di Thomas Fazi da Il Manifesto
James K. Galbraith, amico e «consigliere» dell’ex ministro delle
Finanze greco Yanis Varoufakis, riflette sul fallimento della
politica riformista di Syriza e sulla lezione che questo
rappresenta per la sinistra europea.
Come giudica l’accordo raggiunto tra Grecia e Ue?
Non è un accordo. È un brutale colpo di stato ottenuto con metodi
mafiosi. Lo stesso Tsipras ha ammesso che ha firmato solo perché si
è trovato con un coltello alla gola.
Che alternative aveva il governo greco?
Dentro l’eurozona, nessuna. L’unica alternativa era l’uscita dall’euro.
Tsipras ha difeso la sua decisione sostenendo che
un’uscita unilaterale dall’eurozona avrebbe avuto conseguenze
ancora più serie sul paese.
È una decisione che spetta a lui, e capisco perché possa pensarla così. Ma ritengo che sia male informato.
Quindi lei ritiene che a questo punto un’uscita dall’euro sarebbe la scelta migliore per la Grecia?
È ovvio che un’uscita avrebbe dei costi significativi. Ma se fossi
un membro del parlamento greco sarei al fianco di Varoufakis
e voterei anch’io «no» a questo accordo.
In quanto consigliere ed amico stretto di Varoufakis lei
ha seguito i negoziati molto da vicino. Ritiene che una strategia
diversa da parte della Grecia avrebbe potuto determinare un esito
migliore?
A un certo punto nel corso dei negoziati è diventato evidente che
la troika non aveva nessuna intenzione di trattare e non avrebbe
accettato niente all’infuori di una riproposizione del vecchio
Memorandum. La Grecia ha senz’altro sottovalutato con chi aveva
a che fare. Prendiamo Schäuble: subito dopo la vittoria di Syriza
dichiarò che «le elezioni non fanno alcuna differenza». Molti al
tempo pensavano che scherzasse. E invece ha mantenuto quella linea
fino alla fine. In quelle condizioni, l’unica cosa che poteva fare la
Grecia era costringere l’avversario a venire allo scoperto,
smascherandolo. E ci è riuscita.
Lei è stato molto critico nei confronti del comportamento tenuto dalla Bce.
Certamente. La scelta della Bce di assumere il ruolo di
“scagnozzo” dei creditori – sottoponendo la Grecia a una lenta
asfissia finanziaria che ha destabilizzato l’economia e messo in
ginocchio il sistema bancario – è stato un atto di brutalità
inaudita, senza precedenti, che solleva moltissimi dubbi
sull’integrità di quell’istituzione. La pressione esercitata dalla
Bce è il motivo principale per cui Tsipras è stato costretto ad
accettare le condizioni imposte dalla troika.
Ritiene che il governo greco sia stato ingenuo nel cercare
fino alla fine di giungere a un «compromesso onorevole», quando
evidentemente la controparte non aveva nessuna intenzione di
scendere a compromessi, al punto di arrivare addirittura
a minacciare il Grexit?
No, non credo. Il governo greco ha fatto l’unica cosa che poteva
fare, visto che non aveva altre carte da giocarsi: presentare le
proprie argomentazioni nella maniera più chiara e logica
possibile, sperando che la ragione e il buon senso avessero qualche
effetto sulla controparte. Penso che questa strategia abbia avuto
un impatto enorme sull’opinione pubblica europea. Purtroppo non ha
influito minimamente sui rapporti di forza in seno all’Europa. Non
è stata una strategia ingenua: è stata una strategia dettata dallo
squilibrio di forze in campo.
Ritiene che la Grecia avrebbe dovuto giocarsi la carta del «Grexit» fin dal principio?
Non è detto che questo avrebbe rafforzato la posizione negoziale
di Syriza. Primo, avrebbe voluto tradire il mandato elettorale di
Syriza. Secondo, bisogna tenere presente che era chiaro fin
dall’inizio che una parte dell’establishment tedesco vedeva di buon
occhio il Grexit. Dunque non c’è motivo di ritenere che minacciare
esplicitamente l’uscita avrebbe migliorato la posizione di Syriza
o costretto gli europei a più miti consigli.
Il punto è che quello di Syriza è stato un test: vedere se una
strategia basata su argomentazioni logiche, sulla ragione e sui
fatti – tesa a dimostrare l’evidente fallimento delle politiche
economiche perseguite finora – poteva prevalere all’interno
dell’eurozona, alla luce delle posizioni politiche ed ideologiche
degli altri partner. Questo è quello che ha cercato di fare Tsipras,
con le uniche armi a sua disposizione: il buon senso e la ragione.
Ma quelle armi non hanno avuto effetto. Questo deve indurci a fare una
riflessione molto profonda su quello che è diventata l’Europa.
Quale pensa che sia la lezione che gli altri movimenti
e partiti della sinistra in Europa dovrebbero trarre dalla vicenda di
Syriza?
Tutta la strategia di Syriza era basata su un’incognita: può un
paese che ha pagato sulla propria pelle il drammatico fallimento
delle politiche europee sperare di cambiare quelle politiche
all’interno della cornice dell’eurozona? Bene, penso che la risposta
a quella domanda sia evidente a tutti.
Non ritiene che una strategia improntata alla riforma
dell’Ue e dell’eurozona avrebbe qualche speranza di successo in più
se a portarla avanti fosse un partito politico alla guida di un paese
economicamente e politicamente più rilevante come, per
esempio, la Spagna?
Sta all’elettorato spagnolo decidere se tentare la strada greca
o meno. Al loro posto, io non sceglierei quella strada. Non penso che
sarebbe una posizione facile da vendere agli elettori, alla luce
della vicenda greca. Anche perché ormai la posizione dei creditori
la conosciamo bene, ed è incredibilmente rigida: niente taglio del
debito e nessuna deviazione dalle politiche di austerità estrema
che abbiamo visto finora.
Come reagirebbe l’establishment europeo alla vittoria di un partito come Syriza in un altro paese della periferia, secondo lei?
Assisteremmo alla stessa semi-automatica sequenza di eventi a cui
abbiamo assistito in Grecia: per prima cosa le banche del Nord
comincerebbero a tagliare le linee di credito alle banche del Sud.
A quel punto dovrebbe intervenire la Bce con la liquidità di
emergenza. Questo spingerebbe la gente a portare i capitali fuori
dal paese, e in poco tempo il governo si ritroverebbe a gestire una
crisi bancaria. Va da sé che se questo avvenisse in un paese come la
Spagna o l’Italia, avrebbe ripercussioni infinitamente più gravi
di quello a cui abbiamo assistito in Grecia.
Qualunque partito di sinistra che aspiri a governare un paese europeo deve essere preparato a questo.
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sabato 18 luglio 2015
martedì 7 luglio 2015
sabato 27 giugno 2015
Contro il totalitarismo finanziario, l’Europa o cambia o muore
di Marco Revelli da Il Manifesto
L’«economia che uccide» di cui parla il papa la vediamo al lavoro in
questi giorni, in diretta, da Bruxelles. Ed è uno spettacolo
umiliante. Non taglia le gole, non ha l’odore del sangue, della
polvere e della carne bruciata. Opera in stanze climatizzate, in
corridoi per passi felpati, ma ha la stessa impudica ferocia della
guerra. Della peggiore delle guerre: quella dichiarata dai ricchi
globali ai poveri dei paesi più fragili. Questa è la metafisica
influente dei vertici dell’Unione europea, della Bce e, soprattutto,
del Fondo monetario internazionale: dimostrare, con ogni mezzo,
che chi sta in basso mai e poi mai potrà sperare di far sentire le
proprie ragioni, contro le loro fallimentari ricette.
La «trattativa sulla Grecia», nelle ultime settimane, è ormai uscita dai limiti di un normale, per quanto duro, confronto diplomatico per assumere i caratteri di una prova di forza. Di una sorta di giudizio di dio alla rovescia.
Già le precedenti tappe avevano rivelato uno scarto rispetto a un tradizionale quadro da «democrazia occidentale», con la costante volontà, da parte dei vertici dell’Unione, di sostituire al carattere tutto politico dei risultati del voto greco e del mandato popolare dato a quel governo, la logica aritmetica del conto profitti e perdite, come se non di Stati si trattasse, ma ormai direttamente di Imprese o di Società commerciali.
Ha ragione Jürgen Habermas a denunciare lo slittamento – di per sé devastante – da un confronto tra rappresentanti di popoli in un quadro tutto pubblicistico di cittadinanza, a un confronto tra creditori e debitori, in un quadro quasi-privatistico da tribunale fallimentare. Era già di per sé il segno di una qualche apocalisse culturale la derubricazione di Alexis Tsipras e di Yanis Varoufakis da interlocutori politici a «debitori», posti dunque a priori su un piede di ineguaglianza nei confronti degli onnipotenti «creditori».
Ma poi la vicenda ha compiuto un altro giro. Christine Lagarde ha impresso una nuova accelerazione al processo di disvelamento, alzando ancora il tiro. Facendone non più solo una questione di spoliazione dell’altro, ma di sua umiliazione. Non più solo la dialettica, tutta economica, «creditore-debitore», ma quella, ben più drammatica, «amico-nemico», che segna il ritorno in campo della politica nella sua forma più essenziale, e più dura, del «polemos».
In effetti non si era mai visto un creditore, per stupido che esso sia, cercare di uccidere il proprio debitore, come invece il Fmi sta facendo con i greci. Ci deve essere qualcosa di più: la costruzione scientifica del «nemico». E la volontà di un sacrificio esemplare.
Un auto da fé in piena regola, come si faceva ai tempi dell’Inquisizione, perché nessun altro sia più tentato dal fascino dell’eresia.
Leggetevi con attenzione l’ultimo documento con le proposte greche e le correzioni in rosso del Brussels group, pubblicato (con un certo gusto sadico) dal Wall Street Journal: è un esempio burocratico di pedagogia del disumano.
L’evidenziatore in rosso ha spigolato per tutto il testo cercando, con maniacale acribia ogni, sia pur minimo, accenno ai «più bisognosi» («most in need») per cassarlo con un rigo. Ha negato la possibilità di mantenere l’Iva più bassa (13%) per gli alimenti essenziali («Basic food») e al 6% per i materiali medici (!). Così come, sul versante opposto, ha cancellato ogni accenno a tassare «in alto» i profitti più elevati (superiori ai 500mila euro), in omaggio alla famigerata teoria del trickle down, dello «sgocciolamento», secondo cui arricchire i più ricchi fa bene a tutti!
Ha, infine, disseminato di rosso il paragrafo sulle pensioni, imponendo di spremere ulteriormente, di un altro 1% del Pil — e da subito! — un settore già massacrato dai Memorandum del 2010 e del 2012.
Il tutto appoggiato sulla infinitamente replicata falsificazione dell’età pensionabile «scandalosamente bassa» dei greci (chi spara 53 anni, chi 57…). Il direttore della comunicazione della Troika Gerry Rice, durante un incontro con la stampa, per giustificare la mano pesante, ha addirittura dichiarato che «la pensione media greca è allo stesso livello che in Germania, ma si va in pensione sei anni prima…».
Una (doppia) menzogna consapevole, smentita dalle stesse fonti statistiche ufficiali dell’Ue: il database Eurostat segnala, fin dal 2005, l’età media pensionabile per i cittadini greci a 61,7 anni (quasi un anno in più rispetto alla media europea, la Germania era allora a 61,3, l’Italia a 59,7).
E sempre Eurostat ci dice che nel 2012 la spesa pensionistica pro capite era in Grecia all’incirca la metà di Paesi come l’Austria e la Francia e di un quarto sotto la Germania.
Il Financial Times ha dimostrato che «accettare le richieste dei creditori significherebbe per la Grecia dire sì ad un aggiustamento di bilancio… pari al 12,6% nell’arco di quattro anni, al termine dei quali il rapporto debito-PIL si avvicinerebbe al 200%». Paul Krugman ha mostrato come l’avanzo primario della Grecia «corretto per il ciclo» (cyclically adjusted) è di gran lunga il più alto d’Europa: due volte e mezzo quello della Germania, due punti percentuali sopra quello dell’Italia.
Dunque un Paese che ha dato tutto quello che poteva, e molto di più. Perché allora continuare a spremerlo?
Ambrose Evans-Pritchard – un commentatore conservatore, ma non accecato dall’odio – ha scritto sul Telegraph che i «creditori vogliono vedere questi Klepht ribelli (greci che nel Cinquecento si opposero al dominio ottomano) pendere impiccati dalle colonne del Partenone, al pari dei banditi», perché non sopportano di essere contraddetti dai testimoni del proprio fallimento. E ha aggiunto che «se vogliamo datare il momento in cui l’ordine liberale nell’Atlantico ha perso la sua autorità – e il momento in cui il Progetto Europeo ha cessato di essere una forza storica capace di motivare – be’, il momento potrebbe essere proprio questo». È difficile dargli torto.
Non possiamo nasconderci che quello che si consuma in Europa in questi giorni, sul versante greco e su quello dei migranti, segna un cambiamento di scenario per tutti noi.
Sarà sempre più difficile, d’ora in poi, nutrire un qualche orgoglio del proprio essere europei. E tenderà a prevalere, se vorremo «restare umani», la vergogna.
Se, come tutti speriamo, Tsipras e Varoufakis riusciranno a portare a casa la pelle del proprio Paese, respingendo quello che assomiglia a un colpo di stato finanziario, sarà un fatto di straordinaria importanza per tutti noi.
E tuttavia resterà comunque indelebile l’immagine di un potere e di un paradigma con cui sarà sempre più difficile convivere. Perché malato di quel totalitarismo finanziario che non tollera punti di vista alternativi, a costo di portare alla rovina l’Europa, dal momento che è evidente che su queste basi, con queste leadership, con questa ideologia esclusiva, con queste istituzioni sempre più chiuse alla democrazia, l’Europa non sopravvive.
Mai come ora è chiaro che l’Europa o cambia o muore.
La Grecia, da sola, non può farcela. Può superare un round, ma se non le si affiancheranno altri popoli e altri governi, la speranza che ha aperto verrà soffocata.
Per questo sono così importanti le elezioni d’autunno in Spagna e in Portogallo.
Per questo è così urgente il processo di ricostruzione di una sinistra italiana all’altezza di queste sfide, superando frammentazioni e particolarismi, incertezze e distinguo, per costruire, in fretta, una casa comune grande e credibile.
La «trattativa sulla Grecia», nelle ultime settimane, è ormai uscita dai limiti di un normale, per quanto duro, confronto diplomatico per assumere i caratteri di una prova di forza. Di una sorta di giudizio di dio alla rovescia.
Già le precedenti tappe avevano rivelato uno scarto rispetto a un tradizionale quadro da «democrazia occidentale», con la costante volontà, da parte dei vertici dell’Unione, di sostituire al carattere tutto politico dei risultati del voto greco e del mandato popolare dato a quel governo, la logica aritmetica del conto profitti e perdite, come se non di Stati si trattasse, ma ormai direttamente di Imprese o di Società commerciali.
Ha ragione Jürgen Habermas a denunciare lo slittamento – di per sé devastante – da un confronto tra rappresentanti di popoli in un quadro tutto pubblicistico di cittadinanza, a un confronto tra creditori e debitori, in un quadro quasi-privatistico da tribunale fallimentare. Era già di per sé il segno di una qualche apocalisse culturale la derubricazione di Alexis Tsipras e di Yanis Varoufakis da interlocutori politici a «debitori», posti dunque a priori su un piede di ineguaglianza nei confronti degli onnipotenti «creditori».
Ma poi la vicenda ha compiuto un altro giro. Christine Lagarde ha impresso una nuova accelerazione al processo di disvelamento, alzando ancora il tiro. Facendone non più solo una questione di spoliazione dell’altro, ma di sua umiliazione. Non più solo la dialettica, tutta economica, «creditore-debitore», ma quella, ben più drammatica, «amico-nemico», che segna il ritorno in campo della politica nella sua forma più essenziale, e più dura, del «polemos».
In effetti non si era mai visto un creditore, per stupido che esso sia, cercare di uccidere il proprio debitore, come invece il Fmi sta facendo con i greci. Ci deve essere qualcosa di più: la costruzione scientifica del «nemico». E la volontà di un sacrificio esemplare.
Un auto da fé in piena regola, come si faceva ai tempi dell’Inquisizione, perché nessun altro sia più tentato dal fascino dell’eresia.
Leggetevi con attenzione l’ultimo documento con le proposte greche e le correzioni in rosso del Brussels group, pubblicato (con un certo gusto sadico) dal Wall Street Journal: è un esempio burocratico di pedagogia del disumano.
L’evidenziatore in rosso ha spigolato per tutto il testo cercando, con maniacale acribia ogni, sia pur minimo, accenno ai «più bisognosi» («most in need») per cassarlo con un rigo. Ha negato la possibilità di mantenere l’Iva più bassa (13%) per gli alimenti essenziali («Basic food») e al 6% per i materiali medici (!). Così come, sul versante opposto, ha cancellato ogni accenno a tassare «in alto» i profitti più elevati (superiori ai 500mila euro), in omaggio alla famigerata teoria del trickle down, dello «sgocciolamento», secondo cui arricchire i più ricchi fa bene a tutti!
Ha, infine, disseminato di rosso il paragrafo sulle pensioni, imponendo di spremere ulteriormente, di un altro 1% del Pil — e da subito! — un settore già massacrato dai Memorandum del 2010 e del 2012.
Il tutto appoggiato sulla infinitamente replicata falsificazione dell’età pensionabile «scandalosamente bassa» dei greci (chi spara 53 anni, chi 57…). Il direttore della comunicazione della Troika Gerry Rice, durante un incontro con la stampa, per giustificare la mano pesante, ha addirittura dichiarato che «la pensione media greca è allo stesso livello che in Germania, ma si va in pensione sei anni prima…».
Una (doppia) menzogna consapevole, smentita dalle stesse fonti statistiche ufficiali dell’Ue: il database Eurostat segnala, fin dal 2005, l’età media pensionabile per i cittadini greci a 61,7 anni (quasi un anno in più rispetto alla media europea, la Germania era allora a 61,3, l’Italia a 59,7).
E sempre Eurostat ci dice che nel 2012 la spesa pensionistica pro capite era in Grecia all’incirca la metà di Paesi come l’Austria e la Francia e di un quarto sotto la Germania.
Il Financial Times ha dimostrato che «accettare le richieste dei creditori significherebbe per la Grecia dire sì ad un aggiustamento di bilancio… pari al 12,6% nell’arco di quattro anni, al termine dei quali il rapporto debito-PIL si avvicinerebbe al 200%». Paul Krugman ha mostrato come l’avanzo primario della Grecia «corretto per il ciclo» (cyclically adjusted) è di gran lunga il più alto d’Europa: due volte e mezzo quello della Germania, due punti percentuali sopra quello dell’Italia.
Dunque un Paese che ha dato tutto quello che poteva, e molto di più. Perché allora continuare a spremerlo?
Ambrose Evans-Pritchard – un commentatore conservatore, ma non accecato dall’odio – ha scritto sul Telegraph che i «creditori vogliono vedere questi Klepht ribelli (greci che nel Cinquecento si opposero al dominio ottomano) pendere impiccati dalle colonne del Partenone, al pari dei banditi», perché non sopportano di essere contraddetti dai testimoni del proprio fallimento. E ha aggiunto che «se vogliamo datare il momento in cui l’ordine liberale nell’Atlantico ha perso la sua autorità – e il momento in cui il Progetto Europeo ha cessato di essere una forza storica capace di motivare – be’, il momento potrebbe essere proprio questo». È difficile dargli torto.
Non possiamo nasconderci che quello che si consuma in Europa in questi giorni, sul versante greco e su quello dei migranti, segna un cambiamento di scenario per tutti noi.
Sarà sempre più difficile, d’ora in poi, nutrire un qualche orgoglio del proprio essere europei. E tenderà a prevalere, se vorremo «restare umani», la vergogna.
Se, come tutti speriamo, Tsipras e Varoufakis riusciranno a portare a casa la pelle del proprio Paese, respingendo quello che assomiglia a un colpo di stato finanziario, sarà un fatto di straordinaria importanza per tutti noi.
E tuttavia resterà comunque indelebile l’immagine di un potere e di un paradigma con cui sarà sempre più difficile convivere. Perché malato di quel totalitarismo finanziario che non tollera punti di vista alternativi, a costo di portare alla rovina l’Europa, dal momento che è evidente che su queste basi, con queste leadership, con questa ideologia esclusiva, con queste istituzioni sempre più chiuse alla democrazia, l’Europa non sopravvive.
Mai come ora è chiaro che l’Europa o cambia o muore.
La Grecia, da sola, non può farcela. Può superare un round, ma se non le si affiancheranno altri popoli e altri governi, la speranza che ha aperto verrà soffocata.
Per questo sono così importanti le elezioni d’autunno in Spagna e in Portogallo.
Per questo è così urgente il processo di ricostruzione di una sinistra italiana all’altezza di queste sfide, superando frammentazioni e particolarismi, incertezze e distinguo, per costruire, in fretta, una casa comune grande e credibile.
venerdì 12 giugno 2015
Intervista a Francesco Saraceno: “Sta cambiando la narrativa dell’economia ma non nella politica europea”
da Keynes Blog
La rivoluzione teorica di Blanchard, la trattativa tra Grecia e creditori, il ruolo delle politiche fiscali e monetarie, il destino dell’eurozona. Francesco Saraceno, economista italiano del prestigioso Osservatorio sulla Congiuntura (OFCE) di Parigi, risponde a tutto campo alle domande di Keynes blog.
Intervista di Faber Fabbris per Keynes Blog
Cominciamo dal tuo articolo sul riconoscimento degli ‘errori’ del Fondo Monetario Internazionale, ammessi da Blanchard, suo economista capo (Correlazione tra deregulation del mercato del lavoro e crescita; impatto dei moltiplicatori, e così via). Paul Krugman ha recentemente rinviato proprio a questo tuo lavoro sul suo blog The conscience of a liberal.
Il corpus dottrinale dell’FMI -al di là dell’episodio dell’Excelgate- pare insomma incrinato in più punti. Le autocritiche di Blanchard sono, a tuo avviso, un incidentale ‘mea culpa’ senza conseguenze, o ci possiamo aspettare una nuova stagione nel corso delle politiche economiche?
No, non mi pare un incidente di percorso. Credo che un cambiamento di paradigma stia cominciando a delinearsi. Alcuni sono stati scettici rispetto alle ‘revisioni’ che ho allineato, ribadendo che in sostanza, l’FMI non cambia affatto il suo modus operandi, nonostante le correzioni di rotta teoriche. Si veda ad esempio l’atteggiamento del fondo nella questione greca. In realtà le cose sono più articolate, e proprio nel caso della Grecia l’FMI ha giocato anche il ruolo del “good cop”, ammettendo esplicitamente che il debito di Atene dovrà in qualche modo essere ristrutturato. Non bisogna d’altra parte dimenticare che Blanchard non è il direttore esecutivo dell’FMI, ma il capo del suo centro studi: i suoi interventi riflettono le difficoltà oggettive che il Washington Consensus ha incontrato negli ultimi dieci anni, soprattutto dopo la crisi del 2008. Credo, come ho detto in quell’articolo, che il realismo abbia imposto di rivedere alcuni capisaldi della dottrina politica economica che ha dominato l’Europa nel ventennio 1990-2010, e il resto del mondo fin dai primi anni ottanta.
Oltre alle correzioni di rotta sull’austerità espansiva e sui moltiplicatori -correzioni consensuali e difficilmente discutibili in un contesto estremo come quello della crisi – mi paiono anche più importanti le novità dell’approccio sulla crescita di lungo periodo. La prima è riconoscere che non tutte le liberalizzazioni sono uguali, e che in particolare quella del mercato del lavoro non produce gli effetti che la teoria prevede. La seconda è ammettere l’insostenibilità della dicotomia tra redistribuzione ed efficienza economica: una società nella quale il reddito è distribuito in maniera sempre più ineguale non è destinata ad una crescita duratura e sostenibile.
Questi sono due pilastri fondamentali del Washington consensus, che oggi cominciano a sfaldarsi.
La qualità del riorientamento in atto mi pare possa essere colta da un tangibile cambiamento di narrativa. Se cambia la narrativa, credo si giustifichi anche la speranza in un cambiamento delle politiche economiche. L’FMI aveva fino a ieri un discorso intellettuale che implicava precise prescrizioni di politica economica. Se è vero che queste prescrizioni non sono ancora cambiate, il “discorso” è ormai radicalmente diverso. Le ricette applicate sinora perdono gradualmente le loro fondamenta teoriche.
Ogni cambiamento di paradigma di politica economica necessita un preventivo cambiamento di paradigma intellettuale. E anche se è presto per stabilirne limiti e conseguenze, penso che Blanchard abbia avviato un cambiamento di paradigma intellettuale.
Questo ‘nuovo corso’ si può forse collocare in un contesto politico-storico ben definito: le politiche economiche degli Stati Uniti in tempo di crisi sono state molto più vitali ed efficaci rispetto a quelle europee…
Questa differenza di approccio non data da oggi. Il mio coautore Fitoussi diceva che gli Stati Uniti sono i più grandi produttori al mondo di pensiero liberale: ma non per il consumo interno, prevalentemente per le esportazioni. Il quadro delle istituzioni politiche e sociali, ma anche economiche, degli USA è molto meno protettore di quello europeo (il Welfare state è molto meno sviluppato) e questo va di pari passo con un attivismo nella politica economica molto più marcato. Non è concepibile un meccanismo senza ammortizzatori sociali e nel quale la politica è inerte, perché non sarebbe capace di assorbire le fluttuazioni economiche. L’Europa aveva in passato meno bisogno di politiche attive perché possedeva un sistema di protezione sociale molto più sviluppato. L’indebolimento dello stato sociale al quale assistiamo in Europa richiederebbe quindi una ben più rapida capacità di reazione delle politiche pubbliche. Ma non è quello che stiamo facendo.
Le dimissioni di Blanchard – che ha annunciato di lasciare anzitempo il suo mandato – non sono a tuo avviso la spia di dissensi più profondi?
Non credo; penso ci sia stata una buona sintonia fra Blanchard ed i direttori del FMI (Strauss Kahn e poi Lagarde). Si tratta di scelte personali: ha vissuto sette anni sul bordo del precipizio, credo voglia prendere un po’ di tempo per dedicarsi più serenamente alla ricerca e agli studi. Si è di recente interessato alla stagnazione secolare, e immagino desideri approfondire questo tema di studio. Ha mobilitato un gruppo di ricercatori di valore su temi importanti spingendoli a liberarsi dei loro paraocchi. È un gruppo di lavoro che continuerà sulla strada tracciata.
Parliamo delle politiche monetarie a livello internazionale, e più in generale della ‘trappola della liquidità’. La banca di Svezia ha istituito un tasso di sconto negativo da gennaio; il Giappone fa una politica monetaria molto aggressiva. C’è la sensazione che si sia dovuti arrivare alle soglie della deflazione, almeno a livello Europeo, per rivedere le scelte fino a ieri intangibili . La BCE ha infine lanciato il QE, a lungo atteso e forse ormai inevitabile. Malgrado ciò, si teme da più parti che il QE finisca per alimentare bolle speculative se manca un piano di investimenti industriali. Ci sono spazi perché il QE spinga anche ad un nuovo ciclo di investimenti industriali, o ci si è arrivati correndo ai ripari rispetto alla paura della deflazione?
Rileggendo Keynes ci si rende conto che nulla di quello che sta succedendo è sorprendente. La definizione della trappola della liquidità è quella secondo la quale esiste, in un certo momento e per cause diverse, una propensione elevate del settore privato ad assorbire liquidità senza spendere; in una situazione di questo tipo, è assolutamente normale che una politica monetaria espansiva non abbia effetti diretti sull’attività economica. Chi si sorprende che il QE non abbia rilanciato l’attività economica (sia in Europa, in Giappone o negli USA) non conosce l’economia. Perché allora lanciare il QE, anche alla luce dei rischi di bolle sugli assets? Vedo tre ragioni, due ‘buone’ e una ‘cattiva’.
La prima è che è necessario disporre di liquidità sufficienti per non essere sguarniti al momento della ripresa; il QE permette anche di calmierare i tassi sui titoli dei debiti sovrani dei paesi della periferia dell’euro. La terza ragione è che il QE ha un effetto positivo sulla competitività poiché agisce sul tasso di cambio: la FED ha permesso, indebolendo il dollaro, di favorire le esportazioni. Quest’ultimo obbiettivo mi pare però meno lungimirante degli altri due, perché un’economia solida dovrebbe basarsi soprattutto sulla domanda interna, piuttosto che sulle esportazioni.
Malgrado gli intenti positivi di questi indirizzi, in presenza di una trappola della liquidità la vera leva per il rilancio dell’attività economica è -Keynes docet- la politica fiscale. È proprio qui che divergono le politiche di UE, Stati Uniti e Giappone: in Europa, dal 2010, è stata abbandonata qualsiasi politica fiscalmente espansiva, e si è messa al contrario in opera una stretta delle spese, mirando ad un aumento delle entrate (consolidamento fiscale). L’assenza di uno stimolo fiscale degno di questo nome spiega in gran parte le differenze di performance economica fra l’Europa e gli USA o il Giappone.
Ovviamente si tratta di uno stimolo fiscale, che deve essere limitato nel tempo per essere efficace. Gli Stati Uniti hanno applicato politiche fiscali anticicliche nel periodo della crisi, che sono state prontamente rimodulate quando la spesa privata è ritornata a livelli più elevati. Si tratta di una compensazione elastica, per la quale il settore pubblico entra nell’economia quando il sistema privato fa difetto, e si ritira quando il settore privato è pronto a rientrare. Si può discutere della tempistica del piano di rilancio di Obama Probabilmente si è cambiata la fiscal stance troppo presto, quando la spesa privata non era ancora sufficientemente solida. Se il congresso non fosse stato in mano ai repubblicani e se Obama fosse stato un po’ più volitivo, si sarebbe forse lasciato più spazio al rafforzamento della ripresa. Ma si tratta di aspetti tutto sommato marginali. Rimane il fatto che la politica fiscale statunitense ha fatto il suo dovere.
È il principio di base di una politica economica anticiclica…
Si, era quello lo spirito originario della proposta di Keynes. Contrariamente a quello che pensano molti conservatori, Keynes non auspicava un big government, ma un active government; è quello che accade negli Stati Uniti, proprio perché manca un sistema di stabilizzatori automatici radicato, come lo stato sociale europeo. La vera questione in Europa -tuttora inevasa- è quella delle politiche fiscali, ben più che quella monetaria. La BCE opera in questo quadro, e la sua azione ne è intrinsecamente limitata: sono sicuro che Draghi sarebbe ben contento di non fare quello che sta facendo. Ma non lo può dire. E se fosse stato meno attivo, oggi la zona euro non esisterebbe più.
Sulle politiche fiscali si scorge in Europa una qualche eccezione, c’è qualche governo che sta provando ad alzare la testa?
No, nessuno. Qui tra l’altro giace la più grande mistificazione del dibattito politico italiano: su questo versante Renzi non sta cambiando nulla. La fiscal stance oscilla fra neutrale e recessiva. È vero che i tedeschi stanno -con estrema riluttanza- introducendo qualche cambiamento, penso in particolare al salario minimo; si può sperare in una tendenza al recupero della domanda interna, ma largamente insufficiente a compensare gli squilibri che si sono prodotti finora. I paesi periferici restano in una completa inerzia fiscale, chi più deliberatamente (Spagna e Portogallo) chi meno (l’Italia). Ma globalmente non c’è capacità o volontà ad agire su questo terreno, restiamo in un quadro di politiche fiscali non aggressive. È la lezione più deprimente dei negoziati di queste ore: L’Europa non ha cambiato verso. Nemmeno un po’.
Non è un caso che i negoziati in corso tra la Grecia e “le istituzioni” sembrino incagliarsi proprio sulle richieste di aumento dell’IVA, per definizione l’imposta che più nuoce alla domanda interna. Quale è il tuo apprezzamento del negoziato in corso?
Al di là del dettaglio delle misure dibattute (circolano in questo momento varie ipotesi, ed è difficile precisare i contorni dell’accordo eventuale), credo si possa nutrire, nella vicenda della trattativa greca, un moderato ottimismo. Fin dall’inizio dei negoziati mi è sembrato che ci fossero un problema reale, ed uno falso, “di facciata”. Il falso problema è il debito: perché tutti sanno che la Grecia non ripagherà il suo debito pubblico (sul rimborso del quale sussiste d’altronde una moratoria). E che questo non sia il problema è ugualmente noto a tutti, perché si tratta di cifre -alla scala europea- insignificanti: il debito greco ammonta a circa il 2% del PIL dell’UE. Su questo falso problema si è concentrata tutta l’attenzione.
C’è poi il vero problema, sul quale qualche progresso è stato fatto: il riconoscimento che politiche recessive non sono più giustificabili né sostenibili. La Grecia aveva subìto -con il consenso dei governi conservatori e filoausteritari- un piano di rientro dal debito palesemente inapplicabile, a colpi di avanzo primario dell’ordine del 3% – 4%. Su questo c’è stato un consenso tra la Grecia e i creditori, ed è un punto sul quale nessuno osa più insistere. Credo che il governo greco, e il ministro delle finanze in particolare, sia stato molto abile su questo punto. Varoufakis ha deliberatamente continuato a distrarre l’opinione pubblica ed i negoziatori con la questione del debito, mentre il tema cardine era l’obbiettivo di avanzo primario, sul quale è riuscito ad ottenere importanti concessioni [nel documento del 20 febbraio si parla genericamente di ‘avanzo primario adeguato’, e le ipotesi sul tavolo sono a meno dell’1% per il 2015, n.d.r.]. Un obbiettivo di avanzo primario più realistico consente nuovi spazi di manovra per politiche fiscali che aiutino la ripresa. Se le ipotesi che circolano dovessero concretizzarsi, la Grecia abbandonerebbe politiche fiscali catastroficamente recessive per posizionare il cursore, se non in terreno positivo, almeno prossimo alla neutralità. Si tratterebbe di un’ottima notizia. In qualche modo il governo greco costituirebbe la prima, emblematica eccezione all’inerzia dei governi dell’eurozona di cui parlavamo prima.
Il moderato ottimismo è peraltro temperato dall’insistenza della Troika su alcune misure simboliche su cui la Grecia non può cedere, a rischio di mandare all’aria il negoziato. Penso in particolare ad ulteriori tagli a salari e pensioni. Proprio alla luce delle considerazioni con cui abbiamo iniziato la nostra chiacchierata, quest’insistenza ha il sapore di una tardiva aderenza di Berlino e Bruxelles a quel Washington Consensus che oltreatlantico è ormai moribondo. Paradossi europei…
Attraversiamo -almeno in Europa- una fase di disoccupazione con deflazione, ambito nel quale la teoria keynesiana classica è a proprio agio (agio teorico, beninteso). Situazione ben diversa dalla stagflazione anni ’70, che non poco contribuì alla crisi -teorica e pratica- delle politiche della domanda. In questo quadro, esistono secondo te le condizioni per una convergenza delle diverse scuole keynesiane? Magari con settori del non-mainstream, o degli anti-neoclassici?
Temo di no, perché mi pare prevalga la dimensione autoreferenziale di certi ambienti intellettuali. Credo però ci sia oggi la possibilità di contrastare la teoria classica standard, supply side; senza necessariamente opporrle una teoria unificata (obbiettivo troppo ambizioso), ma con approcci multilaterali. Personalmente sono molto interessato alla riflessione sulla ‘stagnazione secolare’, che spiega come possa sussistere una condizione di equilibrio di sotto-occupazione di lungo periodo, per effetto congiunto di offerta e domanda. Questo equilibrio può essere analizzato a partire dal ‘rallentamento’ del progresso tecnologico, o dalle dinamiche demografiche (in un’ottica neoclassica, alla Solow); o a partire dalla distribuzione del reddito, dell’eccesso di risparmio (in un’ottica più progressiva, demand-side).
Oggi ci sono le condizioni per sfidare le teorie e le politiche economiche del Washington Consensus, dimostrando che il mondo ideale degli equilibri di mercato ‘automatici’ non ha niente a che vedere con la realtà, e che la domanda e l’offerta possono equilibrarsi in regime di sotto occupazione sul lungo periodo. Questo vuol dire che c’è bisogno di attuare politiche non neutrali.
Se mi chiedi se questo avverrà perché si metteranno tutti d’accordo : neo-keynesiani, post keynesiani, post-post keynesiani, marxisti, con i kaleckiani… la risposta è che ho i miei dubbi. Ma c’è spazio per un superamento definitivo della teoria mainstream, che sarà sostituita da un mondo intellettualmente multipolare. Non è detto che sia un male…
Questo pone una questione ricorrente e delicata nella storia del pensiero progressista in generale: hanno più peso i rapporti di forza sociali o le rappresentazioni intellettuali che la politica crea per agire su di essi? Accade anche che le dinamiche si sovrappongano: il 1936 è l’anno in cui Keynes scrive la General Theory, ma anche quello in cui Léon Blum che istituisce le ferie pagate e la settimana di 40 ore, esito di una straordinaria spinta sociale.
Credo che i mutamenti intervengano quando si affiancano contributi di diverso tipo. Citavi il pensiero marxista. Nell’analisi della stagnazione secolare, l’analisi di tipo marxista gioca un ruolo importante: rimettere in discussione l’approccio ‘individualista’ della teoria neoclassica, che basa tutto sull’agente razionale, capace di ottimizzare, e riconsiderare invece il ruolo delle classi, dei rapporti di forza, delle emergent properties, (cioè dinamiche sociali non riconducibili ad un ‘agente rappresentativo’ o ad un ipotetico comportamento individuale) porta un contributo potenzialmente molto ricco a questo dibattito.
Non saprei però dire quanto facilmente saranno superati alcuni ‘compartimenti’ fra le diverse tendenze critiche. La battaglia per esportare certe idee al di fuori degli ambiti specialistici è ancora lunga.
Anche alla luce delle attuali tensioni sulla Grecia, c’è da sperare che siano gli eventi a influenzare le teorie, piuttosto che il contrario…
Sì, ritengo che oggi -come negli anni ’30, e come nell’Europa che descriveva Marx- emergano delle contraddizioni nel sistema e nelle teorie che lo giustificano. Contraddizioni che impongono un ripensamento, ma non necessariamente di buttare alle ortiche tutti i capitoli della teoria neoclassica. Non ritengo assurdo che sul lungo periodo i fattori legati all’offerta giochino il loro ruolo. Né che un economista neoclassico osservi che la produttività della Grecia è oggi insufficiente.
La produttività è un tipico esempio di un parametro che può essere letto in chiave neoclassica, ma anche, e in tutt’altra ottica, in prospettiva keynesiana…
Infatti se ne può auspicare un aumento senza aggiungere il corollario delle ‘riforme stutturali’, ma promuovendo ad esempio l’investimento in ricerca, la qualità della formazione, e così via.
La stessa Germania, che si presenta come campione delle virtù neoclassiche, è in realtà lontana da quel modello: ha un sistema bancario molto poco trasparente, sindacati forti e consociativi, e così via. È un modello che nel suo insiemè è piuttosto lontano dal paradigma del libero mercato, ma che ha una sua efficacia. Si può avere un livello elevato di produttività, senza obbedire alle prescrizioni dell’ideale economico conservatore. Anzi, alcuni economisti come Sebastien Dullien notano come le riforme Hartz abbiano avuto l’effetto di introdurre delle crepe nella poderosa, ed efficiente, macchina consociativa tedesca. Se Dullien ha ragione, fra qualche anno potremmo ritrovarci a parlare del fallimento del modello economico tedesco.
Varoufakis all’Ambrosetti ha riproposto un’analisi di Kaldor del 1971: una unione monetaria sarà insostenibile senza uno strumento politico di livello continentale. Non ci possiamo permettere una Banca Centrale splendidamente indipendente, senza avere strumenti di leva fiscale, e senza indirizzi sulle politiche economiche, che spetterebbero ad un governo unico. La sua proposta è di agire entro i trattati esistenti tramite fondi della Banca Europea per gli Investimenti, coperti dalla BCE, senza finanziare direttamente gli stati. Secondo te, è un sistema efficace per compensare gli squilibri di partite correnti all’interno dell’eurozona?
Fra i contributi importanti della teoria neoclassica c’è proprio l’indipendenza delle politiche monetarie come fattore di stabilità del sistema economico. In questo senso, contesto una premessa della proposta di Varoufakis: non credo che il problema sia tanto un eccesso ‘di indipendenza’ della BCE, ma piuttosto la assenza totale di un governo, che la equilibri adeguatamente (senza arrivare ad un ‘controllo politico’). La FED è indipendente, ma ha un interlocutore di peso che è il Congresso, è una differenza essenziale rispetto all’Europa. Cito un articolo di Roberto Tamborini di qualche anno fa, a proposito dell’eurozona: “Un gigante monetario e dodici nani fiscali”.
Il problema è proprio qui: un attore di peso che si occupa di moneta, senza interlocutore. Draghi potrebbe parafrasare Kissinger e dire “datemi un numero di telefono, e li chiamo”. Per il momento ha quello della Merkel.
La soluzione ideale -credo oggi molti ne convengano- sarebbe quella di uno stato federale, ma le premesse politiche per un tale livello d’intesa mancano tutte. Bisogna quindi creare un qualche ersatz che la rimpiazzi, e in questo senso la proposta di Varoufakis è interessante, e vale ben più che una provocazione. Resta da definire chi gestirebbe questi investimenti, e con quali criteri, ma mi pare sia percorribile e ambiziosa.
Il ruolo della politica fiscale è doppio: prima di tutto stabilizza il ciclo economico, là dove la politica monetaria non può arrivare. In Europa, una politica monetaria necessariamente unica non può gestire cicli asimmetrici; non può intervenire nel caso di un boom in Spagna e una contemporanea recessione in Germania. L’ideale sarebbe un sistema federale (con prelievi e spese a livello federale), che agisca nel senso di una ridistribuzione automatica delle entrate: l’esempio classico è quello -evocato da Krugman- della Florida che con le sue tasse ‘aiuta’ lo stato di New York in recessione.
In assenza di questi meccanismi, si possono immaginare soluzioni diverse, ma con lo stesso scopo. Per esempio, la commissione europea propose nel novembre 2013 l’istituzione del sussidio di disoccupazione europeo, che potrebbe giocare proprio in questa direzione: i paesi con più disoccupati percepirebbero di più, mentre i paesi con i tassi di occupazione più alti verserebbero fondi maggiori. Un meccanismo di perequazione indiretta, analogo a quello fiscale.
Anche l’erogazione di fondi strutturali legati alle fasi di ciclo economico -pur con un approccio più complesso- può operare in compensazione di un sistema unico di prelievi.
In secondo luogo, la politica fiscale può incentivare lo sviluppo di lungo periodo: investimento pubblico, fondi strutturali, per compensare gli scarti di sviluppo fra diverse aree del continente. La proposta di Varoufakis si inserisce in questo secondo filone. Resta da vedere come priorizzare e scegliere i progetti che la BEI finanzierebbe.
Juncker ha per esempio scelto di evitare un approccio per ‘quota paese’ -che è in linea di principio una buona idea. Il rischio è però che ‘buoni’ progetti (per rendimento, obbiettivi, rischi) emergano più facilmente in aree già economicamente avanzate, o con infrastrutture solide, che nelle regioni periferiche. E questo rischierebbe di accentuare le divergenze.
Insomma, per quanti surrogati si riescano ad escogitare, l’assenza di un governo federale sarà sempre un handicap.
Il blog di Francesco Saraceno è fsaraceno.wordpress.com | Twitter @fsaraceno
La rivoluzione teorica di Blanchard, la trattativa tra Grecia e creditori, il ruolo delle politiche fiscali e monetarie, il destino dell’eurozona. Francesco Saraceno, economista italiano del prestigioso Osservatorio sulla Congiuntura (OFCE) di Parigi, risponde a tutto campo alle domande di Keynes blog.
Intervista di Faber Fabbris per Keynes Blog
Cominciamo dal tuo articolo sul riconoscimento degli ‘errori’ del Fondo Monetario Internazionale, ammessi da Blanchard, suo economista capo (Correlazione tra deregulation del mercato del lavoro e crescita; impatto dei moltiplicatori, e così via). Paul Krugman ha recentemente rinviato proprio a questo tuo lavoro sul suo blog The conscience of a liberal.
Il corpus dottrinale dell’FMI -al di là dell’episodio dell’Excelgate- pare insomma incrinato in più punti. Le autocritiche di Blanchard sono, a tuo avviso, un incidentale ‘mea culpa’ senza conseguenze, o ci possiamo aspettare una nuova stagione nel corso delle politiche economiche?
No, non mi pare un incidente di percorso. Credo che un cambiamento di paradigma stia cominciando a delinearsi. Alcuni sono stati scettici rispetto alle ‘revisioni’ che ho allineato, ribadendo che in sostanza, l’FMI non cambia affatto il suo modus operandi, nonostante le correzioni di rotta teoriche. Si veda ad esempio l’atteggiamento del fondo nella questione greca. In realtà le cose sono più articolate, e proprio nel caso della Grecia l’FMI ha giocato anche il ruolo del “good cop”, ammettendo esplicitamente che il debito di Atene dovrà in qualche modo essere ristrutturato. Non bisogna d’altra parte dimenticare che Blanchard non è il direttore esecutivo dell’FMI, ma il capo del suo centro studi: i suoi interventi riflettono le difficoltà oggettive che il Washington Consensus ha incontrato negli ultimi dieci anni, soprattutto dopo la crisi del 2008. Credo, come ho detto in quell’articolo, che il realismo abbia imposto di rivedere alcuni capisaldi della dottrina politica economica che ha dominato l’Europa nel ventennio 1990-2010, e il resto del mondo fin dai primi anni ottanta.
Oltre alle correzioni di rotta sull’austerità espansiva e sui moltiplicatori -correzioni consensuali e difficilmente discutibili in un contesto estremo come quello della crisi – mi paiono anche più importanti le novità dell’approccio sulla crescita di lungo periodo. La prima è riconoscere che non tutte le liberalizzazioni sono uguali, e che in particolare quella del mercato del lavoro non produce gli effetti che la teoria prevede. La seconda è ammettere l’insostenibilità della dicotomia tra redistribuzione ed efficienza economica: una società nella quale il reddito è distribuito in maniera sempre più ineguale non è destinata ad una crescita duratura e sostenibile.
Questi sono due pilastri fondamentali del Washington consensus, che oggi cominciano a sfaldarsi.
La qualità del riorientamento in atto mi pare possa essere colta da un tangibile cambiamento di narrativa. Se cambia la narrativa, credo si giustifichi anche la speranza in un cambiamento delle politiche economiche. L’FMI aveva fino a ieri un discorso intellettuale che implicava precise prescrizioni di politica economica. Se è vero che queste prescrizioni non sono ancora cambiate, il “discorso” è ormai radicalmente diverso. Le ricette applicate sinora perdono gradualmente le loro fondamenta teoriche.
Ogni cambiamento di paradigma di politica economica necessita un preventivo cambiamento di paradigma intellettuale. E anche se è presto per stabilirne limiti e conseguenze, penso che Blanchard abbia avviato un cambiamento di paradigma intellettuale.
Questo ‘nuovo corso’ si può forse collocare in un contesto politico-storico ben definito: le politiche economiche degli Stati Uniti in tempo di crisi sono state molto più vitali ed efficaci rispetto a quelle europee…
Questa differenza di approccio non data da oggi. Il mio coautore Fitoussi diceva che gli Stati Uniti sono i più grandi produttori al mondo di pensiero liberale: ma non per il consumo interno, prevalentemente per le esportazioni. Il quadro delle istituzioni politiche e sociali, ma anche economiche, degli USA è molto meno protettore di quello europeo (il Welfare state è molto meno sviluppato) e questo va di pari passo con un attivismo nella politica economica molto più marcato. Non è concepibile un meccanismo senza ammortizzatori sociali e nel quale la politica è inerte, perché non sarebbe capace di assorbire le fluttuazioni economiche. L’Europa aveva in passato meno bisogno di politiche attive perché possedeva un sistema di protezione sociale molto più sviluppato. L’indebolimento dello stato sociale al quale assistiamo in Europa richiederebbe quindi una ben più rapida capacità di reazione delle politiche pubbliche. Ma non è quello che stiamo facendo.
Le dimissioni di Blanchard – che ha annunciato di lasciare anzitempo il suo mandato – non sono a tuo avviso la spia di dissensi più profondi?
Non credo; penso ci sia stata una buona sintonia fra Blanchard ed i direttori del FMI (Strauss Kahn e poi Lagarde). Si tratta di scelte personali: ha vissuto sette anni sul bordo del precipizio, credo voglia prendere un po’ di tempo per dedicarsi più serenamente alla ricerca e agli studi. Si è di recente interessato alla stagnazione secolare, e immagino desideri approfondire questo tema di studio. Ha mobilitato un gruppo di ricercatori di valore su temi importanti spingendoli a liberarsi dei loro paraocchi. È un gruppo di lavoro che continuerà sulla strada tracciata.
Parliamo delle politiche monetarie a livello internazionale, e più in generale della ‘trappola della liquidità’. La banca di Svezia ha istituito un tasso di sconto negativo da gennaio; il Giappone fa una politica monetaria molto aggressiva. C’è la sensazione che si sia dovuti arrivare alle soglie della deflazione, almeno a livello Europeo, per rivedere le scelte fino a ieri intangibili . La BCE ha infine lanciato il QE, a lungo atteso e forse ormai inevitabile. Malgrado ciò, si teme da più parti che il QE finisca per alimentare bolle speculative se manca un piano di investimenti industriali. Ci sono spazi perché il QE spinga anche ad un nuovo ciclo di investimenti industriali, o ci si è arrivati correndo ai ripari rispetto alla paura della deflazione?
Rileggendo Keynes ci si rende conto che nulla di quello che sta succedendo è sorprendente. La definizione della trappola della liquidità è quella secondo la quale esiste, in un certo momento e per cause diverse, una propensione elevate del settore privato ad assorbire liquidità senza spendere; in una situazione di questo tipo, è assolutamente normale che una politica monetaria espansiva non abbia effetti diretti sull’attività economica. Chi si sorprende che il QE non abbia rilanciato l’attività economica (sia in Europa, in Giappone o negli USA) non conosce l’economia. Perché allora lanciare il QE, anche alla luce dei rischi di bolle sugli assets? Vedo tre ragioni, due ‘buone’ e una ‘cattiva’.
La prima è che è necessario disporre di liquidità sufficienti per non essere sguarniti al momento della ripresa; il QE permette anche di calmierare i tassi sui titoli dei debiti sovrani dei paesi della periferia dell’euro. La terza ragione è che il QE ha un effetto positivo sulla competitività poiché agisce sul tasso di cambio: la FED ha permesso, indebolendo il dollaro, di favorire le esportazioni. Quest’ultimo obbiettivo mi pare però meno lungimirante degli altri due, perché un’economia solida dovrebbe basarsi soprattutto sulla domanda interna, piuttosto che sulle esportazioni.
Malgrado gli intenti positivi di questi indirizzi, in presenza di una trappola della liquidità la vera leva per il rilancio dell’attività economica è -Keynes docet- la politica fiscale. È proprio qui che divergono le politiche di UE, Stati Uniti e Giappone: in Europa, dal 2010, è stata abbandonata qualsiasi politica fiscalmente espansiva, e si è messa al contrario in opera una stretta delle spese, mirando ad un aumento delle entrate (consolidamento fiscale). L’assenza di uno stimolo fiscale degno di questo nome spiega in gran parte le differenze di performance economica fra l’Europa e gli USA o il Giappone.
Ovviamente si tratta di uno stimolo fiscale, che deve essere limitato nel tempo per essere efficace. Gli Stati Uniti hanno applicato politiche fiscali anticicliche nel periodo della crisi, che sono state prontamente rimodulate quando la spesa privata è ritornata a livelli più elevati. Si tratta di una compensazione elastica, per la quale il settore pubblico entra nell’economia quando il sistema privato fa difetto, e si ritira quando il settore privato è pronto a rientrare. Si può discutere della tempistica del piano di rilancio di Obama Probabilmente si è cambiata la fiscal stance troppo presto, quando la spesa privata non era ancora sufficientemente solida. Se il congresso non fosse stato in mano ai repubblicani e se Obama fosse stato un po’ più volitivo, si sarebbe forse lasciato più spazio al rafforzamento della ripresa. Ma si tratta di aspetti tutto sommato marginali. Rimane il fatto che la politica fiscale statunitense ha fatto il suo dovere.
È il principio di base di una politica economica anticiclica…
Si, era quello lo spirito originario della proposta di Keynes. Contrariamente a quello che pensano molti conservatori, Keynes non auspicava un big government, ma un active government; è quello che accade negli Stati Uniti, proprio perché manca un sistema di stabilizzatori automatici radicato, come lo stato sociale europeo. La vera questione in Europa -tuttora inevasa- è quella delle politiche fiscali, ben più che quella monetaria. La BCE opera in questo quadro, e la sua azione ne è intrinsecamente limitata: sono sicuro che Draghi sarebbe ben contento di non fare quello che sta facendo. Ma non lo può dire. E se fosse stato meno attivo, oggi la zona euro non esisterebbe più.
Sulle politiche fiscali si scorge in Europa una qualche eccezione, c’è qualche governo che sta provando ad alzare la testa?
No, nessuno. Qui tra l’altro giace la più grande mistificazione del dibattito politico italiano: su questo versante Renzi non sta cambiando nulla. La fiscal stance oscilla fra neutrale e recessiva. È vero che i tedeschi stanno -con estrema riluttanza- introducendo qualche cambiamento, penso in particolare al salario minimo; si può sperare in una tendenza al recupero della domanda interna, ma largamente insufficiente a compensare gli squilibri che si sono prodotti finora. I paesi periferici restano in una completa inerzia fiscale, chi più deliberatamente (Spagna e Portogallo) chi meno (l’Italia). Ma globalmente non c’è capacità o volontà ad agire su questo terreno, restiamo in un quadro di politiche fiscali non aggressive. È la lezione più deprimente dei negoziati di queste ore: L’Europa non ha cambiato verso. Nemmeno un po’.
Non è un caso che i negoziati in corso tra la Grecia e “le istituzioni” sembrino incagliarsi proprio sulle richieste di aumento dell’IVA, per definizione l’imposta che più nuoce alla domanda interna. Quale è il tuo apprezzamento del negoziato in corso?
Al di là del dettaglio delle misure dibattute (circolano in questo momento varie ipotesi, ed è difficile precisare i contorni dell’accordo eventuale), credo si possa nutrire, nella vicenda della trattativa greca, un moderato ottimismo. Fin dall’inizio dei negoziati mi è sembrato che ci fossero un problema reale, ed uno falso, “di facciata”. Il falso problema è il debito: perché tutti sanno che la Grecia non ripagherà il suo debito pubblico (sul rimborso del quale sussiste d’altronde una moratoria). E che questo non sia il problema è ugualmente noto a tutti, perché si tratta di cifre -alla scala europea- insignificanti: il debito greco ammonta a circa il 2% del PIL dell’UE. Su questo falso problema si è concentrata tutta l’attenzione.
C’è poi il vero problema, sul quale qualche progresso è stato fatto: il riconoscimento che politiche recessive non sono più giustificabili né sostenibili. La Grecia aveva subìto -con il consenso dei governi conservatori e filoausteritari- un piano di rientro dal debito palesemente inapplicabile, a colpi di avanzo primario dell’ordine del 3% – 4%. Su questo c’è stato un consenso tra la Grecia e i creditori, ed è un punto sul quale nessuno osa più insistere. Credo che il governo greco, e il ministro delle finanze in particolare, sia stato molto abile su questo punto. Varoufakis ha deliberatamente continuato a distrarre l’opinione pubblica ed i negoziatori con la questione del debito, mentre il tema cardine era l’obbiettivo di avanzo primario, sul quale è riuscito ad ottenere importanti concessioni [nel documento del 20 febbraio si parla genericamente di ‘avanzo primario adeguato’, e le ipotesi sul tavolo sono a meno dell’1% per il 2015, n.d.r.]. Un obbiettivo di avanzo primario più realistico consente nuovi spazi di manovra per politiche fiscali che aiutino la ripresa. Se le ipotesi che circolano dovessero concretizzarsi, la Grecia abbandonerebbe politiche fiscali catastroficamente recessive per posizionare il cursore, se non in terreno positivo, almeno prossimo alla neutralità. Si tratterebbe di un’ottima notizia. In qualche modo il governo greco costituirebbe la prima, emblematica eccezione all’inerzia dei governi dell’eurozona di cui parlavamo prima.
Il moderato ottimismo è peraltro temperato dall’insistenza della Troika su alcune misure simboliche su cui la Grecia non può cedere, a rischio di mandare all’aria il negoziato. Penso in particolare ad ulteriori tagli a salari e pensioni. Proprio alla luce delle considerazioni con cui abbiamo iniziato la nostra chiacchierata, quest’insistenza ha il sapore di una tardiva aderenza di Berlino e Bruxelles a quel Washington Consensus che oltreatlantico è ormai moribondo. Paradossi europei…
Attraversiamo -almeno in Europa- una fase di disoccupazione con deflazione, ambito nel quale la teoria keynesiana classica è a proprio agio (agio teorico, beninteso). Situazione ben diversa dalla stagflazione anni ’70, che non poco contribuì alla crisi -teorica e pratica- delle politiche della domanda. In questo quadro, esistono secondo te le condizioni per una convergenza delle diverse scuole keynesiane? Magari con settori del non-mainstream, o degli anti-neoclassici?
Temo di no, perché mi pare prevalga la dimensione autoreferenziale di certi ambienti intellettuali. Credo però ci sia oggi la possibilità di contrastare la teoria classica standard, supply side; senza necessariamente opporrle una teoria unificata (obbiettivo troppo ambizioso), ma con approcci multilaterali. Personalmente sono molto interessato alla riflessione sulla ‘stagnazione secolare’, che spiega come possa sussistere una condizione di equilibrio di sotto-occupazione di lungo periodo, per effetto congiunto di offerta e domanda. Questo equilibrio può essere analizzato a partire dal ‘rallentamento’ del progresso tecnologico, o dalle dinamiche demografiche (in un’ottica neoclassica, alla Solow); o a partire dalla distribuzione del reddito, dell’eccesso di risparmio (in un’ottica più progressiva, demand-side).
Oggi ci sono le condizioni per sfidare le teorie e le politiche economiche del Washington Consensus, dimostrando che il mondo ideale degli equilibri di mercato ‘automatici’ non ha niente a che vedere con la realtà, e che la domanda e l’offerta possono equilibrarsi in regime di sotto occupazione sul lungo periodo. Questo vuol dire che c’è bisogno di attuare politiche non neutrali.
Se mi chiedi se questo avverrà perché si metteranno tutti d’accordo : neo-keynesiani, post keynesiani, post-post keynesiani, marxisti, con i kaleckiani… la risposta è che ho i miei dubbi. Ma c’è spazio per un superamento definitivo della teoria mainstream, che sarà sostituita da un mondo intellettualmente multipolare. Non è detto che sia un male…
Questo pone una questione ricorrente e delicata nella storia del pensiero progressista in generale: hanno più peso i rapporti di forza sociali o le rappresentazioni intellettuali che la politica crea per agire su di essi? Accade anche che le dinamiche si sovrappongano: il 1936 è l’anno in cui Keynes scrive la General Theory, ma anche quello in cui Léon Blum che istituisce le ferie pagate e la settimana di 40 ore, esito di una straordinaria spinta sociale.
Credo che i mutamenti intervengano quando si affiancano contributi di diverso tipo. Citavi il pensiero marxista. Nell’analisi della stagnazione secolare, l’analisi di tipo marxista gioca un ruolo importante: rimettere in discussione l’approccio ‘individualista’ della teoria neoclassica, che basa tutto sull’agente razionale, capace di ottimizzare, e riconsiderare invece il ruolo delle classi, dei rapporti di forza, delle emergent properties, (cioè dinamiche sociali non riconducibili ad un ‘agente rappresentativo’ o ad un ipotetico comportamento individuale) porta un contributo potenzialmente molto ricco a questo dibattito.
Non saprei però dire quanto facilmente saranno superati alcuni ‘compartimenti’ fra le diverse tendenze critiche. La battaglia per esportare certe idee al di fuori degli ambiti specialistici è ancora lunga.
Anche alla luce delle attuali tensioni sulla Grecia, c’è da sperare che siano gli eventi a influenzare le teorie, piuttosto che il contrario…
Sì, ritengo che oggi -come negli anni ’30, e come nell’Europa che descriveva Marx- emergano delle contraddizioni nel sistema e nelle teorie che lo giustificano. Contraddizioni che impongono un ripensamento, ma non necessariamente di buttare alle ortiche tutti i capitoli della teoria neoclassica. Non ritengo assurdo che sul lungo periodo i fattori legati all’offerta giochino il loro ruolo. Né che un economista neoclassico osservi che la produttività della Grecia è oggi insufficiente.
La produttività è un tipico esempio di un parametro che può essere letto in chiave neoclassica, ma anche, e in tutt’altra ottica, in prospettiva keynesiana…
Infatti se ne può auspicare un aumento senza aggiungere il corollario delle ‘riforme stutturali’, ma promuovendo ad esempio l’investimento in ricerca, la qualità della formazione, e così via.
La stessa Germania, che si presenta come campione delle virtù neoclassiche, è in realtà lontana da quel modello: ha un sistema bancario molto poco trasparente, sindacati forti e consociativi, e così via. È un modello che nel suo insiemè è piuttosto lontano dal paradigma del libero mercato, ma che ha una sua efficacia. Si può avere un livello elevato di produttività, senza obbedire alle prescrizioni dell’ideale economico conservatore. Anzi, alcuni economisti come Sebastien Dullien notano come le riforme Hartz abbiano avuto l’effetto di introdurre delle crepe nella poderosa, ed efficiente, macchina consociativa tedesca. Se Dullien ha ragione, fra qualche anno potremmo ritrovarci a parlare del fallimento del modello economico tedesco.
Varoufakis all’Ambrosetti ha riproposto un’analisi di Kaldor del 1971: una unione monetaria sarà insostenibile senza uno strumento politico di livello continentale. Non ci possiamo permettere una Banca Centrale splendidamente indipendente, senza avere strumenti di leva fiscale, e senza indirizzi sulle politiche economiche, che spetterebbero ad un governo unico. La sua proposta è di agire entro i trattati esistenti tramite fondi della Banca Europea per gli Investimenti, coperti dalla BCE, senza finanziare direttamente gli stati. Secondo te, è un sistema efficace per compensare gli squilibri di partite correnti all’interno dell’eurozona?
Fra i contributi importanti della teoria neoclassica c’è proprio l’indipendenza delle politiche monetarie come fattore di stabilità del sistema economico. In questo senso, contesto una premessa della proposta di Varoufakis: non credo che il problema sia tanto un eccesso ‘di indipendenza’ della BCE, ma piuttosto la assenza totale di un governo, che la equilibri adeguatamente (senza arrivare ad un ‘controllo politico’). La FED è indipendente, ma ha un interlocutore di peso che è il Congresso, è una differenza essenziale rispetto all’Europa. Cito un articolo di Roberto Tamborini di qualche anno fa, a proposito dell’eurozona: “Un gigante monetario e dodici nani fiscali”.
Il problema è proprio qui: un attore di peso che si occupa di moneta, senza interlocutore. Draghi potrebbe parafrasare Kissinger e dire “datemi un numero di telefono, e li chiamo”. Per il momento ha quello della Merkel.
La soluzione ideale -credo oggi molti ne convengano- sarebbe quella di uno stato federale, ma le premesse politiche per un tale livello d’intesa mancano tutte. Bisogna quindi creare un qualche ersatz che la rimpiazzi, e in questo senso la proposta di Varoufakis è interessante, e vale ben più che una provocazione. Resta da definire chi gestirebbe questi investimenti, e con quali criteri, ma mi pare sia percorribile e ambiziosa.
Il ruolo della politica fiscale è doppio: prima di tutto stabilizza il ciclo economico, là dove la politica monetaria non può arrivare. In Europa, una politica monetaria necessariamente unica non può gestire cicli asimmetrici; non può intervenire nel caso di un boom in Spagna e una contemporanea recessione in Germania. L’ideale sarebbe un sistema federale (con prelievi e spese a livello federale), che agisca nel senso di una ridistribuzione automatica delle entrate: l’esempio classico è quello -evocato da Krugman- della Florida che con le sue tasse ‘aiuta’ lo stato di New York in recessione.
In assenza di questi meccanismi, si possono immaginare soluzioni diverse, ma con lo stesso scopo. Per esempio, la commissione europea propose nel novembre 2013 l’istituzione del sussidio di disoccupazione europeo, che potrebbe giocare proprio in questa direzione: i paesi con più disoccupati percepirebbero di più, mentre i paesi con i tassi di occupazione più alti verserebbero fondi maggiori. Un meccanismo di perequazione indiretta, analogo a quello fiscale.
Anche l’erogazione di fondi strutturali legati alle fasi di ciclo economico -pur con un approccio più complesso- può operare in compensazione di un sistema unico di prelievi.
In secondo luogo, la politica fiscale può incentivare lo sviluppo di lungo periodo: investimento pubblico, fondi strutturali, per compensare gli scarti di sviluppo fra diverse aree del continente. La proposta di Varoufakis si inserisce in questo secondo filone. Resta da vedere come priorizzare e scegliere i progetti che la BEI finanzierebbe.
Juncker ha per esempio scelto di evitare un approccio per ‘quota paese’ -che è in linea di principio una buona idea. Il rischio è però che ‘buoni’ progetti (per rendimento, obbiettivi, rischi) emergano più facilmente in aree già economicamente avanzate, o con infrastrutture solide, che nelle regioni periferiche. E questo rischierebbe di accentuare le divergenze.
Insomma, per quanti surrogati si riescano ad escogitare, l’assenza di un governo federale sarà sempre un handicap.
Il blog di Francesco Saraceno è fsaraceno.wordpress.com | Twitter @fsaraceno
domenica 26 aprile 2015
Il capro espiatorio Varoufakis
di Dimitri Deliolanes da il manifesto
Grecia. Ministri europei e funzionari anonimi di Bruxelles criticano Varoufakis. Ma l'economista, con un curriculum esemplare, difende solo le scelte del governo e del popolo greco. Se si vuole trovare un compromesso onorevole, è tempo di cancellare l'ipocrisia e lavorare sui problemi reali
E così il problema sarebbe Yanis Varoufakis. Il quale si sarebbe dimostrato nell’eurogruppo di Riga un «incompetente», un «dilettante», un «giocatore d’azzardo». Strano però per un professore di economia tra i più brillanti attualmente a livello internazionale, che ha insegnato nelle migliori università anglosassoni, compresa Cambridge, stimato e sostenuto dal nobel Joseph Stiglitz e da James Galbraith.
Certo, se le critiche provengono dall’agronomo (dal curriculum falsificato) Jeroen Dijsselbloem e dal laureato in legge Wolfgang Schäuble, qualcosa di vero ci deve essere.
Convince in particolare l’accusa di «dogmatismo» lanciata contro il greco dall’accomodante ministro delle Finanze tedesco, lo stesso che da cinque anni ha imposto con pugno di ferro all’eurozona una brillante politica economica, che assicura alti tassi di crescita economica e – soprattutto – sociale. Lo sanno tutti, gli spagnoli, i portoghesi, i greci e anche gli italiani, che nuotano nell’abbondanza.
No, non è Schäuble il dogmatico del neoliberismo. E’ Varoufakis quello inflessibile, poiché si rifiuta ostinatamente di regalare alle banche le prime case, di abbassare le pensioni ai 350 euro, di licenziare migliaia di statali e di svendere proprietà pubbliche.
Una fermezza che assicura al suo governo altissimi tassi di consenso tra la popolazione greca, come dimostra l’ultimo sondaggio reso pubblico appena ieri. Nello stesso tempo però in cui plaude alla fermezza contro l’austerità, la stragrande maggioranza degli intervistati chiede a Varoufakis e a Tsipras di non rompere con l’eurozona. Una posizione saggia, pienamente in linea con il programma di Syriza. Un compromesso onorevole, ma per ottenerlo bisogna essere in due.
Ora però le cose si complicano. Il giorno prima dell’eurogruppo che ha tentato di linciare Varoufakis, Tsipras si era incontrato con la Merkel in tutt’altro clima. La cancelliera aveva anche assicurato che la Grecia non avrebbe dovuto rimanere senza liquidità.
Cosa è successo? E’ noto che l’eurogruppo è il regno di Schäuble mentre la Merkel gioca su uno scacchiere più grande.
C’è un gioco delle parti, del tipo poliziotto buono e poliziotto cattivo? Oppure anche a Berlino ci sono falchi e colombe? I primi continuerebbero a giocare la carta della destabilizzazione del governo Tsipras, assumendo anche il rischio di un incidente, sempre più probabile man mano che passano le settimane e i mesi. I secondi starebbero cercando di trovare una quadratura del cerchio – tutta politica – per uscire dall’impasse.
Comunque sia, non è certo colpa di Varoufakis.
Il ministro delle Finanze greco lavora all’interno di un gruppo operativo specificamente dedicato ai problemi con i creditori, a capo del quale c’è il vice presidente del Consiglio Yannis Dragasakis, esponente tra i più moderati e più esperti di Syriza. Quindi ogni virgola dell’azione politica del ministro delle Finanze riflette esattamente gli orientamenti del governo greco. Una sua sostituzione è fuori discussione.
Anche se Schäuble (l’ha pure ammesso) si trovava molto più a suo agio con i suoi predecessori: Giorgos Papakonstantinou, condannato per falso, Yannis Stournaras, l’architetto dei conti truccati per entrare nell’euro, Ghikas Hardouvelis, il banchiere che portava i soldi in Svizzera.
Come andrà a finire? Non sono nella testa di Schäuble. Ma ho cercato lumi sul Corriere della Sera di ieri e ho fatto una grande scoperta. In un’intera pagina fonti (anonime) dei creditori accusano Tsipras di essere «falsamente di sinistra» e «al servizio degli oligarchi». L’ho raccontato anche in Grecia e ci siamo divertiti molto. Finché le polemiche contro di lui saranno di questo tenore potrà stare tranquillo: sarà al governo per un decennio e oltre.
Grecia. Ministri europei e funzionari anonimi di Bruxelles criticano Varoufakis. Ma l'economista, con un curriculum esemplare, difende solo le scelte del governo e del popolo greco. Se si vuole trovare un compromesso onorevole, è tempo di cancellare l'ipocrisia e lavorare sui problemi reali
E così il problema sarebbe Yanis Varoufakis. Il quale si sarebbe dimostrato nell’eurogruppo di Riga un «incompetente», un «dilettante», un «giocatore d’azzardo». Strano però per un professore di economia tra i più brillanti attualmente a livello internazionale, che ha insegnato nelle migliori università anglosassoni, compresa Cambridge, stimato e sostenuto dal nobel Joseph Stiglitz e da James Galbraith.
Certo, se le critiche provengono dall’agronomo (dal curriculum falsificato) Jeroen Dijsselbloem e dal laureato in legge Wolfgang Schäuble, qualcosa di vero ci deve essere.
Convince in particolare l’accusa di «dogmatismo» lanciata contro il greco dall’accomodante ministro delle Finanze tedesco, lo stesso che da cinque anni ha imposto con pugno di ferro all’eurozona una brillante politica economica, che assicura alti tassi di crescita economica e – soprattutto – sociale. Lo sanno tutti, gli spagnoli, i portoghesi, i greci e anche gli italiani, che nuotano nell’abbondanza.
No, non è Schäuble il dogmatico del neoliberismo. E’ Varoufakis quello inflessibile, poiché si rifiuta ostinatamente di regalare alle banche le prime case, di abbassare le pensioni ai 350 euro, di licenziare migliaia di statali e di svendere proprietà pubbliche.
Una fermezza che assicura al suo governo altissimi tassi di consenso tra la popolazione greca, come dimostra l’ultimo sondaggio reso pubblico appena ieri. Nello stesso tempo però in cui plaude alla fermezza contro l’austerità, la stragrande maggioranza degli intervistati chiede a Varoufakis e a Tsipras di non rompere con l’eurozona. Una posizione saggia, pienamente in linea con il programma di Syriza. Un compromesso onorevole, ma per ottenerlo bisogna essere in due.
Ora però le cose si complicano. Il giorno prima dell’eurogruppo che ha tentato di linciare Varoufakis, Tsipras si era incontrato con la Merkel in tutt’altro clima. La cancelliera aveva anche assicurato che la Grecia non avrebbe dovuto rimanere senza liquidità.
Cosa è successo? E’ noto che l’eurogruppo è il regno di Schäuble mentre la Merkel gioca su uno scacchiere più grande.
C’è un gioco delle parti, del tipo poliziotto buono e poliziotto cattivo? Oppure anche a Berlino ci sono falchi e colombe? I primi continuerebbero a giocare la carta della destabilizzazione del governo Tsipras, assumendo anche il rischio di un incidente, sempre più probabile man mano che passano le settimane e i mesi. I secondi starebbero cercando di trovare una quadratura del cerchio – tutta politica – per uscire dall’impasse.
Comunque sia, non è certo colpa di Varoufakis.
Il ministro delle Finanze greco lavora all’interno di un gruppo operativo specificamente dedicato ai problemi con i creditori, a capo del quale c’è il vice presidente del Consiglio Yannis Dragasakis, esponente tra i più moderati e più esperti di Syriza. Quindi ogni virgola dell’azione politica del ministro delle Finanze riflette esattamente gli orientamenti del governo greco. Una sua sostituzione è fuori discussione.
Anche se Schäuble (l’ha pure ammesso) si trovava molto più a suo agio con i suoi predecessori: Giorgos Papakonstantinou, condannato per falso, Yannis Stournaras, l’architetto dei conti truccati per entrare nell’euro, Ghikas Hardouvelis, il banchiere che portava i soldi in Svizzera.
Come andrà a finire? Non sono nella testa di Schäuble. Ma ho cercato lumi sul Corriere della Sera di ieri e ho fatto una grande scoperta. In un’intera pagina fonti (anonime) dei creditori accusano Tsipras di essere «falsamente di sinistra» e «al servizio degli oligarchi». L’ho raccontato anche in Grecia e ci siamo divertiti molto. Finché le polemiche contro di lui saranno di questo tenore potrà stare tranquillo: sarà al governo per un decennio e oltre.
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lunedì 16 febbraio 2015
Confessioni di un marxista irregolare nel mezzo di una ripugnante crisi economica europea
Il
neoministro Yanis Varoufakis è diventato in pochi giorni una sorta di
icona pop , il personaggio più noto accanto a Alexis Tsipras del governo
di Syriza. Vi propongo grazie a Federico Vernarelli la traduzione di un
suo lungo intervento che aiuta a comprendere il suo punto di vista
sulla crisi e sui compiti della sinistra radicale in Europa. Il testo
originale lo trovate sul blog di Varoufakis. Segnalo che l’editrice Asterios ha meritoriamente pubblicato in Italia il libro di Varoufakis Il Minotauro Globale. Buona lettura!
dal Blog di Maurizio Acerbo
dal Blog di Maurizio Acerbo
Nel maggio 2013 ho avuto il piacere di trattare quest’argomento durante il sesto Subversive Festival di Zagabria. Solo ora sono riuscito a metterlo per iscritto e ad espanderlo per quanto riguarda alcuni aspetti significativi.
- 1. Introduzione. Una confessione radicale
Nel
2008, il capitalismo ha subito la sua seconda grande contrazione a
livello mondiale, causando una reazione a catena che ha sprofondato
l’Europa in una spirale recessiva che sta tuttora minacciando gli
europei con un vortice di depressione permanente, cinismo,
disintegrazione e misantropia.
Negli
scorsi tre anni, mi è capitato di esprimermi sul momento difficile
dell’Europa di fronte a platee estremamente variegate. Migliaia di
dimostranti anti-austerity a Piazza Syntagma ad Atene, staff della
Federal Reserve di New York, europarlamentari dei Verdi al Parlamento
Europeo, analisti della Bloomberg a Londra e New York, studenti nei
sobborghi degradati di Atene e New York, la Camera dei Comuni di Londra,
attivisti di Syriza a Salonicco, proprietari di fondi comuni
d’investimento a Manhattan e a Londra, la lista è lunga tanto quanto la
progressiva ritirata dei leader europei da principi umanisti, e la
ragione di tali interventi continua a persistere. Nonostante
l’eterogeneità delle platee, il messaggio è stato sempre uno: l’attuale
crisi europea non è solamente una minaccia per i lavoratori, per gli
spossessati, per i banchieri, per gruppi particolari, classi sociali o
persino nazioni. No, l’attuale atteggiamento dell’Europa pone una seria
minaccia alla civiltà così come noi oggi la conosciamo.
Se la
mia prognosi è corretta, e la crisi europea non è solamente un’altra
caduta ciclica che verrà presto superata nel momento in cui i tassi di
profitto aumenteranno in seguito all’inevitabile caduta dei salari, la
questione all’ordine del giorno per i pensatori radicali è questa:
dovremmo accogliere questo stallo totale del capitalismo europeo come
un’opportunità per rimpiazzarlo con un sistema migliore? O dovremmo
esserne talmente preoccupati da intraprendere una campagna per
stabilizzare il capitalismo europeo? La mia risposta in questi tre anni è
stata chiara, e la sua sostanza è stata male interpretata dalla
summenzionata lista di diverse platee che ho tentato di influenzare. La
crisi europea è, per come la vedo, gravida non di potenziali alternative
progressiste, ma di forze radicalmente regressive che avrebbero la
capacità di causare un bagno di sangue umanitario estinguendo la
speranza di qualsiasi azione progressista per generazioni a venire.
A causa
di tale teoria, da voci radicali in buona fede, sono stato accusato di
“disfattismo”: un menscevico fuori tempo massimo che si batte senza
sosta a favore di analisi il cui scopo sarebbe quello di salvare un
sistema socio-economico europeo indifendibile. Un sistema che
rappresenta tutto quello che un radicale dovrebbe condannare e
combattere: un’Unione Europea anti-democratica, irreversibilmente
neoliberista, altamente irrazionale, transnazionale, che ha possibilità
praticamente nulle di evolvere in una comunità sinceramente umanista in
cui le nazioni europee possano respirare, vivere e svilupparsi. Questa
critica, lo confesso, mi fa male. E mi fa male perché contiene più di
una parte di verità.
Infatti,
condivido la visione di questa Unione Europea come un’istituzione
fondamentalmente anti-democratica e irrazionale che sta conducendo i
popoli europei verso un sentiero di misantropia, conflitto e recessione
permanente. E mi inchino anche alla critica che io mi sto battendo su
un’agenda che si basa sul presupposto che la sinistra era, e rimanga,
sconfitta in pieno. E così si, in questo senso, mi sento costretto ad
accondiscendere al fatto che vorrei che i miei obiettivi fossero di un
altro tipo; vorrei molto più promuovere un programma la cui ragion
d’essere sia la sostituzione del capitalismo europeo con un differente
sistema più razionale – piuttosto che sforzarsi solamente per
stabilizzare il capitalismo europeo che fa a pugni con la mia
definizione di Buona Società.
A questo
punto, forse può essere pertinente introdurre una seconda confessione:
confessare che… le confessioni tendono sempre ad essere egocentriche. In
effetti, le confessioni sono sempre molto simili a quel che John Von
Neumann una volta disse parlando di Robert Oppenheimer dopo aver sentito
dire che il suo ex direttore nel Manhattan Project si era trasformato
in un attivista contro il nucleare e aveva confessato di sentirsi in
colpa per il suo contributo alla carneficina di Hiroshima e Nagasaki. Le
caustiche parole di John Von Neumann furono: “Sta confessando il peccato per rivendicarne la gloria”.
Grazie
al cielo, non sono Oppenheimer e, di conseguenza, non sarà difficile
evitare di rivendicare vari peccati come tentativo di auto-promozione
ma, piuttosto, come una finestra da cui dare un’occhiata alle mie
visioni di un capitalismo europeo ossessionato dalla crisi,
profondamente irrazionale e ripugnante la cui esplosione, malgrado i
suoi molti mali, dovrebbe essere evitata ad ogni costo. È una
confessione con cui convincere i radicali del fatto che siamo chiamati
ad una missione contraddittoria: arrestare la caduta libera del
capitalismo europeo allo scopo di guadagnare il tempo di cui c’è bisogno
per formulare l’alternativa.
- 2. Perché sono un marxista?
Quando
scelsi il tema della mia tesi di dottorato, nel 1982, scelsi,
intenzionalmente, un argomento altamente matematico e un tema nel quale
il pensiero di Marx era irrilevante. Quando, più tardi, intrapresi la
carriera accademica, come professore in dipartimenti mainstream di
Economia, il contratto implicito tra me e i dipartimenti che mi
offrivano di tenere le lezioni era che avrei trattato quegli argomenti
di teoria economica che non lasciavano spazio a Marx. Alla fine degli
anni Ottanta, a mia insaputa, fui assunto all’Università di Sidney in
modo da far fuori un altro candidato di sinistra. Poi, dopo il mio
ritorno in Grecia nel 2000, unii i miei sforzi a quelli di George
Papandreou, cercando di rimuovere il rischio del ritorno al potere di
una risorgente destra ostinata a far tornare la Grecia in un
atteggiamento di xenofobia (sia per quanto riguardava la politica
interna, con un giro di vite contro i lavoratori migranti, sia in
questioni di politica estera). Così come tutto il mondo sa ora, il
partito del signor Papandreou non solo fallì nel combattere la xenofobia
ma, invece, promosse le più virulenti politiche macroeconomiche
liberiste comandate dai cosiddetti piani di salvataggio dell’Eurozona,
causando involontariamente il ritorno dei nazisti per le strade di
Atene. Nonostante io avessi rassegnato le mie dimissioni come
consigliere del signor Papadreou all’inizio del 2006, e fossi divenuto
uno dei critici più insistenti del governo durante la sua pessima
gestione dell’implosione greca post-2009, i miei interventi nel
dibattito pubblico in Grecia e in Europa (ad esempio la Modesta proposta per risolvere la crisi dell’Euro, della quale sono co-autore e per la quale mi sono battuto) non contenevano la minima traccia di marxismo.
In virtù
di questo lungo sentiero attraverso le università e i dibattiti
politici in Europa, uno potrebbe essere sorpreso dal vedermi tirar fuori
il proverbiale segreto dal cassetto dichiarandomi marxista. Tali
affermazioni non mi giungono naturali. Vorrei poter evitare le
etero-definizioni (ovvero l’essere definiti in base al metodo e alla
visione del mondo di qualcun altro). Marxista, hegeliano, keynesiano,
humiano, sarei naturalmente predisposto a dire che non sono nessuna di
queste cose; che ho trascorso il mio tempo cercando di diventare l’ape
di Francis Bacon: una creatura che raccoglie il nettare da milioni di
fiori e lo trasforma, nel suo stomaco, in qualcosa di nuovo, qualcosa di
personale, un qualcosa che è debitore di ogni singolo fiore ma che non è
definito da nessuno di essi preso singolarmente. Ma, ahimè, questo
sarebbe falso, e dunque non un buon metodo per iniziare una…confessione.
A dire
il vero, Karl Marx è stato responsabile nel formare la mia prospettiva
del mondo in cui viviamo, dalla mia infanzia al giorno d’oggi. Non è
qualcosa di cui parlerei volentieri molto nella buona società odierna
perché la sola menzione della parola che inizia con M estingue ogni
interesse della platea. Ma è una cosa che non ho mai nemmeno negato. In
effetti, dopo alcuni anni trascorsi ad indirizzarmi a platee con le
quali non condividevo il retroterra ideologico, è sorto recentemente in
me un bisogno di parlare candidamente dell’influenza di Marx sul mio
pensiero. Per spiegare il perché, il perché essere un marxista
impenitente, penso che sia importante resistergli con ardore su molti
argomenti. Essere, in altre parole, eretici nel proprio marxismo.
Se la
mia carriera accademica ha largamente ignorato Marx, e i miei attuali
consigli politici sono impossibili da descrivere come marxisti, allora
perché tirar fuori ora il mio marxismo? La risposta è semplice: persino
le mie visioni economiche non-marxiste sono guidate da un assetto
mentale pesantemente influenzato da Marx. Ho sempre pensato che un
teorico sociale radicale possa sfidare il pensiero economico dominante
in due modi diversi: uno è attraverso la strada della critica immanente.
Accettare gli assiomi dominanti e quindi esporne le contraddizioni
interne. Dire: “Non contesto i tuoi presupposti, ma ecco perché le tue
conclusioni non derivano logicamente da quelli”. Questo era, infatti, il
metodo usato da Marx per minare il sistema dell’economia politica
britannica. Marx accettò ogni singolo assioma di Adam Smith e David
Ricardo al fine di dimostrare che, nel contesto delle loro assunzioni,
il capitalismo era un sistema contraddittorio. La seconda strada che un
teorico radicale può perseguire è, ovviamente, quella della costruzione
di teorie alternative a quelle dell’establishment, sperando che esse verranno prese sul serio (che è ciò che gli economisti marxisti del tardo XX secolo stanno facendo).
Il mio
parere su questa doppia alternativa è sempre stato che i poteri in
carica non sono mai perturbati da teorie che partono da assunti diversi
dai propri. Nessun economista dell’establishment presterà mai
attenzione a un modello marxista o neo-ricardiano in questi giorni.
L’unica cosa che può destabilizzare e sfidare seriamente gli economisti mainstream neoclassici
è la dimostrazione dell’inconsistenza dei loro propri modelli. È per
questa ragione che, fin dall’inizio, ho scelto di penetrare nelle
viscere della teoria neoclassica e di non spendere quasi nessuna energia
nel tentativo di sviluppare modelli alternativi, marxisti, di
capitalismo. Le mie ragioni, lo ammetto, erano piuttosto…marxiste[1].
Quando
spinto a commentare il mondo in cui viviamo, in quanto contrario
all’ideologia dominante sul funzionamento dell’economia globale, non
avevo alternative che tornare alla tradizione marxista che aveva
forgiato il mio pensiero sin da quando mio padre, metallurgista, aveva
impresso in me, quando ero ancora bambino, l’importanza dei cambiamenti
tecnologici e delle innovazioni nel processo storico. Come, per esempio,
il passaggio dall’Età del Bronzo a quella del Ferro velocizzò la
storia; come la scoperta dell’acciaio accelerò il tempo storico dieci
volte; e come le tecnologie informatiche basate sul silicio sono
discontinuità storiche e socio-economiche di primaria importanza.
Questo
trionfo costante della ragione umana sulla natura e sui mezzi
tecnologici, che serve anche periodicamente ad esporre l’arretratezza
delle nostre sovrastrutture sociali e delle nostre relazioni, è una
prospettiva insostituibile che devo a Marx. Il suo materialismo storico
fu rinforzato nel modo più interessante e inaspettato. Chiunque abbia
guardato l’episodio di Star Trek Voyager intitolato “In un batter d’occhio”,
riconoscerà una meravigliosa raffigurazione in quarantacinque minuti
del materialismo storico al lavoro: un’impressionante narrazione del
processo per cui lo sviluppo dei mezzi di produzione genera progressi
tecnologici che costantemente mettono in discussione la superstizione e
creano impulsi storici che, in maniera non lineare, generano nuove fasi
della civilizzazione.
Il mio
primo incontro con i testi di Marx avvenne molto presto nella mia vita,
come risultato degli strani tempi in cui mi ritrovai a crescere, con la
Grecia intenta ad uscire dall’incubo della dittatura neofascista del
1967-1974. Quel che attirò la mia attenzione fu l’insuperabile,
affascinante dono di Marx nel ritrarre la storia umana come un’opera
teatrale, in cui la dannazione umana è riscattata da una reale
possibilità di salvezza e da una spiritualità autentica. Leggendo frasi
quali…
“la
moderna società borghese con le sue condizioni borghesi di produzione e
di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, una società che ha evocato
come per incanto così potenti mezzi di produzione e di scambio,
rassomiglia allo stregone che non può più dominare le potenze
sotterranee da lui evocate”. (Il Manifesto del Partito Comunista, 1848)
…sembrava
quasi di presenziare a un incontro fra, da una parte, Faust e il Dottor
Frankestein, e dall’altra, Adam Smith e David Ricardo, nella creazione
di una narrativa popolata da figure (lavoratori, capitalisti,
funzionari, scienziati), che erano gli attori drammatici della Storia,
agenti che combattevano per imbrigliare la ragione e la scienza allo
scopo di rendere più forte l’umanità mentre, contrariamente alle loro
intenzioni, scatenavano forze infernali che usurpavano e sovvertivano la
loro libertà e la loro umanità.
Questa
prospettiva dialettica, in cui ogni cosa genera il suo opposto, e
l’occhio acuto con cui Marx individuava il potenziale per il cambiamento
nelle strutture sociali apparentemente più fisse e immutabili, mi aiutò
a cogliere le grandi contraddizioni dell’epoca capitalista. Dissolveva
il paradosso di un’età che generava le condizioni di benessere più
notevoli e, nello stesso istante, la povertà più nera. Oggi, volgendosi
alla crisi europea, alla crisi di realizzazione americana, alla
stagnazione di lungo termine del capitalismo giapponese, quasi tutti i
commentatori non riescono a cogliere il processo dialettico che si
svolge sotto il loro naso. Riconoscono la montagna di debiti e le
perdite delle banche, ma dimenticano l’altro lato della medaglia, la sua
antitesi: la montagna di risparmi inattivi che sono congelati dalla
paura e che dunque non si convertono in investimenti produttivi.
Un’attenzione marxista alle opposizioni binarie li avrebbe aiutati ad
aprire gli occhi…
Una
delle ragioni principali per cui l’opinione dominante non riesce a fare i
conti con la realtà contemporanea è che non ha mai compreso la tensione
dialettica della produzione congiunta di debiti e surplus, di crescita e
disoccupazione, di benessere e povertà, di spiritualità e depravazione,
per non dire di bene e male, di nuove forme di piacere e di schiavitù,
di libertà e sottomissione: di questo calderone di opposizioni binarie
che gli scritti drammatici di Marx ci indicavano come le risorse
dell’ingegno della Storia.
Fin
dalle mie prime riflessioni come economista, giungendo ad oggi, mi è
sempre parso chiaro come Marx abbia compiuto una scoperta che sarebbe
dovuta rimanere il punto centrale di ogni utile analisi del capitalismo.
Questa scoperta era, ovviamente, quella di un’altra opposizione binaria
intrinseca al lavoro umano. Questo è dotato di due nature differenti:
1) lavoro come creazione di valore (respiro vitale), attività che non
può mai essere specificata o quantificata in anticipo (e per cui
impossibile da mercificare) e, 2) lavoro come quantità (numero di ore di
lavoro), utilizzato per la vendita e trasformato in un prezzo. Ciò è
quel che contraddistingue il lavoro da altre risorse produttive come
l’elettricità: la sua duplice, contraddittoria natura. Una
differenza-contraddizione che gli economisti politici dimenticavano di
fare prima di Marx, e che gli economisti mainstream rifiutano fermamente di accettare tutt’oggi.
Sia
l’elettricità che il lavoro possono essere pensati come merci. Tanto i
datori di lavoro quanto i lavoratori lottano per mercificare il lavoro. I
datori di lavoro usano tutta la loro ingegnosità, e quella dei loro
manager delle risorse umane, per quantificare, misurare e omogeneizzare
il lavoro. Allo stesso tempo i potenziali impiegati si dannano l’anima
in un tentativo ansioso di mercificare il loro potere lavorativo,
scrivendo e riscrivendo i loro curricula per ritrarsi come
fornitori di unità di lavoro quantificabili. E questo è il problema!
Perché se lavoratori e datori di lavoro riuscissero a mercificare
completamente il lavoro, il capitalismo morirebbe. Questa è una
prospettiva senza la quale la tendenza del capitalismo di generare crisi
cicliche non potrà mai venire pienamente compresa, una prospettiva alla
quale nessuno, senza una conoscenza di base del pensiero di Marx, avrà
mai accesso.
- 3. La fantascienza diventa documentario
In un grande classico, il film del 1953 L’invasione degli ultracorpi, gli alieni non ci attaccano frontalmente, a differenza, ad esempio, di quel che accade in La guerra dei mondi di
H.G. Wells. Piuttosto, gli umani sono attaccati dall’interno, fino a
che non rimane nulla della loro anima e delle loro emozioni. I loro
corpi sono tutto ciò che rimane, come gusci che una volta contenevano
una libera volontà e che ora lavorano, attraversano meccanicamente la
vita quotidiana, e funzionano da simulacri umani “liberati”
dall’aleatoria capricciosità della natura umana. Questo processo è
equivalente alla trasformazione necessaria a trasformare il lavoro umano
in una fonte di energia non differente dai semi, dall’elettricità, in
effetti dai robot. Parlando in termini moderni, è quel che sarebbe
accaduto se il lavoro umano fosse diventato perfettamente riducibile a
capitale umano e dunque adatto ad essere inserito nei rozzi modelli
economici.
Provate a
pensarci, ogni singola teoria economica non marxista che tratta gli
impulsi produttivi umani e non-umani come se fossero intercambiabili,
quantità qualitativamente equivalenti, adotta il presupposto che la
de-umanizzazione del lavoro umano sia completa. Ma se tale processo
giungesse mai ad essere completo, il risultato sarebbe la fine del
capitalismo inteso come sistema capace di creare e distribuire valore.
Innanzitutto, una società di simulacri de-umanizzati, o automi,
assomiglierebbe ad un orologio meccanico pieno di ingranaggi e molle,
ognuno con la sua propria funzione, e che nel complesso producono un
“bene”: la misurazione del tempo. Ma se questa società contenesse
nient’altro che automi, la misurazione del tempo non sarebbe un “bene”.
Sarebbe un “prodotto”, certamente, ma perché mai un “bene”? Senza esseri
umani reali a sperimentare il funzionamento dell’orologio, non
potrebbero esserci cose come “beni” o “mali”. Una “società” di automi
sarebbe, così come gli orologi meccanici o dei circuiti integrati, piena
di ingranaggi funzionanti, dimostrando una funzione, una funzione che
però non potrebbe venire descritta né in termini morali, né di valore.
Dunque,
per ricapitolare, se il capitale dovesse mai riuscire nel quantificare, e
dunque nel mercificare completamente, il lavoro, così come prova a fare
in ogni momento, lo prosciugherebbe anche di quell’indeterministica,
recalcitrante libertà umana che permette la generazione del lavoro. La
brillante rivelazione di Marx riguardo l’essenza più profonda delle
crisi capitaliste era precisamente questa: maggiore sarà il successo del
capitalismo nel convertire il lavoro in una merce, minore sarà il
valore che ogni unità genererà, minore il profitto e, infine, più vicina
la prossima odiosa recessione sistemica dell’economia. Il ritratto
della libertà umana intesa come categoria economica è un aspetto unico
del pensiero di Marx, rendendo possibile una peculiare e astute
interpretazione drammatica e analitica della propensione del capitalismo
a piombare nella recessione, persino nella depressione, a partire dalle
fasi più sfrenate di crescita.
Quando
Marx scriveva che il lavoro era il fuoco vivente che dava forma alle
cose, la transitorietà delle cose, la loro temporalità, stava fornendo
il più grande contributo che ogni economista abbia mai dato alla nostra
comprensione della profonda contraddizione sepolta dentro il DNA del
capitalismo. Quando ritraeva il capitale come “una forza cui
dobbiamo sottometterci…che sviluppa un’energia cosmopolita, universale,
che oltrepassa ogni limite e rompe ogni legame, e si pone come unica
regola, unica universalità, solo limite e solo legame”[2],
stava evidenziando la realtà per cui il lavoro può essere comprato
tramite capitale liquido (denaro), nella sua forma di merce, ma porta
sempre dentro di sé un desiderio ostile al capitalista compratore. Ma
Marx non stava solamente facendo un’affermazione psicologica, filosofica
o politica. Stava, piuttosto, fornendo una ragguardevole analisi del
perché nel momento in cui il lavoro (inteso come attività non
quantificabile) si spoglia di tale ostilità, diviene sterile, incapace
di produrre valore.
In un
momento in cui i neoliberisti hanno invischiato la maggior parte delle
persone nei loro tentacoli teoretici, rigurgitando incessantemente
l’ideologia del miglioramento della produttività del lavoro allo scopo
di aumentare la competitività e creare così “crescita” e così via, le
analisi di Marx offrono un potente antidoto. Il capitale non potrà mai
vincere nella sua lotta per trasformare il lavoro in una risorsa
infinitamente elastica e meccanizzata senza distruggere sé stesso.
Questo è ciò che né i neoliberisti né i keynesiani comprenderanno mai! “Se l’intera classe dei salariati venisse annichilita dai macchinari” scriveva Marx, “quanto terribile sarebbe ciò per il capitale che, senza lavoro salariato, cesserebbe di essere quello che è”[3]. Quanto
più il capitale si avvicina alla sua vittoria finale sul lavoro, tanto
più la nostra società si fa somigliante a quella di un altro film di
fantascienza. Un film che era stato presagito proprio da Karl Marx: Matrix.
Ciò che è unico in Matrix è che, in esso, la ribellione dei nostri manufatti non è un semplice caso di uccisione del padre creatore. A differenza della Cosa
di Frankestein, che aggredisce irrazionalmente gli esseri umani a causa
della sua assoluta angoscia esistenziale, o delle macchine della serie
di Terminator, che vogliono solamente sterminare tutti gli umani per consolidare il loro futuro dominio sul pianeta, in Matrix l’emergente
impero delle macchine vuole conservare l’esistenza umana per i propri
fini: mantenerci in vita in quanto risorsa primaria. L’Homo sapiens, nonostante
abbia inventato la schiavitù umana, e nonostante la nostra storia senza
precedenti nell’infliggere orrori indicibili ai nostri consanguinei,
non avrebbe mai potuto neppure immaginare il ruolo spregevole che le
macchine ci assegnano in Matrix: bloccati in apparecchiature
che ci immobilizzano per risparmiare energia, le macchine ci
sottopongono ad alimentazione forzata con una miscela di sostanze
nutrienti nauseabonde volte a intensificare la produzione di calore.
Ad ogni
modo, ben presto le macchine scoprono che gli umani non durano a lungo
una volta che il loro spirito è spezzato e la loro libertà infranta. Il
nostro curioso bisogno di libertà minaccia l’efficacia dei loro impianti
a energia umana. Così, le macchine ci imprigionano in quella che Marx
avrebbe chiamato “falsa coscienza”. Non instillano nei nostri corpi
solamente sostanze nutrienti, ma anche le illusioni che il nostro
spirito brama. Ingegnosamente, attaccano degli elettrodi ai nostri crani
con i quali percepiscono, direttamente nel nostro cervello, la vita
virtuale, ma profondamente realistica che, come umani, vorremmo vivere.
Mentre i nostri corpi sono brutalmente attaccati ai loro generatori di
potenza, alimentandoli con l’elettricità scaturita dal calore dei nostri
corpi, il software delle macchine noto come Matrix riempie le
nostre menti con visioni di una vita immaginaria, illusoria, ma
verosimile e “normale”. In questo modo i nostri corpi, ignari della
realtà, possono vivere per decenni, tutto a vantaggio delle macchine che
possono così generare l’energia bastante per sostenere la loro nuova
civiltà. L’oblio dell’umanità costituisce così un fattore cruciale per
la produzione dell’economia di Matrix.
“Le macchine hanno acquisito il dominio sul lavoro umano e sui suoi prodotti”[4],
così Marx descriveva l’ascesa delle macchine, un incrocio fra un’antica
tragedia greca e una shakespeariana che si svolgeva sullo sfondo di una
rivoluzione industriale in cui i pochi possedevano le macchine e i
molti le facevano lavorare. Il punto centrale di Marx era che,
nell’universo del capitale, siamo già trans-umani. Matrix non è
futurologia. È parte della nostra realtà già da un pezzo! È il miglior
documentario possibile sulla nostra era o, per essere precisi, sulla
tendenza della nostra era a cancellare dal lavoro umano tutte quelle
caratteristiche che gli impediscono di diventare pienamente flessibile,
perfettamente quantificato, infinitamente divisibile. Quanto a Marx il
suo ruolo è stato quello di fornirci l’opzione della pillola rossa[5];
una possibilità per guardare in faccia, senza le rassicuranti illusioni
dell’ideologia borghese, la squallida realtà di un sistema che produce
crisi e deprivazione ogni giorno, intenzionalmente e non certo per caso.
Leggete qualsiasi manuale di management,
qualsiasi articolo in qualsiasi rivista accademica di economia,
qualsiasi documento prodotto dall’Unione Europea sull’istruzione, sulla
scuola, sull’università, i programmi di innalzamento della produttività,
sulla competitività eccetera. Capirete immediatamente che stiamo già
vivendo nella nostra versione di Matrix. Gli inesorabili sforzi
del capitale di quantificare e usurpare il lavoro hanno infestato tutti
questi documenti, che sponsorizzano una società in cui le persone
aspirino a divenire automi. Un’ideologia la cui estensione programmatica
è la trasformazione del lavoro umano in una versione di energia termica
che permetta alle macchine maggiori margini di funzionamento e la
costruzione di altre macchine che, tragicamente, mancheranno di ogni
capacità di generare…valore.
In questo senso, la nostra Matrix può
essere solo provvisoria poiché più si avvicina alla perfetta versione
del film più probabile è lo scatenamento di una crisi di dimensioni
catastrofiche, e, con il precipitare dei valori economici, il
sopraggiungere di una Grande Recessione, e il ruolo delle macchine è
rovesciato quando gli investimenti in esse divengono negativi. Da questa
prospettiva marxiana, tornando nuovamente al film, il gruppo di uomini
liberati nel cuore della società delle macchine (che guidano la
risorgenza degli esseri umani) simbolizza la resistenza umana al
diventare capitale umano; l’irriducibile ostilità intrinseca nei
confronti della quantificazione che rimane insita nei cuori e nelle
menti persino di coloro che spendono tutte le loro energie nel cercare
di mercificarsi per conto dei propri datori di lavoro. L’ironia
deliziosa in tutto ciò è che proprio quest’ostilità che il capitale
tenta di sradicare nel lavoro è proprio ciò che rende il lavoro capace
di produrre valore e permette al capitale di accumularsi.
- 4. Cos’ha fatto Marx per noi?
In
un’occasione Paul Samuelson denigrò Marx chiamandolo un seguace minore
di Ricardo. Quasi ogni scuola di pensiero, compresi alcuni economisti
progressisti, vorrebbe far finta che, nonostante Marx sia stato una
figura carismatica, molto poco, se non niente del tutto, dei sui
contributi rimanga rilevante al giorno d’oggi. Mi sia consentito di
dissentire.
Oltre
all’aver individuato il dramma fondamentale della dinamica capitalista
(vedere la precedente sezione), Marx mi ha fornito gli strumenti con cui
divenire immune dalla propaganda tossica dei nemici neoliberisti della
vera libertà e razionalità. Ad esempio, l’idea che la ricchezza sia
prodotta privatamente e quindi fatta oggetto di appropriazione da parte
di uno stato quasi illegittimo attraverso la tassazione è un’idea cui è
facile soccombere se non si è fatti i conti con l’acuta osservazione di
Marx per cui è vero esattamente il contrario: la ricchezza è prodotta
collettivamente e quindi fatta oggetto di appropriazione privata
attraverso le relazioni sociali di produzione e i diritti di proprietà
che si basano, per la loro riproduzione, quasi esclusivamente sulla
falsa coscienza. Vale lo stesso per il concetto di “autonomia” che suona
così bene nel nostro mondo “postmoderno”. Anch’essa è prodotta
collettivamente, attraverso la dialettica del mutuo riconoscimento, e
quindi fatta oggetto di privatizzazione. Se solo Marx fosse stato preso
sul serio (dai marxisti prima ancora che dai suoi detrattori, deve
essere detto), molta dell’aria fritta prodottasi nella storia degli
annali degli studi culturali sarebbe stata evitata.
Phil Mirowski ha recentemente[6]
sottolineato, in maniera piuttosto convincente, il successo dei
neoliberisti nel convincere vasti strati di persone che il mercato non
sia solamente un mezzo utile, ma anche un inalienabile fine in sé. Che
mentre l’azione collettiva e le istituzioni pubbliche non sono mai
capaci di fare la cosa giusta, le operazioni senza restrizioni
dell’interesse privato decentralizzato generano una sorta di laica
provvidenza divina che garantisce la produzione non solo dei risultati
voluti, ma anche dei desideri, dell’indole, dell’etica voluta perfino.
Il miglior esempio della grossolanità neoliberista è ovviamente, il
dibattito sul cambiamento climatico e su cosa fare per fermarlo. I
neoliberisti si sono affrettati ad argomentare che, se proprio si deve
fare qualcosa, è necessario che questo qualcosa prenda la forma di una
sorta di mercato degli “scarti” (come, ad esempio, un mercato di scambio
delle emissioni) poiché solamente i mercati sanno come valutare
appropriatamente i beni e gli scarti. Per capire sia perché una tale
soluzione sia destinata a fallire sia, cosa più importante, da dove
giunge la motivazione di certe soluzioni, è sufficiente acquisire un
minimo di familiarità con la logica di accumulazione del capitale
sottolineata da Marx e che Michal Kalecki ha adattato ad un mondo
governato da oligopoli connessi tra loro.
Nel XX
secolo i due movimenti politici che affondavano le loro radici nel
pensiero di Marx erano i partiti comunisti e quelli socialdemocratici.
Entrambi, in aggiunta ai loro altri errori (e persino crimini)
fallirono, a loro danno, nel seguire la guida di Marx su una questione
cruciale: invece di imbracciare libertà e razionalità come loro parole
d’ordine e concetti organizzativi, optarono per uguaglianza e giustizia,
lasciando la libertà al campo dei neoliberisti. Marx era irremovibile:
il problema del capitalismo non è la sua ingiustizia, ma la sua
irrazionalità, perché condanna intere generazioni alla miseria e alla
disoccupazione e trasforma persino i capitalisti stessi in automi
oppressi dall’angoscia, resi schiavi dalle macchine che nominalmente
possiedono, costretti a vivere nella perenne paura di cessare di essere
capitalisti, a meno di non riuscire a mercificare completamente gli
altri umani in modo da sottoporli più efficientemente al servizio
dell’accumulazione di capitale.
Così, se il capitalismo appare ingiusto è solo perché schiavizza tutti alla maniera di Matrix, siano
essi lavoratori o capitalisti; sperpera risorse naturali ed umane;
produce in seria infelicità, schiavitù e crisi dalla stessa catena
produttiva che genera notevoli innovazioni e benessere mai visto prima.
Avendo fallito nell’accennare ad una critica del capitalismo in termini
di libertà e razionalità, cosa che Marx riteneva fondamentale, la
socialdemocrazia e la sinistra in generale ha permesso ai neoliberisti
di usurpare il testimone della libertà e di ottenere un trionfo decisivo
sul campo culturale e ideologico[7].
Rimanendo
sulla questione del trionfo neoliberista, forse la sua dimensione più
significativa è quella del cosiddetto “deficit democratico”. Fiumi di
lacrime di coccodrillo sono stati versati sul declino delle nostre
grandi democrazia negli scorsi tre decenni di finanziarizzazione e
globalizzazione. Marx avrebbe deriso fragorosamente e a lungo coloro che
sembrano sorpresi, o turbati, dal “deficit democratico”. Quale era il
grande obiettivo del liberalismo del XIX secolo? Era, così come Marx non
si stancò mai di far notare, la separazione della sfera economica da
quella politica e il confino della politica nella seconda, lasciando la
sfera economica al capitale. Ciò che stiamo osservando oggi non è altro
che lo splendido successo del liberalismo nell’ottenere quest’obiettivo a
lungo perseguito. Date un’occhiata al Sudafrica odierno, più di
vent’anni dopo che Mandela è stato liberato e che la sfera politica ha
abbracciato, finalmente, l’intera popolazione. La difficile situazione
dell’ANC è stata quella per cui per poter dominare la sfera politica
doveva accettare l’impotenza su quella economica. E se la pensate in
un’altra maniera, vi suggerisco di parlare con le decine di minatori
uccisi a colpi di fucile dalle guardie armate pagate dai loro padroni
dopo che avevano osato chiedere un aumento di paga.
- 5. Perché eretico? I due errori imperdonabili di Marx
Avendo
spiegato perché devo ogni comprensione del nostro mondo sociale che io
possa avere principalmente a Karl Marx, voglio ora spiegare perché sono
terribilmente arrabbiato con lui. In altre parole, vorrei sottolineare
come mai sono per scelta un marxista eretico, dissenziente. Questi
errori sono importanti in questo contesto perché ostacolano l’efficacia
della sinistra nell’organizzarsi contro la misantropia, in particolar
modo in Europa.
Il primo
errore di Marx, che suggerisco sia dovuto a un’omissione, è il fatto
che egli sia stato insufficientemente dialettico, insufficientemente
riflessivo. Ha fallito nel dedicare una riflessione sufficiente, e nel
mantenere un silenzio giudizioso, sull’impatto delle sue stesse teorie
sul mondo riguardo al quale stava teorizzando. La sua teoria è
narrativamente eccezionalmente potente, e Marx era consapevole di questo
potere. Come mai non si preoccupò del fatto che i suoi discepoli,
persone con una capacità di comprensione di queste potenti idee migliori
di quella del lavoratore medio, potessero utilizzare il potere dato
loro per abusare dei propri compagni, per costruire la loro personale
base di potere, per guadagnare posizioni di influenza, per approfittare
di studenti impressionabili eccetera?
Per
fornire un secondo esempio, sappiamo che il successo della Rivoluzione
Russa costrinse il capitalismo, a tempo debito, a compiere una ritirata
strategica e a concedere piani previdenziali, servizi sanitari
nazionali, e persino l’idea di costringere i ricchi a pagare affinché
masse di poveri studenti potessero studiare in scuole e università
costruite per gli scopi dei liberali. Allo stesso tempo, abbiamo anche
visto come la rabbiosa ostilità nei confronti dell’Unione Sovietica,
rivelatasi in un primo tempo con una serie di invasioni, diffuse la
paranoia tra i socialisti e creò un clima di paura che si rivelò
particolarmente fertile per figure come Joseph Stalin e Pol Pot. Marx
non vide mai il realizzarsi di questo processo dialettico. Semplicemente
non considerò la possibilità che la creazione di uno stato dei
lavoratori avrebbe indotto il capitalismo a divenire più civilizzato
mentre lo stato dei lavoratori sarebbe stato infetto dal virus del
totalitarismo e l’ostilità del resto del mondo (capitalista) verso di
esso sarebbe cresciuta sempre più.
Il
secondo errore di Marx, quello che considero di commissione, è peggiore.
È stata la sua supposizione che la verità sul capitalismo avrebbe
potuto essere scoperta nella matematica dei suoi modelli (i cosiddetti
‘schemi di riproduzione’). Questo è stato il peggior servizio che Marx
avrebbe mai potuto fornire al suo stesso sistema teoretico. L’uomo che
ci ha insegnato a considerare la libertà umana un concetto economico
fondamentale, lo studioso che ha elevato l’indeterminazione radicale al
posto che le spettava all’interno dell’economia politica, è stato lo
stessa persona che ha finito con il dilettarsi con semplicistici modelli
algebrici, nei quali le unità del lavoro erano, ovviamente, interamente
quantificate, sperando contro ogni previsione di evincere da queste
equazioni altre intuizioni sul capitalismo. Dopo la sua morte, gli
economisti marxisti hanno sprecato intere carriere indulgendo in simili
tipi di meccanismi scolastici, facendo la fine di quello che Nietzsche
una volta descrisse come “pezzi di meccanismo mal funzionanti”. Immersi
completamente in dibattiti irrilevanti sul problema della trasformazione
e sul cosa fare in proposito, sono diventati alla fine una specie
pressoché estinta, mentre la devastante furia neoliberista distruggeva
ogni dissenso sul suo sentiero.
Come ha
potuto Marx illudersi così? Perché non ha capito che nessuna verità sul
capitalismo può venir fuori da qualsivoglia modello matematico per
quanto brillante possa essere il modellista? Non aveva forse gli
strumenti intellettuali necessari a comprendere che la dinamica
capitalista viene fuori da quella parte non quantificabile del lavoro
umano, ovvero da una variabile che non può mai venire definita
matematicamente? Ovviamente li aveva, poiché li aveva forgiati lui
stesso! No, la ragione del suo errore è un po’ più sinistra: proprio
come gli economisti volgari che aveva così brillantemente ammonito (e
che continuano a dominare i dipartimenti di Economia oggigiorno), egli
bramava il potere che la prova matematica poteva dargli.
Se ho
ragione, Marx sapeva quel che stava facendo. Capiva, o aveva la capacità
di capire, che una teoria comprensiva del valore non poteva essere
contenuta in un modello matematico della crescita, di un’economia
capitalista dinamica. Era, non ho dubbi in proposito, consapevole del
fatto che una corretta teoria economica doveva rispettare il detto di
Hegel per cui “le regole su ciò che è indeterminato sono esse stesse
indeterminate”. In termini economici questo significa riconoscere che il
potere del mercato, e quindi la capacità di ottenere profitto, dei
capitalisti non è necessariamente riducibile alla loro capacità di
estrarre lavoro dai loro salariati; che alcuni capitalisti possono
estrarre di più da un bacino dato di manodopera o da una data comunità
di consumatori per ragioni che sono esterne alla teoria economica.
Ma,
ahimè, questo riconoscimento sarebbe equivalso all’ammettere che le sue
‘leggi’ non erano immutabili. Avrebbe dovuto riconoscere nei confronti
delle voci a lui avverse nel movimento sindacale che la sua teoria era
indeterminata e, quindi, che le sue affermazioni non potevano essere in
maniera ultimativa e non ambigua corrette, ma piuttosto perennemente
provvisorie. Ma Marx provava un irrefrenabile impulso a domare persone
come Citizen Weston[8]
che osava preoccuparsi del fatto che un innalzamento dei salari
(acquisito attraverso azioni di sciopero) avrebbe potuto rivelarsi una
vittoria di Pirro se i capitalisti avessero di conseguenza alzato i
prezzi. Invece di limitarsi a argomentare contro persone come Weston,
Marx era determinato a provare con precisione matematica che esse
avessero torto e che fossero non scientifiche, volgari, non degne di una
serie attenzione.
Questi
erano i tempi in cui Marx aveva capito, e confessato, di aver sbagliato
sul versante del determinismo. Una volta passato alla stesura del terzo
volume del Capitale aveva capito che, persino una minima
variazione (ad esempio l’ammettere differenti gradi di intensità del
capitale in differenti settori) avrebbe confutato la sua argomentazione
contro Weston. Ma egli era così dedito al proprio monopolio sulla verità
che passò sopra la questione, in maniera stupefacente ma troppo brusca,
imponendo per legge l’assioma che avrebbe, alla fine, difeso la sua
dimostrazione originale; quello che avrebbe inferto il colpo fatale a
Citizen Weston. Strani sono i rituali della fatuità e tristi sono quando
portati avanti da menti eccezionali, quali Karl Marx e un numero
considerevole di suoi discepoli del XX secolo.
Quest’ossessione
nell’ottenere un modello “completo”, “concluso”, la “parola finale”, è
una cosa che non posso perdonare a Marx. Si rivelò, alla fine,
responsabile di una gran quantità di errori e, ancora di più, di
autoritarismo. Errori e autoritarismo che sono largamente responsabili
dell’odierna impotenza della sinistra intesa come forza del bene e di
controllo sugli abusi dei concetti di ragione e libertà perpetrati oggi
dalla ciurmaglia neoliberista.
- 6. L’idea radicale del signor Keynes
Keynes
era un nemico della sinistra. Amava il sistema di classe che l’aveva
generato, non voleva avere nulla a che fare (personalmente) con la
marmaglia delle classi inferiori, e lavorava duramente e diligentemente
allo scopo di produrre idee che avrebbero permesso al capitalismo di
sopravvivere contro la sua stessa propensione verso potenziali pulsioni
di morte. Spirito libero, aperto di mente, pensatore liberale e
borghese, Keynes aveva il raro dono di non tirarsi indietro da sfide ai
suoi stessi presupposti. Nel bel mezzo della Grande Depressione, fu
abbastanza felice di liberarsi dalla tradizione di Marshall che
costituiva la sua eredità. Notando che più la disoccupazione cresceva
più bassi divenivano i salari, e che gli investimenti rifiutavano di
aumentare persino dopo un lungo periodo di tassi zero di interesse, fu
pronto a strappare il “libro di testo” e a riconsiderare i destini del
capitalismo.
La sua
revisione radicale doveva iniziare da qualche parte. Iniziò quando
Keynes ruppe i ranghi dei suoi colleghi facendo l’impensabile:
riprendendo il dibattito tra David Ricardo e Thomas Malthus e prendendo
le parti dell’ecclesiastico. In maniera tutt’altro che ambigua, durante
la Grande Depressione, scrisse: “Se solo Malthus, piuttosto che
Ricardo, fosse stato il capostipite di tutti gli economisti del XIX
secolo, che posto più saggio e più ricco sarebbe il mondo oggi!”[9]
Con quest’affermazione provocatoria, Keynes non stava adottando né la
posizione di Malthus a favore dei redditieri aristocratici né le sue
visioni teologiche sul potere redentore della sofferenza[10]. Piuttosto, Keynes abbracciava lo scetticismo di Malthus per quanto riguardava a) l’opportunità di ricercare una teoria del valore che fosse compatibile con la complessità e la dinamicità
del capitalismo e b) la convinzione di Ricardo, che più tardi condivise
anche Marx, che una persistente depressione sia incompatibile con il
capitalismo.
Perché
Keynes non converse in direzione della posizione di Marx, che dopotutto
era stato il primo economista politico a spiegare le crisi come
costitutive del processo capitalistico? Perché la Grande Depressione non
era come le altre crisi del tipo che Marx aveva descritto così bene.
Nel primo volume del Capitale Marx racconta la storia di
cicliche recessioni redentrici dovute alla doppia natura del lavoro e
che generano periodi di crescita che contengono in sé l’ennesimo crollo
che, a sua volta, causa la successiva ripresa, e così via. Ma non c’era
nulla di redentore nella Grande Depressione. La crisi degli anni Trenta
era semplicemente questo: una crisi che si comportava come un equilibrio
statico – uno stato economico che sembrava perfettamente capace di
perpetuarsi, con la ripresa anticipata che rifiutava testardamente di
apparire all’orizzonte persino dopo che i tassi di profitto risalirono
in risposta al collasso dei salari e dei tassi d’interesse.
Il cuore
della scoperta di Keynes sul capitalismo era duplice: A) era un sistema
intrinsecamente indeterminato, che presentava quella che gli economisti
di oggi chiamerebbero un’infinità di equilibri multipli, alcuni dei
quali erano coerenti con la disoccupazione endemica di massa, e B)
sarebbe potuto precipitare in uno di questi terribili equilibri in un
batter d’occhio, in maniera imprevedibile senza ragione alcuna,
solamente a causa del timore di una porzione significativa di
capitalisti per un tale evento.
Per
dirla semplicemente, ciò significa che, riguardo alla predizione delle
depressioni e del loro superamento da parte delle forze del mercato,
“che ci venga un colpo se ne possiamo sapere qualcosa!”. Significa che
non abbiamo nessun modo per sapere ciò che il capitalismo farà
l’indomani persino quando, nel presente, sembra rinforzarsi sempre più.
Che potrebbe benissimo precipitare all’improvviso e rifiutarsi di
alzarsi nuovamente. La nozione degli “spiriti animali” di Keynes
rappresentò un’idea estremamente radicale, in grado di catturare la
radicale indeterminazione del cuore del meccanismo capitalista. Un’idea
introdotta per la prima volta da Marx, con le sue analisi sulla natura
dialettica del lavoro, ma che, nel processo di scrittura del Capitale, abbandonò in modo da stabilire i suoi teoremi come prove matematiche e indiscutibili. Di tutti i passaggi della Teoria Generale di
Keynes questa idea, quella della capricciosità autodistruttiva del
capitalismo, è quella che dobbiamo recuperare e utilizzare per
radicalizzare nuovamente il marxismo.
- 7. La lezione della signora Thatcher per i radicali europei di oggi
Mi
trasferii in Inghilterra per frequentare l’università nel settembre
1978, più o meno sei mesi prima della vittoria della signora Thatcher
che cambiò per sempre il Regno Unito. La visione della disintegrazione
del governo laburista, sepolto sotto il peso del suo programma
socialdemocratico degenerato, mi condusse a un errore fatale: il pensare
che forse la vittoria della signora Thatcher sarebbe stata una buona
cosa, perché avrebbe apportato alla classe media e alla classe operaia
britannica il breve e violento shock necessario a rinvigorire le
politiche progressiste, dando alla sinistra una chance di ripensare le
proprie posizioni e di creare un’agenda nuova, radicale, per un nuovo
genere di efficaci politiche progressiste.
Persino
quando la disoccupazione raddoppiò e quindi triplicò, sotto l’effetto
dei radicali interventi neoliberisti della signora Thatcher, continuai a
nutrire la speranza che Lenin avesse ragione: “le cose devono
peggiorare perché possano migliorare”. Mentre l’esistenza si faceva più
dura, e, per molti, più breve, realizzai di essere tragicamente in
errore: le cose potevano peggiorare in perpetuo, senza migliorare mai.
La speranza che il deterioramento dei beni pubblici, la diminuzione
degli standard di vita della maggioranza, la diffusione della povertà in
ogni angolo del paese potessero condurre, automaticamente, ad una
rinascita della sinistra era appunto solo questo: speranza!
La
realtà si stava rivelando, invece, tragicamente differente. A ogni giro
di vite della recessione, la sinistra si ripiegava sempre più su se
stessa, meno capace di produrre una convincente agenda progressista e,
nel frattempo, la classe operaia si divideva fra coloro che venivano
emarginati dalla società e coloro che venivano cooptati del nuovo
assetto neoliberista. Il concetto per cui un peggioramento delle
condizioni oggettive avrebbe in qualche modo dato vita a condizioni
soggettive tali per cui da esse sarebbe sorta una nuova rivoluzione
politica era assolutamente fasullo. Tutto ciò che venne fuori dal
thatcherismo furono trafficoni, finanziarizzazione estrema, il trionfo
dei supermercati sui negozi di quartiere, la feticizzazione della casa
e… Tony Blair.
Invece
di radicalizzare la società britannica, la recessione così attentamente
pianificata dal governo della signora Thatcher, come parte della sua
guerra di classe contro il lavoro organizzato e contro le pubbliche
istituzioni di sicurezza sociale e redistribuzione che erano state
fondate subito dopo la guerra, distrusse permanentemente la possibilità
stessa di politiche radicali e progressiste nel Regno Unito. Infatti,
rese inconcepibile la stessa nozione di valori che trascendessero ciò
che il mercato determinava come “giusto” prezzo.
L’amara
lezione che mi impartì la signora Thatcher sulla capacità di una
recessione di lungo termine di minare le politiche progressiste e di
instillare la misantropia nelle fibre della società, è una lezione che
porto con me nel mezzo dell’odierna crisi europea. È, infatti, ciò che
determina più di ogni altra cosa la mia posizione in relazione alla
crisi dell’Euro che ha occupato il mio tempo e il mio pensiero in
maniera quasi esclusiva in questi ultimi anni. Ed è la ragione per cui
sono felice di confessare il peccato che mi viene attribuito dai critici
radicali della mia posizione “menscevica” sull’Eurozona: il peccato di
scegliere di non proporre programmi politici radicali al fine di
sfruttare la crisi dell’Euro come un’opportunità per rovesciare il
capitalismo europeo, di smantellare l’odiosa Eurozona e di colpire al
cuore l’Unione Europea dei cartelli economici e dei banchieri corrotti.
Si, mi
farebbe piacere porre una tale agenda radicale come prioritaria. Ma, no,
non sono pronto a commettere lo stesso errore due volte. Che vantaggi
abbiamo ottenuto nel Regno Unito nei primi anni Ottanta nel promuovere
un programma di cambiamento socialista che la società britannica
disprezzava mentre cadeva a capofitto nella trappola neoliberista della
signora Thatcher? Nessuno. Che bene ne deriverebbe oggi dal predicare lo
smantellamento dell’Eurozona, dell’Unione Europea stessa, quando il
capitalismo europeo sta facendo tutto il possibile per smantellare
l’Eurozona, l’Unione Europea, se stesso persino?
Un’uscita
greca, portoghese o italiana dall’Eurozona si trasformerebbe ben presto
in una frammentazione del capitalismo europeo, producendo una regione
in forte recessione a est del Reno e a nord delle Alpi, mentre il resto
dell’Europa giacerebbe in una palude senza scampo di stagnazione
economica e inflazione. Chi pensate trarrebbe profitto da questa
situazione? Una sinistra progressista, risorgente dalle ceneri delle
pubbliche istituzioni europee come una fenice? O i nazisti di Alba
Dorata, i neofascisti vari, gli xenofobi e i maneggioni? Non ho
assolutamente dubbi in proposito. Non sono pronto a spingere per la
realizzazione di questa versione postmoderna degli anni Trenta. Se
questo significa che è compito nostro, dei marxisti eretici, salvare il
capitalismo europeo da se stesso, così sia. Non per amore o
apprezzamento del capitalismo europeo, dell’Eurozona, di Bruxelles o
della Banca Centrale Europea, ma solo perché vogliamo minimizzare i
superflui tributi umani a questa crisi; le innumerevoli vite le cui
prospettive sarebbero ulteriormente distrutte senza un qualsiasi
beneficio per le future generazioni in Europa.
- 8. Conclusione: quale è il compito dei marxisti?
Le élite
europee si stanno comportando oggi come una sventurata compagnia di
leader incompetenti che non capisce nulla né della natura della crisi
cui sta presiedendo né delle sue implicazioni per il loro stesso destino
– per non parlare di quello del futuro della civiltà europea. Spinti
dai loro istinti atavici, i leader europei stanno scegliendo di
saccheggiare le ricchezze in diminuzione dei poveri e degli sfruttati
allo scopo di turare le voragini provocate dai loro banchieri falliti,
rifiutando di accettare l’impossibilità del tentativo. Dopo aver creato
un’unione monetaria che A) ha rimosso dalla macroeconomia europea tutti i
possibili strumenti in grado di attutire gli shock e B) ha assicurato
che, all’arrivo dello shock, questo sarebbe diventato di enormi
proporzioni, si stanno prodigando nel negare la realtà, sperando,
irrazionalmente, in qualche miracolo provocato dagli dei dopo il
sacrificio di un numero sufficiente di vite umane sull’altare
dell’austerità e della competizione.
Ogni
volta che gli ufficiali giudiziari della troika visitano Atene, Dublino,
Lisbona, Madrid; a ogni pronunciamento della Banca Centrale Europea o
della Commissione Europea sulla prossima fase dell’austerity che
dovrà essere messa in pratica da Parigi o da Roma, tornano in mente le
parole di Bertolt Brecht: “la forza bruta è passata di moda. Perché
mandare sicari prezzolati quando gli ufficiali giudiziari possono fare
lo stesso lavoro?”. Il punto è: come resistergli?
Sempre
consapevole della colpa collettiva della sinistra per il feudalesimo
industriale cui abbiamo condannato per decenni milioni di persone in
nome di…politiche progressiste, vorrei nonostante questo formulare un
parallelo tra l’Unione Sovietica e l’Unione Europea. Nonostante le loro
grandi differenze, esse hanno una cosa in comune: l’uniforme linea di
partito che scorre senza soluzione di continuità dal vertice (il
Politburo o la Commissione) alla base (ogni giovane ministro di ogni
Stato membro, o ogni commissario di infima importanza, che ripete a
pappagallo le stesse futilità). Sia l’apparato dell’Unione Sovietica che
quello dell’Unione Europea condividono una determinazione da setta
religiosa ad accettare i fatti solamente se concordi con le profezie e i
loro testi sacri. Il signor Olli Rehn, ad esempio, che è il membro
della Commissione Europea responsabile delle questioni economiche e
finanziarie, recentemente ha avuto l’audacia di accusare il Fondo
Monetario Internazionale per aver rivelato alcuni errori nel calcolo dei
moltiplicatori fiscali dell’Eurozona perché una tale rivelazione “minava la fiducia dei cittadini europei nelle loro istituzioni”. Neppure Leonid Breznev avrebbe osato fare pubblicamente una tale dichiarazione!
Con le
élite europee allo sbando, volte a negare la realtà con le teste sotto
la sabbia come gli struzzi, la sinistra deve ammettere che,
semplicemente, non siamo pronti a colmare il baratro che un capitalismo
europeo al collasso aprirà con un sistema socialista funzionante, capace
di creare benessere condiviso per le masse. Il nostro obiettivo deve
quindi essere duplice: portare avanti un’analisi del corrente stato
delle cose che i non-marxisti, ossia gli europei sedotti in buona fede
dalle sirene del neoliberismo, possano trovare condivisibile. E dar
seguito a questa solida analisi con proposte per stabilizzare l’Europa –
per porre fine alla spirale recessiva che, alla fine, rinforzerà
solamente gli intolleranti e incuberà le uova dei serpenti.
Ironicamente, noi che aborriamo l’Eurozona abbiamo l’obbligo morale di
salvarla!
Questo è quello che abbiamo cercato di fare con la nostra Modesta proposta[11]. Indirizzandoci
a platee eterogenee che vanno dagli attivisti radicali ai gestori dei
fondi speculativi, l’idea è quella di creare alleanze strategiche
persino con persone di destra con le quali condividiamo un semplice
interesse: un interesse nel porre fine al circolo vizioso tra austerità e
crisi, tra stati in bancarotta e banche in bancarotta; un circolo
vizioso che danneggia tanto il capitalismo quanto ogni programma
progressista in grado di rimpiazzarlo. Questa è la ragione per cui
difendo i miei tentativi per arruolare alla causa della Modesta proposta gente come i giornalisti di Bloomberg e del New York Times, membri conservatori del Parlamento inglese, finanzieri che sono preoccupati dalla tragica situazione dell’Europa.
Il
lettore mi concederà di concludere con due confessioni finali. Mentre
sono felice di difendere come sinceramente radicale lo scopo del
programma per stabilizzare il sistema che propongo, non pretendo
comunque di esserne entusiasta. Questo è quel che dobbiamo fare, spinti
dalle circostanze odierne, ma mi dispiace dover dire che probabilmente
non farò in tempo a vedere adottato un programma più radicale. Infine,
una confessione di natura più strettamente personale: io so di
correre il rischio di alleviare, surrettiziamente, la tristezza
dell’abbandonare ogni speranza di sostituire il capitalismo nel corso
della mia esistenza indulgendo nel sentimento di essere diventato
“gradevole” agli occhi degli appartenenti ai circoli della “buona
società”. Il senso di soddisfazione personale nell’essere onorato dai
ricchi e dai potenti ha iniziato, di tanto in tanto, a farsi strada in
me. Ed è una sensazione assolutamente brutta, non radicale, che sa quasi
di corruzione.
Il mio
nadir personale è arrivato in un aeroporto. Un gruppo danaroso mi aveva
invitato a tenere un discorso di apertura sulla crisi europea e aveva
sborsato la considerevole somma necessaria a comprarmi un biglietto
aereo in prima classe. Sulla strada del ritorno verso casa, stanco e
reduce già da diversi voli, mi stavo facendo strada attraverso la lunga
fila di passeggeri della classe economica per raggiungere il mio gate d’imbarco.
Improvvisamente realizzai, con notevole orrore, quanto facile fosse per
la mia mente venire infettata da questa sensazione di essere
“autorizzato” a sorpassare la massa. Capii quanto facile fosse per me
dimenticare quel che il mio pensiero di sinistra aveva sempre saputo:
che nulla riesce a riprodursi meglio di un falso senso di potere.
Costruendo alleanze con forze reazionarie, così come penso dovremmo fare
per stabilizzare l’Europa odierna, si corre il rischio di venire
cooptati, di gettare alle ortiche il nostro radicalismo in cambio della
piacevole sensazione di essere “arrivati” nei corridoi del potere.
Confessioni
radicali, come quella che ho appena tentato di fare, sono forse l’unico
antidoto programmatico agli scivoloni ideologici che minacciano di
trasformarci in ingranaggi del sistema. Se dobbiamo stringere patti col
diavolo (col Fondo Monetario Internazionale, con i neoliberisti che,
nonostante questo, sono contrari a quella che chiamano la dittatura
delle banche fallite, eccetera), dobbiamo evitare di diventare come i
socialisti che non riuscirono a cambiare il mondo ma riuscirono a
migliorare la loro situazione personale. Il trucco è evitare il
massimalismo rivoluzionario che, alla fine, aiuta i neoliberisti a
aggirare qualsiasi opposizione alla loro cattiveria autodistruttiva ma
allo stesso tempo mantenere la nostra visione del capitalismo come
intrinsecamente malvagio mentre cerchiamo di salvarlo, per motivi
strategici, da se stesso. Confessioni radicali possono essere utili nel
mantenere questo difficile equilibrio. Dopotutto, il marxismo umanista è
una lotta costante contro ciò che stiamo diventando.
[1] Come esempio delle ricerche che sono venute fuori, vedere Varoufakis (2013) e Varoufakis, Halevi e Theocarakis (2001).
[2] Vedere Karl Marx (1844, 1969), Manoscritti economico-filosofici.
[3] Marx in “Lavoro salariato e capitale”, originariamente pubblicato sulla Neue Rheinische Zeitung, 5-8 e 11 aprile 1849 [diffuso
come conferenza nel 1847]. Rivisto con un’introduzione di Friedrich
Engels nel 1891. Tradotto da Harriet E. Lothrop, New York, Labor New Company, 1902.
[4] Vedere Karl Marx (1844, 1969), Manoscritti economico-filosofici.
[5] Verso l’inizio di Matrix, un
guerrigliero urbano che aveva appena aiutato Thomas Anderson, detto
Neo, a fuggire da alcuni agenti in borghese, gli offre una scelta
cruciale fra due pillole. Se prenderà la pillola blu, tornerà a letto e
si sveglierà al mattino pensando che l’intera vicenda sia stata un
incubo prima di tornare alla sua vita “normale”. Se invece opterà per la
pillola rossa, apprenderà la verità sulla sua vita e sulla società. In
un trionfo dell’incauta curiosità sulla tentazione del semplice piacere,
Neo rigetta la prospettiva di beata ignoranza offerta dalla pillola
blu, optando invece per la crudele realtà promessa dalla rossa.
[6] Vedere Mirowski (2013).
[7] Per approfondire quest’argomento vedere Varoufakis (1991) e Varoufakis (1998).
[8] Vedere Karl Marx, Salario, prezzo e profitto, in cui Marx stesso racconta il suo dibattito con Citizen Weston.
[9] Vedere il suo saggio su Malthus, “Robert Malthus: il primo degli economisti di Cambridge”, scritto nel 1933, in John Maynard Keynes (1972). The Collected Works of John Maynard Keynes, Vol. X: Essays in Biography, London, Macmillan. La citazione appare alle pagine 100-101. Pubblicato originariamente in Essays in Biography, 1933.
[10]
Malthus deve la sua fama alla previsione per la quale la crescita della
popolazione sarebbe avvenuta più velocemente di quella delle risorse
del pianeta, nonostante I nostri migliori sforzi, e che quindi la fame
costituisce un indispensabile meccanismo di equilibrio. In quanto uomo
di Chiesa, spiegò ciò come parte del disegno divino: la sofferenza delle
masse, le pance turgide dei bambini ridotti allo stremo dalla fame, e i
volti esausti delle madri piangenti erano un’opportunità data da Dio
agli umani per abbracciare il bene e combattere il male.
[11] Vedere Y. Varoufakis, S. Holland e J.K. Galbraith, A Modest Proposal for Resolving the Euro Crisis, Version 4.0
BIBLIOGRAFIA
Keynes, J.M. (1933,1972). “Robert Malthus: The First of the Cambridge Economists,” penned in 1933, in The Collected Works of John Maynard Keynes, Vol. X: Essays in Biography, London: Macmillan.
Marx, K, (1865,1969). “Wages, Prices and Profit’ in Value, Price and Profit, New York: International Co. (edizione itliana Salario, prezzo e profitto disponibile on line)
Marx, K. (1844,1969). Economic and Philosophical Manuscripts, in Marx/Engels Selected Works, Moscow, USSR: Progress Publishers (edizione italiana disponibile on line)
Marx, K. (1849,1902). “Wage-Labour and Capital”, first published in the Neue Rheinische Zeitung,
April 5-8 and 11, 1849. [Delivered as lectures in 1847] Edited with an
introduction by Friedrich Engels in 1891. Translated by Harriet E.
Lothrop, New York: Labor News Company (edizione italiana di Lavoro salariato e capitale disponibile on line)
Marx, K. (1972). Capital: Vol. I-III. London: Lawrence and Wishart
Mirowski, P. (2013). Never Let a Good Crisis Go To Waste: How Neoliberalism survived the financial meltdown, London and New York: Verso
Varoufakis Y. (2013). Economics Indeterminacy: A personal encounter with the economists’ peculiar nemesis, London and New York: Routledge
Varoufakis, Y. (1991). Rational Conflict, Oxford: Blackwell
Varoufakis, Y. (1998). Foundations of Economics: A beginner’s companion, London and New York: Routledge
Varoufakis, Y., J. Halevi and N. Theocarakis (2011). Modern Political Economics: Making sense of the post-2008 world, London and New York: Routledge (scaricabile on line)
Varoufakis, S. Holland and J.K. Galbraith (2013). A Modest Proposal for Resolving the Euro Crisis, Version 4.0
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"Ha vinto il no: benissimo, ma non c’è tempo per festeggiare". L’economista Emiliano Brancaccio spiega all’Espresso cosa vuol dire ristrutturare il debito greco e se è percorribile la via di una moneta complementare
Emiliano Brancaccio, economista, non ha dubbi. È un buon lunedì quello che viene dopo il referendum greco. «Nonostante la chiusura forzata delle banche e le mistificazioni di molti organi di informazione», dice all’Espresso, «i greci hanno saputo guardare con freddezza i fatti della crisi e hanno respinto una bozza di accordo che avrebbe solo prolungato l’agonia del paese».
Il “no” al referendum era l’unica opzione sensata: «È stata una prova di democrazia e di razionalità politica, un esempio per tutti i popoli europei». Occhio però all’entusiasmo: «non credo che ci sarà il tempo di festeggiare», continua Brancaccio, «le difficoltà che si affacciano all’orizzonte sono grandi, per la Grecia e per tutta l’Unione, e andranno affrontate». Ad esempio, per rendere sostenibile il debito greco - come ora dice anche il Fondo monetario - «non bastano le consuete operazioni di maquillage finanziario, ci vorrebbe una cancellazione di proporzioni storiche». E poi, se lo si cancella alla Grecia, altri - tra cui l’Italia - potrebbero farsi sotto.
Sull'idea del dimissionario Varoufakis di una moneta complementare, invece, Brancaccio spiega: «Con buona pace di chi continua a sostenere che l’euro è irreversibile». Il problema non sarebbe certo tecnico: «I problemi di tipo contabile e procedurale si risolvono facilmente». Il tema è semmai macroeconomico. Siccome «la stampa di moneta e la svalutazione del cambio sarebbero del tutto insufficienti», la Grecia per gestire una eventuale uscita dalla moneta unica, ad esempio, «dovrebbe imporre stabilmente controlli sui capitali e forse anche limitazioni delle importazioni, e per un certo periodo dovrebbe anche trovare finanziatori pronti a coprire l’eventuale crescita del disavanzo verso l’estero».
A suo avviso i greci sarebbero pronti anche a un’eventuale uscita dall’euro? I sondaggi dicono che il popolo greco vuole restare nella moneta unica.
«Lascerei perdere i sondaggi, che non hanno dato prova di grande affidabilità. Il mandato degli elettori mi pare ormai inequivocabile: costi quel che costi, la Grecia non intende piegarsi alle assurde pretese dei “creditori”».
Tsipras e Syriza hanno però sempre detto di non voler uscire.
«Suppongo che il governo greco insisterà con l’idea di voler tenere il paese dentro l’euro. È una linea che finora si è rivelata vincente, poiché tende a scaricare sui creditori l’eventualità di un’uscita della Grecia dalla moneta unica. Spero solo che non sfoci in un accordo di basso profilo, che si limiterebbe a rinviare i problemi senza risolverli».
Lei ritiene che Tsipras sia tentato ora dalla possibilità di firmare un nuovo accordo con le istituzioni europee?
«A mio avviso le tentazioni dei singoli contano poco, i processi sono più complicati. Le azioni del primo ministro greco sono di volta in volta il prodotto della dialettica interna alla sua maggioranza, i cui prossimi sviluppi sono difficili da prevedere. Inoltre, gli esiti della partita non dipendono solo dalle mosse del governo greco: la vittoria del “no” ha innescato una catena di eventi sistemici, che avrà ripercussioni sul comportamento di tutte le controparti. E sui mercati».
Giovedì scorso il Fondo monetario internazionale ha pubblicato un documento in cui dichiara che il debito della Grecia è insostenibile e che occorre tagliarlo. È possibile immaginare una nuova intesa tra la Grecia e i “creditori” su queste basi?
«Per rendere sostenibile il debito non bastano le consuete operazioni di maquillage finanziario, ci vorrebbe una cancellazione di proporzioni storiche. Inoltre, a ben guardare, l’insostenibilità del debito non è nemmeno un’eccezione greca: in prospettiva tutti i paesi debitori rischiano di trovarsi con una crescita del reddito troppo modesta per far fronte ai rimborsi degli interessi e del capitale ricevuto in prestito. Se dunque il governo greco riuscisse a strappare un significativo taglio del debito, anche gli altri paesi del Sud Europa esigerebbero una ridefinizione degli accordi di prestito. Questo è uno dei motivi per cui, a Berlino e a Francoforte, si sta facendo strada l’opzione di recidere i legami con la Grecia e lasciarla uscire dall’euro. Il punto è che i creditori non hanno intenzione di avviare una rinegoziazione generale: finché ci riescono preferiscono lasciare i debitori nella palude, magari esortandoli a svendere quel che resta del patrimonio nazionale».
Se un accordo non si trovasse e la Bce decidesse di interrompere la liquidità di emergenza a favore delle banche greche, quali sarebbero le conseguenze?
«I problemi di liquidità in Grecia si stanno aggravando, una crisi potrebbe innescarsi anche se la liquidità di emergenza continuasse a fluire al ritmo attuale. Per impedire l’uscita del paese dall’eurozona, la Banca centrale europea dovrebbe accrescere le erogazioni all’aumentare dei tentativi di ritiro e di fuga dei capitali. Cioè dovrebbe agire da vero e proprio “prestatore di ultima istanza”, un ruolo che i trattati continuano a escludere. A meno di un cambiamento statutario, col passare del tempo sarà difficile per Draghi trovare nel direttorio della Bce una maggioranza disposta ad agire in questo senso».
Per fronteggiare la crisi di liquidità il ministro Varoufakis aveva accennato all’adozione di una “moneta complementare”, ma ora si è dimesso. Se lei fosse ministro delle finanze in Grecia, quale rimedio proporrebbe?
«Il problema non è tecnico, dal punto di vista procedurale le soluzioni sono numerose. Solo per citare un esempio, basterebbe ricordare che la stampa fisica degli euro è sempre rimasta di competenza delle banche centrali nazionali. Chiunque può notare che le singole banconote si differenziano in base alle banche nazionali emittenti: quelle emesse dalla Grecia sono contrassegnate dalla lettera “Y” all’inizio di ciascuna serie, quelle stampate in Italia sono indicate con la lettera “S”, per fare due esempi. Nella fase di transizione, il governo di Atene potrebbe imporre alla banca centrale greca di uscire dall’eurosistema e stampare euro in misura superiore rispetto alle erogazioni stabilite dalla Bce. Si verrebbe così a creare un rapporto di cambio tra euro-greci, contrassegnati con la lettera “Y”, e tutti gli altri euro. Per gestire la transizione verso un nuovo regime monetario questa sarebbe una delle soluzioni più rapide, e in linea di principio potrebbe esser concordata con le istituzioni europee. Del resto, acuti interpreti dei lavori preparatori del Trattato dell’Unione hanno suggerito che la scelta di affidare alle banche centrali dei singoli paesi la stampa degli euro e di consentire che questi fossero marcati con sigle nazionali fu decisa anche per favorire una transizione in caso di abbandono della moneta unica. Con buona pace di chi continua a sostenere che l’euro è irreversibile».
Dunque la Grecia potrebbe stampare liberamente moneta per uscire dalla crisi?
«Niente affatto. Una cosa sono i problemi di tipo contabile e procedurale, che si risolvono facilmente. Tutt’altra cosa sono i problemi di ordine macroeconomico, che sono molto più complessi. Con altri colleghi abbiamo sostenuto che la stampa di moneta e la svalutazione del cambio sarebbero del tutto insufficienti. Per gestire una eventuale uscita dalla moneta unica, la Grecia dovrebbe imporre stabilmente controlli sui capitali e forse anche limitazioni delle importazioni, e per un certo periodo dovrebbe anche trovare finanziatori pronti a coprire l’eventuale crescita del disavanzo verso l’estero».
Vuole darci un commento sulle dimissioni di Varoufakis?
«Ne capisce di economia molto più di tanti mandarini dell’Eurogruppo. Ma non commento quest’ultima vicenda. Leggerò volentieri il suo prossimo best-seller…».
Proprio qui sull’Espresso con l’economista Mauro Gallegati, collaboratore del premio Nobel Joe Stiglitz, l ei ha sostenuto che durante le trattative il governo italiano ha commesso l’errore di collocarsi dal lato dei creditori . In queste ore però Renzi è molto attivo, sembra volersi attribuire un ruolo di mediazione tra il governo greco e quello tedesco. Che ne pensa?
«Penso che il vero volto di Renzi e del suo partito sia stato rivelato dal rappresentante del Pd presso la Commissione affari economici del Parlamento europeo, che a poche ore dal voto aveva dichiarato: “A questo punto la scelta spetta ai cittadini greci, che sapranno sicuramente dimostrarsi più saggi del loro governo pronunciando un forte sì per l'Europa”. Direi che più improvvidi di così si muore. La mia sensazione è che il Pd e gli altri partiti del socialismo europeo non abbiano più il polso della situazione: mancano di una strategia per affrontare la crisi e rischiano di pagar caro l’appiattimento sulle posizioni dei conservatori. Non si tratta però di un problema che investe solo i socialisti. Tutte le sinistre europee sono chiamate oggi a rivedere la loro concezione delle relazioni economiche internazionali. Servirebbe una nuova visione, potremmo dire un “nuovo internazionalismo del lavoro”, da contrapporre alle ricette liberiste e xenofobe che le destre hanno già pronte da tempo per affrontare la crisi del progetto europeo».
E in che modo si potrebbe dare avvio a questo “nuovo internazionalismo del lavoro”?
«Dovremmo partire da una constatazione comune: non si possono fare accordi di piena libertà di circolazione dei capitali e delle merci con paesi che tendono sistematicamente a contenere i salari e a deprimere la domanda interna pur di accumulare surplus verso l’estero. Questa politica attiva una devastante competizione internazionale al ribasso, il cui risultato è che tutti cercano di esportare la recessione all’esterno dei confini nazionali. Se l’eurozona imploderà, sarà anche perché il paese egemone, la Germania, ha attuato per lungo tempo questa strategia perniciosa. Leggere la crisi dell’unificazione europea alla luce di questa evidenza sarebbe già un buon inizio per tentare di elaborare un sistema di relazioni internazionali più equo e più robusto di quello attuale».