mercoledì 21 ottobre 2009

Esonerare i propri figli dall'ora di religione a scuola è un dovere civile

Oggi ho chiesto l'esonero  dall'ora di religione per mia figlia. Lo avevo già fatto ad inizio anno per la mia figlia maggiore e avevo colpevolemente tralasciato di fare la stessa operazione per la minore. 
Credo che chiunque, credente o non credente, debba chiedere l'esonero dall'ora di religione, poiché insegnare la religione cattolica a scuola, un'istituzione pubblica, è un assurdo anacronismo.
Molti vorrebbero chiedere l'esonero dall'ora di religione, ma si astengono dal farlo per una sorta di conformismo mascherato. Le giustificazioni sono quelle di voler evitare discriminazioni nei confronti dei propri figli temendo una sorta di isolamento sociale o di riprovazione collettiva.
A parte il fatto che questo rischio, allo stato attuale, è molto relativo, grazie ala presenza di personale docente ed amministrativo nelle scuole ormai sensibile all'idea di una scelta dettata da differenti orientamenti culturali e religiosi, ma se anche dovessimo subire delle discriminazioni, qualcuno dovrà pur cominciare ad esprimere comportamenti difformi dalla massa, per affermare un principio sacrosanto come quello della laicità dello stato e dela libera scelta.
Alla fine non si tratta di trasformarsi in martiri della libertà, ma solo di essere coerenti con con i propri convincimenti, operando delle scelte conseguenti.

domenica 18 ottobre 2009

Dobbiamo prepararci all'insurrezione armata dei berluscones?

I riferimenti all'investitura popolare si fanno sempre più frequenti e sempre più minacciosi da parte di Berlusconi e dei suoi sodali (chiamarli partigiani mi suona offensivo nei riguardi di chi ha fatto la resistenza). Appare ovvio che questi signori sono completamente indifferenti al galateo poltico-istituzionale, a disquisizioni sul carattere della democrazia moderna in merito alla divisione dei poteri, e ad  artificiose distinzioni fra "governare" e "comandare". Lo sappiamo tutti, perché Berlusconi non ne ha fatto mai mistero, che per lui i nostri normali meccanismi democratici con il loro gioco di pesi e contrappesi, sono solo lambicchi da burocrati parassiti e perditempo, che vanno bene per gente come Fini e Casini, i quali, sempre a detta del nostro, non hanno mai lavorato e non sanno fare nient'altro che i politicanti (su questo quasi quasi mi viene voglia di dargli ragione). Il riferimento reiterato al popolo però non va preso sottogamba. Il quadro che ci si pone dinnanzi, per carità una visione del tutto arbitraria la mia, è quella di una stretta finale intorno a Berlusconi, che ormai in trappola non vede altra via d'uscita se non una chiamata alle armi del suo "popolo". Difficile credere che saranno in molti a rispondere all'appello, perché come mi fa notare Domenico, il popolo Berlusconiano lo segue finché lui riesce a creare suggestioni positive, promettendo il cielo a prezzi scontati, e fintanto ché la sua base sociale si sente garantita nella sua impunità e nei suoi privilegi. Pur tuttavia per il disegno berlusconiano anche una piccola, ma consistente minoranza di facinorosi potrebbe andar bene. L'importante è creare scompiglio e paventare l'ombra funesta di una guerra civile. L'esito potrebbe essere un governo di salvezza nazionale con Berlusconi a capo e immunità garantita per lui e i suoi congiurati. Ogni scenario è tanto plausibile quanto assurdo in una fase concitata come quella che stiamo attraversando.
Ad Anno Zero, l'altra sera il guastatore Castelli ha mandato messaggi neanche troppo sibillini, facendo riferimento al "popolo" di destra pronto e reattivo. Altrettanto eloquente è stata la risposta di Bersani che per ben tre volte gli ha ribattuto: "attento Castelli che il popolo ce l'abbiamo anche noi!".
Ci dobbiamo preparare ad eventi insurrezionali da parte di un’armata  Brancaleone berlusconiana? Se così sarà, lo sarà solo per volere di Berlusconi e  della sua smania di emulare Mussolini e l'amico Putin.

domenica 11 ottobre 2009

Cambiò terapia tradizionale con ayurvedica. Medico accusato di omicidio volontario

da Repubblica


BOLOGNA - Un medico bolognese è stato accusato di omicidio volontario per la morte di un bambino di sei anni affetto da fibrosi cistica. E' la prima volta che un giudice porta alla sbarra un dottore per un reato così grave: generalmente l'imputazione è omicidio colposo. Ma questa volta l'accusa sostiene che il medico sapeva che interrompere la terapia tradizionale e sostituirla con erbe medicinali come vuole la medicina ayurvedica, avrebbe portato alla morte il piccolo paziente.
Il medico bolognese nega: "Quando si sono rivolti a me - ha spiegato al giudice - i genitori del bimbo avevano già interrotto la terapia tradizionale perché il trattamento a base di cortisone e antibiotici, oltre a debilitare il bambino, non portava né miglioramenti né benefici".
"Abbiamo deciso di mutare il capo di imputazione - ha spiegato il pm Valter Giovannini - dopo aver riletto le testimonianze di altri pazienti, con patologie meno gravi, a cui il medico aveva sospeso le terapie tradizionali. Siamo convinti che il dottore, sospendendo la terapia tradizionale, ha accettato il rischio che si potesse verificare l'evento morte".
Era il settembre 2005. I genitori del bambino (prima indagati ma poi prosciolti) erano venuti a conoscenza della medicina alternativa praticata dal medico bolognese tramite un'erborista. Fino ad allora, il figlio era nelle mani dei medici di un centro specializzato di Verona. Ma i risultati erano scarsi e il bimbo continuava a soffrire. Nella disperata ricerca di qualcosa che potesse alleviare le sofferenze a cui la malattia aveva condannato il loro bambino, i genitori consultarono il medico bolognese che prescrisse erbe e polveri minerali, confezionati - legittimamente - dalla moglie che ha un'erboristeria.
Sperando che potesse giovare alla salute del bambino, la famiglia si trasferì pure dalla montagna al mare, da Cavalese, in Trentino, a una località balneare in provincia di Teramo. Ma dopo nove mesi le condizioni del piccolo non erano cambiate. Anzi, erano molto peggiorate. Quando i genitori decisero di portare il bambino al pronto soccorso era ormai troppo tardi: morì tra le braccia della madre.
La fibrosi cistica è una malattia genetica devastante che attacca gli organi interni, dal polmone al pancreas, fino al fegato e all'intestino, ma una consulenza fatta fare dalla Procura di Teramo, sostiene che "in un caso come quello, il bambino avrebbe potuto sopravvivere per altri 30 anni".
Per competenza giuridica, l'inchiesta è passata da Teramo, ultima residenza del bambino, a Bologna, dove è iniziata la terapia ayurvedica e dove risiede il medico imputato di omicidio. Oggi l'udienza preliminare, la modifica del capo di imputazione da colposo a volontario e il rinvio del dibattimento al 10 dicembre.

domenica 4 ottobre 2009

Antonio Negri: per una definizione ontologica della moltitudine

Antonio Negri (da Facebook via cantiere.org)

1) La moltitudine è il nome di una immanenza. La moltitudine è un insieme di singolarità. Se partiamo da queste constatazioni potremo avere immediatamente la traccia di una definizione ontologica della realtà che resta, una volta che il concetto di popolo sia stato liberato dalla trascendenza. E’ noto come, nella tradizione egemone della modernità, si sia formato il concetto di popolo.

Hobbes, Rousseau e Hegel hanno, ciascuno per suo conto e in forme diverse, prodotto il concetto di popolo a partire dalla trascendenza sovrana : nella testa di quegli autori la moltitudine era considerata caos e guerra. Il pensiero della modernità opera in duplice maniera su questa base : da un lato astrae la molteplicità delle singolarità e la unifica in maniera trascendentale nel concetto di popolo ; dall’altro dissolve l’insieme delle singolarità (che costituiscono la moltitudine) in una massa di individui. Il giusnaturalismo moderno, sia esso di origine empirista, sia esso di origine idealista, è comunque pensiero della trascendenza e della dissoluzione del piano di immanenza. Di contro, la teoria della moltitudine esige che i soggetti parlino per conto proprio, e che non di individui proprietari qui si tratti ma di singolarità non rappresentabili.

2) La moltitudine è un concetto di classe. La moltitudine, infatti, è sempre produttiva ed è sempre in movimento. Quando sia considerata dal punto di vista temporale sincronico, la moltitudine è sfruttata nella produzione ; ed anche quando sia riguardata dal punto di vista spaziale diacronico, la moltitudine è sfruttata in quanto costituisce società produttiva, cooperazione sociale per la produzione. Il concetto di classe di moltitudine deve essere considerato in maniera diversa dal concetto di classe operaia. Il concetto di classe operaia è infatti concetto limitato sia dal punto di vista della produzione (esso include essenzialmente i lavoratori dell’industria) sia dal punto di vista della cooperazione sociale(esso comprende infatti solo una piccola quantità dei lavoratori che operano nel complesso della produzione sociale). La polemica luxemburghiana contro l’operaismo gretto della Seconda Internazionale e contro la teoria delle aristocrazie operaie fu un’anticipazione del nome di moltitudine ; non a caso la Luxembug raddoppiò la polemica contro le aristocrazie operaie con quella contro il nazionalismo sorgente nel movimento operaio della sua epoca.



Se si pone la moltitudine come concetto di classe, la nozione di sfruttamento si definirà come sfruttamento della cooperazione : cooperazione non degli individui ma delle singolarità, sfruttamento dell’insieme delle singolarità, delle reti che compongono l’insieme e dell’insieme che comprende le reti ecc. Si noti che la concezione "moderna" dello sfruttamento (quella descritta da Marx) è funzionale ad una concezione della produzione di cui vengono fatti attori gli individui. Solo perché ci sono degli individui che operano, solo per questo il lavoro è misurabile dalla legge del valore. Anche il concetto di massa (in quanto multiplo indefinito di individui) è un concetto di misura, meglio, è stato costruito nell’economia politica del lavoro a questo scopo. In questo senso la massa è il corrispettivo del capitale quanto il popolo lo è della sovranità -si aggiunga che, non a caso, il concetto di popolo è, soprattutto nel raffinamento keynesiano e welfarista dell’economia politica, una misura. Lo sfruttamento della moltitudine è invece incommensurabile, è cioè un potere che si confronta a delle singolarità fuori misura e ad una cooperazione oltre misura.Se si definisce il passaggio storico come epocale (ontologicamente tale), vuol dire che i criteri o i dispositivi di misura, che valevano in un’epoca, sono radicalmente messi in discussione Noi stiamo vivendo questo passaggio, e non è detto che stiano proponendosi nuovi criteri o dispositivi di misura.

3) La moltitudine è il concetto di una potenza. Già analizzando la cooperazione noi possiamo infatti scoprire che l’insieme delle singolarità produce oltre misura. Questa potenza non solo vuole espandersi ma vuole soprattutto conquistare un corpo : la carne della moltitudine vuole trasformarsi nel corpo del General Intellect. Quando consideriamo questo passaggio, meglio , questo esprimersi della potenza, noi possiamo farlo seguendo tre linee :

La genealogia della moltitudine nel passaggio dal moderno al postmoderno (o, se volete, dal fordismo al postfordismo). Questa genealogia è costituita da lotte della classe operaia che hanno dissolto le forme di disciplina sociale del "moderno".

La tendenza verso il General Intellect. La tendenza, costitutiva della moltitudine, verso modi di espressione produttiva sempre più immateriali ed intellettuali, vuole configurarsi come assoluto recupero del General Intellect nel lavoro vivo.

La libertà e la gioia (nonché la crisi e la fatica) di questo passaggio innovativo, che comprende al suo interno continuità e discontinuità, insomma, qualcosa può essere definito come sistole e diastole nella ricomposizione delle singolarità.

E’ ancora necessario insistere sulla differenza del concetto di moltitudine da quello di popolo. La moltitudine non più essere afferrata né spiegata nei termini del contrattualismo (intendendo che il contrattualismo, piuttosto che ad un’esperienza empirica, fa capo alla filosofia trascendentale). Nel senso più generale, la moltitudine diffida della rappresentanza perché essa è un molteplicità incommensurabile. Il popolo è sempre rappresentato come un’unità mentre la moltitudine non è rappresentabile, perché essa è mostruosa vìs a vìs dei razionalismi teleologici e trascendentali della modernità. In contrasto con il concetto di popolo, il concetto di moltitudine è una molteplicità singolare, un universale concreto. Il popolo costituiva un corpo sociale ; la moltitudine no, perché la moltitudine è la carne della vita. Se da un lato noi mettiamo in contrasto la moltitudine con il popolo, dall’altro lato noi dobbiamo porla in contrasto con le masse e con la plebe. Masse e plebe sono state spesso termini per nominare una forza sociale irrazionale e passiva, pericolosa e violenta, proprio perché essa era facilmente manipolabile. Di contro la moltitudine è un attore sociale attivo, una molteplicità che agisce. La moltitudine non è un’ unità, come lo è il popolo, ma in contrasto alle masse e alla plebe, noi possiamo vederla come qualcosa di organizzato. In effetti, essa è un attore attivo di auto organizzazione. Così, un grandissimo vantaggio del concetto di moltitudine è che esso spiazza tutti gli argomenti moderni basati sulla "paura delle masse" e anche quelli relativi alla "tirannia della maggioranza", argomenti che sono spesso serviti come una specie di ricatto per costringerci ad accettare (e spesso persino a richiedere) la nostra servitù.

Nella prospettiva del potere, che fare della moltitudine ? In effetti non c’è davvero nulla che il potere possa farne, perché, qui, le categorie che interessano il potere, e cioè l’unità del soggetto (popolo), la forma della sua composizione (contratto tra gli individui) e il modo di governo (monarchia, aristocrazia, e democrazia, separate o combinate) sono state messe da parte. Di contro, quella modificazione radicale del modo di produzione che è passata attraverso l’egemonia della forza lavoro immateriale e del lavoro vivo cooperante-una vera e propria rivoluzione ontologica, produttiva e biopolitica-ha rovesciato tutti i parametri del "buon governo" e distrutto l’idea moderna di una comunità che funzionasse per l’accumulazione capitalistica, proprio così come i capitalisti la desideravano dall’inizio.

Il concetto di moltitudine ci introduce in un mondo completamente nuovo, dentro una rivoluzione che sta realizzandosi. Noi non possiamo che immaginarci come mostri, all’interno di questa rivoluzione. Gargantua e Pantagruel, fra XVI e XVII secolo, nel mezzo di quella rivoluzione che ha costruito la modernità, sono giganti che valgono come emblemi di figure estreme di libertà ed invenzione : essi attraversano la rivoluzione e propongono il gigantesco impegno di diventar liberi. Oggi noi abbiamo bisogno di nuovi giganti e nuovi mostri che mettano assieme natura e storia, lavoro e politica, arte ed invenzione per mostrare il nuovo potere che la nascita del General Intellect, l’egemonia del lavoro immateriale, le nuove passioni astratte dell’attività della moltitudine attribuiscono all’umanità. Noi abbiamo bisogno di un nuovo Rabelais, o, meglio, di molti.

Per finire ricordiamo dunque che il primo materiale della moltitudine è la carne, ovvero quella comune sostanza vivente nella quale il corpo e l’intelletto coincidono e sono indistinguibili. " La carne non è materia, non è mente, non è sostanza" scrive Maurice Merleau-Ponty. "per designarla noi abbiamo bisogno del vecchio e nuovo termine elemento, nel senso stesso nel quale questo termine fu usato per parlare di acqua, di aria, di terra e di fuoco, cioè nel senso di una cosa generale ...una sorta di principio incarnato che porta uno stile di essere laddove vi è un frammento di essere. La carne è in questo senso un elemento dell’Essere". Come la carne, la moltitudine è dunque pura potenzialità, la forza non formata della vita, un elemento dell’essere. Come la carne, anche la moltitudine è orientata verso la pienezza della vita. Il mostro rivoluzionario che si chiama moltitudine e che appare alla fine del moderno, vuole continuamente trasformare la nostra carne in nuove forme di vita.

Possiamo spiegare il movimento della moltitudine dalla carne alle nuove forme di vita da un altro punto di vista. Esso è interno al passaggio ontologico, lo costituisce. Voglio dire che la potenza della moltitudine, guardata dalle singolarità che la compongono, può mostrare la dinamica del suo arricchimento, consistenza e libertà. La produzione di singolarità è infatti (oltre che, globalmente, produzione di merci e riproduzione della società) produzione singolare di nuova soggettività. Oggi d’altra parte (nel modo di produzione immateriale che caratterizza la nostra epoca) è molto difficile distinguere la produzione di merci e la riproduzione sociale di soggettività poiché non ci sono nuove merci senza nuovi bisogni né riproduzione della vita senza desiderio singolare. A questo punto a noi interessa sottolineare la potenza globale del processo : esso infatti si distende fra globalità e singolarità secondo un primo ritmo (sincronico) di connessioni più o meno intense (rizomatiche, sono state chiamate) ed un altro ritmo (diacronico) di sistole e diastole, di evoluzione e crisi, di concentrazione e di dissipazione del flusso. Insomma la produzione di soggettività, ossia la produzione che il soggetto fa di sé stesso, è al tempo stesso produzione di consistenza della moltitudine - perché la moltitudine è un insieme di singolarità. Certo, qualcuno insinua che la moltitudine sia (in buona sostanza) concetto improponibile, addirittura metaforico, perché si può dare unità del molteplice solo attraverso un gesto trascendente più o meno dialettico (così come la filosofia ha fatto da Platone a Hobbes a Hegel) : tanto più se la moltitudine (ovvero la molteplicità che rifiuta di rappresentarsi nella Aufhebung dialettica) si pretende anche singolare e soggettiva. Ma l’obiezione è debole : qui infatti la Aufhebung dialettica è inefficace perché l’unità del molteplice è per la moltitudine la medesima del vivente ed il vivente è assai difficilmente sussumibile nella dialettica. Inoltre, quel dispositivo di produzione di soggettività che ha nella moltitudine figura comune, si mostra come prassi collettiva, ovvero come sempre rinnovata attività costitutiva dell’essere. Il nome "moltitudine" è, ad un tempo, soggetto e prodotto della prassi collettiva.

E’ chiaro che le origini del discorso sulla moltitudine si trovano nell’interpretazione sovversiva del pensiero di Spinoza. Non ci si potrà mai stancare di insistere sull’importanza del presupposto spinozista nella trattazione di questo tema. Tema del tutto spinozista è innanzi tutto quello del corpo, ed in particolare del corpo potente. "Voi non sapete quanto può un corpo". Ora, moltitudine è nome di una moltitudine di corpi. Di questa determinazione abbiamo parlato quando abbiamo insistito sulla "moltitudine come potenza". Il corpo è dunque primo sia nella genealogia che nella tendenza, sia nelle fasi che nel risultato del processo di costituzione della moltitudine. Ma non basta. Dobbiamo riconsiderare tutta la discussione fatta fin qui dal punto di vista del corpo, e cioè risalire ai punti 1), 2), 3), della precedente trattazione e, in questa prospettiva, completarli.

Ad 1) Laddove si è definito il nome della la moltitudine contro il concetto di popolo e laddove si è ricordato che la moltitudine è un insieme di singolarità, noi dobbiamo tradurre quel nome nella prospettiva del corpo e cioè chiarire il dispositivo di un moltitudine di corpi. Quando noi guardiamo ai corpi, noi avvertiamo di trovarci non solo davanti ad una moltitudine di corpi ma comprendiamo che ogni corpo è una moltitudine. Incrociandosi nella moltitudine, incrociando moltitudine con moltitudine, i corpi si mescolano, si meticciano, si ibridano, si trasformano, sono come le onde del mare, in perenne movimento e in perenne reciproca trasformazione. Le metafisiche dell’individualità (e/o della persona) costituiscono una mistificazione paurosa della moltitudine dei corpi. Non c’è possibilità per un corpo di essere solo. Non lo si può neppure immaginare. Quando si definisce l’uomo come individuo, quando lo si considera come fonte autonoma di diritti e di proprietà, lo si rende solo. Ma il proprio non esiste se non in relazione all’altro. Le metafisiche dell’individualità, quando si confrontano al corpo, negano la moltitudine che costituisce il corpo per negare la moltitudine dei corpi. La trascendenza è la chiave di ogni metafisica dell’individualità così come lo è di ogni metafisica della sovranità. Dal punto di vista del corpo non vi è invece altro che relazione e processo. Il corpo è lavoro vivo, dunque espressione e cooperazione, dunque costruzione materiale del mondo e della storia.

Ad 2) Al punto in cui si è parlato della moltitudine come concetto di classe, e quindi della moltitudine come soggetto di produzione ed oggetto di sfruttamento, — a questo punto dunque sarà immediatamente possibile introdurre la dimensione corporea poiché è evidente che nella produzione e nei movimenti, nel lavoro, nelle migrazioni sono in gioco dei corpi. Con tutte le loro dimensioni e determinazioni vitali. Nella produzione l’attività dei corpi è sempre forza produttiva e spesso materia prima. D’altra parte non c’è possibilità di discorso sullo sfruttamento, sia che esso guardi alla produzione delle merci sia soprattutto che riguardi la riproduzione della vita, che non tocchi direttamente i corpi. Ora, il concetto di capitale (da un lato produzione per la ricchezza, dall’altro sfruttamento della moltitudine) deve essere sempre anche guardato realisticamente attraverso l’analisi di quanto i corpi siano fatti soffrire, usurati o mutilati o feriti, ridotti comunque a materia della produzione. Materia è uguale merce. E se non si può pensare che i corpi siano semplicemente mercificati nella produzione e nella riproduzione della società capitalistica, ma si deve anche insistere sulla riappropriazione di beni e sul soddisfacimento di desideri, nonché sulle metamorfosi ed il potenziamento dei corpi, che la lotta continua contro il capitale determina, — pure, una volta riconosciuta questa ambivalenza strutturale, nel processo storico dell’accumulazione, si dovrà conseguentemente porre il problema della sua soluzione in termini di liberazione dei corpi e di progetto di lotta a questo fine. Insomma, un dispositivo materialista della moltitudine non potrà muovere che dalla considerazione prioritaria del corpo e della lotta contro il suo sfruttamento.

Ad 3) Se si è parlato della moltitudine come nome di una potenza, e quindi di genealogia e tendenza, di crisi e di trasformazione, di conseguenza il discorso porta sulla metamorfosi dei corpi. La moltitudine è moltitudine di corpi, essa esprime potenza non solo come insieme ma anche come singolarità. Ogni periodo della storia dello sviluppo umano (del lavoro e del potere, dei bisogni e della volontà di trasformazione) comporta metamorfosi singolari dei corpi. Anche il materialismo storico comprende una legge di evoluzione : ma questa legge è tutto tranne che necessaria, lineare, unilaterale ; essa è legge di discontinuità, di salti, di sintesi inattese. E’ darwiniana : in senso buono, come prodotto di una scontro eracliteo e di una teleologia aleatoria, dal basso. Perché la causa delle metamorfosi, che investono la moltitudine come insieme e le singolarità come moltitudine, non è altro che le lotte, i movimenti e i desideri dei trasformazione.

Con ciò non vogliamo negare che il potere sovrano sia capace di produrre, esso stesso, storia e soggettività. Ma il potere sovrano è un potere double-face : la produzione del potere può agire nella relazione ma non toglierla. Meglio, il potere sovrano (come relazione di forza) può trovarsi dinnanzi, come problema, una potere estraneo che lo ostacola : questo, la prima volta. Una seconda volta, il potere sovrano trova, nella relazione stessa che lo costituisce e nella necessità di mantenerla, il suo limite. La relazione dunque si presenta alla sovranità la prima volta come ostacolo (laddove la sovranità agisce nella relazione), una seconda volta come limite (laddove la sovranità vuole togliere la relazione, ma non vi riesce). Di contro, la potenza della moltitudine (delle singolarità che lavorano, agiscono, e talora disobbediscono : comunque consistono) può eliminare la relazione sovrana.

Abbiamo dunque due affermazioni (la prima è : "la produzione del potere sovrano oltrepassa l’ostacolo ma non può eliminare il limite che è costituito dalla relazione di sovranità" ; la seconda è : "il potere della moltitudine può invece eliminare la relazione sovrana, perché solo la produzione della moltitudine costituisce l’essere") che possono sostenere l’apertura ad un’ontologia della moltitudine. Quest’ontologia comincerà ad essere esposta quando la costituzione di essere che è attribuita alla produzione della moltitudine, potrà essere praticamente determinata.

A noi sembra possibile, dal punto di vista teorico, svolgere l’assioma della potenza ontologica della moltitudine sul almeno tre terreni. Il primo è quello delle teorie del lavoro dove la relazione di comando può (sul terreno dell’ immanenza) essere mostrata come insussistente : il lavoro immateriale, intellettuale, insomma il sapere non esigono infatti comando per divenire cooperativi e per avere quindi effetti universali. Al contrario : il sapere è sempre eccedente rispetto ai valori (mercantili) nei quali si intende racchiuderlo. In secondo luogo, la dimostrazione potrà direttamente darsi sul terreno ontologico ovvero su quell’esperienza del comune (che non esige comando né sfruttamento), che si pone come base e presupposto di ogni espressione umana produttiva e/o riproduttiva. Il linguaggio è la forma principale della costituzione del comune, ed è quando il lavoro vivo ed il linguaggio s’incrociano e si definiscono come macchina ontologica-è allora che l’esperienza fondatrice del comune si invera. In terzo luogo la potenza della moltitudine potrà essere esposta sul terreno della politica della postmodernità, mostrando come senza diffusione del sapere ed emergenza del comune, non si dia alcuna delle condizioni perché una società libera viva e si riproduca. La libertà infatti, come liberazione dal comando, è materialmente data solo dallo sviluppo della moltitudine e dal suo costituirsi come corpo sociale delle singolarità.

Voglio, a questo punto, rispondere a qualcuna delle critiche che sono state rivolte a questa concezione della moltitudine, al solo scopo di procedere ulteriormente nella costruzione del concetto.

Un primo grappolo di critiche si lega all’interpretazione di Foucault e all’uso che di essa viene fatto nella definizione della moltitudine. Insistono - questi critici — sull’omologia impropria che si darebbe fra il concetto classico di proletariato e quello di moltitudine. Tale omologia - si insiste - non è solo ideologicamente pericolosa (perché schiaccia il postmoderno sul moderno : lo fanno ad esempio gli autori della Spät-modernität , ovvero i sostenitori della decadenza del moderno nella nostra epoca) ma lo è anche metafisicamente in quanto pone la moltitudine in un’opposizione dialettica con il potere. Io sono completamente d’accordo sulla prima annotazione : la nostra epoca non è "tardo moderna" ma "post-moderna", una rottura epocale si è data. Non sono d’accordo invece sulla seconda osservazione, perché non vedo come, riferendoci a Foucault, si possa pensare che la sua concezione del potere escluda l’antagonismo. Di contro quella sua concezione, non è mai stata circolare, e mai le determinazioni del potere sono state, nella sua analisi, prese in un gioco di neutralizzazione. Non è vero che il rapporto fra i micropoteri si sviluppi a tutti i livelli della società senza rottura istituzionale fra dominanti e dominati. In Foucault si danno sempre determinazioni materiali, sensi concreti : non c’è uno sviluppo che si appiattisca in equilibrio, quindi non c’è uno schema idealista dello sviluppo storico.Se ogni concetto è fissato in un’archeologia specifica, esso è poi soprattutto aperto ad una genealogia di cui non conosciamo il futuro. La produzione di soggettività, in particolare, per quanto prodotta e determinata dal potere, sviluppa sempre resistenze che si aprono attraverso dispositivi incontenibili. Le lotte determinano davvero l’essere, lo costituiscono -e sono sempre aperte : solo il biopotere cerca una loro totalizzazione. In realtà, la teoria si presenta come analisi di un sistema regionale di istituzioni di lotte, di scontri e di intrecci, e queste lotte antagoniste aprono su orizzonti onnilaterali. Questo vale sia sulla superficie dei rapporti di forza che nell’ontologia di se stessi. Quindi non si tratta in nessun caso di ritornare ad una opposizione (nella forma della pura esteriorità) fra il potere e la moltitudine, ma di permettere alla moltitudine, nelle smisurate reti che la costituiscono e nelle indefinite determinazioni strategiche che essa produce, di liberarsi dal potere. Foucault nega la totalizzazione del potere ma non certo la possibilità da parte dei soggetti insubordinati di moltiplicare senza fine i "foyers di lotta" e di produzione dell’essere. Foucault è un pensatore rivoluzionario ; non c’è possibilità di ridurre il suo sistema ad una meccanica hobbesiana di relazioni equipollenti.

Un secondo gruppo di critiche viene rivolto al concetto di moltitudine in quanto potenza e potere costituente. In primo luogo si è criticato, in questa concezione potente della moltitudine il permanere di una idea vitalista del processo costituente. La moltitudine come potenza costituente non può, da questo punto di vista critico, essere opposta al concetto di popolo come figura del potere costituito : quest’opposizione renderebbe il nome di moltitudine fragile anziché consistente, virtuale anziché reale. I critici che assumono questo punto di vista, sostengono che la moltitudine, una volta sganciata dal concetto di popolo ed identificata come pura potenza, rischia di ridursi ad una figura etica (una delle due sorgenti della creatività etica, così come la considerava Bergson). Sempre attorno a questo tema (ma, per così dire, a lato opposto) si critica il concetto di moltitudine per l’incapacità di divenire ontologicamente altro, cioè per l’incapacità di presentarsi unas sufficiente critica della sovranità. In questa prospettiva critica, la potenza costituente della moltitudine sarebbe attratta dal suo opposto e perciò non può essere assunta come espressione radicale di innovazione del reale, né come segno tematico di un libero popolo a-venire. Finché la moltitudine non esprime una radicalità di fondamento che la tolga ad ogni dialettica con il potere, — si afferma —essa rischia di essere formalmente inclusa nella tradizione politica del moderno.

Ora, entrambe queste critiche sono inconsistenti. La moltitudine infatti, in quanto potenza, non è una figura omologa ed opposta al potere d’eccezione della sovranità moderna. Il potere costituente della moltitudine è qualche cosa di differente, non è solo un’eccezione politica ma un’eccezione storica, è il prodotto di una discontinuità temporale, radicale, è metamorfosi ontologica. La moltitudine dunque si presenta come una singolarità potente che non potrà essere appiattita nella ripetuta alternativa bergsoniana di un’eventuale e sempre eguale funzione vitalistica ; neppure potrà essere attratta dal suo opposto prepostente, cioè dalla sovranità, perché essa ne dissolve concretamente il concetto, per lo stesso fatto di esistere. Questa esistenza della moltitudine, non cerca fondamento fuori di se ma solo nella propria genealogia. D’altra parte non c’è più fondamento puro o nudo così come non c’è più un fuori : sono delle illusioni.

Un terzo gruppo di critiche, di origine piuttosto sociologica che filosofica, attacca il concetto di moltitudine definendolo come "deriva ipercritica". Che cosa significhi "ipercritico", lo lasciamo interpretare agli auruspici. Quanto alla deriva, essa consisterebbe fondamentalmente nell’assumere la moltitudine come installata in un luogo di rifiuto ovvero di rottura. Ma perciò essa sarebbe incapace di determinare l’azione, anzi ne distruggerebbe l’idea stessa poiché, per definizione, a partire da un luogo di rifiuto assoluto, la moltitudine si chiude a relazioni e/o a mediazioni con altri attori sociali. La moltitudine in questo caso finirebbe per rappresentare un proletariato mitico o una (altrettanto mitica) pura soggettività agente. E’ chiaro che questa critica rappresenta l’esatto opposto delle critiche che abbiamo visto nel primo gruppo. Anche in questo caso, dunque, la risposta non può che non ricordare che la moltitudine non ha nulla a che fare con logiche di ragionamento sottoposte alla coppia amico/nemico. La moltitudine è un nome ontologico di pieno contro vuoto, di produzione contro sopravvivenze parassitarie. La moltitudine non conosce ragione strumentale né al suo esterno né ad uso interno. E poiché essa è un insieme di singolarità, essa è capace del massimo di mediazioni e di costituzioni compromissorie al suo interno, quando queste siano emblemi del comune (operando comunque, la moltitudine, esattamente come lo fa il linguaggio)

venerdì 25 settembre 2009

A homeopathic refutation – part three


ool's gold
In the third part of my series examining an attempted refutation of the critics of homeopathy (Milgrom, 2009) I look at the claim that homeopathy has a serious scientific foundation.
Dilute Science
This part of the essay starts by outlining a common criticism levelled at the most common form of homeopathy practised in the US and UK.  This calls homeopathy unscientific because:
[…] in many homeopathic remedies, the original substance has been diluted out of molecular existence, detractors claim belief in homeopathy has no basis in science as ‘nothing cannot do something’.”
So, can apologists for homeopathy point to serious scientific work which shows that nothing can do something?  Milgrom’s approach is to cite recent claims invoking concepts from materials science and physical chemistry to suggest that:
 “[…] homeopathy’s method of remedy preparation leads to modifications in the dynamic long-range supra-molecular ordering of solvent molecules; an effect called the ‘memory of water’”*.
Real science
Before examining the evidence Milgrom marshals, it is worth reflecting on what we should expect to see if it is really science.  This is a complex topic and there are many different descriptions of what, in practise, science is.
However, there is practically universal agreement that science is based on the formulation and testing of hypotheses.  This means that to be scientific an idea must be testable.  It also puts careful experimental practise at the core of science.
Also, as we all tend to become attached to our own ideas, even when there is evidence against them, scientific methods include strong precautions against scientists fooling themselves.  This is vital, as Feynman (1974) remarked, “The first principle is that you must not fool yourself – and you are the easiest person to fool.  So you have to be very careful about that.”
Central to this is the honest search for reasons why an idea might be wrong.  Feynman (1974) described the process as:
[…] a kind of scientific integrity, a principle of scientific thought that corresponds to a kind of utter honesty – a kind of leaning over backwards.  For example, if you’re doing an experiment, you should report everything that you think might make it invalid – not only what you think is right about it: other causes that could possibly explain your results; and things you thought of that you’ve eliminated by some other experiment, and how they worked – to make sure the other fellow can tell they have been eliminated.”
This includes testing hypotheses in ways that might break them.  It also means carefully comparing new ideas and results against previous work and established theory.
Scientific investigation also includes methods for limiting the influence of personal biases.  The advent of automated measurement systems means that the mistake of Blondlot  – imagining that he was seeing scintillations from non-existent N-Rays, because he was so personally invested in his ‘discovery’ – can be avoided. 
Where an experimenter or subject can subconsciously influence the result – medical trials being a good example – a real scientist takes proper precautions.  For instance, the investigators and subjects not knowing if they are receiving a new drug or a indistinguishable dummy (blinding) prevents them from being tempted to see ‘expected’ improvement where there is none. Making sure that if two groups are being compared they are as similar as possible, through assigning participants to them at random (randomization) is another precaution against being misled. 
Where measurements can vary because of factors outside of the scientist’s control, repeated measurements are made and statistically tested to see if two samples, for instance, are really different or if a measured difference is just happenstance. 
Finally, the use of controls – like making the same measurements on pure solvent from the same bottle used to make test solutions, for example – helps ensure that scientists are not fooled by the vagaries of the real world. 
Many experiments produce anomalous results.  In real science they are carefully examined in well-controlled experiments.  Detailed measurements are made and possible causes of error are progressively excluded.  Anomalies that survive this scrutiny may well go on to challenge current theories, but most melt away.  So real scientific investigators don’t leap to wild conclusions; they carefully seek the simplest explanation. 
So if Milgrom is really offering up examples of scientific investigations that support the basic plausibility of homeopathy, they will demonstrate these basic scientific virtues.  I expect to see careful, well documented experiments; possible flaws pointed out and explored; evidence of blinding and randomization, where appropriate; the presentation of statistical data where the experimental system produces varying results.  I also would not expect to see wild interpretations made of anomalous results; particularly if simpler explanations are possible. 
Homeopathic science
The evidence Milgrom provides on the topic of materials science relies on two publications involving Rustum Roy, an eminent materials scientist with an enviable publications record.  The only problem is that latterly he appears to have hitched his wagon to the alternative health movement.  This seems to have compromised his objectivity.
In Roy et al. (2005) we see a review of the many amazing and occasionally anomalous properties of water.  This work argues that the physical properties of water support the idea that homeopathic preparations can ‘remember’ what solute was originally added and diluted out of existence and, through structural changes, communicate this to patients. 
The problem is that the gap between what can be measured and that which is merely asserted to justify homeopathy is never closed.  The exercise is a lengthy non sequitur:  just because water has some anomalous properties doesn’t mean that it can remember what used to be dissolved in it. 
In reality, this paper is a collection of straws that are desperately clutched at.  Nowhere is this clearer than in the discussion of the potential for contamination in experiments purporting to study high-dilution remedies: 
Obviously chemical contamination from the container material could itself serve as a “remedy”.
This is both desperate and not obvious.  If contamination from containers could be the homeopaths actual remedies, then the remedies are uncontrolled and bear no resemblance to their claimed ingredients, or their supposed therapeutic effects.  The ‘remedies’ will be different each time and will vary between homeopaths.  A medical practise based on accidental contamination cannot be in any sense plausible, let alone ’scientific’.
The biggest problem with Roy et al. (2005) is that it confuses real measurable physical phenomena (electric and magnetic fields, for instance) with the immeasurable “subtle energies” of the CAM practitioner.  This beggars any claim to be a real scientific publication.   Citing silly papers that claim to be able to show the measurable effect of “human intention” and “qi” on chemical systems provides the final nail in the coffin.  This is not science.  It may have the appearance of science, but it lacks proper content.  A real scientific paper would critically examine paranormal claims, not just accept them at face value.
So, how is it that it appears to have been published in a scientific journal?  Actually, it’s not.  It’s published in Materials Research Innovations , Rustum Roy’s own journal; a publication that rejects peer review of papers in favour of reviewing the authors.  One consequence appears to be that if you have published some good work in the past, as Roy has, then you can publish any old nonsense in the future; as Roy and his co-workers demonstrate.
Next, the essay references Rao et al (2007).  This deeply flawed paper, published in the homeopathic vanity press, which claims to show that homeopathy is plausible because they came up with some spectrographic measurements that appeared to show differences between homeopathic remedies and their solvents.
As Kerr et al (2008) pointed out: the spectrum contained in the paper purporting to be ‘pure ethanol’ does not look like ethanol of any recognised degree of purity.  Further, from the paper, there is no way to know whether the reported differences between the spectra were the result of using solvent containing different levels of impurities.
Worryingly, it contains no statistical information, so no conclusions can be drawn as to whether the remedies were actually different. Finally, one graph was reproduced twice, with the authors claiming that it showed different things each time.
The author’s reply (Rao, 2008) failed to address any of these serious concerns.  Sticking your head in the sand when serious flaws are identified in your work is not doing real science.  There again, this was published in the journal Homeopathy, which is clearly not a real science journal.
Let’s get physical
So, no real science so far: just an enthusiasm for sloppy work and the paranormal.  What about the evidence that Milgrom sees coming from physical chemistry? 
Samal and Geckler (2001) is cited because this reports evidence that water molecules ‘clump’ around solutes; tending to form bigger clumps at lower solute concentrations.  How does this help the argument that there is a scientific rationale supporting the effect of solutions where the solute is highly unlikely to have survived successive dilutions?  Quite simply: it does not.  Any structures formed around solute ions will be finite in number and diluted out of solution: just as any finite solute concentration of anything will be.  At least this paper is real science; but it says something that it definitely does not support the claims of homeopathy.
The next anomaly that is cited to show the scientific plausibility of homeopathy is provided by Rey (2003).  In this study a technique called Thermoluminescence was used to study samples of frozen heavy water (D2O); some of which were the result of diluting preparations of lithium chloride and sodium chloride beyond the point where any molecules of these salts could be expected to be found in the solution.  This process replicated a homeopathic method of ‘remedy’ preparation: successive 1:100 dilutions with vigorous mechanical shaking (succussion) at each step.
Thermoluminescence is the, “emission of light from some minerals and certain other crystalline materials” as their temperature is raised.  The energy of this emission is, “derived from electron displacements within the crystal lattice of such a substance caused by previous exposure to high-energy radiation.”  Heating the material, “enables the trapped electrons to return to their normal positions, resulting in the release of energy.”  (Encyclopædia Britannica, 2009)
This is a proper scientific technique, generally used to date archaeological artefacts and minerals.  Rey appears to be pioneering its application to the study of frozen solutions – assuming that structures in the liquid phase will be preserved by freezing. 
Although the Rey (2003) claims that, “despite their dilution beyond the Avogadro number, the emitted light was specific of the original salts dissolved initially” it provides few details for a paper advancing such a radical hypothesis.  The investigation of the ‘highly dilute’ samples (C15 LiCl, C15 NaCl and C15 D2O) did not include an obvious control: the unsuccussed solvent (D2O) making it impossible to separate the putative influence of the (non-existent) salt ions from changes made by shaking the samples.
Neither did Rey provide any statistical information, so there is no way of telling if the differences measured were real, or just down to chance.  As a contributor on this blog has noted:
[…] the scientific basis of the emissions recorded – “what do these kind of readings tell us?” […] is actually pretty obscure. The technique relies on freezing the sample, irradiating it in one of a number of ways, and then watching the thermoluminescence emissions while the sample re-warms. The general message is that the emissions depend upon “structural irregularities” in the crystal lattice of the frozen sample, but the details, to repeat, are poorly understood.”
If there really are differences between the C15 ‘dilutions’ then what might be the cause?  Rather than grasping at implausible explanations, a real scientific approach eliminates the mundane.  For instance, could it be that shaking the solutions has changed their physical characteristics?  Rey (2007) has gone on to explore the possibility that vigorous shaking causes the formation of ‘nanobubbles’ in the solutions, and that these, when frozen, provide the structures associated with the thermoluminescence spectra.  The investigation looked at the spectra generated by samples “succussed” under the standard laboratory atmosphere, pure oxygen and vacuum.  The spectra appear to be different but, again, no statistical data was included to allow a reader to be sure.
Construing this work as evidence of a scientific basis for the claims of homeopaths is unwarranted.  Yes, it is science of a sort; it’s not without flaws and obvious biases.  Neither is it very convincingly reported.  However, all it provides is evidence for the presence of not very well understood structures in heavy water ice.  There is some evidence that they are associated with the shaking of the solutions, but the missing control (unsuccussed D2O) limits the conclusions that can be drawn.  In fact, I would say that Rey’s contention that the spectra were specific to the salts goes too far, as he was not in a position to separate the implausible influence of the absent chemicals from that of the process by which his solutions were made.
One of the key values in science is that of replication.  If independent scientists, working in other places, can get the same result from the same experiment then this helps separate knowledge from happenstance.  Milgrom claims that the findings in Rey (2003) were replicated by van Wijk et al. (2006).  They were not.
This work did try and replicate and extend the findings of Rey (2003).  Using Lithium Chloride (LiCl) as the solute and heavy water as the solvent (D2O) they also explored the possible influence of, “time between preparation of substance and time of experimentation, and […] time between irradiation and thermoluminescence recording”.
Unlike Rey (2003) van Wijk et al. (2006) presented a statistical analysis of their measurements.  Their like-for-like attempted replication failed:
We report here differences in thermoluminescence between C15 D2O and C15 LiCl, which correspond with the observations reported by Rey (2003).  However, the difference from all of these recordings of these substances was not statistically significant.”
In the replication experiment (A) the difference between C15 LiCl and C15 D2O did not reach statistical significance (p = 0.059, ANOVA t-test).  In the experiments that looked at the influence of the time between sample preparation and freezing, or the time between irradiation and thermoluminescence measurement (B and C) There wasn’t even a hint of a significant difference (p = 0.72, and p = 0.63, respectively, ANOVA t-tests).
However, they did report some statistically significant differences.  When the data were processed differently the result suggested that LiCl C15 differed significantly from C15 D2O in experiment A (p = 0.0128); but not in experiments B and C. (p = 0.60 and 0.73, respectively).
The best evidence of a difference between samples was seen in the comparison between the succussed (C15 D2O) and unsuccussed (D2O) solvent for experiment C.  This used the maximum time between sample preparation and freezing (12 weeks), and between irradiation and thermoluminescence measurement (3 weeks).  The result was statistically significant under both data processing methods (p<0.0001, and p<0.0004, respectively).
It’s clear that van Wijk et al. (2006) did not replicate the findings of Rey (2003), as Milgrom and, indeed, Rey (2007) has claimed.  There might be an interesting anomaly to pursue here, but there is no real evidence of absent solutes being the cause.  Van Wijk et al. (2006) does show that the experimental system is a ‘noisy’ one and that careful statistical analysis is required.
The point must be stressed that we obtained a very good qualitative reproducibility of the thermoluminescence pattern, but the quantitative reproducibility was rather poor, and p-values should be interpreted in the sense of descriptive statistics.”
This emphasises that the lack of statistical data in Rey (2003) is a serious flaw: most of van Wijk et al.’s comparisons did not show statistically significant differences.  
The differences reported between the succussed and unsuccussed solvents also strengthen the impression that any differences are more likely the work of nanobubbles and not a watery memory of long gone solutes.  Again, this highlights Rey’s oversight in not using unsuccussed solvent as a control.  In a delightful irony even Roy et al. (2005) show they understand the potential importance of this omission:
It is important to emphasize that the proper control solutions include not only untreated, unsuccussed solvent, but also succussed solvent without the initial addition of any remedy source materials to address possible artifacts generated by the shaking of the liquid per se within the test container itself.”
So, van Wijk et al. (2006) seems to contain science, but it doesn’t help the homeopath’s cause.
Next the essay sees scientific support in the work of Elia et al. (2006).  This is another attempt to find physically measureable differences between homeopathic solutions that do not contain any of the original solutes and their solvents.  It’s also based on very different physical principles to thermoluminescence.  This adds to the impression that this is just chasing after anomalies.  I don’t have access to this paper, so I’ll not comment further.  However, in 2007, the same author (Elia, 2007) published a review of the evidence they had accumulated. 
It’s not very impressive: no statistical data are provided to help the reader understand if any differences are significant or not.  Neither is there any indication of how many times (if at all) measurements were repeated.   It also contains an odd confession:
It is important to emphasise that, from the studies so far conducted, we cannot derive reproducible information concerning the influence of the different degrees of homeopathic dilution or the nature of the active principle (solute) on the measured physicochemical parameters.”
If different concentrations of homeopathic preparations cannot be distinguished, then it casts serious doubt on any claims to be able to differentiate between homeopathic preparations.   This is really clutching at straws**.
The attempt to show that homeopathy is grounded in science peters out from here.  An irrelevant theoretical speculation on Quantum Electrodynamics (QED) is thrown in to the mix (Arani et al., 1995).  Martin Chaplin’s fascinating website on the properties of water is also referenced.
Milgrom also resorts to an inappropriate analogy:
Just as two physically contrasting substances, such as diamond and graphite, are composed of exactly the same carbon atoms arranged into different molecular structures, so it is not the composition of an ultra-diluted homeopathically-prepared solution that is different from plain diluted solvent, but its dynamic supra-molecular structure.”
Well, diamond and graphite both have structure – being solids – liquid water does not (Teixeira, 2007).  Clearly, there is no “just as” about it!  The rest is just unsupported opinion. 
The same can be said of the reference to Hankey (2004) who provides evidence and data-free hand waving of a distinctly unscientific variety.  Here is a sample:
In this model, all vibrational medicines are quantized fluctuations, of mineral, vegetable, animal, mental, psychic, or spiritual origin. Succussion and dilution potentize the first; correct formulation of phytomedicines, the second; while the last four are all involved in various levels of healing. For example, in Maharishi Vedic Vibration Technology (Nader et al., 2001), use of a mantra develops the specific healing vibration within the technician’s nervous system, for transferal to the patient.”
The appeal to some kind of quantum theory is bogus***.  The rest either has no meaning or is paranormal.  This is not science and by citing it Milgrom eloquently debunks his own argument.
A poor memory
And that is it; Milgrom presents this as a refutation of the claim that homeopathy has no scientific basis.  At best his argument rests on a few anomalous experimental results (Rey, 2003; Elia et al, 2006), which are likely to be explained by very ordinary causes: bubbles causing by shaking, chance readings in noisy experimental systems, contaminated samples, etc. 
The better work he refers to doesn’t help either.  Van Wijk et al. (2006) fails to provide the replication of Rey (2003) that Milgrom (and Rey, 2007) claims.  Samal and Geckeler (2001) does not provide a way for homeopaths to cheat Avogadro.
Much of the rest actually provides an elegant confirmation of the critics’ accusation by ignoring scientific values and asserting the reality of imaginary ‘energies’. (Roy et al., 2005; Hankey, 2004)
It is clear that Milgrom believes that water has a ‘memory’.  Unfortunately this is not just unsupported by scientific evidence; it is contradicted by it (Teixeira, 2007).  The quality of the evidence Milgrom has marshalled here bears witness to that fact.
If Milgrom really wants to turn to science, then he needs to rediscover its essential integrity:
[…] it’s this type of integrity, this kind of care not to fool yourself, that is missing to a large extent in much of the research in Cargo Cult Science.”  (Feynman, 1974)
Of course, this would entail leaving the Cargo Cult Science of the homeopathic apologist behind.  From the evidence on display here, I don’t think that’s very likely.
Next, I’ll have a look at what Milgrom has to say about homeopaths, the pharmaceutical industry and money.
Also in this series
A homeopathic refutation – part one – evidence. (on this blog)

Disclaimer
I try to make sure that what I write is both accurate and fair.  If you think that I have got anything wrong please let me know.  If you are right I will happily change what I have written.
Notes
* See here for my summary of the “Memory of Water” issue of the pseudo-journal Homeopathy.
**Interestingly Elia et al. (2008) published a conductivity study purporting to show the effect of aging on homeopathically prepared solutions.  This was strongly criticised by Corti (2008) who asserted that: the equipment used is not capable of taking measurements of the sensitivity reported; samples were stored over time in brown glass bottles, which are known to leak conductive ions such as Fe and Ni; the shifts in conductivity over time were cyclical over the period of a year and best explained by annual shifts in temperature.  The criticisms were strongly rejected by Elia (2008).
*** See here for a demolition of Hankey’s “physics”.
For completeness, the final reference in this part of the essay [33] is to Collins JC: Water: The Vital Force of Life. Molecular Presentations. New York, Kinderhook, 2000.   This is out of print, but Amazon carries some details. 
References
thermoluminescence.” Encyclopædia Britannica. 2009. Encyclopædia Britannica Online. 25 Sep. 2009 Available from: http://www.britannica.com/EBchecked/topic/591643/thermoluminescence
Arani R, Bono I, Del Giudice E, Preparata G. QED COHERENCE AND THE THERMODYNAMICS OF WATER. International Journal of Modern Physics B. 1995;9(15):1813–1841. Available from: http://dx.doi.org/10.1142/S0217979295000744
Corti H. Comments on “New Physico-Chemical Properties of Extremely Dilute Solutions. A Conductivity Study at 25 °C in Relation to Ageing”. Journal of Solution Chemistry. 2008 December;37(12):1819–1824. Available from: http://dx.doi.org/10.1007/s10953-008-9335-6.
Elia V, Elia L, Cacace P, Napoli E, Niccoli M, Savarese F. ’Extremely diluted solutions’ as multi-variable systems. Journal of Thermal Analysis and Calorimetry. 2006 May;84(2):317–323. Available from: http://dx.doi.org/10.1007/s10973-005-7266-7.
Elia V, Napoli E, Germano R. The ’Memory of Water’: an almost deciphered enigma. Dissipative structures in extremely dilute aqueous solutions. Homeopathy. 2007 July;96(3):163–169. Available from: http://dx.doi.org/10.1016/j.homp.2007.05.007.
Elia V, Napoli E, Niccoli M, Marchettini N, Tiezzi E. New Physico-Chemical Properties of Extremely Dilute Solutions. A Conductivity Study at 25°C in Relation to Ageing. Journal of Solution Chemistry. 2008 January;37(1):85–96. Available from: http://dx.doi.org/10.1007/s10953-007-9215-5.
Elia V. Response to Comments on a “New Physico-Chemical Properties of Extremely Dilute Solutions. A Conductivity Study at 25°C in Relation to Ageing” by Horacio R. Corti. Journal of Solution Chemistry. 2008 December;37(12):1825–1826. Available from: http://dx.doi.org/10.1007/s10953-008-9345-4
Feynman RP. Cargo Cult Science. Engineering and Science. 1974 June; pp. 10–13. Available from: http://calteches.library.caltech.edu/51/2/CargoCult.pdf.
Hankey A. Are We Close to a Theory of Energy Medicine?  Journal of Alternative and Complementary Medicine. 2004 February;10(1):83–86. Available from: http://dx.doi.org/10.1089/107555304322848995
Kerr M, Magrath J, Wilson P, Hebbern C. Comment on “The defining role of structure (including epitaxy) in the plausibility of homeopathy”. Homeopathy : the journal of the Faculty of Homeopathy. 2008 January;97(1). Available from: http://dx.doi.org/10.1016/j.homp.2007.10.004
Milgrom LR. Under Pressure: Homeopathy UK and Its Detractors. Forsch Komplementmed. 2009 September;16(4):256–261. Available from: http://dx.doi.org/10.1159/000228916
Rao M, Roy R, Bell I, Hoover R. The defining role of structure (including epitaxy) in the plausibility of homeopathy. Homeopathy. 2007 July;96(3):175–182. Available from: http://dx.doi.org/10.1016/j.homp.2007.03.009.
Rao M. Authors’ reply to Kerr et al. Homeopathy. 2008 January;97(1):45–46. Available from: http://dx.doi.org/10.1016/j.homp.2007.11.011
Rey L. Thermoluminescence of ultra-high dilutions of lithium chloride and sodium chloride. Physica A: Statistical Mechanics and its Applications. 2003 May;323:67–74. Available from: http://dx.doi.org/10.1016/S0378-4371(03)00047-5.
Rey L. Can low-temperature thermoluminescence cast light on the nature of ultra-high dilutions?  Homeopathy. 2007 July;96(3):170–174. Available from: http://dx.doi.org/10.1016/j.homp.2007.05.004.
Roy R, Tiller WA, Bell I, Hoover MR. The Structure Of Liquid Water; Novel Insights From Materials Research; Potential Relevance To Homeopathy. Materials Research Innovations. 2005;9(4):577–608. Available from: http://www.rustumroy.com/Roy_Structure%20of%20Water.pdf
Samal S, Geckeler KE. Unexpected solute aggregation in water on dilution. Chemical Communications (Cambridge, England). 2001 November;(21):2224–2225. Available from: http://dx.doi.org/10.1039/b105399j.
Teixeira J. Can water possibly have a memory?  A sceptical view. Homeopathy. 2007 July;96(3):158–162. Available from: http://dx.doi.org/10.1016/j.homp.2007.05.001.
van Wijk R, Bosman S, van Wijk EP. Thermoluminescence in ultra-high dilution research. Journal of Alternative and Complementary Medicine (New York, NY). 2006 June;12(5):437–443. Available from: http://dx.doi.org/10.1089/acm.2006.12.437.
Acknowledgements
dvnutrix for pointing me at this nonsense.
DrAust for his insightful comments on thermoluminescence.
Philippe Leick for his comments on Rey (2003) and van Wijk et al. (2006)
gnu and Acleron for their comments on Elia et al. (2007) during the Homeopathy journal club run at Badscience.net.