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giovedì 15 dicembre 2016

Populismo di secondo grado e manipolazione dell’esito referendario

Una analisi potente, teorica e politica, filosofica e quindi impietosa, della struttura logica del tentativo di smantellare la Costituzione e, subito dopo, di rovesciare in "quasi vittoria" la clamorosa sconfitta nel referendum.
Un testo assolutamente da leggere e meditare, allontandosi una volta per tutte da quel "pensierino bipolare" – psichiatricamente parlando – che viene incentivato in modo potente dalla struttura discorsiva da social net work.
Diciamo che anche alcuni "intellettuali di regime" (Cacciari e Recalcati su tutti) troverebbero qui molte ragioni per ritirarsi dalla professione ufficilmente esercitata.
Buona lettura.
 
***** 

di Elena Maria Fabrizio


  di Elena Maria Fabrizio da Contropiano

Tra i sintomi che affliggono le democrazie occidentali, la manipolazione dell’opinione pubblica e la manipolazione del voto sono i più noti. E non c’è consultazione politica e referendaria, con o senza quorum, che non confermi questo trend. Così, puntualmente, nell’ultima consultazione la tutela della Costituzione e il conseguente rigetto di una riforma irresponsabile che non ci avrebbe protetto da maggioranze retrograde, populiste e autoritarie, viene surclassato da altri dati, dotati di scarsa oggettività e più semplicistici. Non solo i cittadini avrebbero innanzi tutto votato per dire Sì o No al Presidente del Consiglio Renzi e al suo governo, ma con questa scelta, più che esprimersi sulla sua politica e le sue leggi, si sarebbero di fatto espressi sull’alternativa Renzi o il populismo, che è ovviamente sempre quello degli altri, Salvini e Grillo in primis. Sembra quasi superfluo evidenziare che la carente analiticità di questa lettura eleva il populismo a giudizio di secondo grado cui scadono nell’analisi del voto, ma già prima nei modi e nei toni della campagna referendaria, quegli stessi sostenitori che hanno eretto il Pd a partito antipopulista per eccellenza; il quale non cede alla tentazione di dividere ancora una volta l’elettorato nel popolo che interpreta correttamente i propri valori (cambiamento, bellezza, sogno, futuro) dal popolo che al contrario ne sarebbe incapace.
 
La comunicazione sistematicamente distorta dell’ideologia dominante
Si tratta di una trasfigurazione che non sorprende alla luce di una manipolazione mediatica che, nel tentativo di indirizzare l’opinione pubblica verso l’auspicato cambiamento, ha fatto largo uso di tipologie propagandistiche di comunicazione talmente fantasiose e insistenti da confermare la sua subordinazione alla classe dominante e alla sua ideologia.
La prima forma di manipolazione comunicativa è sintetizzabile nella politica dei miracoli: la riforma costituzionale ci avrebbe magicamente restituito un paese più democratico, contro il disfattismo del pluralismo e della dialettica; più onesto, contro i nepotismi e la corruzione di politici e cittadini; più giusto, contro le resistenze di un mondo del lavoro che non vuole capire gli universali vantaggi di cui godrebbe se si piegasse alla definitiva resa della modernizzazione capitalistica dell’esistente.
Accanto a questa visione miracolistica e menzognera è subito emersa una seconda forma di comunicazione, elaborata dai vari scriba del potere (filosofi, giornalisti, persone cosiddette di cultura), secondo la quale cambiare è giusto. La troviamo espressa dal filosofo Cacciari, ma meglio formulata dal giornalista Serra: «la sola idea che qualcosa accada è più convincente dell’idea che quella cosa possa essere sbagliata». La riforma «fa semplicemente schifo» (cit. Cacciari), ma è pur sempre una riforma, come tale va sostenuta.
Al miracolismo della prima forma di comunicazione, questa aggiunge il fanatismo e la dichiarata morte della ragione.
La terza forma di comunicazione è la rappresentazione pulsionale del voto, se le prime due non fossero già stilisticamente emotive, che potremmo sintetizzare nel motto il Sì gode, il No odia. Essa ci giunge dal discorso con il quale lo psicoanalista Recalcati è andato a consacrare, nel corso della campagna referendaria, la Leopolda e il suo fondatore, proclamandosi quale padre di Telemaco, il figlio giusto, il giovane che avrebbe il coraggio di desiderare e osare a dispetto dei padri e verso il quale il fronte del No nutrirebbe tutto il suo odio paternalistico e impotente. E non solo. Oltre l’odio della giovinezza, altri due sintomi devasterebbero la psiche di chi nega: l’angoscia del cambiamento che porta al conservatorismo e la fascinazione masochista per la negazione che stimola il godimento della distruzione. Non viene in mente a questi dilettanti del pensiero che la negazione non nega mai “nulla”, ma afferma sempre qualche cosa, nel mentre nega. E che i più grandi movimenti di emancipazione della storia sono sorti sul coraggio della negazione determinata da cui sono scaturite nuove direzioni della storia.
Ad accumunare queste tre forme di comunicazione è il palese rifiuto del rigore logico, del ragionamento, del discorso veritativo; lo scarso rispetto dell’interlocutore a cui giunge un messaggio irrazionale difficile da elaborare. In definitiva il consapevole dismettersi dalle regole del discorso secondo le quali ogni pretesa di validità deve essere formulata in modo che possa essere esposta alla critica in una situazione in cui gli interlocutori trattandosi da pari giungono o ad un accordo in cui vale la forza razionale (la coazione non costrittiva, come direbbe Habermas) dell’argomento migliore, o ad un disaccordo comunque fondato. Una situazione che quand’anche non fosse concreta deve essere comunque presupposta come possibile o reale, soprattutto se a esprimersi sono intellettuali e politici di professione.
Ma oltre a questo elemento logico-formale, queste tre forme di comunicazione hanno in comune un rapporto problematico con la realtà che si traduce nella sistematica volontà di occultare il conflitto socio-economico, che continua indefessamente a frammentare la società civile e il mondo del lavoro, trasfigurandolo in conflitto pulsionale senza neanche più la decenza etica di imputare alle classi subalterne piuttosto che l’odio risentito, la rassegnata disperazione; di distogliere l’opinione pubblica dal percorso accidentato che ha condotto questo governo a esercitare i suoi poteri; di rimuovere l’iter politico che da circa 5 anni ha determinato una nuova accelerazione delle politiche neoliberiste, a partire dalla revisione dell’art. 81 della Costituzione votata a larga maggioranza sotto il governo Monti; di silenziare i diritti sociali, il Welfare, i diritti dei lavoratori, le nuove politiche di rilancio dell’economia. Un processo di rimozione che parte da molto più lontano, dalla crisi della sinistra comunista e socialista europea successiva al crollo del comunismo sovietico, ma che da quando gli effetti della crisi americana si sono fatti sentire anche in Europa, ha condotto la politica italiana con sfacciata pervicacia a tentare di costruire un sistema costituzionale coerente entro il quale giustificare il graduale smantellamento del Welfare e di tutte le conquiste sociali della sinistra. Facendo passare tutto questo come necessario per la tenuta economica del paese o come conveniente per la classe lavoratrice.
Che lo status quo ante abbia le sue responsabilità è ovvio e non può essere qui discusso. Potendoci solo riferire alla memoria breve, a partire solo dal 2012 emerge un quadro coerente e sistematico tendente a stravolgere il patto costituzionale e il cui terminus a quo è l’approvazione da parte delle due Camere della modifica dell’art. 81 che ha imposto l’introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta Costituzionale. La votazione avvenuta sempre a maggioranza dei due terzi (nessun voto contrario alla Camera, uno scarno numero di voti contrari, Lega e Udv, al Senato) ha reso vano il ricorso all’eventuale referendum confermativo. Parliamo di una riforma della Costituzione pervasiva che ha ricevuto poca attenzione dai mass media, discussione inesistente presso l’opinione pubblica, ha attraversato un iter parlamentare singolarmente veloce (dal novembre 2011 all’aprile 2012). Quand’anche un Parlamento sovrano, che tale rimane anche quando deve relazionarsi con un governo tecnico, avesse deliberato nel rispetto delle procedure, esso ha posto in essere la paradossale situazione di una democrazia che in maniera silente, opportunistica e incurante delle conseguenze del proprio operato, delibera in spregio di quella Costituzione su cui pure è seduta. Perché infatti con la revisione dell’art. 81 si è di fatto inserito nella Costituzione un principio che impedendo politiche di spesa in disavanzo è incompatibile con i fondamentali principi della Carta. I quali al contrario ci parlano di solidarietà sociale e di una democrazia programmatica, e quindi di uno Stato interventista che deve portare a compiuta realizzazione i diritti fondamentali della persona, in particolare i diritti sociali (cfr., V. Giacché, Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile, Imprimatur, Reggio Emilia 2015).
Il percorso politico che da questo stravolgimento giunge alla proposta di riforma costituzionale è fin troppo noto: una serie di interventi legislativi sul lavoro, sulle pensioni, sull’istruzione, sulla salute, sulla pubblica amministrazione sono stati condotti sotto il criterio del neoliberismo selvaggio, quindi della compressione dei diritti e dei salari, dell’erosione del Welfare, della maggiore flessibilità e della precarietà, e in genere della perdita dei diritti faticosamente acquisiti attraverso lotte e conquiste socio-politiche. Un iter legislativo che rispetto alla revisione dell’art. 81 si attesta più sulla dimensione del continuum che non su quella del rinnovamento.
Ed ecco che in una situazione di crisi economica, di scenari geopolitici assai poco rassicuranti, con un mondo del lavoro contro, la disoccupazione giovanile crescente, un partito frammentato, il Presidente del Consiglio con un’ostinazione assai rara da vedersi in un uomo di Stato, tenta di portare a compimento una riforma costituzionale con il sostegno di una maggioranza parlamentare votata con legge incostituzionale, trasformando la consultazione referendaria in un plebiscito alla sua persona e al suo governo. Con altrettanta pervicacia e ostinazione si incammina in una campagna referendaria ostile e demagogica, come se fosse però una campagna elettorale, alimentando la demonizzazione e la paura dell’avversario, fomentando le pulsioni popolari sempre pronte a esplodere e prospettando, come di fatto è accaduto, una crisi istituzionale nel caso di insuccesso. La gravità di questo scenario è stata rappresentata con una forza comunicativa di eccezionale valore da costituzionalisti, giuristi, filosofi del diritto, comitati del No, che alla luce del voto si è rivelata vincente e che sarebbe quindi superfluo ripetere.
Ciò che tuttavia sconvolge dell’esito referendario è il continuum mediatico della manipolazione forse indicativa di quanto la gravità dello scenario precedente sia drammaticamente viva anche in quello post voto.
 
Ragioni del Sì e «bonapartismo soft»
Per capirlo occorre focalizzare l’attenzione su due fattori. Il primo è rappresentato dalle reazioni dei sostenitori del Sì, i perdenti che si sono subito avventati sulle analisi del voto, facendo emergere il solo dato, obiettivamente comodo, facile da strumentalizzare e “come volevasi dimostrare”, dell’avanzata populista conseguente a chi con il suo No non avrebbe compreso quanto questo buon governo intendesse invece scongiurare.
Con un rovesciamento paradossale, il fronte del No diventa il maggiore responsabile del disfacimento politico cui il fronte del Sì e del suo leader ci hanno portato con la crisi istituzionale post voto. Con un altro rovesciamento i perdenti, il fronte del Sì, diventano i veri vincitori, perché rispetto alla variegata ed eterogenea composizione del fronte opposto rappresentano una forza compattamente schierata a favore del governo e della sua missione salvatrice.
Il secondo fattore sono le ragioni del Sì, che è a questo punto razionalmente e politicamente necessario provare ad analizzare. Lungi dal voler confutare che il rovesciamento dialettico abbia una consistenza reale, e cioè che questo fronte possa essere corrispondente all’elettorato del Pd, la qualcosa potrà essere verificata solo alle prossime consultazioni politiche, si tratta di individuare le possibili “ragioni” che hanno determinano questo fronte per capire se possa emergere un dato oggettivo, alquanto trascurato dalle analisi del voto, in cui tutte le parti del Sì possano riconoscersi. Seguiremo un ordine che procede gradualmente dal più al meno razionale.
Iniziamo quindi con il Sì cognitivo, ma sempre critico, dell’elettore informato e documentato, che dopo aver soppesato, analizzato, seguito i dibattiti ha finito per formarsi un’opinione positiva della riforma, pur sempre con la riserva, espressa persino dai promotori, di lacune e passaggi indeterminati da migliorare.
Successivo a questo, vi è Sì politico del sostegno al governo, che ha fatto cose buone e buone leggi; poi il Sì pulsionale alimentato dalla paura del M5S e della Lega, in genere dei populismi che invece questo governo non rappresenterebbe, da cui deriva il Sì obbligato dalla mancanza di alternative. E infine, il Sì movimentista, il cui principio “riformare è giusto” va a sostenere una riforma che per quanto sbagliata possa essere rimane la riforma che il paese attende.
Non è qui il caso di entrare nel merito della validità degli argomenti elencati, che è stato invece l’esito del voto referendario a confutare, come accade in una democrazia. Ed è anche superfluo evidenziare che le diverse ragioni possono essere confluite nello stesso voto, secondo una gerarchia di importanza che varia da elettore a elettore. Queste ragioni sono comunque tutte confluite in quel 40% che ora il leader perdente rivendica a sostegno pieno della sua politica, del suo Pd, del suo governo. In un confuso intreccio di ruoli politico-istituzionali (Presidente del Consiglio, segretario del partito) in cui meno si fa chiarezza e più è facile la manipolazione. Nel senso che non è affatto facile stabilire quanto il Sì cognitivo abbia inciso rispetto al Sì politico o a quello pulsionale o movimentista.
C’è un dato oggettivo che però non può essere manipolato, che accomuna le ragioni elencate, le quali sottostanno ad una meta-ragione che possiamo indicare nella strumentalizzazione della Carta Costituzionale finalizzata al consolidamento del potere dell’esecutivo. Vale a dire una indecente strumentalizzazione che il Governo e il suo partito di maggioranza hanno messo in atto per consolidare il proprio potere. Detto ancora altrimenti, la trasfigurazione di un referendum referendario in una campagna elettorale in cui il Presidente del Consiglio ha usato la riforma della Costituzione come se fosse il programma politico di un partito. Non a caso tutti gli aggiustamenti dei difetti e delle lacune della riforma venivano con una leggerezza sconcertante rinviati a successive deliberazioni parlamentari come si ipotizzerebbe per qualsiasi legge ordinaria, legge a cui la Carta si è quindi cercato di ridurre.
Da questa meta-ragione consegue una precisa prassi: a seguito della dichiarata volontà del Presidente del Consiglio di dimettersi in caso di sconfitta, tutti i sostenitori del Sì, consapevolmente o inconsapevolmente hanno di fatto legittimato con il loro voto una prassi antidemocratica quale è certamente l’uso strumentale di una Costituzione. Questo è il dato oggettivo che unisce il 40%. Decisamente più oggettivo delle ragioni favorevoli alla riforma, favorevoli al cambiamento, favorevoli al governo, ma il più foriero di pericoli quale grave sintomo dello stato di salute della democrazia italiana. Che è entrata evidentemente in una ancora più grave spirale di deficit di legittimazione democratica.
Un deficit che oltre ad essere sostenuto dal sistema economico-finanziario e bancario internazionale, dall’Europa dell’Euro, da Confidustria, dalla grande imprenditoria, ha trovato il sostegno massiccio dei mass media (televisione e giornali in primis) e di una parte del mondo culturale accademico e extra-accademico con una pervicacia, una costanza, una virulenza che non lasciano sperare sulla possibilità di trovare luce nella comunicazione sistematicamente distorta di cui queste forze sono state strumentali protagoniste.
In definitiva, il discorso politico-mediatico dominante ha tentato con una mossa proceduralmente democratica (voto a maggioranza di un parlamento, comunque votato con legge incostituzionale, e referendum confermativo) di far passare una riforma costituzionale tendenzialmente antidemocratica con un modus operandi che nella sostanza anticipava i contenuti antidemocratici della riforma.
Si affaccia dunque nella storia politico-istituzionale della nostra Repubblica il malsano tentativo di istituzionalizzare una sorta di «bonapartismo soft» all’italiana attraverso una prassi (strumentalizzazione partitica della Carta) che letta insieme agli elementi fondamentali della riforma ci restituiscono un quadro assai coerente in cui metodo e contenuto si identificano (cfr. D. Losurdo, Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio universale, Bollati Boringhieri, Torino 1993).
Proviamo ad elencarne alcuni: rafforzamento dell’esecutivo, depotenziamento della funzione legislativa del Senato, accentramento statale delle prerogative delle Regioni; riduzione della rappresentanza e dell’equilibrio dei poteri in nome della governabilità; limitazione della sovranità popolare attraverso soppressione del proporzionale, legge elettorale con premio di maggioranza del 54% al primo e secondo turno, sbarramento per i partiti minori, aumento del numero delle firme per le leggi di iniziativa popolare. Senza considerare la pericolosa modifica dell’art. 78 che avrebbe lasciato alla sola Camera dei Deputati la deliberazione a maggioranza assoluta della guerra. Una modifica che estromette un Senato che, sebbene avesse dovuto rappresentare solo le autonomie territoriali, avrebbe continuato a votare leggi di revisione costituzionale e trattati comunitari, a nominare 2 giudici costituzionali, a votare il Presidente della Repubblica e a essere composto anche da 5 membri da quest’ultimo nominati per aver illustrato la Patria, ma che senza un fondato motivo per i promotori della riforma non rappresenta sulle questioni della pace e della guerra l’interesse nazionale espresso nell’art. 11. Se a ciò si aggiunge lo sventato scenario di una maggioranza parlamentare sostenuta dal premio di maggioranza, il solo rischio di poter rimettere nelle mani di una minoranza non realmente rappresentativa della sovranità popolare una decisione di questa portata, la dice lunga sulla irrazionalità e regressione di una tale riforma costituzionale. Anche su questo punto la riflessione dei mass media è stata scarsa o nulla, con le dovute eccezioni (cfr. Intervista al generale F. Mini, No a riforma che sottrae al Parlamento decisione su dichiarazione di guerra, MicroMega online, 18 novembre 2016).
In definitiva, entro il quadro storico-politico sopra delineato nella breve dimensione di un quinquennio, un preciso Governo con il sostegno dei poteri economici e politici nazionali e internazionali va a sostenere un vero e proprio attacco alla sovranità popolare orchestrato con gli slogan della semplificazione, dello snellimento legislativo, della stabilità e governabilità, ma che si sarebbe ridotto nel bisogno di operare una serie di riforme senza più gli intralci di una democrazia parlamentare dialettica e pluralistica. Di una democrazia che si costruisce molto meno sull’apporto di partiti, movimenti e associazioni, di cui si farebbe volentieri a meno, e molto di più sul rapporto diretto del leader, quale autentico interprete della volontà popolare, con i cittadini.
 
Le ragioni del No e le sue mistificazioni
È a partire da questo dato oggettivo che si può capire la grande partecipazione popolare alla consultazione referendaria, e almeno tre delle ragioni che hanno motivato questo fronte. Ragioni di cui è chiaramente difficile stabilire la proporzione in percentuali, ma che i mass media dominanti stentano ad evidenziare con la dovuta enfasi, concentrandosi più sul dato propagandistico di una volontà irrazionale e disfattistica che avrebbe determinato con la caduta del governo anche il conseguente caos istituzionale.
La prima di queste ragioni è il No cognitivo e politico con il quale insieme ad una riforma giudicata rischiosa per le sorti della democrazia si è rigettata anche la sua strumentalizzazione politica.
La seconda è il No politico e sociale, certo molto variegato, ma con la quale non si è voluta perdere l’occasione di esprimere un giudizio sull’operato del Governo, opportunità la cui legittimazione è venuta dallo stesso Presidente del Consiglio che, come si è detto, aveva presentato la riforma come programma politico della maggioranza parlamentare con tutto ciò su cui essa aveva legiferato. Ceti più o meno abbienti, più o meno istruiti, frange consistenti della disoccupazione, della precarietà e della povertà, tra cui quell’81% dei giovani tra i 18 e i 35 anni, sono parte considerevole di questo voto. Dal che, se non si può direttamente indurre che tutto il disagio sociale sia confluito nel fronte del No, si può indirettamente dedurre che tale disagio, data la forte affluenza alle urne, sia fortemente consistente in questo fronte.
Il voto massiccio per il No è dunque sotto certi aspetti forte e chiaro. Ma questa forza e chiarezza, invece di portare all’autocritica viene completamente ignorata e dirottata su qualcos’altro. Invece dell’autocritica doverosa ad una riforma costituzionale sicuramente da alcuni bocciata perché compresa nel suo senso autentico, invece dell’autocritica alle scelte politiche del governo, dell’autocritica ad una campagna referendaria la cui costanza è stata la denigrazione dell’avversario e l’istigazione al conflitto civile, invece dell’autocritica alla visione pulsionale del conflitto politico (l’odio dei giovani) matematicamente smentita dall’81% del voto giovanile contrario, invece di una onesta presa di coscienza politica della volontà popolare assistiamo ad una vera e propria esaltazione vittimistica della parte sconfitta che rasenta il culto del capo, questo sì talmente emotivo e impulsivo da giungere alla trasfigurazione dei contenuti del suo operato. Sicché l’idea perdente continua ad essere «un’idea meravigliosa» che ha il solo difetto di non essere stata capita e la campagna referendaria «una campagna elettorale emozionante», la cui sconfitta non a caso è anch’essa equiparata a «una sconfitta elettorale», come l’ex Presidente del Consiglio va ripetendo dal discorso tenuto in occasione dell’annuncio delle dimissioni.
La sconfitta viene giustificata e compresa alla luce dell’errore di aver personalizzato la propaganda referendaria a tal punto da rendere questa scelta la principale causa del suicidio politico del Presidente del Consiglio. Viene insomma ricondotta all’emotività e ai limiti caratteriali (arroganza, autolesionismo) di un personaggio che invece di comportarsi da uomo di Stato, evitando di portare il paese in una crisi istituzionale dettata come minimo dall’egoismo politico e da un inesistente senso del limite che l’agone politico non deve mai superare, si atteggia a uomo etico e capro espiatorio del sistema, come dimostra la lettura che l’ideologia dominante ha fatto delle dimissioni nel segno della dignità e della correttezza dell’uomo rispettoso delle istituzioni, quando aveva appena fallito il tentativo di stravolgerle. Un atteggiamento talmente antimachiavellico e irrispettoso dei rapporti di forza che l’uomo di Stato dovrebbe sempre essere pronto a gestire per la tenuta della Repubblica, da essere equiparabile a quel «moralista politico, che si foggia una morale così come il vantaggio dell’uomo di Stato la trova conveniente», da cui Kant metteva in guardia. Quand’anche il fronte dell’ideologia dominante che ha sostenuto questo percorso, i cui esiti avrebbero potuto essere nefasti per la democrazia, si sia impegnata durante e dopo in un discorso autocritico, lo ha fatto più spesso con un linguaggio che potesse far sembrare anche una critica una gentile cortesia. Come quando in occasione del referendum sulle trivellazioni a fronte prima dell’invito governativo all’astensione poi della conseguente manipolazione del dato astensionistico, al posto di una decisa denuncia arrivò, dal quotidiano che ha maggiormente sostenuto l’ascesa al potere del Presidente del Consiglio, solo un timido gerundio politico: «ci stiamo avviando verso un governo personale». (I. Diamanti, Referendum trivelle, la mappa del non voto, “La Repubblica.it”, 19 aprile 2016)
Di gerundio in gerundio giungiamo all’oggi, ma dal linguaggio giornalistico che ammicca al potere ancora nessuna forma indicativa e tanto meno imperativa.
Le analisi del voto confermano questa palese subordinazione, dove il No referendario e le sue ragioni cognitive continuano a non avere il peso che meritano, se addirittura si arriva a rincarare la dose e a considerare giusta e corretta l’esigenza di modificare un sistema di pesi e contrappesi che i padri fondatori avrebbero voluto «scomodo per evitare la concentrazione di potere dopo vent’anni di fascismo. Nonostante le loro nobili intenzioni, hanno portato a uno stato attuale nel Paese in cui governare richiede uno sforzo kafkiano» (G. Riotta, Le dimissioni di Renzi, la caduta di Roma, “La Stampa”, 7/12/2016).
Siamo alla messa in discussione dei fondamenti del liberalismo classico (Locke e Montesquieu) la cui forza attuale sta ancora oggi nella formulazione chiara e netta della limitazione dei poteri dello Stato, quindi alla messa in discussione del principio generale secondo il quale i poteri, la cui natura è di tendere all’ingrandimento, hanno sempre bisogno di essere bilanciati e limitati per evitare la facile deriva autoritaria del loro esercizio.
Con una leggerezza da dilettanti, si veicola insomma l’idea che il principio del controllo reciproco dei poteri e della loro distribuzione invece di essere una risorsa è decisamente un intralcio. E si capisce il perché. Questa è la stessa ideologia che ispira il Jobs Act, con il quale si conferisce più forza ai datori di lavoro per indebolire i diritti dei lavoratori, ispira la Legge 107 della scuola, con la quale si conferiscono maggiori poteri ai dirigenti e minori diritti ai docenti a cui vengono affidati più impegni a parità di salario. Un’ideologia che da una legge ordinaria all’altra stava per essere elevata a norma fondamentale di Stato.
Di conseguenza non sorprende che la manipolazione mediatica continui a sottrarsi ad un’interpretazione oggettiva e veritiera del voto, non sorprende che essa possa riconoscere di aver fallito nel tentativo di condizionare la volontà del 60% dell’elettorato.
Persino di fronte al dato matematico del voto giovanile, la teoria, piegata strumentalmente alla scelta politica, invece di riconoscere in questo voto la smentita empirica del dogma psicoanalitico, quell’odio dei giovani che si erge a valutazione del politico e del collettivo, sostiene che invece la conferma (e Popper avrà su questo limite della psicoanalisi sempre ragione). La vittoria del No sarebbe la prova di un odio che non avrebbe trovato «una canalizzazione simbolica», come a dire che non sarebbe stato intercettato neanche dai giovani in perenne contraddizione con se stessi (Intervista a M. Recalcati, “Un paese vittima dell’odio, che gode nella distruzione, “l’Unità.tv”, 7 dicembre 2016).
E tuttavia, a volere enfatizzare le conseguenze che coerentemente deriverebbero da questa pseudo teoria, il voto dei giovani dimostrerebbe al contrario senso di gratitudine e rispetto verso quelle madri e quei padri costituenti di cui evidentemente essi avvertono di essere gli eredi. Una conclusione questa che non sarebbe comunque molto diversa dalla trasfigurazione emozionale e psico-patologica del dissenso politico che è una delle caratteristiche più eclatanti della visione populistica, in questo caso giovanilistica, del politico. Una trasfigurazione che, al pari dell’ideologia dominante con la quale si identifica, non si lascia falsificare dalla realtà oggettiva, perché il suo scopo è appunto falsarla con continui aggiramenti.
Di conseguenza, con il solito elitismo morale per cui mentre si riconosce democraticamente l’esito del voto, poi lo si manipola, mentre si chiamano i cittadini a votare, poi li si disprezza, poca o nessuna enfasi è stata data ad una campagna referendaria che ha dato voce ad una società civile attiva, informata, democratica, pluralista che ha mobilitato associazioni e comitati, scuole, centri culturali e accademici, per non parlare di tutti i partiti politici e dell’associazionismo di sinistra. Una realtà che ha dato piuttosto ragione almeno ad un fattore di quella democrazia deliberativa e dibattimentale che stenta ad affermarsi, vale a dire, come direbbe Habermas, che le saracinesche del potere si sono dovute necessariamente alzare per immettere flussi comunicativi di legittimazione, che evidentemente chiedono non meno ma più Costituzione, non meno ma più democrazia, non meno ma più democrazia sociale. Il che non è ancora una garanzia dello stato di buona salute della democrazia se i bisogni e gli interessi che questi flussi comunicativi esprimono non saranno intercettati e tradotti dal potere istituzionale.
Bocciando la proposta di riforma costituzionale e la sua ideologica manipolazione, il fronte del No è stato dunque molto chiaro, ancora in due sensi.
Dando ancora una volta ragione a Calamandrei, quando nel suo discorso ai giovani affermava che la nostra Costituzione è sì polemica verso il passato fascista, ma tanto più verso il presente ogni volta che giudica negativamente l’ordinamento sociale attuale che non si sia adeguato ai suoi dettami. La vittoria del No dimostra che la nostra Costituzione è ancora molto polemica nei confronti di questo presente e di tutti i tentativi di spolemizzarla attraverso il rafforzamento dell’esecutivo, lo squilibrio dei poteri e leggi elettorali che non rappresentino il pluralismo partitico e la dialettica politica.
Dando ancora una volta ragione a Togliatti che quand’anche contrario al sistema bicamerale, non finiva di insistere che qualsiasi fosse stato il numero delle Camere esse sarebbero dovute sottostare alla condizione di essere «entrambe emanazione della sovranità popolare e democraticamente espresse dal popolo», che dunque qualsiasi ordinamento costituzionale deve lasciare che gli istituti parlamentari esprimano sempre la volontà popolare e tutta l’ampiezza e la complessità della sua rappresentanza; che lottare «per una Costituzione che sia una Costituzione popolare», «che permetta alla sovranità popolare di manifestarsi e di dare la propria impronta a tutta la vita della Nazione» significa seguire «una linea di condotta conseguentemente democratica».
Che infine solo questa linea di condotta offre alla democrazia anche il criterio per capire da che parte stanno i suoi nemici (Discorso all’Assemblea Costituente, 11 marzo 1947).
 
da http://dialetticaefilosofia.it/

mercoledì 5 ottobre 2016

Come smontare gli argomenti del Sì

di Massimo Villone dal Il Manifesto


Intorno al voto referendario crescono non gli argomenti, ma il rumore. Ora, per la riforma dell’Italicum: si modifica, e come? C’è una proposta Pd, e quale? Ma alla fine Renzi che vuole davvero?
Il cardine del sistema elettorale nel Renzi-pensiero è dato dal primo turno con soglia seguito da un ballottaggio senza soglia, con 340 seggi garantiti da un mega-premio di maggioranza. Solo questo può dare in un sistema ormai tripolare i numeri parlamentari truccati che realizzano il mantra renziano di sapere chi governa la sera del voto. Tutto il resto è contorno, dal premio alle coalizioni alla preferenza per i capilista.
Elementi rilevanti ma non decisivi, perché una accorta gestione delle candidature può comunque assicurare al premier una truppa di pretoriani fedeli. Dubito che Renzi intenda rinunciare agli strumenti veri del suo potere personale.
In ogni caso, la legge Renzi-Boschi impone di per sé il No nel referendum. La correzione dell’Italicum, che è solo una aggravante, non muterebbe il giudizio. Il premier ha propinato alla democrazia italiana due pillole al cianuro: riforma costituzionale e Italicum. Ciascuna basta a uccidere il paziente. E dunque bisogna rifiutare entrambe.
Il Sì cede nei sondaggi ma prima ancora negli argomenti portati nei dibattiti, a partire da quello dei risparmi. Renzi insiste sulla favola dei 500 milioni, ma il silenzio cala in platea quando si legge il documento della Ragioneria dello stato che certifica il risparmio per il senato a meno di 49 milioni all’anno, rendendo vera l’immagine di un diritto di voto scippato ai 50 milioni di elettrici e elettori italiani per un risparmio equivalente di meno di un caffè all’anno a testa. Il senato sopravvive, si taglia il diritto di votare i senatori. Il silenzio è poi tombale quando ancora si legge che non c’è risparmio quantificabile dalla cancellazione delle province in Costituzione, o dalla limitazione degli emolumenti per i consiglieri regionali. Mentre sopprimere il Cnel vale meno di nove milioni all’anno. Alla fine, con i suoi 500 milioni Renzi è il venditore di auto usate che vuole far passare un catorcio per una Ferrari.
Ma, si dice, abbiamo una camera delle regioni, in stile Bundesrat tedesco. È falso. Nel Bundesrat i governi dei Lander partecipano direttamente ai processi decisionali attraverso rappresentanti assoggettati a vincolo di mandato. Mentre nel nostro senato a mezzo servizio arriverebbero per ogni regione pochi consiglieri regionali e un sindaco, legati ai piccoli segmenti di territorio nei quali sono stati eletti, liberi di votare come vogliono. Una camera di frantumazione, di egoismi territoriali, di inciuci. Alla fine, il senato futuro somiglia non al Bundesrat tedesco, ma alla camera alta austriaca, che nell’opinione comune è un fallimento. L’affermazione che la riforma non rafforza il premier si colpisce ricordando il controllo del governo sull’agenda e i lavori parlamentari, con il voto a data certa. Che non sia toccata la parte I della Costituzione si nega perché i diritti in essa garantiti vanno attuati dal legislatore e dalle maggioranze di governo, e dunque l’architettura dei poteri è essenziale. La celebrata semplificazione si distrugge leggendo in parallelo gli artticoli 70 e 72 nella versione vigente e in quella riformata. Cede anche l’argomento della partecipazione democratica, di fronte a firme triplicate per la proposta di legge di iniziativa popolare, e referendum propositivi e di indirizzo rinviati a data futura e del tutto incerta. Mentre è indiscutibile e immediata la ri-centralizzazione nel riparto di competenze stato-regioni.
Alla fine di ogni dibattito rimane al Sì un solo argomento: non c’è alternativa. È lo scenario fine del mondo, disegnato dallo stesso Renzi e sollecitamente assunto da J.P.Morgan, Fitch, Confindustria, Marchionne, multinazionali e tutti i poteri forti dell’economia e della finanza, certo non per caso schierati con lui.
Ma per nessuna ragione si scambia una Costituzione – che può durare generazioni – con un governo in carica, destinato a fare le valigie in un tempo comunque breve. Se fosse uno statista, lo stesso Renzi ripulirebbe il campo da ogni gramigna politica e personale. Ma le sue aspirazioni non vanno oltre l’essere uomo di governo. Il più a lungo possibile.

A me gli occhi



di Tonino D’Orazio 3 ottobre 2016.

Incredibile. Tutto ricomincia daccapo. Eppure qualcuno diceva che in fondo l’esperienza, individuale e collettiva, è la somma delle fregature prese. Veramente utilizzava un termine scurrile.
E questo popolo sembra non aver ancora imparato nulla. La fiera elettorale ricomincia dalle promesse vecchie e ricorrenti da quasi 20 anni, (vedi riduzione delle tasse, “Ires e Iri giù”), persino dal ponte di Messina. Magari quest’ultima servirà a risarcire il club di amici rimasti a bocca asciutta (quasi, perché hanno iniziato già prima la grande abbuffata)dalla mangiatoia delle olimpiadi romane.
Qual è la massa elettorale più vicina alla conservazione, più povera, più timorosa? Quella dei pensionati. Quella che una volta erano i lavoratori “combattenti” per i loro diritti previsti dalla Costituzione, quella vera. Quella che, dopo la decisione della Corte Costituzionale e della Cassazione (ma chi se ne frega!), aveva il diritto di essere risarcita dal danno subito dall’inflazione, e che si è accontentata di un obolo simbolico nel 2015. (teoria: pochi, maledetti e subito).
Risarciti alcuni, altri no. Si può ricominciare utilizzando i fondi Inps, Istituto che magari più si affonda e più è appetibile per la sua privatizzazione (possiamo immaginare una spartizione tra le Generali, appartenente ai tedeschi, e l’Unipol grosso modo al Pd), possibile se dobbiamo imparare tutto dagli americani. Promessa falsa quella di far raggiungere tutti a 1.000 € mensili nel futuro? No, dipende dai soldi che ci saranno, cioè che non ci sono. E’ una promessa elettorale che però dipenderà dai soldi “reperiti” dal DPF 2017 e nel futuro. Si comincia dal raddoppio della “quattordicesima” per le pensioni minime? Che importa se vi sono lavoratori, dipendenti e autonomi, che hanno versato per anni e altri no, vedi assegni sociali ed altro. "Alle pensioni minime, a quelli che arrivano fino a 750 euro, viene data oggi una quattordicesima, circa 40 euro al mese. A questi pensionati raddoppiamo la quattordicesima, in un’unica soluzione". Circa 80 euro al mese, un bonus analogo a quello già riservato ai lavoratori. Per cui dovranno stare attenti anche a non doverli ridare indietro. Non sono contro il rialzo delle minime, ci mancherebbe, sono tutte così lontane dal “minimo vitale” civile fissato dall’Istat in circa 2.000€, ma è difficile farlo a scapito di altri, che sono a 1.000€ e che non nuotano certamente nell’oro. Sembra che verrà data anche a loro, nel futuro. Con questo metodo la discriminazione tra poverissimi e poveri rimane. Oltretutto, nel DPF 2017 non è previsto l’aumento dell’Iva al 25%, onde recuperare il tutto e guadagnarci? In quanto alla promessa di condurre sotto il giogo debitorio delle banche quelli che accetteranno l’Ape (non ridete, “è una promessa”), cioè l’Anticipo pensionistico, è ancora tutto da vedere. Nel frattempo le OO.SS. sono in “consultazione” da settimane, senza nemmeno un documento governativo e programmatico vero, a tutt’oggi c’è un “protocollo”, non ancora un “accordo”. Comunque con i soldi elettorali, (di nuovo “pochi, maledetti e subito”), riceveranno una proposta che non potranno rifiutare. Lo Spi-Cgil del Friuli comunica ai pensionati boccheggianti da anni:”Finalmente una boccata di ossigeno”. Quelli promessi sono 6 miliardi, ma in tre anni, dopo il referendum, dopo il referendum sull’Italicum e tutti gli altri previsti, dopo le prossime elezioni legislative (2018?), ma con una precisazione di Poletti (il guardiano di Goldman Sachs): “Naturalmente questo tipo di previsione - ha spiegato il ministro - fa i conti con il quadro generale delle risorse disponibili, e gli effetti si svilupperanno nel tempo”. Anche la luce in fondo al tunnel funziona ancora.
Sullo sfondo fa eco quel sincero “terrorista” di Presidente dell’Inps, Boeri, che ama rincarare la dose: “La generazione del 1980 rischia di andare in pensione a 75 anni", (e con un quarto delle pensioni attuali). In quanto alla famosa busta arancione,  che quantificava le prossime pensioni individuali, e che non arriva più ai cittadini, “c'è stata paura nella classe politica, paura che dare queste informazioni la possa penalizzare", insomma ha pesato "la paura di essere puniti sul piano elettorale". 
Magari anche con un NO referendario onnicomprensivo.

Chi sono gli altri, quelli un po’ arrabbiati della “buona scuola”, se non gli insegnanti? Classe sociale che in genere si ritiene “intellettuale”, una volta medio borghese, prima di essere proletarizzata in una scuola-fabbrica con un caporale plenipotenziario, ma che di fronte al contingente non le rimane che “è meglio di niente”. Come rassicurare gli “sbatacchiati” esuli in tutta Italia, ma soprattutto di direzione Sud-Nord?
Persino lo scenario ipnotico mappa Italia, oggi della lavagna, può tornare tranquillamente con le stesse promesse, che non contano nulla poiché, panta rei, tutto passa e quasi nessuno ricorda. Il dibattito superficiale sta solo nel fatto che Vespa si è fatto fregare da Del Debbio di V Colonna e se il pennarello potesse essere rosso.
Ma il giocoliere è lo stesso, quello delle tre carte. Tutte le promesse sono valide solo se al referendum vince il Sì, s’intende, altrimenti dopo di me il diluvio e non avrete niente. Eppure sappiamo tutti che il DPF può contenere tutte le promesse, e che sarà la troika di Bruxelles, a gennaio, a referendum consumato, a decidere cosa si può fare e cosa non si può, a giudizio della finanza internazionale, pur di continuare il massacro dei poveri. Un po’ come “passate la festa, gabbato lu sante”, tanto lui ci avrà provato, ma “l’Europa vuole altro”, e l’hanno già detto, per quelli che capiscono, “nessuna deroga al programma (neoliberista) per il bene dell’Unione”. I soldi servono alle banche e ai padroni.
Il bello deve ancora venire, delle tre carte ne abbiamo viste solo una. Cosa può venire fuori con la seconda?
Intanto i trucchi di Renzi (che ci si poteva aspettare!) per la sua massiccia campagna per il Sì, che sventola in televisione il furbo quesito referendario nel quale sono indicate solo le misure che portano consenso (come l'abolizione del Cnel). Sulla scheda il quadratino del Sì, prima del NO, (“s” viene alfabeticamente dopo la “n”). Eppure sa che non gli si può più credere facilmente, allora: “il referendum non è contro di me o contro il governo”. Nemmeno contro l’Unione, l’austerity, il furto continuato delle banche, la disoccupazione giovanile, l'emigrazione, e forse anche l'immigrazione …
Ma una terza carta all’ultimo momento, la nostra storia degli ultimi 20 anni ce lo insegna, come a lui, potrebbe essere con un bel condono. Forse non quello edilizio, area disastrata, ma fiscale è più che probabile. Accontenterebbe tutti gli indebitati con Equitalia, ricchi e poveri. Certamente non tombale, ma magari una riduzione degli interessi, un prolungamento del dilazionamento delle rate, un abolizione fino a qualche 100 euro, ecc… Tipo una “rottamazione” delle cartelle. Sempre più probabile invece la cancellazione della “balck list” degli italiani “operatori e investitori” scoperti nei paradisi fiscali. Regalo per ricchi e evasori. Con faccia di bronzo, proprio mentre è venuto alla luce un nuovo scandalo internazionale, a Nassau, nelle Bahamas, con una bella lista di evasori italiani.
La democrazia si compera con i soldi, anche la sua fine. Perché no? Molti sono disponibili al baratto per un piatto di lenticchie? Oppure, stanchi dello sproporzionato pompaggio ipnotico del Sì in tutti i mass media, a tutte le ore, fino al 3 dicembre, da boomerang, prendano i soldi, ritenendoli propri e non un regalo, e votino comunque NO all’apprendista stregone.

mercoledì 15 giugno 2016

La sinistra e la memoria del pesce rosso

di Giorgio Cremaschi da facebook
 
LA SINISTRA CON LA MEMORIA DEL PESCE ROSSO PROVI A RICORDARE CHE IN BALLO PRIMA DI TUTTO C'È LA CONTRORIFORMA DELLA COSTITUZIONE DI RENZI E CHE OGNI VOTO DATO AI CANDIDATI DEL PD AI BALLOTTAGGI VERRÀ USATO PER SOSTENERLA. NON SI DEVE VOTARE PD
Man mano che si avvicinano i ballottaggi gli elettori della sinistra, che ancora esistono nonostante tutto, vengono chiamati ad ossequiare quel rito autodistruttivo che risponde allo slogan : sempre meno peggio il Pd chegli altri. I candidati di quel partito improvvisamente si riscoprono progressisti vecchio stampo e fieramente antifascisti, e mettono nel campo del fascismo alle porte qualsiasi avversario si trovino di fronte. La ministra Boschi si distingue da tempo in questa campagna.
In questo modo i candidati del PD tentano di far dimenticare che essi sostengono la controriforma della Costituzione targata Renzi e voluta da poteri economici come quello della Banca Morgan. Quella che ha scritto che bisogna sbarazzarsi delle Costituzioni antifasciste perche fanno da ostacolo alle politiche economiche liberiste. Quelle politiche che nei Comuni vogliono dire privatizzazioni, tagli sociali, aumento della povertà e del disagio. Politiche che i sindaci PD hanno assecondato o addirittura fatto proprie.
I candidati PD tentano di far dimenticare che la controriforma della Costituzione riduce il loro ruolo a quello di impiegati del governo che devono solo ubbidire a tutti gli ordini superiori, fino a quelli della Troika. E cercano anche di far dimenticare che lo Sblocca Italia e il Decreto Madia devastano l'ambiente e danno al governo il potere di decidere al posto di comuni e regioni, quando si tratti di inquinare o magari privatizzare l'acqua .
A parte gli scandali, e la degenerazione del potere di cui anche essi spesso fanno parte, i candidati sindaci PD tentano di fa dimenticare che il voto a loro sostiene Renzi e il suo progetto politico.
Essi contano sulla memoria da pesce rosso, cioè a brevissimo termine, di una certa sinistra che pure li ha contestati, ma che al momento buono sembra dimenticare tutte le proprie ragioni .
Non piace chi il PD ha di fronte? In alcuni casi è comprensibilissimo, anche se sfido chiunque a trovare differenze tra Sala e Parisi, neanche con il vecchio gioco della Settimana Enogmistica. Ma la questione di fondo è un'altra: chi dice no alla controriforma non può votare PD, si astenga se non gli piace nessuno, ma non dia voti a Renzi per interposta persona .

lunedì 9 maggio 2016

Dino Greco sull’Euro

da rifondazione.it

 Rifondazione dovrebbe ascoltare la parole di persone come Dino Greco, Emiliano Brancaccio e Mimmo Porcaro e sbrigarsi ad assumere una linea chiara e coerente su euro ed Europa. 
A mio modestissimo parere una forza politica come quella di rifondazione comunista ha come unica possibilità di rilancio dell'iniziativa politica, quella di rappresentare un ampio fronte politico-sociale che da sinistra si pone in posizione critica su euro ed Europa. Parlo di realtà come quelle che si riconoscono nel sindacalismo di Giorgio Cremaschi, dei vari partiti e movimenti sovranisti (malgrado il dileggio di certuni fra di loro vi sono persone serie e competententi), del Movimento Essere Sinistra, di cui non conosco la consistenza numerica, ma del quale conosco la serietà e l'impegno, e molte altre realtà locali che è persino difficile ricordare, realtà che prese isolatamente non hanno alcuna possibilità di emergere in un panorama mediatico dominato dal liberismo e dalle sue diverse declinazioni, ma che potrebbero raggiungere la fatidica massa critica una volta unite. Forse è utopia, forse queste realtà non hanno alcuna voglia di dialogare fra loro, ma vale comunque la pena di tentare.
Rifondazione può essere il fattore x in grado di coagulare realtà diverse e non comunicanti fra loro. Deve solo decidersi a sciogliere le sue ambiguità e smettere di dare retta agli europeisti senza sè e senza senno. Poi, una volta acquisito forza e credibilità potrà tornare a confrontarsi con loro. Se proprio non può farne a meno.

 
La Lega cerca – con preoccupante successo – di egemonizzare il movimento antieuropeista su una linea di populismo reazionario, xenofobo, di marca dichiaratamente lepenista.
Assistiamo persino al tentativo di capitalizzare a destra lo stesso straordinario successo di Syriza nelle elezioni greche oscurandone l’imprinting radicalmente anti-liberista.

Anche il M5S cavalca l’onda, sebbene con un profilo più basso e confuso, esibendo come distintivo identitario la pura e semplice propagandistica uscita dall’euro (il referendum).
L’agognato ritorno alla moneta nazionale non è tuttavia auspicato da costoro per restaurare diritti espropriati (welfare, diritto del lavoro), o per proteggere i salari, o per ostacolare il processo di privatizzazione selvaggio, o per definire nuove regole per il commercio e controllare la circolazione dei capitali, o per pubblicizzare banche e asset nazionali.
Tutto il contrario.
Si tratta di un nazionalismo autarchico e reazionario che si sdraia su un senso comune sempre più diffuso e sulla crescente disperazione di un popolo che non sa più a che santo votarsi, per lucrarne un vantaggio politico-elettorale a buon mercato.

E noi?
Noi comunisti nel congresso abbiamo detto: “disobbediamo ai trattati!”, facciamo leva sulle contraddizioni del monetarismo Ue a trazione tedesca, sottraiamoci al ricatto del moderno “Mago di Oz”, di un’Unione europea che gioca con carte truccate.

Ma cosa vuol dire, in concreto, disobbedienza?
Come si declina questa linea, al centro ed in periferia, vale a dire nelle regioni, nei comuni, nelle politiche di bilancio e fiscali?

Ancora: cosa vuol dire opporsi al patto di stabilità che impedisce persino ai comuni “virtuosi” di spendere risorse disponibili?
Ebbene, noi non l’abbiamo ancora detto, col risultato che la nostra proposta rimane chiusa in quella parola, non si traduce in una politica e in una mobilitazione.
Dunque “non morde”, “non si vede”, “non seduce”. E rimane in una “terra di mezzo”, priva di realtà, vaso di coccio fra vasi di ferro.

L’analisi da cui dovrebbe in realtà prendere le mosse ogni scelta politica razionale ed efficace non può accontentarsi di una critica rivolta al liberismo “in generale” e ad un processo di unificazione europea che non avrebbe portato a compimento il suo più ambizioso progetto politico perché rimasta a metà del guado e perché diventata, via via, preda degli spiriti animali del capitalismo. Per cui oggi si tratterebbe di costringere il manovratore a venire a più equi patti, introducendo qualche variante negli ingranaggi esistenti, qualche artifizio economicistico, qualche espediente di tecnica monetaria capace di mutarne l’indirizzo di fondo.
Per capire compiutamente di fronte a cosa ci troviamo non sarà inutile partire…da noi, vale a dire dalla Costituzione italiana del’48.
Ebbene, la C.I. non accoglie né il modello dell’economia di mercato, né il generale principio della libera concorrenza. Anzi: l’articolo 41 dice con chiarezza che la libertà d’azione dei soggetti economici privati trova il suo limite nei “programmi” e nei “controlli” necessari affinché tanto l’attività economica pubblica quanto quella privata “possano essere indirizzate a fini sociali”.
Dunque, la C.I. – in termini di principio e prescrittivi – affida alla legge (e dunque all’autorità pubblica) il disegno globale dell’economia, esattamente per la ragione che Palmiro Togliatti espose nel dibattito alla prima sottocommissione dell’Assemblea Costituente (1947) intorno al tema delle “Relazioni economico-sociali” e a quello che diventerà poi il Titolo III della Carta. E cioè che “il non intervento dello Stato in una società capitalistica equivale ad un intervento a favore della classe dominante”. Vale a dire “al riconoscimento che chi è più forte economicamente può dettare le condizioni di vita di chi è economicamente più debole”.
Ciò di cui si incarica la C.I. è di porre un limite cogente all’asimmetria di forza fra capitale e lavoro.
Ebbene, la decisione di sistema enunciata dall’ordinamento comunitario è radicalmente opposta (antinomica, direbbe il filosofo) rispetto a quella contenuta nella nostra Costituzione.
Perché i trattati sottoscritti a Maastricht nel 1992 e tutto quello che ne è seguito mirano a costruire uno spazio economico senza frontiere interne ispirato al “principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”.

Aderendovi e applicandone i dispositivi in via esecutiva il parlamento italiano ha sovvertito la gerarchia delle fonti del diritto, generando “norme distruttive ed eversive della stessa Costituzione”.
Non occorre essere fini costituzionalisti per capire che l’antinomia fra le due architetture di sistema condurranno ben presto alla totale liquidazione dell’articolo 41 della Costituzione, trasformandolo nel suo rovescio.
L’esigenza di una nuova lettura della Costituzione nel senso del primato del mercato non può non risolversi nello spostamento delle finalità dell’intervento pubblico “dalla funzione programmatoria alla funzione di rimozione degli ostacoli al funzionamento del mercato, nella subordinazione dei fini sociali a quelli della remunerazione del capitale (cioè del profitto).
Esattamente come nella teoria liberale classica, lo Stato ha la funzione di assicurare e proteggere da ogni e qualsiasi turbativa la proprietà e il modo capitalistico dell’accumulazione privata.
Così stando le cose, tutti i diritti sociali storicamente conquistati dalle classi lavoratrici diventano, nella loro integralità – primo fra tutti il diritto al lavoro – come altrettanti limiti all’esercizio stesso del diritto di proprietà.
Il diritto alla tutela contro il licenziamento ingiustificato, a condizioni di lavoro sane, sicure, dignitose, la protezione in caso di perdita del posto di lavoro cessano di essere “giuridicamente vincolanti”.
Si spiega così la vicenda ormai famosa della lettera che il presidente entrante e quello uscente della Bce indirizzarono al governo italiano il 5 agosto 2011 (un vero memorandum) in cui si subordinava il sostegno ai nostri titoli del debito all’adozione di varie misure fra cui, in particolare, una riforma della contrattazione collettiva che permettesse di “ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende” e “un’accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti (…) in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e i settori più competitivi”.

Ogni diversa soluzione implicherebbe infatti un’interferenza inammissibile rispetto all’obiettivo di “un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza” che è l’unico possibile assetto compatibile con le finalità stabilite dall’articolo 3 del TUE.
In conclusione: mentre la nostra costituzione rifondeva le tradizioni cattolica-comunista-socialista allo scopo di collocare lo Stato – e in esso il lavoro – in una posizione di primazia, attribuendogli potestà rilevantissime in ordine alle decisioni circa cosa, come e per chi produrre, i trattati europei, secondo il dogma liberista, hanno inteso costruire uno spazio retto dalla libera concorrenza.
La C.I. pretendeva di stabilire un proprio ordine entro il quale costringere la libertà degli affari, l’Ue impone un ordine di libertà per il compimento degli affari.
Il fatto è che l’Unione europea è prima di tutto la forma politica di un rapporto sociale e, precisamente, di un rapporto sociale imperniato sul dominio del capitale finanziario: l’architettura monetaria che esso ha posto al suo fondamento (e che trova nell’euro non già un sottoprodotto fenomenico, ma il proprio funzionale apparato strumentale) serve appunto a stabilizzare il potere dell’oligarchia liberista che governa l’Europa.
La complessa impalcatura monetarista si configura cioè come la specifica risposta strategica del capitalismo continentale (a egemonia tedesca) alla caduta del saggio di profitto e la condizione, dentro un quadro politico-sociale in rapida mutazione reazionaria, per riplasmare l’economia nella conservazione di rapporti capitalistici di produzione fortemente compromessi dalla crisi.
L’ambizioso progetto è quello di liquidare in radice il welfare novecentesco, ridurre strutturalmente i salari a livello di sussistenza, consegnare alla marginalità le forme di aggregazione sociale e politica di impronta classista, con l’obiettivo di rendere strutturale l’estrazione di plusvalore assoluto dal lavoro vivo, condizione necessaria in una fase storica in cui la composizione organica e la stupefacente concentrazione del capitale hanno raggiunto un livello tale da non riuscire ad offrire agli investimenti un adeguato rendimento.
Siamo cioè di fronte ad una vera e propria ristrutturazione della formazione economico-sociale capitalistica (nell’accezione marxiana) che coinvolge la struttura economica, cioè il modello di accumulazione, i rapporti sociali e di proprietà, la sovrastruttura politica, i modelli istituzionali ed elettorali e l’ideologia che tiene insieme l’impasto:
il modello di accumulazione: attraverso la costruzione di un paradigma che produce e riproduce il capitale finanziario, parassitario e speculativo;
i rapporti di proprietà: attraverso la spoliazione della proprietà pubblica, la privatizzazione integrale, la messa a profitto di tutto ciò che può assumere i caratteri della merce, la reductio ad unum delle 4 forme di proprietà previste dalla Costituzione repubblicana (statale, privata, comunitaria, cooperativa);
la superstruttura politica e giuridica: attraverso la sterilizzazione del parlamento e l’annichilimento della democrazia rappresentativa in favore della concentrazione di tutto il potere negli esecutivi; lo stravolgimento del modello elettorale in funzione maggioritaria, bipartitica e in forma tendenzialmente presidenziale;
la superstruttura culturale e ideologica: sostenuta da un imponente apparato mediatico, che ha sradicato nella coscienza di larghe masse ogni anelito solidaristico per sostituirvi la concezione individualistica e iper-competitiva della borghesia liberale classica.

L’Europa odierna è dunque tutto meno che uno spazio neutro, più efficace per la lotta nello stato nazionale.
Non è vero che lo spazio statuale più grande, quello europeo, sia il modo migliore per sviluppare la controffensiva di classe al livello del capitale; esso lo è solo quando consente alla classe dominata di esprimere la propria autonomia politica. Quando il dominio di classe assume forma nazionalistica si deve essere internazionalisti, europeisti e in qualche caso autonomisti. Quando invece, come succede in Europa, quel dominio passa proprio attraverso la distruzione dello stato nazionale, si deve elaborare un nazionalismo democratico orientato verso una nuova Europa confederale.

L’Europa non è un soggetto politico che aiuta il multipolarismo e contiene l’espansione Usa, considerato che siamo alla vigilia della sottoscrizione del devastante trattato di libero scambio transatlantico che consegnerà alle multinazionali, ai più rapaci players economici internazionali il potere – con tanto di legittimazione giuridica e tribunali al seguito – di subordinare all’attesa di profitto ogni aspetto delle legislazioni nazionali, mettendo la mordacchia ad intere Costituzioni nazionali.
L’Europa non è neppure un’entità sovranazionale che riequilibra le legislazioni e prepara un assetto federativo.
La costruzione forzosa di un’unica area valutaria aumenta la divaricazione fra i paesi perché impone una moneta unica ad economie del tutto diverse. E perché questa moneta “incorpora” le “virtù” del marco: deflazione, indipendenza della Bce e stabilità monetaria, i tre dogmi su cui è costruito l’euro, le tre cause, o concause, della distruzione dell’unità europea.

L’euro serve anche a rendere stabile la gerarchia fra nord e sud, fra paesi creditori e paesi debitori.
Il comportamento del creditore nord-europeo è solo apparentemente illogico. Perché incaponirsi in politiche che riducendo la domanda dei paesi debitori, riducono il mercato per i prodotti del nord, considerato che il 70% delle esportazioni di quei paesi avvengono nell’area europea?
Per due motivi: perché diminuire il salario dei lavoratori del sud, in buona parte terzisti del nord, significa diminuire i prezzi dei prodotti del nord stesso; e perché la generale deflazione del sud abbatte il costo del patrimonio industriale ed immobiliare dei paesi colpiti. La logica che guida queste scelte è una logica semi-coloniale, che punta a costruire un sistema industriale ed un mercato del lavoro duali, concentrando la proprietà nelle mani del nord e trasformando il sud in un mare di mano d’opera a basso costo.
La logica dell’euro è la più cocente smentita di chi crede che l’Unione europea sia terreno più favorevole per la lotta di classe.

L’Europa è oggi un meccanismo non democratizzabile perché distrugge deliberatamente, con metodo, il solo soggetto che potrebbe democratizzarla: il lavoro.
Non è forse superfluo ricordare la lettera a firma congiunta con cui alla fine del 2011 Draghi e Trichet intimavano all’Italia di mettere mano a pensioni, salari, diritti del lavoro e privatizzazioni e come Napolitano abbia investito poi Mario Monti del ruolo di esecutore testamentario di queste direttive; o il documento con cui J.P. Morgan, nel maggio del 2012, ribadiva lo stesso concetto, con un “taglio”, per così dire, più sistemico, dove ad essere messe all’indice erano le costituzioni antifasciste troppo venate di socialismo; o – per tornare a casa nostra – la determinazione con cui il compito demolitore del giuslavorismo moderno è stato mirabilmente interpretato da Matteo Renzi.

Uno sguardo alla situazione della Grecia
Ha ragione Emiliano Brancaccio: le ricette della troika saranno ricordate come uno dei più colossali inganni nella storia della politica europea.
La Grecia le applica già da 4 anni con enormi (e crescenti) sacrifici per la popolazione.
Rispetto al 2010 la pressione fiscale è aumentata di 8 punti percentuali rispetto al pil e la spesa pubblica è diminuita di quasi 4 punti, corrispondenti ad un crollo di 30 mld;
i salari monetari sono caduti di 12 punti percentuali e il loro potere d’acquisto è precipitato in media di 14 punti, con picchi negativi di oltre 30 punti in alcuni comparti.

La Commissione europea ha sempre sostenuto che queste politiche non avrebbero depresso l’economia. Ma le sue previsioni sull’andamento del pil greco sono state totalmente smentite: per il 2011 la Commissione previde un pil stazionario, che in realtà crollò di 7 punti; per il 2012 annunciò addirittura una crescita di un punto, e fu sconfessata da una caduta di 6 punti e mezzo; nel 2013 la previsione fu di crescita zero, e invece il pil greco precipitò di altri 4 punti.
Anche per il 2014 si registra uno scarto fra le rosee previsioni di Bruxelles e la realtà dei fatti ad Atene.

La verità, che ormai riconoscono a denti stretti persino al Fmi, è che le ricette della Troika rappresentano la causa principale del crollo della domanda e della conseguente distruzione di produzione e occupazione avvenuta in Grecia: negli ultimi 5 anni, ben 800.000 posti di lavoro in meno.
Né si può dire che tali ricette abbiano stabilizzato i bilanci: il crollo della produzione ha implicato un esplosione del rapporto fra debito pubblico e pil, aumentato in 5 anni di 30 punti percentuali.
“Questi soggetti – osserva ancora Brancaccio – stanno ottenendo quello che volevano: perché dovrebbero mutare la loro posizione a seguito di una vittoria di Tsipras? Al limite offriranno un’austerità appena un po’ mitigata, un piatto avvelenato che – se accettato – condannerebbe Syriza alla stessa agonia che ha ridotto ai minimi termini il Pasok di Papandreu.”
Il rigetto di una parte del debito accumulato sarebbe una soluzione logicamente razionale. Un problema, tuttavia, esiste: la disapplicazione unilaterale del Memorandum, il ripudio anche solo di una parte del debito indurrebbe la Bce a bloccare le erogazioni e determinerebbe una nuova crisi di liquidità.
A quel punto la Grecia e il suo nuovo governo di sinistra sarebbero costretti ad abbandonare l’euro per tornare a stampare moneta nazionale.

Ora, il Qe varato dalla Bce è stato rappresentato come il tentativo di correggere – di fronte al generale scivolamento deflattivo – lo sciovinismo economico rigorista di marca tedesca.
La Banca centrale si è sì decisa – sia pure in una forma edulcorata, cioè scaricando la parte di gran lunga più cospicua dei rischi sulle banche centrali dei paesi membri – a stampare moneta per l’acquisto massiccio di titoli del debito nazionali. Peccato che gli acquisti di titoli di Stato non avverranno – a differenza di quanto avvenuto negli Usa e in Giappone – rastrellandoli sul mercato primario, direttamente dagli organi emittenti, cioè dai ministeri del Tesoro dei singoli stati. Gli acquisti saranno fatti sul mercato secondario, cioè dalle grandi banche della zona euro. “Si tratta, quindi – come osserva Domenico Moro – dello stesso meccanismo già deciso da Draghi nel 2011, e basato sull’offerta di liquidità a tassi ridottissimi alle banche affinché acquistassero titoli di Stato. Una mossa che non ha sortito alcun effetto positivo sull’economia e sull’occupazione, che hanno continuato a peggiorare. Infatti, la liquidità erogata dalla Bce non si tradusse in prestiti alle famiglie dei salariati, agli artigiani e alle piccole imprese, ma rimase nelle banche”.

“Ad avvantaggiarsene – continua Moro – furono le banche stesse che guadagnarono sul differenziale tra i finanziamenti a tasso zero della Bce e gli interessi pagati dallo Stato. Il risultato fu che i bilanci delle banche, gravati dalle perdite della crisi del 2007-2008, migliorarono notevolmente, grazie alla crescita degli utili.
Un meccanismo simile si verificherà anche questa volta. Di fatto, l’operazione è a carico delle singole nazioni. Insomma, dove sta la svolta, dov’è la solidarietà e l’azione finalmente combinata a livello europeo?
Il rischio sovrano si è internalizzato ancora di più, con sollievo della Germania.
In terzo luogo, gli acquisti verranno effettuati non selettivamente, in base alle difficoltà dei singoli Stati nel finanziare il proprio debito, ma in modo proporzionale alle quote di capitale detenute dai singoli stati nella Bce. Dunque, la Germania, che paga già interessi reali già negativi sul suo debito, verrà “beneficiata” da questa operazione in proporzione come la Grecia che paga alti tassi d’interesse”.

“Dunque – conclude Moro – l’obiettivo di Draghi non è quello di rilanciare il Pil, cioè la produzione, e l’occupazione, ma di tenere alti i profitti delle banche e delle grandi imprese soprattutto multinazionali.
Il Qe ha come obiettivo il contrasto alla deflazione, perché questa riduce i profitti o ne inibisce l’aumento, in quanto il calo dei prezzi erode i margini operativi delle imprese. Una inflazione troppo forte beneficia i debitori rispetto ai creditori e questo è eresia in un ambiente capitalistico, soprattutto per le banche. Ma l’inflazione troppo bassa o peggio la deflazione erodono i profitti. Inoltre, il Qe ha già cominciato a svalutare l’euro rispetto al dollaro e altre valute, facilitando le esportazioni che sono pressoché di esclusiva pertinenza delle imprese di grandi dimensioni e multinazionali”.
Si tratta di segni piuttosto evidenti che l’ingranaggio è in crisi, che le misure adottate non fanno che confermare il carattere organico della crisi capitalistica e, ancora, che la diga eretta per scongiurarne il cedimento rischia di rivelarsi alquanto fragile poiché la manovra rimane pur sempre incardinata sull’impalcatura monetaria che ha prodotto l’austerity e non è arduo prevedere che i suoi effetti si riveleranno del tutto modesti.
Allora, tornando al tema iniziale, attenzione a spiegare che se si mette in discussione l’euro significa essere anti-europei;
attenzione a dire che la rivendicazione della sovranità popolare (che, non dimentichiamolo, sta scritta nell’articolo 1 della Costituzione) significa, “necessariamente”, portare acqua ai nazionalismi xenofobi e fascistoidi;
attenzione a dire che chi vuole fare saltare questo ingranaggio infernale non fa che “lavorare per il re di Prussia”, altrimenti si corre il rischio che qualcuno il re di Prussia lo invochi davvero e magari che lo scontro si concluda non con una restaurazione della democrazia ma proprio con l’avvento dei populismi reazionari.

Del resto, non ci sono evidenze empiriche – come ci spiegano Emiliano Brancaccio e Nadia Garbellini – che l’uscita dall’euro provocherebbe una svalutazione delle proporzioni che si paventano e, soprattutto, che lo scenario sarebbe in quel caso peggiore della drammatica deriva in corso.
Lo dico perché il “diavolo” capitalista fa le pentole, ma non sempre riesce a trovare i coperchi e fra non molto, potremmo trovarci di fronte alla caduta dell’euro per…autocombustione…, cioè per autonoma decisione del potere finanziario, una volta condotti a termine lo sventramento del welfare, il processo di privatizzazione integrale, la riduzione a simulacro della democrazia rappresentativa, l’annichilimento del potere di contrasto del soggetto lavoro.

Il punto, allora, è cosa fare per impedire che si intraprenda questa strada, proprio per l’incapacità delle classi dominanti di perseguire una rotta diversa.
Allora tocca a noi dire in modo chiaro che all’uscita dall’euro dovrà corrispondere una nuova politica economica e sociale:
proteggendo i salari attraverso un rilancio delle lotte e del ruolo contrattuale dei sindacati;
reintegrando i diritti del lavoro espropriati dalla crociata anti-operaia in corso;
rilanciando l’indicizzazione delle retribuzioni al costo della vita;
ricostruendo un regime previdenziale che così com’è precluderà il diritto alla pensione a due generazioni di italiani;
riducendo su scala nazionale e in tutti i settori l’orario di lavoro;
varando nuove politiche fiscali che restituiscano progressività all’imposta sul reddito e prevedendo una tassa strutturale sui grandi patrimoni;
ponendo un tetto alle retribuzioni e alle pensioni;
nazionalizzando le banche e i principali asset industriali a partire dalla siderurgia;
ridefinendo le regole che disciplinano gli scambi commerciali e i movimenti di capitale.

Si tratta insomma di costruire le premesse per un’uscita da sinistra dalla crisi e riscattare l’Europa dal giogo della finanza e dei proprietari universali che stanno succhiando il sangue dei popoli.
Certo, per fare queste cose occorrono altri rapporti di forza, e si può a buon titolo obiettare che siamo lontani dalla capacità di mettere in campo una forza d’urto quale sarebbe necessaria, ma con questa piattaforma potremo rivolgerci sul serio ai proletari di questo paese e alle forze intellettuali non compromesse con la vulgata corrente, usando argomenti, parole, programmi, proposte che nessun altro può, sa, vuole utilizzare. Proposte che abbiano in sé la forza di rilanciare le lotte e dare il senso di una mobilitazione nazionale, ma non nazionalista, solidale, ma non corporativa, europeista, ma non prigioniera dei dogmi del monetarismo liberista.
Ne abbiamo la forza? Nella situazione presente, no. Ma avere una linea chiara oppure non averla non è la stessa cosa.
Del resto, una posizione attendista produrrebbe tre effetti massimamente negativi:
consegnerebbe la protesta contro l’austerity alla demagogia parafascista di Matteo Salvini, consentendo alla destra più reazionaria di riscuotere la rappresentanza di ampi strati popolari e di ridurre la dialettica politica italiana ad un duello fra la “nuova” Lega in versione lepenista e il partito democratico organico al liberismo europeo;
genererebbe, di fronte ad una deflagrazione dell’euro, la peggiore delle condizioni, perché il ritorno alla moneta nazionale – senza adeguate contromisure – rovescerebbe sui lavoratori, sui disoccupati, sugli strati più deboli della popolazione uno tsunami sociale di proporzioni devastanti;
contribuirebbe all’isolamento della Grecia di Syriza, che invece di schiudere le porte di un’altra Europa si ritroverebbe sola, stritolata fra le ganasce della tenaglia dei poteri forti europei.