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sabato 26 settembre 2015

Salvate Razzi



di Tonino D'Orazio
 
Ora che il governo sta affrontando il deleterio voto sulla cancellazione elettorale del Senato, anche Renzi si muove per trovare alleati e fa promesse, sottosegretariati e presidenze compresi. Chissà come faranno a fidarsi. Sono infatti 219 i cambi di gruppo avvenuti durante il governo Renzi, con più di 200 parlamentari coinvolti. 21% per quelli che hanno il pallino delle percentuali. Numeri non da poco, per appena due anni e mezzo di legislatura. E il premier progetta, tratta e si accorda con quello stesso Verdini che all'epoca raccoglieva voti per Berlusconi. Se già il tutto non è stato ben orchestrato. Sicuramente non basterà la denuncia di Di Battista (5*) in procura per la compravendita delle vacche, cioè di senatori vari. Basterà vedere quanti di loro saranno abbullonati fino alla morte nel nuovo senato dei designati. Come anche chi delle varie “minoranze” ondivaghe del PD. Rappresenteranno il nostro saldo economico.
Come non ricordare gli articoli di fuoco, contro Berlusconi a suo tempo, dei vari giornali, la massonica Repubblica, l’Unità (ancora reddivivo ma da continuare a far rivoltare il suo fondatore Gramsci nella tomba), il Manifesto, i cattolici di l’Avvenire e Famiglia Cristiana. Oggi tutti allineati e coperti. E a destra, Lega compresa, nessuno può scagliare la prima pietra. Alcuni “amici” sono passati proprio, direttamente o indirettamente, nelle fila del PD. Allora si trattava di un governo già traballante oggi si tratta di sfregiare definitivamente la Costituzione. Adesso arrivano a raccolta “i mejio”. Controllare per credere, sono in gran parte degli inquisiti ma con l’immunità parlamentare da conservare.
Ha ragione Erri De Luca, anche se trascinato in tribunale dai giudici e dai poteri forti per: “Nelle interviste rilasciate pubblicamente ha commesso incitazione a commettere il sabotaggio[della inutile e morente Tav. ndr]. È indiscutibile che si debba concludere arrivando alla penale responsabilità dell'imputato …”
Non era bastato Toni Negri per il reato di opinione, subito dichiarato sobillazione e punito a suo tempo. Ci rivoleva un nuovo esempio per rimettere al loro posto, o in riga se preferite, eventuali intellettuali “resistenti”. Potrebbero fomentare la “rivoluzione” in questo libero disordine costituito.
Ma è soprattutto per aver scritto una ovvia verità italiana detta anche vox populi, o luogo comune: “una classe dirigente nazionale tra le più premoderne, violente e predatrici della storia occidentale, la cui criminalità si è estrinsecata nel corso dei secoli in tre forme: lo stragismo e l’omicidio politico, la corruzione sistemica e la mafia. Tre forme criminali che essendo espressione del potere sono accomunate non a caso da un unico comun denominatore, che è il crisma stesso del potere: l’eterna impunità garantita ai mandanti eccellenti di stragi e omicidi politici e ai principali protagonisti delle vicende corruttive”.

Cosa aggiungere? Che la magistratura è esente dal tessuto connettivo italiano? Che si debba difendere l’ordine dei giornalisti con gran parte di prezzolati e non gli scrittori? Che bisogna chiedersi ogni volta se “Sono Charlie”? Bisogna tifare inutilmente per Grasso contro Renzie con la dama di picche in mezzo?
Forse bisogna ancora chiedersi dopo 10 anni dell’altro se questo presidente intende veramente garantire la Carta Costituzionale essendo eletto e ben pagato proprio per questo? O NO? Oppure anche lui sta lì per grazia ricevuta?
Allora, a noi, rimane il crozziano dito che nasconde la luna, la paglia nell’occhio, cioè Razzi e Scillipoti? Non possiamo dire “salvateli” perché sempre mercenari sono, ma nella nostra memoria, se possibile, non lasciamoli soli.

lunedì 9 marzo 2015

La destra piange, viva Salvini

di Tonino D'Orazio 

Forse la destra di questi due decenni non ce la fa contro la destra di Renzi e del PD. Berlusconi, garante del neoliberismo, nuovo fascismo, sta perdendo piede. Bisogna trovare un nuovo vessillo, eccolo, un altro Matteo, il Salvini. Il re è morto, Berlusconi (forse perché tocca sempre al PD risuscitarlo), viva il re Salvini.
Non è bella una singolare tenzone tra i due Matteo? Che scoop! La TV di stato, cioè del governo, ci si fionda. Il nuovo che avanza, anche se è il vecchio che in questi ultimi decenni ha governato e affossato l’Italia, ritorna ringiovanito. Identico all’ascesa di Renzi e di un PD sostenitore nei fatti del neoliberismo.
L’importante, per l’aristocrazia borghese italiana proprietaria delle reti televisive nazionali e private di tutta Italia, ma proprio di tutte, è potenziare un altro destroide. Non è detto che Renzi vinca sempre. Troppo prepotente, bulletto, indisponente, anche se molto utile momentaneamente a fare quello che non erano riusciti a fare sia Berlusconi che Fini. Ragazzo di comando sì, ma senza bon ton, diamine.
Poi, vuoi mettere la differenza estetica tra i due scamiciati. Uno paffutello dell’entroterra toscana e l’altro boscaiolo dell’alta bresciana? L’uno vistosamente prepotente e sghignazzante e l’altro soave e democratico? Eppure hanno in comune un vizio che comincia a piacere: la violenza, la provocazione. L’uno nei fatti morali e politici avanzando come un caterpillar nello scasso “riformista” della Costituzione e della società, l’altro pronto a coglierne le visioni sulle tematiche future, in nome del regionalismo ristretto, utilizzando giovani, disoccupati, tasse, sacra famiglia. Problemi e verità da utilizzare, non necessariamente per proporre soluzioni. Tutti e due uniti nella propaganda.
Tutti e due però con problemi e contraddizioni interne ai loro movimenti. Difficile ormai parlare di partiti, se non come gruppi alleati o meno nello stesso calderone.
E poi, davanti c’è l’esempio di Syriza che racconta il peso di più umanità e meno denaro. Forse arrivano anche i Podemos in Spagna, sulla stessa linea. Dovesse succedere, in Italia, che quel Landini, esagitato in tuta, possa raccogliere intorno a sé una massa di diseredati pronti a scompigliare il giochetto attuale che funziona così bene. Forse troppo difficile in Italia tenuto conto dell’innata ideologia della sinistra alla divisione, quella vera, ma vecchia e sfarfallata.
Allora Renzi perde le staffe. Adotta un linguaggio menzognero e insultante degradando la politica a semplice irrisione dell'avversario. Tipico di un bulletto di periferia. Rivela perfettamente il suo livello basso di alfabetizzazione politica. Il massimo dell’offesa, senza nemmeno accorgersi che offende anche sé stesso, riferendosi a Landini: “Vuole entrare in politica”. Come se fare politica sia illegittimo: per gli altri naturalmente, non per lui che il potere politico lo detiene tutto, per colpo di stato bianco del vegliardo fuggito. I soldi rimasti da rubare sono pochi, ci mancherebbe anche un altro pretendente. Un richiamo dispregiativo al sindacato, ridicolo visto che per lui non esiste, e alla Camusso, (i bulli vanno letti fra le righe): “Non è Landini che abbandona il sindacato, è il sindacato che ha abbandonato Landini”. Cos’aspetta la maggioranza morbida del sindacato a tenerlo buono e richiamarlo all’ordine in nome della decantata e così utile “autonomia”! Il punto è proprio questo: cos’è una autonomia senza rappresentanza politica? Perché dieci milioni di iscritti a organizzazioni dei lavoratori e pensionati sono espulsi dalle istituzioni democratiche del proprio paese? Dato il disastro sociale, al quale le confederazioni fanno sempre riferimento del loro ruolo per tentare di contrattare qualcosa, compreso il contesto attuale del mercato del lavoro ormai totalmente in mano ai padroni, manca una prossima legge padronale e cioè quella che permette loro di essere risarciti per le loro perdite economiche (forse anche morali) in caso di sciopero. Poi i mediatori riformisti e le aperture al dialogo si troveranno sempre.
Comunque il concetto esposto è pericolosissimo: quello di voler costruire “una coalizione sociale che superi i confini della tradizionale rappresentanza sindacale, capace di unificare tutte le persone che per vivere hanno bisogno di lavorare”. Che roba marchesa! Insomma questi vorrebbero riportare i lavoratori in Parlamento per fare le leggi a favore loro, del lavoro e dei poveri. E noi, di che scialiamo! Adesso che sta andando tutto per il meglio.
Allora ben venga Salvini. Bravo ragazzo, contro la “sinistra”, cioè il PD. Da ridere. Ben vengano le destre inglesi e francesi, belghe, olandesi e tedesche, magari anche greche, oltre a quelle in forte crescita nei due terzi dei paesi dell’Unione. Ben venga il terrore dell’Isis per alimentare un po’ di nazionalismo guerrafondaio e nostalgico. Ben venga il ritorno alla pena di morte; all’assalto agli immigrati; alle manganellate a studenti e lavoratori, magari alle cannoniere nel canale di Sicilia. Non serve fare proposte per trovare soluzioni eque e civili, basta alimentare un po’ di razzismo in più, tanto poi, dai oggi che dai domani, la gente segue. Sa che può scaricare le sue responsabilità politiche e sociali immediate su altri, i più deboli, o sul “governo ladro”. Si lamenta, piange, bestemmia, ma aspetta sempre e ancora l’uomo della provvidenza, duro e puro. Scamiciato è meglio.
Forse, anche un Landini. Alla fine basta sapere per fare cosa.

sabato 17 gennaio 2015

E’ andato via, quasi

di Tonino D'Orazio
 
Ma il vilipendio rimane anche per gli ex presidenti? Sapete, la libertà di pensiero. Nessuno ha distrutto di più il paese come questo strano uomo. Un uomo sempre a galla e senza ideali sicuri, dalla sua presenza nel PCI di Napoli, sin dal dopoguerra, e successivamente aderente alle varie mode politiche dei decenni seguenti. Da comunista all’acqua di rosa, a socialista ombra nel periodo di Craxi, ministro dell’interno contestato, fantasma presente ai vari passaggi Pds, Ds, Pd. Risuscitato da D’Alema per un posto presidenziale dove non doveva fare altro che eseguire ciò che i “poteri forti” (ossimoro di anti-democrazia) gli avrebbero ordinato. E così è stato anche per il suo innamoramento senza ritegno per la Germania della Merkel e per la Commissione europea, di destra e anti-operaia.
Non basta aprire una Veuve Clicot per festeggiare. Non solo non è andato via veramente, ma prepotente e imbevuto di sé stesso com’è continuerà sicuramente ad intrigare dal suo scanno di senatore a vita. Morirà in Parlamento dopo più di dodici lustri di attaccamento alla poltrona. Che presidenza penosa in un confronto impossibile con Pertini e persino con Cossiga, malgrado tutta la casta dei giornalisti ci provi. Mai nessun presidente è stato “insultato” quanto lui per le banalità espresse, fino a rifiutare in massa di ascoltarlo per gli “auguri” di fine anno. Anche nel 2013. Le audience hanno palesemente mentito. La gente aveva altro da fare. Da sempre al servizio dei poteri forti e delle classi dominanti, l'ex fascista (iscritto al GUF, Gruppo Universitario Fascista), l'ex comunista (iscritto al Partito Comunista Italiano), l'ex del PDS, l’ex dei DS e infine l’ex democratico (Partito Democratico), finalmente a 90 anni suonati va in pensione d’oro. Amen. Forse. Fino ad ex senatore a vita.
Un uomo che è stato ministro e padre della peggiore legge anti-immigrati esistente in un paese europeo e civile (dixit: Tribunale Internazionale dei Diritti Umani). Un uomo che ha accompagnato la distruzione del lavoro e dello stato sociale italiano allo stadio attuale. Un uomo che doveva essere garante della Costituzione e invece ne è stato, con Berlusconi-Fini e il PD, il peggior sgretolatore. Un uomo che ha imposto alla repubblica parlamentare una repubblica presidenziale e monocratica. Ha scelto lui direttamente gli ultimi tre presidenti del consiglio, minacciando e ricattando di volta in volta il Parlamento con le sue dimissioni, fino all’ultimo Pinocchio apprendista stregone. Conoscendolo avrà sicuramente indicato e costruito il nuovo nome prima di andarsene. Ha necessità di continuità e di elogi, anche se falsi, per uscire con la testa alta. Non certamente un nome che riporti il paese e la funzione di presidente garante sulla retta via. Magari un banchiere proveniente da Goldman Sachs andrebbe proprio bene. O un amico degli amici, ma di quelli vecchi e implicati con il passato e l’omertà. Magari di quelli che hanno governato a suon di stragi e di bombe.
L’uomo giusto per la cultura giusta. Nel 1981 definì le parole di Berlinguer sulla questione morale ("I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali") "vuote invettive".
Non deve stupire i ringraziamenti delle varie caste che hanno occupato le istituzioni e se ne sono appropriate anche col suo sostegno perché senza contrasto. I parlamentari collusi e corrotti che in fondo ha protetto. I giornalisti sempre osannanti, i banchieri, gli imprenditori, soprattutto quelli corrotti ai quali ha permesso di rimanere agganciati al sistema politico attuale inamovibile, predatorio e impunito.
Né si può pensare che la Corte Costituzionale, avendo definito le due ultime leggi elettorali incostituzionali, innescando un meccanismo di falsa legalità dei Parlamenti succedutisi sotto il suo regno di garante se non della sua elezione, possa essere diventato un organo inutile e che mette il bastone alle ruote dei super leader massimo che hanno condotto il Paese allo sfacelo attuale. A colpi di centinaia di leggi carrozzoni con “voto di fiducia” (massima debolezza di un governo veramente democratico ed normalmente esecutivo dei dettami del Parlamento) che lui avrebbe dovuto contrastare e nei quali ha partecipato direttamente, con un doppio-pettismo sfacciato. Il piagnucolare per i giovani senza lavoro mentre li affossava con la sua firma sulle varie leggi di precarizzazione. Le altre due leggi dichiarate incostituzionali dalla Corte riguardanti il Lodo Alfano e il Legittimo Impedimento indicano la sua partecipazione a sostegno di Berlusconi, il quale in questi giorni lo cita come persona “antidemocratica”. Il bue che dice cornuto all’asino. Un tribunale storico contro il vilipendio della Costituzione e l’impoverimento del paese lo vedrebbe, insieme all’amico Berlusconi e altri, sicuramente imputato. Non fa parte ancora dei vincitori che possono ricostruire la storia a modo loro per poter essere considerato “padre della patria”. Anzi. L’autonomia di questo Paese, che lui ha scorporato e sottomesso a tutti i poteri esterni e internazionali senza ritegno, non è ancora finita. Che può voler dire, tenuto conto della loro fobia, “un comunista amato dagli americani”, se non la controprova di ciò che asseriamo.
Non sono mai state realmente fugate le sue implicazioni, se non l’alone della sua partecipazione, allo storico evidente accordo Stato-mafia, dovute ad una serie di interferenze non giustificate, di tentennamenti sulla lesa maestà, se non sul riserbo ufficiale del segreto di Stato, sulle sue intercettazioni distrutte e su una specie di parodia propedeutica nel tribunale di Palermo.
Capisco anche che abbia molti tifosi ai quali, e come tali, interessa poco la realtà dei fatti. Molti di loro amano, aspettano e difendono sempre l’uomo della provvidenza che ci salverà. Non sono mai arrivati e quest’ultimo proprio non né è stato uno. Ma sperano sicuramente che lo sarà il prossimo.
Visto che siamo in fase critica di libertà di pensiero lasciatemi alle mie riflessioni, e probabilmente non solo mie. Ho sempre anch’io la speranza che la storia possa raccontare una parte di verità, prima o poi, anche se dopo il “chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato”.

lunedì 12 agosto 2013

Alcuni nodi al pettine

di Tonino D’Orazio
 

Finalmente lo spettacolo politico-governativo-istituzionale “salviamo l’Italia” entra nella sua fase di acuta ilarità. Tutti fanno e dicono qualsiasi cosa. Tutti si arrampicano sugli specchi. Tutti minacciano o ricattano tutti. Non sanno come liberarsi del “condannato”. Persino Letta: ”Se si va al voto anticipato i cittadini dovranno pagare l’Imu”. Uno spasso feriale.

Berlusconi fa minacciare e poi nega. Bondi, (ma è ancora porta parola?) minaccia la guerra civile. Napolitano sta al gioco, così può ancora permettersi di rimproverare qualcuno. I capi bastoni del Pdl vanno con urgenza dall’amico e gran manovratore Napolitano. O la grazia (magari ingentilita e condita da “agilità politica”), o trova qualche marchingegno, o la crisi, mentre Berlusconi giura che non farà cadere lui il governo. Parole sante. Teatrino efficace. Il problema viene scaricato sul Pd, area menoL, come dicono i grillini. L’elemento centrale e mediatico non è la disoccupazione drammatica ma l’Imu.

Già, il Pd. Il Pdl ha un capo riconosciuto colpevole, evasore a ripetizione, corrotto e condannato come un volgare criminale, e il rischio è che sia proprio il Pd, partito opposto ma amico, a spaccarsi o a dover trovare la soluzione per il “salvataggio”. Roba mai vista in nessuna storia democratica di nessun paese. Il segretario Epifani ribadisce che le sentenze vanno rispettate (ma va!), Berlusconi “in galera”. Ma il governo insieme delle amichevole e nebbiose “larghe intese” deve continuare. Chiede a Berlusconi di farsi da parte. Grande ingenuità, gioco delle parti. Brunetta: “Epifani è un provocatore, vuole far saltare le larghe intese”. Invece controlla chi rimarrà con il cerino acceso in mano. Renzi mette le mani avanti su un eventuale crisi del governo Letta. Lui non c’entra nulla, teme di diventare il capro espiatorio. Le mani nascondono il sasso: “Se non è capace, Letta si faccia da parte”. Ma in che partito milita! Vuole solo un congresso pilotato per lui e la sua cordata, ma se ne difende accusando gli altri di anti-democrazia. Sembra il peggio, il vuoto nuovo e sorridente, che avanza. Il ritorno indietro su Bersani è ridicolo, soprattutto dopo la sua esplicitata furbata nei confronti del M5S. I ponti sono stati tagliati.

Berlusconi, vittima innocente, prova a far condannare il giudice Esposito al posto suo. Intanto lo mette in croce, con tutto il suo staff mediatico, ministri e Rai compreso e mai reso così evidente e ilarante. Strano giudice, in genere molto silenziosi quelli della Corte, che accetta di fare da esca 15 minuti dopo il verdetto. Sembra il giorno della civetta di Sciascia memoria.

Quagliariello, amico di Napolitano che lo piazza dovunque, grande, splendido e isolato “saggio” di destra, nel sentire il pericolo della crisi di governo, chiede di durare almeno ancora un po’, per permettergli di costruire una nuova costituzione personale e tutta sua (Napolitano consiglia soltanto) e di portare a termine, in altre parole, la “riforma” voluta dalla P2 di Gelli e benedetta dalle destre e dalle banche mondiali. Ai primi di settembre. Allora minaccia: “Comunque non si potrà andare a votare prima della modifica della legge elettorale”. Mente. Anche se il Senato “accelera” per un ritorno al non meglio Matterellum nessuno oggi al governo vuole la riforma elettorale con l’abolizione del premio di maggioranza, vera canna dell’ossigeno per sopravvivere, eliminare avversari politici o “governare” senza vera libertà dei parlamentari designati. Anche se in un eventuale disegno di legge ci si possa manipolare, in aggiunta per il bene dell’Italia s’intende, tutta la controriforma costituzionale e rimanere in sella malgrado, o contro, il volere popolare. Anzi questo stesso Parlamento sembra illegale e fuorilegge. “"Non si può andare alle elezioni prima che si sappia se l'attuale Parlamento possa essere dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale". E se lo è, senza che Napolitano se ne sia accorto s’intende, decadranno tutte le leggi fatte? E da quando se anche i precedenti parlamenti sono nati sotto gli stessi auspici di “illegalità”? E’ incertezza o farsa? Bisogna ridere? Ma no, la nostra fantasia nella “commedia dell’arte” è scritta nella storia. Tutto è possibile, soprattutto l’incertezza che aiuta i poteri forti a spadroneggiare.

Il fuorviante dibattito è sull’Imu. Intanto va avanti velocemente la vendita dei beni che tutti gli altri paesi liberisti dichiarano comuni, l’acqua, l’energia, la funzione pubblica, la salute, quel poco che ci è rimasto … E la controriforma costituzionale. Ci fosse un partito o un movimento che minacci, andando al governo, di riprendersi tutto.

Chissà cosa ne pensa quell’italiano su due che non va più a votare.

Un dubbio atroce si affaccia alla memoria. Non sarebbe meglio riportare al trono i Savoia invece di avere “al governo” e nelle istituzioni, per varie generazioni, figli, o tra poco figlie, nipoti ecc … di arrampicatori di poltrone per discendenza se non a vita?

Bella parola “governare”. In dialetto abruzzese acquista fortemente anche un altro senso: ”Giuvà, si guvernate le vacche?”.

giovedì 8 agosto 2013

Berlusconi, storia dell’evasore-corruttore da Craxi a Mills


Sono cose che Marco Travaglio ripete da anni in decine e decine di libri, articoli e pubblicazioni varie, ma ogni tanto rinfrescarsi la memoria con una bella sintesi, non fa male

Un impero fondato sui fondi neri: la carriera del Caimano che, dopo aver pagato politici, giudici e finanzieri, ha cambiato le leggi in suo favore

di Marco Travaglio da ilfattoquotidiano 



Secondo Angelo Panebianco, editorialista del Corriere (e non solo lui), la condanna definitiva di B. per frode fiscale non dipende dal fatto che B. è un frodatore fiscale, ma dallo “squilibrio di potenza fra magistrati e politica”. Perché in Italia la politica sarebbe “un potere debole e diviso” che non riesce a riformare il “potere molto più forte e unito” della magistratura. Solo separando le carriere, abolendo l’azione penale obbligatoria, trasformando il pm in “avvocato dell’accusa”, spogliando il Csm, cambiando la scuola e il reclutamento delle toghe e rimpolpando i poteri del governo nella Costituzione si eviteranno sentenze come quella del 1° agosto. Forse Panebianco non sa che in tutte le democrazie del mondo, anche quelle che hanno da sempre nel loro ordinamento le riforme da lui auspicate, capita di continuo che uomini politici vengano condannati se frodano il fisco, con l’aggiunta che vengono pure arrestati e, un attimo prima, cacciati dalla vita politica. Ma soprattutto il nostro esperto di nonsisachè ignora la carriera criminale di B., che froda il fisco da quando aveva i calzoni corti. E se non fu scoperto all’epoca è perché con i fondi neri corrompeva politici, Guardia di Finanza e giudici che avrebbero potuto scoperchiare le sue frodi fin dagli anni 70. Chi conosce il curriculum del neo-pregiudicato non si stupisce per la condanna dell’altro giorno, ma per il fatto che un tale delinquente matricolato sia rimasto a piede libero fino a oggi.
La prima visita
Il 12 novembre 1979 una squadretta della Guardia di Finanza ispeziona l’Edilnord Centri Residenziali Sas che sta realizzando a Segrate la città-satellite di Milano2, sospettata di varie irregolarità tributarie. Nel cantiere, con alcuni operai, c’è un omino spelacchiato e imbrillantinato che si presenta come “semplice consulente” della società. È Silvio Berlusconi, il proprietario, iscritto da un anno alla loggia deviata P2. I finanzieri vogliono sapere perché abbia prestato fideiussioni personali in favore di Edilnord e Sogeat, società il cui capitale è ufficialmente controllato da misteriosi soci svizzeri. Ma lui fa lo gnorri e mette a verbale: “Ho svolto un ruolo molto importante nei confronti dell’Edilnord Centri Residenziali e della Società generale attrezzature Sas, perché entrambe mi hanno fin dall’inizio affidato l’incarico professionale della progettazione e della direzione del complesso residenziale Milano 2”.
Anziché ridergli in faccia e approfondire le indagini, il maggiore Massimo Maria Berruti che guida la squadra si beve tutto, chiude l’ispezione in meno di un mese, nonostante le anomalie finanziarie riscontrate e archivia tutto con una relazione rose e fiori. Poi, il 12 marzo 1980, si dimette dalle Fiamme Gialle. Per qualche mese lavora per l’avvocato d’affari Alessandro Carnelutti, titolare a Milano di un importante studio legale con sedi a New York e Londra, dove si appoggia all’avvocato inglese David Mackenzie Mills. Poi Berruti inizia a lavorare per il gruppo Fininvest, specializzandosi in operazioni finanziarie estere e in contratti per i calciatori stranieri del Milan. Gli altri due graduati che erano con lui nel blitz del ’79 sono il colonnello Salvatore Gallo e il capitano Alberto Corrado. Il nome di Gallo verrà trovato nelle liste della loggia P2. Corrado verrà arrestato nel ’94 e poi condannato con Berruti per i depistaggi nell’inchiesta sulle mazzette Fininvest. Versate a chi? Alla Guardia di finanza, naturalmente.
San Bettino vede e provvede
Nel 1980 Berlusconi rischia di ritrovarsi un’altra volta la Finanza in casa. Allarmatissimo, scrive una lettera all’amico Bettino Craxi, leader del Psi che sostiene il governo Cossiga: “Caro Bettino, come ti ho accennato verbalmente, Radio Fante ha annunciato che dopo la visita a Torino, Guffanti e Cabassi, la Polizia tributaria si interesserà a me… Ti ringrazio per quello che crederai sia giusto fare” (lettera pubblicata dal fotografo di Craxi, Umberto Cicconi, in Segreti e misfatti, Roma 2005). Che si sappia, anche quella volta le Fiamme Gialle si tengono alla larga dal Biscione. Che evidentemente ha sempre più cose da nascondere.
Giudici venduti e no
Il 24 maggio 1984 il vicecapo dell’Ufficio Istruzione di Roma, Renato Squillante, interroga B., assistito dall’avvocato Cesare Previti e imputato “ai sensi dell’articolo 1 della legge 15/12/69 n. 932” per interruzione di pubblico servizio a causa delle presunte antenne abusive sul Monte Cavo che interferiscono nelle frequenze radio della Protezione civile e dell’aeroporto di Fiumicino. Gli imputati sono un centinaio. Ma la posizione di B. viene subito archiviata il 20 luglio 1985, mentre altri 45 rimarranno sulla graticola fino al 1992 e se la caveranno solo grazie all’amnistia. Non potevano sapere che Squillante e Previti avevano conti comunicanti in Svizzera. Insomma, che il giudice romano era a libro paga della Fininvest. Il 16 ottobre 1984 i pretori di Torino, Pescara e Roma, Giuseppe Casalbore, Nicola Trifuoggi e Adriano Sansa, sequestrano gli impianti che consentono a Canale 5, Italia 1 e Rete 4 di trasmettere in contemporanea in tutt’Italia in spregio alla legge. Craxi neutralizza le ordinanze con due “decreti Berlusconi”.
Mills e la Fininvest occulta
Nel 1989 l’avvocato Mills, consulente Fininvest da alcuni anni, costituisce per conto del gruppo Berlusconi la All Iberian e decine di altre società offshore (la Kpmg, per conto della Procura di Milano, arriverà a contarne 64) domiciliate nelle isole del Canale (all’ombra di Sua Maestà britannica), nelle Isole Vergini e in altri paradisi fiscali. Ordine è partito dai responsabili della finanza estera del gruppo, Candia Camaggi e Giorgio Vanoni. Nasce così il “Comparto B” della Fininvest, “very discreet”, cioè occulto e in gran parte mai dichiarato nei bilanci consolidati, alimentato perlopiù dalla Silvio Berlusconi Finanziaria Sa (società lussemburghese regolarmente registrata a bilancio), ma anche da denaro proveniente dal Cavaliere in persona (in contanti, tramite “spalloni” che lo portano da Milano oltre il confine elvetico).
Sul conto svizzero di All Iberian, in soli sei anni, transitano in nero quasi mille miliardi di lire. Usati per operazioni riservate e inconfessabili, come confermeranno le sentenze definitive All Iberian, Mills e Mediaset. Anzitutto, B. versa 23 miliardi a Craxi tra il 1990 e il ’91. Gira soldi di nascosto ai suoi prestanome Renato Della Valle e Leo Kirch: non potendo, per la legge Mammì, detenere piú del 10% di Telepiú, B. finanzia occultamente le teste di legno che rilevano le sue quote eccedenti. Acquista per 456 miliardi il capitale di Telecinco, la tv spagnola, di cui per la legge antitrust di Madrid non potrebbe controllare più del 25%. Presta soldi a Giulio Margara, presidente di Auditel e direttore di Upa, l’associazione utenti pubblicitari. Gira 16 miliardi a Previti, in parte per pagarlo in nero in parte perché versi tangenti a giudici romani come Squillante e Vittorio Metta (autore della sentenza comprata che nel 1990 scippa la Mondadori a De Benedetti per regalarla alla Fininvest). Scala di nascosto i gruppi Rinascente, Standa e Mondadori in barba alla normativa Consob .
E soprattutto, tramite alcune offshore, intermedia l’acquisto di film dalle major di Hollywood, facendone lievitare i costi per 368 milioni di dollari e dunque abbattendo gli utili di Mediaset per tutti gli anni 90, consentendo al gruppo di pagare meno imposte e al beneficiario dei conti esterni, cioè a se stesso, di accumulare una fortuna extrabilancio ed esentasse. E cosí via. Resta pure il sospetto che parte del denaro di destinazione ignota sia servito a pagare i politici del pentapartito per la legge Mammì del 1990 sull’emittenza: quella che consente a B. di tenersi tutt’e tre le reti Fininvest in barba a qualunque minimo principio antitrust. Lo testimoniano i responsabili della Fiduciaria Orefici, che aiuta il Cavaliere a foraggiare il conto All Iberian: il dirigente Fininvest Mario Moranzoni confidò loro che “i politici costano, c’è in ballo la Mammí”. Per le presunte tangenti Fininvest in cambio di quella legge, la magistratura romana indagherà Gianni Letta e Adriano Galliani, ma l’ufficio Gip guidato da Squillante negherà il loro arresto, e l’inchiesta finirà nel nulla.
Le Fiamme Sporche
Nel 1989 il responsabile servizi fiscali della Fininvest, Salvatore Sciascia, altro ex finanziere passato alla corte del Cavaliere, si libera di una verifica fiscale a Videotime (la società Fininvest che racchiude Canale5, Rete4 e Italia1) versando ai finanzieri una tangente di 100 milioni di lire. Lo stesso fa nel 1991 con 130 milioni scuciti per ammorbidire un’ispezione a Mondadori. E poi nel 1992 con altri 100 milioni per una visita delle Fiamme Gialle a Mediolanum. E ancora nel 1994 con 50 milioni perché i finanzieri chiudano un occhio, o possibilmente due, durante un blitz disposto dalla Procura di Roma e dal Garante per l’editoria sulla reale proprietà di Telepiù: che, se dovesse risultare ancora in mano a B. tramite i soliti prestanome (così com’è nella realtà), porterebbe all’immediata revoca delle concessioni per Canale5, Rete4 e Italia1. Ma anche quella volta i finanzieri corrotti se ne vanno con gli occhi bendati.
Nel ’94, appena un sottufficiale confessa a Di Pietro di aver ricevuto parte di una tangente Fininvest, esplode lo scandalo Fiamme Sporche, che in poche settimane porta all’arresto di un centinaio di finanzieri corrotti e all’incriminazione di oltre 500 imprenditori e manager corruttori (il Gotha dell’imprenditoria milanese). Confessano quasi tutti. Tranne uno: Silvio B., che non può ammettere nulla perché è appena divenuto presidente del Consiglio. Sciascia dice che ha fatto tutto per ordine di Paolo Berlusconi, Silvio non c’entra nulla. Intanto l’avvocato Berruti chiama l’ex collega Corrado (quello dell’ispezione del 1979), ormai in pensione, perché tappi la bocca sulle mazzette Fininvest il capobanda, colonnello Angelo Tanca. E così avviene. Quando il pool Mani Pulite ha pronta la richiesta di cattura per Sciascia e Paolo, il governo di Silvio vieta la manette per corruzione col decreto Biondi.
È il 14 luglio ’94. L’Italia si ribella, Bossi e Fini si defilano, B. è costretto a ritirare il decreto a furor di popolo, così finiscono dentro Sciascia, Paolo, Corrado e Berruti. Il quale, si scopre, prima di orchestrare il depistaggio è volato a Roma per incontrare il premier a Palazzo Chigi. La prova che ha fatto tutto Silvio, non Paolo. Di qui l’invito a comparire durante la conferenza Onu di Napoli e poi il processo. Primo grado: condannati Silvio e Sciascia, assolto Paolo. Appello: prescritto Silvio, condannato Sciascia. Cassazione: condannato Sciascia, assolto per insufficienza di prove Silvio, perché potrebbe essere stato Paolo, che però non può essere riprocessato una volta assolto. La prova contro Silvio potrebbe, anzi dovrebbe fornirla Mills, sentito come testimone al processo: purtroppo è stato corrotto con 600mila dollari e mente ai giudici, salvando il Cavaliere.
9 processi aboliti per legge
Ma le tangenti c’erano, e quello che il gruppo Berlusconi ha da nascondere alla Guardia di Finanza è più che evidente. Lo dimostra la miriade di processi nati da quei fondi neri negli anni 90, quando i giudici e i finanzieri corrotti iniziano a scarseggiare. Non potendoli neutralizzare a monte a suon di mazzette, B. li cancella a valle con una raffica di leggi ad personam: falso in bilancio, condoni fiscali ed ex Cirielli. Risultato: 2 processi fulminati perché il reato non c’è più, cancellato dall’imputato (All Iberian-2 e Sme-2) e 8 caduti in prescrizione. L’ultimo, per il semplice decorrere del tempo, sulla divulgazione dell’intercettazione della telefonata segreta e rubata tra Fassino e Consorte.
Gli altri 7: corruzione del giudice Metta per la sentenza Mondadori e caso All Iberian-1 per i 23 miliardi a Craxi (prescritti grazie alle attenuanti generiche); falsi in bilancio Fininvest anni 90; altri falsi in bilancio per i 1550 miliardi di lire di fondi neri sottratti al consolidato col sistema All Iberian; fondi neri nel passaggio del calciatore Lentini dal Torino al Milan; corruzione giudiziaria del teste Mills (prescritti grazie al-l’ex Cirielli); appropriazioni indebite e i falsi in bilancio e la gran parte delle frodi fiscali sui diritti Mediaset (prescritti grazie al combinato disposto della legge sul falso in bilancio e all’ex Cirielli). I reati superstiti, e cioè le frodi fiscali del 2002 e 2003, per un totale di 7 milioni di euro (su un totale di 360 milioni di dollari, ormai evaporati), sono miracolosamente giunti in Cassazione per la sentenza definitiva del 1° agosto prima della solita falcidie. Sarebbe questo il sintomo di una politica debole e di una giustizia forte? E che c’entra, con questa fogna, la politica?

da Il Fatto Quotidiano del 7 agosto 2013


 

domenica 28 aprile 2013

Il Soft Power che terrà buoni i progressisti

di Paolo Mossetti da ComeDonChisciotte via Libernazione
 
Sbaglia, a mio avviso, chi dice che questo governo di compromesso è nato senza tener conto degli elettori. Ovvero del ‘pubblico da casa’.

La scelta dei ministri, di destra e di sinistra, o per meglio dire di destra mafiosa e di centro liberista, segue ancora una volta il ruffiano modello del cinema di Hollywood. La formula è semplice: mettere più’ donne nei ruoli ‘da maschio’, mettere uno ‘di colore’ nel ruolo del ‘buddy’, metteterci un’atleta, magari, una ‘superpartes’ – come la Bonino -, e il ‘pubblico’ non smetterà di protestare, ma forse protesterà di meno.

Avessero messo ai loro posti chi davvero da gli ordini, a quegli attori là, il ‘pubblico’ avrebbe reagito con maggior (e più’ stupida) indignazione.

Lo chiamano Soft Power.

E’ una lezione già messa in pratica, con successo, dai ‘conservatori compassionevoli’ negli USA e in Inghilterra: controbilanciare una politica de facto spietatamente classista con operazioni di restauro e rinnovo per imbonire gli stolti.

Bloomberg parla di diritti civili per le minoranze, di divieti di fumo, di riduzione delle porzioni nei fast food. La militarizzazione fino al midollo della città, la riduzione degli spazi di sperimentazione e ‘informalità’ e il soprattutto il suo impero personale da 25 miliardi di dollari vengono messi in secondo piano dalla magica fabbrica dei manipolatori professionali. Cameron si fa fotografare mentre stringe la mano al povero invalido e prende la metro come tutti i comuni mortali, e i nostri giornalisti più  conformisti – e dunque, ‘spendibili’ - abboccano e ‘retweettano’. E potremmo citare anche i casi emblematici della Clinton e di Obama, ma non è qui il tempo né lo spazio.

Nel nostro caso – di cui ci importa relativamente poco in verità, avendo già chiara la necessità di una politica di nuova autonomia e radicale opposizione – al potere avremo i tecnici di Aspen e delle lobby lettiane. Berlusconi non sbaglia un colpo ormai da mesi. Il PDL nei sondaggi è il primo partito. C’è la prospettiva di ritrovarci in una dimensione grottesca a cavallo tra i Settanta italiani e i fine Ottanta Inglesi – prima l’austerity, poi un governo conservatore, infine l’opposizione – o la sua pantomima – nelle mani di un liberista carismatico -Renzi come controfigura di Blair. Eppure – quando ci scommettiamo? – sul Venerdì  di Repubblica si parlerà dei figli della Idem e dell’infanzia del ‘primo ministro nero’.

Distrarre e tranquillizzare. Sono bravissimi, come sempre. 


Doppiezza del e nel PD

Tonino D'Orazio 

Nella coalizione e nella “sinistra” in genere. Lo spostamento a destra, ormai dichiarato, non può che portare all’implosione del partito, alla perdita degli iscritti e degli attivisti. E’ la storia delle scissioni. Del Psi della metà degli anni ’60 con il primo centro-sinistra (nacque lo Psiup, 5%) e dal 1992 in poi con la fuga direttamente a destra con Berlusconi. Stessa strada imboccata dal Pasok greco. In accordo con la destra greca è passato da 47% al 12% in due rapide elezioni. Molti dicono per “responsabilità” verso il paese, molti dicono per “irresponsabilità” verso i propri elettori. La stessa situazione italiana di oggi per il Pd, che in realtà è definito solo da Berlusconi come “sinistra” italiana. Termine topografico parlamentare dopo aver fatto il vuoto intorno a sé, non di idealità, o di programma se non fumoso. Per questo il Pd non può volere subito le elezioni, malgrado l’eventuale riforma della legge elettorale. A meno di truccare di nuovo le carte con premi ad personam. Tanto continuano ad avere la maggioranza dei 2/3 del Parlamento per poter modificare la Costituzione, con la benedizione del garante.
La prevedibile compromissione rappresenta sicuramente una indecenza per quegli elettori che avevano creduto che il Pd fosse alternativo al governo precedente, pur senza aver mai detto come in campagna elettorale, e avrebbe permesso probabilmente di respirare. Ora il re è nudo e purtroppo per esistere deve sempre più arroccarsi al canuto bi-presidente e alle poltrone di potere. Senza avere mai la sicurezza di quanto tempo ci potranno rimanere, visto il sicuro smarcamento, quando ci sarà il voto segreto, di parte del partito che vuole rimanere onesto verso i propri elettori. E qui non c’entrano i giovani e le donne, sono le facce della stessa medaglia. Non sono stati eletti dai cittadini ma designati dalle segreterie di partito. Parlamentari liberi per Costituzione e ricattati se non allineati. Ulteriore vulnus democratico, ma a chi importa?
E’ oggi un partito al governo ma sotto ricatto di Berlusconi, come quello di Monti, da fargli fare le porcate e da far cadere a piacimento al momento opportuno. Un partito dalla padella alla brace. Quello che forse voleva evitare Bersani, (continuerà ad opporsi a Berlusconi?) ma non i giovani che avanzano, Letta compreso. Un partito frammentato in protettorati di politici rampanti, e l’unico che ancora non ha pagato nulla è il vecchio D’Alema. Insomma mossa geniale di Berlusconi che si assicura il presente e il futuro sulle spoglie del Pd. E’ il V governo Berlusconi, con due mastini a proteggere i suoi interessi, Alfano al ministero dell’Interno e la tecno-poliziotta Cancellieri alla Giustizia. Magistratura, muovetevi se potete! In più a tenervi sotto controllo ci sono Napolitano e Mancino, il mediatore tra stato e mafia.
C'è stata troppa fretta nel rieleggere Napolitano. Sì c'è stata molta fretta. Tutto si è messo in moto, affinché nulla fosse mutato. Anche la rielezione di Napolitano va in questa medesima direzione. Due terzi degli italiani hanno detto no alla continuità del massacro sociale. Un terzo era del Pd. Conclusione? Abbiamo lo stesso governo con politiche obbligate di destra e lo stesso presidente di prima. Solo nel governo cambieranno un po’ di nomi, quelli del Pd, e torneranno in forza quelli disastrosi del Pdl. Il resto sono chiacchiere politichesi. Il tradimento è esplicito.
Forse la parola potrà sembrare pesante, ma come descrivere la dissociazione del Pd dalla sua campagna elettorale, sfociando nelle negate larghe intese, e il tradimento dal sentire comune di gran parte dei suoi elettori, soprattutto giovani che occupano le sedi del partito in tutta Italia? Sembra il detto popolare “passata la festa, gabbato il santo”.
Forse solo Epifani, Barca, Nencini e Vendola, possono convocare gli stati generali per un partito della sinistra democratica italiana, nel solco del socialismo o della soialdemocrazia europea. Un partito chiaro. Bisogna proprio, finalmente, che questo blob di partito attuale possa dividersi e una parte possa ritornare nei propri alvei politici, storici e trasparenti per quello che sono. Renderebbero il nostro un normale paese europeo e potrebbero avere, forse, meno compromissioni.
Non è bastato a Vendola firmare un impegno di «lealtà agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro paese» (vale a dire l'agenda Monti, Maastricht, Lisbona, Fiscal Compact, austerity, etc.), la ferocia della «destra proprietaria» (come l'ha recentemente definita Rossana Rossanda) che in Italia si combina con le cosche del centro-destra-sinistra e la Confindustria, sempre dolente e piangente, non lascia margini nemmeno a Sel e nemmeno alla scelta di opposizione.
Dopo l’impegno, a chi e a che cosa?
Ma se il Pd non si divide, la fine di Sel è preannunciata. Nessuno, in coalizione forzata dalla legge elettorale, può mettere il bastone tra le ruote del Pd e fare opposizione al governo. Non c’è due senza tre. Lo abbiamo visto con i comunisti e la sinistra radicale, fuori dal parlamento. Lo abbiamo visto con Italia dei Valori, fuori dal parlamento.
A destra non è la stessa cosa. Possono fare quello che vogliono, sia il Pdl che la Lega. Sono a geometria variabile. Così come gli ex democristiani. Un passettino a destra o uno a sinistra, sempre un passettino è, e sempre al centro sono. Con il potente aiuto della chiesa romana. Chissà quanta pressione abbia fatto la Cei, magari telefonando personalmente ad ogni parlamentare del Pd, per evitare che un laico come Rodotà potesse diventare presidente! Sempre se il Pd poteva permettersi di pensarlo.
 

venerdì 12 aprile 2013

La tentazione dell’inciucio: qualche dirigente Pd è ricattabile?




di Paolo Flores d’Arcais e Barbara Spinelli da Micromega

Cari parlamentari del Pd, M5S e Sel,

ci rivolgiamo oggi soprattutto ai parlamentari del Pd e di Sel, perchè c’è qualcosa che non riusciamo proprio a capire. Estromettere Berlusconi dalla vita politica e dal potere (compreso il suo monopolio sulla televisione commerciale) non solo sarebbe sacrosanto secondo tutti i canoni delle democrazie liberali occidentali, ma sarebbe anche un vantaggio non da poco per il centro-sinistra. Ora, se una misura a portata di mano, che corrisponde sia all’interesse generale e all’etica di una democrazia sia all’interesse egoistico e di bottega di una forza politica, viene da quest’ultima rifiutata e anzi tale forza politica si muove in direzione opposta (mantenere il Caimano nei gangli decisivi del potere e della politica), l’interrogativo è d’obbligo: perché tanta assurdità?

Il masochismo è infatti comprensibile e accettabile come una delle tante e varie inclinazioni sessuali (in fatto di sesso, tra adulti consenzienti, “di tutto e di più” è l’unica norma liberale), ma in campo politico è un controsenso, oltretutto enigmatico. Nessuna forza politica e nessun singolo politico vuole il proprio male, ama danneggiarsi. Talvolta lo fa, ma per stupidità. Nel caso che stiamo esaminando, però (la possibilità di estromettere B. dalla politica e dal potere), neppure la stupidità può essere una spiegazione, perché è talmente evidente, anche al più stupido del genere “homo sapiens”, che la soluzione prospettata sarebbe di enorme vantaggio per il centro-sinistra, e carica di rischi invece la scelta opposta, che la spiegazione di tanto pervicace “masochismo” va cercato altrove.

Dove? L’unica spiegazione logica che resti, visto che ogni interesse generale, ogni valutazione etica, ogni interesse di bottega spinge nel senso della “estromissione”, è che una parte del gruppo dirigente Pd+Sel sia ricattabile. Ovviamente dei contenuti e ingredienti di tale “ricattabilità” nulla possiamo sapere e neppure immaginare, ma se non ci viene data una spiegazione più plausibile, quella della “ricattabilità” (anche solo mentale) resta l’unica in campo. In un dialogo di oltre dieci anni fa su MicroMega, Giuliano Ferrara spiegava a un allibito Piercamillo Davigo che la prima dote di un politico deve consistere nell’essere ricattabile. “Non ricattabile, vorrà dire”, insiste Davigo. No, proprio ricattabile, replicò a quel punto Ferrara, perché un politico non ricattabile non è affidabile.

Pd e Sel hanno da guadagnare un Perù dalla estromissione di Berlusconi dalla politica e dal potere (del resto perfino la destra “presentabile” che si fa chiamare “centro” ha analogo interesse). L’Italia, la sua democrazia, la convivenza civile, la considerazione del nostro Paese in Europa e nel mondo (sia presso l’opinione pubblica che presso gli establishment), ne trarrebbero un impareggiabile giovamento, e del resto in nessuna democrazia liberale sarebbe mai stata tollerata la presenza in politica di chi assommasse il potere mediatico di un Murdoch a quello economico di un emiro.

Perciò, se il Pd e Sel non operano sollecitamente per dichiarare Berlusconi ineleggibile, se non scelgono un Presidente della Repubblica che – in quanto Custode della Costituzione repubblicana e dei suoi valori – rifiuterà di sottomettersi alle pressioni di Berlusconi, alle cui esigenze resterà indifferente, dovranno spiegare ai loro elettori perchè mai preferiscano un comportamento che è scellerato secondo i parametri di una democrazia liberale e al tempo stesso masochista fin quasi al suicidio per Pd e Sel medesimi.


La sostanza del Grillo

Che facciamo? C'è lo stallo, che si fa quando c'è uno stallo? Semplice si gioca un'altra partita. Non credo valga la pena di sprecare troppo parole: i grillini sono inaffidabili, anche se hanno ragione su molti punti, e su uno in particolare, l'irriformabilità di un sistema dove le varie componenti sono parti di un unica sostanza. 
Bersani biascica, non parla, allude, dice mezze frasi, lasciando il discorso in sospeso, esprime concetti generici e mai niente di specifico e di concreto. Perché Bersani è un così pessimo comunicatore? Perché la frase più graffiante che è stato in grado di dire è : “ ti conosco mascherina” riferendosi a Berlusconi? Colpa sicuramente di una forma mentis modellata dalle geometrie piatte della pianura padana e dalla nebbia appiccicosa che la avvolge, ma non solo. Persino un bambino saprebbe cantargliele ai berlusconiani, basterebbe evocare costantemente i Dell'Utri, i Mangano, i Previti, i soldi di provenienza dubbia, le leggi ad personam e infinite altre porcate e si potrebbero zittire per sempre, è solo una questione di modi e tempi nel pronunciare la battuta, ma i politici navigati queste cose dovrebbero conoscerle. Invece niente, mai niente, anzi addirittura spesso si fanno dare lezioni di morale dai pidiellini che di par loro non si fanno sfuggire un'occasione per suonargliele al Pd, fosse un Penati o qualche oscuro burocrate sorpreso con le mani in pasta. Perché tutto ciò? Semplice, perché cane non morde cane, o se preferite la metafora spinoziana, la sostanza ha mille attributi ma è sempre unitaria, ed è questa in poche parola l'essenza del pensiero grilliano, non si può fare accordi con un parte sapendo che tale parte non si può separare dal tutto. Il Pd non può fare opposizione al Pdl perché dovrebbe farla anche a se stesso e quindi non si può permettere di essere troppo incisivo nella sua azione, dovessero scoprirsi altarini e saltare puntelli fondamentali del sistema. Grillo ha ragione da vendere su questo, se non fosse che la politica è di per sé imperfetta e compromissoria, ed è per questo che la ragione anche se giusta come in questo caso, non funziona. 
Risolvere questo vecchio dilemma, è cosa difficile. Pare che la democrazia diretta l'abbiamo scoperta adesso, quando già Rousseau si è posto gli stessi nostri problemi duecento anni or sono, senza riuscire a venire fuori da un'aporia fondamentale, quello del non dover delegare le decisioni per non smentire il principio della “volontà generale”, senza poter evitare di doverlo fare in un contesto in cui le istituzioni risultano un elemento inaggirabile, per la necessità di un'azione rapida e l'impossibilità di mediare con ogni singola testa.

Vorrei avere un'idea più pratica per risolvere questo impasse, ma l'unica cosa che mi viene in mente è l'augurio che il Pd si scinda, nasca una sinistra in grado di governare e permetta a Grillo di fare un'opposizione seria. Augurio che presuppone una condizione ancora più utopistica della capacità dei grillini di governare.

domenica 24 marzo 2013

Il peggio pride riempie la piazza

Non si può rimanere indifferenti a quel brusio fastidioso di esseri accastati in una piazza, figuranti di una commedia surreale, uno sciame umano (?) accorso ad osannare un tale che ha ottenuto quanto più poteva ottenere dal peggio della società italiana. 
Quella gente è ripugnante. Lo sono perché furbi che prosperano nell'illegalità e nella menzogna e lo sono perché deboli di mente che raccolgono le briciole dei potenti e si esaltano per le gesta del re buffone. 
E' sbagliato prendersela con queste persone? Non so e non mi importa, non sono un politico e non ho rispetto per questa gente perché loro sanno. La maggior parte sa chi è Berlusconi e la sua cricca, ma accetta ogni scusa, ogni alibi che gli viene offerta, come boccaloni dallo sguardo vacuo e fieri di essere presi  per il culo, contenti di portarsi a casa i gadget del pataccaro più celebre d'Italia. Loro lo sanno  chi è Berlusconi, lo sanno e lo acclamano tutti coloro che vivono di malaffare, continuando a sperare nel perdurare di un clima tollerante verso i corrotti e lo sanno anche i suoi fedeli e servi sciocchi che fingono di non sapere. Lo sanno, ma non ha nessuna importanza, perché quello che hanno imparato e che la differenza la fa solo il tuo interesse privato e non chi è Berlusconi, perché tanto gli altri non sono meglio. Nichilismo da coatti.
Qualche buontempone di sinistra dirà che sono vittime, disperati che cercano per un giorno di riempire la borsa della spesa, ma non è vero, sono tutti indifferentemente dei pavidi mercenari senza dignità. 
Ce n'è per tutto in questa fiera: dai santuomini ipocriti, agli egoisti che pensano all'ennesima casa abusiva da costruire, ai faccendieri infami, alla partita IVA con le pezze al culo, fiero di fare la gavetta con raffinati artisti dell'imbroglio e della corruzione, fino al prezzolato a 50 euro.
L'unica attenuante che posso concedere a molta di questa gente è che coloro che pretendono di essere il meglio della politica nostrana, spesso si sono dimostrati alla loro bassezza, fornendo loro ulteriori alibi per continuare a dare il peggio di se stessi.


venerdì 15 marzo 2013

Sinistra, una parola o i fatti.


di Tonino D’Orazio

Sinistra è una parola “svalutata” malgrado i concetti di giustizia sociale ivi contenuti diventino più forti e pressanti.

Sono per lo meno 15 anni che si discute intellettualmente sulla parola “cosa vuol dire sinistra” e sul tentativo di riunificazione di forze che si considerano tali. Era una trappola culturale. Si sono ricomposti e scomposti partiti e movimenti vari intorno al tema. Niente da fare. Sono stati sconfitti da una elezione all’altra perché rissosi e senza unità pur con identici intenti programmatici. Parimenti i movimenti vari, che però sembrano essersi riconosciuti, ognuno per il proprio pezzo, nel M5S.

Prima scompare dal parlamento e dai media la sinistra radicale (i comunisti) per cui il PD diventa la sola sinistra italiana riconosciuta, parlamentare e etichettata da Berlusconi.

Poi compare, veramente non all’improvviso, un movimento sull’onda che, con gran parte dei concetti programmatici degli altri, riesce ad unificare e ad essere profondamente credibile.

Un semplice sguardo comparativo e si capisce che “sinistra” sia passata dalla parola ai fatti ma non per chi se ne fregiava. A questi importano i concetti e i programmi radicali si nascondono dietro “né destra, né sinistra”. A parole, altre parole.

Ci vuole un quadro comparativo per capire differenze e sintonie vere.

Quanto il Pd sia vicino, con Bersani o Renzi, al programma del Pdl-Monti e lontano dal M5S ?

Entrambi vogliono la TAV, entrambi sono per il MES (Ponte Messina), entrambi per il Fiscal Compact, entrambi per il pareggio di bilancio, entrambi per le 'missioni di pace', entrambi per l'acquisto degli F-35, entrambi per lo smantellamento dell'art.18 e il mantenimento in toto della disastrosa legge Biaggi, entrambi per la perdita della sovranità monetaria e quindi del paese, entrambi per il finanziamento della scuola privata, entrambi per continuare a privatizzare, entrambi per i rimborsi elettorali (anche se il Pd oggi non può che proporne una diminuzione).  

In realtà, questi punti sono profondamente contrari al programma del M5S. I programmi del quale sono invece simili al programma della Federazione di Sinistra, insieme, fra l’altro, al recupero dei beni comuni (acqua, trasporti, energia, autostrade, una banca statale di garanzia …). Anche al “reddito di cittadinanza”. (Pensate alla raccolta delle firme della FdS e della Fiom-Cgil per una legge di iniziativa popolare). Uno sviluppo per le energie rinnovabili che ci avvicinerebbe al meglio del mondo e a Kyoto, invece di ridurci a succursale occidentale di maxi-consumi petroliferi. E per l’Abruzzo di trivellare e distruggere tutto il territorio, anche marittimo, come un groviera.

Un punto importantissimo è il recupero della corretta e imprescindibile valenza della Carta Costituzionale. (L’ultimo referendum vinto dal popolo, non dai partiti se ricordate, contro i “modificatori” e gli “sgretolatori”). Il dire “ci vediamo in parlamento” sta anche a ricordare ai partiti (anzi alle loro blindate segreterie) che hanno occupato uno spazio non disponibile a essere lottizzato, manipolato (vedi premi di maggioranza o legge Scelba accettando l’abominevole porcellum) e simonizzato da loro ad uso e consumo, cioè lo Stato repubblicano. A riportare le istituzioni nell’alveo giuridico naturale e cioè che esse sono di tutti e proprietà di nessuno. Tant’è che i partiti, nella normalità di una Costituzione di fatto, ne avevano perduto la nozione esatta. Ci voleva una folata di giovani “innocenti” per ricordarlo a tutti, anche a quelli che si fregiano di far parte dell’ANPI?

Per esempio, per ricordare al garante Napolitano che l’art. 11 della Costituzione ci impedisce di fare “le guerre di pace” e di comperare bombardieri che notoriamente non servono alla difesa del nostro paese. Ma questo M5S non sarà mica pacifista ! Sembra un altro tema caro alla sinistra storica e ai movimenti arcobaleno. Ma profondamente anche al pacifico popolo italiano, già trascinato in tre o quattro stupide guerre.

Che dire della legge sul conflitto di interesse (del 1957), mai applicata, con giudici e partiti consenzienti. O sulla Direttiva Europea che non consentiva a nessun privato di possedere più di due reti televisive. Solo questi due elementi ci avrebbero permesso di non essere lottizzati per 20 anni e probabilmente di diventare un paese europeo più o meno normale, magari con le stesse difficoltà degli altri, ma non ridicolo, divorato e distrutto. Per quelli che hanno accettato questi elementi è difficile ammettere lo sbaglio e tornare indietro. E perseverare si sta dimostrando difficile e diabolico.

Per poter discutere con l’Europa (se si fa ancora in tempo) quanta cessione di autonomia nazionale possiamo dare e a chi, se non a un parlamento vero e democratico come quello europeo, che possa essere legislativo per tutti e dare senso comunitario e progetto politico futuro. Allora sì. Perché invece dobbiamo cederla a tecnocrazie o oligarchie rapaci e strettamente private? Il M5S non vuole uscire dall’Europa perché, dice, ne siamo già fuori di fatto. In effetti siamo già Pigs (parola inglese sufficientemente indicativa) e economicamente colonizzati.

Tralascio la questione dignità del lavoro e il Piano del Lavoro, che a mio avviso andava presentato e contrattato direttamente con la Merkel per avere un minimo di successo, piuttosto che con quelli interessati solo elettoralmente e che sono ideologicamente Ichino dipendenti. Ugualmente non ho sentito nulla sull’abolizione degli ordini professionali, vero blocco per l’innalzamento, il ricambio delle giovani generazioni e della società.

Non so quanto il M5S possa portare a casa del loro programma alternativo, ma se riuscissero anche al 30% questo paese potrebbe veramente ripartire, con qualche speranza in più e probabilmente con un po’ di giustizia sociale. Potrebbe addirittura salvare anche la linea Bersani del Pd. I giovani hanno impostato un cambio generazionale di prepotenza, cambio bloccato da decenni, e in questo senso sono d’accordo con la visione e il sostegno dell’ambasciatore americano. Gli altri, di sinistra come etichetta, pur proponendo le stesse (quasi) riforme, purtroppo non sono più credibili.

Allora sinistra di parola o di fatti reali?

domenica 10 marzo 2013

Les italiens expliqués aux enfants

di Pierluigi Sullo da democraziakmzero


Nel 1988, Jean-François Lyotard pubblicò un libro dal titolo fulminante: “Le postmoderne expliqué aux enfants”, il postmoderno spiegato ai bambini. Che arrivava dopo “La condizione postmoderna”, uscito all’inizio degli anni ottanta. In quei libri, il filosofo francese analizzava la disgregazione delle “grandi narrazioni”, l’illuminismo (e il liberalismo) e il marxismo, alle prese con la trasformazione radicale della società, dell’economia, della geografia dei poteri. Dopo un quarto di secolo, gli elettori italiani “hanno votato due clown”, come ha detto il capo della Spd tedesca.
Qualcuno dovrebbe azzardarsi a scrivere un libro intitolato “Les italiens expliqués aux enfants”. C’è infatti chi pensa che gli italiani sono un popolo bizzarro, irresponsabile, e chi dice che sono annegati nel provincialismo, hanno cioè staccato le connessioni con il resto del mondo. Dappertutto gli elettori votano – sempre meno – per i partiti tradizionali, e tradizionalmente divisi in “destra” e “sinistra”, restando perfino in Grecia al di qua dell’abisso che si spalanca oltre l’orlo dell’euro (dato che il mondo è tornato piatto, ed ha la forma di una moneta). E dappertutto, quando protestano, i cittadini assumono lo stile degli Indignados, del movimento Occupy, della gente di piazza Tahrir al Cairo. Ovvero: i sistemi politici reggono, bene o male, mentre a ondate dalle società arrivano messaggi di sfiducia, di estraneità, di rigetto.
In Italia, al contrario, è accaduto che la marea del rifiuto della politica è entrata dentro la politica indossando la maschera non di Anonymous ma di Beppe Grillo.
Perché si producesse questo risultato dev’essere accaduto, nel profondo della società, un qualche cataclisma. E siccome è l’unico caso al mondo, converebbe appunto cercare di capire gli italiani, perché si potrebbe trattare non di una scelta di retroguardia, o di amore per la commedia dell’arte (sublime invenzione italiana), ma all’opposto di un annuncio, di una sperimentazione d’avanguardia.
Per capire meglio converrà ricordare – in breve – una caratteristica singolare, nel panorama europeo, dell’Italia: la debolezza e fragilità dello Stato nazionale. Il nostro è piuttosto un paese dalla lunga tradizione municipale. Lo Stato è nato tardi e male, la lingua italiana non si è diffusa davvero che dagli anni sessanta, grazie alla televisione prima, e agli studenti del 68 poi. I “trenta gloriosi”, i decenni del boom industriale e dei consumi, sono stati quelli della unificazione nazionale, della “modernizzazione”, dei grandi partiti di massa. La Resistenza al fascismo, la repubblica e la Costituzione erano le solide basi di un consenso nazionale che ha resistito alle pressioni contrapposte della guerra fredda. In quegli anni lo Stato ha svolto un ruolo importante. Secondo l’ideologia dell’epoca, il “pubblico” doveva creare le condizioni – sociali, finanziarie, del mercato interno, delle esportazioni – perché la produzione avesse fondamenta solide, creando i settori “strategici” (l’energia, l’acciaio, la chimica di base…), attenuando il divario tra nord e sud, e aiutando così la creatività imprenditoriale. Il tentativo ha avuto successo per un paio di decenni, tra il ’50 e il ’70. Poi la maionese è impazzita. Prima perché le masse di studenti create dalla scolarizzazione e le masse di operai create dall’industrializzazione si sono ribellati, in un 68 che in Italia è durato quasi un decennio; poi perché il capitalismo globale ha smantellato il fordismo e inventato la produzione globale “a rete”, insomma la globalizzazione, distruggendo le basi stesse della insorgenza operaia e di quell’ordine sociale: le grandi fabbriche.
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E’ allora che Lyotard scrive “La condizione postmoderna”. La modernità si era gravemente ammalata. Il consumo come religione civile, l’atomizzazione e la dispersione delle classi, l’ideologia del “deciderà il mercato” ha, in questi decenni, fatto un’altra vittima eccellente: lo Stato nazionale. Nel nostro paese, lo Stato era debole già alla nascita, nello spirito civico della gente, però aveva svolto almeno quel ruolo di promotore economico. Una presenza tanto massiccia, quella dello Stato, che tutte le grandi industrie italiane o appartenevano allo Stato o contavano su finanziamenti pubblici. E’ la storia della Fiat, che è sopravvissuta soprattutto grazie al denaro pubblico, in ogni forma. E questa regia statale sulle grandi imprese ha nel tempo prodotto un fenomeno endemico, quello delle decisioni “poltiiche” più che economiche, degli aiuti “a pioggia”, infine della corruzione pura e semplice, perché se lo Stato aiutava l’economia, i potenti dell’economia aiutavano, cioè finanziavano, i partiti di governo, e così via. (Senza tener conto della mafia, la cui penetrazione nella finanza e nell’economia è incalcolabile, come incalcolabile è il suo apporto alla corruzione).
Questo equilibrio, pur malsano, è stato distrutto dall’ideologia liberista. Vietare gli “aiuti di Stato” e privatizzare tutte le grandi imprese italiane, o privatizzarne la gestione, ha voluto dire sottrarre un pilastro all’economia del paese, che oggi non ha più strategie nazionali di alcun tipo, e far esplodere la corruzione. La privatizzazione, cioè l’accaparramento di ciò che era pubblico, è stata condotta, dagli anni novanta in poi, con una frenesia paragonabile a quel che accadde in Unione sovietica dopo il crollo del regime. Allo stesso tempo, però, la creatività imprenditoriale che pure negli anni cinquanta e sessanta aveva creato una media industria efficiente, era a sua volta esplosa in una forma del tutto nuova: quella della piccola e media industria del nord, che, sfruttando vocazioni e saperi locali, aveva creato un intero settore della produzione in grado di sostenere la competizione globale. E’ qui la culla della Lega nord, la cui ragione principale era – ed è tuttora, sebbene fuori tempo – la separazione delle regioni del nord dai “parassiti” del sud: la frattura, all’epoca, correva tra regioni in grado di “competere” e regioni gettate ai margini. Alcuni di quegli imprenditori hanno avuto un successo globale: Del Vecchio con gli occhiali, Benetton con la maglieria, Della Valle con le scarpe, ecc.
Ora ci troviamo nella terza vita dell’Italia del dopoguerra. Il banco è saltato definitivamente quando Mario Monti ha formato il “governo tecnico”. Il suo mandato era costringere il paese nella camicia di forza del pareggio di bilancio e del “fiscal compact”, l’astratto e impossibile obiettivo da contabili di uniformare il bilancio pubblico italiano a quello tedesco. E così, per mantenere vivo il sistema di finanziamento pubblico a quel che resta delle grandi imprese italiane, in particolare per mezzo di “grandi opere”, il governo “tecnico” ha depredato la spesa statale in sanità, istruzione, ricerca, trasporti di prossimità, le casse dei comuni, e soprattutto ha colpito il bene principale degli italiani, la casa. Da un lato, la corruzione e i miliardi gettati per autostrade o treni ad alta velocità inutili e insopportabili, considerato il tipo di territorio italiano, e uno “sviluppo” affidato, come in Spagna, all’edilizia selvaggia; dall’altro lato, una riduzione mai vista prima della spesa sociale e dei redditi. Per di più, la crisi ha colpito la sola parte vitale dell’economia, le piccole e medie imprese, i cui mercati si sono ristretti sia perché i consumi calano, sia perché l’euro forte ostacola le esportazioni, infine perché le banche, pur finanziate dal governo e dalla Bce per evitarne il fallimento, hanno cessato di dare credito alle piccole industrie. La mortalità di imprese è impressionante, e va di pari passo con l’aumento straosferico di aiuti ai disoccupati. Ormai un terzo degli italiani ha un reddito insufficiente a vivere e un terzo dei giovani non trova lavoro (la metà nel sud).
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Il comportamento elettorale di una persona non si sovrappone affatto – in un’epoca volatile, “liquida”, come questa – con i suoi comportamenti sociali. In Italia si è sempre votato molto (anche se il rifiuto del voto è cresciuto ancora, in queste elezioni), perché il lato convincente dello Stato, la Costituzione nata dalla Resistenza, gode tuttora di grande prestigio. Così come molto ampio è ancora l’insediamento culturale della sinistra storica, per la quale le elezioni sono il mezzo per “cambiare le cose”. Ma allo stesso tempo, negli ultimi dieci-quindici anni, il paese è stato l’incubatore di una grande quantità di movimenti sociali: forse il paese europeo più vivo, da questo punto di vista. L’evento fondativo è stata Genova, nel 2001; subito dopo i tre milioni in strada contro la guerra in Iraq (e i tre milioni di bandiere della pace alle finestre); la grande diffusione di iniziative altro-economiche e i record di agricoltura biologica, di aumento delle fonti pulite di energia e del numero di gruppi che praticano un commercio solidale e di prossimità; le ondate di proteste in scuole e università; le centinaia di movimenti e comitati locali contro le “grandi opere” e per il paesaggio; le reti di protezioen die migranti; la campagna per l’acqua pubblica.
Proprio quest’ultima vicenda fa da spartiacque: caso unico al mondo, si è votato per un referendum popolare che chiedeva che l’acqua fosse sottratta al mercato. Ventisette milioni di elettori hanno detto sì, l’acqua deve restare pubblica (e hanno detto no al nucleare). Quello è stato il punto più alto nel rapporto tra nuovi movimenti sociali e apparato istituzionale. Era un segnale potente che diceva: le politiche neoliberiste che la politica persegue sono sbagliate: un voto di sfiducia. Ma il referendum è stato aggirato, ignorato e contraddetto da ogni livello istituzionale e amministrativo. Politici e aziende delle “commodities” hanno finto non fosse accaduto nulla. Ne sarebbe pouta seguire una diserzione massiccia, alle elezioni. Quel che è capitato nell’ultimo voto in Sicilia, quando i non votanti sono stati più dei votanti. Ma gran parte delle proposte elaborate dai movimenti sono precipitate nel programma dei 5 Stelle, a cominciare dalla ricerca della democrazia diretta (lo stesso tema che ha animato gli Indignados o Occupy). E lì si sono trovate in compagnia di spinte diverse e in parte complementari: quella contro la corruzione e per la legalità, quella della delusione del nord nei confronti della Lega, anch’essa coinvolta nella corruzione, quella degli elettori di destra che Berlusconi – che ha perso la metà dei voti in numeri assoluti – non ammaliava più con l’”arricchitevi”, parola d’ordine fondamentale dell’ultimo ventennio.
L’accumulo di questa potenza sociale composta da molte tendenze, però convergenti nel rifiuto della “politica”, e che, come ha scritto Marco Revelli, non trovava più, come il magma di un vulcano otturato, una via di sfogo nei partti tradizionali, né era del tutto propensa a rifiutare il voto, ha usato come canale di espressione il movimento di Beppe Grillo.
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La nascita e l’evoluzione dei 5 Stelle finirà nei manuali di marketing, oltre che in quelli di storia della politica. All’indomani delle elezioni, Grillo, in una delle rare dichiarazioni ai giornalisti televisivi, ha avuto un lapsus significativo. Parlando della sua campagna elettorale, ha detto che “eh sì, ho fatto settantasette spettacoli“. Spettacoli, non comizi o raduni di piazza. Lui e il suo consigliere e socio, Gianroberto Casaleggio, titolare di un’impresa di comunicazione, hanno creato una macchina perfettamenta funzionante, il cui il “logo” è di loro proprietà, il cui uso della Rete annichilisce le televisioni, costrette a rincorrere ciò che il web diffonde come un virus e, allo stesso tempo, rassicura i militanti del movimento sul fatto che “uno vale uno”, perché la Rete appare egualitaria. Lo stesso Grillo non è percepito come “capo” o “leader”, benché la sua parola alla fine valga come decisione finale, ma come un “garante” o un “portavoce”, colui che dà forza alle proposte del movimento con la sua efficacia retorica e con le iniziative spettacolari, come attraversare lo Stretto a nuoto prima delle elezioni siciliane. E’ una figura di tipo nuovo, che non ha più nulla a che fare con i “vertici” dei partiti novecenteschi e nemmeno con il signore delle televizioni, Berlusconi, che si trasformò subito in un “leader” politico, nel “capo del governo”. Grillo non si è nemmeno candidato al parlamento: resta a galleggiare in una sorta di “cloud”, di nuvola informatica, e per certi versi ricorda il ruolo di un profeta para-religioso. Ma, in ogni modo, non contraddice, nello stile della comunicazione, la convenzione della democrazia diretta. dentro il movimento e come soluzione per tutta la società.
Un accurato dosaggio dei contenuti da proporre – odio per i partiti e azzeramento dei loro privilegi sì, diritti dei migranti e diritti civili per i gay no – ha infine aggregato elettori di molte tendenze: secondo l’analisi dei flussi elettorali, un terzo degli elettori dei 5 Stelle proviene dalla destra, un terzo dal centrosinistra, un terzo dal non voto, il resto dalla Lega e da varie e più piccole fonti.
Il successo funziona da collante molto efficace: pur essendo evidenti le contraddizioni, per un lungo periodo tutte queste cose riusciranno probabilmente a convivere senza problemi. Ma, appunto, il comportamento elettorale non esaurisce l’esistenza delle persone. Chi fa parte di un movimento come quello dei No Tav valsusini, ed ha votato per Grillo, non è perciò un “grillino” e, salvo eccezioni, resta principalmente un No Tav. Capitò lo stesso quando nel 2006 la “sinistra radicale” ottenne, nella bassa Valle di Susa, il 40 per cento dei voti (i 5 Stelle hanno avuto il 38), e non per questo tutti i No Tav erano diventati comunisti o verdi. E resta naturalmente il problema principale: lo Stato. Ossia la possibilità effettiva di “cambiare le cose” entrando nelle istituzioni, specie quelle nazionali.
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Con tutta probabilità il movimento di Grillo, i suoi parlamentari, faranno fallire ogni tentativo di formare un governo, sulla base della premessa “noi non facciamo alleanze, votiamo solo le leggi coerenti con il nostro programma”. Ma è evidente che se non esiste un governo non si può votare alcuna legge. Avendo il coltello dalla parte del manico i 5 Stelle avrebbero gioco facile – e ragionevole – nell’imporre al centrosinistra una serie di provvedimenti. Potrebbero insomma replicare, alla proposta degli “otto punti” di Bersani, con i loro punti, ad esempio la riduzione dei costi e la moralità della politica, l’energia pulita e l’acqua pubblica (la cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia no, perché questo farebbe insorgere una parte del loro elettorato). Invece punteranno su nuove elezioni e su un ulteriore aumento dei loro voti, cioè sulla distruzione del sistema politico attuale.
Ma questo non fornisce una risposta alla domanda: a che serve entrare in parlamento? Si possono davvero cambiare el cose, da lì? In altre parole, la straordinaria faglia orizzontale, che in Italia non si è mai davvero saldata, tra la società e lo Stato, e che oggi è diventata una voragine, tale resta nonostante l’irruzione elettorale della potenza sociale accumulata in anni di movimenti. Lo Stato nazionale, già debole storicamente, già screditato dalla corruzione dilagante degli ultimi decenni, è oggi svuotato dalla globalizzazione, dal potere dei mercati finanziari e da quella forma “locale” di obbedienza ai mercati che è l’integrazione europea modellata dalla Germania. Così che accade – allo stesso tempo e da parte spesso delle stesse persone – che si cerchi di far saltare il banco del sistema politico votando per i 5 Stelle e si ricerchino forme di democrazia diretta, allo scopo di salvaguardare e autogovernare i beni comuni, ritrovando la storia municipale locale che in Italia, sebbene umiliata dalla “modernità”, è sempre rimasta viva, e insieme guardando a movimenti globali come quello per l’acqua, quello dei contadini a difesa della terra, quello contro le grandi opere (e i No Tav hanno tessuto alleanze in diversi paesi europei) e in generale contro la “crescita”, e così via.
Il fatto interessante è che al contrario i 5 Stelle sono sostanzialmente un movimento nazionale, benché spesso abbiano basi locali nei movimenti nati per altri scopi: il loro programma ignora l’autonomia municipale nonché l’orizzonte globale, anche se si citano l’”austerità” e il “fiscal compact”.
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Per spiegarlo aux enfants che vedono solo le facce della commedia dell’arte, nella vicenda italiana, il nostro è il paese che, nel bene e nel male, si è avventurato più lontano sul terreno sconosciuto e pericoloso, e chissà promettente, che si trova dopo quel pilastro della modernità occidentale che è lo Stato nazionale.