sabato 25 ottobre 2008

SOTTO L'EGìDA DI GELMINI

Le cifre sono queste, non si discute. Perchè, molti si chiedono, si vuol rovinare una delle poche cose (la scuola elementare) che funzionano in Italia? La risposta secondo me è semplice: chi riunisce in sé grettezza, incompetenza e cattiva coscienza, non può che comportarsi così. Facciamo cassa con la scuola, avranno pensato, tanto alla Confindustria la scuola non serve, e poi comunque la privatizziamo.
All'italiano medio, a sentire i sondaggi, sembra che importi solo del grembiulino e del decisionismo muscolare: se è vero, l'italiano medio come al solito non ha capito niente e il suo abbrutimento non ha confini.
Una cosa non mi va giù dell'Università, cifre a parte: i baroni. L'Università, come tutti settori della nostra amministrazione, è lo specchio di una società nepotistica e mafiosetta. La casta è anche la casta dei docenti universitari, non c'è dubbio, e il fatto che a Bari il 50% dei professori abbia lo stesso cognome la dice lunga. Queste cose mi irritano profondamente e sono le uniche cose che ultimamente mi inducono a scrivere. Se fossimo un paese civile faremmo di tutto perchè uno diventi ricercatore o docente universitario per i suoi meriti scientifici e didattici (possibilmente prima dei 60 anni, e in ogni caso senza essere ritenuto intoccabile), e non perchè figlio di quel professore o affiliato di quel partito.
Le Università, la ricerca, i docenti, dovrebbero per forza di cose essere sottoposti a criteri di verifica. Da noi, però, una cosa apparentemente così semplice pare impossibile. È un discorso complicato, alla cui radice sta il sistema Italia, un guazzabuglio verminoso e inestricabile. Un mio amico dice che tutto cambierà  quando rimarrà solo la polvere.





L'OCSE SBUGIARDA LA GELMINI: OTTIMA LA SCUOLA ELENTARE
dal sito No alla Gelmini!

Per fortuna che c’è l’Ocse. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo sbugiarda il maestro unico della Gelmini. La scuola elementare italiana è una delle migliori al mondo, sostiene il rapporto che rapporta i paesi del mondo. Il problema? Non la disciplina, ma i bassi stipendi degli insegnanti.
L’Italia investe più della media Ocse negli alunni delle elementari ma perde poi terreno a livello di studi secondari e finisce nelle retrovie per le spese in licei e università. Alla boa dei 15 anni, gli studenti italiani si ritrovano così svantaggiati rispetto ai pari-età Ocse soprattutto nelle materie scientifiche e il loro rendimento misurato dall’indice P.i.s.a. È nettamente inferiore alle media ocse, a 475 punti contro i 500 della media e i 563 dei primi della classe, i finlandesi. Sono queste alcune delle conclusioni del rapporto sulla scuola pubblicato a Parigi dall’Ocse.
Secondo i dati dell’organizzazione di Parigi, l’Italia spende 6.835 dollari per ogni suo alunno del ciclo primario contro una media Ocse di 6.252 dollari. A livello secondario il vantaggio tuttavia è già annullato con una spesa per studente pari a 7.648 dollari e una media Ocse di 7.804 dollari. Ma è al terzo gradino della scala educativa, che si produce il gap: a fronte di una media Ocse di 11.512 dollari, in Italia la spesa si assesta a 8.026 dollari. Un dato questo che tuttavia deve tener conto dell’anomalia Stati Uniti dove i prezzi delle università superano ampiamente i 20.000 dollari l’anno facendo dunque salire la media Ocse. In Italia, nota l’Ocse, i prezzi sono invece calmierati dal fatto che gli stanziamenti statali a favore delle università crescono solo modestamente e al tempo stesso gli atenei pubblici non possono aumentare oltre una certa soglia le rette che fanno pagare agli studenti. Un duplice trend che rischia di risultare in uno scadimento di lungo periodo dell’istruzione universitaria. Le cifre, prosegue l’Ocse, possono inoltre essere lette in diverse maniere. L’Italia infatti spende cumulativamente per ogni suo studente tra i 6 e i 15 anni 70.126 dollari, oltre 2mila in più della media Ocse di 67.895 dollari, ma se si guarda all’incidenza delle spese in istruzione rispetto al pil, l’italia appare in netto ritardo. Mentre la media delle principali economie mondiali investe il 5,8% del pil nel proprio sistema scolastico, in italia questa percentuale scende al 4,7%. E ancora: se tra il 1995 e il 2005 gli investimenti nella scuola nell’Ocse sono aumentati del 41%, in Italia l’incremento è rimasto contenuto al 12%.
A livello di stipendi pagati agli insegnanti, l’Italia offre remunerazioni relativamente basse al suo corpo docente. Lo stipendio di un maestro di scuola elementare con 15 anni di esperienza si assesta attorno ai 29.287 dollari, in sesta posizione nella classifica Ocse ma con un trend che preoccupa: gli stipendi infatti crescono ogni anno meno della media Ocse. Se tra il 1996 e il 2006 gli stipendi in Italia sono cresciuti dell’11%, nei paesi Ocse l’incremento medio è stato del 15%.
A sorpresa i docenti e gli istituti scolastici sembrano invece godere della fiducia dei genitori. Secondo le indagini Ocse, infatti, l’80% dei genitori degli studenti di 15 anni sono convinti che gli standard degli istituti seguiti dai figli siano buoni o molto buoni contro una media Ocse del 77%. Per quanto riguarda la formazione degli adulti, la percentuale di italiani di età compresa tra i 25 e i 34 che persegue o hanno completato studi terziari rimane ampiamente al di sotto della media euro: 17% contro il 33% Ocse. L’introduzione della laurea breve ha permesso all’Italia di raddoppiare la percentuale di quanti finiscono gli studi universitari, dal 19% al 39% contro una media Ocse del 37%, ma l’Italia rimane indietro negli studi più brevi per la qualificazione professionale al lavoro.
L’Italia inoltre continua ad avere il maggior numero di studenti che non terminano gli studi universitari: in Italia arriva alla laurea solo il 45% degli iscritti al primo anno contro una media Ocse del 69%. L’università italiana infine rimane una destinazione secondaria per gli studenti internazionali. Nel 2006, su un totale di 2,9 milioni di studenti stranieri che hanno scelto di trascorrere un anno di formazione all’estero, solo il 2% ha deciso di venire in Italia. A paragone il 20% è andato negli USA, il 9% in Germania e l’8% in Francia.

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