di Tonino D’Orazio
Le scene teatrali o i film sono il nerbo delle nostre società. Basta immedesimarsi per correre dietro una realtà vista da altri. Vi sono maestri e attori così bravi che per un momento, più o meno lungo, ci permettono di estraniarci dal “quotidiano”, come una valvola di sicurezza detta “sociale”. Una realtà virtuale costruita per modificare quella vera. Dov’è il limite invalicabile? Ognuno pensi a sé stesso.
Ma se i progetti politici di società sono gli stessi di quale scissione si parla. Come se tutto si trasforma ma la sostanza resta identica.
Chi scissa chi? Un Pdl diviso in NCD e Nuova-vecchia FI? Divisi dalle poltrone? Uno sostiene il governo per tenere sotto controllo un Letta accondiscendente e falso nel suo facile ottimismo? L’altro a sostegno di un condannato, scampato dai tribunali con stupenda furbizia da venti anni, che continua a fare il primo attore di uno spettacolo privato, indecente e ricattatorio? Divisi per stare insieme nello stesso progetto di società: arricchire i ricchi e impoverire i poveri. In questo non c’è scissione in tutto l’arco governativo. Nei risultati c’è identità di programma e di conduzione della società.
Scissione nel Pd? Per fare che? Strano che D’Alema possa sbagliare tanto solo adombrandola prima delle primarie del suo partito. Ci sarà, forse, solo una ridistribuzione di poltrone. Meno per i discendenti annacquati del PCI, un po’ di più per i discendenti scampati della DC. Assolutamente niente di sinistra in vista tenuto conto della percentuale bassa di Civati. Forse la messa a riposo di “vecchie glorie” che sono state utilissime alla transizione verso il centrismo. Ma sarà difficile anche questo perché alcune sono già sul nuovo carro. La parabola si è chiusa, gli eredi del PCI sono scomparsi o diventati completamente altro, ingoiati da una nuova democrazia cristiana lanciata liberamente e senza opposizione nella scia filoamericana. Renzi potrà anche essere eletto segretario e avere la maggioranza nel Direttivo, ma poi i conti dovranno tornare per un eventuale “nuovo governo”, dove si presume ci sarà qualche problema in più. Intanto gioca il suo teatrino di governo e opposizione, senza programma serio, slogan a parte, ma per questo sappiamo che non può che condividere il progetto di società attuale della “grossa coalizione” imposta dall’Europa e dai tedeschi, con attacchi alle persone del suo stesso partito e al suo stesso presidente del consiglio. Una prova è la proposta di aprire all’ingresso del suo PD, nel Partito Socialista Europeo, un vero allineamento. In pratica contro tutti e contro se stesso; una scissione intima, sicuramente senza vere conseguenze storiche, malgrado i propositi. In pratica, sottilmente, la sostanza della natura politica degli italiani, cioè contro tutti i politici, ma poi li si rivota. Qualcuno pensa che Renzi o il Pd possa tornare indietro sulla famigerata legge Fornero su pensioni e mercato del lavoro, sulle imposizioni europee? Oppure possa aumentare le tasse ai ricchi e diminuirle ai poveri? Alla Cgil che mantiene il punto sulla patrimoniale ha già chiesto di stare calmi e stare a posto loro. E poi Napolitano vigila e il capitalismo ha necessità del centrosinistra per imporre le peggiori porcherie, anche anti-costituzionali, senza doversi scontrare efficacemente con i sindacati.
Il fatto vero è che le “primarie” interne (non elettorali!) al PD, in televisione ha interessato pochissima gente. Abbiamo imparato che la televisione serve ad altro. Il confronto a tre dei candidati alla segreteria ha generato scarso interesse. Tra l’altro questo metodo porta ognuno a smarcarsi dall’altro dicendo qualcosa di diverso, e il risultato potrebbe far sembrare un PD veramente incasinato. Lo share è stato del 2,7%, di cui 1,7% su Cielo e 1% su Sky TG24 HD. Lo speciale Post Confronto in onda dalle 22.30 circa su Sky TG24 HD ha fatto registrare un ascolto medio di 130.000 spettatori. Malgrado il tam-tam mediatico favorevole a Renzi. E’ l’uomo utile e nuovo affinché fondamentalmente nulla cambi. Interesse televisivo veramente inferiore alle loro attese e contraddittoria se poi quasi 3 milioni di persone hanno partecipato alle loro primarie. La rivoluzione arancione-americana avanza, ma in mano alla Toika.(Bce,Fmi,UE).
Dal dopoguerra mai nessun governo è nato in Italia senza il consenso nord americano. Ricordiamo tutti la “visita” di D’Alema, ex comunista, a Washington prima di diventare Presidente del Consiglio. Vale per tutti, anche per Renzi, se ciò non è già avvenuto, e probabilmente lo sarà anche per il M5S. I rottamatori sono in genere sempre apprezzati da Washington quando i cambi generazionali non avvengono a loro gusto e si stancano di avere sempre i soliti interlocutori. Forse non ci sono riusciti con “mani pulite” nel ’92 (permettetemi questo dubbio che mi trascino da anni) perché parecchi “vecchi” si sono dimostrati più coriacei e camaleontici di quanto si aspettassero. Ma l’occasione nuova sembra ripresentarsi.
Diciamo anche che lo sciopero ad oltranza di alcune sigle di autotrasportatori, con richieste politiche piuttosto che di categoria, pur rilanciando tematiche considerate “populistiche”, non ha nulla a che vedere con il blocco che mise in ginocchio il governo cileno di Allende. Ma se anche i poliziotti si tolgono il casco durante le manifestazioni-scontro siamo ad un punto di non ritorno. Nelle rivolte i simboli acquisiscono sempre valori sconcertanti.
Pensate invece allo share del VD-3 a Genova di Beppe Grillo in diretta su La7! 200.000 in piazza, con il vento freddo tipico di Genova. E’ la prima volta che la questura non fornisce dati. Pudore o calcolo?
Cosa poteva guadagnare La7 ,per tutto il pomeriggio in diretta, oltre lo share? Valutare appunto con lo share l’interesse dei cittadini verso il movimento? Verificare i punti programmatici di forza del M5S e la loro popolarità o condivisione? Forse fare semplicemente informazione con un movimento che li disprezza? Concesso.
I Socialisti attuali sono scissi da tempo ma sono sempre al governo, da Craxi in poi, con ex democristiani ed ex fascisti, lasciando un drappello coraggioso di socialisti veri a futura memoria, come frangia di amici magari utili e ponte in governi differenti. Anche loro hanno partecipato e governato il nostro paese dai primi governi di centrosinistra degli anni sessanta. Intanto non si sono sciolti nel Pd, ovviamente perché non era più “socialista”, ma anche perché sono utili per formare una coalizione, visto il metodo della legge elettorale ormai anticostituzionale, a detta della Consulta.
Si rilancia quindi una riforma elettorale mai condivisa in questi anni ma ormai obbligatoria. L’accordo, Renzi, potrà farlo solo con il centrodestra. Insomma già una continuità.
Visualizzazione post con etichetta Pdl. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pdl. Mostra tutti i post
martedì 10 dicembre 2013
domenica 18 agosto 2013
Otto Settembre
di Marco Revelli da soggettopoliticonuovo
Un paese che prende anche solo lontanamente in considerazione l’idea che si debba «garantire l’agibilità politica» a un condannato in via definitiva per una «ciclopica frode fiscale» ai danni dello stato, è un paese che vale poco. Un mondo politico che, fin dai suoi massimi vertici, esprime comprensione per una tale esigenza, è un mondo che ha smarrito il senso del confine tra normalità e indecenza. O che ha fatto dell’indecenza la condizione della normalità. Un sistema dell’informazione che, salvo poche eccezioni, registra compiacente tutto ciò senza un unanime moto di ripulsa anzi mettendoci del suo (si leggano gli editoriali del Corriere della sera), è un sistema che ha smarrito la propria elementare funzione di controllo democratico (e anche il senso della dignità professionale). L’Italia si avvia ad affrontare un passaggio per molti versi drammatico della propria crisi economica e sociale logorata e paralizzata da una crisi morale senza precedenti. L’autunno presenterà conti salati: una disoccupazione che, nonostante la ripresina nord-europea, continuerà a peggiorare (con gli ammortizzatori sociali da rifinanziare). Una fragilità del sistema bancario che continua a strozzare il credito alle imprese e neutralizza anche i limitati vantaggi del tardivo e parzialissimo pagamento della montagna di miliardi dovuti dallo stato (che andranno nella stragrande maggioranza a ripianare i debiti contratti nel frattempo per sopravvivere). L’incombente aumento dell’Iva, che non ha ancora trovato voci alternative di copertura. La necessità di reperire entro l’inizio del prossimo anno i 50 miliardi di euro della prima delle venti rate imposte dal famigerato fiscal compact, vera e propria macina al collo di un paese che stenta a restare a galla. Un livello delle remunerazioni nei settori pubblico e privato bloccato da anni, su cifre ormai ai limiti inferiori della graduatoria Ocse. Da un buco nero di queste dimensioni non si esce senza una straordinaria quantità di energia politica e sociale. Senza uno scatto morale: o, se si preferisce, un’impennata d’orgoglio. Senza il senso di una rottura di continuità, che è cambio radicale di classe dirigente e di personale politico, percezione della possibilità di un «nuovo inizio», come è stato nei momenti cruciali della nostra storia, dalla «crisi di fine secolo» alla «ricostruzione» nel secondo dopoguerra. Invece ci tocca assistere allo spettacolo deprimente di una continuità ossessivamente riaffermata contro ogni «natura delle cose»: l’assemblaggio forzato dei vecchi protagonisti del disastro in una comune maggioranza di governo, uniti nell’unico imperativo di durare sopravvivendo ai propri vizi privati e alle proprie inesistenti pubbliche virtù. Consegnati in ostaggio a uomo finito e alla sua esigenza di prolungare la propria fine oltre ogni limite fisiologico, giorno per giorno, pronto al ricatto a ogni passaggio – l’ineleggibilità, la decadenza da senatore, l’applicazione della sentenza e le misure alternative… – giocando sull’unico atout che gli è rimasto: la golden share governativa. La minaccia del «muoia Sansone con tutti i filistei». Li possiamo già immaginare i prossimi mesi, con il tormentone osceno del «grazia sì, grazia no» («La chiedo, non la chiedo»…). Delle macchine del fango al lavoro e degli infiniti ricorsi fatti solo per guadagnare tempo. Degli aeroplanini in volo sulle spiagge con «Forza Silvio» e degli avversari politici trasformati in imbarazzati testimoni o omologhi complici. Il fatto è che il pasticciaccio brutto di questa primavera, la nascita del governo delle larghe intese, pesa come un macigno. Sta su solo perché le due forze che lo compongono – oltre a essere sostanzialmente omologhe nell’idea di società prodotta dall’establishment economico-finanziario e dalle tecnocrazie europee – sono entrambe fragilissime, sull’orlo di una simmetrica dissoluzione. Lo è il Pdl, di fatto già dissolto nella ri-nascitura Forza Italia, e identificato ormai senza residui nel destino politico del suo capo-padrone. Ma lo è anche il Pd, lacerato tra una miriade di cordate interne senza più alcun rapporto con le rispettive culture politiche (che la leadership del partito verrà contesa tra due ex democristiani, Letta e Renzi, in lotta tra loro, la dice lunga). Da due vuoti potenziali non può nascere un pieno d’azione politica. Ci si può limitare alla manutenzione del disastro, rinviando sine die i nodi da sciogliere, «guadagnando tempo», appunto. Ma con la manutenzione del disastro non si esce dal disastro: lo si può dilazionare. Si possono inventare mille bizantinismi, ma non si evita, prima o poi, la caduta di Bisanzio. È questo il gigantesco non detto del dibattito in corso sul destino della «sinistra» e in particolare del Pd (ma anche di Sel), a cominciare dall’intervento di Goffredo Bettini: la gravità della simmetrica crisi della «parte emersa» del nostro sistema politico (quella su cui sono permanentemente accesi i riflettori dell’informazione ufficiale). L’irrisolvibilità delle contraddizioni accumulate nel corpo di quei due soggetti politici che – ricordate? – nel famigerato passaggio veltroniano-berlusconiano del 2007 e 2008 avrebbero dovuto dar vita a un sistema politico Bipolare, Maggioritario ed Egemonico (si disse proprio così, nella neolingua di allora), monopolizzando l’intero spazio pubblico e bloccandolo rispetto a ogni idea alternativa di società. Quel progetto giace ora in frantumi (che Enrico Letta cerca di nascondere sotto il tappeto della propria azione di governo come la cattiva casalinga fa con la polvere). Ma non ho letto una sola riga di presa d’atto. O di autocritica. Né una sola proposta all’altezza della gravità, sul modo di uscire dall’impasse. E forse non per caso: perché probabilmente a quella crisi non c’è soluzione, se si rimane entro il cerchio magico dell’attuale classe politica, con come unici ed esclusivi protagonisti i soggetti politici esistenti (e potenzialmente falliti). Eugenio Scalfari, qualche giorno fa, su Repubblica, ha evocato il 25 luglio del 1943 (Il 25 luglio è arrivato, il Cavaliere si rassegni), quando appunto Benito Mussolini fu liquidato dal suo stesso partito e finì ai «domiciliari» sul Gran Sasso. Non ha ricordato, credo per scaramanzia, la breve parentesi badogliana e soprattutto la data successiva, l’8 settembre, quando tutto andò giù ed esplose la più grave crisi istituzionale del nostro paese. Eppure val la pena rifletterci, su quelle tormentate vicende. Non solo perché questi primi 100 giorni del governo Letta un po’ ricordano (fatte le debite proporzioni in termini di drammaticità) i «45 giorni di Badoglio», col suo «la guerra continua» a fianco del vecchio alleato e la tendenza a dilazionare la resa dei conti. Ma anche, e soprattutto perché l’8 settembre non è solo (o meglio, non è tanto) il momento della «morte della patria», come è stato affrettatamente definito. È la fine di «quella» patria indegna, e il punto d’origine di un’altra Italia. Fu, nel naufragio della vecchia Italia, un punto di rinascita e di selezione di una nuova classe dirigente, sulla base di una «scelta morale» che si trasformò in risorsa politica. Quella data ci dice che a volte, per ricominciare, bisogna finire. P.S. L’8 settembre è anche il giorno in cui Landini e Rodotà hanno convocato quanti sono consapevoli della gravità della situazione e dell’urgenza di una risposta (e proposta) credibile. Ci saremo in molti, per cogliere questo segnale di speranza.
Fonte il Manifesto 17 Agosto 2013
Un paese che prende anche solo lontanamente in considerazione l’idea che si debba «garantire l’agibilità politica» a un condannato in via definitiva per una «ciclopica frode fiscale» ai danni dello stato, è un paese che vale poco. Un mondo politico che, fin dai suoi massimi vertici, esprime comprensione per una tale esigenza, è un mondo che ha smarrito il senso del confine tra normalità e indecenza. O che ha fatto dell’indecenza la condizione della normalità. Un sistema dell’informazione che, salvo poche eccezioni, registra compiacente tutto ciò senza un unanime moto di ripulsa anzi mettendoci del suo (si leggano gli editoriali del Corriere della sera), è un sistema che ha smarrito la propria elementare funzione di controllo democratico (e anche il senso della dignità professionale). L’Italia si avvia ad affrontare un passaggio per molti versi drammatico della propria crisi economica e sociale logorata e paralizzata da una crisi morale senza precedenti. L’autunno presenterà conti salati: una disoccupazione che, nonostante la ripresina nord-europea, continuerà a peggiorare (con gli ammortizzatori sociali da rifinanziare). Una fragilità del sistema bancario che continua a strozzare il credito alle imprese e neutralizza anche i limitati vantaggi del tardivo e parzialissimo pagamento della montagna di miliardi dovuti dallo stato (che andranno nella stragrande maggioranza a ripianare i debiti contratti nel frattempo per sopravvivere). L’incombente aumento dell’Iva, che non ha ancora trovato voci alternative di copertura. La necessità di reperire entro l’inizio del prossimo anno i 50 miliardi di euro della prima delle venti rate imposte dal famigerato fiscal compact, vera e propria macina al collo di un paese che stenta a restare a galla. Un livello delle remunerazioni nei settori pubblico e privato bloccato da anni, su cifre ormai ai limiti inferiori della graduatoria Ocse. Da un buco nero di queste dimensioni non si esce senza una straordinaria quantità di energia politica e sociale. Senza uno scatto morale: o, se si preferisce, un’impennata d’orgoglio. Senza il senso di una rottura di continuità, che è cambio radicale di classe dirigente e di personale politico, percezione della possibilità di un «nuovo inizio», come è stato nei momenti cruciali della nostra storia, dalla «crisi di fine secolo» alla «ricostruzione» nel secondo dopoguerra. Invece ci tocca assistere allo spettacolo deprimente di una continuità ossessivamente riaffermata contro ogni «natura delle cose»: l’assemblaggio forzato dei vecchi protagonisti del disastro in una comune maggioranza di governo, uniti nell’unico imperativo di durare sopravvivendo ai propri vizi privati e alle proprie inesistenti pubbliche virtù. Consegnati in ostaggio a uomo finito e alla sua esigenza di prolungare la propria fine oltre ogni limite fisiologico, giorno per giorno, pronto al ricatto a ogni passaggio – l’ineleggibilità, la decadenza da senatore, l’applicazione della sentenza e le misure alternative… – giocando sull’unico atout che gli è rimasto: la golden share governativa. La minaccia del «muoia Sansone con tutti i filistei». Li possiamo già immaginare i prossimi mesi, con il tormentone osceno del «grazia sì, grazia no» («La chiedo, non la chiedo»…). Delle macchine del fango al lavoro e degli infiniti ricorsi fatti solo per guadagnare tempo. Degli aeroplanini in volo sulle spiagge con «Forza Silvio» e degli avversari politici trasformati in imbarazzati testimoni o omologhi complici. Il fatto è che il pasticciaccio brutto di questa primavera, la nascita del governo delle larghe intese, pesa come un macigno. Sta su solo perché le due forze che lo compongono – oltre a essere sostanzialmente omologhe nell’idea di società prodotta dall’establishment economico-finanziario e dalle tecnocrazie europee – sono entrambe fragilissime, sull’orlo di una simmetrica dissoluzione. Lo è il Pdl, di fatto già dissolto nella ri-nascitura Forza Italia, e identificato ormai senza residui nel destino politico del suo capo-padrone. Ma lo è anche il Pd, lacerato tra una miriade di cordate interne senza più alcun rapporto con le rispettive culture politiche (che la leadership del partito verrà contesa tra due ex democristiani, Letta e Renzi, in lotta tra loro, la dice lunga). Da due vuoti potenziali non può nascere un pieno d’azione politica. Ci si può limitare alla manutenzione del disastro, rinviando sine die i nodi da sciogliere, «guadagnando tempo», appunto. Ma con la manutenzione del disastro non si esce dal disastro: lo si può dilazionare. Si possono inventare mille bizantinismi, ma non si evita, prima o poi, la caduta di Bisanzio. È questo il gigantesco non detto del dibattito in corso sul destino della «sinistra» e in particolare del Pd (ma anche di Sel), a cominciare dall’intervento di Goffredo Bettini: la gravità della simmetrica crisi della «parte emersa» del nostro sistema politico (quella su cui sono permanentemente accesi i riflettori dell’informazione ufficiale). L’irrisolvibilità delle contraddizioni accumulate nel corpo di quei due soggetti politici che – ricordate? – nel famigerato passaggio veltroniano-berlusconiano del 2007 e 2008 avrebbero dovuto dar vita a un sistema politico Bipolare, Maggioritario ed Egemonico (si disse proprio così, nella neolingua di allora), monopolizzando l’intero spazio pubblico e bloccandolo rispetto a ogni idea alternativa di società. Quel progetto giace ora in frantumi (che Enrico Letta cerca di nascondere sotto il tappeto della propria azione di governo come la cattiva casalinga fa con la polvere). Ma non ho letto una sola riga di presa d’atto. O di autocritica. Né una sola proposta all’altezza della gravità, sul modo di uscire dall’impasse. E forse non per caso: perché probabilmente a quella crisi non c’è soluzione, se si rimane entro il cerchio magico dell’attuale classe politica, con come unici ed esclusivi protagonisti i soggetti politici esistenti (e potenzialmente falliti). Eugenio Scalfari, qualche giorno fa, su Repubblica, ha evocato il 25 luglio del 1943 (Il 25 luglio è arrivato, il Cavaliere si rassegni), quando appunto Benito Mussolini fu liquidato dal suo stesso partito e finì ai «domiciliari» sul Gran Sasso. Non ha ricordato, credo per scaramanzia, la breve parentesi badogliana e soprattutto la data successiva, l’8 settembre, quando tutto andò giù ed esplose la più grave crisi istituzionale del nostro paese. Eppure val la pena rifletterci, su quelle tormentate vicende. Non solo perché questi primi 100 giorni del governo Letta un po’ ricordano (fatte le debite proporzioni in termini di drammaticità) i «45 giorni di Badoglio», col suo «la guerra continua» a fianco del vecchio alleato e la tendenza a dilazionare la resa dei conti. Ma anche, e soprattutto perché l’8 settembre non è solo (o meglio, non è tanto) il momento della «morte della patria», come è stato affrettatamente definito. È la fine di «quella» patria indegna, e il punto d’origine di un’altra Italia. Fu, nel naufragio della vecchia Italia, un punto di rinascita e di selezione di una nuova classe dirigente, sulla base di una «scelta morale» che si trasformò in risorsa politica. Quella data ci dice che a volte, per ricominciare, bisogna finire. P.S. L’8 settembre è anche il giorno in cui Landini e Rodotà hanno convocato quanti sono consapevoli della gravità della situazione e dell’urgenza di una risposta (e proposta) credibile. Ci saremo in molti, per cogliere questo segnale di speranza.
Fonte il Manifesto 17 Agosto 2013
lunedì 12 agosto 2013
Alcuni nodi al pettine
di Tonino D’Orazio
Finalmente lo spettacolo politico-governativo-istituzionale “salviamo l’Italia” entra nella sua fase di acuta ilarità. Tutti fanno e dicono qualsiasi cosa. Tutti si arrampicano sugli specchi. Tutti minacciano o ricattano tutti. Non sanno come liberarsi del “condannato”. Persino Letta: ”Se si va al voto anticipato i cittadini dovranno pagare l’Imu”. Uno spasso feriale.
Berlusconi fa minacciare e poi nega. Bondi, (ma è ancora porta parola?) minaccia la guerra civile. Napolitano sta al gioco, così può ancora permettersi di rimproverare qualcuno. I capi bastoni del Pdl vanno con urgenza dall’amico e gran manovratore Napolitano. O la grazia (magari ingentilita e condita da “agilità politica”), o trova qualche marchingegno, o la crisi, mentre Berlusconi giura che non farà cadere lui il governo. Parole sante. Teatrino efficace. Il problema viene scaricato sul Pd, area menoL, come dicono i grillini. L’elemento centrale e mediatico non è la disoccupazione drammatica ma l’Imu.
Già, il Pd. Il Pdl ha un capo riconosciuto colpevole, evasore a ripetizione, corrotto e condannato come un volgare criminale, e il rischio è che sia proprio il Pd, partito opposto ma amico, a spaccarsi o a dover trovare la soluzione per il “salvataggio”. Roba mai vista in nessuna storia democratica di nessun paese. Il segretario Epifani ribadisce che le sentenze vanno rispettate (ma va!), Berlusconi “in galera”. Ma il governo insieme delle amichevole e nebbiose “larghe intese” deve continuare. Chiede a Berlusconi di farsi da parte. Grande ingenuità, gioco delle parti. Brunetta: “Epifani è un provocatore, vuole far saltare le larghe intese”. Invece controlla chi rimarrà con il cerino acceso in mano. Renzi mette le mani avanti su un eventuale crisi del governo Letta. Lui non c’entra nulla, teme di diventare il capro espiatorio. Le mani nascondono il sasso: “Se non è capace, Letta si faccia da parte”. Ma in che partito milita! Vuole solo un congresso pilotato per lui e la sua cordata, ma se ne difende accusando gli altri di anti-democrazia. Sembra il peggio, il vuoto nuovo e sorridente, che avanza. Il ritorno indietro su Bersani è ridicolo, soprattutto dopo la sua esplicitata furbata nei confronti del M5S. I ponti sono stati tagliati.
Berlusconi, vittima innocente, prova a far condannare il giudice Esposito al posto suo. Intanto lo mette in croce, con tutto il suo staff mediatico, ministri e Rai compreso e mai reso così evidente e ilarante. Strano giudice, in genere molto silenziosi quelli della Corte, che accetta di fare da esca 15 minuti dopo il verdetto. Sembra il giorno della civetta di Sciascia memoria.
Quagliariello, amico di Napolitano che lo piazza dovunque, grande, splendido e isolato “saggio” di destra, nel sentire il pericolo della crisi di governo, chiede di durare almeno ancora un po’, per permettergli di costruire una nuova costituzione personale e tutta sua (Napolitano consiglia soltanto) e di portare a termine, in altre parole, la “riforma” voluta dalla P2 di Gelli e benedetta dalle destre e dalle banche mondiali. Ai primi di settembre. Allora minaccia: “Comunque non si potrà andare a votare prima della modifica della legge elettorale”. Mente. Anche se il Senato “accelera” per un ritorno al non meglio Matterellum nessuno oggi al governo vuole la riforma elettorale con l’abolizione del premio di maggioranza, vera canna dell’ossigeno per sopravvivere, eliminare avversari politici o “governare” senza vera libertà dei parlamentari designati. Anche se in un eventuale disegno di legge ci si possa manipolare, in aggiunta per il bene dell’Italia s’intende, tutta la controriforma costituzionale e rimanere in sella malgrado, o contro, il volere popolare. Anzi questo stesso Parlamento sembra illegale e fuorilegge. “"Non si può andare alle elezioni prima che si sappia se l'attuale Parlamento possa essere dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale". E se lo è, senza che Napolitano se ne sia accorto s’intende, decadranno tutte le leggi fatte? E da quando se anche i precedenti parlamenti sono nati sotto gli stessi auspici di “illegalità”? E’ incertezza o farsa? Bisogna ridere? Ma no, la nostra fantasia nella “commedia dell’arte” è scritta nella storia. Tutto è possibile, soprattutto l’incertezza che aiuta i poteri forti a spadroneggiare.
Il fuorviante dibattito è sull’Imu. Intanto va avanti velocemente la vendita dei beni che tutti gli altri paesi liberisti dichiarano comuni, l’acqua, l’energia, la funzione pubblica, la salute, quel poco che ci è rimasto … E la controriforma costituzionale. Ci fosse un partito o un movimento che minacci, andando al governo, di riprendersi tutto.
Chissà cosa ne pensa quell’italiano su due che non va più a votare.
Un dubbio atroce si affaccia alla memoria. Non sarebbe meglio riportare al trono i Savoia invece di avere “al governo” e nelle istituzioni, per varie generazioni, figli, o tra poco figlie, nipoti ecc … di arrampicatori di poltrone per discendenza se non a vita?
Bella parola “governare”. In dialetto abruzzese acquista fortemente anche un altro senso: ”Giuvà, si guvernate le vacche?”.
Finalmente lo spettacolo politico-governativo-istituzionale “salviamo l’Italia” entra nella sua fase di acuta ilarità. Tutti fanno e dicono qualsiasi cosa. Tutti si arrampicano sugli specchi. Tutti minacciano o ricattano tutti. Non sanno come liberarsi del “condannato”. Persino Letta: ”Se si va al voto anticipato i cittadini dovranno pagare l’Imu”. Uno spasso feriale.
Berlusconi fa minacciare e poi nega. Bondi, (ma è ancora porta parola?) minaccia la guerra civile. Napolitano sta al gioco, così può ancora permettersi di rimproverare qualcuno. I capi bastoni del Pdl vanno con urgenza dall’amico e gran manovratore Napolitano. O la grazia (magari ingentilita e condita da “agilità politica”), o trova qualche marchingegno, o la crisi, mentre Berlusconi giura che non farà cadere lui il governo. Parole sante. Teatrino efficace. Il problema viene scaricato sul Pd, area menoL, come dicono i grillini. L’elemento centrale e mediatico non è la disoccupazione drammatica ma l’Imu.
Già, il Pd. Il Pdl ha un capo riconosciuto colpevole, evasore a ripetizione, corrotto e condannato come un volgare criminale, e il rischio è che sia proprio il Pd, partito opposto ma amico, a spaccarsi o a dover trovare la soluzione per il “salvataggio”. Roba mai vista in nessuna storia democratica di nessun paese. Il segretario Epifani ribadisce che le sentenze vanno rispettate (ma va!), Berlusconi “in galera”. Ma il governo insieme delle amichevole e nebbiose “larghe intese” deve continuare. Chiede a Berlusconi di farsi da parte. Grande ingenuità, gioco delle parti. Brunetta: “Epifani è un provocatore, vuole far saltare le larghe intese”. Invece controlla chi rimarrà con il cerino acceso in mano. Renzi mette le mani avanti su un eventuale crisi del governo Letta. Lui non c’entra nulla, teme di diventare il capro espiatorio. Le mani nascondono il sasso: “Se non è capace, Letta si faccia da parte”. Ma in che partito milita! Vuole solo un congresso pilotato per lui e la sua cordata, ma se ne difende accusando gli altri di anti-democrazia. Sembra il peggio, il vuoto nuovo e sorridente, che avanza. Il ritorno indietro su Bersani è ridicolo, soprattutto dopo la sua esplicitata furbata nei confronti del M5S. I ponti sono stati tagliati.
Berlusconi, vittima innocente, prova a far condannare il giudice Esposito al posto suo. Intanto lo mette in croce, con tutto il suo staff mediatico, ministri e Rai compreso e mai reso così evidente e ilarante. Strano giudice, in genere molto silenziosi quelli della Corte, che accetta di fare da esca 15 minuti dopo il verdetto. Sembra il giorno della civetta di Sciascia memoria.
Quagliariello, amico di Napolitano che lo piazza dovunque, grande, splendido e isolato “saggio” di destra, nel sentire il pericolo della crisi di governo, chiede di durare almeno ancora un po’, per permettergli di costruire una nuova costituzione personale e tutta sua (Napolitano consiglia soltanto) e di portare a termine, in altre parole, la “riforma” voluta dalla P2 di Gelli e benedetta dalle destre e dalle banche mondiali. Ai primi di settembre. Allora minaccia: “Comunque non si potrà andare a votare prima della modifica della legge elettorale”. Mente. Anche se il Senato “accelera” per un ritorno al non meglio Matterellum nessuno oggi al governo vuole la riforma elettorale con l’abolizione del premio di maggioranza, vera canna dell’ossigeno per sopravvivere, eliminare avversari politici o “governare” senza vera libertà dei parlamentari designati. Anche se in un eventuale disegno di legge ci si possa manipolare, in aggiunta per il bene dell’Italia s’intende, tutta la controriforma costituzionale e rimanere in sella malgrado, o contro, il volere popolare. Anzi questo stesso Parlamento sembra illegale e fuorilegge. “"Non si può andare alle elezioni prima che si sappia se l'attuale Parlamento possa essere dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale". E se lo è, senza che Napolitano se ne sia accorto s’intende, decadranno tutte le leggi fatte? E da quando se anche i precedenti parlamenti sono nati sotto gli stessi auspici di “illegalità”? E’ incertezza o farsa? Bisogna ridere? Ma no, la nostra fantasia nella “commedia dell’arte” è scritta nella storia. Tutto è possibile, soprattutto l’incertezza che aiuta i poteri forti a spadroneggiare.
Il fuorviante dibattito è sull’Imu. Intanto va avanti velocemente la vendita dei beni che tutti gli altri paesi liberisti dichiarano comuni, l’acqua, l’energia, la funzione pubblica, la salute, quel poco che ci è rimasto … E la controriforma costituzionale. Ci fosse un partito o un movimento che minacci, andando al governo, di riprendersi tutto.
Chissà cosa ne pensa quell’italiano su due che non va più a votare.
Un dubbio atroce si affaccia alla memoria. Non sarebbe meglio riportare al trono i Savoia invece di avere “al governo” e nelle istituzioni, per varie generazioni, figli, o tra poco figlie, nipoti ecc … di arrampicatori di poltrone per discendenza se non a vita?
Bella parola “governare”. In dialetto abruzzese acquista fortemente anche un altro senso: ”Giuvà, si guvernate le vacche?”.
Etichette:
berlusconi,
Pd,
Pdl,
politica italiana
venerdì 19 luglio 2013
“Il governo Letta non si tocca”. L’ultimo diktat di Re Giorgio
di Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena da Micromega
Il Presidente è il garante delle “larghe intese”, terminologia soft per ricordare che si sta parlando in realtà dell’inciucio con Silvio Berlusconi e i suoi aiutanti Angelino Alfano, Renato Brunetta, Daniela Santanché e compagnia cantante. Eppure guai a chi osa criticare il suo operato. La divisione in Italia non è tra destra o “sinistra”, o tra Pd-Pdl e M5S; la discriminante è altra: o si considera Napolitano il salvatore della Patria (c’è chi lo pensa e c’è chi non lo pensa ma lo dice perché conviene farlo) o lo si considera uno dei peggiori Presidente della Repubblica.
La storia di Napolitano è quella di un comunista sui generis: del passato ha abbandonato la tensione ideale (cosa che lo accomuna a tutti i dirigenti ex Pci ora del Pd), ma ha conservato e anzi reso vincente il pragmatismo più spinto di sovietica memoria. A dimostrare che la storiella del bambino buttato con l’acqua sporca ha, se possibile, dei risvolti ancor più drammatici: butti il bambino e ti tieni l’acqua sporca. Proveniente dal partito napoletano, storicamente roccaforte stalinista, favorevole all’invasione dei carri armati russi a Budapest nel 1956, primo dirigente comunista a volare negli Stati Uniti, “migliorista” di primo piano — la “destra” interna al Pci — e vicino ai socialisti di Bettino Craxi (la sua corrente a Milano fu l’unica del partitone rosso toccata da Tangentopoli), poi presidente della Camera durante Mani Pulite, nel 2006 diventa presidente della Repubblica. E diventa protagonista indiscusso. Trasformando un ruolo di garanzia in uno di giocatore attivo, l’arbitro che si fa attaccante.
Ottobre 2010. Berlusconi è agonizzante. Gli scandali delle escort lo stanno travolgendo, la sua maggioranza in frantumi, i cattolici all’attacco. L’opposizione prepara la mozione di sfiducia ma Napolitano («prima va approvata la legge di stabilità») la calendarizza dopo un mese dando il tempo al Cavaliere di comprare una decina parlamentari e salvarsi il 14 dicembre successivo. Olé. Un anno dopo, Berlusconi getta la spugna. Non è in grado di proseguire, la pressione dell’Europa è fortissima. Si va al voto? No, con l’incubo spread alle porte Napolitano impone al Pd la carta Monti. Il tecnico della salvezza con il loden taumaturgico. Un anno, con lui, di lacrime e sangue in cui il Pd, spesso in imbarazzo, è costretto a difendere l’indifendibile come la riforma Fornero. Tredici mesi di Monti per ritornare alle urne e scoprire che SuperMario era un’invenzione (ottimamente veicolata) di Napolitano: il consenso, ahimè, era un’altra cosa.
Qui entra in ballo il fattore Bersani che perde elezioni già vinte e soprattutto si incarta sul nuovo nome per il Colle: Franco Marini, Romano Prodi e infine, pur di non sostenere Stefano Rodotà (è di sinistra, cosa ci volete fare), ecco la richiesta a Napolitano per il bis. La prima volta nella storia repubblicana. Napolitano accetta con un solo discrimine: le larghe intese siano accettate e condivise da Pd e Pdl. Un governissimo, come i diamanti, è per sempre. Così il governo Letta è in vita, la sua creatura in tutto e per tutto. Il compito dell’esecutivo è fare subito una nuova legge elettorale, qualche riforma strutturale e poi di nuovo alle urne nel 2014. Invece dopo 100 giorni la legge elettorale è già un’eco lontano, le misure economiche sono state rimandate a settembre e intanto si sta provando a stravolgere la Costituzione. Un fallimento, o magari un successo: dipende dai punti di vista. Con gli smacchiatori che finiscono smacchiati. E gli elettori del centrosinistra, come da copione, gabbati.
«Se cade il governo contraccolpi irrecuperabili per Paese», ha detto oggi «Re Giorgio». Senza spiegare esattamente a cosa si riferisse. Traduzione: caro Pd non fare scherzi e non invocare le dimissioni del ministro a sua insaputa Alfano, per il quale il Cavaliere minaccia la crisi di governo. Napolitano ordina. Il Pd ubbidisce. Berlusconi ringrazia.
Etichette:
governo,
Letta,
Napolitano,
Pd,
Pdl
domenica 28 aprile 2013
Il Soft Power che terrà buoni i progressisti
di Paolo Mossetti da ComeDonChisciotte via Libernazione
Sbaglia, a mio avviso, chi dice che questo governo di compromesso è nato senza tener conto degli elettori. Ovvero del ‘pubblico da casa’.
La scelta dei ministri, di destra e di sinistra, o per meglio dire di destra mafiosa e di centro liberista, segue ancora una volta il ruffiano modello del cinema di Hollywood. La formula è semplice: mettere più’ donne nei ruoli ‘da maschio’, mettere uno ‘di colore’ nel ruolo del ‘buddy’, metteterci un’atleta, magari, una ‘superpartes’ – come la Bonino -, e il ‘pubblico’ non smetterà di protestare, ma forse protesterà di meno.
Avessero messo ai loro posti chi davvero da gli ordini, a quegli attori là, il ‘pubblico’ avrebbe reagito con maggior (e più’ stupida) indignazione.
Lo chiamano Soft Power.
E’ una lezione già messa in pratica, con successo, dai ‘conservatori compassionevoli’ negli USA e in Inghilterra: controbilanciare una politica de facto spietatamente classista con operazioni di restauro e rinnovo per imbonire gli stolti.
Bloomberg parla di diritti civili per le minoranze, di divieti di fumo, di riduzione delle porzioni nei fast food. La militarizzazione fino al midollo della città, la riduzione degli spazi di sperimentazione e ‘informalità’ e il soprattutto il suo impero personale da 25 miliardi di dollari vengono messi in secondo piano dalla magica fabbrica dei manipolatori professionali. Cameron si fa fotografare mentre stringe la mano al povero invalido e prende la metro come tutti i comuni mortali, e i nostri giornalisti più conformisti – e dunque, ‘spendibili’ - abboccano e ‘retweettano’. E potremmo citare anche i casi emblematici della Clinton e di Obama, ma non è qui il tempo né lo spazio.
Nel nostro caso – di cui ci importa relativamente poco in verità, avendo già chiara la necessità di una politica di nuova autonomia e radicale opposizione – al potere avremo i tecnici di Aspen e delle lobby lettiane. Berlusconi non sbaglia un colpo ormai da mesi. Il PDL nei sondaggi è il primo partito. C’è la prospettiva di ritrovarci in una dimensione grottesca a cavallo tra i Settanta italiani e i fine Ottanta Inglesi – prima l’austerity, poi un governo conservatore, infine l’opposizione – o la sua pantomima – nelle mani di un liberista carismatico -Renzi come controfigura di Blair. Eppure – quando ci scommettiamo? – sul Venerdì di Repubblica si parlerà dei figli della Idem e dell’infanzia del ‘primo ministro nero’.
Distrarre e tranquillizzare. Sono bravissimi, come sempre.
Sbaglia, a mio avviso, chi dice che questo governo di compromesso è nato senza tener conto degli elettori. Ovvero del ‘pubblico da casa’.
La scelta dei ministri, di destra e di sinistra, o per meglio dire di destra mafiosa e di centro liberista, segue ancora una volta il ruffiano modello del cinema di Hollywood. La formula è semplice: mettere più’ donne nei ruoli ‘da maschio’, mettere uno ‘di colore’ nel ruolo del ‘buddy’, metteterci un’atleta, magari, una ‘superpartes’ – come la Bonino -, e il ‘pubblico’ non smetterà di protestare, ma forse protesterà di meno.
Avessero messo ai loro posti chi davvero da gli ordini, a quegli attori là, il ‘pubblico’ avrebbe reagito con maggior (e più’ stupida) indignazione.
Lo chiamano Soft Power.
E’ una lezione già messa in pratica, con successo, dai ‘conservatori compassionevoli’ negli USA e in Inghilterra: controbilanciare una politica de facto spietatamente classista con operazioni di restauro e rinnovo per imbonire gli stolti.
Bloomberg parla di diritti civili per le minoranze, di divieti di fumo, di riduzione delle porzioni nei fast food. La militarizzazione fino al midollo della città, la riduzione degli spazi di sperimentazione e ‘informalità’ e il soprattutto il suo impero personale da 25 miliardi di dollari vengono messi in secondo piano dalla magica fabbrica dei manipolatori professionali. Cameron si fa fotografare mentre stringe la mano al povero invalido e prende la metro come tutti i comuni mortali, e i nostri giornalisti più conformisti – e dunque, ‘spendibili’ - abboccano e ‘retweettano’. E potremmo citare anche i casi emblematici della Clinton e di Obama, ma non è qui il tempo né lo spazio.
Nel nostro caso – di cui ci importa relativamente poco in verità, avendo già chiara la necessità di una politica di nuova autonomia e radicale opposizione – al potere avremo i tecnici di Aspen e delle lobby lettiane. Berlusconi non sbaglia un colpo ormai da mesi. Il PDL nei sondaggi è il primo partito. C’è la prospettiva di ritrovarci in una dimensione grottesca a cavallo tra i Settanta italiani e i fine Ottanta Inglesi – prima l’austerity, poi un governo conservatore, infine l’opposizione – o la sua pantomima – nelle mani di un liberista carismatico -Renzi come controfigura di Blair. Eppure – quando ci scommettiamo? – sul Venerdì di Repubblica si parlerà dei figli della Idem e dell’infanzia del ‘primo ministro nero’.
Distrarre e tranquillizzare. Sono bravissimi, come sempre.
Etichette:
berlusconi,
governo,
Pdl,
soft power
Doppiezza del e nel PD
Tonino D'Orazio
Nella coalizione e nella
“sinistra” in genere. Lo spostamento a destra, ormai dichiarato,
non può che portare all’implosione del partito, alla perdita
degli iscritti e degli attivisti. E’ la storia delle scissioni. Del
Psi della metà degli anni ’60 con il primo centro-sinistra (nacque
lo Psiup, 5%) e dal 1992 in poi con la fuga direttamente a destra con
Berlusconi. Stessa strada imboccata dal Pasok greco. In accordo con
la destra greca è passato da 47% al 12% in due rapide elezioni.
Molti dicono per “responsabilità” verso il paese, molti dicono
per “irresponsabilità” verso i propri elettori. La stessa
situazione italiana di oggi per il Pd, che in realtà è definito
solo da Berlusconi come “sinistra” italiana. Termine topografico
parlamentare dopo aver fatto il vuoto intorno a sé, non di idealità,
o di programma se non fumoso. Per questo il Pd non può volere subito
le elezioni, malgrado l’eventuale riforma della legge elettorale. A
meno di truccare di nuovo le carte con premi ad personam.
Tanto continuano ad avere la maggioranza dei 2/3 del Parlamento per
poter modificare la Costituzione, con la benedizione del garante.
La prevedibile
compromissione rappresenta sicuramente una indecenza per quegli
elettori che avevano creduto che il Pd fosse alternativo al governo
precedente, pur senza aver mai detto come in campagna elettorale, e
avrebbe permesso probabilmente di respirare. Ora il re è nudo e
purtroppo per esistere deve sempre più arroccarsi al canuto
bi-presidente e alle poltrone di potere. Senza avere mai la sicurezza
di quanto tempo ci potranno rimanere, visto il sicuro smarcamento,
quando ci sarà il voto segreto, di parte del partito che vuole
rimanere onesto verso i propri elettori. E qui non c’entrano i
giovani e le donne, sono le facce della stessa medaglia. Non sono
stati eletti dai cittadini ma designati dalle segreterie di partito.
Parlamentari liberi per Costituzione e ricattati se non allineati.
Ulteriore vulnus democratico, ma a chi importa?
E’ oggi un partito al
governo ma sotto ricatto di Berlusconi, come quello di Monti, da
fargli fare le porcate e da far cadere a piacimento al momento
opportuno. Un partito dalla padella alla brace. Quello che forse
voleva evitare Bersani, (continuerà ad opporsi a Berlusconi?) ma non
i giovani che avanzano, Letta compreso. Un partito frammentato in
protettorati di politici rampanti, e l’unico che ancora non ha
pagato nulla è il vecchio D’Alema. Insomma mossa geniale di
Berlusconi che si assicura il presente e il futuro sulle spoglie del
Pd. E’ il V governo Berlusconi, con due mastini a proteggere i suoi
interessi, Alfano al ministero dell’Interno e la tecno-poliziotta
Cancellieri alla Giustizia. Magistratura, muovetevi se potete! In
più a tenervi sotto controllo ci sono Napolitano e Mancino, il
mediatore tra stato e mafia.
C'è stata troppa fretta
nel rieleggere Napolitano. Sì c'è stata molta fretta. Tutto si è
messo in moto, affinché nulla fosse mutato. Anche la rielezione di
Napolitano va in questa medesima direzione. Due terzi degli italiani
hanno detto no alla continuità del massacro sociale. Un terzo era
del Pd. Conclusione? Abbiamo lo stesso governo con politiche
obbligate di destra e lo stesso presidente di prima. Solo nel governo
cambieranno un po’ di nomi, quelli del Pd, e torneranno in forza
quelli disastrosi del Pdl. Il resto sono chiacchiere politichesi. Il
tradimento è esplicito.
Forse la parola potrà
sembrare pesante, ma come descrivere la dissociazione del Pd dalla
sua campagna elettorale, sfociando nelle negate larghe intese, e il
tradimento dal sentire comune di gran parte dei suoi elettori,
soprattutto giovani che occupano le sedi del partito in tutta Italia?
Sembra il detto popolare “passata la festa, gabbato il santo”.
Forse solo Epifani,
Barca, Nencini e Vendola, possono convocare gli stati generali per un
partito della sinistra democratica italiana, nel solco del socialismo
o della soialdemocrazia europea. Un partito chiaro. Bisogna proprio,
finalmente, che questo blob di partito attuale possa dividersi e una
parte possa ritornare nei propri alvei politici, storici e
trasparenti per quello che sono. Renderebbero il nostro un normale
paese europeo e potrebbero avere, forse, meno compromissioni.
Non è bastato a Vendola
firmare un impegno di «lealtà agli impegni internazionali e ai
trattati sottoscritti dal nostro paese» (vale a dire l'agenda Monti,
Maastricht, Lisbona, Fiscal Compact, austerity, etc.), la ferocia
della «destra proprietaria» (come l'ha recentemente definita
Rossana Rossanda) che in Italia si combina con le cosche del
centro-destra-sinistra e la Confindustria, sempre dolente e
piangente, non lascia margini nemmeno a Sel e nemmeno alla scelta di
opposizione.
Dopo l’impegno, a chi e
a che cosa?
Ma se il Pd non si
divide, la fine di Sel è preannunciata. Nessuno, in coalizione
forzata dalla legge elettorale, può mettere il bastone tra le ruote
del Pd e fare opposizione al governo. Non c’è due senza tre. Lo
abbiamo visto con i comunisti e la sinistra radicale, fuori dal
parlamento. Lo abbiamo visto con Italia dei Valori, fuori dal
parlamento.
A destra non è la stessa
cosa. Possono fare quello che vogliono, sia il Pdl che la Lega. Sono
a geometria variabile. Così come gli ex democristiani. Un passettino
a destra o uno a sinistra, sempre un passettino è, e sempre al
centro sono. Con il potente aiuto della chiesa romana. Chissà quanta
pressione abbia fatto la Cei, magari telefonando personalmente ad
ogni parlamentare del Pd, per evitare che un laico come Rodotà
potesse diventare presidente! Sempre se il Pd poteva permettersi di
pensarlo.
Etichette:
berlusconi,
Pd,
Pdl,
politica italiana
venerdì 12 aprile 2013
La sostanza del Grillo
Che facciamo? C'è lo stallo, che si fa
quando c'è uno stallo? Semplice si gioca un'altra partita. Non credo
valga la pena di sprecare troppo parole: i grillini sono
inaffidabili, anche se hanno ragione su molti punti, e su uno in
particolare, l'irriformabilità di un sistema dove le varie
componenti sono parti di un unica sostanza.
Bersani biascica, non parla, allude, dice mezze frasi, lasciando il discorso in sospeso, esprime concetti generici e mai niente di specifico e di concreto. Perché Bersani è un così pessimo comunicatore? Perché la frase più graffiante che è stato in grado di dire è : “ ti conosco mascherina” riferendosi a Berlusconi? Colpa sicuramente di una forma mentis modellata dalle geometrie piatte della pianura padana e dalla nebbia appiccicosa che la avvolge, ma non solo. Persino un bambino saprebbe cantargliele ai berlusconiani, basterebbe evocare costantemente i Dell'Utri, i Mangano, i Previti, i soldi di provenienza dubbia, le leggi ad personam e infinite altre porcate e si potrebbero zittire per sempre, è solo una questione di modi e tempi nel pronunciare la battuta, ma i politici navigati queste cose dovrebbero conoscerle. Invece niente, mai niente, anzi addirittura spesso si fanno dare lezioni di morale dai pidiellini che di par loro non si fanno sfuggire un'occasione per suonargliele al Pd, fosse un Penati o qualche oscuro burocrate sorpreso con le mani in pasta. Perché tutto ciò? Semplice, perché cane non morde cane, o se preferite la metafora spinoziana, la sostanza ha mille attributi ma è sempre unitaria, ed è questa in poche parola l'essenza del pensiero grilliano, non si può fare accordi con un parte sapendo che tale parte non si può separare dal tutto. Il Pd non può fare opposizione al Pdl perché dovrebbe farla anche a se stesso e quindi non si può permettere di essere troppo incisivo nella sua azione, dovessero scoprirsi altarini e saltare puntelli fondamentali del sistema. Grillo ha ragione da vendere su questo, se non fosse che la politica è di per sé imperfetta e compromissoria, ed è per questo che la ragione anche se giusta come in questo caso, non funziona.
Bersani biascica, non parla, allude, dice mezze frasi, lasciando il discorso in sospeso, esprime concetti generici e mai niente di specifico e di concreto. Perché Bersani è un così pessimo comunicatore? Perché la frase più graffiante che è stato in grado di dire è : “ ti conosco mascherina” riferendosi a Berlusconi? Colpa sicuramente di una forma mentis modellata dalle geometrie piatte della pianura padana e dalla nebbia appiccicosa che la avvolge, ma non solo. Persino un bambino saprebbe cantargliele ai berlusconiani, basterebbe evocare costantemente i Dell'Utri, i Mangano, i Previti, i soldi di provenienza dubbia, le leggi ad personam e infinite altre porcate e si potrebbero zittire per sempre, è solo una questione di modi e tempi nel pronunciare la battuta, ma i politici navigati queste cose dovrebbero conoscerle. Invece niente, mai niente, anzi addirittura spesso si fanno dare lezioni di morale dai pidiellini che di par loro non si fanno sfuggire un'occasione per suonargliele al Pd, fosse un Penati o qualche oscuro burocrate sorpreso con le mani in pasta. Perché tutto ciò? Semplice, perché cane non morde cane, o se preferite la metafora spinoziana, la sostanza ha mille attributi ma è sempre unitaria, ed è questa in poche parola l'essenza del pensiero grilliano, non si può fare accordi con un parte sapendo che tale parte non si può separare dal tutto. Il Pd non può fare opposizione al Pdl perché dovrebbe farla anche a se stesso e quindi non si può permettere di essere troppo incisivo nella sua azione, dovessero scoprirsi altarini e saltare puntelli fondamentali del sistema. Grillo ha ragione da vendere su questo, se non fosse che la politica è di per sé imperfetta e compromissoria, ed è per questo che la ragione anche se giusta come in questo caso, non funziona.
Risolvere questo vecchio dilemma, è cosa difficile. Pare che
la democrazia diretta l'abbiamo scoperta adesso, quando già Rousseau si è posto
gli stessi nostri problemi duecento anni or sono, senza riuscire a venire
fuori da un'aporia fondamentale, quello del non dover delegare le
decisioni per non smentire il principio della “volontà generale”,
senza poter evitare di doverlo fare in un contesto in cui le
istituzioni risultano un elemento inaggirabile, per la necessità di
un'azione rapida e l'impossibilità di mediare con ogni singola
testa.
Vorrei avere un'idea più pratica per
risolvere questo impasse, ma l'unica cosa che mi viene in mente è
l'augurio che il Pd si scinda, nasca una sinistra in grado di
governare e permetta a Grillo di fare un'opposizione seria. Augurio che presuppone una condizione ancora più utopistica della capacità dei grillini di governare.
martedì 8 gennaio 2013
Il re è nudo
Tonino D’Orazio
La sparata di Monti sia
contro il Pdl di Berlusconi che il Pd di Bersani è di una verità
drammatica. Piena della solita alterigia: “mi avete sostenuto fino
ad oggi ed ora siete contro di me?”. Mi cercate per un continuo
approccio e sostegno alla mia agenda che pure ha salvato l’Italia
dei ricchi, (anche se tutti
gli indicatori economici e sociali ci dicono il contrario), come
nelle altre precedenti crisi decennali. Stupendo e veritiero ricatto.
I due partiti maggiori sono nudi.
Uno il Pdl perché ha
votato e fatto votare tutto quello che la banda dei tecnocrati al
governo voleva, o che altri paesi e le rapinatrici banche volevano
fosse fatto. Avete notato il pilotaggio dello spread a livello da far
cantare vittoria a Monti in campagna elettorale? Sarà veramente un
imbroglio come dicono sia Berlusconi che Grillo? Il Pd perché non ha
avuto il coraggio di andare subito alle elezioni nel settembre del
2011, frenato dal tattico Napolitano. Oggi molto silenzioso di fronte
al disastro sociale ed economico italiano e alla sua impossibilità
di reagire e orientare politicamente. L’ha fatto per le destre, ora
come si fa a sostenere ufficialmente il Pd in campagna elettorale?
Soprattutto se la Chiesa,
con la solita ipocrisia, ci rimette del suo. I partiti, "se
credono in un riformismo pieno e rispettoso delle persone, devono
comprendere nei loro programmi e nelle loro agende, alcuni principi
di fondo quali il diritto al lavoro, la tutela dello Stato sociale e
democratico contrastando la sua erosione, i tentativi di abbatterlo e
la crescita delle diseguaglianze". Sostenere Monti indicandogli
il programma. Esattamente ciò che non ha fatto e non potrà fare, ma
può sempre dirlo. Le vie del Signore sono infinite. E un nuovo
Messia potrebbe anche nascere sulle macerie della seconda repubblica.
Fa parte dell’arroganza del vecchio tecnocrate: “Mi sento
pioniere della politica”. Ha imparato ovviamente che bisogna
cambiare legge elettorale per poter comandare veramente.
Presidenzialismo, per lui, e fuori tutte le ali. Da questo punto di
vista mi sembra che in questi anni il fondo non si possa ancora
toccare e dio ci liberi da una terza repubblica siffatta. Il loro
numero e l’accelerazione delle repubbliche per non cambiare nulla
non mi sembra riformista per niente. Vi sono in giro troppi padri
della patria. E poi bisogna bloccare “il nuovo Gesù detto Beppe
Grillo” (Parola di Casaleggio).
Il Papa chiama anche ad
un cambio di ideale. Ormai il bene comune non sono i “beni comuni”
ma la pace. Mai siamo stati così in guerra come in quest’ultimo
decennio. E siamo pronti, dopo la Libia, ad altre eventualità come
la Siria e magari anche l’Iran se non si sbrigano ad avere il
deterrente atomico della morte che potrebbe frenarci. Altrimenti
perché acquistare 100 bombardieri di “nuova generazione”? Chi
dobbiamo bombardare per “difenderci” in anticipo?
L’appello più patetico
viene fatto a Monti sulla questione del lavoro. Gli si consiglia di
farne campagna elettorale. Dovrebbe scaricare la Fornero che ha
ribadito che il lavoro non è un diritto dimostrando di non aver
letto nemmeno l’articolo uno della Costituzione del paese che la
strapaga. il Pontefice dice che “e' un bene fondamentale e non un
optional, come farebbe intendere la nuova dottrina del capitalismo
finanziario. Pertanto, occorre promuovere politiche attive del lavoro
per tutti e la politica non deve puntare all'abbattimento dello stato
sociale e democratico, erodendo i diritti sociali, pena la crescita
delle diseguaglianze e il conseguente indebolimento della democrazia
partecipativa. Senza i diritti sociali, non sono fruibili i diritti
civili e politici". Si fosse iscritto alla Fiom-Cgil?
Evidentemente no. Chiede di salvare lo stato sociale adesso che è
distrutto strutturalmente anche per il futuro, tanto che nessuno
propone di rispolverarlo e adeguarlo meglio. Ed è per questo che non
è credibile, però non ci si può aspettare che sia un bugiardo o un
demagogo populista anche lui. Anche se è una moda consolidata penso
ne dovremmo avere un po’ meno in questo paese. Non potrebbe essere
un assist boomerang? Magari per dare ossigeno a Casini,
schiacciato tra le varie destre?
“Ulteriore taglio alle
spese”. Il nostro sarà un paese in cui attecchisce facilmente il
populismo però adesso ci si aggiunge anche un non meglio definito
sadomasochismo. Dietro questa formula, fino ad oggi, le spese erano
rappresentate per milioni di persone dalla perdita del potere
d’acquisto delle misere pensioni, dalla straricchezza del possesso
della propria casa dopo anni di sacrificati mutui, dai contratti
nazionali troppo ricchi che facevano vivere i lavoratori al di sopra
dei loro mezzi e nel mondo dei sogni, dall’aumento delle tasse
racimolandole sui consumi tramite l’aumento dell’Iva e accise
varie, dall’aumento incredibile della disoccupazione soprattutto
quella giovanile e femminile (malgrado vadano via dall’Italia
200.000 italiani all’anno da tre anni, non più conteggiati), dallo
spreco delle spese per la ricerca (unica vera ricchezza italiana) e
per la scuola (“provate a vedere quanto costa l’ignoranza per un
paese”).
Ulteriori
privatizzazioni, che loro, Berlusconi compreso ma non solo, chiamano
liberalizzazioni. C’è rimasto veramente poco di pubblico che dia
latte, o denaro fresco, quotidiano a fiumi. I monopoli pubblici sono
già diventati privati, sin dal primo Prodi. L’agroalimentare è
totalmente in mano francese e da oggi forse anche l’Alitalia,
quella senza debiti, perché questi passivi vengono pagati da noi. Ci
rimane da vendere, meglio da regalare per quattro spiccioli,
l’Inps-Inail, la Cassa Depositi e vedere come appropriarsi dei
libretti di piccolo risparmio dei pensionati. Gli immobili, per quel
che valgono oggi sono a buon prezzo, ma la rivendita a plus valore
risulta troppo in là per essere un affare.
giovedì 27 dicembre 2012
Elezioni, ovvero bisticci di destra
di Tonino D’Orazio
Un Monti che propone di
continuare il massacro sociale e la privatizzazione del sociale di
tutto il paese, all’americana tra banche, fondazioni e
assicurazioni, sulla falsa riga di aver “salvato” il paese. Di
quale è tutto da scoprire dimostra l’Istat. Un Berlusconi che ha
approvato tramite la sua maggioranza in parlamento tutta l’agenda
Monti, ma che ora spudoratamente rinnega, o fa finta, come sua
costante abitudine. Anzi riparte su una proposta populista di sicuro
effetto: abolizione dell’Imu, dimenticando, come molti italiani,
che l’aveva personalmente reintrodotta in un decreto poco prima di
lasciare lo scellerato (così la pensano molti italiani poveri)
compito a Monti. Altra proposta, per la quale è stato rieletto
premier per ben tre legislature è quella della diminuzione delle
tasse. Probabilmente, in tempi del genere, non c’è tre senza
quattro, visto che ha aggiunto anche la diminuzione dell’Iva.
Una cordata di
imprenditori e banchieri che si stringe intorno a Monti, sceso in
campo politico perché da tecnico, fino ad adesso, aveva solo
scherzato. Una chiesa cattolica che chiede quasi esplicitamente al
suo apparato di sostenere Monti, temendo la minaccia diretta che
Berlusconi ha fatto in caso di ritorno al governo, sulla sua mancata
e simoniaca riconoscenza per i benefit ricevuti. Insomma la
rinascita di un centro “cattolico”, una nuova Democrazia
Cristiana, con l’inossidabile Casini, la Fiat in campo con
l’ineffabile Montezemolo, un gruppetto di ministri milionari che
hanno preso gusto alla poltrona, un Riccardi che traina tutta la
cooperazione sociale e internazionale dei giovani cattolici di
centro-destra, qualche fuoriuscita del Pdl (non a caso gli ex Dc di
lungo corso), un po’ di banchieri per dire alla finanza
anglo-sassone e tedesca che “non è finita” e qualche pezzo del
Pd, anche giovane, pronto a scivolarvi, lasciando Bersani con il
cerino in mano.
Una Lega disperata, tra
l’incudine di dover vincere e il martello di doverlo fare con
l’odiato Berlusconi degli ultimi mesi, anche se per diciotto anni è
andato tutto bene.
Con davanti un Berlusconi
che ricostruisce il suo marketing politico con tutti gli
strumenti mediatici a sua disposizione. Cioè tutti quelli nazionali,
televisioni di stato, televisioni personali e private, giornali,
riviste, sondaggi pilotati. Lo vedremo tutti i giorni a reti
unificate. Deve aver rimesso all’opera uno staff eccezionale
visto che alcuni bookmaker inglesi scommettono di nuovo sulla
sua rinnovata vittoria e la democratica stupidità degli italiani.
Bisogna riconosce che da
buon burattinaio ha utilizzato tutti, tramite la sua maggioranza in
parlamento, a spingere sia Monti, sia Napolitano che Alfano a
sostituirlo momentaneamente per poter ritornare più forte di prima.
Lo stesso Monti lo teme, visto che con il sostegno di Napolitano, che
fa finta di non aver capito che quando si è in scadenza si conta
poco e che il prossimo presidente tocca alla vera destra, cerca di
riunificare i gruppi parlamentari che lo hanno sostenuto in una
“lista per l’Italia”. Berlusconi dice che veramente è per la
Germania e che lo spread era una immensa e paurosa falsità,
allineandosi a quello che hanno sempre detto economisti di fama
mondiale e premi Nobel. Con una verità due piccioni. Proprio nel suo
stile: la verità può essere falsa e viceversa.
L’appello a unificarsi
intorno a questa lista, cioè a un “voto utile” contro il ritorno
del vendicativo Berlusconi spiazza anche il Pd che poteva farne di
nuovo la sua stessa solita rivendicazione in campagna elettorale. Ora
Bersani dovrebbe chiedere il “voto utile” sia contro Berlusconi
sia contro Monti. Con l’aggravante del sostegno senza se e senza
ma dato all’agenda del F.M.I. di Monti. Dovrebbe battere due
destre, in Italia, senza un programma alternativo? Con lo stesso
concetto e con i risultati ottenuti nel “mettere i conti a
posto” come il segretario del Pd Bersani e con lui molta parte
del gruppo dirigente CGIL continuano a ripetere o a pensare. Senza
nemmeno proporre di poter ritoccare le famigerate leggi sul disastro
della controriforma delle pensioni, della controriforma
dell’istruzione e del mercato del lavoro, del bilancio della
Repubblica italiana in mano alla BCE tedesca? Dopo averle accettate e
votate? Con un Napolitano che lo ammonisce chiedendo da mesi e da
garante che non si tocchi nulla all’impianto anti Stato,
antisociale (cioè contro il popolo sofferente) programmato per il
futuro e che anzi manca ancora la distruzione totale della sanità
pubblica, anche se già stata mangiata a pezzi? Anche se possono
voler dire anni e anni di disoccupazione e miseria, di ritorno a
condizioni di salute e di prospettiva di vita non più da primo
mondo, ma da terzo o quarto? Chi ristabilirà la democrazia nelle
fabbriche garantendo la libera rappresentanza di ogni componente
sindacale nel rispetto della Costituzione? Anzi chi ci garantirà la
forza egualitaria della Costituzione, quando sono tutti pronti a
modificarla e piegarla ai propri disegni politici, anche personali?
Qualcuno può ribadire che il lavoro non è una maledizione o
un’elargizione, ma un diritto oltre che una fondamentale dimensione
di realizzazione personale?
Programmi di
sgretolamento della Costituzione che Berlusconi ha già messo in
pratica da anni. Programmi che Monti, con l’aiuto di Napolitano, ha
fortemente rafforzato e accelerato in pochi mesi (ne vediamo tutti i
risultati), e che intende continuare, nessuno sa fino a dove,
aspettando la fase due. Alcuni politici no, il popolo sì lo ha
capito, con duro realismo. Per questo diventa terreno fecondo per
qualsiasi “populismo”. Quando si ha davanti nessuna speranza,
anzi una sadica continuità di misero futuro, o stupide promesse
ribadite e nemmeno rispettate da anni, come andare a votare con
proposte del genere? Cosa scegliere? Come all’Ilva di Taranto,
lavoro e morte insieme aspettando l’autoriforma del capitalismo?
Chi potrà rendere il
sistema politico più decente e presentabile, senza far cambiare
radicalmente di mano le leve del potere economico, delle decisioni
personalizzate e dell'assetto classista e profondamente ingiusto di
questa società? Ci hanno portati tutti alla conclusione e alla
convinzione che “non c’è alternativa”? Possibile che nessuno
ha proposte politiche serie e credibili per quel più di 50% di
cittadini, vera maggioranza elettorale silenziosa di questo paese,
che non va a votare?
Possibile che la sinistra
italiana continua a dividersi e a non accorparsi mai, lasciando il
campo libero alle destre grazie a un sistema elettorale che queste
ultime non avranno mai intenzione di cambiare? Per quanti anni o
legislature ancora?
Etichette:
BCE,
berlusconi,
Bersani,
Costituzione,
destra,
Elezioni,
Monti,
Napolitano,
Pd,
Pdl
mercoledì 29 agosto 2012
Meglio un Sallusti oggi che un Grillo domani
L'invito Sallusti, uno dei dipendenti
di Berlusconi che si finge giornalista, a partecipare alla festa
dell'Unità, aldilà del cattivo gusto, assume una valenza più che
altro politica.
Sallusti è la garanzia della continuità del vecchio
regime, con le sue connivenze e i suoi accordi sotto banco (ricordate
le parole di Violante nel 1994 sulle garanzie a Berlusconi in merito alle sue
televisioni?). Dietro l'apparente autocertificazione morale insita
nell'invito a Sallusti, come a voler dimostrare “non siamo più gli
stalinisti di una volta che avrebbero fatto a pezzi il nemico
sconfitto”, si cela al volontà di e forse la necessità di
mantenere un legame di reciproca complicità, come garanzia di
continuità di un regime di privilegi e di affidabilità nei riguardi
delle istituzioni sovranazionali.
A pensarci bene anche la frase di Letta: "meglio votare Pdl che Grillo", è evocativa.
Qui non si tratta di democrazia e di
rispetto dell'avversario come vogliono farci credere, da che mondo e
mondo chi è alle dipendenze di qualcuno come mazziere esperto di
metodi Boffo, non si può definire un giornalista.
La discontinuità
con il vecchio si valuta anche dalla visibilità dei vari Sallusti
più o meno travestiti, che circolano nei vari salotti della
politica.
sabato 4 agosto 2012
La politica al Bar dello Sport 3
Capisco che la soluzione non è
semplice, ma credo che occorra cercare in tutti i modi la via
dell’unità. Il caso è urgente e come recita il Manifesto dei beni
comuni “ non c’è tempo”. Eppure come direbbe il buon Brecht,
tanto per stare ai luoghi comuni culturali maggiormente noti, “è
la semplicità che è difficile a farsi”. Sarebbe bello se si
trovasse un comun denominatore fra tutte le forze che si oppongono ad
una politica di aggressione dei diritti del lavoro e delle sue
tutele, oltreché del bene comune, ma c’è sempre qualcosa nella
politica dei buoni che va in un senso centrifugo anziché centripeto. La
scomposizione sociale, con la produzione di differenti embrioni di
pensiero e di visioni multiformi di società, costituisce una
ricchezza in periodi di espansione del ciclo produttivo e permette
una sintesi certo di migliore qualità del prodotto sociale e
politico, ma nella fase in cui siamo, dove si deve conciliare la
difesa del reddito con la crescita economica e con la salvaguardia
delle risorse naturali, in un contesto di grave precarietà degli
equilibri sociali ed ambientali, l’unità nell'emergenza e nella
ricerca di soluzioni generali, è l’unica medicina possibile.
Cosa ci riserva il futuro politico? A
ben guardare almeno due blocchi di consistenza imprevedibile nel
fronte delle opposizioni al liberismo più sfegatato: il primo
composto presumibilmente da Di Pietro, Ferrero, parti del sindacato
non giallo e i movimenti come ALBA e chissà cos’altro e l’altro
quello delle liste civiche, capitanante dai sindaci con De Magistris
in testa. Ragionando secondo i criteri statistici da Bar dello
Sport, queste formazioni potrebbero potenzialmente incamerare un 10-15 % del consenso elettorale. Se consideriamo più o meno la stessa percentuale anche a Grillo, potremmo raggiungere un 30% di consensi per un’area virtualmente antiliberista
o meno marcatamente liberista (ammesso e non concesso che Grillo si
possa inscrivere al club dei fautori di una politica economica non
allineata). Tutto ciò escludendo la sciagurata ipotesi delle liste
civiche come stampella del Pd e di SEL (quest'ultimo a quanto pare
definitivamente uscito dalla compagine dei buoni). Sull’altro
fronte si collocano le destre montiane, tatcheriane o semplicemente
paracule. In pole position abbiamo l’alleanza Pd/Vendola con
la fiche di Casini da usare come rilancio dopo le elezioni,
che potrebbe attestarsi sul 20-25%. Segue il blocco degli astensionisti al 20-25% anch'esso e della destra
cialtrona berlusconiana o post berlusconiana con un 15-20%. E qui abbiamo una
grossa incognita, perché se buona parte dei ceti sociali di
riferimento di questa parte politica non si ritiene sufficientemente
tutelata e garantita da Casini, potrebbe ricompattarsi attorno ad un
asse ricostituito Pdl-Lega e altre briciole, a meno di un offerta più
allettante alla Montezemolo, concedendo percentuali decisamente maggiori al partito di Berlusconi. Difficile, considerando la crisi che stanno attraversando berlusconiani e bossiani, ma dall'imbecillità di una bella fetta di italiani c'è da aspettarsi di tutto.
Credo che nella loro profonda cialtronaggine e disonestà
intellettuale, certi ceti sociali parassitari e para-delinquenziali
italiani, malgrado il disastro berlusconiano, avrebbero ancora lo
stomaco per una scelta siffatta, considerata come quella più
garantista dal punto di vista degli interessi di determinate
categorie, anche a costo di dover pagare lo scotto del dilettantismo
politico e dell'ingovernabilità dello stato. Comunque lo scontro fra due destre: quella di Bersani e quella dei berlusconiani con le frattaglie della lega, potrebbe addirittura risultare provvidenziale per i benecomunisti e per la sinistra, lasciando un ampio margine ad una terza coalizione alla loro sinistra.
Sarebbe facile a questo punto dire che
se si trovasse un accordo fra Grillo e la sinistra antiliberista con
Di Pietro, si avrebbero grosse chance di vittoria, considerando che molti dei
militanti di SEL e del Pd, con una compagine convincente e dai grandi
numeri in campo, potrebbero cambiare bandiera e che molti indecisi e astensionisti potrebbero convincersi a scommettere sul cambiamento. Ma come si dice dalle
mie parti: “troppa grazia Sant’Antonio”.
Iscriviti a:
Post (Atom)
-
Il senso della sinistra per la fregatura Ho perseverato nell’idea di Europa prima di accorgermi che le idee vanno bene fintantoché è ...
-
di Tonino D’Orazio Renzi sfida tutti. Semina vento. Appena possono lo ripagano. Che coincidenza! Appena la legge anticorruzione app...