L’abolizione della province sembra un buon passo avanti.

Esattamente il contrario di quel che si ritiene sovranità popolare. In Italia e in Europa serve più democrazia diretta e partecipata, con referendum propositivi e senza quorum, leggi popolari discusse e votate obbligatoriamente in Parlamento. Per l’Europa, quello europeo. E' fondamentale dare più potere a tutti i cittadini per evitare nuovi totalitarismi. Ci sono preoccupanti analogie tra diverse proposte della JP Morgan ed il proposito del governo Letta di svuotare di poteri il Parlamento e la nostra Costituzione, il più presto possibile, andando verso un semi-presidenzialismo (la mezza misura che fa finta di mediazione) che esautora i cittadini. Cosa può storicamente guadagnare un Napolitano, ex comunista e ormai a fine carriera da anni, a riportare il fascismo e i poteri forti costituzionalmente a dirigere lo Stato italiano?

“C’è un progetto per trasformare la nostra Repubblica in una Repubblica presidenziale con l’azzeramento dei poteri di controllo nelle mani tutto di un presidente che diventerà un ‘uomo solo’ al comando e noi a questo ci opporremo“. Dice Antonio Ingroia, ex pm e leader di Azione Civile che si schiera contro il progetto di modifica della Costituzione e spiega: “E’ il progetto pidduista di Licio Gelli che si prepara a trasformarsi in Costituzione italiana, un progetto che ha perseguito Silvio Berlusconi per vent’anni senza riuscirci grazie all’opposizione di tanti italiani”. Sul ruolo dei saggi, Ingroia dice: “Ennesima espropriazione del Parlamento e delle decisioni importanti, non è questo il modo per far riappassionare i cittadini alla politica”.

“Stiamo cambiando la Costituzione e i 18 mesi vanno rispettati”. Il ministro Gaetano Quagliariello, dopo il Consiglio dei Ministri, in sala stampa e illustra il disegno di Legge Costituzionale per la modifica della Carta Repubblicana e l’introduzione del semipresidenzialismo in Italia. Lo stesso Boccia (Pd): “Cambiamo l’art.138, così la modifica della Costituzione è più facile”. Cosa vogliono gli italiani? Una modifica della legge elettorale? Bene in questa legge introduciamo tutto il resto. In fretta.

Sapevamo che il Parlamento non conta più nulla. Adesso lo certifica addirittura Napolitano, il garante ormai di sé stesso e contro sé stesso. “Il Parlamento non può porre veti al governo sull’adozione di provvedimenti riguardanti l’ammodernamento delle forze armate”. Non è più il Parlamento che utilizza un Esecutivo, ma il contrario. Questa, in sintesi, la sostanza di un comunicato diffuso al termine della riunione del Consiglio Supremo di Difesa, tenutasi al Quirinale e presieduta dal capo dello Stato, tale l’Innominabile Napolitano. Contro il volere di due terzi del Parlamento che, vista la spesa incredibile, aveva deciso uno slittamento di sei mesi per decidere, con una legge controfirmata dallo stesso Napolitano. Ormai Re Giorgio si crede capo del governo, dei giudici, dell’esercito e ora pure del Parlamento. E’ già “presidenzialismo di fatto” e prova generale per abolire questa “vecchia” Costituzione. Un altro colpetto. In realtà con il suo atto, come consuetudine sin dal primo mandato, fa di nuovo vincere, sulla sostanza, i fascisti del Pdl. La militarizzazione avanza nei gangli dello stato, oltre a poliziotti a capo del Ministero della Giustizia e dell’Interno (tanto ad Alfano non gli dicono niente), si aggiunge la vicenda di un pluri-indagato internazionale, tale Di Gennaro (massacro dei ragazzi a Bolzaneto, 2001; condanna del Tribunale Internazionale dell’Aia), sempre più ai vertici e sempre più promosso per “servizi resi”, come tanti altri “avanzamenti” rapidi.(cfr proteste del sindacato di P.S.). Ora i militi devono occupare anche l’economia e le fabbriche (Finmeccanica), non si sa mai cosa può succedere. Una specie di “Colpo di Stato permanente e immanente”. (Espressione coniata nel 1964 da Francois Mitterrand). Aggiungiamoci che il Parlamento e anche i lavori parlamentari possono essere “sospesi”. Grande vittoria del PD: intanto “solo per un giorno”. Il dito e la luna. I ricordi vanno alle sedute parlamentari del novembre 1922, anche allora prova generale delle oligarchie. Avete sentito il ruggito di re Giorgio? Era occupato a “trafficare”. Megalomania. In pratica diventa da solo il nuovo padre della “nuova” Costituzione. Insomma entra nella storia. Meno male che in Parlamento c’è ancora chi resiste. Anzi, molti giovani. E prima o poi scomparirà dalla storia per infamia e incoerenza.

venerdì 22 febbraio 2013

Il voto utile del Leviatano

Tempo di votare, tempo di riflessioni e di grandi dubbi. Sentiamo il peso della responsabilità di una scelta che grava su di noi, nemmeno se da questo dipendesse la tenuta della civiltà occidentale, con il rischio del ritorno al caos, all'anarchia, e a uno stato di natura che abbiamo da tempo abbandonato per rifugiarci fra le ali protettive del grande Leviatano, un mostro si, ma certo più clemente di una natura ferina e infida, purché gli si obbedisca e gli si dia da mangiare.
Molti filosofi e uomini di cultura fanno appello al voto utile, scorgendo ogni volta un pericolo che minaccia democrazia e stabilità, ossessionati da un ruolo che essi stessi si sono dati, quello della salvaguardia della unitarietà dello stato e della sicurezza dei cittadini. Rifiutano il pragmatismo in nome del pragmatismo stesso, altrimenti dovrebbero trarre le giuste conclusioni e ammettere che il loro voto utile è solo sinonimo di uno status quo pieno di miasmi velenosi, e allo stesse tempo ammettere il loro fallimento e la loro inutilità: ma come, dopo secoli di lotte, di riflessioni, di studi matti e disperatissimi, quello che abbiamo ora è uno stato liberal-liberista che promette lacrime e sangue ai poveri cristi, immolati, in quei templi chiamati banche, alla unica e vera divinità, la vera forza trascendente e immateriale dell'universo, il danaro. C'è chi chiama riforme delle vere e proprie crociate sanguinarie contro presunti infedeli, ma questo desta nei nostri filosofi solo un lieve levar di ciglia. C'è chi sputa impunemente sulla miseria, chiamando altra miseria per difendere le loro ricchezze, ma cose del genere sono solo inciampi della dialettica per queste menti fini. Lor signori non si curano del fatto che non si può disgiungere l'unità dello stato dal ruolo che questo assume nel difendere i suoi “sudditi”, non si occupano del fatto che quella unità verrà usata contro i cittadini e non per il loro “bene comune”. Asor Rosa lo posso capire, non è più lucido da tempo, mi sorprende invece Rodotà che invece mi è sempre parso lucidissimo. Capisco la loro preoccupazione, conoscono la storia e temono il suo ripetersi, si sentono forse un po' in colpa per il fascismo e per il nazismo, temono nuove guerre dei trent'anni, ma questo è il punto, fascismo e guerre prolifereranno e la sicurezza verrà minacciata finché si continuerà a sacrificare la carne e a versare il sangue in nome di un'unità astratta. Chiacchiere, se vince Berlusconi sono dolori, corruzione, mediocrità, volgarità e decadenza lasceranno solo macerie. Andiamo non esageriamo, lo ammetto Berlusconi è pericoloso, ma è soltanto un fantoccio, lo sappiamo i nostri governi sono destituiti di sovranità e non sarà certo chi ce l'ha tolta come i Bersani e i Monti che ce la restituiranno. Invece di unire chi davvero vuole fare le riforme, quelle vere, e avviare da tempo una discussione seria sul liberismo e i suoi guasti, questi intellettuali si sono gingillati fra disquisizioni accademiche e masturbazioni post-moderniste. Invece di viaggiare per l'Italia nutrendo le coscienze e sobillando gli animi hanno frequentato i salotti televisivi, e adesso si preoccupano della “stabilità”. Qui di stabile c'è solo l'inamovibilità del vecchio potere che vuole perpetuarsi con l'alibi della necessità. Tutto puzza di vecchio, si proprio tutto, ma meglio un vecchio pazzo che urla alla luna che un vecchio saggio che ti sfila il portafoglio perché lo vuole l'Europa.

venerdì 4 maggio 2012

Attaccare la lega 5. Attenti a Tosi


Tosi, il sindaco di Verona, che probabilmente verrà riconfermato alle prossime amministrative, mi inquieta un po'. Si dice che noi italiani abbiamo un'indole conciliante, un modo più educato per dire cialtrona, e che quindi non siamo in grado di portare i nostri sentimenti fino al calor bianco che genera odio e violenza  al massimo grado. Sarà ma noi italiani abbiamo inventato il fascismo, un fenomeno sicuramente cialtrone, ma anche fortemente classista e violento, perfezionato poi dai tedeschi, che ci hanno aggiunto potenza e tecnologia. Fatto sta che Tosi e in generale la lega, fortunatamente in affanno, rappresentano quel mix esplosivo la cui miccia può essere accesa dalla crisi e causare una detonazione pericolosa. Il sindaco di Verona esprime quel tanto di mistica neovolkish delle piccole patrie, populismo, clericalismo reazionario e fascismo dichiarato, che rappresenta l'humus ideale per lo sviluppo di un neo-totalitarismo. Insomma ingredienti vecchi e totalitarismo nuovo. Tosi ha la faccia gommosa e rassicurante di un Walter Matthau in erba e una grinta ferina esaltata da un mascellone volitivo, uniti ad un'indubbia capacità di modulare i toni del discorso passando dal ragionamento pacato con argomentazioni razionali, al piglio deciso del mastino che non si lascia mettere all'angolo. Tutto ciò gli conferisce indubbiamente un'immagine di estrema autorevolezza. La capacità di assimilare ingredienti estremistici nella propria compagine, dando loro un'apparenza di normalità, lo rende estremamente pericoloso. Il Veneto è stato sempre bianco e tradizionalista e la laboriosità del veneto casa e bottega, ha trovato negli anni dello sviluppo economico dei punti in comune con i ceti possidenti e imprenditoriali, supportati dal peggio della politica italiana. In tempi di crisi questo patto fra ceti sociali si può riscrivere come garanzia fraudolenta di reddito e sicurezza per  certuni, magari condito con una retorica xenofoba e razzista, e di intangibilità dei privilegi acquisti per gli altri. Se riusciremo a contenere fenomeni di questo tipo la loro parabola raggiungerà il suo acme e decadrà senza causare troppi danni, altrimenti il rischio è che un simile patto, nato sulle ceneri di una crisi devastante, contamini tutto il nord e allora saranno guai. Tosi non si fa nessuno scupolo e probabilmente nell'intimo è davvero un fascista. In più di un'occasione è stato immortalato alla testa di manifestazioni che vedevano sfilare fascisti e naziskin della peggiore specie. Il sindaco di Verona vanta nella sua compagine Andrea Miglioranzi con un passato nerissimo nel Fronte Veneto Skin Head, addirittura inizialmente insediato da Tosi ai vertici dell'Istituto di Storia della Resistenza. Uno che nella sua pagina Facebook ha messo un video che si intitola “ Croci celtiche, boia chi molla”. Miglioranzi non è però un personaggio solo folcloristico. Ha le mani in pasta in società come la Veneto Exibition ora il liquidazione, controllata in maggioranza da Veronafiere ed è presidente della Sicurint, aziende che vive di appalti pubblici ed è sponsor dell'Hellas Verona. Intrecci affaristici che servono a creare una ragnatela di interessi che possono ipotecare una buona fetta di consenso e rappresentare un modello efficiente come quello lombardo. Ovviamente non può mancare la curia in questa coalizione di volenterosi. Il vescovo Zenti ha già dato la sua benedizione a Tosi e al suo “leghismo di buonsenso”. Quello che stupisce un po', ma non più di tanto è l'appoggio a Tosi ( così dice certa stampa) di Cacciari, ma Cacciari si sa è un filosofo idealista con una strana idea del pragmatismo in politica. Come porre un argine a fenomeni del genere? In primo luogo svincolarsi dalle scelte scellerate del Pd, che in Veneto come in Lombardia ha sempre proposto candidati imposti dall'apparato e che erano solo dei vuoti a perdere. Inoltre con la sua smania di apparire un alunno diligente alla scuola del liberismo economico, il partito di Bersani è ormai irrecuperabile in un'ottica che guarda al bene comune come linea guida dell'azione politica. In secondo luogo se il progetto di un Soggetto Politico Nuovo prenderà piede e saprà incidere sugli assetti istituzionali, potremo recuperare una grossa fetta di delusi e astinenti dalla politica, e al contempo avviare dal basso un programma di riabilitazione socio-politica della società italiana.
In ogni caso attenti a Tosi e a quelli come lui.(F.C.)

giovedì 16 febbraio 2012

Neofascismo e 5 Stelle: una risposta a Beppe Grillo

di Matteo Pucciarelli da Micromega

Su questo spazio per due volte venne lanciata la provocazione (qualcuno sa cos’è una provocazione? Pare che in molti non ne capiscano il significato. «Stimolo intellettuale, invito a riflettere», dice il Sabatini Coletti) “I grillini come Mussolini”. È arrivata la risposta di Beppe Grillo, a cui non posso esimermi dal rispondere. Non perché sia Beppe Grillo, ma perché è giusto così. Rispondo sempre a praticamente tutti.
Primo, è troppo facile ribattere ad una critica o ad una annotazione con un’accusa sulla persona/e (”giornalista in malafede”, “pennivendolo”). Nel mio caso, giornalista sì, malafede no. Scrivo ciò che penso, senza doppi fini e senza mandanti. Guadagno 1.500 euro al mese e l’ingegner De Benedetti non ha ancora deciso di darmi una tantum per ogni post critico verso il Movimento 5 Stelle. Ma inoltrerò una richiesta all’ufficio del personale, vediamo se verrò accontentato.

Seconda cosa, ma qui non c’entra con la discussione. Probabilmente quella frase Voltaire non l’ha mai detta. Un falso storico. Un po’ come la falsa poesia di Neruda declamata a suo tempo da Mastella.
Terzo, va bene, siete così democratici da far parlare anche i fascisti. Io invece la penso come i partigiani che all’epoca i fascisti li combatterono coi fucili, e non con le delibere in consiglio comunale. La libertà di espressione ha un limite, ed è quello del rispetto: chi propugna le idee di intolleranza, sopraffazione e violenza nei confronti del prossimo non solo non deve parlare, ma dev’essere compito e dovere di tutti l’impedire la propagazione di codeste idee. Non più con i fucili, certo, ma con i mezzi che si hanno. Compresa quella delibera.
«La decisione non spetta a noi», dice Defranceschi. Certo. Non siamo mica poliziotti. Ma una delibera come quella di Rimini, se votarla o meno, diventa un atto politico. Un lasciapassare nei confronti di chi pochi giorni fa, a Milano, proponeva il rogo di libri in piazza. Il che dovrebbe farci tornare in mente qualcosa. E far suonare il campanello di allarme, piuttosto che fare i liberali più liberali di tutti.
Quinto, riporto qui alcuni commenti di militanti o sostenitori grillini ai miei post. Giusto per rendere idea di dove stia l’intolleranza. Andrea: «Si figuri che io il suo post lo censurerei, anzi, lo vieterei con un bel decreto comunale, perché istiga alla violenza verbale». Gianguido: «Voi vedete fascisti ovunque, fatevi curare da uno psichiatra bravo». Bivius: «Non solo sembra un articolo di un bambino di terza elementare ma mostra anche un’analisi a dir poco approsimativa». Raffaele: «Farete tutti la stessa fine quando questo regime crollerà…. miseri giornalai». E via così. Nessuno dice che il mio personale punto di vista – non ancora finanziato dalla Cir spa – sia quello più giusto e universalmente condivisibile. Ma ci si confronta apposta. Per arricchirsi. E non solo per insultarsi.
Quanto a Pertini, avrà pure citato la frase di (forse) Voltaire, ma poi alla domanda del giornalista «Rispetta anche la fede politica dei fascisti?» rispose «No. Questa la combatto con altro animo, il fascismo per me non può essere considerata una fede politica (…) perché il fascismo opprimeva tutti coloro che non la pensavano allo stesso modo». Dire che Pertini avrebbe votato come i 5 Stelle, cioè ”sì” alla manifestazione di Forza Nuova in una piazza dedicata ai martiri della Resistenza lo fa rivoltare nella tomba.
Detto questo aggiungo un’ultima cosa. Alla lettura della frase sulle «scoregge dello spazio profondo» sono morto dalla risate. Sei un grande comico, Beppe. E lo dico con affetto.

mercoledì 12 novembre 2008

Dell'Utri, la mafia, il fascismo

COSÌ PARLÒ MARCELLINO


di Gianni Barbacetto


L'antifascismo? "Un concetto obsoleto". Mussolini? "Un uomo di valore". L'antimafia? "Troppo costosa". Saviano? "Il suo libro ha enfatizzato la camorra". La Rai? "Ci sono ancora troppi dirigenti di sinistra". Lo stalliere di Berlusconi? "Fu a suo modo un eroe". Ecco alcuni dei giudizi espressi da Marcello Dell'Utri, fondatore di Forza Italia, senatore e pregiudicato, nella lunga intervista rilasciata a Klaus Davi su "Klaus Condicio", su YouTube .


Il fascismo. "Mussolini sbagliò, non c'è dubbio, ma quando era al potere lo Stato era più presente di quanto non lo sia adesso. Aveva dato, e in questo è stato l'unico, un senso di patria al Paese". Dell'Utri rilegge, la sera, i Diari di Mussolini (falsi?) che dice di aver ritrovato. Da quelle carte "viene fuori l'immagine di un uomo di valore, dal punto di vista sia umano che culturale. Mussolini cita spesso le classi deboli e più bisognose. Molti provvedimenti in loro favore e diverse leggi sociali, come quelle che disciplinano la previdenza contro gli infortuni e la nascita dell'Inps e dell'Inail, risalgono proprio al famigerato Ventennio. Che dire poi delle colonie? L'Italia, essendo un Paese che occupa tutto lo spazio del Mediterraneo, non poteva restare fuori dalla politica di espansione delle potenze occidentali". Oggi l'antifascismo è "un concetto obsoleto" che "ritorna puntualmente in auge perché mancano nuovi argomenti seri di discussione e si finisce con il rivangare sempre gli stessi" e "ogni qual volta si tocca questo tasto succede un'insurrezione poiché questa situazione non è mai stata chiarita del tutto e la verità non è mai venuta a galla".


La mafia. "Penso che Roberto Saviano abbia ragione a voler andarsene dall'Italia. Il libro che ha scritto è un libro denuncia e in quanto tale oggetto di tante attenzioni poco piacevoli", ma quel romanzo-documentario "certamente non è una gran pubblicità per il nostro Paese, anche se il male, purtroppo, esiste e quindi non possiamo negarlo. Forse però non dovrebbe essere enfatizzato in questo modo. Il premier Silvio Berlusconi è andato a Napoli per affrontare il problema della monnezza ed è riuscito a toglierla dalle strade, ma la camorra non è altrettanto facile da estirpare".
L'antimafia? "Non è finita. C'è e ci sarà finché esiste la mafia ed è un bene. Credo, tuttavia, che, allo stato attuale, il rapporto tra costi e benefici sia assolutamente sproporzionato, soprattutto quando alcuni procuratori antimafia fanno politica". Il riferimento è a Gian Carlo Caselli , che aveva denunciato la difficoltà per i giudici di processare e condannare i politici collusi con la mafia. Dell'Utri (una condanna a 9 anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa e una condanna definitiva per frode fiscale) attacca "i procuratori di Palermo che hanno usato molto e a sproposito lo strumento dell'aggressione politica. Io, onestamente, me ne sento in assoluto una vittima. Non ci sarebbe stata l'accusa nei miei confronti se non ci fosse stata la grande affermazione di Forza Italia in Sicilia nel 1994".
Vittorio Mangano, lo "stalliere di Arcore" (condannato all'ergastolo per duplice omicidio) è "un eroe, a modo suo" perché "malato com'era, sarebbe potuto uscire dal carcere e andare a casa, se avesse detto solo una parola contro di me o contro il presidente Berlusconi. Invece non lo ha fatto".


La tv. "Negli ambienti della Rai ci sono ancora oggi dirigenti che sono stati messi dalla sinistra e che quindi rispondono a logiche di sinistra. È difficile pensare che migliori la qualità della comunicazione quando a guidarla c'è gente che alimenta una visione negativa della vita", afferma Dell'Utri, di rincalzo a Berlusconi che, con incredibile senso dell'umorismo (involontario), negli stessi giorni dichiara che in tv c'è troppa gente di sinistra ("Tutti i giorni ci sono attacchi televisivi nei nostri confronti, con tutti questi conduttori appecoronati sulla sinistra") e che la televisione è troppo ansiogena: "Io adesso cercherò di fare tutto il possibile perché le tv pubbliche e private non siano dei fattori ansiogeni, come purtroppo stanno diventando». In particolare «la televisione pubblica, che dovrebbe cooperare perché le cose vadano al meglio, adesso è il punto principale di diffusione del pessimismo".
Dell'Utri lo sostiene: "Le notizie, certo, bisogna darle, sennò si torna al fascismo, ma c'è modo e modo di comunicarle. Magari con conduttori più gradevoli di adesso. Io guardo il Tg3, ad esempio, e vedo che ci sono degli anchorman che hanno già una faccia un po' gotica, un po' dark".


Le telefonate. Intanto il 30 ottobre 2008 la giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato ha respinto la richiesta del gip di Palermo di utilizzare nel processo d'appello per mafia le telefonate tra Dell'Utri e il mafioso Vito Roberto Palazzolo, già condannato per droga nel processo Pizza connection e poi per mafia (9 anni anche lui, come Dell'Utri) e latitante in Sudafrica. "Non devi convertirlo, è già convertito", dice al telefono Palazzolo alla sorella nel 2003: cioè ha rapporti d'antica data con Cosa nostra e quindi è già disponibile. Ma le telefonate non potranno essere essere utilizzate in aula, a causa della legge boiata-Boato che impone di avere il permesso delle Camere per trascrivere e utilizzare le telefonate dei parlamentari.