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martedì 12 aprile 2016

L’apocalisse finanziaria che si avvicina

di Tonino D’Orazio

In genere gli articoli economici e finanziari sono asettici perché pieni di numeri e grafici e richiedono maggiore attenzione o capacità di analisi. I grandi numeri però non indicano la percettiva immensità di se stessi. Spesso non riusciamo, almeno i più anziani, a tradurre gli euro in lire, o aggiornali al valore delle cose, eccetto quando si tenta di averne una visione più densa e consistente.
Ci vuole questa premessa per presentare una ricerca sull’immenso deficit delle più grandi banche mondiali, quelle che il Wall Street Journal chiama too big too fail”, “troppo grandi per fallire”. Ve ne sono 5 negli Stati Uniti, esposti con strumenti cosiddetti “derivati” per più di 40.000 miliardi di dollari ciascuna. L’esposizione complessiva e collettiva di tutte le banche nord americane è di 247.000 miliardi di dollari, cioè 13 volte superiore all’enorme debito pubblico statunitense che è di 19.000 miliardi.
Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), globalmente, il valore teorico dell’insieme dei contratti dei prodotti derivati in circolazione nel pianeta ammontano alla somma stratosferica di 552.900 miliardi di dollari. Una bolla enorme.
I prodotti derivati, termine tecnico semplice ma operazioni di per sé estremamente aleatorie, in quanto si basano su compravendita di prodotti “futuri”, tentando di indovinarne l’andamento, in un paniere in cui questi sono fluttuanti: materie prime (vediamo per esempio il crollo pilotato del petrolio, ma non previsto), valute, azioni, tassi di interessi, indici borsistici, … Una scommessa continua, un gioco legalizzato. Quelli impegnati nella compravendita di questi prodotti scommettono semplicemente su qualcosa che avverrà, oppure no. La differenza, in positivo o in negativo (molto spesso) produce denaro fittizio.
Di volta in volta, da una banca all’altra, a pagare poi realmente sono gli Stati, le popolazioni e oggi si aggiungono direttamente i clienti, volenti o nolenti. Il primo dramma questi prodotti l’hanno già svolto nella crisi del 2008 con i risultati che conosciamo. Oggi continuano a giocare tranquillamente e nessuno può, o vuole, fermarli, talmente la rete degli “scambi” è globale.
L’irresponsabilità è totale. Le cifre seguenti sono tratte dalla tabella del rapporto, ultimo trimestre 2015, dell’Ufficio di Controllo della Moneta (Office of the Comptroller of the Currency – OCC) statunitense e indicano un paradigma allucinante tra attivo e esposizione.
Citigroup : Totale Attivo: 1.800 miliardi di $; esposizione totale ai prodotti derivati più di 53.000 miliardi.
JPMorgan Chase: Attivo: 2.400 miliardi; esposizione: più di 51.000 miliardi.
Goldman Sachs: Attivo: 880 miliardi; esposizione: più di 51.000 miliardi.
Bank of America: Attivo: 2.100 miliardi; esposizione: più di 45.240 miliardi.
Morgan Stanley: Attivo: 835 miliardi; esposta per più di 31.000 miliardi.
Wells Fargo: Attivo: 1.750 miliardi; esposta per più di 6.000 miliardi.

La verità è che di tutto questo si sa poco e c’è meno interesse pubblico che per la farfallina sull’inguine della Belen. Tra l’altro tutti i media ci rassicurano sulla tenuta del sistema finanziario e bancario, salvo a ritrovarci implicati nella responsabilità della loro folle gestione e prima o poi nelle spese, case e proprietà comprese. Anche se si comincia dagli azionari più ricchi si arriva poi ai piccoli. La situazione è già in atto. Tra l’altro più nessun “ricco” lascia 100.000 euro di deposito nelle banche europee. Panama papers è solo la punta dell’iceberg.
Spese impossibili tra l’altro visto che non esiste al mondo la somma totale, in denaro vero, equivalente ai 552.000 miliardi di dollari della bolla. Bolla che continua a gonfiarsi, un po’ come il nostro debito pubblico, checché si faccia. La stessa Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) statunitense, che dovrebbe garantire i depositi bancari, può coprire eventuali risarcimenti individuali con una somma ridicola a disposizione, 200.000 dollari. Dispone altresì di 75 miliardi per coprire eventuali fallimenti bancari; niente in confronto alle cifre citate. E se dovessero essere necessari centinaia e migliaia di miliardi di dollari? Basta stamparli? Sarebbe quello che lo stesso Soros (finanziere pirata e guerrafondaio dichiarato) chiama l’apocalisse. La prossima imminente crisi mondiale. Alla quale partecipa attivamente.
In realtà non sono più gli Stati Uniti che conducono il gioco, ma la Cina e lo yuan. Quest’ultima, è contraltare reale ed economico del dollaro, (perché produce beni), e potrebbe dire “basta” con il dollaro, noi trattiamo in yuan, basta svalutarlo un po’, e tutti i dollari-dipendenti danno di testa. Lo stanno già facendo, piano piano, nel sistema bancario del paniere delle monete del Brics, insieme al rublo. Sarebbe il crollo totale degli Stati Uniti che reagirebbero sicuramente con una guerra mondiale. Si stanno già preparando nel Pacifico orientale, accumulandovi tre quarti della loro forza armata in giro per il mondo, lasciando noi, con la Nato, ad occuparci della pericolosa Russia antidollaro e del flusso dei migranti, deleterio e disarticolante per le società europee. Flussi di cui gli Usa, non a caso, hanno non poca responsabilità. Chi tocca il dollaro, muore. L’abbiamo visto con Saddam e con Ghedaffi quando hanno deciso di non voler più essere pagati in dollari, moneta carta straccia. Centinaia di migliaia di morti. Si capisce a questo punto che ne va dell’esistenza stessa degli Stati Uniti. Non succederà senza colpi di coda.
Intanto, nel frattempo, è in atto una guerra economica senza precedenti, anche contro di noi, socialmente romantici. Ho ritrovato una frase “testamentaria” di Mitterand, tra il 1981 e il 1995 (per 14 anni) presidente socialiste francese, in fin di vita: “La Francia non lo sa, ma siamo in guerra con l’America. Una guerra permanente, una guerra vitale, una guerra economica, una guerra apparentemente senza morti. Sono proprio duri gli americani. Sono voraci, voglio il potere sul mondo senza dividerlo. E’ una guerra sconosciuta, una guerra permanente, senza morti apparenti eppure è una guerra fino alla morte”.
La nostra sarà dolce con l’asservimento totale tramite il TTIP, (Transatlantic Trade and Investment Partnership), il cosiddetto “Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti”, nel quale tutte le decisioni e controversie verranno prese dai tribunali americani, a favore delle imprese contro gli Stati, cioè contro i cittadini, cioè contro la democrazia. La nuova crisi mondiale ne sarà l'occasione. Fino all’eliminazione futura del fastidioso euro.

martedì 16 giugno 2015

“Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro”

di Luciano Gallino da Micromega

Questo libro a più voci osa proporre, nientemeno, che allo scopo di combattere la disoccupazione e la stagnazione produttiva in corso lo stato, massima istituzione politica, si decida a fare in piccolo qualcosa che le banche private fanno da generazioni in misura immensamente più grande: creare denaro dal nulla – adottando però modi, le banche, che non aiutano a combattere né l’una né l’altra. Scegliendo di entrare nella zona euro, lo stato italiano sì è privato di uno dei fondamentali poteri dello stato, quello di creare denaro (che nella nostra lingua chiamiamo moneta quando ci riferiamo a denaro che ha una sua specifica connotazione nazionale, tipo la sterlina, la corona o il franco svizzero). Per gli stati dell’eurozona, in forza del Trattato di Maastricht soltanto la BCE può creare denaro in veste di euro, sia esso formato da banconote, depositi, regolamenti interbancari o altro; a fronte, però, del divieto assoluto, contenuto nell’art. 123 (mi riferisco alla versione consolidata del Trattato) di prestare un solo euro a qualsiasi amministrazione pubblica – a cominciare dagli stati membri. Per quanto attiene alle banche centrali nazionali della zona euro, esse non possono più emettere denaro; nondimeno sono libere di ricevere miliardi in prestito dalla BCE a interessi risibili. Al tempo stesso accade che le banche private abbiano conservato intatto il potere di creare denaro dal nulla erogando crediti o emettendo titoli finanziari negoziabili.

Tutto ciò ha messo gli stati dell’eurozona in una posizione che si sta ormai rivelando insostenibile. Debbono perseguire politiche economiche fondate su una moneta straniera, appunto l’euro, ma se hanno bisogno di denaro debbono chiederlo in prestito alle banche private, pagando loro un interesse assai più elevato di quello che esse pagano alla BCE. Vari stati della UE – nove per l’esattezza, tra cui Regno Unito, Danimarca e Svezia - hanno invece scelto di restare fuori dall’euro e non a caso hanno affrontato con maggior successo la lotta alla crisi.

Le banche private creano denaro in due modi.
[1] Il modo più noto e discusso, in specie a causa del ruolo che esso ha avuto nello scatenare la crisi del 2007, consiste nel concedere un credito, senza togliere un solo euro ad altri correntisti o al proprio patrimonio. L’operazione consiste semplicemente nell’inscrivere sul conto corrente di qualcuno, con pochi tocchi al computer, una certa somma a titolo di prestito. La stessa somma figurerà nel bilancio della banca da un lato come passivo (la somma che la banca si è impegnata a mettere a disposizione del cliente), dall’altro come un attivo (la somma che il cliente ha promesso di restituire). Si stima che il denaro così creato rappresenti nella UE (in questo caso l’eurozona più i paesi non euro) circa il 95 per cento di tutto il denaro in circolazione. Al confronto, le banconote stampate dalla BCE, di cui la TV ci ripropone l’immagine dieci volte al giorno, sono bruscolini.

Un altro modo di creare denaro da parte delle banche private, assai meno compreso e discusso del precedente, anche tra gli economisti, consiste nell’emettere prodotti finanziari che possono venire convertiti facilmente in denaro liquido. Si tratti di obbligazioni aventi per collaterale un debito ipotecario (CDO), di titoli garantiti da un attivo (ABS), di certificati di assicurazione del credito (CDS) o di un qualsiasi altro titolo “derivato” (nel senso che il suo valore deriva dall’andamento sul mercato di un’entità sottostante) inventato dagli alchimisti finanziari, esso può venire venduto in qualsiasi momento al suo valore di mercato. Di solito, o meglio in media, quest’ultimo è di molto inferiore al valore nominale (o nozionale, come dicono gli addetti ai lavori) del titolo, ma nell’insieme si tratta pur sempre di cifre colossali. A fine 2008, ad esempio, l’ammontare nominale dei derivati “scambiati al banco”, cioè al di fuori delle principali borse, si aggirava sui 680 trilioni di dollari, mentre il loro valore di mercato superava i 32 trilioni – corrispondenti, all’epoca, a oltre la metà del Pil del mondo. La facilità con cui è possibile a chiunque trasformare i derivati in liquidità ha indotto un economista austriaco, Stephan Schulmeister, a definirli una forma di “denaro potenziale”. Ciò rende la distinzione cara a molti economisti tra “denaro” (che è liquido) e “patrimonio finanziario” (che invece non lo sarebbe) del tutto priva di senso.
[2]

Personalmente credo che la definizione meno problematica dei Certificati di Credito Fiscale che gli autori propongono lo stato italiano emetta, nella misura di un centinaio di miliardi il primo anno, e 200 miliardi l’anno in seguito, sia appunto quella che vede in essi una forma di “denaro potenziale”. I CCF sono distribuiti gratuitamente a vari gruppi di popolazione, a cominciare dai disoccupati o dai giovani in cerca di prima occupazione, e ad imprese che si impegnino ad assumere nuovo personale per realizzare (piccole ma numerose) opere pubbliche. Trascorsi due anni dall’emissione, i CCF possono venire utilizzati per pagare qualsiasi tipo di imposte o tasse dovute allo stato, a regioni o comuni. Ma sin dal momento della loro emissione essi possono venire venduti a terzi, utilizzati come mezzo di pagamento, versati a un creditore a titolo di collaterali e altro. La loro convertibilità in denaro contante o moneta elettronica è istantanea. Il risultato dell’operazione è che nell’economia verrebbero immessi a regime 200 miliardi di denaro potenziale che può diventare in breve denaro fresco, destinato non alla speculazione o ad accrescere l’accumulazione di patrimoni privati, bensì a sostenere in modo mirato e selettivo il soddisfacimento di quelli che Keynes chiamava “bisogni assoluti” da parte di strati di popolazione in difficoltà, e di piccole imprese.

Oltre ad essere erogato gratuitamente dallo stato, il denaro potenziale costituito dai CCF presenta diversi vantaggi rispetto a quello emesso a fiumi dalle banche private in forma di derivati o altro. Proverò a indicarne alcuni:

1) Il loro valore non è soggetto ad alcun rischio di svalutazione sul mercato dei titoli, sia quello borsistico che quello OTC (dove si scambiano i titoli “al banco”). Un CCF da 100 euro alla fine varrà sempre 100 euro, qualsiasi cosa accada sui mercati. Dove invece può accadere che una CDO o un CDS che al momento dell’emissione valevano 100, tempo dopo, quando si vuole rivenderli, valgano la metà o meno.

2) Il denaro potenziale rappresentato dai CCF è denaro legalmente “pieno” (nel senso che si applica all’espressione “legal tender”) poiché essi vengono per definizione accettati per pagare le tasse allo stato. Che è il maggior riconoscimento a cui qualsiasi forma di denaro possa pretendere, quale che sia la sua apparenza o denominazione come moneta circolante in una nazione.

3) I CCF appresentano una prima riconquista da parte dello stato (modesta, ma l’importante è cominciare) del potere di creare denaro a fronte del potere assoluto che finora hanno detenuto le banche private. Questo non sarebbe soltanto un fatto tecnico: sarebbe un evento politico di prima grandezza.

4) I CCF costituirebbero un primo passo indolore, o se si vuole sperimentale, in direzione di una riforma incisiva del sistema finanziario in essere, resa indispensabile dai suoi gravi difetti strutturali (su questo punto essenziale ritorno poco oltre per concludere).

5) Diversamente dai comuni crediti bancari, per i quali la destinazione del credito erogato da parte del debitore è quasi sempre indifferente, fatta salva (e non sempre) la solvibilità di quest’ultimo, i CCF verrebbero emessi per finanziare specifici progetti di utilità collettiva.

La proposta dei CCF non nasce dal nulla. Tiene conto degli studi in materia del Levy Institute, uno dei più noti dipartimenti di economia degli Stati Uniti, e del gruppo di New Economic Perspectives, in specie i lavori di Warren Mosler e L. Randall Wray, che ha studiato l’introduzione in Argentina, ai tempi della crisi, di titoli per certi aspetti simili ai CCF. Tra i precursori dei CCF sono stati ampiamente esaminati i TAN (Tax Anticipation Notes ossia Titoli di Anticipo Tasse), usati per decenni negli Stati Uniti. Quando uno stato o anche un comune di laggiù vuol realizzare un determinato progetto – per dire, ristrutturare un ospedale o ampliare un parco pubblico – ma ha problemi di bilancio, emette una certa quantità di TAN con i quali paga in tutto o in parte le imprese che ci lavorano. A suo tempo, quando lo riterranno conveniente, queste ultime li useranno per saldare debiti fiscali. Una importante differenza dei TAN a confronto dei CCF è che i primi sono emessi in generale da un singolo ente per un valore limitato – in media alcune centinaia di milioni di dollari – mentre nel caso dei CCF si parla di centinaia di miliardi. Inoltre hanno come scopo un singolo progetto ben delimitato, laddove i CCF non hanno, per così dire, confini prestabiliti. Ciò nonostante, nel febbraio 2015 studiosi del Levy Institute hanno suggerito al ministro delle finanze greco, Yanis Varoufakis, di emettere una buona dose di TAN per fronteggiare la carenza di liquidità che affligge il paese. Una firma di punta del “Financial Times”, Wofgang Munchau, ha approvato l’idea.

Anche in Europa vari autori si sono soffermati sul concetto di “moneta fiscale”. Tra loro Bruno Théret del CNRS è lo studioso i cui argomenti hanno forse i maggiori contatti con quelli che sorreggono la proposta dei CFF. Vale la pena di citare un suo passo: “Il federalismo fiscale come noi lo proponiamo, in sintonia con diverse esperienze storiche, propone una rottura del monopolio bancario privato dell’emissione di moneta. Esso suppone che gli stati membri dispongano della capacità di emettere una loro propria moneta detta ‘fiscale’ perché garantita dalle loro entrate fiscali. L’idea soggiacente è che le entrate fiscali di domani (entrate anticipate) possono servire di garanzia per una iniezione monetaria fatta oggi. Le monete così create, appunto perché la loro circolazione è ristretta al territorio nazionale (o regionale), contribuirebbero a a rilanciare l’attività in una economia che soffre per la recessione e la sotto-occupazione.”
[3] Va inoltre ricordato che due degli autori qui presenti hanno pubblicato nel 2014 un corposo libro sul tema dei CCF.[4] La proposta dei CCF, in sostanza, ha spalle solide.

Nei mesi scorsi diversi commentatori della proposta in questione, partendo dall’appello diffuso dai promotori che viene riprodotto all’inizio del volume, si sono soffermati soprattutto sul fatto se i CCF siano o meno una moneta parallela all’euro, se siano in contrasto con le norme UE, se rappresentino o meno un fattore di inflazione e altro. Si tratta, oso dire, di questioni secondarie. La questione centrale è che questa proposta rappresenta nella UE il primo tentativo concreto di togliere alle banche il potere esclusivo di creare denaro in varie forme, per restituirlo almeno in parte allo stato. E’ una delle maggiori questioni politiche della nostra epoca. Di essa si discute sin dall’esplosione della Grande Crisi Globale (GCG) del 2007, e il nucleo della discussione è la necessità di procedere a drastiche riforme del sistema finanziario, inclusa la sua parte in ombra (equivalente come totale di attivi più o meno a quella operante alla luce del sole),
[5] prima che esso provochi una nuova crisi. Le lobbies bancarie internazionali, più l’incompetenza o la complicità dei governi, hanno finora bloccato qualsiasi serio intervento in tale direzione. La riforma di Wall Street, basata sulla legge Dodd-Frank del 2010, non ha minimamente impedito al sistema bancario di diventare a tutt’oggi ancora più grosso, complesso e opaco di quanto non fosse prima del 2007 – appunto le tre caratteristiche che hanno fornito il materiale esplosivo per la GCG. Le riforme in discussione nei parlamenti di Francia, Germania e Regno Unito; l’Unione Bancaria europea da poco varata; le norme di Basilea 3 (più di 500 pagine al posto delle 30 di Basilea 1), equivalgono al tentativo di sollevarsi dalla palude tirandosi per il proprio codino – tentativo riuscito finora, dicono, soltanto al barone di Münchhausen. Al confronto, la proposta dei CCF è un campione di concretezza e aderenza ai problemi reali soggiacenti alla crisi della Ue. Meriterebbe quanto meno di venire seriamente dibattuta.

Anche perché nei riguardi delle riforme del sistema finanziario il vento, da vari segni, sta forse cambiando. Il 15 aprile 2015 la senatrice democratica Elizabeth Warren ha tenuto al Levy Institute una conferenza di eccezionale vigore sul tema “Il lavoro non finito della riforma finanziaria.” Mai un membro influente del Congresso si era spinto così avanti nel chiedere interventi risolutivi in ordine ad alcuni dei principali vizi strutturali del sistema finanziario. In sintesi la senatrice Warren ha chiesto di porre finalmente termine al principio del “troppo grandi [le banche] per lasciarle fallire”; di dividere chiaramente le istituzioni depositarie dalle banche di investimento – che è il dispositivo introdotto dalla legge Glass-Steagall del 1933, abolita da Clinton nel 1999 dopo che Reagan e i suoi avevano già provveduto a svuotarla di ogni efficacia; di impedire alle istituzioni finanziarie di ingannare le persone; di denunciare il lassismo dei regolatori i quali “allorchè le piccole banche infrangono la legge… non esitano a chiudere le banche e gettare i dirigenti in prigione… ma non lo fanno per le maggiori istituzioni finanziarie”. A queste si limtano a dare “uno schiaffetto sul polso” e dire “per favore non fatelo di nuovo”.
[6]

Un altro segno di possibili mutamenti sul fronte delle riforme finanziarie proviene dall’Islanda. Su richiesta del Primo ministro, è stato redatto e pubblicato a metà marzo 2015 un lungo rapporto intitolato “La riforma monetaria – Un miglior sistema monetario per l’Islanda”. Il rapporto avanza l’idea che il miglior modo per riformare la finanza consista nell’eliminare del tutto il potere delle banche private di creare denaro, accogliendo la proposta delle associazioni del circuito “Positive Money”, molto attivo nel Regno Unito ma presente in forze in altri 17 paesi, dalla Germania alla Svizzera.
[7] La proposta consiste nel restituire per intero allo stato, ad una data prefissata, la sovranità esclusiva quanto a creazione di denaro. Le banche continuerebbero a fare il loro mestiere di accogliere depositi, custodirli, assicurare i flussi di pagamento, ma non potrebbero prestare ovvero dare a credito nemmeno un soldo che non esista già. Il credito potrebbe derivare soltanto o dal loro patrimonio, oppure da risparmiatori che consentono a che il loro denaro sia prestato a terzi, con un minimo di rischio compensato da un tasso adeguato di interesse. La cosa interessante è che il rapporto è caldamente appoggiato da Adair Turner, il quale non è l’ultimo venuto, essendo stato dal 2008 al 2013 presidente dell’Autorità per i Servizi Finanziari del Regno Unito. D’accordo, l’Islanda è un paese piccolo, e la crisi del 2007 l’ha colpita con eccezionale durezza. Ma il problema di cui si occupa il rapporto è assolutamente generale. Bisogna lasciare la situazione qual è, o convenire con Adair Turner che “la creazione di denaro è troppo importante per venire lasciata ai soli banchieri”?[8] Un interrogativo al quale la proposta qui contenuta dei CCF non si limita a rispondere positivamente, ma indica pure una strada praticabile per attuare un principio basilare in essa insito: cominciare su scala limitata a restituire allo stato il potere sovrano di emettere denaro, allo scopo di ovviare rapidamente ai disastri che le politiche di austerità hanno prodotto.

NOTE

[1] Sui diversi generi di denaro creato dalle banche v. L. Gallino, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Einaudi, Torino 2011, spec. cap VII, e Il colpo di stato di finanze e governi. L’attacco alla democrazia in Europa, Einaudi, Torino 2013, p. 105 sgg.

[2] S. Schulmeister, Geld als Mittel zum (Selbst)Zweck, in K. P. Liessmann (a cura di), Geld. Was die Welt im Innersten zusammehalt, Zolnay, Vienna 2009, p. 168 e passim.

[3] B. Théret, con la collaborazione di W. Kalinowski, De la monnaie unique à la monnaie commune. Pour un fédéralisme monetaire européen, Institut Veblen pour les reformes économiques, Parigi 2012, pp. 4-5. Corsivo mio.

[4] M.Cattaneo, G. Zibordi, La soluzione per l’euro. 200 miliardi per rimettere in moto l’economia italiana, Hoepli, Milano 2014.

[5] Cfr, Gallino, Il colpo di stato…, op. cit. , cap. 4.

[6] E. Warren, The Unfinished Business of Financial Reform, relazione tenuta il 15/4/2015 alla 24a Conferenza annuale in onore di Hyman P. Minsky, passim. Il testo è disponibile nel sito del Levy Institute.

[7] Un buon punto di partenza per esplorare questo circuito internazionale è il sito inglese http://www.positivemoney.org/.. L’opera più approfondita e attuale in tema di ritorno alla sovranità monetaria dello stato è J. Huber, Monetäre Moderniesierung. Zur Zukunft der Geldordnung: Vollgeld und Monetative, 3a ed., Metropolis, Marburg 2013.

[8] A. Turner, Foreword a F. Sigurjónsson, Monetary Reform – A better monetary reform for Iceland, Reykjavik 2015, p. 8.

lunedì 21 maggio 2012

I derivati di JP Morgan: l’avidità stavolta non paga. Proteste negli Usa


Speculatori, squali, mezze cartucce e i soliti discorsi su un modello che non si può cambiare...ma i risparmiatori hanno una grande carta da giocare


da investireoggi


Se è capitato anche a JP Morgan Chase, allora può succedere a tutti. Questo è un pò il tormentone degli ultimi giorni a Wall Street e presso tutte le altre sedi finanziarie del pianeta. La seconda più grande banca americana aveva una reputazione di ferro, fino a pochi giorni fa, perché era uscita indenne dalla crisi finanziaria 2007-2009, senza mai registrare una trimestrale in perdita. Ma due settimane fa, il Ceo Jamie Dimon, considerato un guru nascente della finanza americana, ha dovuto comunicare alla Sec che la sua banca ha accumulato in sole sei settimane perdite per 2,3 miliardi di dollari, a causa di operazioni sbagliate su titoli derivati.
In sostanza, la banca aveva effettuato investimenti ingenti, per almeno 100 miliardi di dollari, in titoli di protezione dal rischio, gli assicurativi cds (credit default swaps), ma andando nella direzione sbagliata (JP Morgan: dopo lo scandalo cadono le prime teste)
Una scommessa persa, insomma, che è costata cara alla banca e che ha travolto il suo management, con le dimissioni di Ina Drew, che sovraintendeva alle operazioni di “hedging”, le quali in teoria avrebbero dovuto assicurare dal rischio, ma nella pratica hanno condotto la banca in un gigantesco buco contabile.
Reputazione addio anche per Bruno Iksil, il trader di origine francese, che attuava le operazioni e che era stato chiamato il “London Whale”, “la balena di Londra”, a sottolinearne l’importanza. Tutti travolti dalla crisi dei derivati, su cui le perdite potrebbero arrivare presto fino alla cifra di 4 miliardi, spiegano gli analisti.

Lo scontro politico negli Stati Uniti: i Repubblicani a difesa di un cadavere

Da un punto di vista puramente contabile, la perdita è del tutto assorbibile, anche se dovesse arrivare a 5 miliardi, se si pensa che la banca ha chiuso il primo trimestre con un utile superiore ai 5 miliardi. Tuttavia, il caso JP Morgan sta suscitando un accesso dibattito politico sulla cosiddetta legge Dodd-Frank, che prende a sua volta spunto dalla Volcker Rule, dal nome dell’ex governatore della Federal Reserve, che dai prossimi mesi in poi dovrebbe impedire a un istituto di credito americano di effettuare operazioni speculative con capitali propri, a meno che ciò non avvenga per ragioni di “hedging”.
Ora, questa postilla è stata il frutto di un’intensa attività di lobbismo da parte delle banche, che ha addolcito un pò la norma voluta dai democratici e dalla Casa Bianca. Tuttavia, è lo stesso Dimon a chiarire che tale norma non avrebbe alcun effetto su una situazione alla JP Morgan, visto che la sua banca si era avvalsa di un’unità formalmente esterna, la Chief Investment Office, per fare gli investimenti.
Obama vorrebbe approfittare del caso, per cercare di stringere maggiormente sulle regole di Wall Street. I repubblicani non concordano. Lo sfidante Mitt Romney si è detto contrario a qualsiasi forma di regolamentazione, sostenendo che il caso della banca americana dimostra che uno ci perde, ma un altro ci guadagna. L’America va così, ha aggiunto.

Una massa di derivati che non hanno alcun rapporto con quella che è l’economia reale

I timori degli investitori si concentrano, invece, su quella massa enorme di titoli derivati, che nel mondo ammonta a 650 mila miliardi di dollari, cioè 10 volte in più del pil mondiale.
E si pensi che la variazione dello 0,25% dei tassi d’interesse ha spostato posizioni nozionali di investimento per 150-200 miliardi di dollari, quindi, basta un nonnulla per variazioni molto forti.
D’altronde, è difficile che una legge possa impedire un’operazione di “hedging”, ossia di tutela dal rischio. Un cds, ad esempio, è un vero contratto di assicurazione, che permette a un investitore di tutelarsi dal rischio sottostante, come abbiamo visto per il caso dei bond pubblici. Più sono considerati rischiosi, più costa tutelarsi dal rischio default, perché bisognerà pagare un interesse maggiore. Il problema di JP Morgan è che ha perso la scommessa, nel senso che non è stata in grado di capire in quale direzione andasse il rischio, se al rialzo o al ribasso. Ora, è evidente che la Drew non aveva acquistato 100 miliardi di titoli per tutelarsi dal rischio, bensì per fare pura attività di speculazione, nel senso che avrebbe voluto fare soldi, investendo soldi.
Ma se vendi un cds, pensando che il rischio del titolo sottostante scenda, ma poi sei costretto a riacquistarlo a prezzi più alti, perché nel frattempo il rischio è, invece, salito, allora hai subito una perdita. A meno che tu voglia rinunciare a tutelarti, cosa che non puoi fare allegramente con i soldi dei risparmiatori.

I risparmiatori possono fare tanto contro gli zombi della finanza

La storia di JP Morgan insegna qualcosa di meno scontato di quanto si è andato raccontando in questi giorni sui giornali. Il problema non è tanto regolamentare i derivati, perché piaccia o meno saperlo, ciò non sarà mai del tutto possibile, né forse sarebbe auspicabile, per i danni che rischierebbe di comportare. Il vero guaio è che grandi esperti della finanza mondiale non sembrano essere in grado di percepire anche il futuro immediato. Il mondo sembra diventato così complesso, che non un Dimon, un Iksil o una Drew sono più capaci di capire dove vada il rischio e in cosa bisogna investire. Ciò è dovuto a cosa? Difficile dirlo. Certo, non sarà questione di preparazione, quanto semmai di eccessiva imprudenza di chi compie determinante operazioni, oltre alla fase turbolenta e scarsamente prevedibile dei mercati finanziari stessi. Ma è amaro constatare che contro l’imprudenza non esiste legge possibile. L’unico antidoto sta nelle mani dei risparmiatori, che dovrebbero iniziare a discernere anche le banche a cui affidare i propri quattrini. Se pensi che la tua banca non investa in attività reali, ma faccia più che altro speculazione con i tuoi soldi, portali altrove. Nessuna legge sarà in grado di mettere in riga il finanziere spericolato, come un risparmiatore incavolato e timoroso dei suoi denari.

Per un’economia della realtà

Iniziamo a punire seriamente dal basso chi sbaglia, evitando di delegare agli altri questo compito. Solo premiando chi fa bene, si indirizzano i manager a fare meno cattiva finanza e più investimenti oculati. Ma forse un pò tutti siamo colti dalla smania di fare tanti soldi, subito e senza lavorare. E l’eccessiva avidità scriteriata è sempre alla base delle grandi crisi. Lo fu nel ’29 e lo è stato anche nel 2008. Forse, lo sarà anche in questo 2012?

giovedì 19 gennaio 2012

La schiavitù del debito ha distrutto Roma e ci distruggerà se non ci poniamo fine

Debito e democrazia:si sono rotti i legami?

di Michael Hudson (da Tlaxcala)
traduzione di Curzio Bettio

cancellazione debito



Il Libro V della Politica di Aristotele descrive l’eterna transizione di oligarchie che si fanno aristocrazie ereditarie, che finiscono per essere rovesciate da tiranni, o sviluppano rivalità interne quando alcune famiglie decidono di “arruolare le moltitudini nel loro campo” e di introdurre la democrazia, all’interno della quale emerge ancora una volta una oligarchia, seguita da aristocrazia, e poi democrazia, e così via nel corso della storia.
Il debito è stata la principale dinamica che ha guidato questi cambiamenti, sempre con nuovi colpi di scena e trasformazioni.
Si polarizza la ricchezza, creandosi una classe di creditori, il cui governo oligarchico giunge alla fine quando nuovi leader (“tiranni” per Aristotele) ottengono l’appoggio popolare, cancellando i debiti e ridistribuendo i patrimoni, o trasferendo nelle casse dello Stato le rendite patrimoniali.
Fin dal Rinascimento, però, i banchieri hanno spostato il loro sostegno politico verso le democrazie. Questo non rifletteva convinzioni politiche egualitarie o liberali in quanto tali, ma piuttosto un desiderio di maggiore sicurezza per i loro prestiti. Come James Steuart ha spiegato nel 1767, l’indebitamento finanziario dei re rimaneva un affare privato, ​​piuttosto che un debito veramente pubblico [1]. Quando i debiti dei sovrani divennnero vincolanti per l’intera nazione, i rappresentanti eletti hanno dovuto imporre tasse per pagare le spese per interessi.
Dando ai contribuenti voce nel governo, le democrazie olandesi e britanniche hanno fornito ai creditori molte più assicurazioni di pagamento di quelle prodotte da re e principi, i cui debiti morivano con loro.
Ma le recenti proteste contro il debito alzatesi dall’Islanda alla Grecia e alla Spagna suggeriscono che i creditori stanno spostando il loro sostegno lontano dalle democrazie. Costoro stanno esigendo austerità di bilancio e fiscali, e perfino svendite per privatizzazioni.
Siamo in presenza di una trasformazione della finanza internazionale con nuove caratteristiche da stato di guerra. L’obiettivo della finanza è lo stesso delle conquiste militari del passato: appropriarsi di territori e risorse minerarie, quindi impadronirsi di infrastrutture-“beni comuni”, e riscuotere tributi. Di conseguenza, le democrazie stanno chiedendo attraverso referendum la possibilità di pagare i creditori con la dismissione del patrimonio pubblico e coll’aumento delle tasse, ingenerando così la disoccupazione, la diminuzione dei salari e la depressione economica.
L’alternativa è quella di svalutare i debiti o addirittura annullarli, e di riaffermare il controllo delle leggi sul settore finanziario.

I governanti del Vicino Oriente decidevano per decreto di fare tabula rasa dei debiti per preservare l’equilibrio economico
Far pagare gli interessi sugli anticipi di beni o di denaro non era in origine destinato a creare polarizzazioni nei sistemi economici.
All’inizio del terzo millennio a.C. il debito veniva regolato soprattutto da accordi contrattuali fra i templi e i palazzi (vale a dire da sacerdoti e regnanti) con i mercanti e gli imprenditori, che di solito lavoravano nell’ambito della burocrazia reale: si presupponeva che l’interesse al 20 per cento (che doppiava il capitale in cinque anni) si approssimasse ad una giusta proporzione sui rendimenti da traffici commerciali a lunga distanza, o da affitti di terra e di altre strutture pubbliche quali laboratori, navi e fabbriche di birra.
Quando questa procedura venne privatizzata mediante esattori reali di canoni di utenze e di affitti, la “divina regalità” pose sotto la sua protezione i debitori agrari.
Le leggi di Hammurabi (ca. 1750 a.C.) cancellavano i loro debiti in tempi di inondazioni o siccità. Tutti i governanti della dinastia babilonese iniziavano il loro primo anno di insediamento sul trono eliminando i debiti agrari e cancellando gli arretrati di pagamento, proclamando una sanatoria totale. Diritti sui servi, sui terreni o sui raccolti e altri impegni venivano restituiti ai debitori per “ristabilire l’ordine” in un ideale stato “originale” di equilibrio.
Questa pratica entrava in vigore nell’Anno Giubilare della Legge Mosaica, in Levitico 25.
La logica era abbastanza chiara. Le società antiche avevano bisogno di mettere in campo eserciti a difesa della propria terra, e questo richiedeva la liberazione dalla schiavitù dei cittadini indebitati. Le leggi di Hammurabi proteggevano i conduttori di carri da guerra e altri combattenti dall’essere ridotti in schiavitù per debiti, e impedivano ai creditori di prendersi i raccolti degli affittuari di terreni reali, pubblici e demaniali, che dovevano fornire manodopera e servizio militare al palazzo.
In Egitto, il faraone Bakenranef (c. 720-715 a.C., “Bocchoris” in greco) proclamò un’amnistia dei debiti e abolì la schiavitù per debito di fronte a una minaccia militare dall’Etiopia. Secondo Diodoro Siculo (I, 79, scrivendo nel 40-30 a.C.), il faraone aveva stabilito che se un debitore contestava il credito, il debito veniva annullato se il creditore non era in grado di sostenere le sue affermazioni con la produzione di un contratto scritto. (Sembra che i creditori siano sempre stati inclini ad esagerare i saldi dovuti). Il faraone motivava che “i corpi dei cittadini dovevano appartenere allo Stato, al fine che questo potesse avvalersi dei servizi che i cittadini gli dovevano, sia in tempo di guerra che di pace. Sarebbe assurdo per un soldato ... essere trascinato in prigione dal suo creditore per un prestito non pagato, e l’avidità di privati ​​cittadini avrebbe in questo modo messo a repentaglio la sicurezza di tutti.”
Il fatto che i principali creditori nel Vicino Oriente fossero il palazzo, i templi e i loro esattori rendeva politicamente semplice cancellare i debiti. È sempre facile annullare i debiti nei confronti di se stessi. Anche gli Imperatori romani bruciavano i registri fiscali per evitare le crisi.
Ma divenne molto più difficile cancellare i debiti dovuti a creditori privati, ​​quando la pratica di far pagare gli interessi si diffuse verso ovest, presso coloro che ricoprivano il rango di capo nel bacino del Mediterraneo intorno al 750 a.C.
Invece di consentire alle famiglie di colmare le differenze tra entrate ed uscite, il debito divenne la leva principale dell’espropriazione della terra, polarizzando le comunità tra oligarchie di creditori e clienti indebitati. In Giuda, il profeta Isaia (5, 8-9) lanciava l’anatema contro i creditori: “aggiungete casa a casa e unite campo a campo, finchè agli altri non verrà lasciato spazio, e vivrete da soli sulla terra.”
Il potere dei creditori e una crescita stabile raramente sono andati di concerto. La maggior parte dei debiti personali in questo periodo classico erano il prodotto di piccole somme di denaro prestate a individui che vivevano ai margini della sussistenza e che avevano poche possibilità di sbarcare il lunario. La confisca dei terreni e dei beni - e la privazione della libertà personale – costringevano i debitori ad una condizione di schiavitù, che diveniva irreversibile.
Dal VII secolo a.C., i “tiranni” (leader popolari) emersero per rovesciare le aristocrazie di Corinto e di altre ricche città della Grecia, ottenendo il sostegno con la cancellazione dei debiti.
In modo meno tirannico, Solone fondava la democrazia ateniese nel 594 a.C., mettendo al bando la schiavitù per debiti.
Ma le oligarchie riemersero e invocarono l’intervento di Roma, quando i re di Sparta Agide, Cleomene, e il loro successore Nabis cercarono di cancellare i debiti verso la fine del III secolo a.C. Vennero uccisi ed i loro sostenitori cacciati.
È stata una costante politica della storia fin dall’antichità, che gli interessi dei creditori si contrapponessero sia alla democrazia popolare che al potere dei re, quando costoro cercarono di limitare la conquista finanziaria della società - una conquista volta a sfruttare il pagamento dei crediti e degli interessi sul debito per incamerare la maggior parte possibile della rendita economica. Quando i fratelli Gracchi e i loro seguaci tentarono di riformare le leggi sul credito nel 133 a.C., la classe senatoria dominante reagì con violenza, uccidendoli e inaugurando un secolo di guerra sociale, risolte con l’ascesa di Augusto come imperatore nel 29 a.C.

L’oligarchia creditoria di Roma vince la Guerra sociale, rende schiave le popolazioni e da il via a secoli bui
Le faccende si fecero più sanguinose all’estero.
Aristotele non ha trattato della costituzione dell’Impero come parte del suo schema politico, ma la conquista straniera è sempre stata un fattore importante nell’imposizione di debiti, e i debiti di guerra sono stati la causa principale del debito pubblico nei tempi moderni.
Nell’antichità, è stata Roma ad imporre più ferocemente il debito, i creditori romani allungavano le mani ad affliggere l’Asia Minore, la provincia romana più prospera. Quando arrivavano i pubblicani, “cavalieri” esattori, lo stato di diritto veniva completamente cancellato.
Mitridate del Ponto ha guidato tre rivolte popolari, e le popolazioni locali della città di Efeso e di altre città si sollevarono, e si riporta che vennero uccisi 80.000 Romani nel 88 a.C.
L’esercito romano reagì, e nel 84 a.C. Silla impose un tributo di guerra di 20.000 talenti. Gli oneri per interessi retroattivi moltiplicarono la somma di sei volte, al 70 a.C.
Tra gli storici di riferimento di Roma, Livio, Plutarco e Diodoro hanno imputato la caduta della Repubblica all’intransigenza creditoria, che poi condusse alla secolare guerra sociale segnata da omicidi politici, dal 133 al 29 a.C.
Leader populisti cercarono di ottenere un seguito sostenendo la cancellazione dei debiti (ad esempio, la congiura di Catilina nel 63-62 a.C.). Vennero massacrati. Con il II secolo d.C., circa un quarto della popolazione era ridotta in schiavitù. Dal V secolo, l’economia di Roma collassava, spossessata di denaro. Una esistenza di sussistenza indusse la gente a ritornare alle campagne.

I creditori trovarono una ragione legalistica a sostegno della democrazia parlamentare
Quando i banchieri si risollevarono dopo il saccheggio di Bisanzio da parte dei Crociati (quarta crociata – 1204) e immisero l’argento e l’oro a modificare il commercio dell’Europa occidentale, l’opposizione cristiana all’imposizione di interessi bancari veniva superata dalla associazione di prestigiosi istituti di credito (i Cavalieri Templari e Ospitalieri avevano fornito credito durante le Crociate) con i loro clienti più importanti – i re , in primo luogo per fornire fondi alla Chiesa e sempre di più per fare la guerra.
Tuttavia, i debiti reali diventavano inesigibili quando i re morivano.
I Bardi e i Peruzzi finirono in bancarotta nel 1345, quando Edoardo III ripudiò i suoi debiti di guerra. Famiglie di banchieri persero capitali sui prestiti concessi ai despoti Asburgo e Borbone che sedevano sul trono di Spagna, Austria e Francia.
Le cose cambiarono con la democrazia olandese, quando gli Olandesi cercarono di conquistare ed assicurarsi la libertà dagli Asburgo di Spagna. Il fatto che il parlamento olandese potesse contrarre un debito pubblico consolidato per conto dello Stato abilitò i Paesi Bassi ad accendere prestiti per assumere al proprio servizio mercenari, in un’epoca in cui il denaro e il credito erano il nerbo della guerra.
Richard Ehrenberg nel suo libro “Capitale e Finanza nell’età del Rinascimento” (1928) ha scritto che l’accesso al credito “rappresentava dunque l’arma più potente nella lotta per la loro libertà”:
Chiunque forniva crediti a un principe sapeva che il rimborso del debito dipendeva solo dalla capacità e dalla volontà del debitore di pagare. Il caso era molto diverso per le città, che avevano potere quanto i nobili, ma anche per le corporazioni, per le associazioni di individui uniti da interessi comuni. Secondo una norma generalmente accettata, ogni singolo cittadino era responsabile per i debiti della città, sia con l’esposizione della sua persona che delle sue proprietà.” [2]
L’obbiettivo finanziario dei governi parlamentari era dunque quello di concedere crediti che non obbligassero personalmente solo il principe, ma che fossero veramente pubblici e vincolanti, indipendentemente da chi occupasse il trono.
È per questo che le prime due nazioni democratiche, i Paesi Bassi e la Gran Bretagna dopo la sua rivoluzione del 1688, svilupparono i più attivi mercati di capitali e procedettero nel cammino che le portò a diventare potenze militari dominanti.
È ironico che sia stata la necessità di finanziare la guerra a promuovere la democrazia, formando una trinità simbiotica tra il “fare la guerra”, il “credito” e la “democrazia parlamentare”, simbiosi che è durata fino ai nostri giorni.
A quel tempo “la posizione giuridica del Re in quanto debitore era poco chiara, ed era del tutto aleatorio se i suoi creditori avessero qualche possibilità di risarcimento in caso di default.” [3]
Più la Spagna, l’Austria e la Francia divennero dispotiche, maggiori difficoltà trovavano nel recepire finanziamenti per le loro avventure militari. Alla fine del XVIII secolo, l’Austria era stata lasciata “senza credito, e di conseguenza senza molti debiti”, era il paese meno degno di credito e peggio armato d’Europa, totalmente dipendente da sovvenzioni e dalle garanzie di prestito della Gran Bretagna nel corso delle guerre napoleoniche.

La finanza si conforma alla democrazia, ma poi preme per il sistema oligarchico
Mentre le riforme democratiche del XIX secolo riducevano il potere delle aristocrazie fondiarie di controllare i parlamenti, i banchieri si muovevano con flessibilità, per raggiungere un rapporto simbiotico con quasi ogni forma di governo.
In Francia, i seguaci di Saint-Simon (socialisti utopistici) promuovevano il concetto di “banca” come agente di fondi comuni di investimento, che concede credito in cambio di titoli azionari.
Lo Stato tedesco strinse un’alleanza con le grandi banche e l’industria pesante.
Marx descrisse ottimisticamente su come il socialismo avrebbe preparato una finanza produttiva piuttosto che parassitaria.
Negli Stati Uniti, la regolamentazione dei servizi pubblici è andata di pari passo con la garanzia di profitti sicuri.
In Cina, Sun-Yat-Sen [considerato il fondatore della Cina moderna e uno dei più importanti rivoluzionari cinesi, tra i primi a proporre il rovesciamento dell’Impero Cinese e a considerare il problema della democrazia, N.d.t.] ha scritto nel 1922:
Ho intenzione di portare tutte le industrie nazionali della Cina in un Grande Trust di proprietà del popolo cinese, anche finanziate con capitali internazionali a reciproco vantaggio”.[4]
La Prima guerra mondiale ha visto gli Stati Uniti sostituire la Gran Bretagna tra i principali paesi creditori, e alla fine della Seconda guerra mondiale gli USA avevano accantonato circa l’80 per cento dell’oro monetario del mondo.
I diplomatici usamericani determinarono le strutture del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, secondo direttive orientate al credito per finanziare gli scambi commerciali, procurando dipendenza economica soprattutto nei confronti degli Stati Uniti.
I prestiti per finanziare il commercio e i deficit nella bilancia dei pagamenti sono stati oggetto di “situazioni condizionali” che hanno spostato la pianificazione economica nelle mani di oligarchie clientelari e di dittatori militari.
Tuttavia, la risposta democratica ai piani di austerità adatti a spremere interessi sul debito non è stata in grado di andare al di là delle “proteste contro il FMI”, almeno fino a quando l’Argentina non ha rigettato i suoi debiti con l’estero.
Un simile austerità tutta a favore dei creditori viene ora imposta all’Europa dalla Banca Centrale Europea (BCE) e dall’apparato burocratico dell’Unione Europea.
I governi apparentemente socialdemocratici si sono mossi tutti nella direzione del salvataggio delle banche, piuttosto che verso il rilancio della crescita economica e dell’occupazione. Le perdite dovute a prestiti sbagliati e a speculazioni bancarie errate sono state addossate ai bilanci pubblici, mentre la spesa pubblica è stata ridimensionata, e si è arrivati persino a vendere le infrastrutture dello Stato.
La risposta dei contribuenti a cui sono stati accollati i debiti è stata quella di proteste popolari montanti, che hanno avuto il loro inizio in Islanda e in Lettonia nel gennaio 2009, e si sono diffuse quest’autunno in Grecia e in Spagna, per manifestare contro il rifiuto dei governi di tenere referendum su questi letali salvataggi dei detentori stranieri dei titoli di Stato.

La pianificazione trasferita dai rappresentanti pubblici eletti ai banchieri
Tutte le economie sono pianificate. Tradizionalmente questa è sempre stata la funzione dei governi. Abbandonare questo ruolo sull’onda dello slogan “mercati liberi!” pone la pianificazione economica sulle mani dei banchieri.
Tuttavia, la prerogativa della pianificazione della formazione e dell’allocazione del credito risulta ancora più centralizzata rispetto a quando questa prerogativa era di competenza dei funzionari pubblici eletti. E, a peggiorare le cose, l’arco di tempo delle attività finanziarie è a breve scadenza, “mordi e fuggi”, fattore che finisce per smontare la pianificazione.
Cercando il proprio tornaconto, le banche tendono a distruggere le strutture dell’economia. Il surplus finisce per essere divorato dagli interessi e da altri oneri finanziari, senza concedere entrate per nuovi investimenti di capitale o per la spesa sociale di base.
Questo è il motivo per cui cedere il controllo politico alla classe dei creditori raramente ha comportato una crescita economica e un aumento della qualità della vita.
La tendenza per cui il debito cresce più rapidamente della capacità della popolazione di ripagarlo è stata una costante fondamentale in tutta la storia documentata. I debiti crescono esponenzialmente, assorbendo l’avanzo di bilancio e riducendo la gran parte della popolazione nella costrizione ai lavori forzati per risarcire.
Per ristabilire l’equilibrio economico, l’antico grido di sfogo per la cancellazione dei debiti ha sempre invocato ciò che durante l’Età del Bronzo nel Vicino Oriente si otteneva per decreto reale: l’annullamento dei debiti cresciuti esponenzialmente.
In tempi più vicini al nostro, le democrazie hanno fatto valere il potere di uno Stato forte di tassare i profitti e i capitali dovuti alla rendita e, quando richiesto, di depennare i debiti.
Questo si può fare più facilmente quando è lo Stato stesso a creare moneta e credito. Si può fare meno facilmente quando le banche trasformano i loro profitti in potere politico. Quando si permette alle banche di auto-regolarsi, e di imporre veti sull’azione del governo, l’economia viene distorta per consentire ai creditori di abbandonarsi ai giochi d’azzardo della speculazione e a vere e proprie frodi, come quelle che hanno marcato l’ultimo decennio.
La caduta dell’Impero romano dimostra ciò che avviene quando le esigenze proterve dei creditori vanno fuori controllo. In queste condizioni, l’alternativa alla pianificazione e alla regolamentazione del settore finanziario da parte governativa tutta a favore del credito spiana la strada al servaggio per debiti.


Finanza contro governo; oligarchia contro democrazia
La democrazia comporta la subordinazione delle dinamiche del sistema finanziario al perseguimento dell’equilibrio e della crescita economica, e la tassazione dei profitti da rendita o il mantenimento dei monopoli dei servizi fondamentali nelle mani pubbliche.
Il non tassare o il privatizzare le rendite dei patrimoni le rende “libere” di venire impegnate nelle banche, per essere capitalizzate ancora più attraverso il prestito. Finanziata dalla speculazione sul debito, l’inflazione “asset-price” aumenta la ricchezza dei redditieri mentre indebita il sistema economico in generale. [L’inflazione “ asset-price” è un fenomeno economico che indica un aumento del valore degli asset, rispetto ai beni e servizi comuni. Asset tipici sono gli strumenti finanziari come titoli, azioni, e i loro derivati, beni patrimoniali e capitali.]
L’economia si contrae, precipitando a valore negativo.
Il settore finanziario ha conquistato un’influenza tale da utilizzare queste contingenze come un’opportunità per convincere i governi che l’economia collasserà se non “si salvano le banche”. In pratica questo significa consolidare il controllo delle banche sulla politica, e questo controllo viene esercitato in modo da polarizzare ulteriormente il sistema economico.
Il modello di riferimento è quanto è successo nell’antica Roma, nel passaggio dalla democrazia all’oligarchia. In realtà, dando priorità ai banchieri e lasciando che la pianificazione economica sia dettata dall’Unione Europea, dalla Banca Centrale Europea e dal Fondo Monetario Internazionale si concreta la minaccia di privare lo Stato-nazione del potere di coniare o stampare moneta e di riscuotere le tasse.
Il conflitto che ne risulta sta contrapponendo gli interessi della finanza contro l’autodeterminazione dello Stato nazionale. L’idea di una Banca centrale indipendente come “marchio distintivo di democrazia” è un eufemismo della rinunzia delle decisioni politiche più importanti - la capacità di creare moneta e credito – in favore del settore finanziario.
Invece di affidare le scelte politiche a referendum popolari, oggi la principale causa dell’aumento del debito nazionale deriva dal salvataggio delle banche organizzato dall’Unione Europea e dalla BCE.
I debiti bancari privati, addossati ai bilanci statali dell’ Irlanda e Grecia, sono stati trasformati in tassazioni imposte ai contribuenti. Lo stesso vale per il bilancio degli Stati Uniti a cui sono stati ascritti 13 trilioni di dollari dal settembre 2008 (compresi i 5,3 trilioni di mutui ipotecari tossici dei giganti statunitensi dei mutui ipotecari Fannie Mae e Freddie Mac ascritti al bilancio governativo, e i 2 trilioni di dollari di swap tossici della Federal Reserve).
Tutto ciò è stato dettato dai procuratori del mondo della finanza, definiti eufemisticamente tecnocrati. Designati dai lobbisti creditori, il loro ruolo effettivo è di calcolare quanta disoccupazione e depressione siano necessarie per spremere un attivo di bilancio per pagare i creditori di debiti, ora registrati sui libri contabili dello Stato.
Ciò che rende questo calcolo autolesionista è il fatto che la contrazione economica – deflazione per debiti - rende il gravame del debito ancora più non risarcibile.
Né le banche, né le autorità pubbliche (o, se è per questo, nemmeno accademici di chiara fama) hanno preso in considerazione l’effettiva capacità economica di pagare i debiti, ossia di pagare senza avere una strozzatura dell’economia.
Attraverso i loro mezzi di informazione e i loro centri-studi, hanno convinto le popolazioni che il modo per diventare ricchi più rapidamente fosse quello di prendere in prestito denaro per acquistare immobili, azioni, obbligazioni e titoli di Stato, quando questi aumentavano di prezzo – essendo stati gonfiati dal credito bancario - e di revocare la tassazione progressiva della ricchezza imposta nel secolo scorso.
Per definire la questione in modo diretto, il risultato è sfociato in un sistema economico ciarpame. Lo scopo è quello di invalidare i controlli e i contrappesi pubblici, spostando il potere di pianificazione nelle mani dell’alta finanza, con la convinzione che questo si dimostra più efficiente della regolamentazione pubblica.
La pianificazione e l’imposizione delle tasse da parte dei governi vengono accusate di tracciare “la strada verso la schiavitù”, come se i “liberi mercati” controllati da banchieri, ai quali vengono concessi margini di azione sconsiderata e sprezzante, non fossero impostati su interessi particolari tali da risultare oligarchici e non democratici.
Ai governi si ingiunge di pagare debiti di salvataggio assunti non per difendere i propri paesi in uno stato di guerra come nel passato, ma a beneficio degli strati più ricchi della popolazione che trasferiscono le proprie perdite sui contribuenti.
La mancata considerazione delle richieste degli elettori pone i debiti nazionali risultanti su un terreno instabile politicamente e anche legalmente. I debiti imposti per decreto da governi o da agenzie finanziarie straniere a fronte di una decisa opposizione popolare possono essere solo di dimensioni ridotte, come quelli degli Asburgo e di altri despoti in epoche passate. In mancanza di una convalida popolare, questi debiti possono decadere insieme al regime che li ha contratti.
I nuovi governi dovrebbero agire democraticamente per subordinare il settore bancario e quello finanziario a porsi al servizio dell’economia, e non in modo contrario.
Intanto, dovrebbero imporre il pagamento delle imposte con la reintroduzione della tassazione progressiva dei patrimoni e delle rendite, spostando il carico fiscale sui redditieri ricchi di proprietà. La ri-regolamentazione del settore bancario e lo stabilire un’opzione pubblica per il credito e i servizi bancari potrebbero rinnovare il programma democratico e sociale che sembrava ben avviato un secolo fa.
L’Islanda e l’Argentina sono gli esempi più recenti, ma possiamo guardare indietro alla moratoria sui debiti di guerra interalleati e le riparazioni della Germania nel 1931 (*).
Sussiste un principio fondamentale, tanto matematico, quanto politico: i debiti che non possono essere ripagati, non lo saranno.


[1] James Steuart, Principles of Political Oeconomy (1767), p. 353.
[2] Richard Ehrenberg, Capital and Finance in the Age of the Renaissance (1928):44f., 33.
[3] Charles Wilson, England’s Apprenticeship: 1603-1763 (London: 1965):89.
[4] Sun Yat-Sen, The International Development of China (1922):231ff.






(*) I debiti interalleati e le riparazioni di guerra: Al termine della Prima guerra mondiale quasi tutti i paesi erano indebitati e molti di essi erano allo stesso tempo debitori e creditori. Gli Stati Uniti erano diventati il principale paese creditore, ma anche la Gran Bretagna vantava grossi crediti. Il debitore principale era la Francia, seguita dall’Italia e dal Belgio.
I paesi europei consideravano i debiti come una parte dello sforzo congiunto degli Alleati per vincere la guerra e suggerirono dapprima di annullarli e, poi, di ridefinirli o di collegarli al pagamento delle riparazioni dovute dai Tedeschi.
Gli Stati Uniti, invece, ritenevano i debiti solo una conseguenza della fornitura di beni e servizi e pretesero che fossero interamente onorati. Ma, con il tempo, si accorsero che ciò era impossibile, a causa dell’enormità del credito e furono obbligati a stipulare accordi con i paesi debitori.
Più complessa fu la questione del pagamento delle indennità di guerra, dovute quasi tutte dalla Germania, che si dissero “riparazioni” per sottolineare che si trattava di un risarcimento versato dai Tedeschi perché ritenuti responsabili della guerra. Il pagamento delle riparazioni contribuì ad accelerare l’inflazione tedesca e a far precipitare il valore del marco.
Ben presto la Germania non fu più in grado di far fronte ai propri impegni, ma gli Alleati non vollero concedere una moratoria. Ciò indusse a riesaminare la questione delle riparazioni. e nel 1924 la Commissione per le riparazioni approvò il cosiddetto “piano Dawes” (da Charles C. Dawes), che sostanzialmente riduceva l’ammontare delle annualità dovute dalla Germania, senza ritoccare il debito globale.
Dopo di allora i pagamenti furono regolari per alcuni anni, ma il meccanismo s’inceppò nella prima metà del 1929, quando i prestiti statunitensi furono drasticamente ridotti, cosa che indusse molte banche estere a ritirare i crediti a breve scadenza accordati ad imprese tedesche.
Un comitato diretto dall’uomo d’affari statunitense Owen D. Young preparò un nuovo piano, che prevedeva sia una riduzione del debito complessivo, sia un ridimensionamento delle annualità da pagare. Il “piano Young” ebbe breve vita, poiché era ormai iniziata la grande crisi.
Nel giugno del 1931 il presidente statunitense Herbert Hoover propose una moratoria dei debiti tedeschi, che in sostanza mise fine al pagamento delle riparazioni e dei debiti interalleati. [N. d. t.]