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lunedì 5 giugno 2017

Egitto e Paesi del Golfo rompono con il Qatar: la “Nato araba” si frantuma prima di nascere

di Alberto Negri da ilsole24ore

 
Nel Golfo forse è cominciata una nuova era: dopo avere esportato instabilità in tutta la regione favorendo una versione dell'Islam retrograda e radicale le monarchie assolute del petrolio sono ai ferri corti.
Il quartier generale americano in Medio Oriente, il Centcom, ha sede in Qatar e gli Stati Uniti allo stesso tempo sono i maggiori protettori e fornitori di armi dell’Arabia Saudita, che insieme agli inglesi aiutano nella guerra in Yemen contro i ribelli Houthi sciiti. La rottura diplomatica tra Doha, l'Arabia Saudita, l'Egitto, gli Emirati Arabi e il Bahrein (cui si è aggiunto anche lo Yemen), incrina proprio il sistema di sicurezza americano e occidentale nel Golfo, cuore strategico del Medio Oriente e custode del 40% delle riserve petrolifere mondiali. Ecco perché questo scontro nel mondo sunnita degli sceicchi ci riguarda direttamente con tutte le implicazioni economiche, finanziarie e soprattutto per gli appoggi delle monarchie petrolifere ai movimenti radicali islamici e jihadisti.

In sintesi si frantuma ancora prima di nascere la “Nato araba” contro il terrorismo proposta durante il viaggio del presidente americano Donald Trump in Arabia Saudita, quando gli Usa avevano firmato con Riad una fornitura in armi record da 110 miliardi di dollari. Anzi proprio il viaggio di Trump aveva fatto esplodere le tensioni, neppure troppo latenti, tra i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo. Sui media qatarini erano comparse dichiarazioni di fuoco attribuite all'emiro Tamim bin Hamad Al-Thani contro la “linea anti-Iran” dettata da Riad e soprattutto contro la presa di posizione durissima nei confronti dei Fratelli Musulmani e del movimento palestinese Hamas, organizzazioni appoggiate e finanziate da Doha.
Ricordiamo che con generosi finanziamenti i sauditi avevano appoggiato insieme agli Emirati il colpo di stato del 2013 al Cairo del generale Al Sisi che aveva sbalzato dal potere il governo dei Fratelli Musulmani del presidente Morsi. Già allora c'era stata la rottura per alcuni mesi delle relazioni diplomatiche tra Doha, Riad e gli altri Paesi del Golfo.
Tensioni di lunga data cui si erano aggiunte le accuse da parte dei sauditi ai qatarini di appoggiare le minoranze sciite in Arabia Saudita e in Barhein, argomento diventato ancora più sensibile con la guerra in Yemen contro i ribelli Houthi sciiti sostenuti da Teheran, un conflitto in cui Riad si è impantanata e non riesce a vincere neppure con l’appoggio degli Stati Uniti.

Non solo. Al Qatar, che condivide con Teheran lo sfruttamento di importanti giacimenti offshore di gas, viene imputato, con l'Oman, di avere troppe simpatie per la repubblica islamica. In realtà si tratta di rapporti di vicinato che in qualche modo contrastano con lo stesso appoggio fornito da Doha ai movimenti jihadisti in Siria anti-Assad, alleato storico degli ayatollah iraniani.
La contrapposizione tra Qatar e sauditi ha radici lontane. Il Qatar ha come religione di Stato lo stesso wahhabismo dei sauditi ma appoggia anche formazioni salafite “rivoluzionarie” come i Fratelli musulmani che si sono sempre schierate contro la Casa dei Saud e vogliono abbatterla. Questo è il motivo profondo dello scontro con Riad. Non è un caso che la moschea nazionale del Qatar sia intitolata a Muhammad ibn Abd al-Wahhab e che gli sceicchi sauditi nei giorni scorsi abbiano rinnegato i legami di sangue tra la famiglia regnate qatarina e il teologo arabo nato nella regione del Najd, nell'odierna Arabia Saudita.
In questa ostilità tra Riad a Doha giocano oltre alle ragioni politiche, religiose e ideologiche anche quelle personali. L'ostilità dei Saud contro gli Al-Thani risale al colpo di Stato con cui il padre dell'attuale emiro, Hamad bin Khalifa al-Thani, prese il potere nel 1995. All'epoca Riad chiese persino al presidente egiziano Mubarak di intervenire con le sue truppe per detronizzare l'usurpatore, ma all'ultimo momento il rais egiziano si tirò indietro.

Una cosa è certa. La sconfitta dei radicali sunniti in Siria e dell'Isis sta costringendo gli Stati del Golfo a riposizionarsi: i più svelti sono stati i sauditi, che dopo avere appoggiato per anni i gruppi estremisti si sono schierati con le posizioni americane e a favore di Israele in cambio da parte di Washington di accese dichiarazioni contro l'Iran, il vero avversario di Riad per l'egemonia nel Golfo. Il Qatar ha molte colpe, come quella di avere sobillato, come hanno fatto del resto per decenni anche i sauditi, i jihadisti, e di dare sostegno agli imam più radicali, ma soprattutto ha il “difetto” agli occhi di Riad di non volere uno scontro con la repubblica islamica che Doha vede come un elemento per bilanciare il potere saudita nella regione.
Dopo avere trasferito per anni in Medio Oriente e all’esterno le tensioni nel mondo sunnita, soprattutto per tenerle lontano da casa loro, finanziando i movimenti più radicali, le monarchie del Golfo hanno cominciato a sbranarsi tra di loro: da un certo punto di vista potrebbe essere una buona notizia ma pure l'inizio di un'inedita e imprevedibile instabilità nel Golfo in Paesi che compensano l'assenza di democrazia con il petrolio e gli investimenti colossali con cui hanno tenuto al guinzaglio anche le leadership del mondo occidentale.

lunedì 29 agosto 2016

L’anti impero



di Tonino D’Orazio, 29 agosto 2016

Quante feci hanno spalmato sul globo in nome di una holliwodiana pretesa di costruzione di un impero globale e armato Yankee. Altro che “democrazia”. Tutto quello che hanno toccato, sin dal secolo scorso si è rivelato solo morte in tutto il pianeta. Quante distruzioni! Quanta povertà! Quanti morti! Milioni di inermi cittadini ai quali rubare qualcosa, soprattutto petrolio, oltre la vita. Quando mi chiedono quanto consuma la mia macchina rispondo: 10 litri di sangue a cento chilometri. E’ il sangue irakeno, siriano, libico … e poi sarà quello venezuelano e poi brasiliano… se non quello russo e iraniano.
Quanto uranio impoverito, che non sapevano come smaltire, è stato spalmato su interi continenti con miliardi di pallottole e munizioni vaganti, in guerre e non, lasciando dappertutto scie cancerogene che terminano il lavoro mortale, col tempo. Mancava anche la vendita della bomba, e la tecnologia, atomica a paesi guerrafondai, dittatoriali e aggressivi come l’Arabia Saudita e, a suo tempo, a Israele. E chissà a quanti altri amici. A fine luglio, Erdogan ha preso il controllo dell’armamento atomico della Nato in Turchia. Non può sfuggire che i migliori amici siano tutti dittatori a favore.
Ma vi sono armi più sottili. Prendete per esempio le ONG, Organismi privati poiché Non Governativi. Il loro ruolo in un passato recente era tipicamente umanitario, successivamente sono diventate enormi cassa-forti e mano lunga di oligarchie economiche e finanziarie che guidano una loro politica di conquista al di fuori di qualsiasi consenso internazionale. Sono diventate velenosamente “opere missionarie occidentali per la democrazia”, più spesso “angeli della morte”. Dappertutto hanno portato al governo dei paesi nei quali sono intervenuti pesantemente delle labili e sottomesse opposizioni, hanno finanziato “rivoluzioni” nei paesi considerati “dittatoriali”, hanno provocato il sollevamento delle masse e hanno quindi preparato la strada alle guerre, alle distruzioni e alla morte, alle guerre civili, democrazia compresa. Non elenco i paesi, sono tanti e facilmente riconoscibili, spesso dal colore arancione. Solo in Europa mancano ancora all’appello la Serbia, la Macedonia e il Montenegro. E non sappiamo ancora veramente cosa sia successo in Turchia.
Tralasciamo l’informazione e la sua manipolazione. Nel secolo scorso abbiamo insegnato per bene al mondo la teoria del fascismo. Alla fine dello stesso secolo  anche quello della presa democratica del potere con televisioni e giornali. Altri hanno seguito, dai Blomberger (NY) a tutti i magnati sud americani attuali. Mentre si massacrano migliaia di bambini ogni tanto i cosiddetti “caschi bianchi” (manipolatori dell’informazione) ci fanno piangere “montando” la sorte e l’immagine di un povero piccolo, sotto i nostri bombardamenti (che è l’altra vera realtà nascosta) o poggiato come arenato sulle nostre rive marittime.
Si può anche essere contro i governi di una nazione, e ritenerli da genocidi, ma anche essere contro la maggioranza di un popolo che li sostiene, e ne diventa responsabile, in nome di una unica verità, il proprio benessere. Mors tua, vitae mea. Manco fossero rigorosi protestanti.
Ricordate il film Il dittatore di Charlot parlando di Hitler con il globo-palla? Immaginate al suo posto un presidente americano, uno dopo l’altro, e fate la sintesi delle guerre che hanno dichiarato, ritenendosi padroni del mondo e delle sue ricchezze. Ma dovrete farlo da soli, nessuno vi aiuterà, anzi, molti professionisti dell’informazione sorvolano, oppure, servilmente, con grande omertà, sono d’accordo. Ma possibile che tutte, o quasi, le nazioni del mondo siano “cattive” e da “democratizzare”?
In questo quadro o Trump o la Clinton, pari sono, chiacchiere e tifo a parte. Trump ha dichiarato: che ritirerà i soldati americani dalla Nato; che, se gli europei la vogliono, se la pagassero; che con la Russia preferisce fare accordi piuttosto che continuare l’operazione di strangolamento chiamato Anaconda. (Che in realtà sta strangolando economicamente l’Europa). E che Anaconda, se non è finalizzata alla guerra successiva, di cui la democratica Clinton è capace, è solo un misero balletto di muscoli con costi elevatissimi, poiché dall’altro lato non sembrano così “deboli”. Eppure la Clinton continua la sua aggressione verbale e di comizio contro la Russia, liberale, non più comunista, ma sempre nemica nella popolar-fantasia statunitense. La Clinton, dopo le sue responsabilità dirette nella distruzione della Libia, e tutte le conseguenze dell’invasione degli immigrati sulle coste italiane, ha dichiarato che attaccherà e invaderà l’Iran, adesso che sono quasi sicuri che non stanno costruendo bombe atomiche. Ma lo faranno tramite gli amici fascisti dell’Arabia Saudita. Da cosa si sta sganciando l’ex-amico Erdogan? Come fanno gli americani ad aiutare Erdogan nella conquista di pezzi del territorio siriano (ONU, dove sei?) bombardando i kurdi, e contemporaneamente aiutando i kurdi in azioni di guerra contro l’Isis, anche loro alleati? Ci sarà un po’ di confusione in quel vespaio che hanno creato?
Perché le nostre televisioni ci imboniscono di chiacchiere sulla pericolosità di Trump e non sulla Hillary? In quattro settimane sono morti suicidati, o perlomeno morti strane e sospetti, 5 accusatori della Clinton mentre si recavano all’Fbi per delle rivelazioni che secondo Trump l’avrebbe portata dietro le sbarre. Se vi interessano i nomi (Shawn Lucas, Victor Thorn, Seth Conrad Rich, John Ashe, Mike Flynn), chi erano, le circostanze e il perché, il sito è: http://algarath.com/2016/08/07/. 
Trump è un imprenditore, non un finanziere. Parla di lavoro, di lavoratori e di produzione, anche se un po’ in senso autarchico. Parla di mettere un freno alle speculazioni bancarie e a tutti i dati truccati di Wall Street, rivelandone l’estrema corruzione che facciamo finta di non sapere. Ha per nemico tutti i megaricchi della finanza, dai Rothchild, Goldman Sach, a Soros. Insomma gente  motivata dall’ideologia del capitalismo e adoratori di Mammon. Trump è un populista, cioè con il popolo, povero. Forse. I ricchi che si commuovono per i poveri hanno sempre lasciato il tempo che trovavano. Ancora oggi. Ma i poveri amano i ricchi. Chi sono quelli che lo sostengono finanziariamente? Sono gli stessi che sostengono la Clinton, “non si sa mai”? E’ il democratico piede in due staffe. Se il fascismo arriverà in America avrà il volto della democrazia. (Bertolt Brecht).

Eppure l’impero sta perdendo colpi. I presidenti, nell’ultimo semestre in carica, non contano più nulla, anzi per niente per gran parte del mandato se sono in minoranza nel Congresso. Noi siamo salvi (da Obama), per un po’ (dalla Clinton), a detta del ministro dell’economia tedesco, Sigmar Gabriel, che ha ribadito che per il TTIP (Trattato di libero scambio Usa-UE): “I negoziati con gli Stati Uniti sono effettivamente falliti perché come europei non possiamo accettare supinamente le richieste americane”. Quando c’è gente che conta e non svende il proprio paese a nessuno! L’estensione dell’impero prevedeva : “Obiettivo del TTIP è integrare i mercati Ue e Usa, riducendo i dazi doganali e rimuovendo le barriere non tariffarie, le differenze sui regolamenti tecnici, norme e iter di omologazione, standard applicati ai prodotti, regole sanitarie e fitosanitarie”, insomma la resa dell’Europa alle oligarchie economiche e bancarie statunitensi. Invece indovinate cosa dice il nostro (diciamo il loro) ministro Calenda?  Il TTIP secondo me salta perché siamo arrivati troppo lunghi sulla negoziazione” (caspita), quindi “sarà molto difficile che passi e sarà una sconfitta per tutti”. Per non perdere la bussola, in Italia, dobbiamo sempre porci la domanda su cosa significhi “per tutti”.
Che piacere, questa volta, di non esserci incluso.
  

martedì 26 aprile 2016

Dollaro yuan e oro



Tonino D’Orazio

Da quando Kissinger costruì l’accordo globale del petro-dollaro con l’Arabia Saudita e l’OPEP, nel 1973, il dollaro statunitense è rimasto l’unica valuta di riserva mondiale per quasi 50 anni. Dal 9 giugno 2015 il regno monetario sta traballando, poiché il gigante petrolifero russo Gazprom vende ufficialmente tutto il petrolio e il gas in yuan e in rubli, facendo di fatto del petro-yuan una riserva mondiale comune. La Cina e la Russia, sostenuti dagli altri paesi del Brics, hanno concluso un accordo su un paniere equilibrato e condiviso di valute in funzione dell’oro (Gold Standard) da utilizzare al posto del dollaro.
In realtà le stupide e auto lesive sanzioni occidentali hanno portato ad una maggiore utilizzazione della moneta cinese da parte dei russi e delle loro società. Tra l’altro la Cina e la Russia stanno liquidando la loro massa di riserva in dollari verso l’Arabia Saudita (ma anche verso gli altri paesi aderenti all’OPEP) che per la prima volta dopo due decenni, a causa della sua politica petrolifera suicida, ha estrema necessita di valuta americana. Si sta creando  un scénario dove anche altri paesi iniziano a de-dollarizzarsi e a non avere bisogno del dollaro per acquistare energia o impegnarsi in commerci bilaterali. E’ la situazione in atto tra la Russia e la Cina che hanno convenuto che tutti i loro scambi avverranno con rubli e yuan. E’ iniziata la « guerra » per il controllo della prossima valuta di riserva mondiale.
Due mesi fa anche l’Iran, appena abolite le sanzioni statunitensi, ha annunciato che non venderà più il suo petrolio in dollari, ma, intanto, in euro, in modo da non alienarsi subito l’Unione Europea, introducendo l’evidente contrasto politico-economico con la valuta statunitense.
Con un accordo firmato domenica la Banca Nazionale Cinese e la Banca Centrale del Nigeria hanno deciso la libera circolazione della valuta cinese nell’economia nigeriana, includendo quindi lo yuan (detto anche RMB, oppure renminbi) nelle sue riserve in valuta, creando uno scenario dove anche altri paesi produttori di petrolio dovranno avvicinarsi.
Anche nell’accordo in corso tra Cina e Corea del Sud, al fine di ridurre l’impatto negativo (ma pilotato) del fluttuare dei tassi di cambio con il dollaro (gestito unilateralmente dagli anglo-americani), i due paesi hanno concluso di utilizzare le loro valute nazionali negli scambi bilaterali.
Un accordo è stato siglato lo scorso anno tra la repubblica del Mali (quasi protettorato francese) e la Cina, con una promessa di finanziamento globale di 55.000 miliardi di FCFA (10 miliardi di euro) utilizzando anche lo yuan. Finanziamento sotto forma di prestito o convenzioni in cui la Cina dovrebbe sostenere il Mali per la realizzazione di infrastrutture strategiche nei trasporti, energia, agricoltura, miniere e tecnologia. I cinesi hanno ottenuto di costruire la ferrovia Bamako-Konakry (990 km)e rinnovare la Bamako-Dakar (600 km in Senegal e 644 in Mali). Chiunque è stato qualche volta in Africa avrà pur notato la presenza predominante dei prodotti cinesi in tutti i rami del mercato, fin nel commercio locale di villaggi sperduti.
Rimane da scovare la reazione e i comportamenti della Germania, paese fortemente presente per i maggiori e elevati scambi europei con la Cina, per commercio e prodotti, e la Russia per il pagamento del gas di Gazprom. Secondo molti analisti sarebbe il primo paese a sganciarsi dall’euro e dal dollaro, checché se ne dica. La Germania ha come governo una vera statista, volente o nolente, che noi non abbiamo da anni, cioè la Merkel, capace di pensare in grande per il futuro del proprio paese. L’euro dà fastidio agli statunitensi perché è comunque una forte valuta di scambio e di riserva, pur gestendone loro il sali-scendi a secondo dei loro interessi, ma lo sviluppo mondiale è a est.
L’altro elemento è la reintroduzione dell’oro come punto di riferimento delle valute.
Visto che il mercato dei metalli preziosi è risultato truccato sin dall’inizio. La Deutsche Bank, la Banca New Scotland, la Barkleys Bank, la USBC, la Société Générale, l’USB, e altre banche occidentali più importanti sono state accusate di manipolare i prezzi dell’oro e dell’argento, sia sui mercati a termine che sulle opzioni e altri derivati, da parecchi anni. Il 14 aprile la Deutsche Bank ha ammesso di essere implicata in una cordata con altri membri del cartello e ha accettato di citare i nomi alla Corte Federale degli Stati Uniti. Sono un altro colpo duro alla credibilità delle banche.
Tanto che Cina e Russia si preparano ad esigere pubblicamente dagli Usa la prova che possiedono realmente la dichiarata riserva di 8.133 tonnellate d’oro che servono fittiziamente oggi alla copertura minima del dollaro carta straccia. L’esperto statunitense del governo per le questioni Steve Quayle ha ricordato che sia la Cina che la Russia detengono fisicamente una enorme riserva di oro, più di tutti gli altri al mondo. Alcuni paesi europei, come la Germania e la Svizzera, avevano chiesto da tempo di rimpatriare il loro oro, ma la domanda fu rigettata, e ottennero solo una piccola parte simbolica. Quayle arriva alla conclusione che nella Federal Reserve non ce ne sia, e testualmente:”Nessun oro sarà mai rimpatriato. Nessun paese recupererà in oro ciò che ha investito negli Usa, anche se i contratti menzionano ‘riserva in oro’”. Mi viene il dubbio che gli F-35 siano già stati tutti pagati.
L'ex Sottosegretario al Tesoro degli Stati Uniti, Paul Craig Roberts, reganiano di ferro, affermava, nel giugno 2014, che tutta la riserva d'oro degli USA, compreso quello di altri paesi, era finito. "Gli Stati Uniti non hanno oro e non possono distribuirlo, per questo hanno obbligato la Germania ad un accordo e smettere di chiedere il suo oro visto che non possono darglielo," così ha spiegato Craig Roberts la strana situazione del rientro dell’oro tedesco (1.500 T) dall'America. La Merkel ha fatto finta di niente, cioè che, se ci sono, i lingotti sono “al sicuro” negli Stati Uniti, tacitando forti proteste interne.
L’esperto Quayle suggerisce infine che il mercato alternativo, come lo Shanghai Gold Exange cinese (inaugurato il 9 aprile) comincia ad essere veramente interessante per gli investitori stranieri, se non gli stati, e a diventare una nuova “era dell’oro”, sicuramente in mani più sicure perché partecipate.
Anche in questo mercato il prezzo dell’oro sarà determinato in yuan facendo si che la Cina diventi uno dei paesi che possono fissare il prezzo dell’oro nel mondo. Oggi, questo potere è 80%nelle mani di Londra e New York. Il gran cambiamento sta nel fatto che i cinesi utilizzeranno lo yuan per comperare e vendere oro al posto del dollaro.
I dieci paesi con più riserva in oro sono Stati Uniti (8.100T; 75%, dicono e sconfessano, per riserva valutaria); Germania (3.395T, 72% riserva); Italia (2.452T; 72%); Francia (2.435T;71%); Cina (1.154T;1,7%); Svizzera (1.040T;11,5%); Russia (937T;9,6%); Giappone (765T;3,2%); Paesi Bassi (612T;60%); India (558T;10%). Ma l’Eurozona ne ha 10.800 di tonnellate, equivalenti a 72% di riserva monetaria.
Il mondo intero a motivi in comune per togliere il re dollaro e inserire il metro-oro per una equità e stabilità mondiale. Ma tutto questo preclude a una guerra vera. Difficile detronizzare un re così armato e convinto di avere il diritto divino di estendere il suo impero sul mondo, senza danni collaterali. Potrebbe essere anche una Europa paralizzata e in standby la moneta di scambio.

martedì 26 gennaio 2016

Siria, così CIA e Arabia Saudita hanno armato i jihadisti

di Matteo Carnieletto da Megachip
   
Il New York Times rivela: miliardi di dollari sauditi hanno alimentato il terrorismo in Siria, organizzato dalla gigantesca operazione della CIA


I ribelli siriani sono stati finanziati da Stati Uniti e Arabia Saudita. E questa non è una notizia. La notizia - quella vera - si chiama Timber Sycamore, nome in codice usato dalla CIA per coprire le operazioni di addestramento e finanziamento dei ribelli in cooperazione con l'Arabia Saudita a partire dal 2013.
Già nell'ottobre di quell'anno, il Washington Post scriveva, citando fonti militari, che «la CIA sta aumentando i propri sforzi per addestrare i combattenti dell'opposizione in Siria». I miliziani vengono addestrati in una base in Giordania per poi esser inviati sul fronte siriano. L'addestramento fornito dagli americani ai siriani è ridotto all'osso: tecniche militari di base oltre a ingenti quantità di armi.
All'epoca non si sapeva nulla di Timber Sycamore. Rappresentava un'azione di destabilizzazione come tante. Del resto, come abbiamo spiegato in un altro articolo, il Dipartimento di Stato americano impiega moltissime risorse ogni anno per finanziare movimenti o associazioni che si oppongono a dittatori o politici poco graditi alla Casa Bianca. Pensiamo per esempio all'Angola degli anni '80 o all'Afghanistan, dove il governo americano - come scrive Bruno Ballardini in ISIS, il marketing dell'Apocalisse, «non solo istruì militarmente i talebani (.), ma organizzò anche un piano per rendere durevole nel futuro l'odio della popolazione verso gli 'atei comunisti' con un programma di educazione destinato alle scuole».
Ma in cosa consiste Timber Sycamore? Lo spiega con precisione il New York Times del 23 gennaio 2016. In parole povere, a partire dal 2013, gli USA avrebbero addestrato i ribelli siriani, in particolare avrebbe insegnato loro a utilizzare con precisione gli AK47 e a usare missili anticarro, mentre i Sauditi li avrebbero finanziati e avrebbero fornito loro le armi. Del resto Bashar Al Assad è un nemico comune e casa Saud punta a sradicare l'asse sciita (Iran, Iraq e Libano). Come ha spiegato Mike Rogers, ex deputato repubblicano del Michigan: «Loro hanno capito che hanno bisogno di noi e viceversa».
Impossibile dire con precisione quanto i sauditi spendano per armare i ribelli e far cadere Assad. Il New York Times ipotizza un costo pari ad alcuni miliardi di dollari a partire dal 2013.
I protagonisti principali di questo progetto? Uno è il principe Bandar bin Sultan, che si è premurato di fornire migliaia di AK47 e e milioni di munizioni ai ribelli. Molto probabilmente queste armi sono state fatte arrivare dai Paesi dell'Est Europa grazie alla connivenza americana, spiega il New York Times. Per gli americani invece il protagonista è John O. Brennan, dal 2013 direttore della CIA. I due sono amici fin dagli anni '90. A quell'epoca Brennan era l'uomo dell'Agenzia a Riad. Non si sono mai persi di vista. Secondo la ricostruzione fornita dal New York Times, sono stati loro a organizzare Timber Sycamore.
I motivi di questa alleanza sono intuibili e sono due: abbattere Assad e isolare l'Iran. Ma America e Arabia Saudita non hanno fatto i conti con quello che ora è il protagonista principale dello scacchiere mediorientale: lo Stato islamico, che ora governa su una terra fatta a brandelli anche da americani e sauditi.

Fonte: http://www.occhidellaguerra.it/siria-cosi-cia-e-arabia-hanno-finanziato-i-ribelli/.