Visualizzazione post con etichetta Yanis Varoufakis. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Yanis Varoufakis. Mostra tutti i post

sabato 18 luglio 2015

Galbraith: «Per Syriza missione impossibile»

di Thomas Fazi da Il Manifesto 
 

James K. Gal­braith, amico e «con­si­gliere» dell’ex mini­stro delle Finanze greco Yanis Varou­fa­kis, riflette sul fal­li­mento della poli­tica rifor­mi­sta di Syriza e sulla lezione che que­sto rap­pre­senta per la sini­stra europea.
Come giu­dica l’accordo rag­giunto tra Gre­cia e Ue?
Non è un accordo. È un bru­tale colpo di stato otte­nuto con metodi mafiosi. Lo stesso Tsi­pras ha ammesso che ha fir­mato solo per­ché si è tro­vato con un col­tello alla gola.
Che alter­na­tive aveva il governo greco?
Den­tro l’eurozona, nes­suna. L’unica alter­na­tiva era l’uscita dall’euro.
Tsi­pras ha difeso la sua deci­sione soste­nendo che un’uscita uni­la­te­rale dall’eurozona avrebbe avuto con­se­guenze ancora più serie sul paese.
È una deci­sione che spetta a lui, e capi­sco per­ché possa pen­sarla così. Ma ritengo che sia male informato.


Quindi lei ritiene che a que­sto punto un’uscita dall’euro sarebbe la scelta migliore per la Grecia? È ovvio che un’uscita avrebbe dei costi signi­fi­ca­tivi. Ma se fossi un mem­bro del par­la­mento greco sarei al fianco di Varou­fa­kis e vote­rei anch’io «no» a que­sto accordo.
In quanto con­si­gliere ed amico stretto di Varou­fa­kis lei ha seguito i nego­ziati molto da vicino. Ritiene che una stra­te­gia diversa da parte della Gre­cia avrebbe potuto deter­mi­nare un esito migliore?
A un certo punto nel corso dei nego­ziati è diven­tato evi­dente che la troika non aveva nes­suna inten­zione di trat­tare e non avrebbe accet­tato niente all’infuori di una ripro­po­si­zione del vec­chio Memo­ran­dum. La Gre­cia ha senz’altro sot­to­va­lu­tato con chi aveva a che fare. Pren­diamo Schäu­ble: subito dopo la vit­to­ria di Syriza dichiarò che «le ele­zioni non fanno alcuna dif­fe­renza». Molti al tempo pen­sa­vano che scher­zasse. E invece ha man­te­nuto quella linea fino alla fine. In quelle con­di­zioni, l’unica cosa che poteva fare la Gre­cia era costrin­gere l’avversario a venire allo sco­perto, sma­sche­ran­dolo. E ci è riuscita.
Lei è stato molto cri­tico nei con­fronti del com­por­ta­mento tenuto dalla Bce.
Cer­ta­mente. La scelta della Bce di assu­mere il ruolo di “sca­gnozzo” dei cre­di­tori – sot­to­po­nendo la Gre­cia a una lenta asfis­sia finan­zia­ria che ha desta­bi­liz­zato l’economia e messo in ginoc­chio il sistema ban­ca­rio – è stato un atto di bru­ta­lità inau­dita, senza pre­ce­denti, che sol­leva mol­tis­simi dubbi sull’integrità di quell’istituzione. La pres­sione eser­ci­tata dalla Bce è il motivo prin­ci­pale per cui Tsi­pras è stato costretto ad accet­tare le con­di­zioni impo­ste dalla troika.
Ritiene che il governo greco sia stato inge­nuo nel cer­care fino alla fine di giun­gere a un «com­pro­messo ono­re­vole», quando evi­den­te­mente la con­tro­parte non aveva nes­suna inten­zione di scen­dere a com­pro­messi, al punto di arri­vare addi­rit­tura a minac­ciare il Grexit?
No, non credo. Il governo greco ha fatto l’unica cosa che poteva fare, visto che non aveva altre carte da gio­carsi: pre­sen­tare le pro­prie argo­men­ta­zioni nella maniera più chiara e logica pos­si­bile, spe­rando che la ragione e il buon senso aves­sero qual­che effetto sulla con­tro­parte. Penso che que­sta stra­te­gia abbia avuto un impatto enorme sull’opinione pub­blica euro­pea. Pur­troppo non ha influito mini­ma­mente sui rap­porti di forza in seno all’Europa. Non è stata una stra­te­gia inge­nua: è stata una stra­te­gia det­tata dallo squi­li­brio di forze in campo.
Ritiene che la Gre­cia avrebbe dovuto gio­carsi la carta del «Gre­xit» fin dal principio?
Non è detto che que­sto avrebbe raf­for­zato la posi­zione nego­ziale di Syriza. Primo, avrebbe voluto tra­dire il man­dato elet­to­rale di Syriza. Secondo, biso­gna tenere pre­sente che era chiaro fin dall’inizio che una parte dell’establishment tede­sco vedeva di buon occhio il Gre­xit. Dun­que non c’è motivo di rite­nere che minac­ciare espli­ci­ta­mente l’uscita avrebbe miglio­rato la posi­zione di Syriza o costretto gli euro­pei a più miti con­si­gli.
Il punto è che quello di Syriza è stato un test: vedere se una stra­te­gia basata su argo­men­ta­zioni logi­che, sulla ragione e sui fatti – tesa a dimo­strare l’evidente fal­li­mento delle poli­ti­che eco­no­mi­che per­se­guite finora – poteva pre­va­lere all’interno dell’eurozona, alla luce delle posi­zioni poli­ti­che ed ideo­lo­gi­che degli altri part­ner. Que­sto è quello che ha cer­cato di fare Tsi­pras, con le uni­che armi a sua dispo­si­zione: il buon senso e la ragione. Ma quelle armi non hanno avuto effetto. Que­sto deve indurci a fare una rifles­sione molto pro­fonda su quello che è diven­tata l’Europa.

Quale pensa che sia la lezione che gli altri movi­menti e par­titi della sini­stra in Europa dovreb­bero trarre dalla vicenda di Syriza?
Tutta la stra­te­gia di Syriza era basata su un’incognita: può un paese che ha pagato sulla pro­pria pelle il dram­ma­tico fal­li­mento delle poli­ti­che euro­pee spe­rare di cam­biare quelle poli­ti­che all’interno della cor­nice dell’eurozona? Bene, penso che la rispo­sta a quella domanda sia evi­dente a tutti.
Non ritiene che una stra­te­gia impron­tata alla riforma dell’Ue e dell’eurozona avrebbe qual­che spe­ranza di suc­cesso in più se a por­tarla avanti fosse un par­tito poli­tico alla guida di un paese eco­no­mi­ca­mente e poli­ti­ca­mente più rile­vante come, per esem­pio, la Spagna?
Sta all’elettorato spa­gnolo deci­dere se ten­tare la strada greca o meno. Al loro posto, io non sce­glie­rei quella strada. Non penso che sarebbe una posi­zione facile da ven­dere agli elet­tori, alla luce della vicenda greca. Anche per­ché ormai la posi­zione dei cre­di­tori la cono­sciamo bene, ed è incre­di­bil­mente rigida: niente taglio del debito e nes­suna devia­zione dalle poli­ti­che di auste­rità estrema che abbiamo visto finora.
Come rea­gi­rebbe l’esta­blish­ment euro­peo alla vit­to­ria di un par­tito come Syriza in un altro paese della peri­fe­ria, secondo lei?
Assi­ste­remmo alla stessa semi-automatica sequenza di eventi a cui abbiamo assi­stito in Gre­cia: per prima cosa le ban­che del Nord comin­ce­reb­bero a tagliare le linee di cre­dito alle ban­che del Sud. A quel punto dovrebbe inter­ve­nire la Bce con la liqui­dità di emer­genza. Que­sto spin­ge­rebbe la gente a por­tare i capi­tali fuori dal paese, e in poco tempo il governo si ritro­ve­rebbe a gestire una crisi ban­ca­ria. Va da sé che se que­sto avve­nisse in un paese come la Spa­gna o l’Italia, avrebbe riper­cus­sioni infi­ni­ta­mente più gravi di quello a cui abbiamo assi­stito in Grecia.
Qua­lun­que par­tito di sini­stra che aspiri a gover­nare un paese euro­peo deve essere pre­pa­rato a questo.

martedì 7 luglio 2015

"L'Euro non è affatto irreversibile e cancellare il debito è complicato"



"Ha vinto il no: benissimo, ma non c’è tempo per festeggiare". L’economista Emiliano Brancaccio spiega all’Espresso cosa vuol dire ristrutturare il debito greco e se è percorribile la via di una moneta complementare



 di Lucio Sappino da espresso.repubblica

Emiliano Brancaccio, economista, non ha dubbi. È un buon lunedì quello che viene dopo il referendum greco. «Nonostante la chiusura forzata delle banche e le mistificazioni di molti organi di informazione», dice all’Espresso, «i greci hanno saputo guardare con freddezza i fatti della crisi e hanno respinto una bozza di accordo che avrebbe solo prolungato l’agonia del paese».

Il “no” al referendum era l’unica opzione sensata: «È stata una prova di democrazia e di razionalità politica, un esempio per tutti i popoli europei». Occhio però all’entusiasmo: «non credo che ci sarà il tempo di festeggiare», continua Brancaccio, «le difficoltà che si affacciano all’orizzonte sono grandi, per la Grecia e per tutta l’Unione, e andranno affrontate». Ad esempio, per rendere sostenibile il debito greco - come ora dice anche il Fondo monetario - «non bastano le consuete operazioni di maquillage finanziario, ci vorrebbe una cancellazione di proporzioni storiche». E poi, se lo si cancella alla Grecia, altri - tra cui l’Italia - potrebbero farsi sotto.

Sull'idea del dimissionario Varoufakis di una moneta complementare, invece, Brancaccio spiega: «Con buona pace di chi continua a sostenere che l’euro è irreversibile». Il problema non sarebbe certo tecnico: «I problemi di tipo contabile e procedurale si risolvono facilmente». Il tema è semmai macroeconomico. Siccome «la stampa di moneta e la svalutazione del cambio sarebbero del tutto insufficienti», la Grecia per gestire una eventuale uscita dalla moneta unica, ad esempio, «dovrebbe imporre stabilmente controlli sui capitali e forse anche limitazioni delle importazioni, e per un certo periodo dovrebbe anche trovare finanziatori pronti a coprire l’eventuale crescita del disavanzo verso l’estero».

 

A suo avviso i greci sarebbero pronti anche a un’eventuale uscita dall’euro? I sondaggi dicono che il popolo greco vuole restare nella moneta unica.
 
«Lascerei perdere i sondaggi, che non hanno dato prova di grande affidabilità. Il mandato degli elettori mi pare ormai inequivocabile: costi quel che costi, la Grecia non intende piegarsi alle assurde pretese dei “creditori”».

 

Tsipras e Syriza hanno però sempre detto di non voler uscire.
 
«Suppongo che il governo greco insisterà con l’idea di voler tenere il paese dentro l’euro. È una linea che finora si è rivelata vincente, poiché tende a scaricare sui creditori l’eventualità di un’uscita della Grecia dalla moneta unica. Spero solo che non sfoci in un accordo di basso profilo, che si limiterebbe a rinviare i problemi senza risolverli».

 

Lei ritiene che Tsipras sia tentato ora dalla possibilità di firmare un nuovo accordo con le istituzioni europee?
 
«A mio avviso le tentazioni dei singoli contano poco, i processi sono più complicati. Le azioni del primo ministro greco sono di volta in volta il prodotto della dialettica interna alla sua maggioranza, i cui prossimi sviluppi sono difficili da prevedere. Inoltre, gli esiti della partita non dipendono solo dalle mosse del governo greco: la vittoria del “no” ha innescato una catena di eventi sistemici, che avrà ripercussioni sul comportamento di tutte le controparti. E sui mercati».

 

Giovedì scorso il Fondo monetario internazionale ha pubblicato un documento in cui dichiara che il debito della Grecia è insostenibile e che occorre tagliarlo. È possibile immaginare una nuova intesa tra la Grecia e i “creditori” su queste basi?
 
«Per rendere sostenibile il debito non bastano le consuete operazioni di maquillage finanziario, ci vorrebbe una cancellazione di proporzioni storiche. Inoltre, a ben guardare, l’insostenibilità del debito non è nemmeno un’eccezione greca: in prospettiva tutti i paesi debitori rischiano di trovarsi con una crescita del reddito troppo modesta per far fronte ai rimborsi degli interessi e del capitale ricevuto in prestito. Se dunque il governo greco riuscisse a strappare un significativo taglio del debito, anche gli altri paesi del Sud Europa esigerebbero una ridefinizione degli accordi di prestito. Questo è uno dei motivi per cui, a Berlino e a Francoforte, si sta facendo strada l’opzione di recidere i legami con la Grecia e lasciarla uscire dall’euro. Il punto è che i creditori non hanno intenzione di avviare una rinegoziazione generale: finché ci riescono preferiscono lasciare i debitori nella palude, magari esortandoli a svendere quel che resta del patrimonio nazionale».

 

Se un accordo non si trovasse e la Bce decidesse di interrompere la liquidità di emergenza a favore delle banche greche, quali sarebbero le conseguenze?
 
«I problemi di liquidità in Grecia si stanno aggravando, una crisi potrebbe innescarsi anche se la liquidità di emergenza continuasse a fluire al ritmo attuale. Per impedire l’uscita del paese dall’eurozona, la Banca centrale europea dovrebbe accrescere le erogazioni all’aumentare dei tentativi di ritiro e di fuga dei capitali. Cioè dovrebbe agire da vero e proprio “prestatore di ultima istanza”, un ruolo che i trattati continuano a escludere. A meno di un cambiamento statutario, col passare del tempo sarà difficile per Draghi trovare nel direttorio della Bce una maggioranza disposta ad agire in questo senso».

 

Per fronteggiare la crisi di liquidità il ministro Varoufakis aveva accennato all’adozione di una “moneta complementare”, ma ora si è dimesso. Se lei fosse ministro delle finanze in Grecia, quale rimedio proporrebbe?
 
«Il problema non è tecnico, dal punto di vista procedurale le soluzioni sono numerose. Solo per citare un esempio, basterebbe ricordare che la stampa fisica degli euro è sempre rimasta di competenza delle banche centrali nazionali. Chiunque può notare che le singole banconote si differenziano in base alle banche nazionali emittenti: quelle emesse dalla Grecia sono contrassegnate dalla lettera “Y” all’inizio di ciascuna serie, quelle stampate in Italia sono indicate con la lettera “S”, per fare due esempi. Nella fase di transizione, il governo di Atene potrebbe imporre alla banca centrale greca di uscire dall’eurosistema e stampare euro in misura superiore rispetto alle erogazioni stabilite dalla Bce. Si verrebbe così a creare un rapporto di cambio tra euro-greci, contrassegnati con la lettera “Y”, e tutti gli altri euro. Per gestire la transizione verso un nuovo regime monetario questa sarebbe una delle soluzioni più rapide, e in linea di principio potrebbe esser concordata con le istituzioni europee. Del resto, acuti interpreti dei lavori preparatori del Trattato dell’Unione hanno suggerito che la scelta di affidare alle banche centrali dei singoli paesi la stampa degli euro e di consentire che questi fossero marcati con sigle nazionali fu decisa anche per favorire una transizione in caso di abbandono della moneta unica. Con buona pace di chi continua a sostenere che l’euro è irreversibile».

 

Dunque la Grecia potrebbe stampare liberamente moneta per uscire dalla crisi?
 
«Niente affatto. Una cosa sono i problemi di tipo contabile e procedurale, che si risolvono facilmente. Tutt’altra cosa sono i problemi di ordine macroeconomico, che sono molto più complessi. Con altri colleghi abbiamo sostenuto che la stampa di moneta e la svalutazione del cambio sarebbero del tutto insufficienti. Per gestire una eventuale uscita dalla moneta unica, la Grecia dovrebbe imporre stabilmente controlli sui capitali e forse anche limitazioni delle importazioni, e per un certo periodo dovrebbe anche trovare finanziatori pronti a coprire l’eventuale crescita del disavanzo verso l’estero».

 

Vuole darci un commento sulle dimissioni di Varoufakis?
 
«Ne capisce di economia molto più di tanti mandarini dell’Eurogruppo. Ma non commento quest’ultima vicenda. Leggerò volentieri il suo prossimo best-seller…».

Proprio qui sull’Espresso con l’economista Mauro Gallegati, collaboratore del premio Nobel Joe Stiglitz, l ei ha sostenuto che durante le trattative il governo italiano ha commesso l’errore di collocarsi dal lato dei creditori . In queste ore però Renzi è molto attivo, sembra volersi attribuire un ruolo di mediazione tra il governo greco e quello tedesco. Che ne pensa?
«Penso che il vero volto di Renzi e del suo partito sia stato rivelato dal rappresentante del Pd presso la Commissione affari economici del Parlamento europeo, che a poche ore dal voto aveva dichiarato: “A questo punto la scelta spetta ai cittadini greci, che sapranno sicuramente dimostrarsi più saggi del loro governo pronunciando un forte sì per l'Europa”. Direi che più improvvidi di così si muore. La mia sensazione è che il Pd e gli altri partiti del socialismo europeo non abbiano più il polso della situazione: mancano di una strategia per affrontare la crisi e rischiano di pagar caro l’appiattimento sulle posizioni dei conservatori. Non si tratta però di un problema che investe solo i socialisti. Tutte le sinistre europee sono chiamate oggi a rivedere la loro concezione delle relazioni economiche internazionali. Servirebbe una nuova visione, potremmo dire un “nuovo internazionalismo del lavoro”, da contrapporre alle ricette liberiste e xenofobe che le destre hanno già pronte da tempo per affrontare la crisi del progetto europeo».

 

E in che modo si potrebbe dare avvio a questo “nuovo internazionalismo del lavoro”?
 
«Dovremmo partire da una constatazione comune: non si possono fare accordi di piena libertà di circolazione dei capitali e delle merci con paesi che tendono sistematicamente a contenere i salari e a deprimere la domanda interna pur di accumulare surplus verso l’estero. Questa politica attiva una devastante competizione internazionale al ribasso, il cui risultato è che tutti cercano di esportare la recessione all’esterno dei confini nazionali. Se l’eurozona imploderà, sarà anche perché il paese egemone, la Germania, ha attuato per lungo tempo questa strategia perniciosa. Leggere la crisi dell’unificazione europea alla luce di questa evidenza sarebbe già un buon inizio per tentare di elaborare un sistema di relazioni internazionali più equo e più robusto di quello attuale». 


sabato 27 giugno 2015

Contro il totalitarismo finanziario, l’Europa o cambia o muore

di Marco Revelli da Il Manifesto


L’«economia che uccide» di cui parla il papa la vediamo al lavoro in que­sti giorni, in diretta, da Bru­xel­les. Ed è uno spet­ta­colo umi­liante. Non taglia le gole, non ha l’odore del san­gue, della pol­vere e della carne bru­ciata. Opera in stanze cli­ma­tiz­zate, in cor­ri­doi per passi fel­pati, ma ha la stessa impu­dica fero­cia della guerra. Della peg­giore delle guerre: quella dichia­rata dai ric­chi glo­bali ai poveri dei paesi più fra­gili. Que­sta è la meta­fi­sica influente dei ver­tici dell’Unione euro­pea, della Bce e, soprat­tutto, del Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale: dimo­strare, con ogni mezzo, che chi sta in basso mai e poi mai potrà spe­rare di far sen­tire le pro­prie ragioni, con­tro le loro fal­li­men­tari ricette.
La «trat­ta­tiva sulla Gre­cia», nelle ultime set­ti­mane, è ormai uscita dai limiti di un nor­male, per quanto duro, con­fronto diplo­ma­tico per assu­mere i carat­teri di una prova di forza. Di una sorta di giu­di­zio di dio alla rove­scia.
Già le pre­ce­denti tappe ave­vano rive­lato uno scarto rispetto a un tra­di­zio­nale qua­dro da «demo­cra­zia occi­den­tale», con la costante volontà, da parte dei ver­tici dell’Unione, di sosti­tuire al carat­tere tutto poli­tico dei risul­tati del voto greco e del man­dato popo­lare dato a quel governo, la logica arit­me­tica del conto pro­fitti e per­dite, come se non di Stati si trat­tasse, ma ormai diret­ta­mente di Imprese o di Società commerciali.

Ha ragione Jür­gen Haber­mas a denun­ciare lo slit­ta­mento – di per sé deva­stante – da un con­fronto tra rap­pre­sen­tanti di popoli in un qua­dro tutto pub­bli­ci­stico di cit­ta­di­nanza, a un con­fronto tra cre­di­tori e debi­tori, in un qua­dro quasi-privatistico da tri­bu­nale fal­li­men­tare. Era già di per sé il segno di una qual­che apo­ca­lisse cul­tu­rale la deru­bri­ca­zione di Ale­xis Tsi­pras e di Yanis Varou­fa­kis da inter­lo­cu­tori poli­tici a «debi­tori», posti dun­que a priori su un piede di ine­gua­glianza nei con­fronti degli onni­po­tenti «creditori».
Ma poi la vicenda ha com­piuto un altro giro. Chri­stine Lagarde ha impresso una nuova acce­le­ra­zione al pro­cesso di disve­la­mento, alzando ancora il tiro. Facen­done non più solo una que­stione di spo­lia­zione dell’altro, ma di sua umi­lia­zione. Non più solo la dia­let­tica, tutta eco­no­mica, «creditore-debitore», ma quella, ben più dram­ma­tica, «amico-nemico», che segna il ritorno in campo della poli­tica nella sua forma più essen­ziale, e più dura, del «polemos».
In effetti non si era mai visto un cre­di­tore, per stu­pido che esso sia, cer­care di ucci­dere il pro­prio debi­tore, come invece il Fmi sta facendo con i greci. Ci deve essere qual­cosa di più: la costru­zione scien­ti­fica del «nemico». E la volontà di un sacri­fi­cio esemplare.
Un auto da fé in piena regola, come si faceva ai tempi dell’Inquisizione, per­ché nes­sun altro sia più ten­tato dal fascino dell’eresia.
Leg­ge­tevi con atten­zione l’ultimo docu­mento con le pro­po­ste gre­che e le cor­re­zioni in rosso del Brus­sels group, pub­bli­cato (con un certo gusto sadico) dal Wall Street Jour­nal: è un esem­pio buro­cra­tico di peda­go­gia del disumano.
L’evidenziatore in rosso ha spi­go­lato per tutto il testo cer­cando, con mania­cale acri­bia ogni, sia pur minimo, accenno ai «più biso­gnosi» («most in need») per cas­sarlo con un rigo. Ha negato la pos­si­bi­lità di man­te­nere l’Iva più bassa (13%) per gli ali­menti essen­ziali («Basic food») e al 6% per i mate­riali medici (!). Così come, sul ver­sante oppo­sto, ha can­cel­lato ogni accenno a tas­sare «in alto» i pro­fitti più ele­vati (supe­riori ai 500mila euro), in omag­gio alla fami­ge­rata teo­ria del tric­kle down, dello «sgoc­cio­la­mento», secondo cui arric­chire i più ric­chi fa bene a tutti!
Ha, infine, dis­se­mi­nato di rosso il para­grafo sulle pen­sioni, impo­nendo di spre­mere ulte­rior­mente, di un altro 1% del Pil — e da subito! — un set­tore già mas­sa­crato dai Memo­ran­dum del 2010 e del 2012.
Il tutto appog­giato sulla infi­ni­ta­mente repli­cata fal­si­fi­ca­zione dell’età pen­sio­na­bile «scan­da­lo­sa­mente bassa» dei greci (chi spara 53 anni, chi 57…). Il diret­tore della comu­ni­ca­zione della Troika Gerry Rice, durante un incon­tro con la stampa, per giu­sti­fi­care la mano pesante, ha addi­rit­tura dichia­rato che «la pen­sione media greca è allo stesso livello che in Ger­ma­nia, ma si va in pen­sione sei anni prima…».

Una (dop­pia) men­zo­gna con­sa­pe­vole, smen­tita dalle stesse fonti sta­ti­sti­che uffi­ciali dell’Ue: il data­base Euro­stat segnala, fin dal 2005, l’età media pen­sio­na­bile per i cit­ta­dini greci a 61,7 anni (quasi un anno in più rispetto alla media euro­pea, la Ger­ma­nia era allora a 61,3, l’Italia a 59,7).
E sem­pre Euro­stat ci dice che nel 2012 la spesa pen­sio­ni­stica pro capite era in Gre­cia all’incirca la metà di Paesi come l’Austria e la Fran­cia e di un quarto sotto la Ger­ma­nia.
Il Finan­cial Times ha dimo­strato che «accet­tare le richie­ste dei cre­di­tori signi­fi­che­rebbe per la Gre­cia dire sì ad un aggiu­sta­mento di bilan­cio… pari al 12,6% nell’arco di quat­tro anni, al ter­mine dei quali il rap­porto debito-PIL si avvi­ci­ne­rebbe al 200%». Paul Krug­man ha mostrato come l’avanzo pri­ma­rio della Gre­cia «cor­retto per il ciclo» (cycli­cally adju­sted) è di gran lunga il più alto d’Europa: due volte e mezzo quello della Ger­ma­nia, due punti per­cen­tuali sopra quello dell’Italia.

Dun­que un Paese che ha dato tutto quello che poteva, e molto di più. Per­ché allora con­ti­nuare a spre­merlo?
Ambrose Evans-Pritchard – un com­men­ta­tore con­ser­va­tore, ma non acce­cato dall’odio – ha scritto sul Tele­graph che i «cre­di­tori vogliono vedere que­sti Kle­pht ribelli (greci che nel Cin­que­cento si oppo­sero al domi­nio otto­mano) pen­dere impic­cati dalle colonne del Par­te­none, al pari dei ban­diti», per­ché non sop­por­tano di essere con­trad­detti dai testi­moni del pro­prio fal­li­mento. E ha aggiunto che «se vogliamo datare il momento in cui l’ordine libe­rale nell’Atlantico ha perso la sua auto­rità – e il momento in cui il Pro­getto Euro­peo ha ces­sato di essere una forza sto­rica capace di moti­vare – be’, il momento potrebbe essere pro­prio que­sto». È dif­fi­cile dar­gli torto.

Non pos­siamo nascon­derci che quello che si con­suma in Europa in que­sti giorni, sul ver­sante greco e su quello dei migranti, segna un cam­bia­mento di sce­na­rio per tutti noi.
Sarà sem­pre più dif­fi­cile, d’ora in poi, nutrire un qual­che orgo­glio del pro­prio essere euro­pei. E ten­derà a pre­va­lere, se vor­remo «restare umani», la vergogna.

Se, come tutti spe­riamo, Tsi­pras e Varou­fa­kis riu­sci­ranno a por­tare a casa la pelle del pro­prio Paese, respin­gendo quello che asso­mi­glia a un colpo di stato finan­zia­rio, sarà un fatto di straor­di­na­ria impor­tanza per tutti noi.
E tut­ta­via resterà comun­que inde­le­bile l’immagine di un potere e di un para­digma con cui sarà sem­pre più dif­fi­cile con­vi­vere. Per­ché malato di quel tota­li­ta­ri­smo finan­zia­rio che non tol­lera punti di vista alter­na­tivi, a costo di por­tare alla rovina l’Europa, dal momento che è evi­dente che su que­ste basi, con que­ste lea­der­ship, con que­sta ideo­lo­gia esclu­siva, con que­ste isti­tu­zioni sem­pre più chiuse alla demo­cra­zia, l’Europa non sopravvive.
Mai come ora è chiaro che l’Europa o cam­bia o muore.
La Gre­cia, da sola, non può far­cela. Può supe­rare un round, ma se non le si affian­che­ranno altri popoli e altri governi, la spe­ranza che ha aperto verrà soffocata.
Per que­sto sono così impor­tanti le ele­zioni d’autunno in Spa­gna e in Portogallo.
Per que­sto è così urgente il pro­cesso di rico­stru­zione di una sini­stra ita­liana all’altezza di que­ste sfide, supe­rando fram­men­ta­zioni e par­ti­co­la­ri­smi, incer­tezze e distin­guo, per costruire, in fretta, una casa comune grande e credibile.

venerdì 12 giugno 2015

Intervista a Francesco Saraceno: “Sta cambiando la narrativa dell’economia ma non nella politica europea”

da Keynes Blog

 
La rivoluzione teorica di Blanchard, la trattativa tra Grecia e creditori, il ruolo delle politiche fiscali e monetarie, il destino dell’eurozona. Francesco Saraceno, economista italiano del prestigioso Osservatorio sulla Congiuntura (OFCE) di Parigi, risponde a tutto campo alle domande di Keynes blog.
Intervista di Faber Fabbris per Keynes Blog

Cominciamo dal tuo articolo sul riconoscimento degli ‘errori’ del Fondo Monetario Internazionale, ammessi da Blanchard, suo economista capo (Correlazione tra deregulation del mercato del lavoro e crescita; impatto dei moltiplicatori, e così via). Paul Krugman ha recentemente rinviato proprio a questo tuo lavoro sul suo blog The conscience of a liberal.
Il corpus dottrinale dell’FMI -al di là dell’episodio dell’Excelgate- pare insomma incrinato in più punti. Le autocritiche di Blanchard sono, a tuo avviso, un incidentale ‘mea culpa’ senza conseguenze, o ci possiamo aspettare una nuova stagione nel corso delle politiche economiche?
No, non mi pare un incidente di percorso. Credo che un cambiamento di paradigma stia cominciando a delinearsi. Alcuni sono stati scettici rispetto alle ‘revisioni’ che ho allineato, ribadendo che in sostanza, l’FMI non cambia affatto il suo modus operandi, nonostante le correzioni di rotta teoriche. Si veda ad esempio l’atteggiamento del fondo nella questione greca. In realtà le cose sono più articolate, e proprio nel caso della Grecia l’FMI ha giocato anche il ruolo del “good cop”, ammettendo esplicitamente che il debito di Atene dovrà in qualche modo essere ristrutturato. Non bisogna d’altra parte dimenticare che Blanchard non è il direttore esecutivo dell’FMI, ma il capo del suo centro studi: i suoi interventi riflettono le difficoltà oggettive che il Washington Consensus ha incontrato negli ultimi dieci anni, soprattutto dopo la crisi del 2008. Credo, come ho detto in quell’articolo, che il realismo abbia imposto di rivedere alcuni capisaldi della dottrina politica economica che ha dominato l’Europa nel ventennio 1990-2010, e il resto del mondo fin dai primi anni ottanta.
Oltre alle correzioni di rotta sull’austerità espansiva e sui moltiplicatori -correzioni consensuali e difficilmente discutibili in un contesto estremo come quello della crisi – mi paiono anche più importanti le novità dell’approccio sulla crescita di lungo periodo. La prima è riconoscere che non tutte le liberalizzazioni sono uguali, e che in particolare quella del mercato del lavoro non produce gli effetti che la teoria prevede. La seconda è ammettere l’insostenibilità della dicotomia tra redistribuzione ed efficienza economica: una società nella quale il reddito è distribuito in maniera sempre più ineguale non è destinata ad una crescita duratura e sostenibile.
Questi sono due pilastri fondamentali del Washington consensus, che oggi cominciano a sfaldarsi.
La qualità del riorientamento in atto mi pare possa essere colta da un tangibile cambiamento di narrativa. Se cambia la narrativa, credo si giustifichi anche la speranza in un cambiamento delle politiche economiche. L’FMI aveva fino a ieri un discorso intellettuale che implicava precise prescrizioni di politica economica. Se è vero che queste prescrizioni non sono ancora cambiate, il “discorso” è ormai radicalmente diverso. Le ricette applicate sinora perdono gradualmente le loro fondamenta teoriche.
Ogni cambiamento di paradigma di politica economica necessita un preventivo cambiamento di paradigma intellettuale. E anche se è presto per stabilirne limiti e conseguenze, penso che Blanchard abbia avviato un cambiamento di paradigma intellettuale.
Questo ‘nuovo corso’ si può forse collocare in un contesto politico-storico ben definito: le politiche economiche degli Stati Uniti in tempo di crisi sono state molto più vitali ed efficaci rispetto a quelle europee…
Questa differenza di approccio non data da oggi. Il mio coautore Fitoussi diceva che gli Stati Uniti sono i più grandi produttori al mondo di pensiero liberale: ma non per il consumo interno, prevalentemente per le esportazioni. Il quadro delle istituzioni politiche e sociali, ma anche economiche, degli USA è molto meno protettore di quello europeo (il Welfare state è molto meno sviluppato) e questo va di pari passo con un attivismo nella politica economica molto più marcato. Non è concepibile un meccanismo senza ammortizzatori sociali e nel quale la politica è inerte, perché non sarebbe capace di assorbire le fluttuazioni economiche. L’Europa aveva in passato meno bisogno di politiche attive perché possedeva un sistema di protezione sociale molto più sviluppato. L’indebolimento dello stato sociale al quale assistiamo in Europa richiederebbe quindi una ben più rapida capacità di reazione delle politiche pubbliche. Ma non è quello che stiamo facendo.
Le dimissioni di Blanchard – che ha annunciato di lasciare anzitempo il suo mandato – non sono a tuo avviso la spia di dissensi più profondi?
Non credo; penso ci sia stata una buona sintonia fra Blanchard ed i direttori del FMI (Strauss Kahn e poi Lagarde). Si tratta di scelte personali: ha vissuto sette anni sul bordo del precipizio, credo voglia prendere un po’ di tempo per dedicarsi più serenamente alla ricerca e agli studi. Si è di recente interessato alla stagnazione secolare, e immagino desideri approfondire questo tema di studio. Ha mobilitato un gruppo di ricercatori di valore su temi importanti spingendoli a liberarsi dei loro paraocchi. È un gruppo di lavoro che continuerà sulla strada tracciata.
Parliamo delle politiche monetarie a livello internazionale, e più in generale della ‘trappola della liquidità’. La banca di Svezia ha istituito un tasso di sconto negativo da gennaio; il Giappone fa una politica monetaria molto aggressiva. C’è la sensazione che si sia dovuti arrivare alle soglie della deflazione, almeno a livello Europeo, per rivedere le scelte fino a ieri intangibili . La BCE ha infine lanciato il QE, a lungo atteso e forse ormai inevitabile. Malgrado ciò, si teme da più parti che il QE finisca per alimentare bolle speculative se manca un piano di investimenti industriali. Ci sono spazi perché il QE spinga anche ad un nuovo ciclo di investimenti industriali, o ci si è arrivati correndo ai ripari rispetto alla paura della deflazione?
Rileggendo Keynes ci si rende conto che nulla di quello che sta succedendo è sorprendente. La definizione della trappola della liquidità è quella secondo la quale esiste, in un certo momento e per cause diverse, una propensione elevate del settore privato ad assorbire liquidità senza spendere; in una situazione di questo tipo, è assolutamente normale che una politica monetaria espansiva non abbia effetti diretti sull’attività economica. Chi si sorprende che il QE non abbia rilanciato l’attività economica (sia in Europa, in Giappone o negli USA) non conosce l’economia. Perché allora lanciare il QE, anche alla luce dei rischi di bolle sugli assets? Vedo tre ragioni, due ‘buone’ e una ‘cattiva’.
La prima è che è necessario disporre di liquidità sufficienti per non essere sguarniti al momento della ripresa; il QE permette anche di calmierare i tassi sui titoli dei debiti sovrani dei paesi della periferia dell’euro. La terza ragione è che il QE ha un effetto positivo sulla competitività poiché agisce sul tasso di cambio: la FED ha permesso, indebolendo il dollaro, di favorire le esportazioni. Quest’ultimo obbiettivo mi pare però meno lungimirante degli altri due, perché un’economia solida dovrebbe basarsi soprattutto sulla domanda interna, piuttosto che sulle esportazioni.
Malgrado gli intenti positivi di questi indirizzi, in presenza di una trappola della liquidità la vera leva per il rilancio dell’attività economica è -Keynes docet- la politica fiscale. È proprio qui che divergono le politiche di UE, Stati Uniti e Giappone: in Europa, dal 2010, è stata abbandonata qualsiasi politica fiscalmente espansiva, e si è messa al contrario in opera una stretta delle spese, mirando ad un aumento delle entrate (consolidamento fiscale). L’assenza di uno stimolo fiscale degno di questo nome spiega in gran parte le differenze di performance economica fra l’Europa e gli USA o il Giappone.
Ovviamente si tratta di uno stimolo fiscale, che deve essere limitato nel tempo per essere efficace. Gli Stati Uniti hanno applicato politiche fiscali anticicliche nel periodo della crisi, che sono state prontamente rimodulate quando la spesa privata è ritornata a livelli più elevati. Si tratta di una compensazione elastica, per la quale il settore pubblico entra nell’economia quando il sistema privato fa difetto, e si ritira quando il settore privato è pronto a rientrare. Si può discutere della tempistica del piano di rilancio di Obama Probabilmente si è cambiata la fiscal stance troppo presto, quando la spesa privata non era ancora sufficientemente solida. Se il congresso non fosse stato in mano ai repubblicani e se Obama fosse stato un po’ più volitivo, si sarebbe forse lasciato più spazio al rafforzamento della ripresa. Ma si tratta di aspetti tutto sommato marginali. Rimane il fatto che la politica fiscale statunitense ha fatto il suo dovere.
È il principio di base di una politica economica anticiclica…
Si, era quello lo spirito originario della proposta di Keynes. Contrariamente a quello che pensano molti conservatori, Keynes non auspicava un big government, ma un active government; è quello che accade negli Stati Uniti, proprio perché manca un sistema di stabilizzatori automatici radicato, come lo stato sociale europeo. La vera questione in Europa -tuttora inevasa- è quella delle politiche fiscali, ben più che quella monetaria. La BCE opera in questo quadro, e la sua azione ne è intrinsecamente limitata: sono sicuro che Draghi sarebbe ben contento di non fare quello che sta facendo. Ma non lo può dire. E se fosse stato meno attivo, oggi la zona euro non esisterebbe più.
Sulle politiche fiscali si scorge in Europa una qualche eccezione, c’è qualche governo che sta provando ad alzare la testa?
No, nessuno. Qui tra l’altro giace la più grande mistificazione del dibattito politico italiano: su questo versante Renzi non sta cambiando nulla. La fiscal stance oscilla fra neutrale e recessiva. È vero che i tedeschi stanno -con estrema riluttanza- introducendo qualche cambiamento, penso in particolare al salario minimo; si può sperare in una tendenza al recupero della domanda interna, ma largamente insufficiente a compensare gli squilibri che si sono prodotti finora. I paesi periferici restano in una completa inerzia fiscale, chi più deliberatamente (Spagna e Portogallo) chi meno (l’Italia). Ma globalmente non c’è capacità o volontà ad agire su questo terreno, restiamo in un quadro di politiche fiscali non aggressive. È la lezione più deprimente dei negoziati di queste ore: L’Europa non ha cambiato verso. Nemmeno un po’.
Non è un caso che i negoziati in corso tra la Grecia e “le istituzioni” sembrino incagliarsi proprio sulle richieste di aumento dell’IVA, per definizione l’imposta che più nuoce alla domanda interna. Quale è il tuo apprezzamento del negoziato in corso?
Al di là del dettaglio delle misure dibattute (circolano in questo momento varie ipotesi, ed è difficile precisare i contorni dell’accordo eventuale), credo si possa nutrire, nella vicenda della trattativa greca, un moderato ottimismo. Fin dall’inizio dei negoziati mi è sembrato che ci fossero un problema reale, ed uno falso, “di facciata”. Il falso problema è il debito: perché tutti sanno che la Grecia non ripagherà il suo debito pubblico (sul rimborso del quale sussiste d’altronde una moratoria). E che questo non sia il problema è ugualmente noto a tutti, perché si tratta di cifre -alla scala europea- insignificanti: il debito greco ammonta a circa il 2% del PIL dell’UE. Su questo falso problema si è concentrata tutta l’attenzione.
C’è poi il vero problema, sul quale qualche progresso è stato fatto: il riconoscimento che politiche recessive non sono più giustificabili né sostenibili. La Grecia aveva subìto -con il consenso dei governi conservatori e filoausteritari- un piano di rientro dal debito palesemente inapplicabile, a colpi di avanzo primario dell’ordine del 3% – 4%. Su questo c’è stato un consenso tra la Grecia e i creditori, ed è un punto sul quale nessuno osa più insistere. Credo che il governo greco, e il ministro delle finanze in particolare, sia stato molto abile su questo punto. Varoufakis ha deliberatamente continuato a distrarre l’opinione pubblica ed i negoziatori con la questione del debito, mentre il tema cardine era l’obbiettivo di avanzo primario, sul quale è riuscito ad ottenere importanti concessioni [nel documento del 20 febbraio si parla genericamente di ‘avanzo primario adeguato’, e le ipotesi sul tavolo sono a meno dell’1% per il 2015, n.d.r.]. Un obbiettivo di avanzo primario più realistico consente nuovi spazi di manovra per politiche fiscali che aiutino la ripresa. Se le ipotesi che circolano dovessero concretizzarsi, la Grecia abbandonerebbe politiche fiscali catastroficamente recessive per posizionare il cursore, se non in terreno positivo, almeno prossimo alla neutralità. Si tratterebbe di un’ottima notizia. In qualche modo il governo greco costituirebbe la prima, emblematica eccezione all’inerzia dei governi dell’eurozona di cui parlavamo prima.
Il moderato ottimismo è peraltro temperato dall’insistenza della Troika su alcune misure simboliche su cui la Grecia non può cedere, a rischio di mandare all’aria il negoziato. Penso in particolare ad ulteriori tagli a salari e pensioni. Proprio alla luce delle considerazioni con cui abbiamo iniziato la nostra chiacchierata, quest’insistenza ha il sapore di una tardiva aderenza di Berlino e Bruxelles a quel Washington Consensus che oltreatlantico è ormai moribondo. Paradossi europei…
Attraversiamo -almeno in Europa- una fase di disoccupazione con deflazione, ambito nel quale la teoria keynesiana classica è a proprio agio (agio teorico, beninteso). Situazione ben diversa dalla stagflazione anni ’70, che non poco contribuì alla crisi -teorica e pratica- delle politiche della domanda. In questo quadro, esistono secondo te le condizioni per una convergenza delle diverse scuole keynesiane? Magari con settori del non-mainstream, o degli anti-neoclassici?
Temo di no, perché mi pare prevalga la dimensione autoreferenziale di certi ambienti intellettuali. Credo però ci sia oggi la possibilità di contrastare la teoria classica standard, supply side; senza necessariamente opporrle una teoria unificata (obbiettivo troppo ambizioso), ma con approcci multilaterali. Personalmente sono molto interessato alla riflessione sulla ‘stagnazione secolare’, che spiega come possa sussistere una condizione di equilibrio di sotto-occupazione di lungo periodo, per effetto congiunto di offerta e domanda. Questo equilibrio può essere analizzato a partire dal ‘rallentamento’ del progresso tecnologico, o dalle dinamiche demografiche (in un’ottica neoclassica, alla Solow); o a partire dalla distribuzione del reddito, dell’eccesso di risparmio (in un’ottica più progressiva, demand-side).
Oggi ci sono le condizioni per sfidare le teorie e le politiche economiche del Washington Consensus, dimostrando che il mondo ideale degli equilibri di mercato ‘automatici’ non ha niente a che vedere con la realtà, e che la domanda e l’offerta possono equilibrarsi in regime di sotto occupazione sul lungo periodo. Questo vuol dire che c’è bisogno di attuare politiche non neutrali.
Se mi chiedi se questo avverrà perché si metteranno tutti d’accordo : neo-keynesiani, post keynesiani, post-post keynesiani, marxisti, con i kaleckiani… la risposta è che ho i miei dubbi. Ma c’è spazio per un superamento definitivo della teoria mainstream, che sarà sostituita da un mondo intellettualmente multipolare. Non è detto che sia un male…
Questo pone una questione ricorrente e delicata nella storia del pensiero progressista in generale: hanno più peso i rapporti di forza sociali o le rappresentazioni intellettuali che la politica crea per agire su di essi? Accade anche che le dinamiche si sovrappongano: il 1936 è l’anno in cui Keynes scrive la General Theory, ma anche quello in cui Léon Blum che istituisce le ferie pagate e la settimana di 40 ore, esito di una straordinaria spinta sociale.
Credo che i mutamenti intervengano quando si affiancano contributi di diverso tipo. Citavi il pensiero marxista. Nell’analisi della stagnazione secolare, l’analisi di tipo marxista gioca un ruolo importante: rimettere in discussione l’approccio ‘individualista’ della teoria neoclassica, che basa tutto sull’agente razionale, capace di ottimizzare, e riconsiderare invece il ruolo delle classi, dei rapporti di forza, delle emergent properties, (cioè dinamiche sociali non riconducibili ad un ‘agente rappresentativo’ o ad un ipotetico comportamento individuale) porta un contributo potenzialmente molto ricco a questo dibattito.
Non saprei però dire quanto facilmente saranno superati alcuni ‘compartimenti’ fra le diverse tendenze critiche. La battaglia per esportare certe idee al di fuori degli ambiti specialistici è ancora lunga.
Anche alla luce delle attuali tensioni sulla Grecia, c’è da sperare che siano gli eventi a influenzare le teorie, piuttosto che il contrario…
Sì, ritengo che oggi -come negli anni ’30, e come nell’Europa che descriveva Marx- emergano delle contraddizioni nel sistema e nelle teorie che lo giustificano. Contraddizioni che impongono un ripensamento, ma non necessariamente di buttare alle ortiche tutti i capitoli della teoria neoclassica. Non ritengo assurdo che sul lungo periodo i fattori legati all’offerta giochino il loro ruolo. Né che un economista neoclassico osservi che la produttività della Grecia è oggi insufficiente.
La produttività è un tipico esempio di un parametro che può essere letto in chiave neoclassica, ma anche, e in tutt’altra ottica, in prospettiva keynesiana…
Infatti se ne può auspicare un aumento senza aggiungere il corollario delle ‘riforme stutturali’, ma promuovendo ad esempio l’investimento in ricerca, la qualità della formazione, e così via.
La stessa Germania, che si presenta come campione delle virtù neoclassiche, è in realtà lontana da quel modello: ha un sistema bancario molto poco trasparente, sindacati forti e consociativi, e così via. È un modello che nel suo insiemè è piuttosto lontano dal paradigma del libero mercato, ma che ha una sua efficacia. Si può avere un livello elevato di produttività, senza obbedire alle prescrizioni dell’ideale economico conservatore. Anzi, alcuni economisti come Sebastien Dullien notano come le riforme Hartz abbiano avuto l’effetto di introdurre delle crepe nella poderosa, ed efficiente, macchina consociativa tedesca. Se Dullien ha ragione, fra qualche anno potremmo ritrovarci a parlare del fallimento del modello economico tedesco.
Varoufakis all’Ambrosetti ha riproposto un’analisi di Kaldor del 1971: una unione monetaria sarà insostenibile senza uno strumento politico di livello continentale. Non ci possiamo permettere una Banca Centrale splendidamente indipendente, senza avere strumenti di leva fiscale, e senza indirizzi sulle politiche economiche, che spetterebbero ad un governo unico. La sua proposta è di agire entro i trattati esistenti tramite fondi della Banca Europea per gli Investimenti, coperti dalla BCE, senza finanziare direttamente gli stati. Secondo te, è un sistema efficace per compensare gli squilibri di partite correnti all’interno dell’eurozona?
Fra i contributi importanti della teoria neoclassica c’è proprio l’indipendenza delle politiche monetarie come fattore di stabilità del sistema economico. In questo senso, contesto una premessa della proposta di Varoufakis: non credo che il problema sia tanto un eccesso ‘di indipendenza’ della BCE, ma piuttosto la assenza totale di un governo, che la equilibri adeguatamente (senza arrivare ad un ‘controllo politico’). La FED è indipendente, ma ha un interlocutore di peso che è il Congresso, è una differenza essenziale rispetto all’Europa. Cito un articolo di Roberto Tamborini di qualche anno fa, a proposito dell’eurozona: “Un gigante monetario e dodici nani fiscali”.
Il problema è proprio qui: un attore di peso che si occupa di moneta, senza interlocutore. Draghi potrebbe parafrasare Kissinger e dire “datemi un numero di telefono, e li chiamo”. Per il momento ha quello della Merkel.
La soluzione ideale -credo oggi molti ne convengano- sarebbe quella di uno stato federale, ma le premesse politiche per un tale livello d’intesa mancano tutte. Bisogna quindi creare un qualche ersatz che la rimpiazzi, e in questo senso la proposta di Varoufakis è interessante, e vale ben più che una provocazione. Resta da definire chi gestirebbe questi investimenti, e con quali criteri, ma mi pare sia percorribile e ambiziosa.
Il ruolo della politica fiscale è doppio: prima di tutto stabilizza il ciclo economico, là dove la politica monetaria non può arrivare. In Europa, una politica monetaria necessariamente unica non può gestire cicli asimmetrici; non può intervenire nel caso di un boom in Spagna e una contemporanea recessione in Germania. L’ideale sarebbe un sistema federale (con prelievi e spese a livello federale), che agisca nel senso di una ridistribuzione automatica delle entrate: l’esempio classico è quello -evocato da Krugman- della Florida che con le sue tasse ‘aiuta’ lo stato di New York in recessione.
In assenza di questi meccanismi, si possono immaginare soluzioni diverse, ma con lo stesso scopo. Per esempio, la commissione europea propose nel novembre 2013 l’istituzione del sussidio di disoccupazione europeo, che potrebbe giocare proprio in questa direzione: i paesi con più disoccupati percepirebbero di più, mentre i paesi con i tassi di occupazione più alti verserebbero fondi maggiori. Un meccanismo di perequazione indiretta, analogo a quello fiscale.
Anche l’erogazione di fondi strutturali legati alle fasi di ciclo economico -pur con un approccio più complesso- può operare in compensazione di un sistema unico di prelievi.
In secondo luogo, la politica fiscale può incentivare lo sviluppo di lungo periodo: investimento pubblico, fondi strutturali, per compensare gli scarti di sviluppo fra diverse aree del continente. La proposta di Varoufakis si inserisce in questo secondo filone. Resta da vedere come priorizzare e scegliere i progetti che la BEI finanzierebbe.
Juncker ha per esempio scelto di evitare un approccio per ‘quota paese’ -che è in linea di principio una buona idea. Il rischio è però che ‘buoni’ progetti (per rendimento, obbiettivi, rischi) emergano più facilmente in aree già economicamente avanzate, o con infrastrutture solide, che nelle regioni periferiche. E questo rischierebbe di accentuare le divergenze.
Insomma, per quanti surrogati si riescano ad escogitare, l’assenza di un governo federale sarà sempre un handicap.
Il blog di Francesco Saraceno è fsaraceno.wordpress.com | Twitter @fsaraceno

domenica 26 aprile 2015

Il capro espiatorio Varoufakis

di Dimitri Deliolanes da  il manifesto

Grecia. Ministri europei e funzionari anonimi di Bruxelles criticano Varoufakis. Ma l'economista, con un curriculum esemplare, difende solo le scelte del governo e del popolo greco. Se si vuole trovare un compromesso onorevole, è tempo di cancellare l'ipocrisia e lavorare sui problemi reali

 
E così il pro­blema sarebbe Yanis Varou­fa­kis. Il quale si sarebbe dimo­strato nell’eurogruppo di Riga un «incom­pe­tente», un «dilet­tante», un «gio­ca­tore d’azzardo». Strano però per un pro­fes­sore di eco­no­mia tra i più bril­lanti attual­mente a livello inter­na­zio­nale, che ha inse­gnato nelle migliori uni­ver­sità anglo­sas­soni, com­presa Cam­bridge, sti­mato e soste­nuto dal nobel Joseph Sti­glitz e da James Galbraith.
Certo, se le cri­ti­che pro­ven­gono dall’agronomo (dal cur­ri­cu­lum fal­si­fi­cato) Jeroen Dijs­sel­bloem e dal lau­reato in legge Wol­fgang Schäu­ble, qual­cosa di vero ci deve essere.
Con­vince in par­ti­co­lare l’accusa di «dog­ma­ti­smo» lan­ciata con­tro il greco dall’accomodante mini­stro delle Finanze tede­sco, lo stesso che da cin­que anni ha impo­sto con pugno di ferro all’eurozona una bril­lante poli­tica eco­no­mica, che assi­cura alti tassi di cre­scita eco­no­mica e – soprat­tutto – sociale. Lo sanno tutti, gli spa­gnoli, i por­to­ghesi, i greci e anche gli ita­liani, che nuo­tano nell’abbondanza.
No, non è Schäu­ble il dog­ma­tico del neo­li­be­ri­smo. E’ Varou­fa­kis quello infles­si­bile, poi­ché si rifiuta osti­na­ta­mente di rega­lare alle ban­che le prime case, di abbas­sare le pen­sioni ai 350 euro, di licen­ziare migliaia di sta­tali e di sven­dere pro­prietà pubbliche.
Una fer­mezza che assi­cura al suo governo altis­simi tassi di con­senso tra la popo­la­zione greca, come dimo­stra l’ultimo son­dag­gio reso pub­blico appena ieri. Nello stesso tempo però in cui plaude alla fer­mezza con­tro l’austerità, la stra­grande mag­gio­ranza degli inter­vi­stati chiede a Varou­fa­kis e a Tsi­pras di non rom­pere con l’eurozona. Una posi­zione sag­gia, pie­na­mente in linea con il pro­gramma di Syriza. Un com­pro­messo ono­re­vole, ma per otte­nerlo biso­gna essere in due.
Ora però le cose si com­pli­cano. Il giorno prima dell’eurogruppo che ha ten­tato di lin­ciare Varou­fa­kis, Tsi­pras si era incon­trato con la Mer­kel in tutt’altro clima. La can­cel­liera aveva anche assi­cu­rato che la Gre­cia non avrebbe dovuto rima­nere senza liquidità.
Cosa è suc­cesso? E’ noto che l’eurogruppo è il regno di Schäu­ble men­tre la Mer­kel gioca su uno scac­chiere più grande.
C’è un gioco delle parti, del tipo poli­ziotto buono e poli­ziotto cat­tivo? Oppure anche a Ber­lino ci sono fal­chi e colombe? I primi con­ti­nue­reb­bero a gio­care la carta della desta­bi­liz­za­zione del governo Tsi­pras, assu­mendo anche il rischio di un inci­dente, sem­pre più pro­ba­bile man mano che pas­sano le set­ti­mane e i mesi. I secondi sta­reb­bero cer­cando di tro­vare una qua­dra­tura del cer­chio – tutta poli­tica – per uscire dall’impasse.
Comun­que sia, non è certo colpa di Varoufakis.
Il mini­stro delle Finanze greco lavora all’interno di un gruppo ope­ra­tivo spe­ci­fi­ca­mente dedi­cato ai pro­blemi con i cre­di­tori, a capo del quale c’è il vice pre­si­dente del Con­si­glio Yan­nis Dra­ga­sa­kis, espo­nente tra i più mode­rati e più esperti di Syriza. Quindi ogni vir­gola dell’azione poli­tica del mini­stro delle Finanze riflette esat­ta­mente gli orien­ta­menti del governo greco. Una sua sosti­tu­zione è fuori discussione.
Anche se Schäu­ble (l’ha pure ammesso) si tro­vava molto più a suo agio con i suoi pre­de­ces­sori: Gior­gos Papa­kon­stan­ti­nou, con­dan­nato per falso, Yan­nis Stour­na­ras, l’architetto dei conti truc­cati per entrare nell’euro, Ghi­kas Har­dou­ve­lis, il ban­chiere che por­tava i soldi in Sviz­zera.
Come andrà a finire? Non sono nella testa di Schäu­ble. Ma ho cer­cato lumi sul Cor­riere della Sera di ieri e ho fatto una grande sco­perta. In un’intera pagina fonti (ano­nime) dei cre­di­tori accu­sano Tsi­pras di essere «fal­sa­mente di sini­stra» e «al ser­vi­zio degli oli­gar­chi». L’ho rac­con­tato anche in Gre­cia e ci siamo diver­titi molto. Fin­ché le pole­mi­che con­tro di lui saranno di que­sto tenore potrà stare tran­quillo: sarà al governo per un decen­nio e oltre.

lunedì 16 febbraio 2015

Confessioni di un marxista irregolare nel mezzo di una ripugnante crisi economica europea

Il neoministro Yanis Varoufakis è diventato in pochi giorni una sorta di icona pop , il personaggio più noto accanto a Alexis Tsipras del governo di Syriza. Vi propongo grazie a Federico Vernarelli la traduzione di un suo lungo intervento che aiuta a comprendere il suo punto di vista sulla crisi e sui compiti della sinistra radicale in Europa. Il testo originale lo trovate sul blog di Varoufakis. Segnalo che l’editrice Asterios ha meritoriamente pubblicato in Italia il libro di Varoufakis Il Minotauro Globale. Buona lettura!

dal Blog di Maurizio Acerbo






Nel maggio 2013 ho avuto il piacere di trattare quest’argomento durante il sesto Subversive Festival di Zagabria. Solo ora sono riuscito a metterlo per iscritto e ad espanderlo per quanto riguarda alcuni aspetti significativi.
  1. 1. Introduzione. Una confessione radicale
Nel 2008, il capitalismo ha subito la sua seconda grande contrazione a livello mondiale, causando una reazione a catena che ha sprofondato l’Europa in una spirale recessiva che sta tuttora minacciando gli europei con un vortice di depressione permanente, cinismo, disintegrazione e misantropia.
Negli scorsi tre anni, mi è capitato di esprimermi sul momento difficile dell’Europa di fronte a platee estremamente variegate. Migliaia di dimostranti anti-austerity a Piazza Syntagma ad Atene, staff della Federal Reserve di New York, europarlamentari dei Verdi al Parlamento Europeo, analisti della Bloomberg a Londra e New York, studenti nei sobborghi degradati di Atene e New York, la Camera dei Comuni di Londra, attivisti di Syriza a Salonicco, proprietari di fondi comuni d’investimento a Manhattan e a Londra, la lista è lunga tanto quanto la progressiva ritirata dei leader europei da principi umanisti, e la ragione di tali interventi continua a persistere. Nonostante l’eterogeneità delle platee, il messaggio è stato sempre uno: l’attuale crisi europea non è solamente una minaccia per i lavoratori, per gli spossessati, per i banchieri, per gruppi particolari, classi sociali o persino nazioni. No, l’attuale atteggiamento dell’Europa pone una seria minaccia alla civiltà così come noi oggi la conosciamo.
Se la mia prognosi è corretta, e la crisi europea non è solamente un’altra caduta ciclica che verrà presto superata nel momento in cui i tassi di profitto aumenteranno in seguito all’inevitabile caduta dei salari, la questione all’ordine del giorno per i pensatori radicali è questa: dovremmo accogliere questo stallo totale del capitalismo europeo come un’opportunità per rimpiazzarlo con un sistema migliore? O dovremmo esserne talmente preoccupati da intraprendere una campagna per stabilizzare il capitalismo europeo? La mia risposta in questi tre anni è stata chiara, e la sua sostanza è stata male interpretata dalla summenzionata lista di diverse platee che ho tentato di influenzare. La crisi europea è, per come la vedo, gravida non di potenziali alternative progressiste, ma di forze radicalmente regressive che avrebbero la capacità di causare un bagno di sangue umanitario estinguendo la speranza di qualsiasi azione progressista per generazioni a venire.
A causa di tale teoria, da voci radicali in buona fede, sono stato accusato di “disfattismo”: un menscevico fuori tempo massimo che si batte senza sosta a favore di analisi il cui scopo sarebbe quello di salvare un sistema socio-economico europeo indifendibile. Un sistema che rappresenta tutto quello che un radicale dovrebbe condannare e combattere: un’Unione Europea anti-democratica, irreversibilmente neoliberista, altamente irrazionale, transnazionale, che ha possibilità praticamente nulle di evolvere in una comunità sinceramente umanista in cui le nazioni europee possano respirare, vivere e svilupparsi. Questa critica, lo confesso, mi fa male. E mi fa male perché contiene più di una parte di verità.
Infatti, condivido la visione di questa Unione Europea come un’istituzione fondamentalmente anti-democratica e irrazionale che sta conducendo i popoli europei verso un sentiero di misantropia, conflitto e recessione permanente. E mi inchino anche alla critica che io mi sto battendo su un’agenda che si basa sul presupposto che la sinistra era, e rimanga, sconfitta in pieno. E così si, in questo senso, mi sento costretto ad accondiscendere al fatto che vorrei che i miei obiettivi fossero di un altro tipo; vorrei molto più promuovere un programma la cui ragion d’essere sia la sostituzione del capitalismo europeo con un differente sistema più razionale – piuttosto che sforzarsi solamente per stabilizzare il capitalismo europeo che fa a pugni con la mia definizione di Buona Società.
A questo punto, forse può essere pertinente introdurre una seconda confessione: confessare che… le confessioni tendono sempre ad essere egocentriche. In effetti, le confessioni sono sempre molto simili a quel che John Von Neumann una volta disse parlando di Robert Oppenheimer dopo aver sentito dire che il suo ex direttore nel Manhattan Project si era trasformato in un attivista contro il nucleare e aveva confessato di sentirsi in colpa per il suo contributo alla carneficina di Hiroshima e Nagasaki. Le caustiche parole di John Von Neumann furono: “Sta confessando il peccato per rivendicarne la gloria”.
Grazie al cielo, non sono Oppenheimer e, di conseguenza, non sarà difficile evitare di rivendicare vari peccati come tentativo di auto-promozione ma, piuttosto, come una finestra da cui dare un’occhiata alle mie visioni di un capitalismo europeo ossessionato dalla crisi, profondamente irrazionale e ripugnante la cui esplosione, malgrado i suoi molti mali, dovrebbe essere evitata ad ogni costo. È una confessione con cui convincere i radicali del fatto che siamo chiamati ad una missione contraddittoria: arrestare la caduta libera del capitalismo europeo allo scopo di guadagnare il tempo di cui c’è bisogno per formulare l’alternativa.
  1. 2. Perché sono un marxista?
Quando scelsi il tema della mia tesi di dottorato, nel 1982, scelsi, intenzionalmente, un argomento altamente matematico e un tema nel quale il pensiero di Marx era irrilevante. Quando, più tardi, intrapresi la carriera accademica, come professore in dipartimenti mainstream di Economia, il contratto implicito tra me e i dipartimenti che mi offrivano di tenere le lezioni era che avrei trattato quegli argomenti di teoria economica che non lasciavano spazio a Marx. Alla fine degli anni Ottanta, a mia insaputa, fui assunto all’Università di Sidney in modo da far fuori un altro candidato di sinistra. Poi, dopo il mio ritorno in Grecia nel 2000, unii i miei sforzi a quelli di George Papandreou, cercando di rimuovere il rischio del ritorno al potere di una risorgente destra ostinata a far tornare la Grecia in un atteggiamento di xenofobia (sia per quanto riguardava la politica interna, con un giro di vite contro i lavoratori migranti, sia in questioni di politica estera). Così come tutto il mondo sa ora, il partito del signor Papandreou non solo fallì nel combattere la xenofobia ma, invece, promosse le più virulenti politiche macroeconomiche liberiste comandate dai cosiddetti piani di salvataggio dell’Eurozona, causando involontariamente il ritorno dei nazisti per le strade di Atene. Nonostante io avessi rassegnato le mie dimissioni come consigliere del signor Papadreou all’inizio del 2006, e fossi divenuto uno dei critici più insistenti del governo durante la sua pessima gestione dell’implosione greca post-2009, i miei interventi nel dibattito pubblico in Grecia e in Europa (ad esempio la Modesta proposta per risolvere la crisi dell’Euro, della quale sono co-autore e per la quale mi sono battuto) non contenevano la minima traccia di marxismo.
In virtù di questo lungo sentiero attraverso le università e i dibattiti politici in Europa, uno potrebbe essere sorpreso dal vedermi tirar fuori il proverbiale segreto dal cassetto dichiarandomi marxista. Tali affermazioni non mi giungono naturali. Vorrei poter evitare le etero-definizioni (ovvero l’essere definiti in base al metodo e alla visione del mondo di qualcun altro). Marxista, hegeliano, keynesiano, humiano, sarei naturalmente predisposto a dire che non sono nessuna di queste cose; che ho trascorso il mio tempo cercando di diventare l’ape di Francis Bacon: una creatura che raccoglie il nettare da milioni di fiori e lo trasforma, nel suo stomaco, in qualcosa di nuovo, qualcosa di personale, un qualcosa che è debitore di ogni singolo fiore ma che non è definito da nessuno di essi preso singolarmente. Ma, ahimè, questo sarebbe falso, e dunque non un buon metodo per iniziare una…confessione.
A dire il vero, Karl Marx è stato responsabile nel formare la mia prospettiva del mondo in cui viviamo, dalla mia infanzia al giorno d’oggi. Non è qualcosa di cui parlerei volentieri molto nella buona società odierna perché la sola menzione della parola che inizia con M estingue ogni interesse della platea. Ma è una cosa che non ho mai nemmeno negato. In effetti, dopo alcuni anni trascorsi ad indirizzarmi a platee con le quali non condividevo il retroterra ideologico, è sorto recentemente in me un bisogno di parlare candidamente dell’influenza di Marx sul mio pensiero. Per spiegare il perché, il perché essere un marxista impenitente, penso che sia importante resistergli con ardore su molti argomenti. Essere, in altre parole, eretici nel proprio marxismo.
Se la mia carriera accademica ha largamente ignorato Marx, e i miei attuali consigli politici sono impossibili da descrivere come marxisti, allora perché tirar fuori ora il mio marxismo? La risposta è semplice: persino le mie visioni economiche non-marxiste sono guidate da un assetto mentale pesantemente influenzato da Marx. Ho sempre pensato che un teorico sociale radicale possa sfidare il pensiero economico dominante in due modi diversi: uno è attraverso la strada della critica immanente. Accettare gli assiomi dominanti e quindi esporne le contraddizioni interne. Dire: “Non contesto i tuoi presupposti, ma ecco perché le tue conclusioni non derivano logicamente da quelli”. Questo era, infatti, il metodo usato da Marx per minare il sistema dell’economia politica britannica. Marx accettò ogni singolo assioma di Adam Smith e David Ricardo al fine di dimostrare che, nel contesto delle loro assunzioni, il capitalismo era un sistema contraddittorio. La seconda strada che un teorico radicale può perseguire è, ovviamente, quella della costruzione di teorie alternative a quelle dell’establishment, sperando che esse verranno prese sul serio (che è ciò che gli economisti marxisti del tardo XX secolo stanno facendo).
Il mio parere su questa doppia alternativa è sempre stato che i poteri in carica non sono mai perturbati da teorie che partono da assunti diversi dai propri. Nessun economista dell’establishment presterà mai attenzione a un modello marxista o neo-ricardiano in questi giorni. L’unica cosa che può destabilizzare e sfidare seriamente gli economisti mainstream neoclassici è la dimostrazione dell’inconsistenza dei loro propri modelli. È per questa ragione che, fin dall’inizio, ho scelto di penetrare nelle viscere della teoria neoclassica e di non spendere quasi nessuna energia nel tentativo di sviluppare modelli alternativi, marxisti, di capitalismo. Le mie ragioni, lo ammetto, erano piuttosto…marxiste[1].
Quando spinto a commentare il mondo in cui viviamo, in quanto contrario all’ideologia dominante sul funzionamento dell’economia globale, non avevo alternative che tornare alla tradizione marxista che aveva forgiato il mio pensiero sin da quando mio padre, metallurgista, aveva impresso in me, quando ero ancora bambino, l’importanza dei cambiamenti tecnologici e delle innovazioni nel processo storico. Come, per esempio, il passaggio dall’Età del Bronzo a quella del Ferro velocizzò la storia; come la scoperta dell’acciaio accelerò il tempo storico dieci volte; e come le tecnologie informatiche basate sul silicio sono discontinuità storiche e socio-economiche di primaria importanza.
Questo trionfo costante della ragione umana sulla natura e sui mezzi tecnologici, che serve anche periodicamente ad esporre l’arretratezza delle nostre sovrastrutture sociali e delle nostre relazioni, è una prospettiva insostituibile che devo a Marx. Il suo materialismo storico fu rinforzato nel modo più interessante e inaspettato. Chiunque abbia guardato l’episodio di Star Trek Voyager intitolato “In un batter d’occhio”, riconoscerà una meravigliosa raffigurazione in quarantacinque minuti del materialismo storico al lavoro: un’impressionante narrazione del processo per cui lo sviluppo dei mezzi di produzione genera progressi tecnologici che costantemente mettono in discussione la superstizione e creano impulsi storici che, in maniera non lineare, generano nuove fasi della civilizzazione.
Il mio primo incontro con i testi di Marx avvenne molto presto nella mia vita, come risultato degli strani tempi in cui mi ritrovai a crescere, con la Grecia intenta ad uscire dall’incubo della dittatura neofascista del 1967-1974. Quel che attirò la mia attenzione fu l’insuperabile, affascinante dono di Marx nel ritrarre la storia umana come un’opera teatrale, in cui la dannazione umana è riscattata da una reale possibilità di salvezza e da una spiritualità autentica. Leggendo frasi quali…
“la moderna società borghese con le sue condizioni borghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, una società che ha evocato come per incanto così potenti mezzi di produzione e di scambio, rassomiglia allo stregone che non può più dominare le potenze sotterranee da lui evocate”. (Il Manifesto del Partito Comunista, 1848)
…sembrava quasi di presenziare a un incontro fra, da una parte, Faust e il Dottor Frankestein, e dall’altra, Adam Smith e David Ricardo, nella creazione di una narrativa popolata da figure (lavoratori, capitalisti, funzionari, scienziati), che erano gli attori drammatici della Storia, agenti che combattevano per imbrigliare la ragione e la scienza allo scopo di rendere più forte l’umanità mentre, contrariamente alle loro intenzioni, scatenavano forze infernali che usurpavano e sovvertivano la loro libertà e la loro umanità.
Questa prospettiva dialettica, in cui ogni cosa genera il suo opposto, e l’occhio acuto con cui Marx individuava il potenziale per il cambiamento nelle strutture sociali apparentemente più fisse e immutabili, mi aiutò a cogliere le grandi contraddizioni dell’epoca capitalista. Dissolveva il paradosso di un’età che generava le condizioni di benessere più notevoli e, nello stesso istante, la povertà più nera. Oggi, volgendosi alla crisi europea, alla crisi di realizzazione americana, alla stagnazione di lungo termine del capitalismo giapponese, quasi tutti i commentatori non riescono a cogliere il processo dialettico che si svolge sotto il loro naso. Riconoscono la montagna di debiti e le perdite delle banche, ma dimenticano l’altro lato della medaglia, la sua antitesi: la montagna di risparmi inattivi che sono congelati dalla paura e che dunque non si convertono in investimenti produttivi. Un’attenzione marxista alle opposizioni binarie li avrebbe aiutati ad aprire gli occhi…
Una delle ragioni principali per cui l’opinione dominante non riesce a fare i conti con la realtà contemporanea è che non ha mai compreso la tensione dialettica della produzione congiunta di debiti e surplus, di crescita e disoccupazione, di benessere e povertà, di spiritualità e depravazione, per non dire di bene e male, di nuove forme di piacere e di schiavitù, di libertà e sottomissione: di questo calderone di opposizioni binarie che gli scritti drammatici di Marx ci indicavano come le risorse dell’ingegno della Storia.
Fin dalle mie prime riflessioni come economista, giungendo ad oggi, mi è sempre parso chiaro come Marx abbia compiuto una scoperta che sarebbe dovuta rimanere il punto centrale di ogni utile analisi del capitalismo. Questa scoperta era, ovviamente, quella di un’altra opposizione binaria intrinseca al lavoro umano. Questo è dotato di due nature differenti: 1) lavoro come creazione di valore (respiro vitale), attività che non può mai essere specificata o quantificata in anticipo (e per cui impossibile da mercificare) e, 2) lavoro come quantità (numero di ore di lavoro), utilizzato per la vendita e trasformato in un prezzo. Ciò è quel che contraddistingue il lavoro da altre risorse produttive come l’elettricità: la sua duplice, contraddittoria natura. Una differenza-contraddizione che gli economisti politici dimenticavano di fare prima di Marx, e che gli economisti mainstream rifiutano fermamente di accettare tutt’oggi.
Sia l’elettricità che il lavoro possono essere pensati come merci. Tanto i datori di lavoro quanto i lavoratori lottano per mercificare il lavoro. I datori di lavoro usano tutta la loro ingegnosità, e quella dei loro manager delle risorse umane, per quantificare, misurare e omogeneizzare il lavoro. Allo stesso tempo i potenziali impiegati si dannano l’anima in un tentativo ansioso di mercificare il loro potere lavorativo, scrivendo e riscrivendo i loro curricula per ritrarsi come fornitori di unità di lavoro quantificabili. E questo è il problema! Perché se lavoratori e datori di lavoro riuscissero a mercificare completamente il lavoro, il capitalismo morirebbe. Questa è una prospettiva senza la quale la tendenza del capitalismo di generare crisi cicliche non potrà mai venire pienamente compresa, una prospettiva alla quale nessuno, senza una conoscenza di base del pensiero di Marx, avrà mai accesso.
  1. 3. La fantascienza diventa documentario
In un grande classico, il film del 1953 L’invasione degli ultracorpi, gli alieni non ci attaccano frontalmente, a differenza, ad esempio, di quel che accade in La guerra dei mondi di H.G. Wells. Piuttosto, gli umani sono attaccati dall’interno, fino a che non rimane nulla della loro anima e delle loro emozioni. I loro corpi sono tutto ciò che rimane, come gusci che una volta contenevano una libera volontà e che ora lavorano, attraversano meccanicamente la vita quotidiana, e funzionano da simulacri umani “liberati” dall’aleatoria capricciosità della natura umana. Questo processo è equivalente alla trasformazione necessaria a trasformare il lavoro umano in una fonte di energia non differente dai semi, dall’elettricità, in effetti dai robot. Parlando in termini moderni, è quel che sarebbe accaduto se il lavoro umano fosse diventato perfettamente riducibile a capitale umano e dunque adatto ad essere inserito nei rozzi modelli economici.
Provate a pensarci, ogni singola teoria economica non marxista che tratta gli impulsi produttivi umani e non-umani come se fossero intercambiabili, quantità qualitativamente equivalenti, adotta il presupposto che la de-umanizzazione del lavoro umano sia completa. Ma se tale processo giungesse mai ad essere completo, il risultato sarebbe la fine del capitalismo inteso come sistema capace di creare e distribuire valore. Innanzitutto, una società di simulacri de-umanizzati, o automi, assomiglierebbe ad un orologio meccanico pieno di ingranaggi e molle, ognuno con la sua propria funzione, e che nel complesso producono un “bene”: la misurazione del tempo. Ma se questa società contenesse nient’altro che automi, la misurazione del tempo non sarebbe un “bene”. Sarebbe un “prodotto”, certamente, ma perché mai un “bene”? Senza esseri umani reali a sperimentare il funzionamento dell’orologio, non potrebbero esserci cose come “beni” o “mali”. Una “società” di automi sarebbe, così come gli orologi meccanici o dei circuiti integrati, piena di ingranaggi funzionanti, dimostrando una funzione, una funzione che però non potrebbe venire descritta né in termini morali, né di valore.
Dunque, per ricapitolare, se il capitale dovesse mai riuscire nel quantificare, e dunque nel mercificare completamente, il lavoro, così come prova a fare in ogni momento, lo prosciugherebbe anche di quell’indeterministica, recalcitrante libertà umana che permette la generazione del lavoro. La brillante rivelazione di Marx riguardo l’essenza più profonda delle crisi capitaliste era precisamente questa: maggiore sarà il successo del capitalismo nel convertire il lavoro in una merce, minore sarà il valore che ogni unità genererà, minore il profitto e, infine, più vicina la prossima odiosa recessione sistemica dell’economia. Il ritratto della libertà umana intesa come categoria economica è un aspetto unico del pensiero di Marx, rendendo possibile una peculiare e astute interpretazione drammatica e analitica della propensione del capitalismo a piombare nella recessione, persino nella depressione, a partire dalle fasi più sfrenate di crescita.
Quando Marx scriveva che il lavoro era il fuoco vivente che dava forma alle cose, la transitorietà delle cose, la loro temporalità, stava fornendo il più grande contributo che ogni economista abbia mai dato alla nostra comprensione della profonda contraddizione sepolta dentro il DNA del capitalismo. Quando ritraeva il capitale come “una forza cui dobbiamo sottometterci…che sviluppa un’energia cosmopolita, universale, che oltrepassa ogni limite e rompe ogni legame, e si pone come unica regola, unica universalità, solo limite e solo legame”[2], stava evidenziando la realtà per cui il lavoro può essere comprato tramite capitale liquido (denaro), nella sua forma di merce, ma porta sempre dentro di sé un desiderio ostile al capitalista compratore. Ma Marx non stava solamente facendo un’affermazione psicologica, filosofica o politica. Stava, piuttosto, fornendo una ragguardevole analisi del perché nel momento in cui il lavoro (inteso come attività non quantificabile) si spoglia di tale ostilità, diviene sterile, incapace di produrre valore.
In un momento in cui i neoliberisti hanno invischiato la maggior parte delle persone nei loro tentacoli teoretici, rigurgitando incessantemente l’ideologia del miglioramento della produttività del lavoro allo scopo di aumentare la competitività e creare così “crescita” e così via, le analisi di Marx offrono un potente antidoto. Il capitale non potrà mai vincere nella sua lotta per trasformare il lavoro in una risorsa infinitamente elastica e meccanizzata senza distruggere sé stesso. Questo è ciò che né i neoliberisti né i keynesiani comprenderanno mai! “Se l’intera classe dei salariati venisse annichilita dai macchinari” scriveva Marx, “quanto terribile sarebbe ciò per il capitale che, senza lavoro salariato, cesserebbe di essere quello che è”[3]. Quanto più il capitale si avvicina alla sua vittoria finale sul lavoro, tanto più la nostra società si fa somigliante a quella di un altro film di fantascienza. Un film che era stato presagito proprio da Karl Marx: Matrix.
Ciò che è unico in Matrix è che, in esso, la ribellione dei nostri manufatti non è un semplice caso di uccisione del padre creatore. A differenza della Cosa di Frankestein, che aggredisce irrazionalmente gli esseri umani a causa della sua assoluta angoscia esistenziale, o delle macchine della serie di Terminator, che vogliono solamente sterminare tutti gli umani per consolidare il loro futuro dominio sul pianeta, in Matrix l’emergente impero delle macchine vuole conservare l’esistenza umana per i propri fini: mantenerci in vita in quanto risorsa primaria. L’Homo sapiens, nonostante abbia inventato la schiavitù umana, e nonostante la nostra storia senza precedenti nell’infliggere orrori indicibili ai nostri consanguinei, non avrebbe mai potuto neppure immaginare il ruolo spregevole che le macchine ci assegnano in Matrix: bloccati in apparecchiature che ci immobilizzano per risparmiare energia, le macchine ci sottopongono ad alimentazione forzata con una miscela di sostanze nutrienti nauseabonde volte a intensificare la produzione di calore.
Ad ogni modo, ben presto le macchine scoprono che gli umani non durano a lungo una volta che il loro spirito è spezzato e la loro libertà infranta. Il nostro curioso bisogno di libertà minaccia l’efficacia dei loro impianti a energia umana. Così, le macchine ci imprigionano in quella che Marx avrebbe chiamato “falsa coscienza”. Non instillano nei nostri corpi solamente sostanze nutrienti, ma anche le illusioni che il nostro spirito brama. Ingegnosamente, attaccano degli elettrodi ai nostri crani con i quali percepiscono, direttamente nel nostro cervello, la vita virtuale, ma profondamente realistica che, come umani, vorremmo vivere. Mentre i nostri corpi sono brutalmente attaccati ai loro generatori di potenza, alimentandoli con l’elettricità scaturita dal calore dei nostri corpi, il software delle macchine noto come Matrix riempie le nostre menti con visioni di una vita immaginaria, illusoria, ma verosimile e “normale”. In questo modo i nostri corpi, ignari della realtà, possono vivere per decenni, tutto a vantaggio delle macchine che possono così generare l’energia bastante per sostenere la loro nuova civiltà. L’oblio dell’umanità costituisce così un fattore cruciale per la produzione dell’economia di Matrix.
“Le macchine hanno acquisito il dominio sul lavoro umano e sui suoi prodotti”[4], così Marx descriveva l’ascesa delle macchine, un incrocio fra un’antica tragedia greca e una shakespeariana che si svolgeva sullo sfondo di una rivoluzione industriale in cui i pochi possedevano le macchine e i molti le facevano lavorare. Il punto centrale di Marx era che, nell’universo del capitale, siamo già trans-umani. Matrix non è futurologia. È parte della nostra realtà già da un pezzo! È il miglior documentario possibile sulla nostra era o, per essere precisi, sulla tendenza della nostra era a cancellare dal lavoro umano tutte quelle caratteristiche che gli impediscono di diventare pienamente flessibile, perfettamente quantificato, infinitamente divisibile. Quanto a Marx il suo ruolo è stato quello di fornirci l’opzione della pillola rossa[5]; una possibilità per guardare in faccia, senza le rassicuranti illusioni dell’ideologia borghese, la squallida realtà di un sistema che produce crisi e deprivazione ogni giorno, intenzionalmente e non certo per caso.
Leggete qualsiasi manuale di management, qualsiasi articolo in qualsiasi rivista accademica di economia, qualsiasi documento prodotto dall’Unione Europea sull’istruzione, sulla scuola, sull’università, i programmi di innalzamento della produttività, sulla competitività eccetera. Capirete immediatamente che stiamo già vivendo nella nostra versione di Matrix. Gli inesorabili sforzi del capitale di quantificare e usurpare il lavoro hanno infestato tutti questi documenti, che sponsorizzano una società in cui le persone aspirino a divenire automi. Un’ideologia la cui estensione programmatica è la trasformazione del lavoro umano in una versione di energia termica che permetta alle macchine maggiori margini di funzionamento e la costruzione di altre macchine che, tragicamente, mancheranno di ogni capacità di generare…valore.
In questo senso, la nostra Matrix può essere solo provvisoria poiché più si avvicina alla perfetta versione del film più probabile è lo scatenamento di una crisi di dimensioni catastrofiche, e, con il precipitare dei valori economici, il sopraggiungere di una Grande Recessione, e il ruolo delle macchine è rovesciato quando gli investimenti in esse divengono negativi. Da questa prospettiva marxiana, tornando nuovamente al film, il gruppo di uomini liberati nel cuore della società delle macchine (che guidano la risorgenza degli esseri umani) simbolizza la resistenza umana al diventare capitale umano; l’irriducibile ostilità intrinseca nei confronti della quantificazione che rimane insita nei cuori e nelle menti persino di coloro che spendono tutte le loro energie nel cercare di mercificarsi per conto dei propri datori di lavoro. L’ironia deliziosa in tutto ciò è che proprio quest’ostilità che il capitale tenta di sradicare nel lavoro è proprio ciò che rende il lavoro capace di produrre valore e permette al capitale di accumularsi.
  1. 4. Cos’ha fatto Marx per noi?
In un’occasione Paul Samuelson denigrò Marx chiamandolo un seguace minore di Ricardo. Quasi ogni scuola di pensiero, compresi alcuni economisti progressisti, vorrebbe far finta che, nonostante Marx sia stato una figura carismatica, molto poco, se non niente del tutto, dei sui contributi rimanga rilevante al giorno d’oggi. Mi sia consentito di dissentire.
Oltre all’aver individuato il dramma fondamentale della dinamica capitalista (vedere la precedente sezione), Marx mi ha fornito gli strumenti con cui divenire immune dalla propaganda tossica dei nemici neoliberisti della vera libertà e razionalità. Ad esempio, l’idea che la ricchezza sia prodotta privatamente e quindi fatta oggetto di appropriazione da parte di uno stato quasi illegittimo attraverso la tassazione è un’idea cui è facile soccombere se non si è fatti i conti con l’acuta osservazione di Marx per cui è vero esattamente il contrario: la ricchezza è prodotta collettivamente e quindi fatta oggetto di appropriazione privata attraverso le relazioni sociali di produzione e i diritti di proprietà che si basano, per la loro riproduzione, quasi esclusivamente sulla falsa coscienza. Vale lo stesso per il concetto di “autonomia” che suona così bene nel nostro mondo “postmoderno”. Anch’essa è prodotta collettivamente, attraverso la dialettica del mutuo riconoscimento, e quindi fatta oggetto di privatizzazione. Se solo Marx fosse stato preso sul serio (dai marxisti prima ancora che dai suoi detrattori, deve essere detto), molta dell’aria fritta prodottasi nella storia degli annali degli studi culturali sarebbe stata evitata.
Phil Mirowski ha recentemente[6] sottolineato, in maniera piuttosto convincente, il successo dei neoliberisti nel convincere vasti strati di persone che il mercato non sia solamente un mezzo utile, ma anche un inalienabile fine in sé. Che mentre l’azione collettiva e le istituzioni pubbliche non sono mai capaci di fare la cosa giusta, le operazioni senza restrizioni dell’interesse privato decentralizzato generano una sorta di laica provvidenza divina che garantisce la produzione non solo dei risultati voluti, ma anche dei desideri, dell’indole, dell’etica voluta perfino. Il miglior esempio della grossolanità neoliberista è ovviamente, il dibattito sul cambiamento climatico e su cosa fare per fermarlo. I neoliberisti si sono affrettati ad argomentare che, se proprio si deve fare qualcosa, è necessario che questo qualcosa prenda la forma di una sorta di mercato degli “scarti” (come, ad esempio, un mercato di scambio delle emissioni) poiché solamente i mercati sanno come valutare appropriatamente i beni e gli scarti. Per capire sia perché una tale soluzione sia destinata a fallire sia, cosa più importante, da dove giunge la motivazione di certe soluzioni, è sufficiente acquisire un minimo di familiarità con la logica di accumulazione del capitale sottolineata da Marx e che Michal Kalecki ha adattato ad un mondo governato da oligopoli connessi tra loro.
Nel XX secolo i due movimenti politici che affondavano le loro radici nel pensiero di Marx erano i partiti comunisti e quelli socialdemocratici. Entrambi, in aggiunta ai loro altri errori (e persino crimini) fallirono, a loro danno, nel seguire la guida di Marx su una questione cruciale: invece di imbracciare libertà e razionalità come loro parole d’ordine e concetti organizzativi, optarono per uguaglianza e giustizia, lasciando la libertà al campo dei neoliberisti. Marx era irremovibile: il problema del capitalismo non è la sua ingiustizia, ma la sua irrazionalità, perché condanna intere generazioni alla miseria e alla disoccupazione e trasforma persino i capitalisti stessi in automi oppressi dall’angoscia, resi schiavi dalle macchine che nominalmente possiedono, costretti a vivere nella perenne paura di cessare di essere capitalisti, a meno di non riuscire a mercificare completamente gli altri umani in modo da sottoporli più efficientemente al servizio dell’accumulazione di capitale.
Così, se il capitalismo appare ingiusto è solo perché schiavizza tutti alla maniera di Matrix, siano essi lavoratori o capitalisti; sperpera risorse naturali ed umane; produce in seria infelicità, schiavitù e crisi dalla stessa catena produttiva che genera notevoli innovazioni e benessere mai visto prima. Avendo fallito nell’accennare ad una critica del capitalismo in termini di libertà e razionalità, cosa che Marx riteneva fondamentale, la socialdemocrazia e la sinistra in generale ha permesso ai neoliberisti di usurpare il testimone della libertà e di ottenere un trionfo decisivo sul campo culturale e ideologico[7].
Rimanendo sulla questione del trionfo neoliberista, forse la sua dimensione più significativa è quella del cosiddetto “deficit democratico”. Fiumi di lacrime di coccodrillo sono stati versati sul declino delle nostre grandi democrazia negli scorsi tre decenni di finanziarizzazione e globalizzazione. Marx avrebbe deriso fragorosamente e a lungo coloro che sembrano sorpresi, o turbati, dal “deficit democratico”. Quale era il grande obiettivo del liberalismo del XIX secolo? Era, così come Marx non si stancò mai di far notare, la separazione della sfera economica da quella politica e il confino della politica nella seconda, lasciando la sfera economica al capitale. Ciò che stiamo osservando oggi non è altro che lo splendido successo del liberalismo nell’ottenere quest’obiettivo a lungo perseguito. Date un’occhiata al Sudafrica odierno, più di vent’anni dopo che Mandela è stato liberato e che la sfera politica ha abbracciato, finalmente, l’intera popolazione. La difficile situazione dell’ANC è stata quella per cui per poter dominare la sfera politica doveva accettare l’impotenza su quella economica. E se la pensate in un’altra maniera, vi suggerisco di parlare con le decine di minatori uccisi a colpi di fucile dalle guardie armate pagate dai loro padroni dopo che avevano osato chiedere un aumento di paga.
  1. 5. Perché eretico? I due errori imperdonabili di Marx
Avendo spiegato perché devo ogni comprensione del nostro mondo sociale che io possa avere principalmente a Karl Marx, voglio ora spiegare perché sono terribilmente arrabbiato con lui. In altre parole, vorrei sottolineare come mai sono per scelta un marxista eretico, dissenziente. Questi errori sono importanti in questo contesto perché ostacolano l’efficacia della sinistra nell’organizzarsi contro la misantropia, in particolar modo in Europa.
Il primo errore di Marx, che suggerisco sia dovuto a un’omissione, è il fatto che egli sia stato insufficientemente dialettico, insufficientemente riflessivo. Ha fallito nel dedicare una riflessione sufficiente, e nel mantenere un silenzio giudizioso, sull’impatto delle sue stesse teorie sul mondo riguardo al quale stava teorizzando. La sua teoria è narrativamente eccezionalmente potente, e Marx era consapevole di questo potere. Come mai non si preoccupò del fatto che i suoi discepoli, persone con una capacità di comprensione di queste potenti idee migliori di quella del lavoratore medio, potessero utilizzare il potere dato loro per abusare dei propri compagni, per costruire la loro personale base di potere, per guadagnare posizioni di influenza, per approfittare di studenti impressionabili eccetera?
Per fornire un secondo esempio, sappiamo che il successo della Rivoluzione Russa costrinse il capitalismo, a tempo debito, a compiere una ritirata strategica e a concedere piani previdenziali, servizi sanitari nazionali, e persino l’idea di costringere i ricchi a pagare affinché masse di poveri studenti potessero studiare in scuole e università costruite per gli scopi dei liberali. Allo stesso tempo, abbiamo anche visto come la rabbiosa ostilità nei confronti dell’Unione Sovietica, rivelatasi in un primo tempo con una serie di invasioni, diffuse la paranoia tra i socialisti e creò un clima di paura che si rivelò particolarmente fertile per figure come Joseph Stalin e Pol Pot. Marx non vide mai il realizzarsi di questo processo dialettico. Semplicemente non considerò la possibilità che la creazione di uno stato dei lavoratori avrebbe indotto il capitalismo a divenire più civilizzato mentre lo stato dei lavoratori sarebbe stato infetto dal virus del totalitarismo e l’ostilità del resto del mondo (capitalista) verso di esso sarebbe cresciuta sempre più.
Il secondo errore di Marx, quello che considero di commissione, è peggiore. È stata la sua supposizione che la verità sul capitalismo avrebbe potuto essere scoperta nella matematica dei suoi modelli (i cosiddetti ‘schemi di riproduzione’). Questo è stato il peggior servizio che Marx avrebbe mai potuto fornire al suo stesso sistema teoretico. L’uomo che ci ha insegnato a considerare la libertà umana un concetto economico fondamentale, lo studioso che ha elevato l’indeterminazione radicale al posto che le spettava all’interno dell’economia politica, è stato lo stessa persona che ha finito con il dilettarsi con semplicistici modelli algebrici, nei quali le unità del lavoro erano, ovviamente, interamente quantificate, sperando contro ogni previsione di evincere da queste equazioni altre intuizioni sul capitalismo. Dopo la sua morte, gli economisti marxisti hanno sprecato intere carriere indulgendo in simili tipi di meccanismi scolastici, facendo la fine di quello che Nietzsche una volta descrisse come “pezzi di meccanismo mal funzionanti”. Immersi completamente in dibattiti irrilevanti sul problema della trasformazione e sul cosa fare in proposito, sono diventati alla fine una specie pressoché estinta, mentre la devastante furia neoliberista distruggeva ogni dissenso sul suo sentiero.
Come ha potuto Marx illudersi così? Perché non ha capito che nessuna verità sul capitalismo può venir fuori da qualsivoglia modello matematico per quanto brillante possa essere il modellista? Non aveva forse gli strumenti intellettuali necessari a comprendere che la dinamica capitalista viene fuori da quella parte non quantificabile del lavoro umano, ovvero da una variabile che non può mai venire definita matematicamente? Ovviamente li aveva, poiché li aveva forgiati lui stesso! No, la ragione del suo errore è un po’ più sinistra: proprio come gli economisti volgari che aveva così brillantemente ammonito (e che continuano a dominare i dipartimenti di Economia oggigiorno), egli bramava il potere che la prova matematica poteva dargli.
Se ho ragione, Marx sapeva quel che stava facendo. Capiva, o aveva la capacità di capire, che una teoria comprensiva del valore non poteva essere contenuta in un modello matematico della crescita, di un’economia capitalista dinamica. Era, non ho dubbi in proposito, consapevole del fatto che una corretta teoria economica doveva rispettare il detto di Hegel per cui “le regole su ciò che è indeterminato sono esse stesse indeterminate”. In termini economici questo significa riconoscere che il potere del mercato, e quindi la capacità di ottenere profitto, dei capitalisti non è necessariamente riducibile alla loro capacità di estrarre lavoro dai loro salariati; che alcuni capitalisti possono estrarre di più da un bacino dato di manodopera o da una data comunità di consumatori per ragioni che sono esterne alla teoria economica.
Ma, ahimè, questo riconoscimento sarebbe equivalso all’ammettere che le sue ‘leggi’ non erano immutabili. Avrebbe dovuto riconoscere nei confronti delle voci a lui avverse nel movimento sindacale che la sua teoria era indeterminata e, quindi, che le sue affermazioni non potevano essere in maniera ultimativa e non ambigua corrette, ma piuttosto perennemente provvisorie. Ma Marx provava un irrefrenabile impulso a domare persone come Citizen Weston[8] che osava preoccuparsi del fatto che un innalzamento dei salari (acquisito attraverso azioni di sciopero) avrebbe potuto rivelarsi una vittoria di Pirro se i capitalisti avessero di conseguenza alzato i prezzi. Invece di limitarsi a argomentare contro persone come Weston, Marx era determinato a provare con precisione matematica che esse avessero torto e che fossero non scientifiche, volgari, non degne di una serie attenzione.
Questi erano i tempi in cui Marx aveva capito, e confessato, di aver sbagliato sul versante del determinismo. Una volta passato alla stesura del terzo volume del Capitale aveva capito che, persino una minima variazione (ad esempio l’ammettere differenti gradi di intensità del capitale in differenti settori) avrebbe confutato la sua argomentazione contro Weston. Ma egli era così dedito al proprio monopolio sulla verità che passò sopra la questione, in maniera stupefacente ma troppo brusca, imponendo per legge l’assioma che avrebbe, alla fine, difeso la sua dimostrazione originale; quello che avrebbe inferto il colpo fatale a Citizen Weston. Strani sono i rituali della fatuità e tristi sono quando portati avanti da menti eccezionali, quali Karl Marx e un numero considerevole di suoi discepoli del XX secolo.
Quest’ossessione nell’ottenere un modello “completo”, “concluso”, la “parola finale”, è una cosa che non posso perdonare a Marx. Si rivelò, alla fine, responsabile di una gran quantità di errori e, ancora di più, di autoritarismo. Errori e autoritarismo che sono largamente responsabili dell’odierna impotenza della sinistra intesa come forza del bene e di controllo sugli abusi dei concetti di ragione e libertà perpetrati oggi dalla ciurmaglia neoliberista.
  1. 6. L’idea radicale del signor Keynes
Keynes era un nemico della sinistra. Amava il sistema di classe che l’aveva generato, non voleva avere nulla a che fare (personalmente) con la marmaglia delle classi inferiori, e lavorava duramente e diligentemente allo scopo di produrre idee che avrebbero permesso al capitalismo di sopravvivere contro la sua stessa propensione verso potenziali pulsioni di morte. Spirito libero, aperto di mente, pensatore liberale e borghese, Keynes aveva il raro dono di non tirarsi indietro da sfide ai suoi stessi presupposti. Nel bel mezzo della Grande Depressione, fu abbastanza felice di liberarsi dalla tradizione di Marshall che costituiva la sua eredità. Notando che più la disoccupazione cresceva più bassi divenivano i salari, e che gli investimenti rifiutavano di aumentare persino dopo un lungo periodo di tassi zero di interesse, fu pronto a strappare il “libro di testo” e a riconsiderare i destini del capitalismo.
La sua revisione radicale doveva iniziare da qualche parte. Iniziò quando Keynes ruppe i ranghi dei suoi colleghi facendo l’impensabile: riprendendo il dibattito tra David Ricardo e Thomas Malthus e prendendo le parti dell’ecclesiastico. In maniera tutt’altro che ambigua, durante la Grande Depressione, scrisse: “Se solo Malthus, piuttosto che Ricardo, fosse stato il capostipite di tutti gli economisti del XIX secolo, che posto più saggio e più ricco sarebbe il mondo oggi!”[9] Con quest’affermazione provocatoria, Keynes non stava adottando né  la posizione di Malthus a favore dei redditieri aristocratici né le sue visioni teologiche sul potere redentore della sofferenza[10]. Piuttosto, Keynes abbracciava lo scetticismo di Malthus per quanto riguardava a) l’opportunità di ricercare una teoria del valore che fosse compatibile con la complessità e la dinamicità del capitalismo e b) la convinzione di Ricardo, che più tardi condivise anche Marx, che una persistente depressione sia incompatibile con il capitalismo.
Perché Keynes non converse in direzione della posizione di Marx, che dopotutto era stato il primo economista politico a spiegare le crisi come costitutive del processo capitalistico? Perché la Grande Depressione non era come le altre crisi del tipo che Marx aveva descritto così bene. Nel primo volume del Capitale Marx racconta la storia di cicliche recessioni redentrici dovute alla doppia natura del lavoro e che generano periodi di crescita che contengono in sé l’ennesimo crollo che, a sua volta, causa la successiva ripresa, e così via. Ma non c’era nulla di redentore nella Grande Depressione. La crisi degli anni Trenta era semplicemente questo: una crisi che si comportava come un equilibrio statico – uno stato economico che sembrava perfettamente capace di perpetuarsi, con la ripresa anticipata che rifiutava testardamente di apparire all’orizzonte persino dopo che i tassi di profitto risalirono in risposta al collasso dei salari e dei tassi d’interesse.
Il cuore della scoperta di Keynes sul capitalismo era duplice: A) era un sistema intrinsecamente indeterminato, che presentava quella che gli economisti di oggi chiamerebbero un’infinità di equilibri multipli, alcuni dei quali erano coerenti con la disoccupazione endemica di massa, e B) sarebbe potuto precipitare in uno di questi terribili equilibri in un batter d’occhio, in maniera imprevedibile senza ragione alcuna, solamente a causa del timore di una porzione significativa di capitalisti per un tale evento.
Per dirla semplicemente, ciò significa che, riguardo alla predizione delle depressioni e del loro superamento da parte delle forze del mercato, “che ci venga un colpo se ne possiamo sapere qualcosa!”. Significa che non abbiamo nessun modo per sapere ciò che il capitalismo farà l’indomani persino quando, nel presente, sembra rinforzarsi sempre più. Che potrebbe benissimo precipitare all’improvviso e rifiutarsi di alzarsi nuovamente. La nozione degli “spiriti animali” di Keynes rappresentò un’idea estremamente radicale, in grado di catturare la radicale indeterminazione del cuore del meccanismo capitalista. Un’idea introdotta per la prima volta da Marx, con le sue analisi sulla natura dialettica del lavoro, ma che, nel processo di scrittura del Capitale, abbandonò in modo da stabilire i suoi teoremi come prove matematiche e indiscutibili. Di tutti i passaggi della Teoria Generale di Keynes questa idea, quella della capricciosità autodistruttiva del capitalismo, è quella che dobbiamo recuperare e utilizzare per radicalizzare nuovamente il marxismo.
  1. 7. La lezione della signora Thatcher per i radicali europei di oggi
Mi trasferii in Inghilterra per frequentare l’università nel settembre 1978, più o meno sei mesi prima della vittoria della signora Thatcher che cambiò per sempre il Regno Unito. La visione della disintegrazione del governo laburista, sepolto sotto il peso del suo programma socialdemocratico degenerato, mi condusse a un errore fatale: il pensare che forse la vittoria della signora Thatcher sarebbe stata una buona cosa, perché avrebbe apportato alla classe media e alla classe operaia britannica il breve e violento shock necessario a rinvigorire le politiche progressiste, dando alla sinistra una chance di ripensare le proprie posizioni e di creare un’agenda nuova, radicale, per un nuovo genere di efficaci politiche progressiste.
Persino quando la disoccupazione raddoppiò e quindi triplicò, sotto l’effetto dei radicali interventi neoliberisti della signora Thatcher, continuai a nutrire la speranza che Lenin avesse ragione: “le cose devono peggiorare perché possano migliorare”. Mentre l’esistenza si faceva più dura, e, per molti, più breve, realizzai di essere tragicamente in errore: le cose potevano peggiorare in perpetuo, senza migliorare mai. La speranza che il deterioramento dei beni pubblici, la diminuzione degli standard di vita della maggioranza, la diffusione della povertà in ogni angolo del paese potessero condurre, automaticamente, ad una rinascita della sinistra era appunto solo questo: speranza!
La realtà si stava rivelando, invece, tragicamente differente. A ogni giro di vite della recessione, la sinistra si ripiegava sempre più su se stessa, meno capace di produrre una convincente agenda progressista e, nel frattempo, la classe operaia si divideva fra coloro che venivano emarginati dalla società e coloro che venivano cooptati del nuovo assetto neoliberista. Il concetto per cui un peggioramento delle condizioni oggettive avrebbe in qualche modo dato vita a condizioni soggettive tali per cui da esse sarebbe sorta una nuova rivoluzione politica era assolutamente fasullo. Tutto ciò che venne fuori dal thatcherismo furono trafficoni, finanziarizzazione estrema, il trionfo dei supermercati sui negozi di quartiere, la feticizzazione della casa e… Tony Blair.
Invece di radicalizzare la società britannica, la  recessione così attentamente pianificata dal governo della signora Thatcher,  come parte della sua guerra di classe contro il lavoro organizzato e contro le pubbliche istituzioni di sicurezza sociale e redistribuzione che erano state fondate subito dopo la guerra, distrusse permanentemente la possibilità stessa di politiche radicali e progressiste nel Regno Unito. Infatti, rese inconcepibile la stessa nozione di valori che trascendessero ciò che il mercato determinava come “giusto” prezzo.
L’amara lezione che mi impartì la signora Thatcher sulla capacità di una recessione di lungo termine di minare le politiche progressiste e di instillare la misantropia nelle fibre della società, è una lezione che porto con me nel mezzo dell’odierna crisi europea. È, infatti, ciò che determina più di ogni altra cosa la mia posizione in relazione alla crisi dell’Euro che ha occupato il mio tempo e il mio pensiero in maniera quasi esclusiva in questi ultimi anni. Ed è la ragione per cui sono felice di confessare il peccato che mi viene attribuito dai critici radicali della mia posizione “menscevica” sull’Eurozona: il peccato di scegliere di non proporre programmi politici radicali al fine di sfruttare la crisi dell’Euro come un’opportunità per rovesciare il capitalismo europeo, di smantellare l’odiosa Eurozona e di colpire al cuore l’Unione Europea dei cartelli economici e dei banchieri corrotti.
Si, mi farebbe piacere porre una tale agenda radicale come prioritaria. Ma, no, non sono pronto a commettere lo stesso errore due volte. Che vantaggi abbiamo ottenuto nel Regno Unito nei primi anni Ottanta nel promuovere un programma di cambiamento socialista che la società britannica disprezzava mentre cadeva a capofitto nella trappola neoliberista della signora Thatcher? Nessuno. Che bene ne deriverebbe oggi dal predicare lo smantellamento dell’Eurozona, dell’Unione Europea stessa, quando il capitalismo europeo sta facendo tutto il possibile per smantellare l’Eurozona, l’Unione Europea, se stesso persino?
Un’uscita greca, portoghese o italiana dall’Eurozona si trasformerebbe ben presto in una frammentazione del capitalismo europeo, producendo una regione in forte recessione a est del Reno e a nord delle Alpi, mentre il resto dell’Europa giacerebbe in una palude senza scampo di stagnazione economica e inflazione. Chi pensate trarrebbe profitto da questa situazione? Una sinistra progressista, risorgente dalle ceneri delle pubbliche istituzioni europee come una fenice? O i nazisti di Alba Dorata, i neofascisti vari, gli xenofobi e i maneggioni? Non ho assolutamente dubbi in proposito. Non sono pronto a spingere per la realizzazione di questa versione postmoderna degli anni Trenta. Se questo significa che è compito nostro, dei marxisti eretici, salvare il capitalismo europeo da se stesso, così sia. Non per amore o apprezzamento del capitalismo europeo, dell’Eurozona, di Bruxelles o della Banca Centrale Europea, ma solo perché vogliamo minimizzare i superflui tributi umani a questa crisi; le innumerevoli vite le cui prospettive sarebbero ulteriormente distrutte senza un qualsiasi beneficio per le future generazioni in Europa.
  1. 8. Conclusione: quale è il compito dei marxisti?
Le élite europee si stanno comportando oggi come una sventurata compagnia di leader incompetenti che non capisce nulla né della natura della crisi cui sta presiedendo né delle sue implicazioni per il loro stesso destino – per non parlare di quello del futuro della civiltà europea. Spinti dai loro istinti atavici, i leader europei stanno scegliendo di saccheggiare le ricchezze in diminuzione dei poveri e degli sfruttati allo scopo di turare le voragini provocate dai loro banchieri falliti, rifiutando di accettare l’impossibilità del tentativo. Dopo aver creato un’unione monetaria che A) ha rimosso dalla macroeconomia europea tutti i possibili strumenti in grado di attutire gli shock e B) ha assicurato che, all’arrivo dello shock, questo sarebbe diventato di enormi proporzioni, si stanno prodigando nel negare la realtà, sperando, irrazionalmente, in qualche miracolo provocato dagli dei dopo il sacrificio di un numero sufficiente di vite umane sull’altare dell’austerità e della competizione.
Ogni volta che gli ufficiali giudiziari della troika visitano Atene, Dublino, Lisbona, Madrid; a ogni pronunciamento della Banca Centrale Europea o della Commissione Europea sulla prossima fase dell’austerity che dovrà essere messa in pratica da Parigi o da Roma, tornano in mente le parole di Bertolt Brecht: “la forza bruta è passata di moda. Perché mandare sicari prezzolati quando gli ufficiali giudiziari possono fare lo stesso lavoro?”. Il punto è: come resistergli?
Sempre consapevole della colpa collettiva della sinistra per il feudalesimo industriale cui abbiamo condannato per decenni milioni di persone in nome di…politiche progressiste, vorrei nonostante questo formulare un parallelo tra l’Unione Sovietica e l’Unione Europea. Nonostante le loro grandi differenze, esse hanno una cosa in comune: l’uniforme linea di partito che scorre senza soluzione di continuità dal vertice (il Politburo o la Commissione) alla base (ogni giovane ministro di ogni Stato membro, o ogni commissario di infima importanza, che ripete a pappagallo le stesse futilità). Sia l’apparato dell’Unione Sovietica che quello dell’Unione Europea condividono una determinazione da setta religiosa ad accettare i fatti solamente se concordi con le profezie e i loro testi sacri. Il signor Olli Rehn, ad esempio, che è il membro della Commissione Europea responsabile delle questioni economiche e finanziarie, recentemente ha avuto l’audacia di accusare il Fondo Monetario Internazionale per aver rivelato alcuni errori nel calcolo dei moltiplicatori fiscali dell’Eurozona perché una tale rivelazione “minava la fiducia dei cittadini europei nelle loro istituzioni”. Neppure Leonid Breznev avrebbe osato fare pubblicamente una tale dichiarazione!
Con le élite europee allo sbando, volte a negare la realtà con le teste sotto la sabbia come gli struzzi, la sinistra deve ammettere che, semplicemente, non siamo pronti a colmare il baratro che un capitalismo europeo al collasso aprirà con un sistema socialista funzionante, capace di creare benessere condiviso per le masse. Il nostro obiettivo deve quindi essere duplice: portare avanti un’analisi del corrente stato delle cose che i non-marxisti, ossia gli europei sedotti in buona fede dalle sirene del neoliberismo, possano trovare condivisibile. E dar seguito a questa solida analisi con proposte per stabilizzare l’Europa – per porre fine alla spirale recessiva che, alla fine, rinforzerà solamente gli intolleranti e incuberà le uova dei serpenti. Ironicamente, noi che aborriamo l’Eurozona abbiamo l’obbligo morale di salvarla!
Questo è quello che abbiamo cercato di fare con la nostra Modesta proposta[11]. Indirizzandoci a platee eterogenee che vanno dagli attivisti radicali ai gestori dei fondi speculativi, l’idea è quella di creare alleanze strategiche persino con persone di destra con le quali condividiamo un semplice interesse: un interesse nel porre fine al circolo vizioso tra austerità e crisi, tra stati in bancarotta e banche in bancarotta; un circolo vizioso che danneggia tanto il capitalismo quanto ogni programma progressista in grado di rimpiazzarlo. Questa è la ragione per cui difendo i miei tentativi per arruolare alla causa della Modesta proposta gente come i giornalisti di Bloomberg e del New York Times, membri conservatori del Parlamento inglese, finanzieri che sono preoccupati dalla tragica situazione dell’Europa.
Il lettore mi concederà di concludere con due confessioni finali. Mentre sono felice di difendere come sinceramente radicale lo scopo del programma per stabilizzare il sistema che propongo, non pretendo comunque di esserne entusiasta. Questo è quel che dobbiamo fare, spinti dalle circostanze odierne, ma mi dispiace dover dire che probabilmente non farò in tempo a vedere adottato un programma più radicale. Infine, una confessione di natura più strettamente personale: io so di correre il rischio di alleviare, surrettiziamente, la tristezza dell’abbandonare ogni speranza di sostituire il capitalismo nel corso della mia esistenza indulgendo nel sentimento di essere diventato “gradevole” agli occhi degli appartenenti ai circoli della “buona società”. Il senso di soddisfazione personale nell’essere onorato dai ricchi e dai potenti ha iniziato, di tanto in tanto, a farsi strada in me. Ed è una sensazione assolutamente brutta, non radicale, che sa quasi di corruzione.
Il mio nadir personale è arrivato in un aeroporto. Un gruppo danaroso mi aveva invitato a tenere un discorso di apertura sulla crisi europea e aveva sborsato la considerevole somma necessaria a comprarmi un biglietto aereo in prima classe. Sulla strada del ritorno verso casa, stanco e reduce già da diversi voli, mi stavo facendo strada attraverso la lunga fila di passeggeri della classe economica per raggiungere il mio gate d’imbarco. Improvvisamente realizzai, con notevole orrore, quanto facile fosse per la mia mente venire infettata da questa sensazione di essere “autorizzato” a sorpassare la massa. Capii quanto facile fosse per me dimenticare quel che il mio pensiero di sinistra aveva sempre saputo: che nulla riesce a riprodursi meglio di un falso senso di potere. Costruendo alleanze con forze reazionarie, così come penso dovremmo fare per stabilizzare l’Europa odierna, si corre il rischio di venire cooptati, di gettare alle ortiche il nostro radicalismo in cambio della piacevole sensazione di essere “arrivati” nei corridoi del potere.
Confessioni radicali, come quella che ho appena tentato di fare, sono forse l’unico antidoto programmatico agli scivoloni ideologici che minacciano di trasformarci in ingranaggi del sistema. Se dobbiamo stringere patti col diavolo (col Fondo Monetario Internazionale, con i neoliberisti che, nonostante questo, sono contrari a quella che chiamano la dittatura delle banche fallite, eccetera), dobbiamo evitare di diventare come i socialisti che non riuscirono a cambiare il mondo ma riuscirono a migliorare la loro situazione personale. Il trucco è evitare il massimalismo rivoluzionario che, alla fine, aiuta i neoliberisti a aggirare qualsiasi opposizione alla loro cattiveria autodistruttiva ma allo stesso tempo mantenere la nostra visione del capitalismo come intrinsecamente malvagio mentre cerchiamo di salvarlo, per motivi strategici, da se stesso. Confessioni radicali possono essere utili nel mantenere questo difficile equilibrio. Dopotutto, il marxismo umanista è una lotta costante contro ciò che stiamo diventando.

[1] Come esempio delle ricerche che sono venute fuori, vedere Varoufakis (2013) e Varoufakis, Halevi e Theocarakis (2001).
[2] Vedere Karl Marx (1844, 1969), Manoscritti economico-filosofici.
[3] Marx in “Lavoro salariato e capitale”, originariamente pubblicato sulla Neue Rheinische Zeitung, 5-8 e 11 aprile 1849 [diffuso come conferenza nel 1847]. Rivisto con un’introduzione di Friedrich Engels nel 1891. Tradotto da Harriet E. Lothrop, New York, Labor New Company, 1902.
[4] Vedere Karl Marx (1844, 1969), Manoscritti economico-filosofici.
[5] Verso l’inizio di Matrix, un guerrigliero urbano che aveva appena aiutato Thomas Anderson, detto Neo, a fuggire da alcuni agenti in borghese, gli offre una scelta cruciale fra due pillole. Se prenderà la pillola blu, tornerà a letto e si sveglierà al mattino pensando che l’intera vicenda sia stata un incubo prima di tornare alla sua vita “normale”. Se invece opterà per la pillola rossa, apprenderà la verità sulla sua vita e sulla società. In un trionfo dell’incauta curiosità sulla tentazione del semplice piacere, Neo rigetta la prospettiva di beata ignoranza offerta dalla pillola blu, optando invece per la crudele realtà promessa dalla rossa.
[6] Vedere Mirowski (2013).
[7] Per approfondire quest’argomento vedere Varoufakis (1991) e Varoufakis (1998).
[8] Vedere Karl Marx, Salario, prezzo e profitto, in cui Marx stesso racconta il suo dibattito con Citizen Weston.
[9] Vedere il suo saggio su Malthus, “Robert Malthus: il primo degli economisti di Cambridge”, scritto nel 1933, in John Maynard Keynes (1972). The Collected Works of John Maynard Keynes, Vol. X: Essays in Biography, London, Macmillan. La citazione appare alle pagine 100-101. Pubblicato originariamente in Essays in Biography, 1933.
[10] Malthus deve la sua fama alla previsione per la quale la crescita della popolazione sarebbe avvenuta più velocemente di quella delle risorse del pianeta, nonostante I nostri migliori sforzi, e che quindi la fame costituisce un indispensabile meccanismo di equilibrio. In quanto uomo di Chiesa, spiegò ciò come parte del disegno divino: la sofferenza delle masse, le pance turgide dei bambini ridotti allo stremo dalla fame, e i volti esausti delle madri piangenti erano un’opportunità data da Dio agli umani per abbracciare il bene e combattere il male.
[11] Vedere Y. Varoufakis, S. Holland e J.K. Galbraith, A Modest Proposal for Resolving the Euro Crisis, Version 4.0

BIBLIOGRAFIA
Keynes, J.M. (1933,1972). “Robert Malthus: The First of the Cambridge Economists,” penned in 1933, in The Collected Works of John Maynard Keynes, Vol. X: Essays in Biography, London: Macmillan.
Marx, K, (1865,1969). “Wages, Prices and Profit’ in Value, Price and Profit, New York: International Co. (edizione itliana Salario, prezzo e profitto disponibile on line)
Marx, K. (1844,1969). Economic and Philosophical Manuscripts, in Marx/Engels Selected Works, Moscow, USSR: Progress Publishers (edizione italiana disponibile on line)
Marx, K. (1849,1902). “Wage-Labour and Capital”, first published in the Neue Rheinische Zeitung, April 5-8 and 11, 1849. [Delivered as lectures in 1847] Edited with an introduction by Friedrich Engels in 1891. Translated by Harriet E. Lothrop, New York: Labor News Company (edizione italiana di Lavoro salariato e capitale disponibile on line)
Marx, K. (1972). Capital: Vol. I-III. London: Lawrence and Wishart
Varoufakis, Y. (1991). Rational Conflict, Oxford: Blackwell
Varoufakis, Y. (1998). Foundations of Economics: A beginner’s companion, London and New York: Routledge
Varoufakis, Y., J. Halevi and N. Theocarakis (2011). Modern Political Economics: Making sense of the post-2008 world, London and New York: Routledge (scaricabile on line)
Varoufakis, S. Holland and J.K. Galbraith (2013). A Modest Proposal for Resolving the Euro Crisis, Version 4.0