sabato 11 giugno 2011

Madre Teresa. Il supplizio delle creature: parte II

La posizione della missionaria
Gli Etiopi immaginano i propri dèi neri e camusi; i Traci, azzurri di occhi e rossi di capelli. Ma se i cavalli o i leoni avessero mani, o sapessero disegnare e plasmare opere come gli uomini, i cavalli rappresenterebbero gli dèi con le sembianze di cavalli e i leoni di leoni, rendendoli così so miglianti a se stessi (Senofane)
Introduzione
Mentre scrivo, ho sul tavolo una vecchia copia di L'Assaut [L'Assalto]. È, o più precisamente era, un organo propagandistico del dispotismo personale di Jean-Claude Duvalier di Haiti. Figlio smisuratamente grasso, gozzuto e stu pido di un padre tanto magro quanto spietato e intelligente (Jean-François "Papa Doc" Duvalier), il corpulento delfino era conosciuto da tutti, e con suo evidente imbarazzo, come "Baby Doc". Nel tentativo di salvare un po' di dignità e di affermare un ' identità distinta da quella paterna, L'Assaut recava il sottotitolo Organe de Jean-Claudisme.
Ma il fatto di evitare il più accurato "Duvalierismo", non servì ad altro che a sottolineare quell'impressione di repubblica delle banane, di culto dinastico che cercava di dissipa re. Sotto il titolo appare un uccello ridicolo, una specie di piccione grassissimo e quasi incapace di volare, ma che dovrebbe chiaramente rappresentare una colomba, a giudicare dal ramoscello d'ulivo stilizzato che stringe nel becco. Sotto l'obbrobrioso volatile campeggia a grandi lettere un motto in latino, In Hoc Signo Vinces, che sembra negare le intenzioni pacifiche ed erbivore del logo. I primi simboli cristiani, come la croce o il pesce, recavano talvolta questa iscrizione. L'ho vista su libelli che esibivano altri geroglifici e altri feticci, come la svastica. Certo è che nessuno riuscirebbe a conquistare qualcosa sotto un vessillo raffigurante l'emblema qui riprodotto.
All'interno, accanto a un lungo e adorante resoconto del l'anniversario di nozze del pingue primo cittadino di Haiti e della sua celebre sposa, Michèle Duvalier, c'è una grande fotografia. Ritrae Michèle, dignitosa, tranquilla ed elegante nella sua veste di guida dell'élite bianca e creola di Haiti. I suoi polsi ingioiellati sono trattenuti in una stretta affettuosa da un'altra donna, che le rivolge uno sguardo pieno di rispetto e deferenza. Accanto alla foto è citata anche una frase di questa altra donna, chiaramente convinta che i suoi gesti adulatori non bastino, e che sia necessario rafforzarli con le parole: «Madame la Presidente, cest une personne qui sent, qui sait, qui veut prouver son amour non seulement par des mots, mais aussi par des actions concrètes et tangibles»[1]. La vicina pagina di cronaca rosa riprende l'invocazione, con il titolo : «Mme la Presidente, le pays resonne de votre œuvre»[2].
Lo sguardo indugia sulla foto: la donna che si profonde in questi copiosi elogi è la stessa che milioni di persone conoscono con il nome di Madre Teresa di Calcutta. Numero se domande si accavallano nella mente. In primo luogo, è possibile che si tratti di un fotomontaggio? È possibile che gli scaltri cronisti di L'Assaut abbiano trasformato un'ignara straniera in un'ospite sfruttata, mettendole le parole in bocca, ponendola in una posizione vulnerabile? A quanto pare, la risposta è negativa, perché questo numero è datato gennaio 1981, ed esiste un filmato dello stesso anno di Madre Teresa in visita ad Haiti. Nel filmato, apparso nel programma di attualità della CBS Sixty Minutes, Madre Teresa sorride alla telecamera e dice, a proposito di Michèle Duvalier, che per quanti re e presidenti avesse incontrato nella sua vita, non aveva «mai visto la povera gente mostrarsi tanto in confidenza con il proprio capo di Stato come con lei. È stata una bella lezione per me». In cambio di questo e altri favori, a Madre Teresa fu assegnata la Legion d'onore haitiana. E la sua testimonianza semplice, che celebrava calorosamente la coppia regnante, fu trasmessa dalla televisione di Stato tutte le sere per almeno una settimana. A quel che risulta, non ci sono state proteste per questo filmato da parte di Madre Teresa (che sa rendere le sue opinioni molto accessibili), tra l'epoca dell'assegnamento dell'onorificenza e il momento in cui la popolazione di Haiti acquistò una tale "confidenza" con Jean-Claude e Michèle che la coppia ebbe a malapena il tempo di riempire le valigie con il Tesoro Na-zionale prima di fuggire per sempre in Costa Azzurra.
Prendono corpo anche altre domande, le quali toccano tutte questioni come la santità, la modestia, l'umiltà e la de dizione ai poveri. A parte tutto il resto, che ci faceva Madre Teresa a Port au Prince, a disposizione dei fotografi e presente a consegne ufficiali di onoreficenze insieme all'oligarchia locale? Insomma, che ci faceva mai ad Haiti? Il mondo ha bisogno di immaginarla in un atteggiamento di angosciata ma volontaria sottomissione, mentre lava i piedi ai poveri di Calcutta. La politica non è il suo vero mestiere, e tantomeno a mezzo mondo di distanza, in un'arroventata dittatura dei Caraibi. Per molti anni Haiti è stata giustamente rinomata come il luogo dove i miseri del mondo ricevono il trattamento più crudele e capriccioso. Inoltre, è risaputo che questo fatto non è dovuto a calamità naturali o a una ma la sorte immutabile. L'isola è stata nelle mani di una classe rapace particolarmente insensibile e avida, che è ricorsa alla forza spietata per tenere i poveri e i diseredati al loro posto.
Diamo ancora un'occhiata alla fotografia delle due don ne sorridenti. In termini di idee invalse su Madre Teresa, non quadra. L'immagine e l'intuito sono tutto, e coloro che ne sono in possesso hanno la capacità di determinare il proprio mito, e di essere valutati in base ai loro parametri. Azioni e parole sono giudicate in base alle reputazioni, e non vice versa. Perciò, tenete la foto sotto la luce per un momento, e cercate di ricavare un'impressione del "negativo". È possibile che il bianco e nero rovesciato racconti anziché una sto ria grigia una più vera?
Mentre scrivo ho sotto gli occhi anche una fotografia di Madre Teresa in piedi, gli occhi umilmente abbassati, in atteggiamento amichevole accanto a un signore noto come John-Roger. A prima vista, se la si guarda distrattamente, sembra che si trovino in un quartiere povero di Calcutta. Ma uno sguardo più attento rivela chiaramente che le figure di derelitti sullo sfondo sono state aggiunte a mo' di scenografia. La foto è un falso, così come, per inciso, è falso John-Roger. Capo del culto noto talvolta con il nome di "Insight", ma più precisamente come msia ("Movement of Spiritual Inner Awareness" [Movimento di Consapevolezza Spirituale In-teriore], che si pronuncia "Messia"), è un impostore di calibro iperbolico. Probabilmente meglio conosciuto dal grande pubblico per il suo rapporto lucroso con Arianna Stassinopoulos-Huffington - il cui marito, Michael Huffington, spe-se quarantadue milioni di dollari del patrimonio ereditario personale nel tentativo fallito di aggiudicarsi un seggio al Se nato in California - John-Roger ha ripetutamente sostenuto di essere, e di possedere, una "coscienza spirituale" superio re a quella di Gesù Cristo. È difficile giudicare una simile af-fermazione. Tuttavia, si potrebbe pensare che sia blasfema per la mentalità semplice di Madre Teresa. Eppure, eccola là, che gli tiene compagnia e gli presta il lustro del proprio nome e della propria immagine. Il MSIA, va precisato, è stato ripe-tutamente denunciato nero su bianco come un'organizzazione corrotta e fanatica, e - nell'elenco della Cult Awareness Network[3] - figura come "estremamente pericolosa".
Si scopre che la fotografia contraffatta immortala un evento importantissimo: 1'accettazione, da parte di Madre Teresa, di un assegno di diecimila dollari, sotto forma di Premio Integrità donato da John-Roger in persona, un uomo che era giunto a comprendere la propria divinità dopo una visionaria operazione ai reni. Senza dubbio gli apologeti di Madre Teresa avranno la difesa a portata di mano. La loro eroina è troppo innocente per scorgere la disonestà negli altri. D'altra parte diecimila dollari sono diecimila dollari e, come diceva spesso Lenin (citando Giovenale), pecunia non olet: il denaro non ha odore. Quindi, quale scelta più naturale per lei che lasciare ancora una volta Calcutta, arrivare fino a Tinseltown e condividere la sua aura con un guru che proclamava di eclissare nientemeno che il Redentore? Sor prenderemo Madre Teresa in compagnia di svariati altri imbroglioni, truffatori e sfruttatori, via via che questo modesto racconto andrà avanti. A che punto - i suoi apologeti vorranno concedersi questa leggera sfumatura di scetticismo - un'associazione del genere cessa di essere casuale?
Un'ultima serie di fotografie chiude la nostra cartella. Ammirate Madre Teresa in atteggiamento devoto, in mezzo a Hillary Rodham Clinton e Marion Barry, mentre apre un centro adozioni con otto posti letto nei sobborghi di Washington. Questo è un gran giorno per Marion Barry, che ha portato la capitale nell’estrema povertà e nella corruzione, e che copre la propria nudità imponendo l'obbligo di recitare preghiere nelle scuole. È anche un gran giorno per Hillary Rodham Clinton, la quale ha distrutto praticamente da sola una coalizione per l'assistenza sanitaria nazionale che ave va impiegato un quarto di secolo a formarsi e a maturare.
L'occasione per questa foto di gruppo, scattata il 19 giugno 1995, era nata nel marzo precedente, quando la First Lady aveva fatto il giro del subcontinente indiano. Molly Moore, l'acuta cronista del «Washington Post» che seguì il viaggio, spiegò chiaramente nei suoi pezzi che la visita era in stile corazzata Potemkin:
Ieri, quando il corteo d'automobili di Clinton ha attraversato la campagna pakistana, una lunga recinzione di stoffa sgargiante lo riparava da un'estesa e fumante discarica, dove bambini frugavano tra la spazzatura e numerose famiglie povere avevano costruito capanne con pezzi di cartone, stracci e plastica. [...] In un'altra occasione, alcuni ufficiali pakistani, dopo aver sentito dire che la First Lady avrebbe fatto una puntata nelle magnifiche colline Margalla che sovrastano la capitale Islamabad, hanno pavimentato in fretta e furia un tratto di strada di dieci miglia fino a un villaggio tra le colline. Della gita non se n'è fatto più niente (i Servizi Segreti hanno respinto la proposta), ma gli abitanti del villaggio hanno avuto una strada pavimentata che chiedevano da decenni.
È così che i leader occidentali fanno momentaneamente colpo sui poveri del mondo, prima di riprendere l'aereo per tornare a casa assai purificati e rinsaviti dall'esperienza. Una tappa a un istituto di Madre Teresa è assolutamente d'obbligo per tutte le celebrità in visita nella regione, e Hil-lary Clinton non avrebbe certo creato un precedente. Dopo «aver passato a tutta velocità incroci dove automobili, auto-bus, risciò e pedoni erano ammassati a perdita d'occhio», arrivò all'orfanotrofio di Madre Teresa di Nuova Delhi dove, ancora per citare l'inviata sul campo, «neonati normalmente coperti solo da sottili pannolini di cotone, che fan-no ben poco oltre a provocare esantemi ed esacerbare il lezzo d'orina, quella mattina erano stati equipaggiati con Pampers americani e grembiulini a fiori appena cuciti».
Un favore tira 1'altro, e così la successiva visita di Madre Teresa a Washington diede sia a Hillary Clinton sia al sindaco Barry l'occasione per un po' di pubblicità sicura e gratuita. Il nuovo centro adozioni con dodici posti letto si trova nel sobborgo piuttosto verdeggiante e decoroso di Chevy Chase, e nessuno ebbe il cattivo gusto di menzionare la visita precedente di Madre Teresa nella città, nell'ottobre del 1981, quando aveva diretto la luce della sua presenza sul triste ghetto di Anacostia. Situato in una vicina segregazione sull'opposta sponda del Potomac, Anacostia è la capitale della Washington nera; all'epoca la prospettiva di un'attività delle Missionarie della Carità nel quartiere era guardata con sospetto,perché i suoi abitanti notoriamente disprezza vano l'idea di essere indifesi e abietti cittadini del Terzo Mondo. Di fatto, immediatamente prima della sua conferenza stampa, Madre Teresa si vide villanamente invadere l'ufficio da un gruppo di neri. La sua assistente, Rathy Sreedhar,riferisce l'episodio:
Erano molto arrabbiati. [...] Dissero alla Madre che Anacostia aveva bisogno di posti di lavoro, di alloggi e di servizi decenti, non di carità. La Madre si limitò ad ascoltare, senza mettersi a discutere. Infine, uno di loro le chiese che cosa intendeva fare qui. La Madre disse: "Per prima cosa dobbiamo imparare ad amarci l'un l'altro". Al che rimasero senza parole.
Non ne dubito. Ma forse perché quel discorso l'avevano già sentito. Comunque, quando la conferenza stampa ebbe inizio, Madre Teresa riuscì ad appianare immediatamente qualsiasi malinteso:
Madre Teresa, che cosa spera di realizzare qui?
La gioia di amare e di essere amati.
Ci vogliono parecchi soldi per farlo, vero?
Ci vogliono parecchi sacrifici.
Lei insegna ai poveri a sopportare il loro destino?
Secondo me è bellissimo che i poveri accettino il loro destino,che lo condividano con la passione di Cristo. Penso che la sofferenza della povera gente sia di grande aiuto per il mondo.
Naturalmente Marion Barry onorò l'evento con la pro pria presenza, e così fece anche il reverendo George Stallings,il pastore d'anime di colore di santa Teresa. A quattordici anni di distanza, Anacostia è un quartiere ancora più povero, mentre il reverendo Stallings si è staccato dalla Chiesa per fondare un cattolicesimo per soli negri devoto soprattutto alla sua figura (recentemente è anche finito nei guai per avere, a quanto si afferma, profanato l'innocenza di una fedele minorenne). Solo Marion Barry, rinato in carcere e rie letto come demagogo, è riuscito veramente a padroneggiare gli impieghi della redenzione.
Guardiamo allora di nuovo la fotografia di Madre Teresa serrata in un abbraccio sororale con Michèle Duvalier, una delle donne più ciniche, frivole e corrotte del mondo moderno, un sepolcro imbiancato e una parassita dei "poveri". L'immagine e il suo contesto rivelano Madre Teresa per quella che è: una fondamentalista religiosa, un'attivista politica, una predicatrice primitiva e una complice di poteri terreni e secolari. La sua missione è sempre stata di questa natura ma, ironia della sorte, non è mai riuscita a indurre qualcuno a crederle. È quanto mai urgente che qualcuno le renda il dovuto onore, e la prenda in parola.
Quando ho chiesto all'indice elettronico della Biblioteca del Congresso di fornirmi una lista di libri su Madre Teresa, mi ha stampato una ventina di titoli. Tra questi figuravano Mother Teresa: Helping the Poor [Madre Teresa: soccorritrice dei poveri], di William Jay Jacobs; Madre Teresa: gli anni della gloria, di Edward Le Joly; Mother Teresa: A Woman in Love [Madre Teresa: una donna innamorata], che sembrava più promettente ma, come scoprii, era dello stesso autore e scritto nello stesso spirito; Mother Teresa: Pro-tector ofthe Sick [Madre Teresa: protettrice degli infermi], di Linda Carlson Johnson; Mother Teresa: Servant to the World's Suffering People [Madre Teresa: al servizio dei sofferenti del mondo], di Susan Ullstein; Mother Teresa: Friend of the Friendless [Madre Teresa: amica di chi è senza amici], di Carol Green, e Mother Teresa: Caring for All God's Children [Madre Teresa: consolatrice di tutti i figli di Dio], di Betsy Lee, per citare solo i titoli più rilevanti. Perfino il più neutrale tra questi (Nient'altro che una vita: Madre Teresa, di Lush Gjergji) si rivelò una sorta di saggio religioso travestito da biografia, scritto da uno dei compagni di fede albanesi di Madre Teresa.
In verità il tono complessivo era talmente religioso da sembrare normale a prima vista. Ma se si passano in rassegna i titoli succitati ad alta voce - Madre Teresa soccorritrice dei poveri, protettrice degli infermi, servitrice dei sofferenti, amica di chi è senza amici - di fatto si emula un'invocazione alla Vergine improvvisando una "Ave Maria" personale. Si noti anche la portata dell'invocazione: i sofferenti del mondo, tutti i figli di Dio. Abbiamo qui a che fare con una santa in fieri, di cui un giorno si venereranno i luoghi e le reliquie e che ha già raccolto un seguito che rasenta il culto.
L'attuale papa ha un'insolita passione per le cause di canonizzazione. In sedici anni ha creato un numero di santi pari al quintuplo di tutti i suoi predecessori del ventesimo secolo messi insieme. Ha anche moltiplicato il numero del le beatificazioni, tenendo così 1' anticamera della santità ben fornita. Tra il 1588eil 1988 il Vaticano ha canonizzato 679 santi. Solo sotto il regno di Giovanni Paolo il (al giugno del 1995), hanno avuto luogo 271 canonizzazioni e 631 beatificazioni. Centinaia di casi sono pendenti, compresa la richiesta di canonizzare la regina Isabella di Spagna. L'approccio è talmente rapido e sommario che ricorda il battesimo fatto con le manichette con cui i generali cinesi cristianizzarono i loro eserciti; nel 1987 in un giorno solo e con un'unica cerimonia furono beatificati la bellezza di 85 martiri inglesi, scozzesi, gallesi e irlandesi.
La santità non è titolo da poco, perché comporta il potere di intercessione, e permette che le preghiere vengano rivolte direttamente al santo interessato. Molti papi sono stati lenti a canonizzare, così come la Chiesa è generalmente lenta a convalidare i miracoli e le apparizioni ; infatti, se 1'intervento divino nelle questioni umane viene riconosciuto troppo indiscriminatamente, emerge un pericolo evidente. Se un lebbroso può essere guarito, potrebbe chiedere la massa, allora perché non possono essere guariti tutti i lebbrosi? Riconoscere un miracolo troppo facilmente, rende più difficile rispondere a domande sulla leucemia infantile o la povertà e l'ingiustizia di massa con quelle formule insoddisfacenti secondo cui il Signore preferisce seguire vie misteriose. Si tratta di un problema antico, ed è improbabile che si adottino i sistemi della produzione in serie nel settore delle canonizzazioni.
Anche se per tradizione un "santo" deve aver compiuto almeno un miracolo, aver fatto "opere buone", aver posseduto "virtù eroiche" e aver dimostrato la facoltà logisticamente difficile dell'ubiquità, numerose persone che non sono nemmeno cattoliche hanno già stabilito che Madre Teresa è una santa. Fonti della Sacra Congregazione dei Riti del Vaticano (che esamina casi spinosi come quello della regina Isabella) accantonano la reticenza e il riserbo abituali dando per certe la beatificazione e la finale canonizzazione di Madre Teresa. Difficilmente sarà dispiaciuta per questo coronamento, ma forse non faceva parte dei suoi obiettivi iniziali. La sua vita rivela piuttosto la determinazione a diventare la fondatrice di un nuovo ordine - la sua organizzazione delle Missionarie della Carità conta attualmente circa 4.000 suore e 40.000 operatori laici - da mettere nel novero di san Francesco e san Benedetto quale autrice di una "regola" e di una "disciplina".
Madre Teresa ha una teoria della povertà, che è anche una teoria della sottomissione e della gratitudine. Ha una teoria del potere, derivata dalle trascurate parole di san Paolo sulle «autorità costituite», che «sono stabilite da Dio». È, infine, l'inviata di un papato assai risoluto e politicizzato. I suoi viaggi per il mondo non sono gli itinerari di una pellegrina, bensì una campagna che si conforma ai precetti del potere. Madre Teresa ha anche una teoria della moralità. Non è una teoria ardua da capire, sebbene presenti qualche difficoltà. E Madre Teresa conosce a fondo gli impieghi del passo biblico che parla di quel che è di Cesare.
Per quanto concerne quel che è di Dio, la questione riguarda coloro che hanno fede, o coloro che sono comunque
sollevati dal fatto che ce 1'abbia qualcun altro. La parte ricca del nostro mondo ha una coscienza misera, e non è colpa di una suora albanese se tante persone altrimenti soddisfatte possono decidere di vivere indirettamente tramite le rappresentazioni che si fanno della sua carità. Le pagine che seguono vogliono essere una discussione non con chi inganna ma con chi è ingannato. Se Madre Teresa è l'oggetto dell'adorazione di molti osservatori ingenui e sprovvisti di senso critico, allora la colpa non è sua, o solo sua. Nella graduale fabbricazione di un'illusione, il mago non è che lo strumento del pubblico. Potrebbe addirittura dichiarare apertamente di essere un imbroglione e un abile prestigiatore e gabbare ugualmente la folla. Populus vult decipi - ergo decipiatur.

[1] "Madame la Presidente è una persona che sente, che sa, che deside ra dimostrare il suo amore non solo con le parole ma anche con azioni concrete e tangibili" [il corsivo è mio].
[2] "Madame la Presidente, il Paese risuona della vostra opera".
[3] Associazione per la difesa contro le sette. [n.d.t.]

sabato 5 febbraio 2011

I camosci e la psichiatria


“Camosci”. E’ il termine che le guardie carcerarie usano per designare i detenuti. Non so immaginare perché a qualcuno, probabilmente una guardia, in un tempo più o meno remoto, sia venuto in mente di associare i detenuti ai camosci, forse a causa dell’idea di movimento frenetico e veloce che i camosci danno, che è il tipo di movimento che si vorrebbe associato a chi è recluso e deve solo correre e non fare domande. Una volta il mio istruttore in palestra, una guardia carceraria con l’hobby delle arti marziali -per una sorta di strana combinazione mi sono trovato come istruttore un secondino - venuto a conoscenza del mestiere che faccio mi ha detto scherzosamente: “ tu sei uno di quelli ‘accamosciati’ ?”.Intendeva dire se ero uno di quelli che stanno dalla parte dei detenuti, quindi partigiano di una guerra che vede le guardie opposte a detenuti e operatori delle “scienze umane”. Gli psichiatri, in effetti, hanno un ruolo ambiguo, strettamente legato alla propria cultura e alla propria inclinazione personale, che li rende abili a rivestire sia il ruolo di custodi dei camosci e quindi compagni d’arme delle guardie, che quello di umanisti tormentati dalla sorte degli ultimi e faticosamente impegnati a trovare una via per redimerli.
Nel mio reparto, dove vengono ricoverati pazienti psichiatrici in fase di acuzie a volte mi sento un secondino anch’io.  Questo è un fatto singolare ed anche beffardardamente ironico. La mia storia personale mi pone agli antipodi di un ruolo concepito come controllo sociale e repressione. Eppure non è questione di biografie individuali, inclinazioni, geni, volontà. Come ci ha descritto molto bene Goffman è l’istituzione totale che forgia gli individui che a vario titolo ci sono dentro, a sua immagine e somiglianza. Lo vedo quotidianamente su me stesso e sugli operatori che lavorano insieme a me. Il reparto e le istituzioni psichiatriche in generale, dovrebbero essere dei luoghi quanto più aperti,  spazi dove le energie che provengono dal corpo sociale possano fluire liberamente, agorà nelle quali, pur nel rispetto dei ruoli e delle competenze, la sofferenza e l’emarginazione vengano portate alla luce del sole, e i metodi usati per combatterla quanto più possibile dibattuti e condivisi da tutti. 
La psichiatria in sé dovrebbe essere un luogo aperto. Chi ci lavora deve essere costantemente coinvolto nella cura nell’elaborazione di strategie volte a restituire dignità e salute ai pazienti. Se prevale l’aspetto custodialistico e l’estraniazione dei soggetti che operano e vivono all’interno delle istituzioni, il risultato non può che essere quello di produrre guardie e camosci. Il manicomio rivivrà in una sorta di nemesi dove ogni suo pulviscolo disperso riacquista vita e riproduce chiusura e alienazione.
Gli infermieri del mio reparto hanno imparato il termine camosci e spesso lo usano nei confronti dei pazienti. Mi sono accorto che molti di loro vedono i pazienti come una controparte, perché mai nessuno li ha coinvolti nei processi di cura e nelle strategie d’intervento. A essi è stata lasciata come unica mansione quella dei custodi e dei repressori di comportamenti violenti. Alla fine si sono tramutati in guardie e vedono nei pazienti la causa delle loro frustrazioni e considerando le loro richieste e i loro comportamenti con fastidio, senza chiedersi se  questi siano espressioni di un disagio di cui farsi carico. 
Non voglio esimermi dalle mie responsabilità, la colpa ricade in parte anche sulle mie spalle, sebbene un sistema non possa essere cambiato da una sola persona.
Cercherò comunque, per quanto potrò, di restare umano.

domenica 2 gennaio 2011

Psicoanalisi ed altro

postato su doppiocieco il 29 Maggio 2008

Questo scritto è un po’ datato e forse risente di qualche ingenuità di troppo, ma la validità di alcune argomentazione rimane a mio avviso inalterata.

di Franco Cilli

La psicoanalisi non è un metodo di cura, e se pretende di esserlo compie un’evidente forzatura. Di questo sono profondamente convinto, per la mia esperienza personale, per gli anni trascorsi come psichiatra, prima volontario e poi effettivo, nei sevizi psichiatrici di mezza Italia, per aver lavorato a fianco di psicoanalisti, per le mie letture.
Curiosamente, un aneddoto letto molti anni fa ha contribuito ad  incrinare la mia “fede” nei riguardi della psicoanalisi. L’aneddoto descriveva un intervento operato da due psicologi, Haughton e Ayllon, nei confronti di una paziente con diagnosi di schizofrenia catatonica, internata in ospedale da 20 anni, la cui unica occupazione era quella di fumare ogni giorno un numero considerevole di sigarette.
Haughton e Ayllon si proposero di produrre in questa paziente un nuovo comportamento che consisteva nello spazzare una stanza. Per raggiungere tale obiettivo, utilizzarono delle tecniche comportamentali che si avvalevano delle sigarette come rinforzo. Il risultato fu che alla fine la paziente trascorreva gran parte del proprio tempo a scopare la stanza in modo quasi compulsivo.
A questo punto Haughton e Ayllon invitarono due psichiatri a esaminare la paziente e a formulare una diagnosi nei suoi confronti.
Il primo psichiatra formulò questa diagnosi: “La scopa rappresenta per la paziente un elemento di rilievo nel suo campo percettivo. Non si sa come ciò sia avvenuto: si potrebbe pensare a un’interpretazione di tipo simbolico su basi freudiane oppure una di tipo comportamentale, secondo la quale questo comportamento costituisce un’abitudine essenziale a mantenere la tranquillità interiore della paziente. In ogni caso si tratta certamente di un tipo di comportamento stereotipato che è piuttosto diffuso negli schizofrenici regrediti e che presenta analogie col modo in cui bambini molto piccoli si rifiutano di separarsi dal loro giocattolo preferito.”
Il secondo psichiatra sostenne invece il seguente punto di vista: “Il fatto che la paziente spazzi costantemente la stanza in modo compulsivo può essere considerato come una procedura ritualistica, un’azione magica. Quando la regressione si impossessa dei processi associativi, il comportamento viene controllato da forme di pensiero primitive e arcaiche. Il simbolismo diviene il modo predominante utilizzato per esprimere desideri insoddisfatti profondamente radicati e impulsi istintuali. Mediante la magia, la paziente controlla gli altri e mette a propria disposizione poteri cosmici, mentre oggetti inanimati diventano creature viventi. La scopa quindi potrebbe essere 1. un bambino che le offre amore 2. un simbolo fallico 3. lo scettro di una regina onnipotente. Il suo vagare ritmico e prestabilito all’interno di un certo spazio non assomiglia tanto alle ossessioni del nevrotico, quanto invece a una procedura magica mediante la quale la paziente gratifica i propri desideri in modo molto diverso da quello nostro razionale e convenzionale.
Questo aneddoto descritto da Meazzini nel suo libro
Il Comportamentismo: una Storia Culturale, era in realtà utilizzato dall’autore per mettere in rilievo le differenze tra il modello d’intervento medico e il modello psicologico, sottolineando come il modello psicologico comportamentale, diversamente da quello analitico e da quello puramente medico, rivolga la sua attenzione a “tutti quei fattori ambientali presenti hic et nunc”, rifiutando un’interpretazione storica del disturbo comportamentale. Purtuttavia, nei casi descritti il modello interpretativo e con esso la psicoanalisi finiscono per apparire perlomeno paradossali se non addirittura ridicoli.
Interpretazione a parte, la psicoanalisi non funziona nel momento in cui cerca di affermarsi come metodo clinico partendo dal suo corpus teorico tradizionale e in particolare dalla metapsicologia. Può semmai  funzionare lo “stile” psicoanalitico, cioè quella particolare inclinazione dello psicoterapeuta o medico che sia, quale portato di esperienze personali e di una specifica formazione professionale, nel momento in cui si intravede la possibilità  di un tale stile di lavoro di funzionare come agente di cambiamento positivo nell’ambito di una data sintomatologia, di tratti personologici o stati esistenziali non altrimenti modificabili. In generale funziona con determinati individui appartenenti a ceti sociali elevati e con una certa cultura (e con molti soldi da spendere), che devono rimettere insieme pezzi della loro esistenza. Se persone siffatte non trovano sulla loro strada psicoanalisti che si limitano a ripetere in maniera rituale frasi del tipo “mi rendo conto” oppure  “capisco” o  “vada avanti” – molti psicoanalisti teorizzano il non dire e il non fare nulla, al punto che non si vede cosa ci stiano a fare, visto che potrebbero essere validamente sostituiti da una scatola di scarpe – bensì trovano nel setting psicoanalitico uno spazio di confronto e di dialogo, potranno sicuramente giovarsi dell’ausilio di persone esperte. Si tratta ovviamente di persone senza grossi problemi. Non parliamo poi di psicoanalisti che fanno le solite interpretazioni, ormai divenute più che altro materia da avanspettacolo, su conflitti edipici, fissazioni allo stadio anale, genitale e via discorrendo, che a mio avviso sono causa di veri e propri eventi iatrogeni.
Nelle maggioranza dei casi la psicoanalisi non funziona poiché l’idea che è alla base del metodo analitico, far riemergere alla luce il rimosso per eliminare il conflitto e con esso il sintomo, è un’idea decisamente infondata e corrisponde a una visione deterministica ispirata alla dinamica dei fluidi, il “modello idraulico “ della psicoanalisi. In altre parole l’idea che rimuovendo il blocco, all’interno di un sistema psichico descritto come una mappa topografica, l’energia torni a scorrere liberamente e  si risolva il conflitto, raggiungendo la catarsi e recuperando il benessere e l’armonia, fa acqua da tutte le parti. Questa idea non corrisponde minimamente all’idea che abbiamo oggi di malattia in senso psichico, sia come portato genetico sia come somma di variabili sociali e ambientali. Oggi ad esempio si parla sempre di più di
endofenotipi per indicare aspetti innati di determinate funzioni psichiche, sulla base dei quali l’interazione con l’ambiente, le relazioni sociali, fattori imprevisti come traumi o malattie, modellano la struttura psichica dell’individuo e possono rappresentare dei veri e propri markers biologici di malattia (un esempio sono i deficit di attenzione e della working memory nella schizofrenia). Inoltre le malattie stesse, come ad esempio la depressione, finiscono per rimodellare l’intera struttura dell’individuo sia in senso adattivo che degenerativo.
Guarire, quindi, per molti pazienti è un concetto improprio perché presuppone l’eliminazione non solo della noxa patogena, ma la modificazione e per certi versi il
reset dell’intero sistema di funzionamento  dell’individuo e di tutta la sua storia, in poche parole del proprio sé, nonchè la improbabile reversibilità di processi cronico-degenerativi determinati dalla malattia stessa. Neanche nella depressione, che è una delle patologie con prognosi migliore rispetto all’episodio, si può parlare di guarigione, visto che sappiamo che nella maggioranza dei casi la malattia è solo congelata, e che prima o poi si ripresenterà, determinando una sempre maggiore difficoltà di recupero.
Il problema della cura si pone senz’altro, e anzi ritengo sia preminente, sebbene sia necessario ridefinirne le modalità e le finalità.
Non voglio qui riprendere le tesi di Grunbaum o di Popper o di numerosi altri autori per dimostrare la non scientificità della psicoanalisi, è un concetto che mi pare acquisito e buona parte degli psicoanalisti stessi non pretende più nemmeno, come faceva Freud, di usare un sistema di rappresentazione della psiche umana di tipo psicodinamico in attesa che progressi della scienza svelino i correlati anatomo-fisiologici delle patologie mentali. Buona parte degli psicoanalisti, in particolare coloro che hanno una preminente formazione umanistica, tendono a considerarsi un corpo autonomo dalla scienza, con proprie regole e con uno spartito che non suona le note della scienza comunemente intesa. Sono aggrappati al concetto di teoria motivazionale: la teoria clinica, definita nei suoi termini costitutivi “è essenzialmente una teoria motivazionale (...); ha a che fare con un resoconto del comportamento (...) più che con le esatte concatenazioni consequenziali di avvenimenti secondo il tradizionale concetto di causa (...); fa riferimento alla motivazione, intesa come fini agiti e vissuti nei rapporti interpersonali (Klein); o anche al concetto della cosiddetta coerenza narrativa, che si distingue in “coerenza interna” e “coerenza esterna”. La coerenza interna, in parole povere, significa che se io psicoanalista do un’interpretazione dei tuoi conflitti coerente con il  racconto che tu mi esponi, basta questo a validare la mia interpretazione. Rovesciando il concetto, se io racconto frottole è sufficiente che il mio analista faccia un’interpretazione coerente con le menzogne che racconto per avvicinarsi alla realtà. La coerenza esterna sembrerebbe un concetto più convincente: essa fa riferimento ad una consonanza con le evidenze accettate e riconosciute dal mondo scientifico. In pratica quello che affermo ha una sua validità che mi deriva dall’aver acquisito nozioni entrate a far parte del senso comune in ambito scientifico.
Non si vede però come nuove scoperte scientifiche possano aiutare la psicoanalisi ad essere più coerente, visto che il suo è e rimane pur sempre un procedimento maieutico che si basa su presupposti tutto sommato abbastanza stabili; semmai le nuove scoperte vanno tutte a detrimento della psicoanalisi stessa. Non si comprende insomma in che maniera conoscenze scientifiche più aggiornate possano servire al terapeuta se non per dare corpo alle sue interpretazioni. Sebbene più “corpose” però, le interpretazioni rimangono pur sempre tali e quindi assunti arbitrari che alla meglio possono essere utilizzate come ipotesi di lavoro e in quanto tali devono essere sottoposte a verifiche serie con il metodo dell’evidenza scientifica. Tutto ciò è in maniera evidente molto poco psicoanalitico.
D’altro canto c’è chi invece tenta di recuperare una credibilità scientifica stabilendo un apparentamento tra la psicoanalisi e le neuroscienze,  sulla base del fatto che sempre di più le neuroscienze  tendono a mettere al centro della vita psichica le emozioni “come pattern unico di risposta con cui la struttura cerebrale affronta qualsiasi stimolo, interno e esterno; un pattern organizzato su base genetica che si sviluppa, anche questo ovviamente, in seguito ad una serie di stimoli che lo organizzano, lo personalizzano e lo fanno evolvere”. Siccome la psicoanalisi si occupa principalmente di emozioni, ecco che la stessa resuscita in una sorta di nemesi biotecnologica. Inoltre, sempre le ricerche nel campo delle neuroscienze hanno dimostrato che certe funzioni mnesiche sono in parte o del tutto inconsce. Questo ha fatto fare salti di gioia agli psicoanalisti, al grido “lo aveva detto Freud, e più di cento anni fa!”
Ammettiamo pure che la psicoanalisi si diversifichi dalle altre discipline per la prevalenza data alla sfera emotiva, e che questa costituisca il suo campo di applicazione, e ammettiamo pure che taluni processi mentali siano inconsci, ma tutto ciò ha un nesso reale con i processi di cura? In primo luogo, lavorare sulle emozioni non vuol dire automaticamente stabilire dei processi di cura e di guarigione, a meno che non si riesca ad approntare dei protocolli che attraverso tecniche consolidate approdino a dei risultati previsti e desiderati; in secondo luogo, l’emozione rimane pur sempre un concetto astratto, il quale se svincolato da una problematica di disagio ben definita o da un chiaro quadro patologico rientra in un ambito di cosiddetta normalità e quindi non si vede il senso del “lavorarci sopra”. Il problema rimane quello di definire il contesto.
Come è facile desumere, neppure abbandonando il “modello idraulico” e abbracciando quello delle emozioni e del viaggio verso “l’esperienza psicoanalitica”, la psicoanalisi risulta convincente.
La questione fondamentale, al di là delle emozioni e di incauti apparentamenti con le neuroscienze,  è che la psicoanalisi rimane pervicacemente legata all’idea del soggetto. Rifiuta di mettere fra parentesi il soggetto e la sua narrazione temendo che abbandonare il soggetto al metodo scientifico  equivalga alla sua reificazione, alla possibilità di scomporlo e ricomporlo a piacimento , magari dopo averlo riparato a dovere. Rifiuta di uscire da una logica autoreferenziale che spiega tutto senza l’intervento di procedimenti empirici tanto fastidiosi quanto aridi.
Le giustificazioni addotte dagli psicoanalisti potrebbero apparire  lodevoli se non fosse che a questo punto non si capisce che ci stiano a fare le neuroscienze, a meno di non ritirare fuori la vecchia divisione mente/corpo di tipo cartesiano o mente/cervello,concedendo a ciascuno il proprio orto: agli psicoanalisti la mente ai neuro scienziati il  cervello, dando per scontato un dualismo che si nega a priori.
Peraltro , tanto zelo nel volere tutelare il soggetto , fa sorgere forte il sospetto che questo nasconda il timore concreto di perdere la propria sfera di influenza e di potere.
Significa che dobbiamo dimenticarci del soggetto? Abbandonarlo al suo destino? Al contrario significa   piuttosto che invece che dare semplicemente voce al soggetto dobbiamo cercare di ricollocare la soggettività in un contesto dove accanto al racconto ci si ponga il problema concreto della cura, basandosi non su sistemi predefiniti ma sulle evidenze scientifiche, accettando il presupposto che il  disagio  psichico è un insieme complesso di  problemi dove l’elemento biologico in alcuni casi preponderante si intreccia ad una dimensione sociale ed antropologica difficilmente separabile dal contesto generale, problemi che  richiedono soluzioni che passano anche attraverso procedimenti di  verifica ed analisi quantitative , attraverso il problem solving, la ricerca clinica e di laboratorio, con soluzioni innovative ed estemporanee e non  attraverso il semplice esercizio di una coerenza narrativa per mezzo di  sistemi di decodifica anacronistici e del tutto inverosimili. Questi concetti sono per la verità quasi universalmente accettati, persistono delle resistenze proprio laddove si continua a coltivare un’idea del soggetto come crinale tra una civiltà umanisticamente intesa e un’idea di società tecnocratica e spersonalizzante.
Appare paradossale , ma forse il più convinto assertore dell’origine biologica dei disturbi mentali era proprio Freud, che considerava la psicoanalisi un campo di ipotesi da verificare nel momento in cui avremmo avuto a disposizione sistemi di ricerca adeguati. Per restare in Italia , lo stesso Basaglia , considerato  ingenuamente  il padre dell’antipsichiatria italiana , aveva idee tutt’altro che antiscientifiche e negatrici delle basi biologiche delle stesse malattie mentali. Ciò che Basaglia affermava in sostanza è che non ha nessuna importanza quale sia la causa della schizofrenia , la quale avrà con ogni probabilità delle cause organiche, quello che importa è che la persona che abbiamo davanti ha una storia e che il suo stare al mondo è il frutto di questa storia fatta di mutilazioni, violenze ed emarginazione che non possono essere sanate dal farmaco o dalla cura miracolosa ma che richiedono il ripristino di quegli assi fondamentali quali gli affetti, il lavoro , le relazioni sociali , la casa ,che sono elementi fondanti dell’identità di ciascuno e rappresentano un requisito indispensabile per il recupero di una dignità perduta.
Quando penso al soggetto psicoanalitico, non posso fare a meno di fare un parallelo con i discorsi sulla soggettività all’interno del movimento. Mi pare che una simile deformazione nel voler privilegiare il soggetto, come caposaldo dell’agire politico sia presente tutt’ora dentro il movimento, con il rischio forte anche qui di cadere nell’autorefenzialità.
L’attaccamento al soggetto è credo  considerata una pratica di non neutralità rispetto alla storia ed al conflitto capitale/lavoro..Questo era forse comprensibile nel secolo scorso, ma oggi ci pone dei problemi rilevanti. Mi sembra che ci vincoli eccessivamente ad una visione parziale che lega le sorti del mondo ad un singolo soggetto, costringendoci a ragionare secondo le coordinate di una logica dicotomica e non multidimensionale.
Credo che il larghissima parte il movimento si sia liberato dell’ombra incombente della soggettività sebbene permangano all’interno del movimento stesso tentazioni egemoniche, riproposizione dei vari ismi, chiavi di lettura incentrate sulla vecchia contrapposizione tra “spontaneisti ed organizzativisti”sempre legate al pensiero della soggettività. La preoccupazione maggiore è che questo riproduca  una dialettica senza fine. Ma se è vero che nessuno vuole più la dialettica che bisogno c’è del soggetto inteso come polo di contrapposizione e di distinzione?
Privilegiare il soggetto al singolare come movente dell’azione e della prassi porta inevitabilmente a privilegiare l’esperienza soggettiva alla prassi intesa come ricerca di strumenti idonei al raggiungimento dell’obiettivo.  Prendiamo l’esempio della medicina. Molti compagni e non preferiscono valorizzare l’aspetto esperienziale delle medicine alternative piuttosto che affidarsi alla fredda evidenza, spesso avvilente, della terapia tradizionale , tendenzialmente basata sul dato e su criteri quantitativi. Il quantitativo sarebbe appunto  il luogo dell’oggettivo. L’esperienza è il luogo del soggettivo, che non si preoccupa della dimostrazione, dell’evidente, ma bensì preferisce il “vissuto” quel luogo dove il confine tra verità e menzogna risiede nell’orizzonte senziente del soggetto, nell’illuminazione, nell’estasi.
E’ evidente che le medicine alternative , con tutto il loro corollario di “culture alternative”,  sono  perlopiù fandonie allo stato puro, quando non assumono la forma di deliri veri e propri. Non c’è nulla , proprio nulla che ci lasci supporre che buttando un cucchiaio di una determinata sostanza nell’oceano pacifico e dopo averlo accuratamente rimescolato, le acque dello stesso oceano acquistino una proprietà curativa dovuta alle concentrazioni infinitesimali della predetta sostanza.  Eppure molti ci credono. Perché? Perché l’ipotesi è suggestiva, fa parte di un racconto fiabesco che coniuga la promessa di una cura efficace alla dolcezza ed alla “naturalezza”.
Che dire di chi pensa che manipolando i campi energetici si possa guarire la gente anche a distanza, o di chi usa cristalli o odori per guarire? Queste sono esperienze, ma per liberare l’umanità dalle catene ci vogliono ben altro che i racconti e le esperienze suggestive. E’ ovvio che anche qui prevalga un criterio basato sulla coerenza narrativa e su atteggiamenti puramente fideistici circondati da un forte alone emotivo.
Occorre mettersi d’accordo una volta per tutte su alcune questioni di metodo. Prendiamo a mò di esempio un concetto ignorato da molti naturisti ed alternativi: il concetto di “statisticamente significativo” così come viene espresso dall’edizione italiana di “Clinical evidence”.
" L’espressione statisticamente significativo viene usata per indicare una bassa probabilità che le differenze osservate nei campioni studiati siano dovute al caso.
Convenzionalmente si fa riferimento come valore soglia al livello di significatività del 5% che significa che la probabilità che l’evento osservato sia dovuta al caso si presenterebbe una volta su 20(5%) se l’ipotesi di non differenza tra i due interventi/trattamenti fosse vera.
Un valore dell’1% o 1 per mille esprimono in questo caso un valore di probabilità inferiore che il risultato sia dovuto al caso(rispettivamente di 1 volta su 100 e di 1 volta su mille). “
Concetti del genere sono alla base della ricerca odierna e ci consentono di dare validità a determinate ipotesi. Se consideriamo che un concetto molto semplice come il valore preventivo dell’aspirina nelle recidive di determinate malattie cardiovascolari ha richiesto anni di studio e l’impiego di campioni di popolazioni numericamente considerevoli, si capisce lo scetticismo dei ricercatori nei confronti di ipotesi balzane portate avanti dagli assertori della medicina alternativa. Certo tali concetti non devono essere presi necessariamente per buoni , il problema è che mi sembra che allo stato attuale non abbiamo niente di meglio.
A ben guardare l’idea di cultura alternativa non è certo nata negli anni settanta, ma è un concetto antico. Già nel medioevo le streghe, progenitrici degli stregoni moderni erano portatrici di una cultura alternativa, la quale si esplicava principalmente nel campo dei rimedi contro le malattie e   probabilmente aveva le sue  radici in determinate tradizioni locali. Questa cultura si  poneva  in un’ottica relativamente autonoma rispetto alla cultura ufficiale. Tutto ciò rappresentava forse il tentativo di emersione di una soggettività “alternativa” duramente represso dalle autorità religiose del tempo. Se però questa concezione alternativa era comprensibile allora, in una fase in cui l’organizzazione sociale ed economica era di tipo precapitalista e lo sviluppo delle scienze doveva ancora iniziare lo è forse molto meno ora in una fase di pieno dispiegamento dell’economia e di forte sviluppo tecnologico.  Oggi considerare  l’alternativa come sinonimo di alternanza di domini contrapposti in base al dualismo scienza ufficiale e non ufficiale, appare improprio e non congruente con la realtà in cui viviamo. Il General Intellect, il lavoro immateriale è  virtualmente alternativo al capitale nel suo riappropriarsi del prodotto , nel suo  sviluppo di sistemi di produzione di tipo cooperativo, ma è al tempo stesso integralmente inserito nei meccanismi produttivi ed è all’interno di questi stessi meccanismi che produce paradigmi scientifici ed ipotesi di lavoro sottoposti a costante verifica.
Tornando alla psicoanalisi anch’essa come le medicine alternative sebbene in   modi diversi è  dispensatrice di esperienze e di racconti. Non può realmente curare tranne che per una pura casualità poiché nulla fa supporre che possa farlo e probabilmente nemmeno vuole più farlo: molti psicoanalisti spostano il discorso appunto sull’ ”esperienza psicoanalitica “ e non sulla guarigione.  Non possiede  sistemi di verifica,non c’è nessuna riproducibilità dell’evento. Nessuno potrà mai  dimostrare mai l’esistenza dell’Es o del super Io semplicemente perché sono il parto di una concezione solipsistica ed ottocentesca della scienza , basata  su  ipotesi  ed evidenze costruite sulla base di un determinismo puramente semantico: se c’è un conflitto ci deve essere  un inconscio che rimuove e il rimosso che tenta di emergere alla coscienza provoca la malattia. Oggi è impossibile ragionare così. Ripongo la domanda: perché continuiamo a farlo?
Un altro aspetto paradigmatico di un modo di ragionare improntato all’emotività ed imbevuto di ideologia è quello relativo all’elettroshock. Un tabù talmente grande che non è nemmeno lecito discuterne se non vuoi fare la figura del subdolo restauratore di pratiche abominevoli nel solo interesse di una minoranza cinica e famelica di “psichiatri biologici” a caccia di denaro e di potere. Non sono favorevole a questo tipo di terapia, ma le argomentazioni che vengono portate a discapito di questa tecnica sono puramente ideologiche . L’argomentazione più ricorrente è quello della spersonalizzazione del malato, ridotto a puro oggetto da riaggiustare e ricomporre come un pezzo meccanico, al di fuori di una qualsiasi relazione fra soggetti umani dotati di una storia e di una propria individualità. Questo equivale a dire che se ho l’appendicite acuta e devo operarmi ciò significa spersonalizzarmi e reificare la mia persona? Mi sia consentito dirlo chiaro: tutte balle. Il problema in questo caso è: esiste una patologia depressiva? Se si, esiste nell’ambito di questa patologia una forma suscettibile all’elettroshock ? Sembrerebbe in effetti che alcune forme depressive con comportamenti suicidari e con sintomi deliranti rispondano bene all’elettroshock. Sembrerebbe appunto, le evidenze portate non sono ancora del tutto convincenti, ma se accettiamo l’ipotesi che esiste una malattia depressiva  e viene dimostrato che  questa è suscettibile all’ECT non c’è nessuna ragione per non usare questa tecnica se i benefici ovviamente sono superiori agli svantaggi, l’ ECT equivale né più né meno che ad un farmaco o ad una tecnica chirurgica. L’aspetto fondamentale  sta nella socializzazione del problema e nella capacità di sottoporlo ad una dibattito costante nell’ambito della comunità degli uomini e non relegarlo solo all’ambito della comunità scientifica, per evitare usi impropri e strumentali.
Potremmo seguire la stessa linea di ragionamento se parliamo di biotecnologie o di clonazione terapeutica. Anche qui l’atteggiamento di molte persone di sinistra e non , riecheggia una sorta di fondamentalismo catto-ecologista, che ha molto di ideologia e fideismo e molto poco di valutazioni in termini scientifici e sociali del problema.
Se è vero, come è vero che gli OGM sono una sciagura per la biodiversità, per i risvolti di tipo economico nei riguardi dei cosiddetti paesi in via di sviluppo, il giudizio non può essere esteso in assoluto a tutte le biotecnologie e aggiungerei nemmeno agli OGM in generale. Per quanto riguarda poi tecniche come la clonazione terapeutica è’ sconcertante sentire le dichiarazioni di certi verdi, che nel tentativo di mettere in guardia l’opinione pubblica dagli eccessi di questa tecnica, tirino fuori argomentazioni del tipo: “ andremo a finire poi  che qualcuno magari vuole un fegato più scattante”.
E’ ovvio che il problema non è il fegato più scattante, che sarebbe auspicabile , dato che non si vede lo scandalo ,  nel poter disporre di organi di ricambio, magari più scattanti dei vecchi.
Qui il discorso è l’affermazione di un presunto stato di natura dove il soggetto mondo e il soggetto umano “naturalmente” si collocano , di un “naturale” divenire dei rapporti e delle consuetudini umane , sottolineate da una didattica ecologista che ci ricorda costantemente che quello che importa è avere uno stile di vita consono e in sintonia con la natura piuttosto che cercare delle scorciatoie che violino l’intima essenza della natura stessa allo scopo di allungarci innaturalmente l’esistenza. Nel frattempo mentre decidiamo quali debbano essere gli stili di vita consoni e “naturali” la maggioranza delle persone continuerà a morire di malattie che potremmo curare con maggiore successo se non si opponessero ostacoli alla ricerca. Chi può dire cosa sia naturale? E perché ciò che eventualmente non lo fosse deve essere bandito. Ed inoltre naturale non è certo sinonimo di inoffensivo: la digitale è un prodotto “naturale”, molti farmaci antitumorali sono “naturali”, ma esplicano un’azione chimica che a dosi massive può risultare letale. La storia dell’uomo in realtà a ben guardare non ha niente di naturale. Insomma il soggetto idealisticamente inteso prevale , forse per la necessità anche questa umana di aggrapparsi ad una narrazione, a quel filo rosso che tiene insieme le emozioni , le aspirazioni, gli affetti, colorandoli di tonalità emotive intessute in una trama narrativa.
Se è vero come alcuni psicologi dicono che l’esistenza umana è teatro, che qualsiasi atto quotidiano dal più semplice quali il salutare il vicino mentre scendi le scale al più complesso  quale presenziare il matrimonio della propria figlia, sia preceduto e diretto da rappresentazioni mentali che in una sorta di canovaccio anticipano l’evento in tutti i suoi particolari, allora dobbiamo dedurre che ciò che muove gli uomini e le donne è la trama che si sono scelti e che procura loro emozione , e non già la razionalità.
C’è da chiedersi allora se non sia forse il caso a questo punto di costruire storie finalmente a lieto fine, forse con meno pathos, ma più consapevolezza ed autodeterminazione collettiva.
Al di là delle storie un’altra domanda risuona insistentemente: è ancora il tempo per produrre senso indipendentemente dall’urgenza ambientale entro la quale viviamo? L’arte, sia essa l’arte di fare politica, di guarire o produrre icone astratte, che collocazione ha all’interno di  questo contesto  emergenziale?  Non è forse  urgente ricercare un metodo che accanto all’arte fornisca strumenti concreti idonei a curare le varie pestilenze che mettono seriamente a rischio la sopravvivenza della specie?
Sono consapevole che l’idea di concretezza, l’idea di uscire da un orizzonte se vogliamo, puramente metafisico, non è certo nuova. E’ un’idea che nasce già nel seicento con la disputa tra spiritualismo e materialismo e successivamente nell’ottocento tra idealismo e positivismo, per arrivare ai giorni nostri, dove assistiamo alla pretesa disputa tra analitici e continentali(pretesa poiché qualcuno afferma che dal momento in cui Husserl può essere considerato il padre di entrambi è forse improprio stabilire una contrapposizione).
L’esigenza di un metodo razionale, scientifico o anche materialista in contrasto con le “ vaporosità metafisiche” è un tema presente anche nella cultura italiana dei primi del ‘900. E’ celebre l’orazione inaugurale napoletana di Francesco De Sanctis del 16 Novembre del 1872 (“ la scienza altro non è se non restituzione de’ limiti della coscienza, la riabilitazione di tutte le sfere della vita….la società non può vivere lungamente sopra idee che non generano, che non organizzano”) che, insieme alla conferenza romana dell’ 11 Marzo 1883 risultano estremamente significativi: “ Una volta il nostro spirito era disposto a cercare le idee o i concetti delle cose, l’esprit des chose,la filosofia delle cose, la filosofia della storia, filosofia del linguaggio, filosofia del diritto. Oggi prendiamo vivo interesse a studiare le cose in se stesse, nella loro esteriorità, nella loro natura ,nella loro vita. Le basi dei nostri studi erano grammatiche, retoriche, logiche , metafisiche….oggi…vogliamo il laboratorio anche nelle scienze spirituali “.
Quelle esigenze di  cui De Sanctis si fa testimone non hanno mai potuto avere uno sviluppo corrispondente ai propositi iniziali. La genuina necessità di contrapporre all’idealismo rigorose vedute logiche, organiche strutturazioni di piani di  ricerca ed in buona sostanza un metodo efficace che saldasse gli aspetti particolari alla “ veduta generale” è stata soffocata dal costituirsi di tali tendenze positiviste in una sorta di nuova cosmogonia antimetafisica. In pratica si è sostituito all’idealismo un nuovo idealismo che fatto ben presto rimpiangere il vecchio.
Tornando all’oggi , il problema non mi sembra quello di creare una nuova filosofia all’insegna del concreto, ripetendo gli errori del passato, il problema forse è quello di assumere un atteggiamento genuinamente “ strumentale” , che ci consenta di prendere gli strumenti giusti laddove si trovano, utilizzando quelli che riteniamo più efficaci e mettendo da parte quelli vecchi e non più utilizzabili.
Quello che emerge in questa epoca post-moderna  è l’urgenza di trovare soluzioni a problemi che sono alla base della sopravvivenza dell’intera umanità, la storia adesso è questa, meno romantica e meno suggestiva , ma sicuramente più protesa verso il conseguimento di obiettivi concreti che portino alla sconfitta delle pestilenze e delle schiavitù rimaste: le ingiustizie sociali, le malattie, la sofferenza, la morte. Credo che la filosofia continentale, interprete genuina del ‘900, per dirla in maniera semplice, abbia caratteristiche di profondità e di analisi irrinunciabili, ma credo anche che sia totalmente refrattaria ed inadatta a ragionare in termini di evidenza e di metodo. La filosofia continentale sa meglio di tutti dare voce ai soggetti, ma è abituata a concepire il discorso dell’organizzazione attorno a delle categorie le quali non possono essere disgiunte dagli obiettivi, poiché teme fortemente che tornando ad un generico concetto di “bene comune” si incorra nel rischio di “neutralizzare” il pensiero e la filosofia. Da qui la forte diffidenza verso la filosofia analitica , vista una volta da molti, come la punta più avanzata del capitalismo.  Un certo  pragmatismo anglosassone invece, almeno nelle sue versioni “aziendalistiche”, ha nel tempo affinato notevolmente la metodologia, non curandosi di interrogarsi sulla “missione” dell’agire, , ma organizzando l’agire in maniera efficiente e soprattutto efficace.
Da quello che si vede oggi il discorso sulla  neutralizzazione del pensiero appare fuorviante. Il  nemico “ di classe” da fronteggiare se vogliamo esiste ancora , sebbene l’esercito  che lo fronteggia, non sia un monolite bensì un insieme variegato e multicolore di soggetti  che oppongono alla sua marcia incessante interessi prurali , ma non inconciliabili  e convergenti verso un obiettivo comune.
Si tratta ripeto di elaborare strumenti e metodi efficaci.
Per chi ha partecipato al lavoro politico negli ultimi anni ed ha una lunga frequentazione del movimento ha potuto rendersi conto che uno dei problemi principali  è proprio la mancanza di un metodo condiviso che ponga un freno ai vari personalismi e consenta una reale partecipazione di tutti . Sappiamo bene come molte riunioni politiche vadano avanti per ore ed ore fra interventi  prolissi e avvitati su se stessi , estenuanti schermaglie fra i compagni, disquisizioni  inutili e  puntigliosità che spesso alla fine  lasciano un senso di forte frustrazione. Proprio per ovviare a questi inconvenienti è stato proposto il “metodo del consenso” come metodo di lavoro politico che lungi dall’essere solo un mero espediente tecnico rappresenta anche una filosofia che si ripropone di superare i personalismi ed affermare criteri genuinamente democratici, escludendo il ricorso alla maggioranza e privilegiando appunto il metodo del consenso. Il “ consensus model” o “ metodo del consenso” potrebbe essere un esempio di importazione di una metodologia efficace di stampo anglosassone e come sanno bene anche i disobbedienti , l’abitudine di organizzare corsi specifici su come difendersi dalle cariche della polizia o dai lacrimogeni è un modo di procedere tipicamente anglosassone , frutto di una cultura pragmatica. Purtroppo tale approccio nella sua globalità è visto ancora con diffidenza e con le resistenze e il disagio di chi si trova a dover utilizzare uno strumento nuovo. Inoltre come già accennato il pragmatismo parente stretto della filosofia analitica è visto anch’esso con diffidenza e  disprezzo.
Superare il soggettivismo senza mortificare il soggetto appare fondamentale, come pure superare il novecento senza anatemi ne pentimenti.
Forse il soggettivismo è morto negli anni settanta , quando formazioni politiche comuniste radicali come Potere Operaio, propugnavano una disarticolazione dello stato attraverso l’intervento sul salario, concepito come variabile indipendente. La strategia di base  presupponeva l’acquisizione di una forza rilevante  in termini di contropotere in grado di consentire un peso contrattuale nei riguardi delle classi dominanti  tale da produrre cambiamenti favorevoli alle classi subalterne. Questa impostazione si fondava su una visione soggettivistica estrema coniugata con il massimo dell’oggettivismo nei termini dell’organizzazione della struttura partito. Potremmo definirla l’interpretazione attuale(per quei tempi ) del leninismo.
Quel tipo di strategia e di visione è fallita per esplicita ammissione di coloro stessi che l’avevano concepita.
In quegli anni, sebbene con grosso azzardo poteva essere ancora concepibile una impostazione del genere,  (già allora però altre formazioni come Lotta Continua prefiguravano un’idea di soggettività “allargata” andando ad abbracciare anche sfere della vita collettiva classicamente non considerate dai puristi del marxismo, quali gli affetti, i sentimenti, la dialettica tra i generi, considerati elementi “sovrastrutturali” e quindi epifenomeni del conflitto capitale-lavoro ritenuto l’essenza di qualsiasi espressione sociale e politica e  persino psichica ), oggi dobbiamo inventarci qualcosa di costantemente rinnovabile.
Le elaborazioni politiche di quegli anni rientrano nell’ambito delle narrazioni moderne, un contesto che appunto privilegiava il soggetto quale tessitore di trame, protagonista di passioni e di eventi epocali, un soggetto che aveva dalla sua parte anche l’elemento tempo, poiché si vedeva immerso in un ambiente naturale dove le risorse apparivano illimitate e le storie potevano essere riscritte all’infinito. Mi sembra che questa visione estetizzante, sia oggi abbondantemente superata almeno concettualmente, considerando che viviamo in un  contesto estremamente fluido dove i confini tra i soggetti sfumano nella moltitudine e dove  il soggettivismo appare in contraddizione con l’elemento cooperativo(la cooperazione avviene tra soggetti e classi differenti) attorno al quale si fondano i discorsi di cambiamento e di rivoluzionamento dell’ordine sociale esistente.
Ma sebbene il tramonto del soggettivismo sia stato  recepito a livello concettuale,non è stato tuttora metabolizzato, i residui del medesimo continuano a condizionare il nostro agire politico attraverso una frammentazione di soggetti che non operano efficacemente in rete con altri poiché troppo impegnati a giocarsi la partita  della sopravvivenza , anteponendo la propria linea alla necessità di concentrare le proprie energie su obiettivi comuni.
In definitiva siamo passati dal grande proscenio novecentesco, dove andavano in scene le avventure epiche del soggetto , con il pathos delle grandi storie, ad una situazione che assomiglia più a quella dell’ esploratore, che  con le sue mappe  cerca il percorso migliore e i compagni di viaggio più adatti per raggiungere la meta. Siamo finalmente al nocciolo della questione: la soluzione nuda e cruda dei problemi, il problem solving. Come si cura una persona? Quale è il metodo più efficace?
Come si risolve il problema del cibo e dell’acqua, quello della carenza dei farmaci essenziali, della povertà, dell’inquinamento? Non  ci sono più grandi sistemi in grado di spiegare tutto.
In questo contesto cose come la psicoanalisi non hanno più senso. Ha forse senso l’idea di una psicologia clinica che superi tutti gli steccati e prenda quanto di buono c’è in tutti i vari orientamenti della psicologia e  nella ricerca psicologica avanzata  e perché no anche della psicoanalisi, quella stessa dottrina che per prima ha dato voce e rilievo a chi era solo un oggetto di congressi scientifici e di manipolazioni brutali da parte dei  medici (già in fin dei conti nessuno vuole tornare indietro ad un “oggettivismo” peloso e senza freni). Il fatto è che la psicoanalisi come pratica istituzionalizzata, con i suoi riti da iniziati, il suo alone chiesastico, i soldi estorti a poveracci ignari, non si decide a morire e come tutti  i fenomeni resistenziali continua a dare colpi di coda che confondono le idee. Per onestà bisogna dire che tali elementi rituali sono molto più presenti in Italia che in altre nazioni come la Francia , dove da anni è in atto una revisione critica degli aspetti più settari e dogmatici della psicoanalisi. Tutti gli altri problemi, in primis l’elemento interpretativo e soggettivistico però rimangono.
In realtà chi opera nei servizi, luoghi dove la maggior parte della gente accede, sa perfettamente che c’è una distanza abissale fra quello che è il mondo accademico psicoanalitico e quello che invece è il mondo degli operatori che lavorano dentro il  disagio mentale, con i problemi di chi con pochi mezzi deve fare miracoli, cosciente del fatto che il disagio psichico non ha niente a che vedere con le topiche freudiane, ma è qualcosa di molto più complesso.
Occorre che la secolarizzazione del pensiero si compia a tutti i livelli bonificando la mente da tutte le superstizioni e le credulonerie varie, forse allora cominceremo a ragionare.

mercoledì 29 dicembre 2010

Manganellatori democratici 2. Appello ai poliziotti

di Franco Cilli

Una volta vi consideravo nemici, voi poliziotti, il braccio armato del potere della borghesia a difesa di interessi di classe. Non mi inteneriva il discorso di Pasolini sui figli del popolo, né mi piaceva il suo disprezzo nei riguardi degli studenti borghesi del '68. Ero convinto che fare il poliziotto significasse comunque una scelta di campo, la quale, sia che fosse consapevole o meno, ti collocava “oggettivamente” dalla parte sbagliata della barricata, quella dei ricchi oppressori. Eppoi i poliziotti come direbbe qualcuno oggi, mi sembravano tutti “psicologicamente tarati”, vittime di una psiche malata e di una personalità lacunosa, perché mai altrimenti avrebbero scelto di indossare una divisa e portare armi?
Oggi, per dirla alla maniera di un mio amico americano, vi considero in certi momenti “a pain in the ass”, un fastidio da evitare durante le manifestazioni, così come si evita un terreno sdrucciolevole che può farti sbandare e uscire fuori strada. Oggi rifuggo dalla sociologia spicciola e dalle facili interpretazioni psicodinamiche. Semplicemente non mi interessano. Riconosco che in Italia c'è un problema di legalità, che travalica il senso della propria biografia personale e della propria identità politica, e riconosco che voi siete degli attori importanti in questo scenario fosco, dominato dalle mafie e dalla politica loro serva. Sono altresì consapevole che il nemico non siete voi, bensì un potere che cambia faccia, ma ha sempre l'aspetto vorace e sornione di chi si ingrassa a spese altrui. Non voglio cadere nella retorica e non sprecherò parole di commozione per le vostre fatiche di uomini perennemente a contatto con le miserie del mondo, voglio dire però che ho un debole per gli eroi e per questo motivo ammiro, seppur sommessamente, molti di voi che si comportano come eroici servitori dello stato a prezzo della loro pelle. Tutto questo però non può essere un alibi per giustificare il comportamento acritico di coloro che fra i poliziotti si comportano come robocop impazziti a causa di un microchip andato a male. Siete pur sempre un soggetto sociale e oserei dire anche politico e come tale avete l'obbligo di pensare e agire da esseri umani e non da marionette impazzite. Da un bel po' di tempo non siete più un corpo militare, vincolato ad un falso senso dell'onore e a regole assolute. Non potete trincerarvi dietro la scusa del “eseguiamo solo ordini”. Malmenare gli studenti, gli operai di Pomigliano e adesso i pastori sardi o chiunque disturbi la quiete del ducetto di Arcore è una responsabilità umana, civile e politica e vi rende strumenti passivi nelle mani di un potere che si fa sempre più pericoloso e violento. La soluzione autoritaria alla crisi di un modello sociale e politico e una vecchia ricetta, ma sempre attuale, i guizzi rabbiosi e prepotenti di un regime in piena incubazione, sono un segnale evidente. Quelle di Gasparri non sono boutade, ma sono la preparazione di un terreno di svolta in senso autoritario. Questi signori non hanno altra scelta del resto. Come considerare diversamente gli esiti politici di un'alleanza fra un partito nazistoide come la lega e una formazione politica che ha così forti legami con la mafia e apparati “deviati” dello stato?
Mi appello ai poliziotti democratici se questa parola ha un senso: avete delle rappresentanze sindacali, usatele per esprimere un vostro parere sulla repressione sociale e non solo per fare le vostre rivendicazioni di categorie. Bonificate tutti i focolai di fascismo all'interno dei vostri corpi, specialmente quelli più operativi: costringere qualcuno a cantare faccetta nera sotto la minaccia di sprangate in testa non è cosa civile. Richiedete un addestramento migliore, non è concepibile che vi si dia la licenza di portare un'arma dopo aver scaricato un solo caricatore su un bersaglio di cartone, senza nemmeno essere stati addestrati a gestire il conflitto e la paura, o semplicemente senza che sia stato instillato in voi il senso del servire la comunità. Smettetela col vostro spirito di corpo e non credete a La Russa, picchiare gli studenti non è una questione di par condicio. Avete il dovere di essere superiori allo spirito di vendetta e di sopraffazione.

sabato 25 dicembre 2010

Basaglia non basta

postato su doppiocieco il 7 Febbraio 2010




Voglio dirlo con franchezza: stimo molto Basaglia, persona che per me è stata e continua a essere un punto di riferimento essenziale per la chiarezza del suo ragionamento e per la fattività del suo agire. La grandezza dell'uomo risiede principalmente nella sua capacità di interpretare con incredibile senso dei tempi il periodo storico in cui è vissuto, utilizzando quella “cassetta degli attrezzi” che la tecnologia sociale e le conoscenze scientifiche del tempo gli fornivano. Con altrettanta chiarezza devo però dire che non mi appassiona per nulla l’evocazione retorica di buoni sentimenti di stampo deamicisiano costruita attorno alla sua figura, e nemmeno la stucchevole rievocazione delle azioni di eroi muti e solitari contro il potere.

Trovo questo miscuglio grottesco di narrativa del cuore e manifesto politico, alquanto irritante, una roba utile a riprodurre dicotomie visionarie, buone a scaldare gli animi di chi ha bisogno di storie di oppressi e oppressori con l’immancabile lieto fine.
Si ignora o si finge di ignorare la complessità di un fenomeno che non può essere scorporato dai suoi aspetti biologici e psicologici e soprattutto da una seria analisi scientifica. Si ignorano altresì gli aspetti politici.
I manicomi andavano chiusi, erano un’aberrazione umana e un controsenso scientifico come lo stesso Basaglia sosteneva, e andavano sostituiti con strutture più idonee a soddisfare i bisogni di una società aperta, attenta e ai diritti delle persone, alla loro dignità e al loro benessere. Se gli strumenti adottati per rimpiazzare i manicomi e soprattutto la cultura che li sorreggeva, si sono rivelati inadatti e insufficienti, la colpa non può essere attribuita solo alla pigrizia intellettuale o alla perseverazione nell’uso di “cassette degli attrezzi” ancora pieni della ruggine manicomiale, ma al rifiuto per anni, di considerare la psichiatria in una visione unitaria, che oltre ad accogliere istanze sociali rispecchiasse un’organizzazione confacente alle sue diverse competenze e attitudini. Tutto ciò ha spesso determinato false dicotomie, come quelle fra psichiatria biologica e sociale, come se la malattia avesse una sola dimensione.
Le malattie psichiatriche hanno peculiarità che non sono paragonabili a quelle di altre malattie, per le loro conseguenze sociali e i loro risvolti psicologici, ma vanno tuttavia considerate in ambito unitario, pena la delega al sociale e a narrative consolatorie e intimistiche di tutto il carico di una sofferenza che non può essere affrontata con la retorica della partecipazione attiva delle comunità (sebbene indispensabile) o della dedizione di medici e operatori.
Questo discorso non vuole gli ignorare gli spetti restrittivi, coercitivi ed anche violenti della psichiatria, ma bisogna sgombrare il campo dalla retorica e dall’ideologia. La contenzione, per dirla in parole povere, il legare il paziente a letto, è una cosa obbrobriosa,...ma dobbiamo ragionare anche dell’aspetto terapeutico della contenzione, altrimenti sembrerà un arbitrio senza senso e una violenza gratuita. La contenzione è considerata una misura terapeutica ed esiste una gradualità basata sulla gravità dello stato di agitazione del malato, con cui va applicata. In altre parole la contenzione non è diversa concettualmente dal fare un’iniezione in caso di agitazione (quella che una volta veniva definita "camicia chimica"), sebbene si diversifichi enormemente da questa nei suoi aspetti simbolici. Non dimentichiamoci che la legge 180 di Basaglia, poi confluita nella legge 833 contemplava un aspetto fortemente coercitivo come il TSO. Se però consideriamo il contesto storico in cui è stato proposto ci accorgiamo che lo stesso costituiva un notevole avanzamento rispetto alla legislazione del tempo e che la sua filosofia ispiratrice era quella di consentire la cura anche di coloro temporaneamente non in grado di decidere per sé.
Il problema vero è come eliminare gli aspetti coercitivi della psichiatra, tenendo conto dell’impianto fragile su cui poggia la maggior parte della psichiatria italiana, dove la coercizione assume spesso un ruolo di supplenza a carenze organizzative, di formazione del personale e insufficienza di mezzi. 
Parlando di coercizione, per scendere nel concreto, allo stato attuale dei fatti è praticamente impossibile non tenere chiuse le porte di un SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura), perché malgrado i pazienti volontari usufruiscano del diritto di qualsiasi altro paziente ricoverato, compreso quello di uscire dal reparto, sappiamo benissimo che molti dei pazienti volontari di un reparto psichiatrico non sono affatto autonomi a causa del loro stato di angoscia e di dissociazione. La responsabilità dell’allontanamento di questi pazienti dall’Ospedale, con i rischi connessi al loro stato, ricadrebbe inevitabilmente su medici e infermieri, che ne dovrebbero rispondere alle autorità giudiziarie (malgrado l’assenza di qualsiasi reato) e soprattutto ai familiari dei pazienti, spesso molto poco comprensivi riguardo a presunte disattenzioni del personale di cura, quegli stessi familiari che magari in altri contesti si battono per maggiori diritti dei pazienti psichiatrici.
Gli operatori psichiatrici, eccezioni a parte, non sono un branco di aguzzini, ma subiscono anch’essi le contraddizioni di un sistema  in teoria valido, ma ormai cristallizzato in logiche che appaiono lontane dalla dimensione privata dei pazienti. Lo psichiatra si trova inevitabilmente fra incudine e martello, dovendo farsi carico di bilanciare gli aspetti coercitivi con quelli della tutela e del rispetto dell’individuo, sapendo che comunque agirà sarà esposta a critiche da un fronte o dall’altro.
Un Dipartimento Psichiatrico si definisce come un insieme di strutture semplici e complesse che in teoria dovrebbero agire in modo sinergico, allo scopo di affrontare la malattia mediante un approccio multidimesionale, dipendente dallo stato della malattia stessa e dalla sua complessità. La realtà dei fatti è che in molti casi gli organismi dei Dipartimenti assumono la forma di un fortino assediato, esposto all'assalto di nuovi conquistatori sul versante esterno e minato sul fronte interno da lotte intestine per il potere. Il rischio è che il malato e la sua sofferenza, contino ben poco. 
Tutta la medicina, psichiatria compresa è una enclosure recintata dalla politica e soggiace alle sue logiche lottizzatorie. È la realtà di tutte le istituzioni pubbliche italiane. Uno spazio di progettualità autonoma, separata dalle logiche della politica e centrata sui bisogni reali delle persone, è una rarissima eccezione. Le cose che si fanno nella pratica quotidiana sono spesso un fare per il fare il fare, buono per le manifestazioni pubbliche, dove ci si profonde in una retorica struggente con discorsi ricolmi di commozione (e di autoincensamento), magari dopo l’ennesima recita teatrale dei matti del proprio piccolo feudo o della mostra dei loro quadri.
Per essere chiari ed evitare possibili (nuove) denunce a questo blog, dirò che il mio discorso è assolutamente astratto e prescinde da realtà particolari.
La riabilitazione è una scienza "morbida" forse, ma non per questo meno seria. In alcuni servizi viene fatta seriamente e con impegno, in altri, chiamano riabilitazione è un misto di intrattenimento e buona volontà condite con pratiche ardimentose come la pet therapy, il torneo di calcetto, l'ippoterapia e la montagnaterapia. Il tutto in maniera totalmente indipendente da qualsiasi progetto individualizzato. I pazienti, a volte entusiasti  a volte annoiati, molto spesso sembrano un gruppo di vacanzieri da villaggi vacanze.
C’è poi alla fine il capitolo sulla terapia farmacologica e sulle terapie somatiche. I farmaci servono? L’ECT e magari la TMS* servono o sono pratiche disumanizzanti? È un argomento che ho già affrontato in un precedente post e non credo sia il caso di ripetermi. Quello che vorrei fosse chiaro è che è indispensabile liberare la psichiatria dal morbo della politica e permettere un discorso serio sul suo ruolo e sui suoi approcci alla malattia in una visione unitaria.
Gli SPDC rappresentano a mio avviso una concezione da superare, sono l'esatta rappresentazione terrena dell'eterno conflitto fra libertà e necessità: necessità di cura e libertà di sottrarsi all'istituzione come dispositivo di controllo "biopolitico". Si può forse immaginare in alternativa all'SPDC una comunità aperta che accolga i malati in fase di acuzie, ma non si può ignorare la componente biologica della malattia e la necessità in taluni casi dell’approccio medico e farmacologico, e al momento l'SPDC appare l'unica soluzione praticabile. La coercizione si può evitare, ma chi glielo dice al manager della ASL che occorrerebbe il quadruplo del personale?
Riguardo poi al reinserimento in ambito sociale ed al recupero delle abilità perdute a causa della malattia, si può e si devono ampliare le risorse per la riabilitazione, ma lo si deve fare seguendo metodologie rigorose, senza lasciare spazio all’improvvisazione e soprattutto curando la formazione del personale.
Si può fare tutto questo senza ignorare che alcune malattie abbisognano di approcci che richiedono competenze diverse, dalla semplice empatia all'uso di presidi strumentali e farmacologici La depressione richiede cure adeguate, farmacologiche e psicoterapiche, auspicandis di non cadere nelle mani del lacaniano o del fagiolino di turno. Taluni sindromi neurologiche o mediche si manifestano con sintomi psichiatrici. Occorrono competenza clinica e capacità di diagnosi differenziale. Occorre infine dare spazio anche alla ricerca di laboratorio e all’epidemiologia per mettere a punto nuovi e più efficaci strumenti di cura. Quando parlo di visione unitaria in definitiva, mi riferisco a un contesto dove sia possibile mettere insieme competenze diverse in una visione laica e rispettosa della scienza.
Non ho affrontato il capitolo costi, ma è ovvio che un “progetto dedicato” per ogni singolo paziente ha dei costi elevatissimi. Se si vuole davvero evitare che l'ospedalizzazioni sia l'unica scelta occorrono investimenti ingenti. Se vogliamo evitare che gli aspetti coercitivi svolgano un ruolo di supplenza, occorre personale preparato e motivato, con un rapporto operatore/paziente di almeno 1 a 1. Laddove si riesca a stabilire una relazione centrata sui bisogni individuali, anche la coercizione, alla volte inevitabile, può assumere un senso.
Mi rendo conto che in poche righe sto cercando di comprimere una realtà difficile da afferrare nella sua interezza, ma è necessario che tutti noi facciamo uno sforzo di comprensione per non lasciare fuori aspetti della psichiatria niente affatto secondari. Il rischio è che sull’onda dell’emotività si privilegi l’aspetto della libertà in modo astratto, senza fare nulla di diverso per liberare realmente il malato psichiatrico dalla sua sofferenza.
Basaglia forse aveva ragione. È inutile interrogarsi sulle cause (spesso inconoscibili) delle malattie psichiatriche, quando abbiamo davanti agli occhi una sofferenza che non può essere curata indossando un camice, ma restituendo rispetto e dignità alle persone. Tuttavia sappiamo benissimo che molte delle persone che vivevano dei manicomi avevano perso anche la capacità di essere liberi e non è bastato aprire le sbarre per restituire loro dignità. 
I manicomi di oggi sono meno visibili e più subdoli, ma non meno rovinosi. Per fare in modo che siano aboliti del tutto dobbiamo aprirci anche a ciò che è apparentemente inconoscibile.   

*La Stimolazione magnetica transcranica (TMS) è una tecnica non invasiva di stimolazione elettromagnetica del tessuto cerebrale. Mediante questa tecnica, è possibile studiare il funzionamento dei circuiti e delle connessioni neuronali all'interno del cervello, provocando uno squilibrio piuttosto ridotto e transitorio. È possibile adottare anche questa tecnica in modo ripetuto, ciclicamente, per trattare disturbi psichiatrici e neurologici quali la depressione, le allucinazioni, il morbo di Parkinson etc.; gli studi su questi presunti effetti terapeutici sono stati tuttavia condotti, finora, sono su scala ridotta ed hanno dato risultati contrastanti

mercoledì 22 dicembre 2010

Antipsichiatria


L’antipsichiatria è un’ideologia come tante altre e non è dissimile da quelle ideologie e sistemi di pensiero che l’hanno generata.
Suonerà strano che un blog che dichiara la sua appartenenza all’area della cosiddetta sinistra, prenda di mira l’antipsichiatria, visto che “l’antipsichiatria” è stata sempre identificata con l’essere alternativi al sistema dominante. Questo blog, d’altro canto, vuole andare al di là dei luoghi comuni che vedono la cultura antagonista fatalmente legata a ideologie e ciarlatanerie varie. Ci interessa in altre parole snidare quelle forme di irrazionalità che rappresentano, purtroppo da tempo, il marchio di fabbrica di una certa sinistra, costringendola dentro la morsa di automatismi beceri e controproducenti, i quali hanno ben poco di alternativo.

L’antipsichiatria è un’ideologia che paradossalmente adopera le stesse armi che la propaganda di regime utilizza quando vuole screditare un gruppo politico o un orientamento di pensiero: prendono alcuni casi singoli, con evidenti connotazioni tragiche, vittime innocenti e inconsapevoli della crudeltà psichiatrica, e generalizzano a più non posso, dimostrando che la psichiatria fa solo del male: contemporaneamente affermano aprioristicamente che la psichiatria non ha alcuna base scientifica e il gioco è fatto.

In primo luogo, mettere in risalto gli aspetti negativi di qualsiasi disciplina è tanto facile quanto scorretto: se volessi dimostrare che la chirurgia fa solo del male potrei presentare milioni di casi di persone danneggiate o uccise dalla chirurgia, aggiungendo statistiche perlomeno azzardate, che dimostrano che se nessuno al mondo venisse operato alla fine il saldo fra quelli che si giovano della chirurgia e quelli che ne sono vittime sarebbe senz’altro a sfavore della chirurgia (un po’ difficile, per la verità, ma mai sottovalutare la propaganda).


In secondo luogo, dire, come fanno alcuni, che la psichiatria non ha basi scientifiche non significa nulla, specie se comprovato dal fatto che gli psichiatri intervistati si rifiutano di rispondere alla domanda: “Qual è secondo lei la base scientifica della psichiatria?”
Provate a pensare se una simile domanda fosse stata posta a freddo, che so, a dei cardiologi: cosa avrebbero risposto i malcapitati? Probabilmente avrebbero balbettato o avrebbero citato a memoria un manuale di cardiologia. Non c’è alcuna “base scientifica” di nessuna disciplina, se considerata in astratto, nemmeno nella fisica. Esistono teorie, ipotesi, leggi che costituiscono l’armamentario di tutte le scienze, e tali leggi, ipotesi e teorie sono utilizzate come strumenti per raggiungere degli obiettivi di ricerca. Esistono inoltre ipotesi di lavoro concernenti un particolare ambito, come può essere ad esempio l’ipotesi di alcuni deficit cognitivi specifici nella schizofrenia o particolari conformazioni anatomiche esaminate alla RNM tipiche di quest’ultima, ma è assurdo pretendere che ogni “disciplina medica” abbia una base scientifica propria, e men che meno, allo stato attuale della conoscenza scientifica,  che ciascuna malattia abbia una spiegazione chiaramente dimostrata in termini eziopatogenetici. Provate a dire, che siccome non esiste una dimostrazione “basata scientificamente” dell’ipertensione arteriosa essenziale - nessuno ne conosce la causa ed è per questo che si definisce essenziale - allora la terpia antiipertensiva non ha senso e di conseguenza nemmeno una buona fetta della Medicina Interna ha senso.
Sarebbe assurdo e causerebbe milioni di morti. Alle volte la cura delle malattie consiste nell'aggredirne i sintomi, nell'attesa che nuove scoperte  aprano nuovi orizzonti terapeutici. Allo stesso modo non si può pretendere che la schizofrenia abbia un’eziologia chiara e inequivocabile: per poter essere definita è sufficiente che determinate manifestazioni di essa, o se preferite sintomi, rientrino in un contesto che definiremmo patologico. Direi forse che dovremmo trovare un’intesa su cosa definire patologico e cosa no, inoltre dovremmo stabilire cosa rientra in un normale pattern di diversità fra gli individui, ma credo che non ci sia dubbio alcuno sul fatto che sofferenze atroci dovuti a deliri e allucinazioni e l’elevato grado di disabilità che ne consegue non possano non essere definiti eventi patologici. Il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder) serve proprio a questo: tramite il metodo deduttivo si stabilisce se il comportamento di un paziente sia inseribile in un quadro sindromico statisticamente rilevante, a prescindere dal substrato culturale dell'esaminatore.

Chi vorrebbe che la psichiatria sparisse dalla circolazione, dovrebbe dirci in primo luogo cosa intende fare con persone che in ragione del loro “diverso modo di stare la mondo” soffrono pene inaudite, come quegli schizofrenici che si sentono costantemente perseguitati da entità aliene o dalle copie dei loro familiari che altro non sono che malvage entità che tramano contro di loro. Che fare poi di quegli  psicotici che si sentono manovrati a distanza da persecutori ignoti, o addirittura violentati sessualmente da personaggi invisibili? E di quei maniacali che sfrecciano a 300 all’ora con le  loro automobili, mettendo a repentaglio la propria vita e quella altrui, per rincorrere missioni impossibili o per parlare con la Regina Elisabetta, o di quelli che regalano case e proprietà al primo venuto? Vogliamo parlare di coloro che improvvisamente, senza alcun motivo logico, sentono di essere caduti in un baratro di dolore senza speranza e che per essi e per i loro familiari non c’è altro rimedio che la morte? Vogliamo considerare queste persone parte di una gioiosa biodiversità? Pensate che gli psichiatri se la godano a torturare la gente e che si divertano a cercare col lanternino chi delira? Credete che coloro che soffrono di disturbi mentali vogliano solo essere lasciati in pace e godersi il loro delirio?
La psichiatria è un lavoro faticoso, che come tutte le attività ha i suoi lati oscuri, come quello di una criminale connivenza con le case farmaceutiche, le quali condizionano le scelte e gli orientamenti degli psichiatri. Affermare però, che gli psicofarmaci sono assolutamente dannosi, in base a teorie strampalate sulla non esistenza delle malattie mentali o sulla loro non “naturalità” o in base alla convinzione che sono l’arma diabolica in mano a sadici psichiatri, non ha alcun senso. Gli psicofarmaci servono eccome: sono indispensabili in caso di depressione severa (direi che in questo caso possono essere definiti un farmaco salvavita), sono indispensabili nei casi di mania, sia in fase acuta che nella profilassi (il litio è efficacissimo e per la gioia dei naturisti potrebbe essere definito un prodotto naturale: esistono le acque litiose). Gli psicofarmaci infine sono utilissimi  per alleviare l’angoscia psicotica e negli attacchi di panico. Certo, anche qui bisogna distinguere il buon uso dal cattivo uso. Imbottire un paziente di farmaci perché è la risposta più facile al suo disagio è quantomeno disonesto; molti sintomi sono facilmente controllabili attraverso una relazione terapeutica empatica e un’accurata analisi dei fattori ambientali. Fare cocktail farmacologici ardimentosi, senza alcun razionale, al solo scopo di soddisfare le aspettative delle case farmaceutiche è criminale, non c’è dubbio. Da qui, però, alla completa eliminazione degli psicofarmaci ce ne passa. Certo, c’è chi si arricchisce producendo psicofarmaci, ma c’è anche chi si arricchisce vendendo farina, ciò non significa che non sia necessaria. Non voglio, in questa circostanza, riproporre il vecchio discorso sulla esistenza o meno della malattia mentale, ma sento da più parti un tipo di critica secondo la quale non esistono malattie mentali, ma solo contesti sociali differenti in cui certi comportamenti etichettati come insani si collocano. Una critica che a me sembra infondata, poiché si preoccupa di tutelare una presunta diversità di coloro che sono giudicati malati, rispetto alla necessità di dare una risposta a chi sta male e ti chiede aiuto. L’equivoco spesso nasce dal fatto che alcuni malati non chiedono aiuto e dichiarano esplicitamente di essere vittime della psichiatria. In alcuni casi ciò è senz’altro vero, sebbene tali casi siano una minoranza, ma nella maggior parte di casi si tratta di assenza di consapevolezza di malattia o di difficoltà ad accettare di avere una malattia psichica.

Rispetto al contesto, questo è sì determinante, ma non in relazione all’insorgenza della malattia (prescindendo ovviamente dalle grosse calamità o da eventi fortemente stressanti) bensì riguardo all’evoluzione del disturbo. Il primo rapporto OMS sulle malattie mentali, ad esempio, mette in rilevo che la prognosi è migliore nei cosiddetti PVS a causa di un minore stigma sociale e di un maggiore effetto protettivo della coesione dei gruppi sociali. Lo stesso studio dimostra che ciò che chiamiamo schizofrenia è una costante a tutte le latitudini e in tutti i contesti geografici esaminati, e si manifesta con i medesimi sintomi, fatte salve le peculiarità di carattere culturale.

In definitiva, quello che si può dire è che esiste una buona psichiatria e una cattiva psichiatria, gli antipsichiatri se ne facciano una ragione: la psichiatria esiste ed è meglio così. Il problema è migliorarla e dedicarle più fondi e allargare la sua base sociale il più possibile invece di cancellarla: solo così si potranno evitare gli abusi e le cattive pratiche. Un solo paziente richiede risorse ingenti, un trattamento individualizzato e molte persone che si dedichino ad esso, in un approccio multidisciplinare, psicoterapeutico, farmacologico, riabilitativo e anche umano. Bisogna evitare comportamenti irrazionali, basati solo sull’emotività: l’antipsichiatria è solo una delle tante ciarlatanerie che girano nel mondo occidentale, e non aiuta a conquistare nuovi diritti né a risolvere problemi seri, ma solo a diffondere la piaga dell’antiscientismo. A voler essere poco educati si può inoltre tranquillamente affermare che i padri dell’antipsichiatria non è che abbiano combinato un granchè: che io sappia le comunità di Laing sono state un vero fallimento e Cooper e Szasz hanno lasciato tracce solo sui libri. In quanto a Basaglia, considerato a torto il padre dell’antipsichiatria italiana, persona che per inciso io stimo molto, nessuno sa che la legge 180 (in realtà non esiste una legge 180: i suoi contenuti sono stati recepiti nella legge 833 del 1978) che porta il suo nome conteneva, insieme a molte indicazioni lodevoli sulla necessità di diffondere servizi territoriali e superare il manicomio, anche articoli  riguardanti il TSO. Tali articoli prevedono il ricovero in regime di trattamento obbligatorio per qui pazienti che mostrino “alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati dall'infermo e se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive ed idonee misure sanitarie extraospedaliere”(art. 34). Perché una norma così apparentemente liberticida? La legge Basaglia  rappresenta in realtà il superamento dello spirito delle leggi precedenti in ambito psichiatrico (legge del Febbraio 1904 e legge Mariotti del 1968). Sebbene la legge Mariotti contenesse molte innovazioni riguardanti l’aspetto sociale della malattia  mentale e tentasse di recidere il cordone ombelicale che legava la psichiatria alla pubblica sicurezza, preservava ancora residui evidenti di  una concezione repressiva legata all’idea di pericolosità del malato psichiatrico (i manicomi, del resto, erano sotto la giurisdizione del Ministero dell’Interno). La 180 sposta l'asse del discorso sulla cura, legando l’obbligatorietà della cura stessa non alla pericolosità del malato, bensì al diritto di tutti, anche di coloro che sono temporaneamente privati della loro capacità critica a causa della malattia, ad avere cure adeguate.E' quindi una questione di maggiori diritti e non di negazione di questi. Il problema è: sono davvero adeguate queste cure? È qui che dovrebbe incentrarsi il discorso, e non su inutili romanticherie che invocano una sorta di stato di natura inesistente.
Ma questo è un altro discorso.
Franco Cilli