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lunedì 29 agosto 2016

L’anti impero



di Tonino D’Orazio, 29 agosto 2016

Quante feci hanno spalmato sul globo in nome di una holliwodiana pretesa di costruzione di un impero globale e armato Yankee. Altro che “democrazia”. Tutto quello che hanno toccato, sin dal secolo scorso si è rivelato solo morte in tutto il pianeta. Quante distruzioni! Quanta povertà! Quanti morti! Milioni di inermi cittadini ai quali rubare qualcosa, soprattutto petrolio, oltre la vita. Quando mi chiedono quanto consuma la mia macchina rispondo: 10 litri di sangue a cento chilometri. E’ il sangue irakeno, siriano, libico … e poi sarà quello venezuelano e poi brasiliano… se non quello russo e iraniano.
Quanto uranio impoverito, che non sapevano come smaltire, è stato spalmato su interi continenti con miliardi di pallottole e munizioni vaganti, in guerre e non, lasciando dappertutto scie cancerogene che terminano il lavoro mortale, col tempo. Mancava anche la vendita della bomba, e la tecnologia, atomica a paesi guerrafondai, dittatoriali e aggressivi come l’Arabia Saudita e, a suo tempo, a Israele. E chissà a quanti altri amici. A fine luglio, Erdogan ha preso il controllo dell’armamento atomico della Nato in Turchia. Non può sfuggire che i migliori amici siano tutti dittatori a favore.
Ma vi sono armi più sottili. Prendete per esempio le ONG, Organismi privati poiché Non Governativi. Il loro ruolo in un passato recente era tipicamente umanitario, successivamente sono diventate enormi cassa-forti e mano lunga di oligarchie economiche e finanziarie che guidano una loro politica di conquista al di fuori di qualsiasi consenso internazionale. Sono diventate velenosamente “opere missionarie occidentali per la democrazia”, più spesso “angeli della morte”. Dappertutto hanno portato al governo dei paesi nei quali sono intervenuti pesantemente delle labili e sottomesse opposizioni, hanno finanziato “rivoluzioni” nei paesi considerati “dittatoriali”, hanno provocato il sollevamento delle masse e hanno quindi preparato la strada alle guerre, alle distruzioni e alla morte, alle guerre civili, democrazia compresa. Non elenco i paesi, sono tanti e facilmente riconoscibili, spesso dal colore arancione. Solo in Europa mancano ancora all’appello la Serbia, la Macedonia e il Montenegro. E non sappiamo ancora veramente cosa sia successo in Turchia.
Tralasciamo l’informazione e la sua manipolazione. Nel secolo scorso abbiamo insegnato per bene al mondo la teoria del fascismo. Alla fine dello stesso secolo  anche quello della presa democratica del potere con televisioni e giornali. Altri hanno seguito, dai Blomberger (NY) a tutti i magnati sud americani attuali. Mentre si massacrano migliaia di bambini ogni tanto i cosiddetti “caschi bianchi” (manipolatori dell’informazione) ci fanno piangere “montando” la sorte e l’immagine di un povero piccolo, sotto i nostri bombardamenti (che è l’altra vera realtà nascosta) o poggiato come arenato sulle nostre rive marittime.
Si può anche essere contro i governi di una nazione, e ritenerli da genocidi, ma anche essere contro la maggioranza di un popolo che li sostiene, e ne diventa responsabile, in nome di una unica verità, il proprio benessere. Mors tua, vitae mea. Manco fossero rigorosi protestanti.
Ricordate il film Il dittatore di Charlot parlando di Hitler con il globo-palla? Immaginate al suo posto un presidente americano, uno dopo l’altro, e fate la sintesi delle guerre che hanno dichiarato, ritenendosi padroni del mondo e delle sue ricchezze. Ma dovrete farlo da soli, nessuno vi aiuterà, anzi, molti professionisti dell’informazione sorvolano, oppure, servilmente, con grande omertà, sono d’accordo. Ma possibile che tutte, o quasi, le nazioni del mondo siano “cattive” e da “democratizzare”?
In questo quadro o Trump o la Clinton, pari sono, chiacchiere e tifo a parte. Trump ha dichiarato: che ritirerà i soldati americani dalla Nato; che, se gli europei la vogliono, se la pagassero; che con la Russia preferisce fare accordi piuttosto che continuare l’operazione di strangolamento chiamato Anaconda. (Che in realtà sta strangolando economicamente l’Europa). E che Anaconda, se non è finalizzata alla guerra successiva, di cui la democratica Clinton è capace, è solo un misero balletto di muscoli con costi elevatissimi, poiché dall’altro lato non sembrano così “deboli”. Eppure la Clinton continua la sua aggressione verbale e di comizio contro la Russia, liberale, non più comunista, ma sempre nemica nella popolar-fantasia statunitense. La Clinton, dopo le sue responsabilità dirette nella distruzione della Libia, e tutte le conseguenze dell’invasione degli immigrati sulle coste italiane, ha dichiarato che attaccherà e invaderà l’Iran, adesso che sono quasi sicuri che non stanno costruendo bombe atomiche. Ma lo faranno tramite gli amici fascisti dell’Arabia Saudita. Da cosa si sta sganciando l’ex-amico Erdogan? Come fanno gli americani ad aiutare Erdogan nella conquista di pezzi del territorio siriano (ONU, dove sei?) bombardando i kurdi, e contemporaneamente aiutando i kurdi in azioni di guerra contro l’Isis, anche loro alleati? Ci sarà un po’ di confusione in quel vespaio che hanno creato?
Perché le nostre televisioni ci imboniscono di chiacchiere sulla pericolosità di Trump e non sulla Hillary? In quattro settimane sono morti suicidati, o perlomeno morti strane e sospetti, 5 accusatori della Clinton mentre si recavano all’Fbi per delle rivelazioni che secondo Trump l’avrebbe portata dietro le sbarre. Se vi interessano i nomi (Shawn Lucas, Victor Thorn, Seth Conrad Rich, John Ashe, Mike Flynn), chi erano, le circostanze e il perché, il sito è: http://algarath.com/2016/08/07/. 
Trump è un imprenditore, non un finanziere. Parla di lavoro, di lavoratori e di produzione, anche se un po’ in senso autarchico. Parla di mettere un freno alle speculazioni bancarie e a tutti i dati truccati di Wall Street, rivelandone l’estrema corruzione che facciamo finta di non sapere. Ha per nemico tutti i megaricchi della finanza, dai Rothchild, Goldman Sach, a Soros. Insomma gente  motivata dall’ideologia del capitalismo e adoratori di Mammon. Trump è un populista, cioè con il popolo, povero. Forse. I ricchi che si commuovono per i poveri hanno sempre lasciato il tempo che trovavano. Ancora oggi. Ma i poveri amano i ricchi. Chi sono quelli che lo sostengono finanziariamente? Sono gli stessi che sostengono la Clinton, “non si sa mai”? E’ il democratico piede in due staffe. Se il fascismo arriverà in America avrà il volto della democrazia. (Bertolt Brecht).

Eppure l’impero sta perdendo colpi. I presidenti, nell’ultimo semestre in carica, non contano più nulla, anzi per niente per gran parte del mandato se sono in minoranza nel Congresso. Noi siamo salvi (da Obama), per un po’ (dalla Clinton), a detta del ministro dell’economia tedesco, Sigmar Gabriel, che ha ribadito che per il TTIP (Trattato di libero scambio Usa-UE): “I negoziati con gli Stati Uniti sono effettivamente falliti perché come europei non possiamo accettare supinamente le richieste americane”. Quando c’è gente che conta e non svende il proprio paese a nessuno! L’estensione dell’impero prevedeva : “Obiettivo del TTIP è integrare i mercati Ue e Usa, riducendo i dazi doganali e rimuovendo le barriere non tariffarie, le differenze sui regolamenti tecnici, norme e iter di omologazione, standard applicati ai prodotti, regole sanitarie e fitosanitarie”, insomma la resa dell’Europa alle oligarchie economiche e bancarie statunitensi. Invece indovinate cosa dice il nostro (diciamo il loro) ministro Calenda?  Il TTIP secondo me salta perché siamo arrivati troppo lunghi sulla negoziazione” (caspita), quindi “sarà molto difficile che passi e sarà una sconfitta per tutti”. Per non perdere la bussola, in Italia, dobbiamo sempre porci la domanda su cosa significhi “per tutti”.
Che piacere, questa volta, di non esserci incluso.
  

sabato 3 ottobre 2015

La forza dell'Impero

intervista a Leo Panitch di Nicola Melloni da Micromega

 
Leo Panitch è professore all’Università di York, a Toronto, editore del Socialist Register e, recentemente, autore, con Sam Gindin, di “The Making of Global Capitalism”, un libro di fondamentale importanza per capire le origini e le evoluzioni del capitalismo moderno e l’egemonia americana.

Iniziamo parlando delle tendenze del capitalismo globale alla luce della crisi finanziaria del 2007. Il capitalismo del XX secolo ha avuto diverse trasformazioni, scaturite da crisi sistemiche ma mai irreversibili. Nel vostro libro, tu e Sam Gindin sostenete che lo Stato moderno è comunque e sempre uno Stato capitalista le cui istituzioni sono costruite ed implementate per favorire gli interessi e la riproduzione del capitale: lo Stato Sociale è stato lo strumento per mercificare il lavoro, la finanziarizzazione è stata la risposta alla crisi degli Anni 70 per agevolare le occasioni di profitto e di consumo. Questa nuova crisi cosa modifica nel Capitalismo del XXI secolo?

La prima e più importante considerazione da fare è che questa crisi ha soprattutto mostrato la forza strutturale, la capacità di resistenza e quella di contenimento della crisi dello Stato capitalista. Non vi sono dubbi che lo sviluppo capitalista mostra moltissime contraddizioni, fallimenti, irrazionalità, ma questa fase di globalizzazione iniziata non negli anni 80, ma nel 1944 sotto l’egida di quello che chiamiamo Impero Americano non si è fermata.
Certo, non tutto funziona perfettamente. Geopoliticamente sono in corso mutamenti con la formazione di blocchi regionali antagonisti all’America, ma per ora senza nessuna vera possibilità di contrastarne l’egemonia.
Il contenimento della crisi ha mostrato grande efficienza da parte delle istituzioni americane, ma molto meno in Europa – dove è soprattutto la Germania ad avere grandi responsabilità. L’austerity ha danneggiato la ripresa economica ed acuito la crisi, eppure solo in un paese, la Grecia, un governo socialista ha preso il potere e pure quel caso è stato normalizzato nel giro di pochi mesi, confermando appunto la forza delle istituzioni del capitale.

Queste contraddizioni, però, rischiano di acuirsi, mi sembra. La politica economica europea è fallimentare e foriera di una nuova ondata nazionalista, mentre un po’ ovunque si ricomincia a parlare di protezionismo economico e politiche del tipo beggar thy neighbour. Tu hai scritto che la principale differenza tra la congiuntura attuale ed il 1929 è proprio il fatto che la globalizzazione del capitale non si sia fermata e che la crisi viene risolta in maniera pacifica. Ma non c’è un rischio che queste contraddizioni ancora in nuce possano esplodere?

Il più grave pericolo arriva dalla destra europea, aiutata enormemente dalle politiche di austerity della UE. Le colpe sono chiaramente della Germania che ha dimostrato di essere molto meno capace degli Stati Uniti di rispondere alle crisi economiche, e, soprattutto, recalcitrante ad assumersi le sue responsabilità di leader all’interno dell’Europa. Questa situazione non è per nulla ben vista in America, dove si teme una divisione europea che danneggerebbe il commercio transatlantico e gli interessi del capitale globale – non a caso gli Stati Uniti hanno fatto pressioni, inascoltate, per condizioni più morbide sul caso greco. La destra europea comunque si è fatta più forte. Non è chiaro se Marine Le Pen vincerà le elezioni in Francia ma la cosa non si può certamente escludere. La differenza fondamentale con gli anni 30 è, però, che le borghesie nazionali europee, che pure esistono, non sono pronte, né capaci, di puntare sull’autarchia e sulla rottura della globalizzazione economica. Il capitalismo americano le ha rese transnazionali nelle loro relazioni economiche.
Il problema non è però solo economico ma anche e soprattutto culturale, la libertà di movimento e Schengen sono messe sotto pressione, e questo potrebbe portare a sviluppi imprevisti per la sopravvivenza della UE.
Anche a sinistra, ovviamente, qualcosa si muove: non solo Syriza e Podemos ma anche l’incredibile vittoria di Corbyn e la rinascita del Labour su basi di sinistra, una novità storica all’interno di un partito di quel genere, dove la sinistra di Tony Benn è sempre stata minoranza. Qualche vero cambiamento sarà però possibile solo nel lungo periodo, nel breve periodo non ci sono le forze sufficienti per modificare le relazioni di forza che sono chiaramente sfavorevoli. Almeno finché non vedremo cambiamenti politici in senso progressista in Francia, Germania e nei paesi scandinavi.

Andiamo indietro un attimo ai cambiamenti del capitalismo globale, questa volta dal lato politico. Il capitalismo ha dimostrato di funzionare benissimo con la liberal-democrazia, che pure si è evoluta con i cambiamenti della struttura economica – dalla re-distribuzione e compromesso sociale del Welfare State, fino all’accesso al mercato del credito e all’illusione monetaria del finanz-capitalismo, che per inciso ha portato alla crisi dei subprime proprio per favorire il consumo dei ceti più disagiati. La crisi attuale ha ripercussioni importanti su questo modello sociale, perché blocca l’economia del debito (tanto pubblico che privato) e non riapre certo canali di redistribuzione del profitto. Lo scontento è cresciuto e così la repressione poliziesca. Non pensi che la democrazia occidentale rischi di entrare in crisi?


Iniziamo dicendo che sarebbe meglio non romanticizzare e sopravvalutare gli spazi democratici che c’erano in passato. I socialisti ed il mondo del lavoro, è vero, erano forti e si erano conquistati spazi e diritti, ma comunque nel contesto di un capitale molto forte – che non permetteva di andare oltre un certo limite. Non bisogna dimenticare quanto fosse forte e violenta la repressione negli anni 60 e 70, non possiamo minimizzare il ruolo avuto dalle forze di sicurezza in molte pagine nere della democrazia occidentale, soprattutto nel vostro Paese, in Italia. Si trattava di una violenza che era in qualche modo una risposta alla forza della sinistra – e non mi riferisco certo al Terrorismo che in Italia conoscete bene – quanto alla forza reale tanto dei movimenti quanto della sinistra istituzionale impegnata in un confronto aspro con il Capitale. Per meglio capire la forza politica della repressione e gli spazi limitati della democrazia, basti pensare che una delle più importanti svolte politiche del PCI, quella Berlingueriana del Compromesso Storico, fu dettata dalla paura della repressione dopo il colpo di Stato in Cile. E che forse la deriva a destra del PD attuale può trovare le radici proprio in quella svolta. Quegli anni, è vero, erano basati anche su un compromesso tra Capitale e Lavoro, ma era un compromesso fragile e c’erano forze all’interno della sinistra che se ne rendevano conto e puntavano al superamento della socialdemocrazia (si riferisce a Tony Benn nel Labour, al Piano Meidner in Svezia e pure a Pietro Ingrao nel PCI, nda).
La repressione è in realtà calata solo quando quei movimenti sono stati sconfitti e i partiti di sinistra hanno smesso di lottare per cambiare il sistema.
Ora vediamo un ritorno della repressione, di sicuro il peggiorare delle condizioni materiali, la mancanza di accesso al credito induriscono lo scontro sociale. Allo stesso tempo la nascita di movimenti come Occupy o gli Indignados aumenta la repressione delle classi dominanti, appunto come in passato.
C’è di più. Se la destra europea dovesse continuare la sua crescita, a sinistra si riproporrebbe l’opzione dei Fronti Unitari contro la destra – che le classi dominanti accetterebbero solo in cambio di una rinuncia ad ogni pretesa di cambiamento, riducendo di conseguenza gli spazi politici e democratici. E’ uno scenario fosco perché sarebbe un dilemma che porterebbe comunque ad una sconfitta – lotta contro la destra per difendere la democrazia, al costo di una netta riduzione degli spazi di agibilità politica – ed ad una contraddizione insanabile nella dialettica democratica.

Che spazi ci sono, allora, per la Sinistra. Anche Syriza, a prescindere dalla resa finale, non sembrava aver un piano davvero di cambiamento radicale del sistema, ricordo un famoso articolo di Varoufakis sul Guardian dove si spiegava che il compito storico della sinistra era, ad oggi, di salvare il capitalismo europeo dai capitalisti.

Il problema in Grecia è il bilanciamento delle forze a livello europeo – e globale. Tanto Varoufakis che Tsipras avevano detto fin dall’inizio che erano disposti a lottare solo all’interno dello spazio europeo, e questo spazio alla prova dei fatti è risultato inesistente. Tsipras ha cercato una sponda nel Sud-Europa, chiaramente non da Renzi, ma piuttosto sperando in una vittoria di Podemos in Spagna. In ogni caso, anche questo non sarebbe bastato. Varoufakis stesso non aveva nessun vero piano B per uscire dall’Euro. Le possibilità di cambiare a livello europeo esistono solo qualora le cose cambino in Francia e Germania.
Su una cosa poi bisogna essere molto chiari. Gran parte della sinistra europea chiede una Unione politica più forte per fronteggiare moneta e mercato unico. Si tratta di uno sbaglio clamoroso: così si accentra solo il potere, lo si porta lontano dai luoghi sociali, si restringono le possibilità di azione della sinistra.
Quello, invece, da cui la Sinistra deve ripartire sono pratiche sociali diverse, dalla produzione al consumo che siano in contrasto con i paradigmi non solo economici ma anche culturali del capitalismo dominante. Certo serve mobilizzarsi, serve manifestare, serve l’azione politica, ma serve soprattutto la ricostruzione di una coscienza sociale, di classe, alternativa.

Parliamo del Canada. Un paese per molti misterioso, un mix di liberalismo progressista – diritti dei gay, aperto all’immigrazione, sanità pubblica – ma anche una sorta di protettorato americano. Spesso, fuori dai confini candesi, non è molto chiara la prepotente svolta a destra che si è compiuta negli ultimi dieci anni sotto il governo di Harper. Un paese che ha fatto molto meglio di altri durante la crisi finanziaria ma che è ora in recessione, soprattutto a causa del crollo del prezzo delle materie prime, di cui è grande esportatore. Cosa ci puoi dire?


Per molti miei amici americani, progressisti e socialisti, il Canada è un po’ la Svezia d’America. In realtà, è mancata la percezione di quanto a destra siano stati i mandati di Harper. La guida politica è in mano a ideologi neo-liberali che hanno costruito una base di consenso attraverso una serie infinita di tax breaks per le più svariate categorie sociali a cui si è aggiunta una alleanza con la destra cristiana fondamentalista. L’aspetto che però io considero più allarmante e deteriore di questo governo è l’affermazione di una cultura militarista, totalmente estranea alla cultura del Canada. Questa non è una destra libertaria, come quella di Ron Paul in America, ma una destra retriva e conservatrice, reazionaria. Il Canada non ha mai avuto un tale DNA – non aveva partecipato alla guerra in Vietnam, e neanche all’invasione dell’Iraq – ed invece Harper ha spinto in questa direzione con forza. Basta assistere ad un qualsiasi evento pubblico o sportivo, dove al pubblico è richiesto di alzarsi per applaudire qualche persona in divisa. E’ un cambiamento culturale profondo molto preoccupante.
Naturalmente anche in passato c’era un notevole livello di ipocrisia da parte dei liberali al governo, ma quantomeno non si insisteva in modo così plateale su una cultura militarista come col governo attuale. Jean Chretien (allora Primo Ministro, ndr) non mandò le truppe in Iraq – naturalmente aumentò il contingente canadese in Afghanistan, ma almeno si fece passare il messaggio, non da poco, che non si possono fare guerre senza mandato ONU.
Lo stesso tipo di atteggiamento smodato e vergognoso lo si rileva su un tema importante quale quello dei cambiamenti climatici: quando erano al governo i liberali predicavano bene ma razzolavano male, ma per quanto condannabile questo atteggiamento rimane ben diverso da quello dei conservatori che negano il global warming e che semplicemente se ne infischiano delle conseguenze delle loro azioni. E’ un cambiamento molto significativo, e molto sinistro.
La cosa positiva è che sembra che ora finalmente ci sia una reazione da parte della maggioranza dei canadesi. I conservatori alle ultime elezioni hanno ottenuto il 39%, ma ora i sondaggi li danno ai 29%. Un quarto di meno. E anche se riusciranno a raggiungere il 34%, il significato sarà comunque molto chiaro: la maggioranza dei canadesi rigetta questa svolta a destra.
Le motivazioni economiche ci sono, ma non sono decisive: i canadesi hanno sempre saputo che la recessione ha colpito di meno le nostre banche solo grazie all’intervento pubblico e che la recessione è stata contenuta – ma comunque sanguinosa – grazie al prezzo del petrolio, allora alto. Anche ora sanno che la recessione è figlia di una congiuntura economica estremamente sfavorevole – e certo di un modello economico sbagliato – ma l’attesa sconfitta dei conservatori, io credo, parte soprattutto da un rigetto del modello culturale della destra. E penso che questo sia uno sviluppo estremamente positivo, anche a prescindere dalla pochezza delle alternative, i liberali e l’NDP.

Parliamo allora di queste alternative. L’NDP era un partito socialista, elettoralmente marginale che alle ultime elezioni per la prima volta è arrivato secondo – divenendo l’opposizione ufficiale al governo conservatore – ed ora è dato in testa ai sondaggi per le elezioni di Ottobre. In 10 anni il Partito ha decuplicato i seggi, ma questo è avvenuto con un graduale spostamento verso il centro, puntando a rimpiazzare i liberali come principale partito progressista – a tal punto che ora i Liberali criticano da sinistra l’NDP per non voler rompere definitivamente il ciclo dell’austerity e rimanere fedele al feticismo del pareggio di bilancio. Cosa ci puoi dire sulla sinistra canadese?

L’NDP è un partito con una lunga storia di sinistra, socialista, per quanto da sempre anti-comunista. Ha sempre avuto un forte radicamento nella provincia canadese ed è stato all’avanguardia nello stabilire un sistema sanitare pubblico e non mercificato (il Canada ha una sanità pubblica molto simile a quella italiana, ndr). Naturalmente lungo la strada ha perso le sue ambizioni progressiste, come è successo d’altronde ai partiti socialisti europei. Ha sostituito il cambiamento sociale con la difesa della sanità – ed in fondo va bene così. Non possiamo farci illusioni: ogni volta che è andato al governo a livello locale, l’NDP si è sempre compromesso con i poteri forti, accettando la logica dell’austerity, dei tagli. Per molti dirigenti l’orizzonte è divenuto quello della Terza Via blairiana, abbracciando la mercificazione dei rapporti sociali invece di combatterla. L’obiettivo è chiaramente sostituire i Liberali (da sempre il partito del potere, in Canada, ndr). Trovo terribile che un partito che si dichiara di sinistra si riferisca ai capitalisti come “creatori di posti di lavoro”, esaltandone il coraggio e cancellando completamente, anche nell’immaginario collettivo, la dialettica sociale e le contrapposizioni tra capitale e lavoro.
Detto questo, l’NDP offre un piano per una scuola materna universale, difende la sanità pubblica, e soprattutto si oppone alla mercificazione del settore farmaceutico. Sono chiaramente cose positive. Come è positivo che i Liberali li pungolino da sinistra con proposte di politica economica keynesiane.
L’aspetto più importante non è tanto il cambiamento che un nuovo governo potrà introdurre, quanto, appunto, l’opposizione a questa destra. NDP e Liberali hanno diverse somiglianze e dovranno probabilmente governare insieme (forse con un governo di minoranza dei primi) ma non riescono a raggiungere una intesa minima sulla strategia elettorale, nella forma quantomeno di una desistenza nei collegi dove una divisione tra Liberali e NDP favorirebbe una vittoria conservatrice (nel Canada vige un sistema maggioritario secco, ndr).

Finiamo parlando degli Stati Uniti. L’aspetto che mi sembra più interessante analizzare è una qual certa radicalizzazione e polarizzazione della politica americana. Come noto, il sistema politico americano si è da sempre basato sul binomio Repubblicani-Democratici. Come scrivi nel tuo libro, nonostante ci siano delle differenze, entrambi i partiti sono espressione di un certo tipo di interessi, quelli del capitale e dell’ “impero” americano, più militaristi i Repubblicani, mentre i Democratici, con Clinton ad esempio, sono stati decisivi per la penetrazione del capitale finanziario in tutti gli angoli del globo. Quello cui ci troviamo però di fronte ora sono fenomeni se non nuovi, quantomeno non usuali. Negli ultimi anni abbiamo avuto Occupy e i Tea Party, ora abbiamo Bernie Sanders (l’unico senatore americano che si definisce socialista) e anche Donald Trump. Cosa ci puoi dire su questa possibile evoluzione della democrazia americana?

Pare anche a me che ci sia una certa polarizzazione. A destra c’è una radicalizzazione evidente con i Tea Party. Non è un fatto nuovo, in realtà questa destra “esaltata” è sempre esistita negli Stati Uniti, risorgendo a livello nazionale a intervalli regolari. Come scrive il mio amico Frances Fox Peven, esperto di movimenti sociali americani, è sempre esistito un 30% di americani “politicamente certificabili come squilibrati i a destra”; era vero nel 1930 con Father Coughlin (un predicatore radiofonico, ndr) e nel1840 con il Know Nothing Movement (un movimento anti-cattolico e anti-immigrazione, ndr) e ora vedi Trump o Fiorina, e sembrano tornati quei tempi lugubri. Non bisogna sottovalutarli, perché sono molto forti nel Congresso e hanno una vera influenza politica. Allo stesso tempo non sono mai davvero riusciti a bloccare lo Stato americano, il Tesoro, la FED. Perché? Perché sanno che i bond americani, che lo Stato americano, è il centro fondamentale ed imprescindibile del capitalismo globale – un santuario intoccabile. E’ comunque assai curioso che sia la destra estrema e non certo la sinistra a mettere in pericolo l’impero americano. Di sicuro questo dimostra la disfunzionalità della politica americana, e certo è preoccupate vedere questi movimenti prendere forma e forza così spesso negli Stati Uniti.
A sinistra, insieme al radicalismo quasi anarchico di Occupy, ci sono stati anche molti movimenti locali e grassroot auto-organizzati di lavoratori, di consumatori, di cittadini. Sono organizzazioni molto vive e molto attive che sorprenderebbero tanti osservatori europei. Non esiste però alcuna forma di strutturazione e di organizzazione politica, soprattutto a livello nazionale, e questi movimenti spariscono in fretta come sorgono, non lasciando purtroppo molte tracce. La candidatura di Sanders è una cosa ottima, su una piattaforma molto progressista su molti punti. Nuovamente però, si tratta, credo, di una candidatura, per quanto importante, un po’ fine a se stessa perché senza le ambizioni di costruire qualche cosa che duri nel tempo, oltre la campagna elettorale.
Non ho molte aspettative a dire il vero. Nel Partito Democratico è impossibile che Sanders possa davvero vincere la nomination, la sua candidatura è estranea alla natura di quel Partito e sono sicuro che se si avvicinasse ad una impresa del genere, verrebbe fuori all’ultimo momento un nuovo candidato per unificare il resto del Partito contro di lui. E’ vero che nel passato i Democratici hanno già avuto momenti di radicalizzazione, non bisogna dimenticare la campagna di Jesse Jackson e soprattutto il movimento che portò alla candidatura di McGovern nel 1972 e che fu poi distrutto dai Sindacati che preferirono vedere Nixon vincere piuttosto che la Sinistra conquistare il paese. Per concludere, c’è sicuramente una nuova ondata di movimentismo politico, ma non mi sembra in grado di mettere davvero in difficoltà la forza dell’ “Impero” Americano. 


mercoledì 26 agosto 2015

L'Impero e la guerra

di Danilo Zolo da sinistrainrete


Mi propongo in questo saggio di presentare una ricognizione linguistica e un'analisi critica degli usi della nozione di "impero" che oggi ricorrono sempre più spesso nella letteratura politologica e internazionalistica occidentale. Vorrei che la mia riflessione offrisse un minimo contributo alla precisazione del concetto teorico-politico di "impero" e alla giustificazione, a certe condizioni, del suo uso contemporaneo. Non si tratta di un esercizio di lessicografia accademica. Il riemergere della nozione di "impero" è uno degli indici della profonda trasformazione degli assetti politici internazionali legata ai processi di integrazione globale e all'affermarsi di fenomeni di crescente polarizzazione del potere e della ricchezza su scala planetaria (1).
Nello stesso tempo è in atto un processo di dislocazione delle sovranità statali a favore di nuovi attori internazionali - militari, politici, economici, giudiziari - come la NATO, il G8, l'Unione Europea, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, le Corti penali internazionali, e così via. All'interno di questa arena transnazionale emerge l'egemonia di alcune grandi potenze occidentali guidate dagli Stati Uniti d'America.
E gli Stati Uniti svolgono sempre più il ruolo di una potenza imperiale "globale" che si pone al di sopra del diritto internazionale e in particolare del diritto bellico. Essa è in grado di ricorrere all'uso della forza in palese violazione del diritto internazionale e ottenendo per di più dalle istituzioni internazionali prestazioni di legalizzazione dello status quo. Ciò si verifica sia in termini di legittimazione normativa dei risultati di guerre di aggressione mascherate come interventi umanitari o come guerre preventive contro il "terrorismo globale", sia in termini di ricorso alla giustizia penale internazionale ad hoc. Dal Tribunale dell'Aja per la ex-Jugoslavia al Tribunale speciale iracheno - iracheno, ma in realtà imposto dagli Stati Uniti - si perpetua il "modello di Norimberga": una "giustizia dei vincitori" che le grandi potenze applicano agli sconfitti e ai popoli oppressi.
Questi fenomeni hanno subìto una forte accelerazione alla fine degli anni ottanta del secolo scorso, dopo la conclusione della guerra fredda, il crollo dell'Unione sovietica, il tramonto dell'ordine bipolare del mondo, l'affermazione degli Stati Uniti come la sola superpotenza planetaria e il diffondersi del terrorismo a livello internazionale. Ed hanno conosciuto un'ulteriore accelerazione dopo l'11 settembre 2001 e le guerre di aggressione condotte dagli Stati Uniti contro l'Afghanistan e contro l'Iraq.

1. Un'avvertenza metodologica

Il lemma "impero", così come oggi viene usato in Occidente, presenta valori semantici in larga parte non coincidenti con le accezioni di "impero" e di "imperialismo" caratteristiche del pensiero marxista e largamente diffuse nel secolo scorso (2). Rispetto alle teorie marxiste gli usi recenti sono meno ambiziosi sul piano politico e anche meno elaborati sul piano teorico, ma proprio per questo essi svolgono rilevanti funzioni simboliche e comunicative. Va segnalato, a questo proposito, che secondo un certo numero di autori "impero" non è lo strumento concettuale più appropriato per denotare l'attuale assetto delle relazioni internazionali e per favorirne una interpretazione e comprensione adeguata.
Michael Doyle, ad esempio, propone, se non altro, di tenere nettamente distinta la nozione di "impero formale" da quella di "impero informale", la sola eventualmente pertinente al mondo contemporaneo. Nell'impero formale, rappresentato essenzialmente dal "modello romano", il dominio viene esercitato attraverso l'annessione territoriale. E l'amministrazione dei territori annessi è affidata a governatori coloniali sostenuti da truppe metropolitane e da collaboratori locali. L'impero informale, secondo il "modello ateniese", esercita invece il suo potere attraverso la manipolazione e la corruzione delle classi politiche locali, e lo esercita su territori contigui e nei confronti di regimi legalmente indipendenti (3).
Altri autori - fra questi alcuni teorici neorealisti delle relazioni internazionali come Robert Gilpin, Kenneth Waltz e Robert Keohane - di fronte all'alternativa fra il concetto di "impero" e quello di "egemonia" optano decisamente per il secondo. Keohane, in particolare, ha elaborato con notevole successo la nozione di hegemonic stability, che assume il primato di una o più grandi potenze come fattore di stabilizzazione delle relazioni internazionali e concepisce questo primato in termini molto lontani dall'idea di una conflittualità espansionistica permanente, secondo il modulo imperiale classico (4). Altri ancora ritengono che il termine "impero" debba essere rigorosamente limitato alle formazioni politiche universalistiche che hanno preceduto la nascita, nell'Europa del Seicento, del sistema vestfaliano degli Stati sovrani. La prevalenza entro i sistemi politici delle grandi potenze contemporanee del potere economico e dell'influenza culturale rispetto al potere politico-militare - si sostiene - è di per sé sufficiente a consigliare l'abbandono del modello imperiale o a raccomandare, quanto meno, una sua radicale riformulazione (5). Per contro, altri autori - fra questi, come vedremo, Alain de Benoist - si richiamano all'autorità di Carl Schmitt per legittimare l'uso del termine "impero" con riferimento alla dilatazione imperialistica della "dottrina Monroe", praticata dagli Stati Uniti a partire dal cosmopolitismo wilsoniano e che a loro parere ha continuato a influenzare profondamente le strategie espansionistiche della grande potenza americana (6).
E' dunque necessaria un'avvertenza metodologica per quanto riguarda il significato generale che il termine "impero" presenta oggi all'interno della cultura politica occidentale. In questo contesto il termine assume un valore semantico e una portata simbolica che tendono a cristallizzarsi in un vero e proprio paradigma. Al di là di varianti di dettaglio, questo paradigma imperiale allude ad una forma politica contraddistinta dalle tre seguenti caratteristiche morfologiche e funzionali:
1.1. La sovranità imperiale è una sovranità politica molto forte, accentrata e in espansione. Attraverso di essa l'impero esercita un potere di comando "assoluto" sulle popolazioni che risiedono nel territorio della madrepatria. A questo potere diretto si aggiunge un'ampia sfera di influenza politica, economica e culturale su altre formazioni politiche, più o meno contigue territorialmente, che conservano a pieno titolo la loro sovranità formale, per quanto si tratti, di fatto, di una sovranità limitata. Da questo punto di vista, come ha sostenuto Carl Schmitt, la "dottrina Monroe", applicata inizialmente dagli Stati Uniti nel subcontinente americano e poi dilatata al mondo intero, è stata una tipica espressione di espansionismo imperiale (7).
1.2. Al centralismo e all'assolutismo degli apparati di potere imperiale - l'autorità imperiale è per definizione legibus soluta sul piano internazionale ed esercita all'interno un potere non "rappresentativo" - si accompagna un ampio pluralismo di etnie, comunità, culture, idiomi e credenze religiose diverse, separate e distanti fra loro. Rispetto ad esse il potere centrale svolge un controllo più o meno intenso, ma che tuttavia non minaccia la loro identità e relativa autonomia culturale. In questo senso specifico assume un valore paradigmatico il modello dell'Impero ottomano, con l'istituto del millet e una diffusa pratica di tolleranza confessionale (8). La combinazione di assolutismo antiegualitario e di pluralismo etnico-culturale connota l'impero opponendolo al carattere rappresentativo e nazionale dello Stato di diritto europeo.
1.3. L'ideologia imperiale è pacifista e universalista. L'Impero viene concepito come un'entità perenne: è un potere supremo, garante di pace, di sicurezza e di stabilità per tutti i popoli della terra. La pax imperialis è per definizione una pace stabile e universale: l'uso della forza militare ha come scopo esclusivo la sua promozione. L'Imperatore è il solo, unico imperatore che per mandato divino (o per un destino provvidenziale) comanda, di fatto o potenzialmente, sul mondo intero: un solo basileus, un solo logos, un solo nomos. In quanto imperator, l'imperatore è il supremo capo militare; in quanto pontifex maximus è il sommo sacerdote; in quanto princeps esercita una giustizia sovrana. Il regime imperiale si autoconcepisce e si impone come un regime mono-cratico, mono-teistico e mono-normativo.
E' chiaro che la fonte remota ma determinante di questo paradigma è l'Impero romano, da Augusto a Costantino, con le sue strutture, la sua prassi, la sua ideologia (9), sia pure in una versione tendenzialmente "informale", nell'accezione proposta da Doyle. Ovviamente, se si volesse cogliere nella sua complessità la genesi di questo archetipo romanistico, si dovrebbero studiare le esperienze imperiali che si sono sviluppate in Europa dopo la caduta dell'Impero romano e che al suo modello si sono più o meno direttamente ispirate. Si pensi, ad esempio, a formazioni politiche come l'Impero germanico-feudale, l'Impero bizantino, l'Impero ottomano, l'Impero spagnolo (10). Nessuna diretta influenza sembra invece essere stata esercitata dall'esperienza degli imperi antichi: mediorientali, mesopotamici, cinesi. Scarso rilievo nella formazione di questo paradigma sembra che si debba attribuire sia all'esperienza dell'Impero napoleonico (11), sia alle vicende degli imperi coloniali, dai più risalenti, come quello britannico, ai più recenti (12).
Sono quattro gli usi della nozione di "impero" - corrispondente all'archetipo romanistico, attenuato in senso "informale" - che a mio parere sono presenti nella letteratura politologica e internazionalistica contemporanea, inclusa la nozione marxista di "imperialismo" che conserva un rilievo non del tutto marginale nella scia di alcune dottrine neo-marxiste delle relazioni internazionali che si sono affermate negli anni sessanta e settanta del secolo scorso.

2. Imperialismo e impero nell'uso neo-marxista

La nozione di "impero" implicata dalle teorie marxiste dell'imperialismo, basate sulla concezione classista della storia e sulla critica "materialista" dell'economia capitalistica, è ancora oggi presente in una parte della letteratura politologica occidentale (13). "Impero" in questo senso è nozione in larga misura destoricizzata e inserita nel contesto di una filosofia della storia che fa dell'imperialismo l'esito necessario dello sviluppo dell'economia capitalistica.
Questa dottrina dell'imperialismo oggi gode di un credito molto più limitato rispetto ad un passato anche recente. Ciò che di questa teoria dell'impero oggi è sottoposto a critica è soprattutto la tesi dell'esistenza di un "fattore causale", di natura economica, che determinerebbe il passaggio dal capitalismo all'imperialismo come necessaria condizione di sviluppo (o di sopravvivenza) dell'economia di mercato. L'imperialismo, in questo senso, è una dinamica di espansione dell'economia di mercato oltre il suo ambito naturale - l'area dei paesi industriali occidentali -, che arriva a coinvolgere nei suoi meccanismi di sfruttamento la forza-lavoro dei paesi industrialmente arretrati. Da questo punto di vista imperialismo e colonialismo sono fenomeni strettamente connessi. Per Lenin, come è noto, il "fattore causale" era la caduta tendenziale del saggio di profitto e la crescente concorrenza fra i capitalisti, mentre per Rosa Luxemburg questa funzione era svolta dal sottoconsumo dovuto all'impoverimento del proletariato europeo (14).
Assai più presenti al dibattito politologico contemporaneo sono le dottrine neo-marxiste dello sviluppo capitalistico e dei suoi approdi imperialistici, come la teoria del capitale monopolistico di Paul Baran e Paul Sweezy, la "teoria della dipendenza", elaborata, fra gli altri, da André Gunder Frank, o la teoria del "sistema mondiale" di Immanuel Wallerstein (15). Rispetto all'ortodossia marxista-leninista, in queste versioni neomarxiste la nozione di "impero" tende ad assumere caratteristiche assai più vicine all'"archetipo romanistico" cui ho sopra accennato. Baran e Sweezy, ad esempio, hanno collegato l'evoluzione imperialistica del "capitalismo monopolistico" - concentrato e centralizzato - alla necessità, assai più politica che economica, che i paesi industriali avanzati hanno di destinare il surplus a investimenti di natura militare. La gerarchia delle nazioni che compongono il sistema capitalistico - hanno sostenuto Baran e Sweezy - presenta un assetto piramidale: i paesi collocati al vertice sfruttano quelli situati a un livello più basso, sino a giungere all'ultimo paese che non ha più nessuno da sfruttare. Il vertice della gerarchia è la "metropoli imperiale" mentre i gradini più bassi formano la "periferia coloniale". La vocazione militarista degli Stati Uniti d'America - che occupano l'intero spazio metropolitano - dipende dall'esigenza che la loro forza armata venga usata sistematicamente per mantenere e, se possibile, irrobustire, la loro posizione di leadership nella gerarchia dello sfruttamento (16).
Naturalmente anche le versioni neo-marxiste dell'imperialismo sono state sottoposte a critica. Per autori liberal come Robert Gilpin o come Joseph Stiglitz, ad esempio, il crescente divario fra paesi ricchi e paesi poveri non dipende da forme di oppressione "imperialistica", formale o informale che sia. La globalizzazione economica e l'apertura mondiale dei mercati non può essere interpretata secondo lo schema della "gerarchia" imperiale dello sfruttamento capitalistico. La polarizzazione crescente nella distribuzione delle risorse globali dipende dal diverso grado di produttività dei sistemi economici nazionali, e quindi dai livelli di cultura, qualificazione tecnica, competenza amministrativa e capacità di iniziativa che caratterizzano i diversi paesi. E' su questi parametri che, secondo Gilpin e Stiglitz, occorrerebbe intervenire, oltre che sulla regolazione degli scambi commerciali internazionali e dei movimenti dei capitali. E a questo fine sarebbe necessaria una profonda trasformazione delle politiche adottate negli ultimi decenni dalle istituzioni economiche internazionali, a cominciare dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca mondiale, sottoposte al Washington consensus (17).

3. Un'Europa imperiale?

Oggi è la cosiddetta "Nuova destra" francese, rappresentata in particolare da Alain de Benoist, a riproporre un'idea imperiale che si richiama direttamente alla elaborazione schmittiana. C'è in de Benoist e nel movimento Grece (Groupement de recherches et d'études pour la civilisation européenne) che al pensiero di de Benoist si ispira, un netto rifiuto del nazionalismo e del liberalismo in nome sia di un europeismo culturale, sia di un "pluralismo localista". Questa è la radice dell'idea di un''Europa imperiale" che ammetta un'ampia pluralità politica interna, non nazionalistica ma etnica e regionalistica. De Benoist respinge l'idea gollista dell''Europa delle patrie"; liberalismo e nazionalismo statalistico sono da lui denunciati come dispositivi economici e ideologici che producono sradicamento e uniformità culturale. Alla americanizzazione della Francia e dell'Europa de Benoist oppone una cultura "pagana" che egli fa risalire alle origini indo-europee della tradizione europea. E alla proposta di un europeismo imperiale fa corrispondere una dura polemica contro l'imperialismo degli Stati Uniti, accusati di essere espressione suprema della disumanizzazione, della volgarità e della stupidità. L'Europa imperiale, egli proclama, o si farà contro gli Stati Uniti o non si farà (18).
Per de Benoist non ci sono che due modelli per costruire l'Europa: l'impero e la nazione. La nazione è ormai troppo grande per regolare i problemi locali e troppo piccola per occuparsi delle questioni globali, in particolare di quelle economiche. "L'Impero, nel senso più tradizionale del termine - sostiene de Benoist - è il solo modello che possa conciliare l'uno e il molteplice: è la politia che organizza l'unità organica delle sue diverse componenti, rispettando la loro autonomia" (19). L'inconveniente, aggiunge de Benoist, è che da Maastricht in poi non emerge il disegno di un'Europa autonoma, politicamente sovrana, decisa a dotarsi dell'equivalente di ciò che la "dottrina Monroe" è stata per gli Stati Uniti (è particolarmente chiara qui l'influenza del pensiero di Schmitt). Siamo invece in presenza di un'Europa senza progetto, legittimità e identità politica.
La proposta di de Benoist non è priva di aspetti interessanti, anche se, è appena il caso di dire, il modello euro-imperiale non sembra che possa essere accolto nè da forze politiche europee di ispirazione liberale, né da una sinistra europea modellata sulla tradizione liberal-democratica. Il paradigma imperiale, come abbiamo visto, comporta una concezione assolutistica e antiegualitaria del potere, anche se tollerante e compatibile con il pluralismo etnico-culturale. E non sembra agevolmente proponibile neppure l'idea di un'Europa "pagana" - non semplicemente laica -, se è vero che la cultura europea è frutto della filosofia greca, del diritto romano e dell'illuminismo, ma lo è anche dei tre monoteismi che sono fioriti sulle sponde del Mediterraneo: quello israelitico, quello cristiano e, last but not least, quello islamico.
Si può inoltre osservare che non è chiaro se, nel riferirsi, sulle orme di Schmitt, al modello della "dottrina Monroe", de Benoist pensi ad una "Europa imperiale" sotto l'influenza di uno o più Stati egemoni - eventualmente la Francia e la Germania - e se la sua idea di impero sia compatibile con una strutturazione egualitaria dei rapporti fra le diverse cittadinanze europee e quindi con l'eguale tutela dei diritti fondamentali dei cittadini europei, tematiche entrambe relativamente estranee alle elaborazioni della "nuova destra" francese (20).

4. Hardt e Negri: un'apologia dell'Impero globale

Nel loro fortunatissimo volume, Empire, Michael Hardt e Antonio Negri sostengono che il nuovo "ordine mondiale" imposto dalla globalizzazione ha portato alla scomparsa del sistema vestfaliano degli Stati sovrani (21). Non ci sono più Stati nazionali, se non per le loro esangui strutture formali che ancora sopravvivono entro l'ordinamento giuridico e le istituzioni internazionali. Il mondo non è più governato da sistemi politici statali: è governato da un'unica struttura di potere che non presenta alcuna analogia significativa con lo Stato moderno di origine europea. E' un sistema politico decentrato e deterritorializzato, che non fa riferimento a tradizioni e valori etnico-nazionali, e la cui sostanza politica e normativa è l'universalismo cosmopolitico. Per queste ragioni i due autori ritengono che "Impero" sia la denotazione più appropriata per il nuovo tipo di potere globale.
Sarebbe tuttavia sbagliato pensare che l'Impero - o il suo nucleo centrale ed espansivo - sia costituito dagli Stati Uniti d'America e dai loro più stretti alleati occidentali. Né gli Stati Uniti, né alcun altro Stato nazionale, Hardt e Negri dichiarano con forza, "costituiscono attualmente il centro di un progetto imperialista" (22). L'Impero globale è tutt'altra cosa rispetto all'imperialismo classico e sarebbe un grave errore teorico confonderlo con esso.
Questo è un punto molto delicato sia sul piano teorico, sia su quello politico, e che ha sollevato un'ampia discussione. Si è sostenuto che nelle pagine di Hardt e Negri l'Impero sembra sfumare in una sorta di "categoria dello spirito"; è presente in ogni luogo poiché coincide con la nuova dimensione della globalità. Ma, si è obiettato, se tutto è imperiale, niente è imperiale. Come individuare i soggetti sovranazionali portatori degli interessi o delle aspirazioni imperiali? Contro chi rivolgere la critica e la resistenza anti-imperialistica? Chi, se si escludono gli apparati politico-militari della grandi potenze occidentali - in primis degli Stati Uniti - esercita le funzioni imperiali (23)?
C'è un secondo aspetto della teoria dell'Impero di Hardt e Negri che ha sollevato obiezioni. E' un aspetto che sembra tributario dell'implicita "ontologia" che fa da contrappunto delle analisi di Hardt e Negri: la dialettica della storia, in una accezione caratteristica dell'hegelo-marxismo e del leninismo. Secondo i due autori l'Impero globale rappresenta un superamento positivo del sistema vestfaliano degli Stati sovrani. Avendo posto fine agli Stati e al loro nazionalismo, l'Impero ha messo fine anche al colonialismo e all'imperialismo classico ed ha aperto una prospettiva cosmopolitica che deve essere accolta con favore.
Secondo Hardt e Negri, ogni tentativo di far risorgere lo Stato-nazione in opposizione alla presente costituzione imperiale del mondo esprimerebbe una ideologia "falsa e dannosa". La filosofia no-global ed ogni forma di ambientalismo naturalistico e di localismo vanno dunque rifiutate come posizioni primitive e antidialettiche e cioè, in sostanza, "reazionarie". I comunisti - tali si dichiarano Hardt e Negri - sono per vocazione universalisti, cosmopoliti, "cattolici"; il loro orizzonte è quello dell'umanità intera, della "natura umana generica", come scriveva Marx. Nel secolo scorso le masse lavoratrici hanno puntato sull'internazionalizzazione delle relazioni politiche e sociali. Oggi i poteri "globali" dell'Impero devono essere controllati, ma non demoliti: la costituzione imperiale va conservata e finalizzata ad obiettivi non capitalistici. Per Hardt e Negri, anche se è vero che le tecnologie poliziesche sono il "nocciolo duro" dell'ordine imperiale, quest'ordine non ha nulla a che vedere con le pratiche delle dittature e del totalitarismo del secolo scorso.
Dal punto di vista della transizione ad una società comunista la costruzione dell'Impero è "un passo avanti": l'Impero "è meglio di ciò che lo ha preceduto" perché "spazza via i crudeli regimi del potere moderno" e "offre enormi possibilità creative e di liberazione" (24). Affiora qui una sorta di ottimismo imperiale le cui radici affondano, a mio parere, nella metafisica dialettica dell'hegelomarxismo. Un ottimismo imperiale che, come vedremo, si oppone al realismo e all'antiuniversalismo schmittiano, pur propenso a prendere atto della fine dell'ordinamento "statale" dello jus publicum europaeum e a proporre uno schema di ordine mondiale fondato sulla nozione post-statale di Grossraum.

5. Impero globale e guerra

Michael Ignatieff - autorevole esponente liberal anglo-americano - ha di recente sostenuto che gli Stati Uniti sono un impero. Si tratta di un impero di tipo nuovo, egli sostiene, che si ispira ai principi del libero mercato, dei diritti umani e della democrazia: una vera e propria "scoperta negli annali della scienza politica". Ma per quanto significative siano le novità e le specificità della loro egemonia globale, gli Stati Uniti, come tutti gli imperi del passato, hanno il loro pesante fardello di impegni e di responsabilità. Fra questi rientra la garanzia "della pace, della stabilità, della democratizzazione e dell'approvvigionamento di petrolio" nel Medio Oriente e nell'Asia centrale, dall'Egitto all'Afghanistan (25).
Gli Stati Uniti si trovano a svolgere il ruolo che in passato era stato garantito prima dall'Impero ottomano e poi dagli imperi coloniali della Francia e della Gran Bretagna. E' questa la ragione per cui, dopo aver sconfitto il regime dei Talebani e occupato l'Afghanistan, gli Stati Uniti hanno dovuto intervenire militarmente in Iraq, per scongiurare la proliferazione delle armi di distruzione di massa, prevenire l'azione dei network terroristici e rovesciare un regime tirannico e sanguinario. L'11 settembre ha dimostrato che gli Stati Uniti non sarebbero in grado di garantire al loro interno la pace sociale e l'affermazione dei valori democratici se non adottassero una politica estera imperiale.
Anche autori italiani, pur senza una specifica finalità teorico-politica, hanno sostenuto tesi analoghe a quelle di Ignatieff, dando loro tuttavia una valenza politica opposta, fortemente critica nei confronti dell'egemonia imperiale degli Stati Uniti (26). Personalmente, sia pure con qualche cautela terminologica e teorico-politica, ritengo che sia corretto usare l'espressione "impero" (e "impero globale') a proposito della crescente egemonia economica, politica e soprattutto militare della superpotenza statunitense.
Nel proporre questa tesi ho presente, senza tuttavia assumerlo direttamente come premessa teorica, il realismo e l'antinormativismo della filosofia del diritto internazionale di Carl Schmitt, così come essa è stata esposta in testi quali Völkerrechtliche Formen des modernen Imperialismus, del 1933, e Völkerrechtliche Grossraumordnung mit Interventionsverbot für raumfremde Mächte, del 1939, e come è stata poi riformulata, nel 1950, in Der Nomos der Erde (27). Della teoria dell'impero di Schmitt penso che sia da accogliere, come un importante contributo storico-teorico, la critica della proiezione universalistica della "dottrina Monroe" da parte degli Stati Uniti. Secondo Schmitt, dall'idea originaria di un Grossraum panamericano, particolaristico e difensivo, le strategie statunitensi sono via via passate a forme di intervento espansionistico ben oltre l'area caraibica e sud-americana. Questa proiezione universalistica e globalistica - imperiale - della dottrina Monroe ha trovato la sua massima espressione nell'idealismo wilsoniano e ha fortemente influenzato in senso universalistico e globalistico la struttura della Società delle Nazioni. Lo sviluppo planetario, ha scritto Schmitt in Der Nomos der Erde,
ha condotto a un netto dilemma fra universo e pluriverso, tra monopolio e polipolio, e cioè al problema se il pianeta sia maturo per il monopolio globale di un'unica potenza o sia invece un pluralismo di grandi spazi in sé ordinati e coesistenti, di sfere di intervento e di aree di civiltà a determinare il nuovo diritto internazionale della terra (28).
In secondo luogo non si può negare che Schmitt sia stato un analista penetrante nel denunciare, assieme alla dimensione globale e polimorfa dell'impero statunitense, la sua tendenza ad attribuire alla guerra dimensioni altrettanto globali e finalità di annientamento del nemico che erano state proprie delle guerre di religione. Senza dubbio gli Stati Uniti sono riusciti a imporre al mondo, assieme alla loro egemonia economica e politica, anche il monopolio della loro visione del mondo, del loro stesso linguaggio e vocabolario concettuale: Caesar dominus et supra grammaticam (29). Ma, la superpotenza americana si è imposta come un impero globale soprattutto grazie alla sua assoluta supremazia militare che le ha consentito di ergersi a garante dell'ordine mondiale, a "gendarme del mondo". Se la forza militare di uno Stato, sostiene Schmitt, è soverchiante, la nozione stessa di guerra si trasforma: il conflitto ha come finalità lo sterminio del nemico e l'ostilità diviene così aspra da non poter essere sottoposta ad alcuna limitazione o regolazione (30). Solo chi si trova in condizioni di irrimediabile inferiorità si appella, senza successo, al diritto internazionale contro lo strapotere dell'avversario. Chi invece gode di una completa supremazia militare fa della sua invincibilità il fondamento della sua justa causa belli e tratta il nemico, sul piano morale come su quello giudiziario, come un bandito e un criminale:
La discriminazione del nemico come criminale e la contemporanea assunzione a proprio favore della justa causa vanno di pari passo con il potenziamento dei mezzi di annientamento e con lo sradicamento spaziale del teatro di guerra. Si spalanca l'abisso di una discriminazione giuridica e morale altrettanto distuttiva. [...] Nella misura in cui oggi la guerra viene trasformata in azione di polizia contro turbatori della pace, criminali ed elelmenti nocivi, deve essere anche potenziata la giustificazione dei metodi di questo police bombing. Si è così indotti a spingere la discriminazione dell'avversario in dimensioni abissali (31).
In terzo luogo ritengo che la filosofia del diritto internazionale di Schmitt meriti attenzione quando sostiene che una riduzione della conflittualità internazionale e della distruttività della guerra moderna potrà difficilmente essere ottenuta attraverso istituzioni universalistiche e "despazializzate", come la Società delle Nazioni e le Nazioni Unite, impegnate in una radicale criminalizzazione giuridica della guerra. Secondo Schmitt un progetto di pacificazione del mondo richiede piuttosto un recupero neo-regionalistico dell'idea di Grossraum e un rilancio della negoziazione multilaterale fra gli Stati come fonte normativa e legittimazione dei processi di integrazione regionale, da opporre all'imperialismo statunitense.
Entro la cornice di questa filosofia del diritto e delle relazioni internazionali, l'antinormativismo e l'antiuniversalismo schmittiano converge con le posizioni anticosmopolitiche di teorici "neo-groziani" delle relazioni internazionali come Martin Wight e Hedley Bull (32). Bull, in particolare, ha insistito sulla necessità di recuperare categorie normative meno ispirate ad una concezione illuministica e giacobina dell'ordinamento internazionale. Contro la filosofia kelseniana del "primato del diritto internazionale" (33) Bull ha riproposto con forza idee come l'equilibrio fra le grandi potenze, la diplomazia preventiva, la negoziazione multilaterale fra gli Stati, lo jus gentium, inteso quale complesso di consuetudini internazionali affermatesi lentamente nel tempo, capaci, se non certo di sopprimere la guerra, almeno di renderla meno discriminante e distruttiva (34).
Quanto alla giustizia penale internazionale, inaugurata dai Tribunale di Norimberga e di Tokyo, Bull è stato fra i primi a denunciarne i limiti giuridici e le velleità pacifiste. In The Anarchical Society Bull ha sottolineato il carattere selettivo ed "esemplare" della giustizia dei vincitori. Queste caratteristiche violavano a suo parere il principio dell'uguaglianza formale delle persone di fronte alla legge e attribuivano alla giurisdizione dei due Tribunali internazionali un'arcaica e sinistra funzione sacrificale. La repressione penale era stata infatti applicata, ricorrendo largamente alla pena di morte, soltanto nei confronti di soggetti ritenuti, sulla base di valutazioni altamente discrezionali, come i più responsabili sul piano politico o come i più coinvolti in attività delittuose (35).

6. Conclusione

Sulla base delle argomentazioni sin qui svolte si può sostenere che il potere degli Stati Uniti è un potere "imperiale", in un significato complesso e in parte nuovo rispetto all'"archetipo romanistico": un significato che deve ovviamente tener conto delle novità che i processi di globalizzazione e le conseguenti trasformazioni in senso globale della guerra hanno introdotto nelle relazioni politiche internazionali.
Il potere degli Stati Uniti è un potere imperiale anzitutto in un senso strategico, trattandosi di una potenza che, grazie alla sua assoluta superiorità militare, può operare in una prospettiva universalistica, avvolgendo il pianeta con la fitta trama delle sue basi militari e la rete informatica dello spionaggio satellitare. Nei documenti più autorevoli del Pentagono e della Casa Bianca gli Stati Uniti si dichiarano, in quanto global power, il solo paese in grado di "proiettare potenza" su scala mondiale. Essi hanno interessi, responsabilità e compiti globali e devono perciò estendere e rafforzare l'America's global leadership role, e cioè la loro supremazia nel modellare i processi globali di allocazione della ricchezza e del potere, nel far prevalere la propria visione del mondo e nel dettare le regole per realizzarla (36).
Il potere degli Stati Uniti è un potere imperiale anche in un senso normativo, perché tende a ignorare sistematicamente i principi e le regole del diritto internazionale. La superpotenza americana si sottrae sia al divieto della guerra di aggressione stabilito dalla Carta delle Nazioni Unite - il caso dell'aggressione all'Iraq è un esempio conclamato -, sia alle norme del diritto di guerra, sviluppate dall'ordinamento internazionale moderno, in particolare dalle Convenzioni di Ginevra del 1949, a tutela delle popolazioni civili e dei prigionieri di guerra. Mazar-i-Sharif, Guantánamo, Abu Ghraib, Bagram, Fallujah sono i nomi tristemente famosi che ricordano i crimini di cui le massime autorità politiche e militari degli Stati Uniti si sono macchiate in questi anni. Gli Stati Uniti sono i maggiori esportatori di armi e la maggiore fonte di inquinamento atmosferico del mondo e nello stesso tempo si rifutano di ratificare Convenzioni e Trattati intesi a ridurre le stragi di vite umane e la devastazione industriale dell'ambiente, come la "Convenzione sulle armi disumane", che vieta la produzione e l'uso delle mine antiuomo, e gli accordi di Kyoto sul controllo del clima. E non solo si sono rifiutati di ratificare il Trattato di Roma che nel 1998 ha approvato lo Statuto della Corte penale internazionale, ma sono attivi nel contrastarne le attività.
Questi comportamenti mostrano come il potere esercitato dagli Stati Uniti è legibus solutus, al di fuori e al di sopra del diritto internazionale. Un Imperatore decide di volta in volta sui singoli casi, ma non fissa principi normativi di carattere assoluto, né si impegna al rispetto di regole generali. Il potere imperiale è incompatibile sia con il carattere generale della legge, sia con l'eguaglianza giuridica dei soggetti dell'ordinamento internazionale. In questo senso gli Stati Uniti sono fonte sovrana di un nuovo diritto internazionale - di un nuovo "Nomos della terra" - in una situazione che la minaccia del global terrorism consente loro di presentare come uno "stato di eccezione" globale e permanente. L'autorità imperiale degli Stati Uniti amministra la giustizia globale, definisce i torti e le ragioni dei sudditi, pone le condizioni dell'inclusione degli Stati nel novero dei vassalli fedeli o, invece, dei rogue states, svolge funzioni di polizia internazionale contro il terrorismo, appiana le differenze e gestisce le controversie locali (persino la contesa mediterranea fra Spagna e Marocco per l'"isoletta del prezzemolo"!). In poche parole: gli Stati Uniti operano per la pace e la giustizia internazionale. Il loro potere imperiale è addirittura invocato dai sudditi per la sua capacità di risolvere i conflitti da un punto di vista universale, e cioè imparziale e lungimirante.
Ed è altrettanto significativo che oggi venga riproposta nella cultura angloamericana la dottrina del bellum justum. Si tratta di una dottrina medievale, tipicamente imperiale, che suppone l'esistenza di un potere e di un'autorità al di sopra di ogni altra autorità. Esemplare in questo senso è il documento dei sessanta intellettuali statunitensi che ha tempestivamente sponsorizzato come just war la guerra degli Stati Uniti contro l'"asse del male". Riemerge così l'antica credenza ebraico-cristiana per la quale lo spargimento del sangue dei nemici può essere moralmente raccomandato, se non addirittura esaltato perché voluto da Dio. L'attività di polizia internazionale che la potenza imperiale svolge usando mezzi di distruzione di massa richiede un potenziamento della persuasione comunicativa fondata su argomenti teologici ed etici, non semplicemente politici. La guerra viene giustificata di un punto di vista superiore e imparziale, in nome di valori che si ritengono condivisi dall'umanità intera. La guerra è presentata come lo strumento principe della tutela dei diritti dell'uomo, dell'espansione della libertà, della democratizzazione del mondo, della sicurezza e del benessere di tutti i popoli. La guerra globale ha come scopo ultimo la promozione di una pace globale. La pax imperialis è per definizione una pace perpetua e universale.

Note
*. Rielaborazione del saggio "L'uso contemporaneo della nozione di 'impero'", apparso sulla rivista Filosofia politica, 3, 2004.
1. Su questi temi mi permetto di rinviare al mio Globalizzazione. Una mappa dei problemi, Roma-Bari, Laterza, 2004.
2. Si veda R. Owen, B. Sutcliff, Studi sulla teoria dell'imperialismo. Dall'analisi marxista alle questioni dell'imperialismo contemporaneo, Torino, Einaudi, 1977.
3. Cfr. A.W. Doyle, Empires, Cornell University Press, Ithaca (NY), 1986.
4. Cfr. R.O. Keohane, After Hegemony. Cooperation and Discord in the World Political Economy, Princeton, Princeton University Press, 1984, pp. 31 ss., 49-64, 83-4; R.O. Keohane, Neorealism and Its Critics, New York, Columbia University Press, 1986; K.N. Waltz, Theory of International Politics, New York, Newbery Award Records, 1979, trad. it. Bologna, il Mulino, 1987; R. Gilpin, War and Change in World Politics, Cambridge, Cambridge University Press, 1981, trad. it. Bologna, il Mulino, 1989. Sull'alternativa fra le nozioni di "egemonia" e di "impero" cfr. V.E. Parsi, L'impero come fato? Gli Stati Uniti e l'ordine globale, "Filosofia politica", 16 (2002), 1, pp. 87, 92-3.
5. Cfr. D. Lieven, Empire. The Russian Empire and Its Rivals, London, John Murray, 2000, p. 9.
6. Si veda: C. Schmitt, Völkerrechtliche Formen des modernen Imperialismus, "Auslandsstudien", 8 (1933), ora in C. Schmitt, Positionen und Begriffe im Kampf mit Weimar, Genf, Versailles 1923-1939, Hamburg, Hanseatische Verlagsanstalt, 1940; C. Schmitt, Völkerrechtliche Grossraumordnung mit Interventionsverbot für raumfremde Mächte. Ein Beitrag zum Reichsbegriff im Völkerrecht, "Schriften des Instituts für Politik und Internationales Recht an der Universität Kiel", n. 7, 1939, ora in C. Schmitt, Staat, Grossraum, Nomos, a cura di G. Maschke, Berlin, Duncker & Humblot, 1995, trad. it. Roma, Settimo Sigillo, 1996; C. Schmitt, Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum, Berlin, Duncker und Humblot, 1974, trad. it. Milano, Adelphi, 1991. Sulla teoria schmittiana dell'imperialismo e sulla connessa idea di Grossraumordnung, cfr. P.P. Portinaro, La crisi dello Jus Publicum Europaeum, Milano, Edizioni di Comunità, 1982, pp. 188-202.
7. Cfr. C. Schmitt, Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum (1950), Berlin, Duncker und Humblot, 1974, trad. it. Milano, Adelphi, 1991.
8. Il termine millet denotava una comunità religiosa che svolgeva il ruolo di unità amministrativa decentrata dell'Impero; cfr. G. Prévélakis, Les Balkans. Cultures et géopolitique, Paris, Nathan, 1994, trad. it. Bologna, il Mulino, 1997, pp. 81-5. Sul tema mi permetto di rinviare al primo capitolo (Imperial mapping and Balkan nationalism) del mio Invoking Humanity. War, Law and Global Order, London-New York, Continuum International, 2002, pp. 7-36.
9. Si veda: G. Poma, L'impero romano: ideologia e prassi, "Filosofia politica", 16 (2002), 1, pp. 5-35; C.M. Wells, The Roman Empire, London, Fontana Press, 1992, trad. it. Bologna, il Mulino, 1995; P. Veyne, The Roman Empire, Cambridge (Mass.), Belknap Press, 1997.
10. Si veda: E. Bussi, Il diritto pubblico del Sacro romano impero alla fine dell'VIII secolo, voll. 2, Milano, Giuffrè, 1957-59; G. Ostrogorski, Geschichte des byzantinischen Staates, München, Beck, 1940, trad. it. Storia dell'impero bizantino, Torino, Einaudi, 1993; D. Kitsikis, L'Empire ottoman, Paris, Presses Universitaires de France, 1985; A. Musi, L'impero spagnolo, "Filosofia politica", 16 (2002), 1, pp. 37-61; F. Braudel, La Méditerranée et le monde méditerranéen à l'lépoque de Philippe II, Paris, Colin, 1982, trad. it. Torino, Einaudi, 2002 (voll. 2).
11. Si veda E. Di Rienzo, L'impero-nazione di Napoleone Bonaparte, "Filosofia politica", 16 (2002), 1, pp. 63-82.
12. Si veda W.J. Mommsen, Das Zeitalter des Imperialismus, Frankfurt a.M., Fisher Bücherei, 1969, trad. it. L'età dell'imperialismo, Milano, Feltrinelli, 1989; R.F. Betts, The False Dawn: European Imperialism in the Nineteenth Century, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1975, trad. it. Bologna, il Mulino, 1986.
13. Si vedano, fra i molti altri: P. Bourdieu, Contre-feux 2, Paris, Liber, 2001; L. Boltanski, E. Chiapello, Le nouvel esprit du capitalism, Paris, Gallimard, 1999; A. Callinicos, et al., Marxism and the New Imperialism, London, Bookmark, 1994; U. Allegretti, M. Dinucci, D. Gallo, La strategia dell'Impero, S. Domenico di Fiesole, Edizioni Cultura della Pace, 1992.
14. Si veda N. Lenin, L'imperialismo fase suprema del capitalismo (1917), Roma, Editori Riuniti, 1964; R. Luxemburg,L'accumulazione del capitale, Torino, Einaudi, 1968.
15. Si veda P.A. Baran, P.M. Sweezy, Monopoly Capital: An Essay on the American Economic and Social Order, New York, Monthly Review Press, 1966, trad. it. Torino, Einaudi, 1969; A.G. Frank, Capitalism and Under-development in Latin America, New York, Monthly Review Press, 1969; I. Wallerstein, The Modern World System, New York, Academic Press, 1974; I. Wallerstein, The Capitalist World Economy, Cambridge, Cambridge University Press, 1979.
16. Cfr. P.A. Baran, P.M. Sweezy, Monopoly Capital, trad. it. cit., pp. 150-5, 180-3.
17. Cfr. R. Gilpin, The Political Economy of International Relations, Princeton, Princeton University Press, 1987, trad. it. Bologna, il Mulino, 1990, pp. 34-43, 65-72, 270-3; J.E. Stiglitz, Globalisation and Its Discontents, New York, W.W. Norton & Company, 2002, trad. it. Torino, Einaudi, 2002, pp. 219-56.
18. Si veda A. De Benoist, L'Impero interiore. Mito, autorità, potere nell'Europa moderna e contemporanea, Firenze, Ponte alle Grazie,1996; P.-A. Taguieff, Sur la Nouvelle droite. Jalons d'une analyse critique, Paris, Descartes & Cie, 1994, trad. it. Firenze, Vallecchi, 2004, passim.
19. Cfr. P.-A. Taguieff, Sur la Nouvelle droite, trad. it. cit., p. 150.
20. Su questo punto mi permetto di rinviare alla mia introduzione all'edizione italiana, citata, di P.-A. Taguieff, Sur la Nouvelle droit (pp. 13-4).
21. Cfr. M. Hardt, A. Negri, Empire, Cambridge (Mass.), Harvard College, 2000, trad. it. Milano, Rizzoli, 2002, passim.
22. Cfr. M. Hardt, A. Negri, Empire, trad. it. cit., p. 15.
23. Su questa discussione si può vedere A. Negri, D. Zolo, L'Impero e la moltitudine. Un dialogo sul nuovo ordine della globalizzazione, "Reset", 73 (2002), pp. 8-19, ora anche in A. Negri, Guide. Cinque lezioni su Impero e dintorni, Milano, Raffaello Cortina, 2003, pp. 11-33. Una versione integrale in lingua inglese, più ampia rispetto a quella originariamente pubblicata da "Reset", è apparsa, a cura di A. Bove e M. Mandarini, in "Radical Philosophy", 120 (2003), pp. 23-37.
24. Cfr. M. Hardt, A. Negri, Empire, trad. it. cit., pp. 56, 208.
25. Cfr. M. Ignatieff, The Burden, "New York Times Magazine", 5 gennaio 2003.
26. Si veda ad esempio: M. Cacciari, Digressioni su Impero e tre Rome, "Micromega", (2001), 5; G. Chiesa, La guerra infinita, Milano, Feltrinelli, 2002.
27. Cfr. C. Schmitt, Der Nomos der Erde, trad. it. cit., pp. 231-3, 311-12.
28. Cfr. C. Schmitt, Der Nomos der Erde, trad. it. Cit., p. 311.
29. Sulla tendenza del dominio imperiale statunitense a imporre il proprio vocabolario, la propria terminologia e i propri concetti ai popoli egemonizzati, cfr. C. Schmitt, Völkerrechtliche Formen des modernen Imperialismus, cit., pp. 179-80.
30. Cfr. C. Schmitt, Der Nomos der Erde, trad. it. cit., pp. 429-30.
31. Cfr. C. Schmitt, Der Nomos der Erde, trad. it. cit., p. 430.
32. Si veda: M. Wigth, Why is there no International Theory?, in H. Butterfield, M. Wight (a cura di), Diplomatic Investigations, London, George Allen and Unwin Lmt, 1969; H. Bull, The Anarchical Society, London, Macmillan, 1977.
33. Sul tema mi permetto di rinviare al mio Hans Kelsen: International Peace through International Law, "European Journal of International Law", 9 (1998), 2.
34. Si veda H. Bull, The Anarchical Society, cit., passim; H. Bull, Hans Kelsen and International Law, in J.J.L. Tur, W. Twining (a cura di), Essays on Kelsen, Oxford, Oxford University Press, 1986; sul tema si veda inoltre A. Colombo, La società anarchica fra continuità e crisi, "Rassegna italiana di sociologia", 2 (2003), pp. 237-55.
35. Cfr. H. Bull, The Anarchical Society, cit., p. 89.
36. Si vedano: Department of Defense, Quadrennial Defense Review Report, 30 settembre 2001; The White House, Nation