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giovedì 21 gennaio 2016

Crescono paesi ribelli all’euro

di Tonino D’Orazio


Volenti o nolenti, difensori interessati o meno, crescono i paesi europei “ribelli” all’utilizzo dell’euro, passando per Schengen.
L’accanimento disumano verso la Grecia, da parte dei “forti”, deve aver insinuato qualche preoccupazione nei governi e nelle popolazioni di alcuni paesi europei della cosiddetta Unione. Consideriamola una vittoria postuma di Syriza, un virus democratico, come aveva previsto Varoufakis.
In fila?
La Croazia, anche se entrata nella cosiddetta Unione il 1° luglio 2013, continua ad utilizzare la sua moneta,(la Kuna croata) in parallelo all’euro, moneta che i cittadini rifiutano. Hanno capito che è l’unico modo di sfuggire alle grinfie della troika e della Bce. Non solo. Il governo cancella i debiti bancari dei cittadini più de muniti e perennemente in rosso; circa 60.000. Operazione proibita dalla troika, o dalla BCE che è la stessa cosa, per cui accentua la disubbidienza, sottraendosi alla schiavitù delle corporazioni bancarie.
Ricordiamo che i paesi con monete sovrane che appartengono all'Unione Europea sono i seguenti: Bulgaria (dove il progetto dell'entrata nell'euro è stato congelato), Croazia, Danimarca (che rifiutò l’euro con referendum sin dall’inizio), Polonia (con lo sloty ha un Pil invidiabile), Regno Unito (rimasto con la sua sterlina), Repubblica Ceca, Romania (l’adozione dell’euro è rimandata a fra dieci anni), Svezia (referendum negativo sull’adozione dell’euro) e Ungheria. Quest’ultimo ha preso la decisione di cacciare l’FMI, l’Unione Europea e la BCE fuori dai propri confini, ha ripreso il controllo della Banca di Stato, e sta vivendo uno sviluppo ed una crescita che hanno pochi rivali in Europa, come tutti i paesi che hanno rifiutato l’euro. Il livello economico generale è nettamente superiore a quello dei Paesi che fanno parte della zona euro e la disoccupazione è a una sola cifra. Per alcuni non significa ancora nulla.
Polonia. Il nuovo governo polacco di Beata Szydlo, di destra, si accinge a deliberare il reddito di cittadinanza per tutte le famiglie che hanno più di un figlio e mette in cantiere la rinazionalizzazione del settore bancario. Rifiuta di entrare nella zona euro. Il nuovo parlamento approva la tassazione dei profitti delle multinazionali e delle banche commerciali, le cui sedi legali spesso si trovano fuori dalle frontiere polacche riuscendo ad eludere l’imposizione fiscale nazionale. Indovinate chi protesta? Il centrosinistra sconfitto, la Merkel e il socialista tedesco Schulz! Tanto che la premier polacca ha fatto convocare l’ambasciatore tedesco a Varsavia per protestare contro l’attacco mediatico, quasi razzista, dei mass media tedeschi contro il suo popolo. Un ricordo secolare di prepotenza e predominio riacceso.
Una Spagna, che non ha ancora un governo, anche perché le campagne elettorali dei socialisti e Podemos sono state contro l’austerity della troika di Bruxelles, e vogliono che i popolari di destra di Rajoy, che non hanno i numeri per governare malgrado il bonus elettorale, vadano via. Un sasso per l’UE, anche se non parlano di uscire dall’euro, ma all’interno vi sono forti spinte autonomistiche sotto minaccia poco velata di Bruxelles.
 In Portogallo il Partito socialista ha formato un’alleanza diciamo con il suo antico nemico: i comunisti. Alleanza contro le politiche di austerità e rilancio del sociale per combattere l’ideologia fallimentare neoliberista che li ha portati a una nuova enorme emigrazione, alla fame e alla disoccupazione. Tre paesi particolari, “forti” perché non hanno bisogno di cappio, di aiuti finanziari esterni, come invece fu della Grecia, quindi meno ricattabili nell’immediato.
In più. Secondo l’alcolizzato (è un gossip provato) Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, il collasso dell’area Schengen, la zona di libera circolazione dei cittadini, ma soprattutto delle merci, “distruggerebbe il mercato unico e l’euro”. Affinché non cambi nulla ha sicuramente interesse a “riformarlo” lui l’accordo per salvare Schengen, sempre più in crisi di fronte alla pressione migratoria e alle autodifese nazionalistiche dalle prepotenze e dagli interessi tedeschi. Dopo la stretta sui controlli alle frontiere interne di Svezia e Danimarca il rischio epidemia si fa più reale. Oltre la Polonia, anche l’Austria si è unita ai Paesi europei che hanno reintrodotto i controlli alle frontiere. Lo ha annunciato anche il governo di Lubiana, (Slovenia) dopo che il cancelliere austriaco, Faymann, ha ordinato di rafforzare i controlli ai confini austriaci, con una sospensione temporanea di Schengen. Dopo ovviamente l’Ungheria e, a seguirli, gli ex paesi ancora cosiddetti dell’est, con in testa la Romania. La stessa Francia, sotto pressione dalla Le Pen e dagli attentati di Parigi, inizia ad avere dubbi e rafforza comunque i controlli alle frontiere. L'attuale esecutivo inglese si sta impegnando ad imporre un giro di vite all'immigrazione (anche europea, magari pretendendo una ottima ma improbabile conoscenza della lingua inglese) e ai controlli ma si avvia ad un referendum sulla sua uscita dalla UE. Risultato che farebbe esplodere l’Unione stessa con tutte le ripercussioni possibili sulla zona euro, malgrado la libertà della sterlina, e lascerebbe tutti, scusate il termine, in mutande, o come il re nudo. Sarebbe l'epilogo della terza guerra mondiale, quella economica, scatenata dalla Germania, e immaginiamo appena quanti cocci resteranno.
Voce solitaria è senza dubbio il patetico Alfano con il suo “noi, non bloccheremo Schengen”, ammesso che nella tempesta potremmo contare qualcosa, con tutta la nostra economia ormai in mano ad altri.
In quanto a tempesta più disastrosa si preannuncia al mondo quella di una nuova e enorme crisi finanziaria da cosiddetta “bolla” bancaria. La preannuncia proprio la Lagarde del FMI. Da crederci. Dopo la precedente crisi nessuno a osato imporre regole alle banche, che hanno continuato a “giocare” da una borsa all’altra sulla pelle di popoli e stati.
In quanto al nostro falso revanchisme anti Europa renziano di questo mese, la verità la dice l’amico Partito Popolare Europeo per bocca del suo presidente, il tedesco Manfred Webe, intervenendo addirittura alla plenaria di Strasburgo: “Renzi sta mettendo a repentaglio la credibilità dell’Europa a vantaggio del populismo”, cioè traduci scambio campagna elettorale contro austerity. Si ricomincia sicuramente dalle tre carte. Renzi è ancora troppo ubbidiente nei fatti per mandarlo già via, non ha completato il mandato, e tanto un nuovo coniglio dal cappello si trova sempre. Si avvicinano importanti elezioni amministrative in Italia. Il primo vero test per Renzi e il suo partito gerarchico, e passare per difensore dell'Italia dopo aver svenduto tutto alla troika e alla Bce, a seguire le “nostre” banche in tempesta programmata (nostre perché ci sono i nostri soldi e risparmi), potrà anche sembrare geniale. Dipenderà dalle sirene, dai tromboni e dalle gran casse mediatiche, già tutte in movimento. Dovremo avere molta pazienza e cultura critica nei prossimi mesi. E ne vedremo di pollai in tutti i showroom televisivi! Già! Anche pensare diventa quasi la nuova forma fisica della resistenza.

 

mercoledì 30 settembre 2015

Il saggio di Bagnai, l’intervista di Fassina, significati di ri-evoluzione

di Stefano Santachiara da stefanosantachiara2.wordpress.com

“Pratica il dubbio ogni volta che l’agire collettivo contrasta col tuo sforzo di essere libero”. Le parole di Pietro Ingrao, ad oggi, mi suscitano riflessioni sul valore dell’evoluzione personale. Nell’introdurre l’intervista di Stefano Fassina su Left Avvenimenti del 19 settembre 2015 vorrei premettere che non sono un economista, quindi ho cercato di snodare il percorso cognitivo secondo una logica etimologicamente essenzialista, laicamente scettica. Con colpevole ritardo, sto studiando gli scritti del professor Alberto Bagnai, l’econometrista che da anni sta cercando di spiegare agli italiani la nocività dell’Unione monetaria europea. “L’Italia può farcela”, secondo saggio di successo dopo Il Tramonto dell’euro, è un compendio di dati statistici, rigorose analisi, aneddoti che limitando al necessario il tecnicismo chiariscono i passaggi chiave. In sostanza avvalorano convinzioni maturate anche in coloro i quali per lavoro si occupano d’altro (dalle inchieste giudiziarie alla geopolitica) favorendo la comprensione delle dinamiche della struttura macroeconomica. Ad esempio Bagnai rende intellegibili i meccanismi con cui la gabbia dell’aggancio valutario fornisce al capitalismo finanziario una serie di strumenti per massimizzare i profitti e riprodursi al Potere, accrescendo le disuguaglianze. Nella fattispecie l’Euro favorisce le esportazioni tedesche impedendo la rivalutazione del marco a fronte di un surplus commerciale della Germania e, simmetricamente, penalizza i paesi con deficit di partite correnti che in un sistema di tasso di cambio variabile avrebbero beneficiato della svalutazione competitiva. La Bce, affidata a tecnocrati indipendenti, è perno di un’architettura istituzionale che assieme agli organi esecutivi (Consiglio d’Europa e Commissione) ha svuotato le facoltà decisionali dei popoli nell’interesse delle elitè finanziarie. Bagnai spiega in che modo la massa monetaria, causa o effetto dell’inflazione a seconda delle teorie economiche, venga comunque determinata dalle banche private che prestano a imprese e cittadini il denaro ricevuto dalla Centrale in ragione della domanda (e dalle garanzie) dei clienti. Ragion per cui non c’è Quantitative Easing che possa incidere se manca la fiducia e la spirale di recessione non si arresta. Il mandato della Bce a mantenere costante l’inflazione, che secondo l’autore è anche lo scopo della Uem, ha ragioni opposte alla presunta ossessione storica della Germania per il rincaro dei prezzi. Scorrendo il testo, colpisce il parallelo inquietante con l’avvento del nazismo, che attecchì su masse di lavoratori disoccupati e impoveriti non per l’eccesso di inflazione ma per via delle politiche di austerity con cui la Repubblica di Weimar rispose alla crisi di Wall Street del 1929. Cosa vi ricorda?

In breve. L’inflazione è legata alla domanda aggregata e dunque alla buona salute delle fasce medio-basse (piccole partite Iva, salariati, pensionati e fruitori del welfare state) mentre è temuta dal capitalismo finanziario (istituti di credito, shadow banking, imprese quotate) che desidera mantenere stabile il valore del denaro investito in mutui, obbligazioni, prestiti a lungo termine. Per smontare l’argomento secondo cui pensionati e lavoratori dipendenti avrebbero lo stesso problema delle grandi banche, a parte l’evidente sproporzione delle somme, Bagnai esemplifica una situazione sempre più comune, quella di genitori che adoperano i rimborsi previdenziali per sostenere i figli rimasti senza lavoro per la perdurante recessione legata alla carenza di domanda.

La lettura di “L’Italia può farcela”, di cui condivido le principali analisi geopolitiche, è consigliata anche a chi appone il pregiudizio di filoleghismo sull’autore, oggetto della fatwa del sistema e del provincialismo piccolo borghese che non consegna mai, neppure per sbaglio, “una goccia di vita e di bellezza” (Camillo Langone, collega cattolico liberale, dunque ai miei antipodi). Il significante incide nell’evoluzione collettiva non in base al complesso di idee di chi lo esprime ma al significato che fa emergere in trasparenza e all’utilità sociale. In altre parole, si può essere in disaccordo su molte questioni ma se l’interlocutore ti arricchisce su un tema cruciale, non va ignorato. L’unica precondizione è il rispetto umano e ambientale. Primum vivere, deinde philosophari: si prenda per metonimia la vexata quaestio di vantaggi e limiti del linguaggio e della comunicazione nell’èra digitale, asettico involucro di un dato momento del progresso. La dialettica sterile su aspetti nozionistici e superflui distrae i lettori dallo studio di fenomeni e relative gerarchie (Romàn Jakobson) secondo priorità e principi proporzionali volti al confronto inclusivo.

La perdita di potere operativo e di democrazia degli Stati dell’Eurozona è ultratrentennale. In Italia nel 1981 si consuma il divorzio fra ministero del Tesoro e Bankitalia, sancito da uno scambio epistolare privato tra il ministro Beniamino Andreatta e il governatore Carlo Azeglio Ciampi. Da quel momento la banca centrale italiana non fu più tenuta a finanziare lo Stato sottoscrivendo titoli pubblici non allocati sul mercato, ciò ha consentito ai prestatori privati di esercitare una crescente pressione al rialzo di tasso di interesse di Bot e Cct incrementando il debito pubblico ben più dei famigerati livelli di corruzione e sprechi. Ma il punto è che andrebbe stimato come problema cruciale il debito privato verso l’estero e non quello pubblico. Il secondo, dopo la crisi finanziaria legata al crac Lehman Brothers, è stato elevato dalle sovrastrutture a incubo assoluto perchè i creditori, in particolare le banche di Germania e Scandinavia, dovevano rientrare delle esposizioni nei confronti di imprese e famiglie. La troika ha permesso il salvataggio di istituti di credito del nord Europa e di Mps ma si guarda bene dal valutare una ristrutturazione del debito pubblico della Grecia nei confronti di Bce, Fmi e delle banche, benchè sia stato dichiarato insostenibile da Premi Nobel e dirigenti del Fondo monetario. La mobilitazione per il referendum ellenico contro il memorandum e l’evidenza di una recessione europea che dura da 8 anni e sta investendo i tedeschi, ha almeno acceso i fari sull’inganno dei trattati. Da tempo Usa e Giappone, per citare due potenze, si portano dietro debiti pubblici notevoli per sviluppare policy espansive che in Eurozona sono off limits, salvo per la Germania che nel 1993 violò il rapporto del 3% previsto da Maastrich continuando a garantire sussidi ai lavoratori colpiti dalla politica dei mini-job del governo Spd di Schoreder.

Il debito privato, di cui nessuno si occupa, in Italia è cresciuto in particolare dal 1996 al 2007 a causa del deficit nella bilancia dei pagamenti e alla svalutazione del lavoro dovuta alla moneta unica e corroborata dalle leggi Treu e Biagi. Il concetto si comprende bene osservando Stato e cittadini alla stregua di vasi comunicanti: il deficit statuale equivale a risorse versate a persone fisiche sotto forma di stipendi, welfare, sussidi, consulenze professionali e a quelle giuridiche in appalti, investimenti, incentivi e detassazioni. L’iniezione di domanda, e non di offerta bancaria, rappresenta una virtuosa politica anticiclica rispetto alla pratiche organiche deflattive. Naturalmente sarebbe deleterio se la spesa pubblica fosse destinata soprattutto al capitalismo finanziario, come avvenuto anche di recente col salvataggio di svariate banche secondo il principio del “too big to fail”. Al contrario, coniugando le teorie postkeynesiane ad una tassazione progressiva (periodica patrimoniale secondo la proposta di Thomas Piketty) si porrebbero le basi per un’azione di vera redistribuzione sociale. Ogni proposta però va a cozzare nella gabbia dei non-Stati della zona Euro che impedisce policy di crescita e/o progresso, provocando il calo di import e export, quindi accresce l’indebitamento dei ceti medio-bassi attraverso la disoccupazione e il precariato, reso permanente in Italia dalla contestuale approvazione del Jobs Act. E cosa provoca il disagio sociale, con la complicità di un circuito politico-comunicativo che fomenta le guerre tra poveri e penalizza ogni eventuale rinascita di autentica Sinistra, se non la crescita di movimenti populisti e xenofobi?

L’escatologia del potere economico che governa il mondo attraverso le proprie sovrastrutture istituzionali, tecnologiche, culturali e mediatiche (il concetto di governamentalità neoliberale da “La ragione del mondo” di Pierre Dardot e Christian Laval) è sempre la medesima: sfuggire alla sovrapproduzione trovando nuovi sbocchi per occupare risorse, mercati e sfruttare lavoratori con meno diritti. Ma c’è una nuova chiave del successo che connota il capitalismo finanziario rispetto a quello industriale: la trasformazione dei cittadini (salariati/consumatori) in debitori. Alberto Bagnai, Vladimiro Giacchè, Emiliano Brancaccio, lo storico dell’economia Alessio Ferraro (autore de “L’Europa tradita dall’euroliberismo”) sono stati emarginati dal dibattito generalista per aver sfidato il monismo euroliberista, edificato più di un trentennio orsono. Da quando si sono accavallati eventi storici centrali come la crisi dell’Unione Sovietica, l’avvento di Thatcher e Reagan e l’integrazione monetaria nello Sme, i centri di diffusione del sapere hanno negato spazi a economisti eterodossi come Federico Caffè e Augusto Graziani. Gli ultimi baluardi politici furono il Psf fino alla retromarcia di Mitterrand e il Pci, contrario per bocca di Napolitano alle condizioni di ingresso nello sistema monetario europeo https://www.facebook.com/Santachiarra/posts/943548042358270

Ora neppure il fallimento dell’austerity, stanti gli attuali rapporti di forza, porterà al mutamento dei trattati che auspica la “sinistra europea” di Fassina, Varoufakis e Lafontaine. Secondo Massimo D’Alema, che ha denunciato la mancanza di proposta del Pse, si dovrebbe andare nella direzione di un’integrazione politica in vista di “un’armonizzazione delle politiche fiscali e sociali, una mutualizzazione del debito”. Tuttavia il progetto, se mai dovesse superare la ferma opposizione di Germania e paesi scandinavi, potrebbe essere il grimaldello dei conservatori per deprivare ulteriormente gli Stati dell’area Euro e implementare le “riforme”, intese nel mistificante significato attuale di tagli pubblici e del lavoro, opposte dunque al modello sociale europeo delle trente glorieuses. Considerati tecniche e scopi della governamentalità neoliberale, se si vuole radicare un’alternativa forse occorre ripartire dall’analisi della società e dei conflitti sociali, tenendo in considerazione il contributo di economisti capaci di riprendere il filo dello sviluppo di una teoria socialista di governo. Rossana Rossanda (Quando si pensava in grande, 2013) ricorda un concetto caduto nell’oblio e su cui convergevano le diagnosi di Marx e Keynes: “La totale divergenza di interessi fra capitale e lavoro”. Per citare l’esempio più lampante, gli Stati Uniti, che mai si sono dotati di dottrine rigoriste, hanno visto crescere dagli anni ’70 la disuguaglianza sociale senza soluzione di continuità (L”Italia può farcela”, tabella di statistica 27, pag.201). Un altro mito da sfatare pertiene al carattere salvifico dell’afflusso dei capitali internazionali, che la nostra stampa invoca dolgendosi di burocrazia, lentezza dei processi, corruzione e mafia. Eppure i fondi di investimento e le multinazionali, che nel mondo vanno trovando dumping salariale e fiscale, puntano ai rami d’azienda pubblici e privati poiché recepiscono know-how e brand di qualità. A prescindere dal fatto che i posti di lavoro ereditati dalle international companies non di rado si riducono o sono esposti a ricatti come nel caso di Electrolux, il Prodotto nazionale lordo italiano cala per il trasferimento dei profitti all’estero. Bagnai sostiene che tali investimenti hanno una logica in un paese povero alla ricerca di finanziamenti e competenze, come fu la Cina negli anni ’80, il cui Pil valeva come il nord Italia. Fra l’altro la Repubblica popolare sin dai tempi di Mao seppe valorizzare settori diversi per aree e innovazione, a differenza della pianificazione dell’Unione sovietica che somiglia ai rigidi vincoli comuni dell’Eurozona.

Un punto di rottura nei confronti della sinistra ancillare al pensiero neoliberale è rappresentato da Jeremy Corbyn (http://www.left.it/2015/09/11/jeremy-corbyn-labour/). E’ interessante osservare come gli attacchi contro il nuovo segretario del Labour si stiano diradando negli altri paesi. Il Potere sa brandire l’arma del silenzio per evitare contraccolpi in una fase in cui l’energia propositiva di Corbyn potrebbe favorire la rinascita internazionale della Sinistra. Intanto spuntano gli esegeti, cowboy democratici che vantano collaborazioni con Aspen Italia e interpretano in chiave moderata il suo punto di vista.

Le tecniche di persuasione sono molteplici. I paladini della moralità pubblica, sedicenti progressisti, sono adusi a mescolare allarmi per i diritti acquisiti e messaggi in cui invitano a riformarli. Si pensi alle campagne del Fatto Quotidiano in difesa dei sindacati che però sono da cambiare (Landini dixit), o al botta e risposta tutto in famiglia (renziana) fra il finanziere Davide Serra che vorrebbe abolire diritto di sciopero e Oscar Farinetti che ne fa un problema di tempistica. Il circuito politico-mediatico-finanziario apre di continuo varchi alle “riforme” su pensioni, scuola, sanità. Pensate che Eugenio Scalfari, come poi Walter Veltroni, si sia speso casualmente per appiattire la figura di Enrico Berlinguer alla sola questione morale, dimenticando che il segretario del Pci era un comunista in lotta contro l’ingiustizia sociale? Nel tempo il fondatore di Repubblica si è confermato un fedele sostenitore dei tecnocrati (da Ciampi a Padoa Schioppa per finire a Monti e Draghi) che in questi anni hanno contribuito a ridurre gli spazi di politica e democrazia.

Sponda Corriere della Sera. Gian Antonio Stella, altro simbolo dell’anticastismo militante, scrive nell’incipit dell’articolo del 24 settembre dedicato all’eccesso di procedimenti contro ospedali e operatori, che i “medici più battaglieri contro l’andazzo della cause giudiziarie agli ospedali” sono favorevoli alla decisione della ministra Lorenzin di “porre limiti all’abuso dilagante di prestazioni, radiografie, analisi e farmaci”. Il soggetto è autorevole, noto per scrupolosità e moderazione, dunque sdogana meglio di chiunque altro l’accettazione dei tagli alla sanità. Lo stesso vale per le strutture e le aziende pubbliche sfiorate da inchieste della magistratura, che i cultori dell’austerity puritana vorrebbero privatizzare in nome del Dio mercato, riequilibratore e purificatore. Peccato che gli interessi del funzionario corrotto e del corruttore siano privati e che gli introiti delle cessioni siano risibili, sottolinea Stefano Fassina, a fronte di una “perdita di capacità industriali e di dividendi preziosi per il bilancio dello Stato”.


Trasferiamoci ora alle discipline giuridiche e investigative, per le quali vige analoga unità di misura della materia economica: correttezza delle fonti e dei dati di verità sperimentale. Nel sistema non sono rare le condotte al confine tra la sciatteria deduttiva, l’omissione e il depistaggio. Inoltre sarebbe bene distinguere i professionisti dell’antimafia e dell’antiterrorismo (da Saviano in giù: https://www.facebook.com/Santachiarra/posts/929078330471908 ) da quei colleghi che associano al metodo del riscontro il coraggio della ricerca abduttiva, scoprendo tasselli sulle pagine oscure italiane pur non lavorando per i principali giornali italiani: da Simona Zecchi a Paolo Cucchiarelli e Stefania Limiti, da Andrea Carancini a Luca Rinaldi, Enrico Ruffino e Ines Macchiarola.

Ai pionieri che contribuiscono a rovesciare la prospettiva multi o unidisciplinare (economica, politica, culturale, investigativa, quest’ultima naturalmente più rischiosa), sono riservate intimidazioni anonime e accuse di “complottismo” prive di fondamento, mentre il mainstream interviene rapidamente con atti e analisi per anticipare o almeno affiancare chi sta proponendo all’opinione pubblica una formulazione sgradita. I rapidi riposizionamenti rispetto a inchieste importanti, o contro l’euroliberismo, vanno dunque soppesati, annotando quando e dove. Aderendo a interessi privati forti, i mezzi di comunicazione di massa non lasciano al caso la rottura di un tabù importante, senza calcolare pro e contro.

L’interrogativo centrale dovrebbe riguardare il come, quando e perchè si trascende. E’ una buona cartina di tornasole, non per stabilire chi taglia prima il traguardo dello scoop né per additare erronee valutazioni (chi non ne fa?), ma per comprendere la presenza o l’assenza della qualità fondamentale in ogni campo dell’esistenza: l’onestà intellettuale. Ciascuno segue un percorso di predisposizioni genotipiche, interiorizzazione ambientale, possibilità economiche, studi ed esperienze. Allora come si concepisce l’elemento più importante, risalendo alle direttrici che dal background conducono l’individuo ad una data espansione culturale? Mettendo in relazione scritti e azioni, mutamenti e crescita, e verificando se essa sia votata alla ricerca e alla diffusione delle priorità conoscitive o si sperda su elementi distraenti. Quale credibilità può avere, ad esempio, chi si indigna periodicamente paventando la fine della democrazia per un voto contingentato in Parlamento e non ha mai speso un titolo contro il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio in Costituzione? Ieri ho dialogato con un agricoltore sulla peculiarità della vite nei periodi di secca, sul fatto che lo sviluppo del vino eccellente è garantito da un’adeguata azione collettiva di difesa dei chicchi. Lo ritengo più interessante di tanti esperti eno-politologi: (https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/09/29/scanzi-il-filo-renziano-che-processa-moretti/).

Per decostruire l’egemonia subculturale e risalire alla sorgente è sufficiente un collage di vecchi articoli e dichiarazioni. Se in prima e nelle pagine economiche si detta una linea a favore del governo Monti e della cancelliera Merkel non ci può lavare la coscienza ospitando qualche articolo interno contro l’austerity e giustificandosi ex post con l’ignoranza in materia. Un bel tacer, non fu mai scritto. Se si attaccano idee e partiti progressisti palesando sostegno a Matteo Renzi come se fosse sceso dalla Luna, è possibile poi contestarlo dal minuto dopo che è asceso al governo? Le inchieste sul Pd sono sacrosante, quando fatte per tempo: ne “I panni sporchi della Sinistra” (Chiarelettere, 2013) inserii un capitolo dedicato ai legami opachi fra l’allora sindaco fiorentino al gotha della finanza che ne appoggiava l’imminente scalata a Pd e governo.

Dopo il quando, il perchè. Quali ragioni spingono un soggetto al rovesciamento di prospettiva? Che non si debba mai smettere di studiare è un dato acquisito, ma diventa più difficile dispiegare il processo cognitivo in presenza di una rimessa in discussione dei propri convincimenti. Chi cambia parametri e idee lo fa per convenienza o segue coerentemente la propria evoluzione? Inutile dire che i primi casi sono la stragrande maggioranza: la Storia è scritta dai vincitori e dagli opportunisti, ma le donne (soprattutto) e gli uomini che hanno contribuito al progresso umano e ambientale si sono superati senza tema di fallire, nel microcosmo quotidiano e nelle leggi scientifiche. Oggi come ieri la governamentalità neoliberale teme la rinascita della Sinistra autentica, quel luogo di idee e prassi che può germogliare quando si è in grado di riconoscere “l’ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo” (lettera di Ernesto Che Guevara alle figlie). Nihil novum sub sole, così come la dinamica dell’infiltrazione che il Potere attua ogni qualvolta si affaccia il rischio di una lotta vera contro l’ingiustizia sociale. Occorre chiedersi però la ragione per cui statisti come Boldrini e D’Alema, sindaci come Marino e alcune forze come Sel finiscano nel mirino di campagne e di attenzioni di stampo poliziesco. Lo stesso vale per economisti, intellettuali, giornalisti. Il Potere censura e, ove non può incidere direttamente e stima che la misura sia colma, attua condizionamenti di vario genere. Metafora militare: se si intende resistere all’”invasione della Polonia” (Woody Allen), rectius alle truppe di Bismark a Parigi nel 1870, occorre audacia, chiarezza e unità comunarda, interna ed esterna. Solo in tal caso il Potere sarà fermato alla Baia dei Porci. Prima di lasciarvi all’articolo di Left, rimetto in fila i sassolini lasciati sul mio scalcagnato blog a euro 0: prima e dopo “la morte di Dio”, per adoperare l’allegoria della psicanalista russa Lou Salomè nella quale “i credenti” suscitavano pena e simpatia, e i falsi ripugnanza. Ciascuno può applicarla alla propria esperienza, che ha un ante, nel mio caso Gazzetta di Modena e di Reggio, Modenaradiocity, le battaglie su L’Informazione di Modena e il caso Mascaro per il quale inizio a subire minacce, le inchieste su corruzione e mafia per Il Fatto Quotidiano; e un un post: il self publishing di Calcio, carogne e gattopardi, la partecipazione al Festival delle Storie di Vittorio Macioce, l’appassionante collaborazione con Left che va dallo Speciale ‘Ndrangheta in Emilia all’eterno patriarcato, dalla funzione storica di Rosy Bindi e quella di mister Goldman Claudio Costamagna, dal ritratto della direttrice del Fmi Christine Lagarde all’ intervista a Jamie Galbraith, dal ruolo cruciale di Spd e Martin Schulz al ritorno al futuro del Labour. Infine il network “sabaudo-ulivista” che ruota attorno a Farinetti: https://www.facebook.com/Santachiarra/photos/a.622957324417345.1073741830.578084708904607/950316641681410/?type=3&permPage=1

E ora l’intervista a Stefano Fassina

E’ la rottura di un tabù nella famiglia politica progressista. Forze alla sinistra del Pse ma con esperienza di governo progettano alla luce del sole un’alternativa all’euro. E mentre nel Regno Unito Jeremy Corbyn vinceva le primarie del Labour mettendo in soffitta la Terza Via, uno accanto all’altro di questo discutevano Stefano Fassina, Yanis Varoufakis, il leader del Front de Gauche Jean Luc Mélenchon, il fondatore della Die Linke Oscar Lafontaine.

Fassina, partiamo da Corbyn. A suo avviso può contribuire alla rinascita della sinistra dopo un trentennio di subalternità alla dottrina neoliberale?

Non guardiamo a Corbyn come un potenziale Papa straniero ma la sua vittoria indica un risveglio culturale e politico. Con una coincidenza straordinaria è emerso mentre a Parigi parti significative della sinistra europea per la prima volta prospettano un’alternativa all’euro. Con Corbyn, che ha la fortuna di non stare nell’Eurozona, dobbiamo ricostruire insieme le condizioni di un protagonismo politico del Lavoro.

Chi si pone in modo autentico in lotta contro le disugliaglianze subisce attacchi pesanti da parte del capitalismo finanziario e delle sue sovrastrutture…

La guerra che è stata fatta alla Grecia ne è la conferma. L’obbiettivo è quello di dimostrare che non esiste alternativa, l’offensiva è stata a livello mediatico, accademico, politico e sociale.

Cosa rappresenta la vostra sinistra europea?

Il nostro progetto non è l’embrione di un altro soggetto politico ma l’avvio di una discussione che comprende la Linke, il Fronte de Gauche, Podemos, la sinistra greca. Ora, con Mélenchon, già al fianco di Mitterrand e ministro, gli ex ministri Varoufakis e Lafontaine, mettiamo sul tavolo un nodo decisivo per una sinistra di governo nel segno dell’alternativa al liberismo.

Lafontaine uscì dal governo Schoreder in dissenso con la Spd che si stava piegando all’austerity insita nell’Eurozona. Perchè lei non ha rotto col Pd ai tempi del Fiscal Compact?

Dissi che era un errore sul piano economico. Ma era prima delle elezioni (francesi, tedesche, italiane e infine europee) e con la vittoria nostra e delle forze socialiste. puntavamo a recuperare in un vero bilancio europeo i margini di manovra persi a livello nazionale. Poi abbiamo visto com’è andata a finire: l’inesistenza delle condizioni politiche per correggere in modo radicale i trattati. Non a caso la proposta di lavorare a un Piano B arriva ora anche per Lafontaine, Varoufakis e Melanchon dopo le sconfitte e, da ultimo il vertice europeo del 13 luglio: il golpe finanziario della troika in Grecia.

Nel piano A vi prefiggete una modifica radicale dei patti di stabilità che hanno impoverito i popoli dell’area euro. In che modo, coi rapporti di forza attuali, potrete incidere sui governi?

Alla luce dei clamorosi fallimenti dell’agenda liberista e dei trattati. Dopo 8 anni di svalutazione del lavoro e pesante austerity, l’Eurozona è l’unica area al mondo che ancora non ha recuperato il livello del Pil del 2007 mentre i debiti pubblici sono aumentati dal 65 al 95%. Di fronte all’oggettivo fallimento del mercantilismo liberista imposto dalla Germania è dovuta intervenire in modo emergenziale la Bce. C’è una sofferenza economica e sociale che si traduce in adesione sempre più ampia a movimenti nazionalisti e xenofobi. In questo contesto è ridicolo continuare con la retorica degli Stati Uniti d’Europa. Mettere in campo un piano B vuol dire provare a incidere su quei rapporti di forza.

In cosa consiste tecnicamente il piano B per l’Eurexit?

Varoufakis in Grecia ideò un sistema di pagamento attraverso i debiti-crediti fiscali dei cittadini ma il piano B può essere articolato in modalità diverse a seconda delle situazioni: moneta parallela, accordo monetario analogo allo Sme, moneta comune che si affianca alle monete nazionali, uscita dall’euro, ma in primo luogo ricostruzione di un controllo democratico sulla Banca centrale. Gli aspetti tecnici sono rilevanti e saranno discussi ma il dato politico è che per la prima volta forze di sinistra che non vengono dal minoritarismo hanno messo sul tavolo un’alternativa all’euro, in totale discontinuità rispetto agli ultimi trent’anni della sinistra subalterna al neoliberismo.

La battaglia per la modifica dei trattati si fa anche attraverso il piano B: consente ad un governo nelle condizioni di ricatto cui è stato sottoposto l’esecutivo di Tsipras, di avere un’altra strada difficile, accidentata, ma percorribile.

D’Alema ha denunciato l’involuzione della socialdemocrazia europea. E’ possibile un rovesciamento di prospettiva nel Pse?

Soltanto se c’è competizione con una sinistra alternativa al liberismo. Ad esempio la presenza di Podemos in Spagna ha portato il Psoe su posizioni meno subalterne ai conservatori. Bisogna affermare un’altra linea mettendo in campo un’opzione che raccoglie consenso. Ma è improbabile un cambiamento visti i segni profondi di subalternità nella famiglia socialista, da Hollande alla Spd al Pd.

Il suo giudizio negativo su Jobs Act, Buona Scuola, privatizzazioni, tagli pubblici è noto. Cosa salva del governo Renzi?

La nuova legge sugli ecoreati. Altro, di rilevante, non mi viene in mente

I progressisti italiani sono frammentati per sigle e contenuti. Si costituirà mai un grande partito della sinistra?

Vedo uno spazio potenziale molto ampio. Quando in Emilia Romagna vota il 37% degli elettori, in Toscana il 48% e cresce il M5Stelle, significa che una parte rilevante del popolo Pd ha abbandonato il Pd ma non trova risposte. Serve dunque una proposta di governo, credibile, una prospettiva alternativa come il piano B.

Se foste al governo, quali priorità nelle policy? 


Un rilancio di investimenti pubblici innovativi su una strategia politica industriale per rivalutare il lavoro, per uno sviluppo sostenibile. Eviteremmo di firmare trattati che aggraveranno le condizioni di lavoratori e consumatori come il Tttp, lavoreremmo per inserire regola al movimento dei capitali.

martedì 22 settembre 2015

Brancaccio:«Tsipras farebbe bene a preparare comunque la Grexit»

L’economista Emiliano Brancaccio commenta la nascita del secondo governo di Syriza. «Quelli del memorandum sono obiettivi insostenibili», dice, e punta il dito sulle privatizzazioni: «Ne guadagneranno solo gli acquirenti». Tra cui la Germania

di Luca Sapino da  espresso.repubblica

Il nuovo esecutivo farebbe bene a prepararsi comunque all’eventualità di un’uscita dall’euro». Ottimista non è, la conclusione di Emiliano Brancaccio, economista dell’Università del Sannio. Lui però dice di applicare solo logica ed esperienza: «Syriza può mitigare alcune misure, ma la direzione che seguirà il parlamento greco - svuotato di ogni potere - è stata decisa altrove, a Bruxelles, ed è la solita: austerity e attacco ai salari. La conseguenza è che gli obiettivi di bilancio risulteranno insostenibili». Il problema, allora, è capire come attrezzarsi, e se arriverà «un finanziatore estero» capace di sostenere il Paese in caso di uscita dall’Euro. Ma andiamo con ordine.

Alexis Tsipras vince le elezioni e continua nel suo obiettivo dichiarato: governare da sinistra il memorandum siglato con le autorità europee. È un’impresa possibile?
 «Temo di no. Tsipras ha compiuto un capolavoro tattico che ha sbaragliato il dissenso interno, ma controllerà un parlamento che è stato ancor più svuotato delle sue funzioni. Il memorandum imposto dai creditori stabilisce fin nei minimi dettagli l’agenda politica alla quale la Grecia dovrà attenersi: dal taglio ulteriore della spesa pensionistica, all’aumento delle tasse in caso di sforamento degli obiettivi di bilancio, fino all’ulteriore indebolimento della contrattazione collettiva. Le tranches dei finanziamenti europei necessari a pagare i debiti in scadenza e a ricapitalizzare le banche greche sono condizionate al tassativo rispetto di questo programma. Il governo di Atene cercherà di rallentare il ritmo di marcia, ma la direzione è stata già decisa a Bruxelles, ed è la solita di sempre: liberismo, austerity e deflazione salariale».

Dopo la vittoria alle elezioni Alexis Tsipras, leader di Syriza, ha giurato nelle mani del presidente Pavlopoulos: subito dopo aver firmato il documento ufficiale, si è poi trattenuto con il capo dello stato per un breve colloquio privato












Juncker e Merkel sostengono che il nuovo programma consentirà finalmente di risanare i conti della Grecia. Anche il ministro Padoan si è espresso in questo senso. Sono previsioni attendibili?
 «Sono mistificazioni. La ricetta del memorandum è la stessa che ha contribuito negli ultimi cinque anni al crollo dell’occupazione in Grecia e all’esplosione del rapporto tra debito e reddito. Questa volta, oltretutto, il governo greco è chiamato a realizzare un’ondata senza precedenti di svendite all’estero di patrimonio pubblico. In un articolo di prossima pubblicazione sul Cambridge Journal of Economics, mostriamo che queste dismissioni rientrano in un processo di “centralizzazione forzata” dei capitali che aggrava la deflazione e può peggiorare la posizione finanziaria del Paese debitore: nel giro di un anno scopriremo che gli obiettivi di bilancio imposti alla Grecia sono insostenibili e che dal memorandum hanno tratto vantaggio solo gli acquirenti esteri di asset greci».

Potrebbe cambiare tutto il concretizzarsi della proposta di taglio del debito, che sembra sostenuta anche dal Fondo Monetario Internazionale?
 «Sempre che ci siano le condizioni per un accordo di questo tipo - e non mi sembra - per avere qualche effetto macroeconomico dovrebbe trattarsi di un taglio di notevoli proporzioni e dovrebbe esser pensato in modo da abbattere fin da subito l’ammontare dei rimborsi annui. In generale, comunque, la proposta presenta un limite logico che gli economisti ben conoscono: fino a quando i tassi d’interesse restano al di sopra dei tassi di crescita del reddito, tu puoi anche cancellare una parte del debito ma poi quello rischia di esplodere di nuovo. Per affrontare questo problema bisognerebbe orientare le politiche monetarie e fiscali verso l’obiettivo di far crescere il reddito al di sopra dei tassi d’interesse: ma nel quadro europeo questa semplice constatazione logica suona come un’eresia keynesiana e non verrà presa in considerazione».

Lei descrive una situazione molto critica ma alternative politiche non se ne vedono. Nonostante il sostegno dell’ex ministro Varoufakis, i fuoriusciti di Syriza sono rimasti fuori dal parlamento greco...
 «Assieme a larga parte della sinistra europea, Tsipras ha contribuito ad alimentare la speranza che una vittoria in Grecia avrebbe creato condizioni favorevoli per cambiare la politica economica dell’Unione. Fin dal 2012 in tanti abbiamo segnalato che questa era un’illusione, che non teneva conto dei reali rapporti di forza interni al capitalismo europeo. I fuoriusciti di Syriza hanno sollevato apertamente questo enorme problema solo nelle ultime settimane, quando sapevano di esser già stati messi alla porta».

Forse - soprattutto - è mancato il fantomatico “piano B”, oggi auspicato anche dal nostrano Stefano Fassina, con il francese Mélenchon, già leader del Front de Gauche, e il tedesco Oskar Lafontaine, l’ex ministro delle finanze tedesco, fondatore della Linke. Mancano gli aspetti tecnici che lo rendano credibile. In cosa potrebbe consistere? Monete complementari, crediti fiscali...
 «Il “piano B” non è per nulla fantomatico, ormai fa parte persino dei documenti ufficiali dell’Eurogruppo. Il problema è che per il momento sul tappeto c’è solo la versione elaborata dal governo tedesco, favorevole ai creditori e con una chiara matrice di “destra”. A sinistra anche su questo tema vedo enormi ritardi. In caso di nuove crisi dell’eurozona sarebbe opportuno che anche da quelle parti maturasse un’idea su come gestire la situazione. Le opzioni sono tante, tra cui il rilancio della “clausola della valuta scarsa” tuttora presente nello statuto del Fondo monetario internazionale».

Pur non essendo mai stato tenero con Tsipras, in un recente convegno alla Camera lei ha contestato l’appellativo “traditore” con cui gli oppositori lo additano, alludendo all’esito referendario. Perché?
 «Perché ancora non sappiamo se Tsipras avesse un’alternativa credibile. Le analisi di cui disponiamo indicano che se il governo greco avesse deciso di uscire dall’euro e attuare un minimo di politica espansiva, per qualche anno il Paese avrebbe avuto bisogno di un finanziatore estero che lo aiutasse a coprire l’eccesso di importazioni sulle esportazioni. Quel finanziatore esisteva? Tsipras ha dichiarato che nessuno si è fatto avanti, mentre altri hanno affermato il contrario. Questo punto solleva rilevanti questioni economiche e geopolitiche: finché non verrà chiarito sarà difficile dare una valutazione definitiva sulle mosse del Premier greco».

La vittoria elettorale di Tsipras chiude definitivamente la controversia sull’uscita dall’euro, dibattito che ultimamente ha investito anche la sinistra europea?
 «No. Le politiche europee non attenuano gli squilibri tra Paesi debitori e Paesi creditori dell’eurozona ma al contrario tendono ad accentuarli. Questa forbice ricade sui bilanci bancari e preannuncia nuove crisi, che non potranno esser gestite con le esigue risorse della neonata Unione bancaria europea. Il problema della insostenibilità della moneta unica resta dunque attuale. Se le forze di sinistra intendono restare al passo con i tempi farebbero bene a non dividersi e ad assumere un approccio laico alla questione, che conoscono poco e ancor meno controllano».

Salvo imprevisti Euclid Tsakalotos verrà confermato alla guida del ministero delle finanze greco. Se lei fosse al suo posto quali provvedimenti riterrebbe urgente attuare?
 «Sono stato educato al realismo politico ma non sono al suo posto e non vorrei esserci. Ad ogni modo, se dovessi esprimere un parere sulla politica greca ventura, direi che le svendite di capitale pubblico e la riforma della contrattazione salariale rappresentano le “bestie nere” dell’accordo con i creditori. Piuttosto che attuare quelle, la priorità macroeconomica dovrebbe consistere nel preservare e rafforzare i controlli sui capitali e prepararsi comunque all’eventualità di una “Grexit”, riprendendo anche la ricerca di finanziatori esterni al memorandum europeo».
 

giovedì 6 agosto 2015

Il piano B di Varoufakis

di Gabriele Pastrello da listatsipras


Nella sua chiacchierata a Chatham House, invitato da Norman Lamont, già Cancelliere dello Scacchiere (il nostro Ministro del Tesoro) nel governo conservatore di John Major - primi anni Novanta -, Yanis Varoufakis ha suscitato un vespaio. Durante la conversazione lo stesso Lamont l’aveva messo in guardia: ‘il nemico ci ascolta’; ma sia che Varoufakis credesse alle regole di segretezza di Chatham House, sia che non ci credesse, ha continuato raccontando per filo e per segno le tappe di studio e di preparazione di un eventuale Piano B da attuare in caso la Bce, su indicazione europea, avesse bloccato il sistema bancario greco. Quindi un piano per consentire il funzionamento dell’economia continuando a usare l’euro come unità di conto. Piano quindi solo ‘preliminare’ ad una successiva ed eventuale uscita dall’euro, il Grexit.
Poi, come ci dice Varoufakis, Tsipras non gli diede il disco verde per passare a una successiva fase di preparazione per l’attuazione (quindi, comunque non ancora per l’attuazione), e quindi l’elaborazione del piano si fermò lì.
Come vedremo il piano prevedeva la presa di controllo della rete nazionale telematica dei contribuenti. Apriti cielo! Incriminazione! Per aver messo in atto misure non previste nel programma elettorale di Syriza. Stupidaggini, che danno però la misura della durezza dello scontro politico. Da quando in qua una Corte Suprema ha diritto di esaminare se un Governo abbia o meno seguito fedelmente un programma? Assurdo. Roosevelt avrebbe dovuto essere messo sotto impeachement. Aveva promesso nella campagna elettorale del 1932 di tagliare il deficit del bilancio dello Stato e invece l’aumentò. Grazie a quello gli Usa uscirono in quattro anni da una depressione gravissima (-50% di produzione industriale, -25% di Pil, 25% di disoccupazione). Il popolo americano lo punì rieleggendolo altre tre volte.
I problemi sollevati dal piano non sono certo quelli di un ipotetico ‘eccesso’ del piano rispetto al mandato elettorale. Bensì stanno nel divario, che divise Varoufakis da Tsipras, nella valutazione sull’opportunità di svilupparlo per l’attuazione oppure no. Differenza che non coincide affatto con quella tra uscita o meno dall’euro. Ma piuttosto tra il giudizio che prima si esce meglio è, o invece che si esce solo se non sia più possibile restare. Differenza che rinvia alle condizioni politiche di successo del piano, non alla sua attuabilità tecnica. E che cioè rinvia alle condizioni di accettazione da parte della popolazione, in generale, più ancora che dai propri elettori, di questo ‘eccesso’ rispetto alle dichiarazioni pre-elettorali.
Ma anche il piano nel suo disegno va menzionato. Perché indubbiamente è molto audace e fa un passo deciso oltre la discussione che vi è già stata sulle monete ‘parallele’ o sull’emissione di CCF, certificati fiscali, come proposto in Italia da più autori. Quindi innanzitutto delineerò le caratteristiche del Piano B di Varoufakis. Passando poi alla valutazione delle condizioni politiche della sua attuabilità alla base del dissenso tra Varoufakis e Tsipras, concludendo con alcune osservazioni sulle prospettive che si aprono nella situazione che si può dire non è stata chiusa, bensì aperta dal diktat europeo alla Grecia.
Il piano B: un nuovo sistema di pagamenti.
Il piano che, come ha detto lui stesso, Varoufakis ha elaborato con un ristretto gruppo di collaboratori va molto più in là della discussione sull’emissione di una moneta ‘parallela’ in sostituzione degli strumenti ordinari di pagamento, in caso di blocco della normale attività bancaria.
Il piano consisteva, infatti, in caso di blocco delle transazioni monetaria da parte della Bce, nel passaggio ad un’altra rete di controllo dei soggetti economici del paese. Basandosi sui codici identificativi dei contribuenti - utilizzando la rete telematica che comprende tutti i contribuenti (quindi anche se non tutta la popolazione attiva, la gran parte) -, si sarebbero aperti dei conti intestati a questi soggetti, accreditando su questi conti le somme a loro dovute. Sia come pagamento di obbligazioni pregresse, o di liquidazione di stipendi, pensioni o altri trasferimenti. Accendendo così un ‘credito’ verso il Tesoro, con la clausola di trasferibilità da parte di ogni percettore ad altro soggetto, purché abilitato dai codici fiscali a ricevere pagamenti di transazioni intercorrenti tra soggetti. Inoltre questi crediti fiscali sarebbero ovviamente stati utilizzabili per il pagamento delle imposte. Questi accrediti, in prima istanza, sembrerebbero essere solo crediti verso lo Stato accreditati su conti ‘fiscali’, gestiti direttamente dal Tesoro, e non dal sistema bancario.
Ma la loro circolazione li avrebbe trasformati immediatamente in ‘moneta’. Noi usiamo abitualmente la parola ‘moneta’ in due significati che spesso non sono chiaramente distinti. Diciamo: la moneta è l’euro, per indicare l’unità di conto, cioè il fatto che redditi, prezzi e somme sono tutti espressi in euro. Ma diciamo ‘ti pago in euro’ per indicare che cedo ‘mezzi di pagamento’ (il cui ammontare è espresso in euro), cioè o banconote, che passano materialmente di mano in mano, o crediti verso le banche (i nostri c/c) che cediamo in pagamento ad esempio a mezzo di assegni, o nei negozi usando il Bancomat.
In realtà, nei sistemi moderni, l’uso di banconote (la cui natura sostanzialmente è quella di ‘cambiali’ firmate dalla Banca centrale; come una volta era scritto sulle banconote italiane. Quindi anche le banconote sono ‘crediti’) è minimo. Di regola, noi ci paghiamo cedendo, come ’mezzi di pagamento’, ‘crediti’ verso un ‘debitore privilegiato’ (quindi non ‘crediti’ verso uno di noi) che può essere la Banca centrale (banconote) o le banche ordinarie (i nostri c/c).
(Peraltro, storicamente anche la natura di ‘mezzo di pagamento’ dei crediti verso la Banca centrale - e di conseguenza, verso le banche ordinarie -, nasce dal fatto che è un’istituzione dello Stato. Cosa che si esprime dicendo che un paese ha ‘sovranità monetaria’, emette moneta. Una delle critiche che è stata, infatti, rivolta al sistema dell’euro è che al centro c’è una Banca centrale che non ha dietro la sovranità di uno Stato).
Nel caso del Piano B i ‘crediti’ ceduti sarebbero quelli verso il Tesoro (cioè verso lo Stato), la cui cedibilità li farebbe diventare nuovi ‘mezzi di pagamento’; anche loro denominati in euro, però ‘esterni’ al sistema bancario (centrato sulla Bce). Basti pensare che le spese dello Stato ammontano in genere a percentuali dal 40 al 50% del Pil in tutti gli stati economicamente sviluppati, per capire l’audacia del piano. Considerato che, grazie alla trasferibilità, le somme immesse circolerebbero, queste somme permetterebbero, quantomeno temporaneamente, ma neppure per un tempo troppo limitato, di far fronte alle necessità transattive quotidiane di un intero sistema economico.
Dipendenti pubblici e pensionati potrebbero far fronte alle necessità correnti, e quei mezzi di pagamento, rifluendo alle imprese, potrebbero permettere anche il pagamento dei salari di dipendenti privati. Ovviamente, questi mezzi di pagamento renderebbero possibili le transazioni legate all’utilizzo del reddito, meno quelle eccedenti quelle dimensioni (anche se il loro riflusso verso le imprese potrebbe creare effettivamente disponibilità di dimensioni consistenti). Questa è la ragione per cui comunque non può che trattarsi di una misura ‘temporanea’. Ma che permetterebbe un elevato grado di ‘normalità’ quotidiana in una situazione eccezionale come il blocco del sistema bancario. Come è evidente, ho estremizzato l’esempio, ipotizzando che quasi tutta la massa dei pagamenti da e verso lo Stato possa essere regolata in questo modo. Ma immagino che, in caso di una sua attuazione, sarebbe stata prevista una certa gradualità nell’attivazione di quella rete di pagamenti.
E anche il rientro nel sistema euro, cioè nel sistema di pagamenti gestito dal sistema bancario dipendente dalla Bce, in caso di successivo accordo con l’Ue, sarebbe meno difficile di quanto possa sembrare a prima vista. Le somme immesse in circolazione, supposto che il sistema bancario sia stato ‘congelato’, e quindi nessun movimento di fondi sia possibile, né all’interno del paese, né da e verso l’estero (condizione necessaria per la riuscita del piano), sarebbero semplicemente aumenti di disponibilità ‘monetarie’ delle singole famiglie e imprese, al netto dei loro utilizzi per pagamenti. Quindi, in caso di rientro nel sistema bancario - al di là di problemi squisitamente tecnici - queste somme andrebbero semplicemente sommate a quelle esistenti a loro disposizione prima del blocco.
In alternativa al rientro, questo ‘sistema di pagamenti’ parallelo potrebbe essere in un fiat essere ridenominato in dracme, e costituire un sistema-ponte per il ritorno alla moneta nazionale, che potrebbe funzionare in via sussidiaria fino a che non si fosse ristabilito il controllo sul sistema bancario nazionale (compresa la Banca centrale) e approntati tutte le procedure e i controlli necessari per un passaggio ordinato alla moneta nazionale.
Bisogna però deludere immediatamente tutti i sostenitori dell’eurexit qui e adesso. L’attuazione di questo piano gode, infatti, di un ‘vantaggio’, discutibile, di cui altre proposte di uscita non potrebbero godere: il blocco del sistema bancario da parte della Bce. Infatti, il blocco del sistema se non elimina, quantomeno minimizza i danni che prima del passaggio alla moneta nazionale possono essere provocati dalle attese di questo passaggio, danni limitati nel tempo perché al massimo si verificheranno nel lasso di tempo tra l’escalation della trattativa e la decisione di ‘blocco’ da parte della Bce. Nei paesi in cui invece si dovesse arrivare a questa scelta ‘normalmente’, cioè attraverso una discussione pubblica, questi danni si svilupperebbero con tutta la loro forza. Ovviamente i problemi del passaggio alla valuta nazionale e le conseguenze del passaggio non potrebbero essere evitati (tutti elementi, questi, della diversa valutazione da parte di Tsipras e della maggioranza di Syriza).
Questi ‘crediti’ verso il Tesoro avrebbero la stessa natura dei CCF, certificati di credito fiscale, di cui si è parlato in Italia. Ma qui la novità non sta tanto nell’immissione nella circolazione di questi ‘crediti’, quanto nella stessa ‘rete’ di immissione. E’ la Rete Fiscale la novità, che costituirebbe un vero e proprio ‘sistema di pagamenti’ parallelo. E anche la dimensione. Poiché, in linea di principio, l’emissione dei CCF finirebbe con l’essere solo una ‘monetizzazione’ del deficit del bilancio. Qui invece, potenzialmente la Rete potrebbe far circolare tutto l’insieme non solo delle entrate e spese governative ma di tutte le transazioni tra privati che fossero regolate per mezzo di quei ‘crediti’.
La vera novità ‘teorica’ introdotta da Varoufakis è che: la moneta è la Rete (il ‘sistema di pagamento’; cioè i ‘mezzi di pagamento’ sono utilizzabili come tali solo in quanto veicolati da una ‘rete’). Questa è la conseguenza ultima del passaggio a ‘mezzi di pagamento’ che consistono in di crediti verso un ‘debitore privilegiato (Stato, banche centrali e ordinarie) che ci trasferiamo reciprocamente. Se questo trasferimento è realizzato, come oggi, da una rete integrata, telematica, che ‘copre’ un paese, un ‘cambio’ di Rete - ‘sistema di pagamenti’ - con contemporaneo blocco del prece­dente - diventa lo strumento più efficiente per un cambio di ‘mezzi di pagamento’ (nel caso specifico da ‘crediti verso le banche’ a ‘crediti verso il Tesoro’) ma anche di ‘unità di conto’ (moneta); da euro a dracme.
Le condizioni politiche del Piano B. 
Se da un lato va riconosciuto che il piano di costruire un ‘sistema di pagamenti’ parallelo a quello bancario è decisamente brillante (al di là di alcuni problemi di ‘legalità’ cui accenna Varoufakis nella conversazione), e comunque va tenuto in considerazione per eventuali contingenze future, il discorso cambia radicalmente per quello che riguarda le condizioni politiche di attuabilità del piano, che riguardano sia il consenso del popolo greco all’uscita dall’euro, sia la consapevolezza delle conseguenze e loro accettazione.
Il discorso deve cominciare dal Programma di Salonicco in cui l’uscita dall’euro era assente. Nei primissimi anni di esistenza Syriza aveva ventilato la necessità di uscita. Ma poi aveva modificato la posizione. Fino a che, in occasione delle elezioni europee del 2014, col lancio della candidatura Tsipras a Presidente della Commissione, il tema dell’uscita era stato abbandonato, lanciando il tema di una trattativa che sollevasse il tema del cambiamento delle politiche di austerità (toccato durante la campagna anche dal socialdemocratico Schulz, ma evidentemente da lui dimenticato in occasione della trattativa con la Grecia).
Tenuto conto che, nelle elezioni del 2015, la percentuale dei voti dei partiti più disponibili, diciamo, all’obbedienza nei confronti della politica europea di austerità (Nea Demokratia, Pasok, To-Potami) arrivava vicina al 40%, mentre la percentuale dei due partiti di maggioranza (Syriza e Anel) lo superava di poco, si ottiene un quadro di paese non solo sostanzialmente diviso riguardo al rapporto con l’Europa, ma soprattutto un paese cui un’eventuale scelta di uscita dall’euro, decisione molto grave, non era stata presentata in modo apertamente programmatico.
Dalle elezioni molto è cambiato. La gestione della trattativa da parte di Tsipras, con ma anche senza l’apporto di Varoufakis, mai remissiva, ma che mostrava la determinazione a raggiungere un accordo aveva fatto emergere la malafede, il pregiudizio europeo e la volontà di schiacciare non solo il governo Syriza ma la Grecia, ha di conseguenza spostato l’opinione pubblica, come il risultato del referendum e i sondaggi elettorali mostrano;  anche dopo l’accettazione del diktat.
Ma anche nel caso del referendum, la domanda non riguardava l’uscita, che veniva agitato solo come spauracchio dalle opposizioni al governo. La risposta ‘no’, al massimo può essere interpretata come una perdita di potere terroristico dell’«uscita». Forzare l’interpretazione come adesione all’«uscita» e quindi passare a un’accelera­zione ‘leninista’ verso l’uscita mettendo in opera il Piano B avrebbe potuto avere contraccolpi.
Mi pare evidente che Tsipras, come anche Varoufakis riconosce, giudicasse questa mossa una forzatura. Il rischio (e qui non parlo delle conseguenze, ma proprio solo degli effetti politici) avrebbe potuto essere di una frammentazione dell’area di consenso del ‘no’, con un pericolo isolamento di Syriza. La scelta non poteva, nonostante la maturazione dell’opinione pubblica in seguito alla trattativa, che essere ‘prematura’ rispetto a quella maturazione. Con un’aggravante politica, che una decisione già di per se non ancora compresa e maturata dall’opinione pubblica greca, sarebbe per forza di cose stata gestita come una vittoria della sinistra di Syriza, accentuando così i rischi di una polarizzazione interna al paese. Obiettivo accanitamente perseguito non solo da forze interne greche, ma chiaramente accarezzato e desiderato, come risultava dalla stampa europea, dalle formazioni che sostenevano la linea dell’Eurogruppo verso la Grecia, fossero di centrodestra o di centrosinistra.
Ben altra sarà la situazione che si potrà venire a creare in seguito a nuove elezioni in autunno. In una prossima campagna qualcuno agiterà l’uscita come obiettivo e qualcun altro come spauracchio. Dubito che questo possa essere il tema della campagna di Syriza; che dovrà piuttosto dire come intende gestire questo terribile accordo e come procedere nella successiva trattativa. Il problema non è se accettare ulteriori restrizioni, il punto è convincere che al governo ci sarà qualcuno che continuerà a battersi per minimizzarle, per distribuirle in modo socialmente accettabile, che non lascerà intentato nulla per aprire qualche spazio di recupero. Cosa possibile con ‘questo’ governo, ‘impossibile’ con altri.
L’uscita entrerà nel dibattito; ma sarebbe meglio fosse non come scelta del governo. Che entri come una possibilità, che potrebbe essere determinata da circostanze esterne, non dalla scelta interna. Questo sarebbe un grande passo avanti rispetto all’ac­cettazione presentata come inevitabile delle condizioni europee e della permanenza nell’euro come un destino ineluttabile. Ancora oggi, si potrà dire, la prima scelta è restare; ma bisogna essere pronti a pensare che potrebbe succedere quello fino a ieri impensabile. Riducendo così drasticamente, com’è già avvenuto col referendum l’egemonia delle forze politiche e sociali che in quell’imposizione fiorivano. Isolando quei settori della società greca che avevano contribuito potentemente produrre il disastro che aveva portato all’arrivo della Trojka, e poi non avevano certo portato il peso del crollo del Pil e dell’occupazione greca.
Se i sondaggi dovessero essere confermati, la prossima volta di Syriza potrebbe essere quella di una maggioranza parlamentare solida. E molto probabilmente, neppure l’uscita di un’area di sinistra, per quanto politicamente comunque negativa, dovrebbe cambiare il risultato. Questo darebbe al prossimo governo una forza che l’attuale non aveva in partenza. Un risultato di questo tipo suonerebbe a sconfitta bruciante di uno degli obiettivi principali della destra europea, e greca: l’abbattimento di questo governo. L’abbattimento dell’anomalia greca.
Questo governo ‘inesperto’ doveva conquistarsi non diciamo il ‘consenso’, parola abusata e ormai vuota, bensì la stima, la fiducia del paese. Le ha conquistate nella prova durissima della trattativa. E mi pare che il risultato del referendum insieme con quello dei sondaggi possano far ritenere che sì, questo risultato, importante per poter governare, più ancora che per restare al governo, sia stato raggiunto.
Un quadro internazionale diverso per il Grexit.
Il quadro internazionale della trattativa Ue-Grecia è decisamente cambiato da come era, o quantomeno da come sembrava essere, quando la trattativa iniziò, e di conseguenza è cambiato anche il senso del Grexit.
Molti commentatori erano convinti, ed io con loro, che la soluzione alla fine, dopo molte convulsioni, sarebbe venuta da un intervento conclusivo di un’asse Obama-Merkel, in analogia con altri interventi degli ultimi anni, in particolare quello che permise lo sblocco del whatever it takes di Mario Draghi nel 2012.
Ma stavolta qualcosa di importante e di nuovo è accaduto. Che è emerso solo durante la trattativa e alla sua conclusione. Stavolta è stato Schäuble a menare la danza; e non si è ritirato in buon ordine colle buone o le cattive giunti alla fase conclusiva.
L’idea che alla fine l’asse Obama-Merkel avrebbe prevalso era legato a due fattori, ambedue evaporati nella trattativa. Il primo fattore era che il Grexit fosse una minaccia per l’Europa. Le affermazioni in contrario, sentite in questi mesi, che oggi l’Europa sarebbe in grado di affrontare le conseguenze economiche di un Grexit grazie alle politiche di Draghi, erano più che altro propagandistiche. Le conseguenze sui mercati mondiali non si sarebbero misurate sulla dimensione dell’economia greca rispetto a quella europea, bensì sul fatto che questo evento avrebbe potuto significare la crisi dell’«irreversibilità dell’euro» promessa da Draghi.
Ma c’era in realtà un ben altro fattore potente, e politico, a disinnescare il Grexit come minaccia per l’Europa. Ed era che il Grexit, da ipotesi balzana di economisti consiglieri ufficiosi del governo tedesco, diventava per Schäuble l’obbiettivo primario da raggiungere nella trattativa. Obiettivo che, per quanto non fosse quello ufficiale della Germania, era di fatto l’unico sul tavolo. Portato avanti nella totale noncuranza di qualsiasi effetto potesse derivarne. Di conseguenza la maggioranza solidissima nell’Eurogruppo non poteva non riflettersi nel Board della Bce, riducendo tutti gli spazi di manovra per non acuire la crisi greca; e quindi favorendo la marcia verso un eventuale Grexit. Si è visto bene la posizione defilata di Draghi durante i mesi della trattativa. Anche Varoufakis gli ha riconosciuto di aver fatto il possibile per smarcarsi dalla posizione della maggioranza europea. Ma ovviamente concludendo che, volente o nolente, ne è stato l’agente.
Il secondo fattore, che si è dimostrato meno rilevante di quanto si potesse pensare all’inizio, è stato il peso del ruolo degli Usa. Agli inizi della crisi Putin si era fatto avanti con un’offerta di prestito alla Grecia, e dando segni d’interesse per il governo Syriza. Uno sviluppo dei rapporti in quella direzione avrebbe potuto implicare, con un Grexit, un allentamento dei rapporti nato della Grecia. Fatto, ovviamente, abbastanza sconvolgente nel quadro Sud-est della Nato, sia per i rapporti con la Turchia, ma ancor più per le conseguenze sul quadro ucraino all’epoca in tensione crescente. Basandosi quindi sul giudizio che gli Usa non avrebbero permesso una crisi in quel settore, ci si aspettava un intervento, diciamo, risolutore degli Usa.
E interventi ci sono stati, infatti. Ma inutilmente. Ci sono state ripetute telefonate di Obama. A un certo punto, quando la trattativa è entrata in una fase molto tesa, fu pubblicata una lettera del Congresso degli Usa che criticava la Presidente del Fmi, Christine Lagarde, per aver preso posizioni troppo accondiscendenti con la rigidità europea. Il Segretario al Tesoro Usa, Jacob Lew criticò apertamente le posizioni assunte dall’Eurogruppo sulla crisi greca come geo-strategicamente sbagliate. Poi lui stesso venne in Europa negli ultimi giorni della trattativa. Ma senza ottenere nessun risultato. Contrariamente ai desideri Usa che l’accordo fosse ragionevolmente accettabile dalla Grecia, cioè non la mettesse in una posizione in cui la scelta del default divenisse preferibile; alla fine fu imposto un diktat.
Peraltro, era cambiata anche la posizione russa nei confronti della crisi greca. Come sappiamo dalle dichiarazioni di Tsipras, evidentemente in contraddizione con le prime posizioni, un’uscita della Grecia dall’euro non aveva trovato in paesi come Russia e Cina sponde interessate. Novità probabilmente dovuta al cambiamento di rapporti tra Usa e Russia come sono maturati in seguito all’accordo con l’Iran. Quindi, né l’intervento Usa ha ammorbidito la posizione europea né la Russia sembrava più molto interessata a sostenere un’uscita della Grecia dall’euro. Il che cambiava totalmente la situazione con cui si era entrati nella trattativa.
Schäuble è stato apparentemente il trionfatore della partita. Ha ignorato i desideri statunitensi, ha allineato quasi tutti i paesi dell’Eurogruppo; solo Francia e Italia hanno espresso molto timide riserve; ha allineato l’Spd, che all’inizio della trattativa aveva espresso qualche riserva su una linea dura e le dichiarazioni dei cui dirigenti alla fine sono apparse completamente convergenti nel rifiuto di qualsiasi intervento di ristrutturazione del debito. Ha ridimensionato anche la posizione di Draghi.
Ma, cosa più rilevante, ha aperto la campagna per la candidatura al Cancellierato. Durante tutto il periodo della trattativa solo lui ha esternato, portandosi dietro la grandissima maggioranza dell’opinione pubblica tedesca; la Merkel è stata silenziosa, e la crisi in modo del tutto evidente è stata gestita da Schäuble, mentre la Merkel ha solo seguito. E non si scatena una tale baraonda per ritirarsi a fare il mastino cha abbaia agli ordini della padrona. La guerriglia è già cominciata: ha parlato di dimissioni, ha attaccato Juncker, e ne vedremo molte altre. La Merkel ha cercato di giocare d’anti­cipo facendo filtrare, via Spiegel, la sua candidatura anticipata al Cancellierato per le elezioni del 2017. Ma dubito che basterà; non credo che Schäuble abbia mai digerito che Kohl glie l'avesse preferita negli anni Novanta.
Ma il diktat ha aperto troppi fronti. Uno si è già aperto. Il Fmi si è sfilato dalla trattativa per il nuovo bailout. Questo crea un intoppo non da poco. Tutta la procedura di transizione, la richiesta ultimativa di riforme per incominciare le trattative, aveva come base l’accordo sul nuovo prestito di circa ottanta miliardi di euro. Ma se il Fmi si sfila, come sostituirlo? Dopo aver eccitato l’opinione pubblica sul fatto che il contribuente tedesco non deve assolutamente rischiare un euro, chi glie lo va a dire che bisognerà aumentare l’esborso dei paesi europei?
Inoltre ad accordo appena firmato il Fmi ha fatto sapere ufficialmente che ritiene assolutamente indispensabile una ristrutturazione con ‘taglio’ del debito: Anche questa un’eventualità cui l’opinione pubblica tedesca è assolutamente contraria. Chissà? Forse uno Schäuble Cancelliere potrebbe farglielo accettare. Difficilmente lo potrebbe una Merkel con Schäuble contrario. Ma la Merkel si è già ricandidata. Peraltro, è ragionevole pensare che l’irrigidimento del Fmi su questi punti - sempre sostenuti - abbia qualcosa a che vedere con la frizione con gli Usa sulla chiusura della trattativa con la Grecia.
La trattativa prossima ventura si sta aprendo sotto il segno dell’incertezza.
Conclusioni.
C’è un’ulteriore fattore, emerso dalle dichiarazioni di Varoufakis, che complica ulteriormente il quadro. Abbiamo visto come la minaccia di default fosse inefficace dal momento che il Grexit non era un’eventualità da evitare per la parte europea ma un obbiettivo da raggiungere, quantomeno per la Germania, che egemonizzava lo schieramento. Ma il default conservava la sua qualità di ‘minaccia’ nei confronti della Grecia. Se la trattativa si fosse interrotta, una delle conseguenze avrebbe potuto essere la sospensione dell’intervento della Bce nei confronti del sistema bancario greco (cosa già richiesta in questi mesi; ma che non poteva essere accolta fino a che la Grecia non avesse rotto le trattative). E la sospensione avrebbe avuto, come di regola in casi simili, conseguenze catastrofiche: disorganizzazione di tutte le transazioni, impossibilità di provvedere alle necessità quotidiane, il caos economico in pochissimo tempo, tumulti e probabilmente la caduta del governo; o altro.
Ma se si potesse attuare il Piano B, cosa non impossibile a giudicare dalle dichiarazioni, ciò consentirebbe di guadagnare il tempo necessario per effetture anche un cambio di moneta, evitando il caos. Parrebbe, infatti, che il secondo nullaosta negato da Tsipras riguardasse gli aspetti organizzativi; mettendoli in atto, il piano sembrerebbe attuabile. Il che non eliminerebbe molte altre conseguenze negative dell’uscita; ma almeno evitando il caos, permetterebbe di affrontarle.
Secondo Varoufakis il Grexit è solo rinviato. Forse. Quello che si può dire di sicuro che l’accettazione del diktat, per quanto difficile e doloroso, da parte del governo greco ha tenuto aperte le contraddizioni che nascevano da quella conclusione. E le contraddizioni che sono aperte potrebbero portare anche a conseguenze oggi poco prevedibili. Non tanto e non solo l’uscita quanto l’emergere delle forze centrifughe che la chiusura di forza della trattativa ha messo in moto. Cosa succederà della e nella trattativa. Come andrà avanti? E se si bloccasse? E ancora, nel frattempo, cosa succederà in Spagna? Ma anche cosa potrebbe succedere in Francia, e a non lungo termine? E anche, cosa succederà in Germania? E tra Europa e Usa e Russia?
La gestione della trattativa da parte di Tsipras, e perfino l’accettazione del diktat,ha portato a due chiarimenti politici non irrilevanti. Importanti di fronte all’opinione pubblica greca. Da un lato, è emerso in tutta chiarezza l’atteggiamento prevaricatorio della controparte europea, la sua feroce volontà che non fosse messa in discussione la sua linea dell’austerità contro l’evidenza schiacciante contraria alle previsioni, e il suo unico obiettivo di ottenere l’umiliazione della Grecia e l’abbattimento del suo scandaloso governo di sinistra. Oggi, e non ieri, questo è ormai chiaro a una parte rilevante dell’opinione pubblica greca.
Ma ha posto anche alcune componenti di sinistra di fronte a una vera prova del fuoco. Se assumersi la responsabilità di governare il paese, certo mantenendo una funzione essenziale di stimolo e di movimento, ma senza fughe in avanti, oppure no. Ma soprattutto senza illudersi che forzature leniniste - un’uscita dall’euro come scelta pregiudiziale - potessero innescare la ‘rivoluzione in Europa’. Gli assetti neo-liberisti in Europa non sono frutto di una congiura, o di un impazzimento. Sono il risultato di una sconfitta storica, le cadute prima del compromesso politico keynesiano e poi dell’Urss, e di una reale egemonia politica della destra europea. Spostare questi equilibri è lavoro di lunga lena. A mio parere, la gestione della crisi da parte di Tsipras ha avuto l’effetto di mettere in movimento il quadro europeo; nonostante la durezza della conclusione e l’amarezza dell’accettazione.
Se fosse stata presa la decisione di uscire, a parte le considerazioni già fatte sul fatto che la scelta avrebbe potuto essere politicamente prematura, l’obbiezione ancora più forte è che avrebbe chiuso la partita. Una Grecia uscita sarebbe stata lasciata alle cure del Fmi, ma sarebbe uscita dalle preoccupazioni europee. Si sarebbe dovuto solo gestire il distacco. Dopo di che i problemi sarebbero stati solo greci. L’Europa, acconsentendo all’intenzione tedesca, si sarebbe liberata del problema; che sarebbe restato a monito di altre capitali, come dice Varoufakis o, piuttosto, come penso io, avrebbe costituito il precedente per la definitiva ridefinizione dello spazio dell’euro, con una possibile uscita di Italia e Spagna. Così, invece, tutto è rinviato.
Di fatto, fin dall’inizio è stato abbastanza evidente che la strategia di trattativa di Tsipras mirasse a guadagnare tempo. Fondamentalmente per cercare di rompere l’isola­mento, il colpevole, per ignavia altrui, isolamento della Grecia. A questo chiaramente mirava il rovesciamento, contenuto nell’accordo del 23/2 dell’onere della decisione della rottura della trattativa e del default sull’Eurogruppo. Ma questo guadagno di tempo, di fronte alla durissima controffensiva tedesca, non ha raggiunto gli obbiettivi di aprire crepe nella compattezza europea; quantomeno non apertamente. Solo alla fine, una frattura si è aperta tra Fmi (e dietro gli Usa) e le autorità europee.
Ma anche l’accettazione del diktat ha questo senso. Restare in posizione di governo, e rafforzarla, nell’attesa che le contraddizioni aperte maturino e portino ad una, quantomeno, riduzione dell’isolamento della Grecia, a cui non bastano i nostri evviva, e che avrebbe, piuttosto, bisogno di campagne  di massa e attività parlamentare che incalzino il governo e agitino nell’opinione pubblica la questione greca. Che è la nostra. Tutti coloro che andati a festeggiare il ‘no’ in piazza Sintagma, per poi attaccare duramente una settimana dopo Tsipras per il suo ‘cedimento’, per l’accettazione del diktat,mostrano incomprensione di questa strategia.
Almeno questo tempo guadagnato potrà servire a consolidare nel paese l’azione del governo con nuove elezioni. Ci sono molte probabilità che si ripresenti una situazione di crisi in cui l’ipotesi di un’uscita della Gecia dall’euro ritorni sul tavolo. Tsipras e Syriza, stavolta, potrebbero affrontare l’emergenza con una situazione molto più solida nel paese e con contraddizioni aperte intorno, e con il Piano B come uscita di sicurezza. Tsipras e il suo governo avrebbero ancora una volta acquistato tempo.
Nell’estrema difficoltà, e nell’estrema sofferenza del popolo greco, purtroppo inevitabile con qualsiasi scelta, comunque una situazione politicamente migliore.