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giovedì 23 maggio 2013

Per fermare la crisi serve una rivolta

Fermare l'autolesionismo. Scendere in piazza. Rottamare i politici. Il sociologo Revelli: «Rischio di recessione infinita».


di Antonietta Demurtas da lettera43


La crisi economica è sempre più sociale. A testimoniarlo è il rapporto annuale 2013 La situazione del Paese firmato dall'Istat e incentrato sulla situazione economica delle famiglie, il cui potere d'acquisto ha registrato una caduta di «intensità eccezionale» (-4,8%). Che ha portato l'istituto di statistica a definire quella dal 2008 al 2012 la più forte riduzione dei consumi dagli Anni 90.
Una fotografia che secondo Marco Revelli, docente universitario di Scienza della politica, economista e sociologo, testimonia come l'Italia sia finita «in una spirale a scendere», dice a Lettera43.it, dove «non c'è un punto di rimbalzo se non lo determiniamo noi».
SERVE UNA NUOVA CLASSE POLITICA. Per riuscirci è però necessario ritornare all'economia reale, non a quella della finanza e delle banche «che sono la malattia, non la cura». Ma soprattutto «ci vorrebbe una classe politica nuova che viene da un altro mondo rispetto a quello che ha prodotto questi disastri».
Un allarme che il sociologo aveva già lanciato nel 2010 quando nel libro Poveri, noi raccontava come gli italiani fossero convinti di crescere quando invece il declino era in atto. E ora che l'Istat ne ha confermato la caduta libera, avverte: «Questa è una crisi sistemica e se non si interviene con una netta rottura del trend, la situazione potrà solo peggiorare».


DOMANDA. Che cosa l'ha colpita di più del rapporto dell'Istat?
RISPOSTA.
Il dato più sconvolgente è quello sulla deprivazione materiale che è cresciuto del 9% dal 2010 al 2012. Ci sono famiglie che non riescono più a mangiare adeguatamente, ad arrivare a fine mese e a sostenere una spesa extra.
D. Il 16,6% degli italiani non ha più accesso nemmeno a un pasto decente.
R.
E l'Istat ha rilevato che la quota è triplicata in soli due anni. Questo ci dà la misura dell'impatto della crisi.
D. Spagna e Grecia non sono poi così lontane?
R.
No, basta vedere i dati sull'occupazione. La riduzione del volume di ore di lavoro è inquietante.
D. Soprattutto nel Mezzogiorno: il tasso di disoccupazione supera il 17%, quasi 10 punti più che al Nord. L'eterno ritorno della questione meridionale?
R.
Sì, senza contare che il Meridione è in una condizione limite per quanto riguarda tutti gli indicatori di povertà. Nel Sud è concentrata la percentuale più alta di poveri. E non dal 2012, ma dal 2007, prima ancora che iniziasse la crisi.
D. Quando finirà?
R.
Il dato più inquietante è che questo rapporto dà l'impressione di una spirale a scendere perché esamina indicatori di disagio che si alimentano a vicenda.
D. Ci spieghi meglio.
R.
L'impoverimento della popolazione comporta un deterioramento delle sue condizioni di salute. Così come è destinato a deprimere i tassi di scolarizzazione, perché la riduzione di reddito delle famiglie comporta un disinvestimento nell'educazione dei figli. Fattore a sua volta strettamente correlato con il tasso di povertà, perché chi ha un basso titolo di studio tende a essere più povero o a impoverirsi più facilmente.
D. Nessuna crisi temporanea insomma?
R.
Non penso si possa intravedere un punto di rimbalzo in cui la curva inizi a salire. Questi dati danno l'impressione di una crisi sistemica e se non si interviene con una netta rottura del trend, la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente.
D. Dal 2010 si prevedeva un miglioramento, si sono sbagliati?
R.
Erano tutte balle, la fine del tunnel non la vede nessuno ed è impossibile da individuare dentro la dogmatica che guida gli orientamenti economici europei. È un meccanismo che non riguarda tanto la riduzione della spesa o il rigore di bilancio che pure pesano, ma i modi e i tempi del pagamento del debito pubblico.
D. Colpa del Fiscal compact?
R.
Questo comporta l'esborso di circa 50 miliardi all'anno solo per ricondurre la dimensione del nostro debito pubblico dentro la soglia del 60% del Pil in 20 anni. E si tratta di 50 miliardi di gettito sottratto agli investimenti, ai cittadini e trasferito al sistema finanziario globale. Oltre agli 80 miliardi di interessi sul debito pubblico che ogni anno dobbiamo pagare.
D. Ma come si può spezzare questa spirale?
R.
Credo siano due i pilastri. Il primo è una diversa filosofia socio-economica da parte delle istituzioni, a cominciare da quelle europee, che però finora hanno proposto solo formule retoriche e non politiche concrete.
D. Il secondo pilastro?
R.
Questo Paese avrebbe bisogno di una grande energia morale e politica. Risalire una china così pesante richiederebbe una ventata di entusiasmo o comunque la percezione di una discontinuità.
D. Una bella rottamazione?
R. Sì un nuovo inizio. Invece la nostra politica presenta la continuità con tutti i peggiori passati. È la riconciliazione con i nostri peggiori vizi.
D. Per esempio?
R.
Non si interroga mai su come spezzare il rapporto perverso tra la sfera finanziaria e l'economia reale.
D. Un rapporto parassitario?
R.
La finanza globale è una gigantesca spugna che assorbe le risorse prodotte dall'economia reale e le trasferisce all'economia di carta, anzi di bit. Una massa di ricchezza invisibile che ha continuato a far crescere le Borse. Le gigantesche iniezioni di liquidità che fanno gli Stati Uniti e il Giappone, vanno tutte a finire nel circuito finanziario.
D. Il solito falò delle vanità?
R.
Continuiamo a costruire bolle che poi regolarmente scoppiano in faccia alla povera gente.
D. Che ora non ha più alcuno strumento per difendersi?
R
. L'Italia aveva assorbito in modo non traumatico la crisi del 1929 perché era un Paese già di per sé povero e prevalentemente agricolo con un costume di coattiva sobrietà. Non aveva ancora vissuto l'ubriacatura del consumismo che ci fu dagli Anni 80 al 2000 e che ha fatto del consumo il tratto principale dell'identità e del legame sociale.
D. Per questo ora il calo dei consumi ha dimensioni così drammatiche?
R.
Sì perché abbiamo un crollo verticale delle identità individuali, familiari, dei ruoli, del sistema di relazioni. I cellulari, i capi firmati e la cura del benessere per anni hanno strutturato anche i sistemi di relazione. E nel momento in cui vengono meno lasciano gli individui assolutamente indifesi.
D. Come ha scritto nel suo libro la «modernizzazione è un piano inclinato verso la fragilità e l'arretratezza». Un processo di evoluzione che se si ferma produce involuzione?
R.
E macelleria sociale.
D. Quando ci sarà quella vera?
R.
L'unica minaccia che può smuovere i politici è che ci siano rivolte, moti di piazza. E per quanto possa sembrare una bestemmia, solo se ci fossero davvero potremmo dare una lettura ottimistica della crisi.
D. Perché?
R.
Perché vorrebbe dire che in questo Paese ci sono ancora delle energie. Se ci fosse una mobilitazione collettiva, magari anche controllata politicamente, seppure nelle forme non ortodosse delle manifestazioni di piazza, sarebbe comunque una voce.
D. Invece?
R.
Temo che questa crisi venga consumata nel privato delle famiglie, che si esprima in micro violenza inter-familiare, a partire da quella nei confronti delle donne, dei soggetti più deboli e dei migranti.
D. O contro se stessi.
R. Il fenomeno del suicidio per ragioni economiche è in scandalosa crescita rispetto al passato. C'è un incremento della violenza individuale non collettiva che diventa anche autolesionismo, depressione, malattia, apatia, disistima di sé, pena dei fallimenti individuali.
D. E il velo della vergogna nasconde tutto?
R.
È la forma peggiore, perché uccide il tessuto sociale, resta invisibile e non riesce a farsi ascoltare. Così chi governa continua a fare come se nulla fosse. Tanto anche se qualche milione di persone non va più a votare, loro si spartiscono i voti dei pochi che ci vanno.
D. Non si può spezzare questo silenzio?
R.
Le grandi macchine che permettevano di mettere insieme i tanti 'io' e trasformarli in un 'noi' sono a pezzi. La grande crisi del sindacato è evidente. Come quella dei partiti politici, che sino a qualche decennio fa organizzavano la protesta, erano in grado di analizzarla. Ma oggi sono del tutto inadeguati, non stanno più sul territorio, in mezzo alla gente.
D. Al loro posto oggi ci sono le mafie...
R.
È questa l'altra faccia della medaglia: le macchine occulte vanno a nozze in queste situazioni, si sostituiscono allo Stato, svolgono un surrogato di compito statale e tendono a peggiorare la situazione.
D. Non c'è nessuna speranza?
R.
Ci vorrebbe una classe politica che viene da un altro mondo rispetto a quello che ha prodotto questi disastri, che si sia formata fuori dalle mura di questa città corrotta.
D. La sua è una visione utopistica?
R. No. Per fortuna non siamo un Paese totalmente disfatto. Ci sono ancora delle strutture valide. Penso al ruolo svolto in questi anni dalla Fiom, compresa l'ultima manifestazione del 18 maggio: finalmente abbiamo avuto una piazza, un'occasione collettiva con una presa di posizione. E poi ci sono organizzazioni del volontariato che continuano a presidiare il territorio e monitorare il disagio.
D. Il vero stato sociale.
R.
Una supplenza dello Stato non solo per quanto riguarda l'aiuto dato alle famiglie, ma anche per le informazione che danno sul fenomeno. Non avremmo un profilo della povertà se non avessimo il rapporto annuale della Caritas.
D. Dovrebbero essere loro a governare il Paese?
R.
Basterebbe che i politici si sturassero le orecchie, invece tentano di fare le leggi per bloccare i colleghi e azioni anche peggiori.
D. Che cosa pensa delle prime proposte del governo in tema di lavoro?
R
. Ci sarebbe una mossa principe che avrebbero dovuto dare da tempo: siamo gli unici insieme con Grecia e Ungheria a non avere un reddito minimo garantito. Siamo solo tre su 27 Paesi dell'Unione europea e i risultati si vedono perché siamo quelli messi peggio.
D. Anche perché siamo senza un soldo.
R.
Per prosciugare l'intero bacino della povertà assoluta - sono circa 3,5 milioni di italiani - basterebbero 4,8 miliardi di euro. Una cifra consistente certo, ma non fuori dalla portata del nostro Paese.
D. Manca la volontà politica?
R.
E la cultura adeguata. Anche se in Europa, gli altri governi hanno un minimo di sensibilità, visto che c'è il reddito minimo garantito. Ma quando devono decidere per gli altri...
D. Non sono sensibili ai dati sulla povertà altrui?
R.
No. Lo sarebbero se questo mondo dolente sarebbe in grado di prendere con forza la parola, ma purtroppo come ho dovuto imparare, i poveri non fanno le rivoluzioni.
D. Perché hanno troppa fame per lottare?
R.
Perché sono deboli. Non hanno più niente. E le rivoluzioni le fanno quelli che hanno qualcosa da perdere.


domenica 20 maggio 2012

Contro la strategia della tensione, rivolta democratica



di Paolo Flores d'Arcais da Micromega

Non è vero che non abbiamo paura. Abbiamo paura eccome! Non aver paura sarebbe folle. Chi ha compiuto l’atroce e lurido crimine di Brindisi è convinto dell’impunità, altrimenti non avrebbe osato un delitto talmente esecrando ed esecrato (perfino dalla criminalità comune) che, se scoperto, promette il linciaggio in carcere. Chi ha compiuto l’orrore sa di avere spalle coperte, copertissime. E’ certo di far parte di una potentissima “strategia della tensione”, informale o formale che sia. Abbiamo paura e rabbia, un’infinita e democratica rabbia. Vogliamo trasformare entrambe in azione politica di democratica rivolta.

In Italia orrori di così ributtante cinismo li abbiamo già visti troppe volte: nell’immediato dopoguerra, quando a Portella della Ginestra si vuole terrorizzare il movimento sindacale e la speranza/incubo (dipende per chi) di un domani “rosso”. Negli anni successivi al ’69, da piazza Fontana a Milano a piazza della Loggia a Brescia, la strage è di Stato, un intreccio di criminali neofascisti, mafie, servizi deviati (e politici di riferimento), con cui i settori eversivi (molto ampli) dell’establishment (non solo politico) esorcizzano nel sangue il timore di un rinnovamento democratico sull’onda lunga del sessantotto studentesco e operaio. Nel ’91-’93 le stragi sono il volto osceno di una trattativa tra mafie e establishment (soprattutto politico, ma non solo) per paralizzare nel sangue, una volta di più, un rinnovamento democratico che il tracollo del Caf fa avvertire plausibile e prossimo. Poi il quasi ventennio berlusconiano, regime in cui i settori eversivi (molto ampli) dell’establishment vanno direttamente al governo e la strategia della tensione e delle stragi sarebbe autolesionista.

Ora la strategia della tensione è tornata, strategia di morte puntuale come la morte, perché le macerie cui il berlusconismo ha ridotto il paese, e la mancanza di un’alternativa parlamentare (l’opposizione Pd invischiata fino al midollo in due decenni di inciuci e leggi bipartisan contro la legalità), hanno portato la fiducia dei cittadini nei partiti (complessivamente presi!) ad un comatoso quattro per cento. E perciò da questa crisi verticale potrebbe uscire come soluzione anche un rinnovamento vero della democrazia italiana, la realizzazione della Costituzione anziché il suo affossamento (la parola “crisi” in cinese è composta da due ideogrammi, “pericolo” e “opportunità”, che in politica equivale a speranza).

Non ha senso azzardare chi specificamente abbia realizzato l’infame attentato di Brindisi, ma sarebbe assurdo non dire quello che anche un bambino capisce: la paura di una soluzione democratica della crisi alle prossime elezioni, con una maggioranza in cui una presenza massiccia di società civile garantisca la fine del berlusconismo e dello spadroneggiare delle illegalità di ogni risma, costituisce un incubo incombente e immediato per i mille strapoteri che sulla illegalità lucrano e metastatizzano. Da esorcizzare, una volta di più, nel sangue di cittadini innocenti: dall’impudenza di colpire le due personalità più scortate del paese (Falcone e Borsellino) a quella di uccidere ragazze adolescenti che entrano a scuola. E’ l’impudenza illimitata di chi pensa che detterà sempre e comunque le proprie condizioni, e può spingersi perciò a qualsiasi orrore perché non pagherà mai.

Perché nessuno ha pagato, per tutto il sangue del dopoguerra. Tranne qualche pesce piccolo, qualche “scartina”. Gli assi, i re, i jolly di questo mostruoso “gioco al massacro” sono sempre restati e restano più che mai i padroni del tavolo. Riveriti, anzi. Omaggiati. Chiamati in mille interviste e porte a porte a fare gli oracoli su come combattere il potere illegale ed eversivo che essi stessi sono. Che sia iniziata una “seconda trattativa” perché l’Italia delle ingiustizie conosca come unico rinnovamento possibile quello del gattopardo, è l’ipotesi che razionalità e storia impongono. Saremo felici se dovremo riconoscere di esserci sbagliati, e che si tratti di un crimine orrendo ma senza “santi in paradiso”. Ma troppe volte abbiamo visto in questi decenni che solo i depistaggi di establishment hanno – anche molto a lungo, purtroppo – consentito versioni del genere.

Oltre all’impegno per smascherare ogni depistaggio (che si realizza per atti ma anche per omissioni) da parte di ciò che resta in Italia di giornalismo degno del nome, e che si spera avrà un sussulto anche al di là di quel paio e poco più di testate che il giornalismo già onorano, urgentissima è la necessità di una risposta democratica di massa. Nessun rituale “unitario” però: è davvero mera retorica, anche qualora sincera, pretendere di “unire tutti gli italiani”, quando se si vuole unire il 90% (si spera che tanti siano gli italiani onesti) bisogna voler combattere senza infingimenti e senza compromessi, con intransigente “tolleranza zero”, quel restante 10% di intreccio affaristico/politico/istituzional-deviato/criminale.

Il che significa una grande manifestazione di massa, subito, sabato prossimo a Roma, da affidare – per le decisioni su chi parlerà – a una figura incontestabile come don Luigi Ciotti, e che imponga al governo pochi e non negoziabili misure: dall’abrogazione di tutte le leggi ad personam alla reintroduzione con pene “americane” del falso in bilancio e della falsa testimonianza, all’introduzione (sempre con pene “americane”) di quello di “ostruzione di giustizia e alle altre misure che tutti conoscono e troppi nell’establishment (anche non “colluso”) non vogliono realizzare per una affinità di classe che di fronte alla barbarie di Brindisi non è più tollerabile.

Vedremo allora alla prova dei fatti chi vuole liberare l’Italia e chi ha scelto invece la convivenza con i “mostri” della continuità del potere.


giovedì 10 maggio 2012

Un mondo in rivolta o una nuova epoca oscura?





 di Noam Chomsky da tomdispatch.com via ComeDonChisciotte

Storia di una economia americana in declino


Il movimento “Occupy” è stato qualcosa di estremamente emozionante. Senza precedenti, veramente. Non c'è mai stato niente di simile che mi venga in mente. Se tutti i contatti e le associazioni che ha stabilito riusciranno a sopravvivere anche durante il lungo periodo oscuro che ci aspetta – perché la vittoria non arriverà presto - potrebbe rivelarsi un vero momento significativo nella storia americana.

Il fatto è che il movimento “Occupy” non ha precedenti con cui essere confrontato. Dopo tutto, questa è un'epoca senza precedenti ed è stato così dal 1970, anno che segnò un importante punto di svolta nella storia americana. Per secoli, dalla nascita del paese, c’era stata una società in continuo sviluppo, anche se non sempre in modo molto piacevole. Ma questa è un'altra storia: normalmente il progresso portava verso la ricchezza, l'industrializzazione, lo sviluppo e la speranza. C'era un'aspettativa abbastanza regolare che si potesse continuare così. Questo era vero anche nei periodi più neri.


Sono solo abbastanza vecchio da ricordare la Grande Depressione. Dopo i primi anni, nella seconda parte degli anni ‘30 - anche se la situazione era oggettivamente molto più dura di quanto lo sia oggi - comunque, lo spirito era ben diverso. C'era la sensazione che "ne stiamo per uscire," anche tra i disoccupati, tra cui un sacco di miei parenti, una sensazione che "andrà meglio".

C'era un sindacato militante che organizzava manifestazioni, soprattutto, contro il CIO (Congresso delle Organizzazioni Industriali). Arrivò al punto di fare scioperi bianchi, quelli che fanno paura al mondo degli affari – oggi si può leggere sulla stampa economica del tempo - perché uno sciopero bianco (in sit-down) porta solo ad un passo dal prendere la fabbrica e gestirla da soli. L'idea dei lavoratori che prendono direttamente la responsabilità della fabbrica è qualcosa che, per inciso, è all'ordine del giorno ancora oggi, e dovremmo tenerlo a mente. Anche le leggi sul New Deal stavano cominciando a tener conto della pressione popolare. Nonostante i tempi duri, c'era la sensazione che, in qualche modo,
"ne stiamo per uscire".

Adesso è molto differente. Per molte persone negli Stati Uniti, è come se si fosse persa la speranza, a volte è vera disperazione. Penso che questo sentimento sia del tutto nuovo nella storia americana. E c’è una base oggettiva.


La classe operaia


Nel 1930, i lavoratori disoccupati si aspettavano che il lavoro sarebbe tornato. Se oggi sei un lavoratore del settore manifatturiero - dove il livello di disoccupazione è pressoché allo stesso livello del periodo della depressione - le ultime stime dicono che i posti già persi non ritorneranno.


Il cambiamento è cominciato nel 1970, per tanti motivi. Uno dei fattori più importanti, principalmente secondo lo storico dell'economia Robert Brenner, è stato la
caduta del tasso di rendimento nel settore manifatturiero. Ma ci sono stati altri fattori che hanno portato a grandi cambiamenti nell'economia. Un capovolgimento delle conquiste di parecchie centinaia di anni di progresso che sono andati verso l'industrializzazione e lo sviluppo che si sono trasformati in un processo di de-industrializzazione e de-sviluppo. Naturalmente, la produzione manifatturiera ha continuato oltreoceano ad essere molto redditizia, ma non per la forza lavoro.

Insieme a questo cambiamento è arrivato anche un significativo spostamento dell'economia dalle imprese produttive (quelle che producono i beni di cui la gente ha bisogno o che potrebbero essere utili) alla speculazione finanziaria. La finanziarizzazione dell'economia è cominciata in quel momento.


Le banche


Prima del 1970, le banche facevano le banche. Facevano quello che le banche dovevano fare in un'economia di Stato capitalista: Prendevano i soldi non utilizzati dal vostro conto bancario, per esempio, e li trasferivano per qualche motivo potenzialmente utile, come aiutare una famiglia a comprare una casa o a mandare un bambino a scuola. Questo è cambiato drasticamente nel 1970. Fino ad allora, dopo la Grande Depressione non c’erano state altre crisi finanziarie. Gli anni 1950 e 1960 erano stati un periodo di enorme crescita, il più alto nella storia americana, forse nella storia di tutta l’ economia.


Ed era una crescita egualitaria. I redditi più bassi crescevano in proporzione quanto quelli più alti. Un sacco di persone raggiunse uno stile di vita ragionevole - quello stile che qui si chiama
"classe media" e "classe operaia" in altri paesi, e questo era un livello di vita reale. E negli anni '60 lo sviluppo si è accelerato. L'attivismo di quegli anni, dopo un decennio abbastanza triste, ha davvero reso più civile il paese in molti comportamenti che poi si sono consolidati.

Quando è arrivato il 1970, ci sono stati cambiamenti improvvisi e penetranti: la de-industrializzazione, il decentramento della produzione, e il movimento dei capitali verso le istituzioni finanziarie sono cresciuti enormemente. Devo dire che, negli anni 1950 e 1960, c'era stato anche lo sviluppo di quello che alcuni decenni più tardi sarebbe diventata
l'economia high-tech: computer, Internet, la rivoluzione informatica si svilupparono particolarmente nel settore statale.

Gli sviluppi che sono cominciati nel corso degli anni ‘70 hanno messo in moto
un circolo vizioso. Hanno portato alla concentrazione della ricchezza sempre più nelle mani del settore finanziario. Questo non è un beneficio per l'economia perché danneggia anche la società avendo portato ad una concentrazione enorme di ricchezza.

Politica e soldi


Concentrazione di rendimenti della ricchezza, concentrazione del potere politico.

E la concentrazione del potere politico dà luogo a una legislazione che favorisce e accelera il ciclo. La normativa, essenzialmente bipartisan, guida verso nuove politiche fiscali e cambiamenti fiscali, quanto le regole di una governance corporativa e di una deregolamentazione. Contemporaneamente a questo è si è verificato un forte aumento delle spese per le elezioni, che hanno condotto i partiti politici ancora più profondamente nelle tasche del settore finanziario.

I partiti si sono dissolti in tanti modi. Una volta era consuetudine che se c’era un posto da assegnare al Congresso o come un presidente di commissione, questo veniva assegnato principalmente in base all’età o all’anzianità di servizio. Nel giro di un paio di anni, si è cominciato a dover mettere i soldi nelle casse del partito per poter andare avanti (tema studiato principalmente da Tom Ferguson). E’ questo fatto che ha portato l'intero sistema ancora più profondamente nelle tasche delle imprese corporative. (sempre più del settore finanziario).


Questa spirale ha determinato una tremenda concentrazione di ricchezza, soprattutto nella percentuale
Top Ten della popolazione. Nel frattempo, è cominciato un periodo di stagnazione o addirittura di degrado per la maggior parte della popolazione. La gente andava avanti, ma ricorrendo ad altri mezzi come lavorare più ore, pagando tassi più alti per prestiti e debiti e dipendendo sempre più dagli assets inflazionistici, come nella recente bolla immobiliare. Ben presto le ore di lavoro divennero molte di più negli Stati Uniti che in altri paesi industrializzati come il Giappone e altri paesi europei. Quindi ci fu un periodo di stagnazione e declino per la maggior parte della popolazione ed un periodo di forte concentrazione della ricchezza. Il sistema politico ha cominciato a dissolversi.

C'è sempre stato un divario tra politica e volontà popolare, ma a questo punto crebbe in modo astronomico e se ne vedono gli effetti adesso. Date un'occhiata al grande tema di Washington, su cui tutti si concentrano: il deficit. Per la popolazione, giustamente, il deficit non è considerato molto più di un problema. E non è davvero un grosso problema. Il problema è la disoccupazione. C'è una
commissione deficit, ma nessuna commissione disoccupazione. Per quanto riguarda il deficit la popolazione ha qualche idea. Guardate i sondaggi. La gente chiede senza dubbi maggiori imposte sui ricchi, che sono diminuiti drasticamente in questo periodo di stagnazione e di declino, e la conservazione delle limitate prestazioni sociali.

L'esito della commissione deficit è destinato probabilmente a chiedere tutto il contrario. I movimenti “occupy” potrebbero fornire una base popolare per
cercare di evitare quello che equivale ad un pugnale puntato al cuore del paese.

La Plutonomia e il precariato


Per la popolazione, il 99% nell'immaginario del movimento Occupy, è stata abbastanza dura, ma potrebbe peggiorare. Questo potrebbe essere un periodo di declino irreversibile. Per l'1% e ancor meno, lo 0,1% - questo sarebbe solo un bene: si tratta dei più ricchi che mai sono stati più potenti di oggi e hanno il controllo del sistema politico, potendosene fregare della popolazione. E se riescono a continuare così …. perché no?


Prendiamo, ad esempio, Citigroup. Per decenni, Citigroup è stata una delle grandi società di investimenti bancari più corrotte, più volte è stata salvata dai contribuenti, a partire dai primi anni di Reagan e ora è stata salvata ancora una volta. Malgrado tutto non verrà perseguita per corruzione. E’ abbastanza sbalorditivo.


Nel 2005, Citigroup ha pubblicato una brochure per gli investitori chiamata "Plutonomy: Luxury Buying. Una spiegazione sugli squilibri globali." Invitava gli investitori a mettere i soldi in un -" indice plutonomy ". L'opuscolo diceva: "Il mondo si sta dividendo in due blocchi: "La Plutonomy e il resto".


Plutonomy si rivolgeva ai ricchi, coloro che comprano beni di lusso e altro, ed è lì che nasce la cosa. Scrivevano nell’opuscolo che
il loro indice plutonomy spiegava il modo per aver una super-performance dal mercato azionario. Per il resto, gli altri “che vadano a fondo !”. A noi in realtà non ci importa niente di loro. Non ne abbiamo veramente bisogno. Se esistono, servono solo per farci avere uno stato più potente, che ci protegga e ci tiri fuori quando arriveranno i guai, ma a parte questo, in sostanza, non hanno nessuna funzione. A volte li hanno chiamati il "precariato", persone che vivono un'esistenza precaria alla periferia della società. Solo che non vivono più solo alla periferia. Stanno diventando una parte molto consistente della società negli Stati Uniti e anche altrove. E questo è considerato una buona cosa.

Così, per esempio, il Presidente della Fed Alan Greenspan, quando era ancora "Saint Alan" - salutato dai professionisti dell'economia come uno dei più grandi economisti di tutti i tempi (questo era prima dell'incidente di cui fu principalmente responsabile) - è intervenuto al Congresso negli anni di Clinton, e ha spiegato le meraviglie della grande economia che stava diffondendo. Parlò molto del successo che stava ottenendo, basato sostanzialmente su quello che lui chiamava "crescente insicurezza dei lavoratori".
Se le persone che lavorano non sono sicure, se sono parte del precariato, se vivono esistenze precarie, non faranno richieste, non chiederanno di ottenere migliori salari e non avranno ”benefit” migliori. Potremo cacciarli, se non ne abbiamo bisogno. E questo è quello che si chiama una "sana" economia, tecnicamente parlando. Ed è stato molto lodato per questo, molto apprezzato da molti.

Così il mondo è ora ben diviso in plutonomy e precariato - nell'immaginario di Occupy : 1% e 99%. Non numeri sterili ma una immagine concreta. Ora, la plutonomy è dove le cose vanno già così e dove possono continuare ad andare così.


Se funziona, questa inversione storica che ha avuto inizio nel 1970, potrebbe diventare irreversibile. Ecco dove stiamo andando: e il movimento” Occupy Wall Street” è la prima vera, importante, reazione popolare che potrebbe evitarlo. Ma bisognerà convincersi che si tratta di una lotta lunga e dura. Non si vincerà domani. Bisogna mettere le fondamenta che dovranno essere il punto di appoggio per superare tanti momenti duri, prima di vincere importanti battaglie. Ci sono un sacco di cose che si possono fare.


Verso il Takeover dei lavoratori


Ho accennato prima che, nel 1930, una delle azioni più efficaci fu lo sciopero bianco. E la ragione è semplice: questo è un vero passo verso la presa di possesso di un’industria.


Attraverso gli anni 1970, quando il declino stava assestandosi, accaddero alcuni eventi importanti. Nel 1977, la “US Steel “ decise di chiudere uno dei suoi principali stabilimenti a Youngstown, in Ohio. Invece di andarsene i lavoratori e la comunità decisero di mettersi insieme e acquistare la società, per farsela consegnare e trasformarla in una struttura gestita dai lavoratori. Non ce la fecero. Ma con un maggior sostegno popolare, avrebbero potuto riuscirci. E' un argomento che Gar Alperovitz e Staughton Lynd, avvocati dei lavoratori e della comunità, hanno commentato dettagliatamente.


Ma è stata una vittoria parziale, anche se hanno perso, infatti diede spunto ad altre iniziative. Ed ora, in tutto l’Ohio, e in altri luoghi, ci sono centinaia, forse migliaia, di industrie non-così-piccole di proprietà di lavoratori e comunità che potrebbero cominciare ad essere gestite direttamente dai lavoratori. Questa è la base per una vera e propria rivoluzione. Ecco come funziona.


In uno dei sobborghi di Boston, circa un anno fa, è accaduto qualcosa di simile. Una multinazionale ha deciso di chiudere un'azienda in attivo per cominciare a produrre high-tech. Evidentemente, l’azienda era semplicemente considerata non abbastanza redditizia. I lavoratori e il sindacato si sono offerti di acquistarla, prenderne il controllo, e gestirla essi stessi. La multinazionale ha deciso di chiudere lo stesso, probabilmente per ribadire una coscienza di classe (quella del padrone). Non credo che si voglia che accadano cose come questa. Se ci fosse stato un sufficiente sostegno popolare, se ci fosse stato qualcosa di simile al movimento “Occupy” ad essere coinvolto, forse ci sarebbero riusciti.


E ci sono altre cose che vanno avanti così. In effetti, alcune sono importanti. Non molto tempo fa, il presidente Barack Obama si occupò dell'industria automobilistica, che era sostanzialmente di proprietà pubblica. C'era una serie di cose che avrebbero potuto essere fatte. Una era quella che è stata fatta: ricostituirla in modo che potesse essere riconsegnata alla proprietà, o ad una proprietà molto simile, e continuare nel suo percorso tradizionale.


L'altra possibilità era quella di consegnarla ai suoi lavoratori – che ne avevano, comunque, il possesso - per trasformarla in un importante sistema industriale gestito dai lavoratori per rappresentare una grande parte dell'economia, che produce cose di cui la gente ha bisogno. E ci sono un sacco di cui beni di cui abbiamo bisogno.


Sappiamo tutti o dovremmo saperlo che gli Stati Uniti sono molto indietro, a livello mondiale, nel trasporto ad alta velocità, e questo è molto grave. Non solo per la vita delle persone, ma per l'economia. A tale proposito, racconto una storia personale. Mi è capitato di andare a tenere alcune conferenze in Francia, un paio di mesi fa, e ho dovuto prendere un treno da Avignone, nel sud della Francia per l’aeroporto Charles De Gaulle, a Parigi, la stessa distanza da Washington, DC, a Boston. Ci sono volute due ore. Non so se avete mai preso il treno da Washington a Boston. Funzionava alla stessa velocità di 60 anni fa, quando mia moglie ed io l’abbiamo preso l’ultima volta. E 'uno scandalo.


Poteva essere fatto anche qui come è stato fatto in Europa. Avrebbero avuto la capacità di farlo e la forza lavoro qualificata. Ci sarebbe voluto un piccolo supporto della popolazione, ma avrebbe potuto portare un grande cambiamento nell'economia.


Giusto per rendere la cosa più surreale, appena scartata questa opzione, l'amministrazione Obama ha mandato il suo segretario ai trasporti in Spagna per firmare contratti per lo sviluppo di treni ad alta velocità negli Stati Uniti, cosa che avrebbe potuto essere fatta anche dalle aziende della cintura dell’acciaio, che è stata chiusa. Non ci sono ragioni economiche per cui queste cose non si fanno. Queste sono ragioni di classe, e si verificano per la mancanza di mobilitazione politica popolare. Cose come queste si ripetono.


Cambiamenti climatici e armi nucleari


Mi sono tenuto a questioni di politica interna, ma ci sono due pericolosi sviluppi in atto sulla scena internazionale, che sono come un’ ombra che incombe su tutto quello che abbiamo discusso. Ci sono, per la prima volta nella storia umana, minacce reali per una sopravvivenza dignitosa delle specie.


Una si aggira dal 1945. Si tratta di una specie di miracolo da cui siamo sfuggiti. E’ la minaccia della guerra nucleare e delle armi nucleari. Anche se non se ne parla molto, questa minaccia è realmente aumentata con le politiche di questa amministrazione e dei suoi alleati. E qualcosa deve essere fatto o saremo nei guai.


L'altra, naturalmente, è una catastrofe ambientale. Praticamente in tutti i paesi del mondo si stanno facendo almeno i primi passi per cercare di fare qualcosa a riguardo.
Gli Stati Uniti stanno invece adottando misure, in particolare per accrescere la minaccia. E ' l'unico grande paese che non solo non fa qualcosa di costruttivo per proteggere l'ambiente ma non vuole nemmeno salire sul treno. In un certo senso, lo spinge indietro.

E questo è collegato a un enorme sistema propagandistico, orgogliosamente e apertamente dichiarato dal mondo imprenditoriale, per cercare di convincere la gente che il cambiamento climatico è solo un falso allarme dei liberali.
"Perché prestare attenzione a questi scienziati?"

Stiamo davvero regredendo, tornando a tempi oscuri. Non è uno scherzo. E se questo sta accadendo nel paese più potente, più ricco nella storia, allora questa catastrofe non è abbastanza compresa dalla gente - e in una generazione o due, qualsiasi altro argomento di cui stiamo parlando non avrà nessuna importanza.


Qualcosa deve essere fatto a questo proposito molto presto, nel modo giusto e supportato sufficientemente.

Non sarà facile procedere. Ci saranno ostacoli, difficoltà, disagi, fallimenti. E' inevitabile. Ma se lo spirito dello scorso anno, sia qui che nel resto del mondo, non continuerà a crescere per diventare una forza importante nella società e nella politica, le probabilità di un futuro dignitoso non sono molte.

Noam Chomsky è Institute Professor (in pensione) al MIT. E’ autore di molti libri e articoli su questioni internazionali e socio-politiche, e da lungo tempo partecipa ai movimenti di attivisti. I suoi libri più recenti: 9-11: 10th Anniversary Edition, Failed States, What We Say Goes (with David Barsamian), Hegemony or Survival, and the Essential Chomsky. 



domenica 22 gennaio 2012

La verità sul movimento dei forconi

da Informareperesistere

Questo articolo è per spiegare la mia posizione sul movimento dei forconi.Ho avuto bisogno di una presenza assidua nei punti di blocco e tre giorni di dialogo continuo con la gente presente ai caselli per farmi un’idea precisa di quello che sta succedendo e tutt’ora la mia conclusione può essere esposta esclusivamente a livello personale, per non creare conflitti in futuro con tutta la strumentalizzazione che stanno compiendo i media e per quello che rappresenta il lavoro di Lo Sai.Quello che ho visto dall’inizio dell’organizzazione della protesta, nell’assemblea di Catania dove ha partecipato anche il presidente del Palermo Calcio Maurizio Zamparini col famosissimo intervento contro Banche, moneta debito, Monti e media ( http://www.youtube.com/watch?v=7FF9_JTYQaA ), ad oggi è riassumibile in 2 fasi. Nella prima il blocco è stato organizzato dalla massiccia presenza degli autotrasportatori in genere che hanno orchestrato dei blocchi sicuramente d’effetto e di evidente impatto sulla regione. Nella seconda fase, dal secondo giorno in poi, quello che è successo ha quasi dell’incredibile. Si è sviluppato una notevole presenza di ragazzi e padri di famiglia che hanno accompagnato la protesta, come i forconi in maniera pacifica, per tutta la nottata di Giovedì e Venerdì. Il numero dei presenti estranei al movimento e coesi alla protesta nella serata di Venerdì è arrivato a pareggiare il numero di autotrasportatori, tanto che al casello di S.Gregorio di Catania si è notata una massa di gente mista, che non portava né bandiere né colori, nessuno slogan ma un unica voce… Adesso Basta! Dobbiamo camminare uniti e coesi a sostegno dei nostri diritti e contro le manovre bancarie che stanno schiacciando il paese. Si è vista una massiccia presenza di gente che era consapevole del problema della moneta debito e che era cosciente della soluzione che lo statuto siciliano può portare. In molti si erano informati via facebook tramite le pagine Lo Sai e Informare per Resistere.Nei giorni precedenti la mia presenza insieme a quella dei ragazzi di Lo sai siciliani ha provato a capire le motivazioni di questo blocco, aprendo più volte un dialogo con gli autotrasportatori. Le loro proteste sono per lo più legate alla forte tassazione di benzina e dei diritti degli autotrasportatori che per interrompere questo inizio anno davvero pesante e con una prospettiva futura ancora più nera, chiedevano e chiedono l’applicazione dello statuto Siciliano. Questo per evitare una tassazione così massiccia e per dar forza ad un regolamento regionale che dimezzerebbe teoricamente tutte le spese che i lavoratori stanno subendo e che hanno portato ad una situazione di grave pressione e fame… Il movimento è stato boicottato da tutti i tg nazionali e da molti regionali, nessuno ne parlava. E quando hanno iniziato a parlarne strumentalizzavano le notizie in modo da far pensare ad una manipolazione di Forza Nuova e Mafia. Adesso io non so se all’origine ci sia stata questa manipolazione, quello che so e che ho visto che le richieste dei trasportatori sono sacrosante e vanno a richiedere quello statuto che potrebbe liberare dalla pressione fiscale e dal debito tutta la regione. Non ho visto bustarelle, non ho visto pressione ai commercianti che volevano aprire la propria attività, non ho visto bandiere o striscioni o ragazzi di forza nuova per tutto il periodo e la mia presenza nei punti strategici dei blocchi. Ma allora perchè boicottare in questa maniera la manifestazione? Io posso solo immaginare il perchè del volere di boicottare questa manifestazione, ma la censura mediatica ha più motivo di esistere nella seconda fase e nei giorni successivi del blocco… Questo perchè la massiccia presenza dei non autotrasportatori, e dei raggazzi che hanno partecipato ai blocchi era una massa a me anomala in quanto a consapevolezza. Mi sono davvero stupito del fatto che la maggior parte della gente era consapevole di dover protestare per l’attuazione dello statuto al fine di far uscire l’intera regione dalla morsa del debito pubblico e dalla pressione schiavista della BCE. E in che modo? Vi voglio dare alcune notizie su questo statuto… L’Autonomia speciale è quella particolare forma di governo della Regione che fu concessa il 15 maggio 1946 alla Sicilia da re Umberto II di Savoia, disciplinata da uno Statuto speciale (art. 116 della Costituzione Italiana), che la ha dotata di una ampia autonomia politica, legislativa, amministrativa e finanziaria.

Grazie allo Statuto autonomistico, la Regione Siciliana ha competenza esclusiva (cioè le leggi statali non hanno vigore nell’isola), su una serie di materie, tra cui beni culturali, agricoltura, pesca, enti locali, territorio, turismo, polizia forestale[1]. Ogni modifica allo Statuto, trattandosi di legge costituzionale, è sottoposta alla cosiddetta procedura aggravata, cioè a una doppia approvazione, a maggioranza qualificata, da parte delle Camere.

Per quanto riguarda la materia fiscale, la totalità delle imposte riscosse in Sicilia, ai sensi degli articoli 36 e seguenti del proprio Statuto (Legge Costituzionale n.2 del 26 febbraio 1948), è dotata di completa autonomia finanziaria e fiscale.

Ma che significa questa ultima frase? Per non annoiarvi troppo suggerisco di andarvi a leggere in toto lo statuto e per comprendere bene la sue funzioni sarebbe utile approfondire tramite le relazioni del prof. Massimo Costa docente universitario e costituzionalista dell’Università di Palermo. Adesso citerò, a mio parere, il punto principale che potrebbe cambiare quell’autonomia finanziaria che tanto ci preme. L’Articolo 41 cita testualmente: 41. Il Governo della Regione ha facoltà di emettere prestiti interni.

L’attuazione di questo statuto a cosa porterebbe? Vi aiuterò a capire meglio la questione sulle riflessioni, appunto del prof.Costa:

La Banca Centrale Regionale sarà totalmente pubblica, con un capitale diviso a metà tra la Regione e i Comuni, con diritto di voto proporzionale al numero degli abitanti ed al prodotto interno lordo, ed emetterà la totalità della moneta spettante alla Sicilia, sia metallica, sia cartacea, sia bancaria. Tutti i proventi dell’emissione monetaria, fissata nei limiti decisi dalle autorità monetarie italiane e, pertanto, ad oggi europee, sono attribuiti direttamente alla Regione, così come le eventuali eccedenze di riserve auree e valutarie. Una quota delle eventuali eccedenze potrà essere riservata ad emissioni monetarie di pregio con funzioni specifiche di riserva di valore, ad alto valore numismatico. La moneta bancaria è emessa integralmente dalla Banca Centrale e poi prestata, anche a interesse puramente simbolico, alle banche private (la riserva frazionaria è dunque posta pari al 100 %) o accreditata direttamente alla Regione, tolte le spese della Banca Centrale ed una congrua quota di accantonamento. Anche la moneta cartacea non è “prestata” alla Regione ma direttamente accreditata alla stessa come sopra.

La Banca Centrale Regionale emetterà, sotto forma di prestito interno infruttifero, anche una moneta complementare regionale avente valore legale solo per le transazioni interne all’isola, accreditando i relativi benefici al 50 % alla Regione ed al 50 % alle persone in condizione non lavorativa quale “reddito di cittadinanza” (minori, studenti universitari, casalinghe, disoccupati, pensionati).

Alla luce di queste analisi suggerirei vivamente a tutta la popolazione siciliana di unirsi alla protesta ai fini di pressare per l’attuazione dello statuto e smetterla di lamentarsi per la mancanza di benzina o alimenti.. In quanto, da qui a poco, questa mancanza potrebbe rivelarsi non indotta dalla protesta ma un reale pericolo che rifletterebbe la situazione Greca che si è venuta a creare all’interno del palcoscenico europeo.Piuttosto che chiedersi chi sta dietro alla protesta sarebbe molto più utile chiedersi dove cazzo sono gli altri movimenti e schieramenti politici regionali che non stanno accompagnando questa richiesta d’aiuto popolare con la soluzione in mano. E’ stato più volte detto che la protesta non vuole ne bandiere ne colori, ma vedere che la gente resta a casa perché non accompagnata dalla propria bandiera è assai più sconfortante e evince la totale mancanza di personalità e carattere di tutta la cittadinanza. Soprattutto alla luce dell’unione a gran voce di tante città italiane che stanno occupando i caselli di tutto il territorio nazionale… Siciliani sarebbe ora di svegliarsi o ORA O MAI PIU’!!

Santo YesMan