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lunedì 1 giugno 2015

La Coalizione Sociale di Landini non funzionerà.

di Tonino D'Orazio

Uno, perché è di sinistra.
Due, perché la sinistra è in guerra con se stessa da anni, sempre pronta a dividersi, iper-intransigente spesso su quisquiglie per cui senza strategia efficace e credibile per governare.
Tre, perché se qualcuno a sinistra, anche solo per protesta aveva votato M5Stelle rafforzandolo, ora potrebbe indebolirlo tornando su Landini, recintarsi di nuovo al massimo al 5% e dare vantaggio ulteriore al PD di Renzi, che sta già racimolando a destra sul tracollo di FI.
Quarto perché la nuova legge elettorale anticostituzionale di Renzi permette di esistere solo oltre il 30%. Il resto viene spazzato via. Ha una possibilità solo se si allea con il M5Stelle su punti qualificanti.
Quinto, perché sul carro Landini sono pronti a salire, con i loro soliti pacchetti di voti, personaggi impresentabili, forse non moralmente si intende, ma vecchi, superati e plurisconfitti, da tutto l’arco considerato di sinistra, dalla minoranza del PD, a Sel, a Rifondazione e altro se c’è ancora. Potete immaginare di nuovo i Bersani, i D’Alema, Ventola, anche Cuperlo e Civati su quel carro?
Sesto, perché se Landini si qualifica di sinistra vera, e lo è, non ha ancora compiuto la stessa operazione di popolo di Podemos (Spagna) o Siryza (Grecia) che hanno costruito in tempo e in anni il loro impegno attraverso un grande volontariato sociale, solidale e gratuito. O quello appena iniziato in Italia dal M5Stelle, che ha individuato nella lotta, non più destra-sinistra ma dei poveri contro i ricchi, dell’ingiustizia sociale e della disuguaglianza, della corruzione, i loro principi popolari, non semplicemente “populisti”. Su questa linea soltanto può porsi anche tutta la Cgil. Non è che non lo fa, ma non dovrebbe demonizzare troppo Landini, perché quest’ultimo rilancia, vuoi o non vuoi, il concetto e l’immagine storici e fondamentali di cos’è la Cgil per il paese, con precedenza assoluta per le classi deboli, non solo per la confederalità delle semplici categorie e dei contratti di lavoro, dove isolata si sta rinchiudendo sempre più nella scia di “pur con indubbi sacrifici da parte dei lavoratori (sic), si è puntato alle massime garanzie occupazionali”, che poi, in realtà, non dà più nessuno, se non fino alla prossima puntata.
Settimo, perché rimane confuso il prosieguo del lancio della Coalizione, in quanto a movimento o organizzazione necessaria. A tutt’oggi non si capisce come intende organizzarsi, con chi allearsi o se intende capeggiare il movimento, visto che altre figure apicali non ci sono. Un populismo sincero che intende cambiare radicalmente le cose ha bisogno del capopopolo che lo trascini alla vittoria. E’ la storia! I simboli sono necessari.
Anche la destra, per mantenere le classi privilegiate c’è li ha. Thacher, Merkel, Obama, Cameron, Blair, Schroeder … e tutta la panoplia di servi a servizio permanente, oggi soprattutto media, giornalisti, economisti chiacchieroni che fanno gli scienziati dell’aleatorietà, banchieri, menzogne e bugie ufficiali di tutti i tipi …
Eppure lo spazio politico c’è, mai è stato così aperto e da conquistare. Magari solo un po’ di elettori di quell’enorme partito che sono “gli astenuti”, presuntuosi nel non voler ammettere di aver creduto e di essersi sbagliati in questi anni. Magari recuperando quei milioni di poveri che ci vengono snocciolati dall’Istat o da altri istituti una volta a settimana, come se si trattasse solo di numeri, come un ghigno sardonico e strafottente dei ricchi verso di loro. Di tutta quella irreale e speranzosa piccola borghesia, decaduta, che scivola verso la povertà e che fa finta di essere ancora “classe media” e che spera che il Pil forse aumenterà di qualche decimo di punto nei prossimi dieci anni e che qualche risparmio potrebbe ancora fruttare un 0,25%. Di tutti gli “impiegati” con stipendi e contratti fermi da almeno un decennio e nel tiro al piccione da parte della Troika di Bruxelles. Di tutti quegli insegnanti che non contano più nulla nella società e con i genitori irresponsabili che si accontentano del disastroso futuro di formazione qualitativa per i propri figli. Di tutti quei milioni di giovani senza lavoro, che non lo avranno mai anche perché scappato altrove, senza speranza e impotenti. Di quei milioni di pensionati alla fame, adagiati e addormentati nella loro miseria, quella sì, a “diritti crescenti” e sempre nell’occhio del ciclone dei tagli, cioè delle “riforme”. Di quei milioni di cittadini indebitati con le banche, con l’Enel, con Equitalia, disperati, impauriti e senza futuro.

Ma questa massa informe, nuda, che non si muove più da anni, cosa vuole? Può Landini rispondergli con la Coalizione Sociale ed essere credibile?
 

Però, intanto, che grandi speranze innescate !!

martedì 12 maggio 2015

Ferrero: «Subito una costituente di sinistra»

di Daniela Preziosi da Il Manifesto



È giorno di brin­disi per Paolo Fer­rero, segre­ta­rio di Rifon­da­zione comu­ni­sta. È sod­di­sfatto per il risul­tato del primi giro di ammi­ni­stra­tive del nord: «A Bol­zano siamo a due cifre, va bene anche Aosta e Trento. Un bel risul­tato per far par­tire la costi­tuente della sinistra».
Segre­ta­rio, ci spie­ghi cos’è que­sta ’costi­tuente della sini­stra’ che proponete.
Biso­gna lavo­rare all’unità delle forze di sini­stra per costruire uno spa­zio in cui pos­sano par­te­ci­pare a pari grado tutti, iscritti e non ai par­titi. E i non iscritti solo la mag­gio­ranza da coin­vol­gere. Lo ave­vamo detto al con­gresso dell’anno scorso, usando lo slo­gan «costruire la Syriza ita­liana». Oggi la rilan­ciamo a par­tire dalle tante novità, come l’uscita di Civati dal Pd.
Una cosa chia­mata ’costi­tuente della sini­stra’ non rischia di tenere alla larga gli elet­tori meno pro­pensi alle appar­te­nenze ideologiche?
La parola sini­stra si può decli­nare in molti modi. Io use­rei una triade in ordine alfa­be­tico: anti­li­be­ri­sta, del basso con­tro l’alto, di sini­stra. Un pro­cesso che prende il meglio di Syriza e il meglio di Pode­mos: mette insieme la cri­tica al libe­ri­smo e la cri­tica alla poli­tica come cosa sepa­rata. Non penso a un par­tito ma a una sog­get­ti­vità con pochi ele­menti chiari di pro­gramma e la capa­cità di tenere assieme i mille modi in cui oggi la gente fa poli­tica: penso ai comi­tati, ai tanti inse­gnanti che in que­sti anni hanno resi­stito. Gente che sa che la patri­mo­niale è una neces­sità per­ché i ric­chi sono sem­pre più ric­chi. Che ha capito che è falsa la tesi che non ci sono i soldi.: i soldi ci sono, ma li stiamo con­ti­nuando a rega­lare alla spe­cu­la­zione finan­zia­ria. L’anno scorso abbiamo dato 85 miliardi di inte­ressi agli spe­cu­la­tori. La crisi non è scar­sità, ma ric­chezza mal­di­stri­buita. Il con­tra­rio di quello che dicono Renzi, Grillo e Salvini.
Per chi ha visto nascere e morire alleanze e fede­ra­zioni di sini­stra, uno dei det­ta­gli rive­la­tori della durata è se ven­gono sciolti o no i par­titi che si met­tono insieme. Vi scioglierete?
No, ma il pro­blema è dove risiede la sovra­nità. Io non pro­pongo una fede­ra­zione con diritti di veto, ma una costi­tuente vera con piena sovra­nità. E dove ci saranno dif­fe­renze poli­ti­che, si fac­ciano refe­ren­dum fra chi ne fa parte. Non dob­biamo river­ni­ciare quello che c’è già o fare una nuova sini­stra arco­ba­leno. Anche per­ché oggi l’opposizione non basta più, la sini­stra deve can­di­darsi a gover­nare con un pro­getto poli­tico nuovo. Ero con­tra­rio alla sini­stra di governo quando signi­fi­cava gover­nare con il Pd, ma ora non pos­siamo più limi­tarci alla testi­mo­nianza, dob­biamo pro­porre un’alternativa con­creta e non ideo­lo­gica su cosa si può fare sul lavoro, sul reddito.
Ha lan­ciato la ’costi­tuente’ già al con­gresso di un anno fa. Nel frat­tempo è suc­cesso di tutto. Con­ti­nua a fare la stessa proposta?
Non riven­dico pri­mo­ge­ni­ture e non sono affe­zio­nato alle for­mule. Se c’è una parola migliore, benis­simo. La sostanza per me è che si costrui­sca un pro­cesso che colga tutti gli ele­menti di novità, com­presi i volti chi lo deve rap­pre­sen­tare. Fer­rero non si can­dida a por­ta­voce, per essere chiaro. La crisi del neo­li­be­ri­smo si vede da anni, ma oggi si vede a livello di massa. La crisi del Pd oggi è evi­den­tis­sima, a me inte­ressa che que­sta con­sa­pe­vo­lezza dif­fusa ora trovi un sog­getto all’altezza della sfida.
Porte aperte a chi esce dal Pd?
Per me il per­corso o è uni­ta­rio o non ha nes­sun senso. Chi se ne va dal Pd non solo sta cri­ti­cando quello che è diven­tato quel par­tito, ma sta pro­po­nendo anche con­te­nuti poli­tici con cui sono in sin­to­nia, dal lavoro al welfare.
Dal Pd si aspetta altri addii?
Sì, altri pren­de­ranno atto che lì non c’è pos­si­bi­lità di cam­biare le cose. Noi dob­biamo aprire subito il pro­cesso costi­tuente, e tenerlo aperto. Anzi, per l’ultimo che arri­verà, come dice il van­gelo, ucci­de­remo il vitello grasso.
Come sce­glie­rete il leader?
È l’ultimo pro­blema. Que­sta atten­zione osses­siva sul lea­der è l’altra fac­cia del senso di impo­tenza sociale. In un paese in cui la gente viene con­vinta che non conta niente, si aspetta il mira­colo, l’uomo della prov­vi­denza. Fran­ca­mente non vedo Pablo Igle­sias can­di­darsi a fare il lea­der qui in Ita­lia. E allora impa­riamo dal movi­mento della scuola: un pro­ta­go­ni­smo di massa e dal basso, che sta obbli­gando il governo a trat­tare, ma non c’è un lea­der. Così dob­biamo fare noi, poi nel per­corso i migliori ver­ranno fuori. Di lea­der ne abbiamo avuti, anche a sini­stra, ma se non c’è un pro­getto un lea­der non regge oltre sei mesi.
A pro­po­sito di lea­der, per Lan­dini chi si can­dida in poli­tica è fuori dalla coa­li­zione sociale.
Fa bene. Con la coa­li­zione sociale lavora sui con­te­nuti, cosa di cui c’è ultra­bi­so­gno. Ma come un sin­da­ca­li­sta che si can­dida in poli­tica dà le dimis­sioni, così chi sta nella coa­li­zione sociale non lo fa per rac­co­gliere con­senso in politica.
Que­sto vuol dire che chi come lei sta in un par­tito sta fuori dalla ’ coa­li­zione sociale’?
Non neces­sa­ria­mente. Quello della rap­pre­sen­tanza è un ter­reno spe­ci­fico, ma non l’unico della poli­tica. Lan­dini ha preso il meglio dell’autonomia sin­da­cale. Noi invece dob­biamo fare una sini­stra che si pone anche sul ter­reno della rap­pre­sen­tanza. E penso che fra que­sti due pro­getti ci possa essere una siner­gia più che positiva.
Bar­bara Spi­nelli lascia la lista dell’Altra Europa, dice che vi siete snaturati.
Mi dispiace, ma con­fido che il per­corso che stiamo facendo possa farla ricredere.

domenica 29 marzo 2015

La coalizione sociale di Landini. Considerazioni in merito

di Franco Cilli



La coalizione sociale di Landini è una novità che può sparigliare le carte di una politica sempre più fatalisticamente legata all’uomo della provvidenza, che cambia faccia e stile comunicativo, ma non la sostanza.
Landini ha intenzione di rinnovare il sindacato e per farlo è uscito dal recinto del lavoro inteso come pratica incardinata nelle vecchie istituzioni quali la fabbrica o l’azienda ed ha abbracciato il lavoro diffuso e tutte le sue articolazioni ad esso collegate, ivi comprese il mondo del precariato e dell’associazionismo.
Il capo del sindacato più grande dei metalmeccanici ha preso atto di un fenomeno ormai conosciuto da decenni: il lavoro come fenomeno sociale che si riproduce in forme diffuse e non direttamente ricollegate al valore-lavoro.
Unions è il nome della coalizione sociale di cui è artefice il capo della FIOM, a voler significare l’unione di tutti i soggetti sociali come i precari, i disoccupati, gli studenti, il volontariato, l’associazionismo, finora non rappresentati dal sindacato classico.
Il progetto di coalizione sociale viene presentato come forma di rinnovamento della prassi sindacale e della rappresentanza, ma a nessuno sfugge la sua valenza politica. Landini ha giurato e spergiurato che non ha intenzione di formare un nuovo partito né una coalizione elettorale, ma di voler creare un soggetto capace di influenzare le scelte della politica. Eppure se l’obiettivo fosse solo questo non credo che tale soggetto susciterebbe le aspettative e i timori che si sono palesati al solo accenno della sua irruzione nella vita politica italiana. È evidente che la coalizione è un dispositivo che salta a piè pari processi falliti negli anni precedenti, determinati dalla volontà di mettere insieme pezzi della sinistra in perenne conflitto fra loro e, diciamolo pure, di salvare rendite di posizione dietro la motivazione di un’alternativa di sistema, ed è altrattanto evidente che il progetto che si cela dietro tale sigla si ripropone di percorrere una via che esclude i vecchi partiti senza buttare via la politica.
Perché ci si chiederà tanto pudore nel dichiarare il proprio impegno e tanto zelo nel disconfermare qualsiasi tentativo di creare un’alternativa a un sistema così marcio che non ha certo bisogno di scuse per essere buttato a mare. Perché evidentemente si ha il timore che il “sistema” avrebbe gioco facile ad assimilare a sé qualsiasi tentativo che non si affranchi completamente dai vecchi schemi della politica. Oltre a ciò avventure come quelle della lista Ingroia o della lista arcobaleno ci dicono in maniera evidente che unità della sinistra nel contesto italiano viene letta come unità di un reducismo sterile e inconcludente. Nemmeno è ipotizzabile una Podemos italiana, perché quello spagnolo è un contesto che ha visto emergere una generazione di giovani intellettuali capaci di convogliare una protesta molto sentita e partecipata come quella degli indignados, in un contenitore che da subito si propone come alternativa democratica all’attuale sistema. L’Italia ha visto tanti momenti storici, in cui le energie sprigionate dalla società civile si sono riversate nelle piazze, come nel caso di Genova, senza mai essere incanalate in un percorso politico istituzionale. Colpe della politica, ma anche di un’ideologia che vedeva nelle forme organizzate la negazione stessa della politica. Difficile adesso ripercorrere il solco di un'occasione storica perduta.
Ora bisogna chiedersi però come è possibile creare le premesse per un cambiamento radicale di sistema, visto che soggetti così potenzialmente rappresentativi e numerosi come quelli “coalizzati” nella Unions, si sottraggono ad un coinvolgimento diretto nella politica. La risposta a mio avviso sta in una considerazione molto semplice: la coalizione di Landini non impedisce alla sinistra di compattarsi seguendo percorsi nuovi, anzi la affranca la dal peso di una rappresentanza troppo inclusiva e le consente di “giocare di sponda”.
Nessuno sa esattamente cosa sia questa coalizione sociale, nè a cosa serva, come hanno candidamente ammesso molti operai della FIOM, ma sanno che è qualcosa di necessario. Di certo ognuno dentro di sè nutre una convinzione incoffessabile, e cioè che questo nuovo soggetto serva a rilegittimare la politica e a nutrire il referente politico di una sinistra che verrà, con idee, ma soprattutto con voti.