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venerdì 12 giugno 2015

Pablo Iglesias intervista Toni Negri

dal Blog di Maurizio Acerbo

Landini si è dovuto difendere per la presenza di Oreste Scalzone e Franco Piperno all’assemblea romana della Coalizione Sociale  dopo gli articoli di giornalisti renziani e l’attacco di Renzi in persona. Il leader di Podemos pochi giorni fa ha invitato Toni Negri nella sua trasmissione televisiva per una lunga intervista e non so cosa sia successo in Spagna (comunque Iglesias non deve esserne preoccupato se lo ha invitato). Buona visione:



Ovviamente non mi ha stupito la reazione di Landini che per le sue radici nel PCI-PDS e nel sindacato emiliano è abbastanza comprensibile (per chi conosce la storia della sinistra italiana). Devo dire che intervistato Franco Piperno ha commentato con stile e ironia. Il giochetto della Meli e di Renzi è chiaro: i pensionati che hanno fedelmente votato PCI-PDS-DS-PD e che ultimamente cominciano a disertare le urne possono facilmente simpatizzare con Landini che da quella storia viene e ne conserva i tratti popolari e operai migliori. Accostarlo ai fantasmi del terrorismo anni ’70 e ai “cattivi maestri” dell’autonomia è un modo per farli tornare all’ovile.
[La Tuerka è il programma televisivo ideato da Pablo Iglesias e dal suo gruppo dell’Università di Madrid e va in onda dal 2010. Particolare non secondario per comprendere il successo elettorale improvviso e all’apparenza imprevedibile di Podemos. Ricordo che il mio fratello e compagno Francesco Caruso che frequenta da lungo tempo i movimenti sociali spagnoli mi disse che se Iglesias si candidava avrebbe preso un mucchio di voti almeno un anno e mezzo prima della sua “discesa in campo”]

lunedì 1 giugno 2015

La Coalizione Sociale di Landini non funzionerà.

di Tonino D'Orazio

Uno, perché è di sinistra.
Due, perché la sinistra è in guerra con se stessa da anni, sempre pronta a dividersi, iper-intransigente spesso su quisquiglie per cui senza strategia efficace e credibile per governare.
Tre, perché se qualcuno a sinistra, anche solo per protesta aveva votato M5Stelle rafforzandolo, ora potrebbe indebolirlo tornando su Landini, recintarsi di nuovo al massimo al 5% e dare vantaggio ulteriore al PD di Renzi, che sta già racimolando a destra sul tracollo di FI.
Quarto perché la nuova legge elettorale anticostituzionale di Renzi permette di esistere solo oltre il 30%. Il resto viene spazzato via. Ha una possibilità solo se si allea con il M5Stelle su punti qualificanti.
Quinto, perché sul carro Landini sono pronti a salire, con i loro soliti pacchetti di voti, personaggi impresentabili, forse non moralmente si intende, ma vecchi, superati e plurisconfitti, da tutto l’arco considerato di sinistra, dalla minoranza del PD, a Sel, a Rifondazione e altro se c’è ancora. Potete immaginare di nuovo i Bersani, i D’Alema, Ventola, anche Cuperlo e Civati su quel carro?
Sesto, perché se Landini si qualifica di sinistra vera, e lo è, non ha ancora compiuto la stessa operazione di popolo di Podemos (Spagna) o Siryza (Grecia) che hanno costruito in tempo e in anni il loro impegno attraverso un grande volontariato sociale, solidale e gratuito. O quello appena iniziato in Italia dal M5Stelle, che ha individuato nella lotta, non più destra-sinistra ma dei poveri contro i ricchi, dell’ingiustizia sociale e della disuguaglianza, della corruzione, i loro principi popolari, non semplicemente “populisti”. Su questa linea soltanto può porsi anche tutta la Cgil. Non è che non lo fa, ma non dovrebbe demonizzare troppo Landini, perché quest’ultimo rilancia, vuoi o non vuoi, il concetto e l’immagine storici e fondamentali di cos’è la Cgil per il paese, con precedenza assoluta per le classi deboli, non solo per la confederalità delle semplici categorie e dei contratti di lavoro, dove isolata si sta rinchiudendo sempre più nella scia di “pur con indubbi sacrifici da parte dei lavoratori (sic), si è puntato alle massime garanzie occupazionali”, che poi, in realtà, non dà più nessuno, se non fino alla prossima puntata.
Settimo, perché rimane confuso il prosieguo del lancio della Coalizione, in quanto a movimento o organizzazione necessaria. A tutt’oggi non si capisce come intende organizzarsi, con chi allearsi o se intende capeggiare il movimento, visto che altre figure apicali non ci sono. Un populismo sincero che intende cambiare radicalmente le cose ha bisogno del capopopolo che lo trascini alla vittoria. E’ la storia! I simboli sono necessari.
Anche la destra, per mantenere le classi privilegiate c’è li ha. Thacher, Merkel, Obama, Cameron, Blair, Schroeder … e tutta la panoplia di servi a servizio permanente, oggi soprattutto media, giornalisti, economisti chiacchieroni che fanno gli scienziati dell’aleatorietà, banchieri, menzogne e bugie ufficiali di tutti i tipi …
Eppure lo spazio politico c’è, mai è stato così aperto e da conquistare. Magari solo un po’ di elettori di quell’enorme partito che sono “gli astenuti”, presuntuosi nel non voler ammettere di aver creduto e di essersi sbagliati in questi anni. Magari recuperando quei milioni di poveri che ci vengono snocciolati dall’Istat o da altri istituti una volta a settimana, come se si trattasse solo di numeri, come un ghigno sardonico e strafottente dei ricchi verso di loro. Di tutta quella irreale e speranzosa piccola borghesia, decaduta, che scivola verso la povertà e che fa finta di essere ancora “classe media” e che spera che il Pil forse aumenterà di qualche decimo di punto nei prossimi dieci anni e che qualche risparmio potrebbe ancora fruttare un 0,25%. Di tutti gli “impiegati” con stipendi e contratti fermi da almeno un decennio e nel tiro al piccione da parte della Troika di Bruxelles. Di tutti quegli insegnanti che non contano più nulla nella società e con i genitori irresponsabili che si accontentano del disastroso futuro di formazione qualitativa per i propri figli. Di tutti quei milioni di giovani senza lavoro, che non lo avranno mai anche perché scappato altrove, senza speranza e impotenti. Di quei milioni di pensionati alla fame, adagiati e addormentati nella loro miseria, quella sì, a “diritti crescenti” e sempre nell’occhio del ciclone dei tagli, cioè delle “riforme”. Di quei milioni di cittadini indebitati con le banche, con l’Enel, con Equitalia, disperati, impauriti e senza futuro.

Ma questa massa informe, nuda, che non si muove più da anni, cosa vuole? Può Landini rispondergli con la Coalizione Sociale ed essere credibile?
 

Però, intanto, che grandi speranze innescate !!

martedì 12 maggio 2015

Ferrero: «Subito una costituente di sinistra»

di Daniela Preziosi da Il Manifesto



È giorno di brin­disi per Paolo Fer­rero, segre­ta­rio di Rifon­da­zione comu­ni­sta. È sod­di­sfatto per il risul­tato del primi giro di ammi­ni­stra­tive del nord: «A Bol­zano siamo a due cifre, va bene anche Aosta e Trento. Un bel risul­tato per far par­tire la costi­tuente della sinistra».
Segre­ta­rio, ci spie­ghi cos’è que­sta ’costi­tuente della sini­stra’ che proponete.
Biso­gna lavo­rare all’unità delle forze di sini­stra per costruire uno spa­zio in cui pos­sano par­te­ci­pare a pari grado tutti, iscritti e non ai par­titi. E i non iscritti solo la mag­gio­ranza da coin­vol­gere. Lo ave­vamo detto al con­gresso dell’anno scorso, usando lo slo­gan «costruire la Syriza ita­liana». Oggi la rilan­ciamo a par­tire dalle tante novità, come l’uscita di Civati dal Pd.
Una cosa chia­mata ’costi­tuente della sini­stra’ non rischia di tenere alla larga gli elet­tori meno pro­pensi alle appar­te­nenze ideologiche?
La parola sini­stra si può decli­nare in molti modi. Io use­rei una triade in ordine alfa­be­tico: anti­li­be­ri­sta, del basso con­tro l’alto, di sini­stra. Un pro­cesso che prende il meglio di Syriza e il meglio di Pode­mos: mette insieme la cri­tica al libe­ri­smo e la cri­tica alla poli­tica come cosa sepa­rata. Non penso a un par­tito ma a una sog­get­ti­vità con pochi ele­menti chiari di pro­gramma e la capa­cità di tenere assieme i mille modi in cui oggi la gente fa poli­tica: penso ai comi­tati, ai tanti inse­gnanti che in que­sti anni hanno resi­stito. Gente che sa che la patri­mo­niale è una neces­sità per­ché i ric­chi sono sem­pre più ric­chi. Che ha capito che è falsa la tesi che non ci sono i soldi.: i soldi ci sono, ma li stiamo con­ti­nuando a rega­lare alla spe­cu­la­zione finan­zia­ria. L’anno scorso abbiamo dato 85 miliardi di inte­ressi agli spe­cu­la­tori. La crisi non è scar­sità, ma ric­chezza mal­di­stri­buita. Il con­tra­rio di quello che dicono Renzi, Grillo e Salvini.
Per chi ha visto nascere e morire alleanze e fede­ra­zioni di sini­stra, uno dei det­ta­gli rive­la­tori della durata è se ven­gono sciolti o no i par­titi che si met­tono insieme. Vi scioglierete?
No, ma il pro­blema è dove risiede la sovra­nità. Io non pro­pongo una fede­ra­zione con diritti di veto, ma una costi­tuente vera con piena sovra­nità. E dove ci saranno dif­fe­renze poli­ti­che, si fac­ciano refe­ren­dum fra chi ne fa parte. Non dob­biamo river­ni­ciare quello che c’è già o fare una nuova sini­stra arco­ba­leno. Anche per­ché oggi l’opposizione non basta più, la sini­stra deve can­di­darsi a gover­nare con un pro­getto poli­tico nuovo. Ero con­tra­rio alla sini­stra di governo quando signi­fi­cava gover­nare con il Pd, ma ora non pos­siamo più limi­tarci alla testi­mo­nianza, dob­biamo pro­porre un’alternativa con­creta e non ideo­lo­gica su cosa si può fare sul lavoro, sul reddito.
Ha lan­ciato la ’costi­tuente’ già al con­gresso di un anno fa. Nel frat­tempo è suc­cesso di tutto. Con­ti­nua a fare la stessa proposta?
Non riven­dico pri­mo­ge­ni­ture e non sono affe­zio­nato alle for­mule. Se c’è una parola migliore, benis­simo. La sostanza per me è che si costrui­sca un pro­cesso che colga tutti gli ele­menti di novità, com­presi i volti chi lo deve rap­pre­sen­tare. Fer­rero non si can­dida a por­ta­voce, per essere chiaro. La crisi del neo­li­be­ri­smo si vede da anni, ma oggi si vede a livello di massa. La crisi del Pd oggi è evi­den­tis­sima, a me inte­ressa che que­sta con­sa­pe­vo­lezza dif­fusa ora trovi un sog­getto all’altezza della sfida.
Porte aperte a chi esce dal Pd?
Per me il per­corso o è uni­ta­rio o non ha nes­sun senso. Chi se ne va dal Pd non solo sta cri­ti­cando quello che è diven­tato quel par­tito, ma sta pro­po­nendo anche con­te­nuti poli­tici con cui sono in sin­to­nia, dal lavoro al welfare.
Dal Pd si aspetta altri addii?
Sì, altri pren­de­ranno atto che lì non c’è pos­si­bi­lità di cam­biare le cose. Noi dob­biamo aprire subito il pro­cesso costi­tuente, e tenerlo aperto. Anzi, per l’ultimo che arri­verà, come dice il van­gelo, ucci­de­remo il vitello grasso.
Come sce­glie­rete il leader?
È l’ultimo pro­blema. Que­sta atten­zione osses­siva sul lea­der è l’altra fac­cia del senso di impo­tenza sociale. In un paese in cui la gente viene con­vinta che non conta niente, si aspetta il mira­colo, l’uomo della prov­vi­denza. Fran­ca­mente non vedo Pablo Igle­sias can­di­darsi a fare il lea­der qui in Ita­lia. E allora impa­riamo dal movi­mento della scuola: un pro­ta­go­ni­smo di massa e dal basso, che sta obbli­gando il governo a trat­tare, ma non c’è un lea­der. Così dob­biamo fare noi, poi nel per­corso i migliori ver­ranno fuori. Di lea­der ne abbiamo avuti, anche a sini­stra, ma se non c’è un pro­getto un lea­der non regge oltre sei mesi.
A pro­po­sito di lea­der, per Lan­dini chi si can­dida in poli­tica è fuori dalla coa­li­zione sociale.
Fa bene. Con la coa­li­zione sociale lavora sui con­te­nuti, cosa di cui c’è ultra­bi­so­gno. Ma come un sin­da­ca­li­sta che si can­dida in poli­tica dà le dimis­sioni, così chi sta nella coa­li­zione sociale non lo fa per rac­co­gliere con­senso in politica.
Que­sto vuol dire che chi come lei sta in un par­tito sta fuori dalla ’ coa­li­zione sociale’?
Non neces­sa­ria­mente. Quello della rap­pre­sen­tanza è un ter­reno spe­ci­fico, ma non l’unico della poli­tica. Lan­dini ha preso il meglio dell’autonomia sin­da­cale. Noi invece dob­biamo fare una sini­stra che si pone anche sul ter­reno della rap­pre­sen­tanza. E penso che fra que­sti due pro­getti ci possa essere una siner­gia più che positiva.
Bar­bara Spi­nelli lascia la lista dell’Altra Europa, dice che vi siete snaturati.
Mi dispiace, ma con­fido che il per­corso che stiamo facendo possa farla ricredere.

martedì 28 aprile 2015

Il richiamo della foresta

di Tonino D’Orazio

Succede in Cgil. All’iniziativa di Landini, la Camusso stringe le fila dei pasdaran dei segretari generali di alcune categorie della confederazione per il blocco alla “deriva”. Aspettando la Conferenza di Organizzazione.

Dice Landini, ma sembra Di Vittorio : "Il nostro obiettivo principale è cambiare le politiche economiche e sociali del governo, che riteniamo del tutto sbagliate, a partire dal Jobs Act". Un nuovo Statuto, il contratto nazionale, una vera rappresentanza. Insomma, per i riformisti politici a “tutti i costi”, roba d’altri tempi.

Intanto l’attacco della Camusso: Se un movimento si basa su un programma politico generale, e si va oltre la rappresentanza del mondo del lavoro, diventa oggettivamente una formazione di ordine politico. Poi ovviamente non può non ammettere che il sindacato è per forza di cose anche un soggetto politico. Ma fa politica sul lavoro e partendo dagli strumenti che gli sono propri, come la contrattazione”. “Rappresenta i lavoratori, insomma, non i cittadini in senso lato: e la sua forza sta proprio in questa parzialità. La Cgil rivendica sempre la centralità del lavoro ed è molto gelosa della propria autonomia. Un po’ di veleno in coda: le considerazioni sulla collocazione personale dei dirigenti sindacali e politici naturalmente sono loro scelte personali. Messo il punto sul concetto stretto di confederalità contrattuale e di linea si scatenano le prese di posizioni.

Stefania Crogi, segretario generale Flai Cgil e Rossana Dettori, segretario generale Fp Cgil: no a sindacato che si sostituisce alla politica. Un po’ schematiche ma chiare. Forse anche inversamente proporzionale.

Parte sparato Franco Martini, (ex area socialista), segretario confederale: “La coalizione sociale? Non è il nostro mestiere”. Come se fare della contrattazione il terreno in cui continuare a contrastare gli effetti negativi delle politiche del governo fosse realmente possibile, e in fondo giusto e chissà anche fino a che punto legale. Un piccolo richiamo all’ordine costituito non fa male: “Ma è chiaro che se la manifestazione del 28 dovesse cambiare pelle, diventare il battesimo di una soggettività politica, ci sarebbe da fare una riflessione”.

Segue Walter Schiavella, segretario generale della Fillea, cioè degli edili, quelli di quasi un morto al giorno, pieno di immigrati schiavizzati al nero, della pensione solo dopo più di 50 anni di lavoro e ai quali i governi succedutesi hanno quasi abolito il numero degli ispettori per amor dei padroni. Il sindacato deve solo “contrattare”. Ci ha aperto un seminario nazionale con altre categorie, Filt, Filctem, Filcams, Nidil, il 1° aprile.

Dobbiamo cambiare radicalmente le politiche economiche e sociali di questo governo, dobbiamo recuperare voce e peso alla rappresentanza delle ragioni del lavoro. Dobbiamo. Dobbiamo. Mai una autocritica sui risultati ottenuti fino ad oggi. Su questo siamo tutti uniti. Abbiamo punti di vista diversi sul come farlo. Occorre rispondere a due interrogativi: chi interpreta la confederalità? E se non viene più interpretata poiché si ammette la debolezza totale del sindacato? Con quali strumenti agisce la relazione politica? E se non esiste da tempo la relazione politica, se non nell’appiattimento generale al Pd, se non alla Troika riformista (poiché chiedono sempre e solo riforme strutturali, cioè per sempre, sulle spalle dei lavoratori) di Bruxelles?

Poi il siluro. Occorre una politica di alleanze sociali, ma esse non possono dar luogo a pericolose evoluzioni. Su quali strategie e quali strumenti usare paiono chiaramente alternative fra loro. Su questo occorre misurarci: fra chi ritiene prioritaria la strada del movimentismo e delle alleanze sociali a tutto tondo e chi pensa invece che esse vadano costruite partendo dalla centralità del lavoro e, quindi, della contrattazione. Noi, come noto, siamo perché dal lavoro e dalla contrattazione si debba partire”. Non si può prescindere dalla necessità di consolidare l’unità tra Cgil Cisl Uil. Cioè il vecchio sine qua non che avanza, che non funziona più realisticamente da 20 anni se non per frenare, e che intende lasciar scivolare la Cgil nell’indebolimento e nella non rappresentanza generale del lavoro, se non quella di coloro che già ce l’avevano e che man mano usciranno dal tempo indeterminato, o dalla continua chiusura delle fabbriche. Gli altri, sempre più senza diritti e più sfruttati, non sanno che farsene del sindacato. Chiedetelo al Nidil che se non avesse i precari pubblici, ad alto tasso politico, non esisterebbe. Tutti sanno, dalla precarizzazione delle leggi Treu (Pd) in poi (1995) che i precari non possono assolutamente iscriversi al sindacato pena il licenziamento immediato. Più oggi che ieri. Il gurù dei riformisti Ichino pontifica soddisfatto: “Il Jobs Act è fatto per licenziare”.

La Gabrielli, seg. Filcams, (Terziario, Turismo e Servizi) ha appena rinnovato il “contratto”. 85€ in tre anni, al quarto livello però. A fine ottobre e per il futuro, ma già programmato da Renzi dal novembre scorso, l’aumento dell’IVA al 25,5% (oppure tagli agli sgravi fiscali) si sarà già rimangiato tutto. Ma questo non c’entra con il contratto che va “comunque fatto”. Cosa hanno ceduto i lavoratori sui diritti di vita o di benessere per ottenere questo “aumento stipendiale”? La difficile sopravvivenza oraria di sfruttamento a chiamata diretta del padrone e la possibilità, legislativa e non contrattuale di essere licenziati su due piedi. Quisquiglie schiaviste. Più soldi, per finta, per meno diritti reali. Il concetto di soddisfazione rimane alla radice: “sempre meglio di niente”.

Carla Cantone e Maurizio Landini, si ritrovano in un incontro – dibattito aperto ai cittadini, dopo la manifestazione Fiom di Roma, nel corso del quale i due dirigenti nazionali indicheranno gli obiettivi della nuova stagione sindacale. Chiarissima l’importanza della posizione dello SPI, sindacato compresso ma maggioritario della Cgil, per lo sviluppo dell’ipotesi Unions. I pensionati Cgil, che hanno perso una grande percentuale del loro già misero potere d’acquisto, rimangono un elemento chiave per la costruzione delle Unions, che dovrebbe raggruppare proprio chi soffre di più la politica neoliberista della povertà. Cantone precisa però all'agenzia Ansa di non voler discutere del nuovo soggetto politico del segretario della Fiom. Meglio la fuga. Chi conosce la Cantone sa quanto si sia speso per sostenere Cuperlo (Pd) nella campagna per le primarie di quel partito, malgrado il giuramento continuo sull’autonomia. Malgrado il dialogo sostenuto con il negazionista Civati.

Altri rimangono nell’analisi della situazione, spiegandola in dettaglio a chi la vive.

Slc (Lavoratori Comunicazione). Michele Azzola. “Aver deciso, con il Jobs Act, di incentivare le assunzioni ha avuto come conseguenza che le aziende che si presentano ex novo alle gare, con personale che costa oltre il 30% in meno rispetto a chi già gestisce il servizio, vincono gli appalti escludendo il personale che garantisce il servizio stesso. Nei prossimi mesi assisteremo alla sostituzione di tutto il personale che opera nei call center, o nelle cooperative sociali, generando drammi sociali in tutta la penisola”. Non creazione: sostituzione.

Il leit motiv è quello di sempre: abbiamo il dovere di rappresentare la realtà del lavoro per cambiarla. Dopo tutto quello che è già stato fatto? Tutti continuano a lanciare grande idee di contrattazione futura. Ha ragione Michele Prospero nella sua analisi di una realtà da prefascismo: “Con le scelte legislative che il governo Renzi ha imposto a tappe forzate, il mondo del lavoro è stato colpito su cruciali questioni di identità, di memoria, di interessi collettivi. Un attacco così sistematico e totale progettato per distruggere il sindacato come soggetto democratico, per cancellare le conquiste del lavoro e la sua dignità nello spazio sociale, a nessun governo era mai riuscito”. In fondo nemmeno a Mussolini. A questo e di questo deve rispondere la Cgil ai lavoratori italiani, tutti, senza venire a scusarsi dopo. Allora ben venga Landini se ridà fiato alla storia dei lavoratori! Ma non sembra il momento nemmeno in casa. Dopo la fiammata mediatica è tornato un silenzio stampa previsto.

Renzi, mentre i sindacati si muovono, ha già fatto terra bruciata intorno a loro, e per legge, alla quale anche la Cgil non può “disubbidire”, imporrà la visione dei padroni anche sui tanto vantati contratti. Il resto è, e sarà, ascolto, fino alla prossima pretesa dei padroni. Ammettiamo che rimane poco, oltre il famigerato diritto di sciopero che presto sarà tutto nelle mani del ministro di turno, riformista o di destra.

Quando il sindacalismo, punto di forza delle vere emancipazioni, della dignità del lavoro nei fatti, si cancella, tutto si degrada, non solo il lavoro, tutto si sposta e in quel vuoto le piazze si riempiono sia dell’estrema destra che degli integralismi religiosi o razziali. Tutti e due cancellano il termine solidarietà e dividono e spezzettano la società in interessi di clan e lobbie. Per questo Renzie è di destra. Del neoliberismo più becero e fascista che comincia a preoccupare anche il Tribunale Europeo dell’Aia. Ma simpatico, gioviale, finalmente di nuovo uno che comanda e che ci salverà. Dopo la “riforma” elettorale per i prossimi 20 anni.

domenica 29 marzo 2015

La coalizione sociale di Landini. Considerazioni in merito

di Franco Cilli



La coalizione sociale di Landini è una novità che può sparigliare le carte di una politica sempre più fatalisticamente legata all’uomo della provvidenza, che cambia faccia e stile comunicativo, ma non la sostanza.
Landini ha intenzione di rinnovare il sindacato e per farlo è uscito dal recinto del lavoro inteso come pratica incardinata nelle vecchie istituzioni quali la fabbrica o l’azienda ed ha abbracciato il lavoro diffuso e tutte le sue articolazioni ad esso collegate, ivi comprese il mondo del precariato e dell’associazionismo.
Il capo del sindacato più grande dei metalmeccanici ha preso atto di un fenomeno ormai conosciuto da decenni: il lavoro come fenomeno sociale che si riproduce in forme diffuse e non direttamente ricollegate al valore-lavoro.
Unions è il nome della coalizione sociale di cui è artefice il capo della FIOM, a voler significare l’unione di tutti i soggetti sociali come i precari, i disoccupati, gli studenti, il volontariato, l’associazionismo, finora non rappresentati dal sindacato classico.
Il progetto di coalizione sociale viene presentato come forma di rinnovamento della prassi sindacale e della rappresentanza, ma a nessuno sfugge la sua valenza politica. Landini ha giurato e spergiurato che non ha intenzione di formare un nuovo partito né una coalizione elettorale, ma di voler creare un soggetto capace di influenzare le scelte della politica. Eppure se l’obiettivo fosse solo questo non credo che tale soggetto susciterebbe le aspettative e i timori che si sono palesati al solo accenno della sua irruzione nella vita politica italiana. È evidente che la coalizione è un dispositivo che salta a piè pari processi falliti negli anni precedenti, determinati dalla volontà di mettere insieme pezzi della sinistra in perenne conflitto fra loro e, diciamolo pure, di salvare rendite di posizione dietro la motivazione di un’alternativa di sistema, ed è altrattanto evidente che il progetto che si cela dietro tale sigla si ripropone di percorrere una via che esclude i vecchi partiti senza buttare via la politica.
Perché ci si chiederà tanto pudore nel dichiarare il proprio impegno e tanto zelo nel disconfermare qualsiasi tentativo di creare un’alternativa a un sistema così marcio che non ha certo bisogno di scuse per essere buttato a mare. Perché evidentemente si ha il timore che il “sistema” avrebbe gioco facile ad assimilare a sé qualsiasi tentativo che non si affranchi completamente dai vecchi schemi della politica. Oltre a ciò avventure come quelle della lista Ingroia o della lista arcobaleno ci dicono in maniera evidente che unità della sinistra nel contesto italiano viene letta come unità di un reducismo sterile e inconcludente. Nemmeno è ipotizzabile una Podemos italiana, perché quello spagnolo è un contesto che ha visto emergere una generazione di giovani intellettuali capaci di convogliare una protesta molto sentita e partecipata come quella degli indignados, in un contenitore che da subito si propone come alternativa democratica all’attuale sistema. L’Italia ha visto tanti momenti storici, in cui le energie sprigionate dalla società civile si sono riversate nelle piazze, come nel caso di Genova, senza mai essere incanalate in un percorso politico istituzionale. Colpe della politica, ma anche di un’ideologia che vedeva nelle forme organizzate la negazione stessa della politica. Difficile adesso ripercorrere il solco di un'occasione storica perduta.
Ora bisogna chiedersi però come è possibile creare le premesse per un cambiamento radicale di sistema, visto che soggetti così potenzialmente rappresentativi e numerosi come quelli “coalizzati” nella Unions, si sottraggono ad un coinvolgimento diretto nella politica. La risposta a mio avviso sta in una considerazione molto semplice: la coalizione di Landini non impedisce alla sinistra di compattarsi seguendo percorsi nuovi, anzi la affranca la dal peso di una rappresentanza troppo inclusiva e le consente di “giocare di sponda”.
Nessuno sa esattamente cosa sia questa coalizione sociale, nè a cosa serva, come hanno candidamente ammesso molti operai della FIOM, ma sanno che è qualcosa di necessario. Di certo ognuno dentro di sè nutre una convinzione incoffessabile, e cioè che questo nuovo soggetto serva a rilegittimare la politica e a nutrire il referente politico di una sinistra che verrà, con idee, ma soprattutto con voti.

lunedì 9 marzo 2015

La destra piange, viva Salvini

di Tonino D'Orazio 

Forse la destra di questi due decenni non ce la fa contro la destra di Renzi e del PD. Berlusconi, garante del neoliberismo, nuovo fascismo, sta perdendo piede. Bisogna trovare un nuovo vessillo, eccolo, un altro Matteo, il Salvini. Il re è morto, Berlusconi (forse perché tocca sempre al PD risuscitarlo), viva il re Salvini.
Non è bella una singolare tenzone tra i due Matteo? Che scoop! La TV di stato, cioè del governo, ci si fionda. Il nuovo che avanza, anche se è il vecchio che in questi ultimi decenni ha governato e affossato l’Italia, ritorna ringiovanito. Identico all’ascesa di Renzi e di un PD sostenitore nei fatti del neoliberismo.
L’importante, per l’aristocrazia borghese italiana proprietaria delle reti televisive nazionali e private di tutta Italia, ma proprio di tutte, è potenziare un altro destroide. Non è detto che Renzi vinca sempre. Troppo prepotente, bulletto, indisponente, anche se molto utile momentaneamente a fare quello che non erano riusciti a fare sia Berlusconi che Fini. Ragazzo di comando sì, ma senza bon ton, diamine.
Poi, vuoi mettere la differenza estetica tra i due scamiciati. Uno paffutello dell’entroterra toscana e l’altro boscaiolo dell’alta bresciana? L’uno vistosamente prepotente e sghignazzante e l’altro soave e democratico? Eppure hanno in comune un vizio che comincia a piacere: la violenza, la provocazione. L’uno nei fatti morali e politici avanzando come un caterpillar nello scasso “riformista” della Costituzione e della società, l’altro pronto a coglierne le visioni sulle tematiche future, in nome del regionalismo ristretto, utilizzando giovani, disoccupati, tasse, sacra famiglia. Problemi e verità da utilizzare, non necessariamente per proporre soluzioni. Tutti e due uniti nella propaganda.
Tutti e due però con problemi e contraddizioni interne ai loro movimenti. Difficile ormai parlare di partiti, se non come gruppi alleati o meno nello stesso calderone.
E poi, davanti c’è l’esempio di Syriza che racconta il peso di più umanità e meno denaro. Forse arrivano anche i Podemos in Spagna, sulla stessa linea. Dovesse succedere, in Italia, che quel Landini, esagitato in tuta, possa raccogliere intorno a sé una massa di diseredati pronti a scompigliare il giochetto attuale che funziona così bene. Forse troppo difficile in Italia tenuto conto dell’innata ideologia della sinistra alla divisione, quella vera, ma vecchia e sfarfallata.
Allora Renzi perde le staffe. Adotta un linguaggio menzognero e insultante degradando la politica a semplice irrisione dell'avversario. Tipico di un bulletto di periferia. Rivela perfettamente il suo livello basso di alfabetizzazione politica. Il massimo dell’offesa, senza nemmeno accorgersi che offende anche sé stesso, riferendosi a Landini: “Vuole entrare in politica”. Come se fare politica sia illegittimo: per gli altri naturalmente, non per lui che il potere politico lo detiene tutto, per colpo di stato bianco del vegliardo fuggito. I soldi rimasti da rubare sono pochi, ci mancherebbe anche un altro pretendente. Un richiamo dispregiativo al sindacato, ridicolo visto che per lui non esiste, e alla Camusso, (i bulli vanno letti fra le righe): “Non è Landini che abbandona il sindacato, è il sindacato che ha abbandonato Landini”. Cos’aspetta la maggioranza morbida del sindacato a tenerlo buono e richiamarlo all’ordine in nome della decantata e così utile “autonomia”! Il punto è proprio questo: cos’è una autonomia senza rappresentanza politica? Perché dieci milioni di iscritti a organizzazioni dei lavoratori e pensionati sono espulsi dalle istituzioni democratiche del proprio paese? Dato il disastro sociale, al quale le confederazioni fanno sempre riferimento del loro ruolo per tentare di contrattare qualcosa, compreso il contesto attuale del mercato del lavoro ormai totalmente in mano ai padroni, manca una prossima legge padronale e cioè quella che permette loro di essere risarciti per le loro perdite economiche (forse anche morali) in caso di sciopero. Poi i mediatori riformisti e le aperture al dialogo si troveranno sempre.
Comunque il concetto esposto è pericolosissimo: quello di voler costruire “una coalizione sociale che superi i confini della tradizionale rappresentanza sindacale, capace di unificare tutte le persone che per vivere hanno bisogno di lavorare”. Che roba marchesa! Insomma questi vorrebbero riportare i lavoratori in Parlamento per fare le leggi a favore loro, del lavoro e dei poveri. E noi, di che scialiamo! Adesso che sta andando tutto per il meglio.
Allora ben venga Salvini. Bravo ragazzo, contro la “sinistra”, cioè il PD. Da ridere. Ben vengano le destre inglesi e francesi, belghe, olandesi e tedesche, magari anche greche, oltre a quelle in forte crescita nei due terzi dei paesi dell’Unione. Ben venga il terrore dell’Isis per alimentare un po’ di nazionalismo guerrafondaio e nostalgico. Ben venga il ritorno alla pena di morte; all’assalto agli immigrati; alle manganellate a studenti e lavoratori, magari alle cannoniere nel canale di Sicilia. Non serve fare proposte per trovare soluzioni eque e civili, basta alimentare un po’ di razzismo in più, tanto poi, dai oggi che dai domani, la gente segue. Sa che può scaricare le sue responsabilità politiche e sociali immediate su altri, i più deboli, o sul “governo ladro”. Si lamenta, piange, bestemmia, ma aspetta sempre e ancora l’uomo della provvidenza, duro e puro. Scamiciato è meglio.
Forse, anche un Landini. Alla fine basta sapere per fare cosa.