Visualizzazione post con etichetta traduzioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta traduzioni. Mostra tutti i post

lunedì 25 febbraio 2013

Austerità all'italiana

di Paul Krugman (dal New York Times)
traduzione di Domenico D'Amico


Due mesi fa, quando Mario Monti lasciò il posto di Primo Ministro, l'Economist valutò che “La prossima campagna elettorale sarà, soprattutto, una prova della maturità e del realismo degli elettori italiani”. L'azione matura e realistica, si presuppone, sarebbe dovuta essere quella di far tornare il sig. Monti – essenzialmente imposto all'Italia dai suoi creditori – al posto che occupava, stavolta con un autentico mandato democratico.
Be', le cose non si mettono bene. Il partito del sig. Monti sembra destinato a essere buon quarto; non solo risulta molto indietro rispetto all'essenzialmente ridicolo Silvio Berlusconi, ma è molto indietro rispetto a un comico di professione, Beppe Grillo, la cui mancanza di una piattaforma coerente non gli ha impedito di diventare una potente forza politica.
È una prospettiva fuori dall'ordinario, che ha già scatenato un mare di commenti sulla cultura politica italiana. Tuttavia, senza tentare di difendere la politica del bunga bunga, lasciatemi fare una domanda piuttosto scontata: qual è il bene prodotto in Italia o, se è per questo, nel resto d'Europa, da quello che passa per maturo realismo?
Dato che il sig. Monti era, in effetti, il proconsole insediato dalla Germania per imporre l'austerità fiscale a un'economia già in crisi, la volontà di perseguire un'austerità senza limiti è ciò che definisce la rispettabilità nei circoli politici europei. Non ci sarebbe problema, se le politiche di austerità funzionassero davvero – ma non funzionano. Altro che maturi e realisti, i sostenitori dell'austerità sembrano sempre di più allucinati e petulanti.
Consideriamo come le cose avrebbero dovuto funzionare a questo punto. All'inizio dell'infatuazione europea per l'austerità, i maggiori attori politici respinsero le preoccupazioni che i tagli alla spesa e l'aumento delle tasse potessero, in un'economia già depressa, aggravare la depressione. Al contrario, insistettero, queste politiche avrebbero rilanciato le economie in quanto avrebbero ispirato fiducia.
Ma la fata della fiducia non si è fatta vedere. Le nazioni che applicarono una dura austerità hanno subito gravi rovesci economici, più severa l'austerità, più grave il rovescio. In effetti questo collegamento si è dimostrato talmente forte che il Fondo Monetario Internazionale, con un notevole mea culpa, ha ammesso di aver sottostimato i danni che l'austerità avrebbe provocato.
E nel frattempo l'austerità non ha nemmeno raggiunto l'obbiettivo minimo di ridurre il peso del debito. Al contrario, le nazioni che hanno applicato un'austerità severa hanno visto aumentare il rapporto debito/PIL, perché le loro economie in discesa hanno reso vana ogni riduzione del debito. E dato che le politiche di austerità non sono state compensate in alcun luogo da politiche espansive, l'economia europea – che non aveva mai davvero recuperato dal crack del 2008-2009 – nel suo insieme è ripiombata nella recessione, con tassi di disoccupazione ancora più alti.
Ci sarebbe la buona notizia della bonaccia nel mercato azionario, cosa dovuta principalmente all'esplicita volontà della Banca Centrale Europea di intervenire, se necessario, acquistando il debito dei vari stati. Ne consegue che il collasso finanziario che avrebbe potuto distruggere l'Euro è stato scongiurato. Ma è una magra consolazione per i milioni di cittadini europei che hanno perso il lavoro e hanno poca speranza di riaverlo.
Date queste premesse, ci si sarebbe aspettato un ripensamento e qualche esame di coscienza da parte dei dirigenti europei, magari un accenno di flessibilità. Invece, insistono ancora di più nel sostenere che l'austerità sia l'unica strada possibile.
È così che nel gennaio 2011 Olli Rehn, vicepresidente della Commissione Europea, elogiava il programma di austerità di Grecia, Spagna e Portogallo, e prevedeva che il programma greco, in particolare, avrebbe prodotto “risultati durevoli”. Da allora il tasso di disoccupazione nei tre paesi è decollato – ma nel dicembre 2012 il sig. Rehn, guarda un po', pubblicava un editoriale dal titolo “L'Europa deve restare sulla strada dell'austerità.”
E a proposito, la risposta del sig. Rehn agli studi che mostrano come gli effetti negativi dell'austerità siano peggiori del previsto è stata quella di inviare una lettera ai ministri delle finanze e al FMI, in cui dichiara che simili studi sono pericolosi, perché rischiano di minare la fiducia.
Il che ci riporta all'Italia, una nazione che, con tutti i suoi difetti, ha di fatto praticato una sostanziale politica di austerità – e come risultato ha visto la sua economia deperire rapidamente.
Gli osservatori esterni sono spaventati dalle elezioni italiane, e fanno bene: anche se l'incubo di un ritorno al potere di un Berlusconi non si materializzasse, un suo buon piazzamento, o del sig. Grillo, o di entrambi, destabilizzerebbe non solo l'Italia ma l'intera Europa. Ma ricordiamoci, non si tratta solo dell'Italia: politici di dubbio profilo sono in ascesa in tutta l'Europa meridionale. E la ragione per cui accade tutto questo è che gli europei rispettabili non ammetteranno mai che le politiche che hanno imposto ai paesi debitori sono disastrosamente fallimentari. Se su questo non si cambia, allora le elezioni italiane saranno soltanto un assaggio di future, pericolose, radicalizzazioni.

venerdì 25 gennaio 2013

La Lettonia e i discepoli della “svalutazione interna”

[nota del traduttore – Quest'articolo è interessante, pur essendo del 2011, perché la Lettonia ha molto da insegnarci. Come si riferisce nella nota 2, non ha importanza chi vinca le elezioni, l'austerità deve proseguire finché i debitori non avranno recuperato i loro soldi. Ed è anche un monito: l'organizzazione terroristica dei sostenitori (teorici e politici, propagandisti e lobbisti, marchettari e portatori d'acqua) dell'austerity non ha il minimo scrupolo di portare intere nazioni addirittura alla loro dissoluzione. Prendete nota per le vicine elezioni]

Anders Åslund, insieme ad altri cantori dell'austerità, esalta la Lettonia come testimonial a favore dei grandi tagli. Niente di più lontano dalla verità

di Jeffrey Sommers e Michel Hudson (dal Guardian) [Articolo del 16 settembre 2011]


I dati dello scorso mese rivelano che la crisi economica globale continua a peggiorare, e per durata e intensità rischia di diventare nota come la Seconda Grande Depressione. Eppure, sebbene sia evidente che la maggior parte delle nostre difficoltà sia derivata da una finanza impazzita, molti opinionisti dichiarano che la colpa è delle vittime, cioè il pubblico. Invece di mettere un freno alla finanza, consigliano ai governi di imporre radicali misure di austerità, il che, in questo contesto economico, equivale a gettare un'ancora alle vittime che annegano, e invece un salvagente zeppo di soldi ai colpevoli del naufragio.

Secondo Robert Samuelson (sul Washington Post) la soluzione dichiarata alla crisi mondiale, una soluzione sconcertante (finché non ci si chiede “cui bono?”), va trovata in una delle più piccole (e povere) nazioni dell'Unione Europea, la Lettonia; un paese che ha imposto alla sua popolazione uno dei regimi di austerità più brutali del mondo, le cui politiche hanno spinto la nazione quasi al collasso demografico. La Lettonia ha una popolazione con un alto livello d'istruzione, e ha punti in comune con i paesi scandinavi, tra i più ricchi del mondo. Ha anche la fortuna di possedere porti intensamente trafficati. Ma ha anche una parità di potere d'acquisto [1] pro-capite che è metà di quello della Grecia e solo marginalmente superiore a quella della Bielorussia, politicamente isolata e priva di sbocchi sul mare.

E tuttavia questo è il modello che i banchieri e i loro compari nei governi e negli ambienti che contano vogliono che gli altri paesi imitino. I commentatori che promuovono la soluzione lettone, comunque, non capiscono (o scelgono di non capire) né quel paese né le conseguenze delle sue politiche d'austerità. Non solo insistono nel dire che l'austerità lettone era necessaria, ma che si è trattato del primo paese in cui la popolazione ha approvato quel tipo di misure. La storia, dunque, sarebbe che gli elettori possono mostrarsi “maturi” e “ragionevoli”, e che perciò i politici non devono temere di imporre l'austerità a una collettività adeguatamente “educata”. Queste affermazioni sono sia false sia pericolose, eppure ottengono sempre più credito.

La realtà è che la Lettonia, dopo aver sperimentato la peggiore contrazione economica nel contesto della crisi del 2008, ora ha prodotto il piccolo balzo che fa un gatto morto quando finalmente si schianta sul selciato. Il modesto rialzo del tasso di crescita è principalmente una conseguenza della domanda svedese per il legname lettone. Le prospettive economiche a lungo termine rimangono ugualmente piuttosto grame.

Inoltre, la riscrittura della storia recente della Lettonia fatta da Samuelson e altri opinionisti, che sostengono che la popolazione abbia approvato l'austerità, è contraddetta dalle proteste di massa scatenatesi sin dall'inizio della crisi. Quando le proteste si sono dimostrate inette al cambiamento, il popolo ha reagito votando con i piedi e ha lasciato il paese. In effetti, se combinata col basso tasso di natalità, l'emigrazione lettone sta innescando una sorta di eutanasia demografica che mette a rischio la stessa esistenza della nazione. In aggiunta, il partito politico che ha gestito il programma di austerità risulta terzo, e con un bel distacco, nei sondaggi per le elezioni nazionali del 17 settembre [2011] [2]. Data questa rovinosa serie di fallimenti del regime di austerità lettone, viene da chiedersi da dove venga questa percezione di successo economico e sostegno popolare.

Ogni crisi attira gli opportunisti e ogni fallimento aumenta il desiderio di un “secondo atto” alla Scott Fitzgerald [3]. Con la crisi economica della Lettonia, entrambi i profili si sono fusi nel consulente economico viaggiante (a spese del sistema bancario) Anders Åslund. Nella corsa verso la Seconda Grande Depressione, la Lettonia ha conosciuto la peggiore delle orgie debitorie e quindi il più terribile dei crolli. La crisi del 2008 ha colpito con più durezza proprio i paesi che seguivano il tipo di economia politica neo-liberista di Åslund, che negli anni 90 l'aveva spacciato nel blocco dell'ex Unione Sovietica. In Lettonia la crisi del 2008, in ogni caso, fornì ad Åslund l'opportunità di rigenerare la sua reputazione di analista politico e consulente, scovando allo stesso tempo, in banche e governi, i “dottori” desiderosi di amministrare la sua tossica medicina d'austerità contro la crisi economica.

Åslund dipinge l'austerità come una narrazione vincente – tanto vincente da fornire un modello che sia l'Europa sia gli Stati Uniti dovrebbero imitare. Inoltre la sua narrazione ha introdotto nel lessico economico l'espressione “svalutazione interna”. Questa politica viene presentata agli altri membri dell'Eurozona come un metodo per tenere a galla l'euro, e ai candidati membri un mezzo per evitare il deprezzamento delle loro valute, nella prospettiva di una futura inclusione nell'Eurozona. I suoi sostenitori consigliano di abbattere i salari e i sussidi, facendo così diminuire la spesa pubblica. Questo è un programma che stabilizza la spesa generale per il debito pubblico e privato, evitando ai banchieri l'inconveniente di un “taglio di capelli” – altro neologismo creato dalla lobby bancaria.

In sintesi, le banche vengono pagate, ed è il pubblico a pagare il conto. Per la finanza questa sembrerebbe una soluzione netta e precisa del problema – far pagare al pubblico l'enorme debito che grava sull'economia, riducendo i suoi consumi. Sfortunatamente, mentre tutto questo è utile al settore bancario, uccide l'economia reale attraverso la riduzione della domanda, facendo tornare così la Lettonia a una sorta di servitù da debito – una condizione alla quale i lettoni credevano di essere sfuggiti all'inizio del XIX Secolo. È notevole il fatto che Åslund stia facendo il suo giro d'onore vantandosi dell'ideazione di questo piano deleterio. Il suo “successo” si è materializzato in un libro, Come la Lettonia Ha Superato la Crisi Politica [How Latvia Came Through the Political Crisis] (pdf) pubblicato dal Petersen Institute (finanziato dalle banche), che ha come co-autore il primo ministro lettone, quello dell'austerity, Valdis Dombrovskis. Åslund afferma che per le travagliate economie europee il lungo inverno della crisi economica, protagonisti i Pigs (Grecia e altri), si sta avviando alla fine. Le Campane [Bells] [4], secondo Åslund e Dombrovskis, hanno annunciato una nuova stagione di speranza, mostrando la via d'uscita dalla crisi alle economie europee in difficoltà.

In questo modo il libro è diventato una specie di galateo per gli economisti neoliberisti che cercano di dimostrare che l'austerità funziona. Secondo Åslund e Samuelson, e altri adepti del neoliberismo, tutti i paesi dovrebbero imitare il modo in cui Lettonia e Irlanda hanno pagato il debito alle banche, a costo di vedere le loro economie ristagnare e il tessuto sociale disgregarsi.

Nel frattempo altri, come gli elettori islandesi, hanno rifiutato il neoliberismo e ritengono che l'attrattiva dell'Eurozona abbia perso il suo smalto, mentre i greci fanno scioperi generali per spingere all'uscita dall'euro, se questo è il prezzo da pagare per evitare la servitù del debito, l'austerità e le privatizzazioni-svendita fatte per pagare le banche straniere che hanno fatto quelli che appaiono come prestiti irresponsabili.

Perciò domandiamoci in cosa consiste il “successo” della Lettonia. Per prima cosa, le banche vengono pagate. Non c'è stata nessuna svalutazione del debito. Questa potrebbe essere una risposta alla domanda di prima, il cui bono. I lettoni stanno ripagando il loro debito privato (per gran parte alla Svezia, la patria di Åslund, un contributo al fatto che la Svezia non abbia subito alcuna crisi economica). Il costo, tuttavia, consiste in una riduzione del 25% del PIL lettone, e una riduzione dei salari nel pubblico impiego del 30%, insieme a una contrazione dei salari nel settore privato dovuta al taglio della spesa pubblica. E nel contempo i lettoni dovranno farsi carico dei costi di questo programma, dovendo affrontare i futuri pagamenti del prestito di più di 4,4 miliardi di euro ottenuti dalla UE e dal FMI, necessario a mantenere in vita il governo nel corso della crisi.

I sostenitori della soluzione lettone, in ogni caso, affermano che la contrazione dell'economia è terminata, e che si è tornati alla crescita, seppure modesta, e che il tasso di disoccupazione finalmente è sceso sotto il 15%. Ma l'emigrazione è stata un elemento che ha contribuito alla riduzione del tasso di disoccupazione [5], mentre i finanziamenti per il settore manifatturiero e al risparmio sono troppo esigui per promuovere una nuova, robusta crescita. A differenza, per dire, dell'Argentina, che ha rigettato l'austerità e ha visto la sua economia crescere del 6% annuo per 6 dei 7 anni successivi alla crisi, la Lettonia non mostra alcun segno di poter raggiungere cifre simili.

In secondo luogo c'è l'affermazione di Åslund, che i lettoni hanno sostenuto il programma di austerità – come dimostrato dal ritorno al potere del partito dell'austerità, Vienotiba, nelle elezioni dell'ottobre 2010. Dal punto di vista di chiunque abbia familiarità con la politica lettone non è successo nulla del genere. Le elezioni lettoni del 2010 si sono ridotte a una questione di sciovinismo e nazionalismo puri e semplici. Quella stagione elettorale aveva avuto un inizio promettente: il partito più o meno di centro-sinistra Centro dell'Armonia proponeva un piano per la ricostruzione dell'economia e di riavvicinamento tra le etnie lettone e russa. Alla fine, tuttavia, la manipolazione da parte del partito dell'austerità della paura di collegamenti con il Cremlino [del “filorusso” Centro dell'Armonia – ndt] ha portato a un elettorato prevedibilmente spaccato lungo linee etniche. A partire dall'anno scorso, tuttavia, il parlamento lettone, ampiamente pro-austerità, ha visto il suo tasso di approvazione da parte del pubblico oscillare tra il 5 e il 15%, difficile da considerare come un'approvazione entusiastica.

In sintesi, il popolo lettone e le sue prospettive a lungo termine sono stati gravemente danneggiati da queste politiche di austerità. Di conseguenza, l'affermazione che la cittadinanza lettone abbia sostenuto queste politiche è una fesseria.

Allora, la Lettonia è davvero in via di guarigione? Ce lo potrà dire solo il tempo, ma i primi segnali sono pessimi. Demograficamente, la stessa sopravvivenza del paese sembra a rischio. Economicamente, a parere dei sostenitori della svalutazione interna, il paese dovrà risollevarsi ricorrendo alle esportazioni. Eppure, come mostrato dall'economista Edward Hugh, solo il 10% dell'economia lettone appartiene al settore manifatturiero, una enorme differenza dal circa 40% di un'economia industrializzata come quella tedesca. Lo stesso sottosviluppo strutturale che le politiche di Åslund hanno sostenuto (nessuna politica industriale, flat tax [6], affidamento agli investimenti diretti dall'estero) hanno lasciato la Lettonia priva della base economica su cui sorreggere una ripresa.

La buona notizia è che i lettoni hanno cominciato nuovamente a protestare contro il dominio degli oligarchi, e cercano alternative all'austerità. Se solo avessero una seria politica economica che riflettesse la volontà dei cittadini, forse potrebbero realizzare quelle aspirazioni per cui lottarono tanto coraggiosamente negli ultimi anni 80, sotto l'occupazione sovietica.



note del traduttore

[1] “Le parità di potere d'acquisto (PPA; in inglese Purchasing Power Parity, PPP) sono prezzi relativi che esprimono il rapporto tra i prezzi nelle valute nazionali degli stessi beni o servizi in paesi diversi.” [Wikipedia]

[2] I sondaggi erano attendibili: “Il 17 settembre 2011 si sono svolte le elezioni anticipate del Parlamento unicamerale lettone (Saeima). Le elezioni hanno visto l’affermazione come partito di maggioranza relativa, per la prima volta nella storia della Lettonia indipendente, del partito di sinistra e russofono Centro dell’Armonia, guidato dal Nils Usakovs, che ha ottenuto il 28,37 per cento dei voti e 31 seggi. Si sono altresì affermati il nuovo Partito della Riforma fondato dall’ex-presidente della Repubblica Valdis Zatlers, con il 20,82 per cento dei voti e 22 seggi e Unità, partito del primo ministro uscente Valdis Dombrovskis, con il 18,83 dei voti e 20 seggi. Una buona affermazione è stata ottenuta anche da Alleanza Nazionale - Tutti per la Lettonia, movimento di destra nato dalla fusione tra l’Unione per la Patria e la Libertà e il partito di estrema destra Tutti per la Lettonia, con il 13,88 per cento dei voti e 14 seggi. Non è pertanto scontata la partecipazione del “Centro dell’Armonia” al nuovo governo, poiché vi potrebbero essere i numeri anche per una coalizione di governo di centro-destra. L’affluenza alle urne è stata del 60,55 per cento, con un calo dell’1,45 per cento rispetto alle precedenti elezioni del 2010.” [dossier della Camera dei Deputati] Come volevasi dimostrare, il partito di maggioranza relativa è finito all'opposizione, mentre tutti gli altri si sono uniti per garantire una maggioranza di 56 seggi su 100 al governo di Valdis Dombrovskis, il presidente uscente, quello che ha “salvato” il paese dalla crisi con l'austerità. [il Post]

[3] Il riferimento è a una frase famosa dello scrittore Francis Scott Fitzgerald: “Nella vita degli americani non esiste un secondo atto” [“There are no second acts in American lives”], che sarebbe presente nelle sue note al romanzo The Last Tycoon.

[4] Bells: i paesi (Bulgaria, Estonia, Lettonia e Lituania) dell'ex area sovietica che hanno agganciato il loro tasso di scambio all'euro “caschi il mondo”.

[5] “I demografi stimano che negli ultimi dieci anni siano emigrate 200.000 persone – all'incirca il 10% della popolazione – a un ritmo accelerato corrispondente al vigore dell'austerità imposta. (…) In aggiunta, il tasso di natalità, già basso in origine, è calato ulteriormente. Se si fa un paragone con gli Stati Uniti, è come se se ne fossero andati in 30 milioni.” [Latvia’s Fake Economic ModelCounterpunch]

[6] La flat tax piace molto a liberisti, libertarian, italo-reaganiani e austriaci vari. “Una volta tolti di mezzo il fumo e i giochi di specchi, ci si rende conto che quello che la flat tax realizza DAVVERO è l'eliminazione del concetto di progressività. Quello che intende DAVVERO è che il ricco pagherà le tasse con la stessa aliquota di chiunque altro. Ora, tutto questo sarà d'aiuto per chiunque altro o sarà d'aiuto per il ricco? Il vero obbiettivo è di distruggere il sistema attuale e introdurre l'idea della flat tax, che in ultima istanza deve comportare tasse più alte per chiunque tranne che per i benestanti.” [The Jefferson Perspective]

sabato 19 gennaio 2013

L'avvento dei droni assassini: la guerra segreta dell'America

Uno sguardo ravvicinato a come le uccisioni telecomandate hanno cambiato il nostro modo di combattere

di Michael Hastings (da Rolling Stone)
traduzione di Domenico D'Amico


Un giorno alla fine di novembre [2011] un velivolo senza pilota è decollato dalla base aerea di Shindand, in Afghanistan, a circa 120 chilometri dal confine con l'Iran. La missione del drone: spiare il programma nucleare iraniano, insieme a qualsiasi attività insurrezionale gli iraniani potessero appoggiare in Afghanistan. Con un costo alla consegna stimato sui 6 milioni di dollari, quel drone era il risultato di più di 15 anni di ricerca e sviluppo, a cominciare dall'enigmatico progetto di nome DarkStar supervisionato dalla Lockheed Martin. La prima prova di volo di DarkStar ebbe luogo nel 1996, ma in seguito a uno schianto e ad altri incidenti la Lockheeed aveva annunciato la cancellazione del programma. Secondo gli esperti militari, quella fu solo una comoda scusante per “sparire dal radar” [going dark], nel senso che ulteriori sviluppi del progetto DarkStar si sarebbero svolti sotto un velo di segretezza.

venerdì 18 gennaio 2013

Voglia di secessione – Ecco perché non è solo una fantasia della destra

di G. Pascal Zachary (da Alternet)
traduzione di Domenico D'Amico

Tutto questo parlare di secessione evidenzia un aspetto esistenziale nascosto, ma non inesistente, dello stato nazione americano: che l'unione è una scelta quanto la separazione.


 Con cadenza regolare molti cittadini si ritrovano a pensare con favore a uno smembramento degli Stati Uniti – patrioti di ogni colore politico che “nel corso degli eventi umani” sono arrivati a ritenere che sia sorta “la necessità che un popolo sciolga i legami politici che lo hanno stretto [a un altro popolo]” [1]

Il nostro è uno di questi periodi, e nonostante le istanze politiche e il momento storico abbiano una loro unicità, uno sguardo a passati episodi di zelo secessionista potrebbe illuminare il presente. Il profluvio di fervore secessionista seguito alle ultime elezioni è solo una fantasticheria passeggera, oppure è l'indicazione di un più profondo, perfino rivoluzionario, cambiamento del contesto politico americano?

giovedì 10 gennaio 2013

Come Ronald Reagan ha involontariamente spianato la strada alla fine del capitalismo

di Marc McDonald (da Beggars Can Be Choosers)
traduzione di Domenico D'Amico

Fonte Immagine

Grazie a due decenni di sforzi indefessi da parte di storici revisionisti, Ronadl Reagan si è visto accreditare molti successi di cui non è stato minimamente responsabile. La “vittoria” nella Guerra Fredda ne costituisce un buon esempio.
Nella realtà le scelte politiche di Reagan hanno poco o nulla a che fare con il collasso dell'Unione Sovietica. Difatti, l'ultima cosa che il Complesso Militare Industriale avesse mai desiderato era la fine della Guerra Fredda (e con essa la fine della cuccagna da trilioni di dollari dei contratti per la “difesa”).
D'altro canto, si dovrebbe riconoscere a Reagan il merito per qualcosa che ha conseguito realmente: porre le basi preparatorie per la fine del capitalismo per come lo conosciamo.
Il capitalismo ha sperimentato la sua prima esperienza di pre-morte durante la Grande Depressione. Ironicamente, venne salvato dal presidente più progressista che gli Stati Uniti abbiano mai avuto: Franklin D. Roosevelt. Sebbene venisse attaccato dalla comunità d'affari dell'epoca, il New Deal di FDR di fatto rianimò il capitalismo e gli infuse nuova vita. Il New Deal creò la Grande Classe Media Americana: decine di milioni di lavoratori ben retribuiti che avevano materialmente in tasca il denaro per acquistare le merci prodotte dal sistema.
Si trattò di uno straordinario accomodamento che rese l'America una superpotenza e per molti decenni la nazione più invidiata del pianeta.
In ogni caso, i ricchi d'America non dimenticarono mai il loro odio per FDR e il New Deal – a dispetto del fatto che quest'ultimo avesse salvato il capitalismo da se stesso. I ricchi e i potenti brigarono senza sosta per abolire il New Deal, e nel 1980, con l'elezione di Reagan, videro finalmente la possibilità di iniziare ad attaccarlo – un processo tuttora in corso.
Col governo Reagan sia le prerogative della classe media sia i programmi di assistenza per i poveri subirono un taglio. E i radicali cambiamenti nella politica fiscale cominciarono a privilegiare i molto ricchi, a spese di classe media e poveri. Inoltre sindacato e diritto del lavoro vennero smantellati. Per finire, sotto le disastrose politiche reaganiane di “libero scambio”, l'America iniziò a delocalizzare oltremare tutti i posti di lavoro ben remunerati nel settore secondario.
Il risultato di tutto questo fu che, sotto Reagan, la Grande Classe Media Americana iniziò a rimpicciolire – un processo che continua tuttora. E con una classe media tanto impoverita, il capitalismo statunitense conosce una crisi di vaste proporzioni, dato che sempre meno consumatori sono in grado di acquistare i beni prodotti dal sistema.
Quest'ultima è una componente cruciale del capitalismo che, curiosamente, è stata a lungo trascurata dagli zeloti del “libero mercato” della Scuola di Chicago, che da sempre hanno esaltato un'economia completamente deregolamentata. Trovo interessante come simili zeloti siano sempre tanto angosciati dal flagello delle troppe tasse e troppe norme che opprimono i ricchi (che secondo loro sono l'unico elemento necessario per un capitalismo di successo).
Ovviamente, quello che questi zeloti non vedono dalle loro torri d'avorio è che il capitalismo semplicemente non può sopravvivere senza una robusta e vitale classe media che acquisti le merci prodotte dal sistema.
Sebbene le politiche di Reagan avessero minato la classe media statunitense, il danno fatale subito dal capitalismo non divenne evidente se non molto tempo dopo. Questo perché l'intera crisi venne mascherata dalla scelta di un consumo finanziato dal debito, il quale creava l'illusione della prosperità.
Durante la presidenza di Reagan, l'America smise semplicemente di pagare le bollette. Il governo cominciò a prendere in prestito centinaia di miliardi di dollari da paesi come il Giappone. E i consumatori, per i loro acquisti, usavano sempre di più le carte di credito al posto dei contanti.
Per ultime arrivarono una serie di bolle che crearono l'ulteriore illusione di un'economia americana più in salute di quanto lo fosse in realtà, incluse quella delle Dot Com e la più recente, quella immobiliare.
Va da sé, l'intera truffa piramidale collassò nel 2008. Da allora, l'economia statunitense è in sala rianimazione. La nazione continua a sprofondare nei debiti, perfino mentre il dollaro subisce ribassi mai visti prima. La classe media è praticamente estinta, insieme ai posti di lavoro ben retribuiti che un tempo contribuirono a rendere quella americana l'economia più forte della terra.
Virtualmente tutto questo è un'eredità delle politiche reaganiane. E a differenza di quanto accadde con la prima esperienza di pre-morte del capitalismo, quella degli anni 30, è estremamente improbabile che appaia all'orizzonte un altro FDR pronto a infondere nuova vita all'intero sistema. Nella nostra epoca di sentenze [favorevoli agli interessi delle corporation] come la Citizen United, questo non avverrà mai.
Reagan (o, per essere più precisi, i suoi ricchi sostenitori) in origine voleva demolire il New Deal e far tornare gli Stati Uniti a una forma di capitalismo senza regole, tipo homo homini lupus, da XIX Secolo. Speravano che ciò avrebbe sospinto il capitalismo verso nuove vette. Ma ignorando nei loro calcoli il ruolo dei consumi della classe media, involontariamente danneggiarono gravemente lo stesso capitalismo, e trasformarono l'America in una potenza di seconda categoria.
Gli effetti distruttivi dell'eredità reaganiana continuano sotto i nostri occhi. I gravi problemi che cominciarono a emergere durante la sua presidenza (deficit fiscale e commerciale senza controllo, classe media in declino, perdita di posti di lavoro qualificati e dollaro in picchiata) arrivano fino a noi.
Naturalmente, la classe benestante continua a tutt'oggi a denegare che la cuccagna capitalista sia ormai finita. Continua ad aggrapparsi alla speranza che la crisi causata dal collasso del 2008 alla fine verrà superata e che il capitalismo in qualche modo sopravviverà.
Il problema è che i posti di lavoro ben pagati nel settore manifatturiero sono perduti, e non torneranno. E la tanto decantata economia dei servizi che avrebbe dovuto prenderne il posto si è dimostrata un misero surrogato, offrendo perlopiù paghe e indennità inferiori. Infatti, a tutt'oggi, l'America continua a perdere i pochi buoni posti di lavoro superstiti, grazie alla totale assenza di qualsiasi intelligente politica di scambio commerciale.
Di più, dato un dollaro sempre più debole e un deficit fiscale e commerciale sempre crescente, il peso dell'America nel contesto mondiale non fa che diminuire. Nel corso di tutto il secondo dopoguerra l'America non doveva far altro che stampare dollari per salvarsi dalle crisi economiche, dato che il dollaro era la valuta di riserva di tutto il mondo. Tale periodo, chiaramente, si avvicina alla fine.
Col declino del dollaro l'America sarà una nazione molto più debole e molto meno ricca. Durante l'intero secondo dopoguerra l'America è stata la pietra angolare del capitalismo. Col discredito di quest'ultimo, è evidente che il resto del mondo stia allontanandosi sempre di più dal modello economico statunitense, e inizi a guardare come nuovi punti di riferimento a economie regolate e tecnocratiche come quelle di Cina e Singapore.
L'era di Reagan non solo ha decretato la fine del capitalismo, ma la sua eredità avvelenata ha fatto sì che l'America troverà estremamente difficile risollevarsi dalle crisi determinate dalla sua amministrazione. Si va dal deterioramento dell'istruzione pubblica dovuta ai tagli di bilancio di Reagan alle decadenti infrastrutture del paese. Questi due fattori da soli renderanno per i prossimi anni sempre più difficile, per gli Stati Uniti, competere a livello globale.
Ma l'eredità più venefica di Reagan forse è stata l'abolizione della Fairness Doctrine [1]. Questo fece sì che i grandi media americani, in maniera sempre crescente, fossero poco più che portavoce dei potentati economici. Gli americano di oggi sono disperatamente disinformati su tutti i problemi di attualità. E una nazione disinformata troverà difficile avviare i passi necessari a rimediare alle crisi scatenate dalle politiche reaganiane.

nota del traduttore

[1] La Fairness Doctrine (abolita nel 1987) andava molto al di là della nostra par condicio: “Più in generale, ed anche con riferimento a periodi non elettorali, ha avuto vigore negli Stati Uniti la cd fairness doctrine (letteralmente dottrina dell'imparzialità); questa fu canonizzata dalla FCC nel 1949, benché alcune applicazioni dei principi propri di tale dottrina avessero già trovato applicazione nel corso dei tardi anni '30 e negli anni '40 ad opera di alcune decisioni della FCC. Tuttavia, la sua affermazione autoritativa è contenuta nella relazione della FCC sulle politiche editoriali delle emittenti televisive. In questo rapporto la FCC sostenne la 'responsabilità in capo ai licenziatari di mettere a disposizione ragionevoli spazi per la messa in onda (...) di programmi dedicati alla discussione ed all'esame di argomenti di pubblico interesse" e stabiliva inoltre che il licenziatario doveva "operare attenendosi ad una completa imparzialità, mettendo le proprie strutture a disposizione dell'espressione delle visioni contrastanti di tutti gli elementi responsabili della comunità sui vari oggetti di pubblico dibattito che dovessero sorgere'.” [Ordine dei Giornalisti - Lombardia]


sabato 5 gennaio 2013

Organismi Geneticamente Monetizzati

Se i movimenti desiderano davvero migliorare la qualità del cibo, dovrebbero seguire la pista dei soldi piuttosto che perdere tempo con le etichettature

di Frederick Kaufman (da Slate)
traduzione di Domenico D'Amico


Traduciamo questo pezzo da Slate non perché contenga informazioni inedite (la storia del seme suicida della Monsanto, del pesticida Roundup e delle demenziali cause legali ad essi legate è fin troppo conosciuta) ma perché costituisce un ulteriore chiarimento di un elemento paradossale presente all'interno dei movimenti (definiamoli così per brevità) antiliberisti, un elemento che noi non ci stancheremo mai di stigmatizzare. Si tratta di una congerie di tratti culturali che appartengono (per lo più) al deprimete legato della paranoia statunitense derivata dalla fusione di un certo fondamentalismo religioso con un certo libertarismo anarcoide, tratti culturali che si possono riassumere con le idee esposte dal personaggio del Generale Ripper nel film Il Dottor Stranamore. Questo guazzabuglio di fuffa (fluorizzazione delle acque, scie chimiche, anti-vaccinismo, negazionismo dell'HIV eccetera eccetera) fa massa con le pseudo teorie dell'estrema destra liberista janqui (gold standard, signoraggio, congiura della Fed, sovereign citizens, lager della FEMA eccetera eccetera), inquinando alcune frange del movimento anti-imperialista, generando il profilo paradossale e autolesionista di un movimento “di sinistra” che si ritrova a diffondere le idee della peggiore e più reazionaria cultura statunitense... Se fossimo cospirazionisti ci verrebbe il sospetto che i vari propalatori di teorie sul signoraggio, scie chimiche e compagnia debbano per forza di cose essere sul libro paga dei fratelli Koch.

Ma del resto tutto è possibile.

Ho trascorso la maggior parte degli ultimi anni all'interno di laboratori ad accesso riservato che facevano ricerche sugli OGM. Durante le ricerche per il mio ultimo libro, ho scrutato l'uva che brilla nel buio (i suoi semi corretti con geni di medusa), assistito al tentativo di realizzare pomodori cubici (una sequenza di DNA potrebbe determinare la forma di qualsiasi frutto), e ammirato piante di riso progettate per essere immuni alle più fatali malattie dell'Asia. Nessuna di queste leccornie OGM è commercialmente disponibile – non ancora. Ma anche se nessuno di questi prodotti di laboratorio riuscisse a raggiungere gli scaffali, il 70% dei cibi lavorati presenti nei supermercati statunitensi contiene già ingredienti geneticamente modificati.
Dovremmo preoccuparci della salubrità di questo cibo? È la domanda che ha monopolizzato una buona percentuale delle recenti polemiche sviluppatesi a ridosso del voto californiano sulla Proposition 37 del mese scorso, che avrebbe potuto imporre l'etichettatura dei cibi contenenti OGM.
Ma è la domanda sbagliata.
Ecco perché: non c'è certezza sull'effetto dei cibi OGM sulla salute umana, ma il loro effetto sui coltivatori, gli scienziati e i mercati sono lampanti. Un cibo geneticamente modificato potrebbe essere dannoso, un altro no; ogni manipolazione genetica è diversa. Ma ogni cibo geneticamente modificato diventa pericoloso – non per la salute ma per la società – nel momento in cui è possibile brevettarlo. In questo momento la spinta maggiore dietro lo sviluppo di raccolti OGM è costituita dalla possibilità di ricavarne enormi profitti, e l'origine di questi profitti potenziali sta tutta in una frasetta legale apparentemente inoffensiva:
“Chiunque inventi o scopra qualsiasi nuovo e fruttuoso procedimento, macchinario, metodo di fabbricazione, composizione materiale, o qualunque miglioramento nuovo e proficuo dei predetti, può ottenerne il brevetto.”
Questo è il succo della prima legge americana sui brevetti (all'inizio al posto del termine procedimento c'era la parola arte) – ed è la ragione che spinge i biologi molecolari a infilare geni di medusa nell'uva e a passare notti insonni all'inseguimento del pomodoro quadrato. In origine la legge sui brevetti si applicava solo a invenzioni non commestibili, ma a partire dall'approvazione del Plant Patent Act del 1930, il cibo manipolato geneticamente è diventato oggetto di protezione della proprietà intellettuale, e la creazione di nuovi alimenti è divenuta un modo sicuro di assicurarsi fonti di profitto per chiunque li brevetti per primo. Nel 1930 un cibo geneticamente modificato poteva essere una mela innestata da un albero all'altro, ma quarant'anni dopo la norma venne estesa dalle piante originate da innesto alle piante cresciute da sementi, ad esempio il frumento. La protezione per le “Utility patent” [1] arrivò in seguito, nel 1985, ed estese i diritti di proprietà intellettuale ai metodi di progettazione delle piante, incluse le sequenze genetiche inserite nel genoma di una specie.
L'impatto di queste leggi è stato enorme. Essenzialmente sono state quelle leggi a creare il sistema di industria alimentare che i movimenti di base giustamente stigmatizzano.
La Monsanto, la più vituperata delle corporation in campo agroalimentare, è autrice di numerosissime malefatte che i canali impegnati politicamente hanno ampiamente denunciato. Quello che non è stato ampiamente comunicato è che sono i brevetti sui vegetali a costituire il quadro legale che consente quelle malefatte. È stata la protezione dei brevetti di utilità ad aprire la strada alla panoplia globale di semi e pesticidi della Monsanto di oggi, inclusa la famigerata tecnologia dei semi “terminator” (o “suicidi”) che di fatto sterilizzano le piante di seconda generazione e rendono non solo inutile ma illegale, da parte dei coltivatori, mettere da parte i semi per la semina dell'anno seguente). La Monsanto ha fatto causa ai contadini che si ritrovavano frumento o soia transgenici nei loro campi, piante generate dai semi portati dal vento provenienti da campi vicini coltivati a OGM. Qual era la base per simili ridicole cause? I brevetti sui vegetali. Questi coltivatori stanno involontariamente violando i diritti di proprietà intellettuale della Monsanto. Peggio ancora, la Monsanto ha avuto la perfida idea di sviluppare un tipo di pesticida (nello specifico, un diserbante chiamato “Roundup”, scoperto e brevettato da un chimico della Monsanto nel 1970) che opera al meglio quando utilizzato coi semi brevettati dalla corporation. Le leggi sui brevetti, in pratica, hanno permesso alla corporation l'istituzione di un monopolio verticale – se vuoi le sementi ad alto rendimento Roundup Ready avrai bisogno dell'insetticida Roundup della Monsanto; e se compri l'insetticida Roundup avrai bisogno delle sementi Roundup Ready (dato che le aziende agricole di grandi dimensioni desiderano il maggior rendimento possibile, tendono ad abbozzare e a comprare tutt'e due i prodotti).
L'effetto complessivo di queste azioni sul sistema mondiale dell'alimentazione è stato straordinariamente negativo.
Considerate il caso della dott.sa Pamela Ronald, professoressa di Genomica Vegetale presso la UC-Davis. Come per molti altri scienziati, la motivazione principale della dott.sa Ronald non è il profitto, ma la comprensione dei meccanismi naturali. Dopo aver lavorato per un decennio alla decodifica del genoma del riso, Ronald e il suo team realizzarono un'alterazione genetica che resisteva allo Xanthonomas, una delle peggiori patologie del riso in Asia. Potrebbe esserci una migliore, più socialmente utile applicazione delle manipolazioni genetiche di questa? Ronald e la UC-Davis registrarono il gene presso l'ufficio brevetti statunitense, in modo da ottenere la proprietà intellettuale della sequenza dell'immunità allo Xanthomonas, e quasi subito la Monsanto e la Pioneer [2] chiesero l'autorizzazione all'uso del gene.
Ma mentre l'Office of Technology Transfer della UC-Davis lavorava ai termini dell'accordo, la Monsanto e la Pioneer persero interesse alla questione, e le prospettive commerciali del riso di Ronald giunsero a un'impasse. A quanto pare la resistenza a una patologia non era attraente per le multinazionali dell'alimentazione quanto invece lo era per la dott.sa Ronald e la UC-Davis, forse perché i potenziali profitti derivati da un riso che resiste alla ruggine non potevano rivaleggiare con quelli derivati dal frumento Roundup Ready. Il riso di Pamela Ronald prometteva di salvare vite in Asia, ma le lungaggini legali lo relegarono nella sua serra.
Alla fine, la dott.sa Ronald ha contestato il suo stesso brevetto, rendendo le informazioni genetiche da lei scoperte disponibili gratuitamente per i paesi in via di sviluppo. L'atteggiamento di Ronald nei confronti della legislazione riguardante la genetica in agricoltura non è insolito tra gli scienziati. Parecchi dei biologi molecolari che ho intervistato negli ultimi anni mi hanno detto che le leggi sui brevetti intralciano il loro lavoro di ricerca, nel momento in cui l'innovazione molecolare diviene proprietà intellettuale della compagnia o università proprietarie del laboratorio che ha effettuato la scoperta. Il diritto alla proprietà della propria scoperta sembrerebbe una bella cosa – tranne che per il fatto che la conseguenza è il blocco della collaborazione scientifica su larga scala, spesso fondamentale per il progresso della ricerca. Di fatto, l'interesse degli scienziati per una circolazione delle idee più libera potrebbe essere un'alleata nella lotta dei movimenti contro la Monsanto e i colossi dell'agroalimentare, nella lotta per una riforma dei brevetti vegetali – se i movimenti smettessero per un momento di concentrarsi sulla questione delle etichettature e guardassero al quadro più ampio.
Le normative sulla proprietà intellettuale devono essere ripensate. Un film o un libro coperti da copyright restano comunque lo stesso film e lo stesso libro, ma quando il cibo diventa un concetto legale o una proprietà intellettuale, cessa di essere cibo. Naturalmente si può consumare un popcorn brevettato allo stesso modo di un suo cugino che non lo sia. Ma a differenza di un iPhone o di un tv a schermo piatto, del cibo ne hanno bisogno tutti, e ne hanno bisogno ogni giorno. I rappresentanti maggiori dell'industria alimentare globale vorrebbero convincerci che il mercato mondiale delle derrate alimentari sia un libero mercato come quello di qualsiasi gadget tecnologico – anche se nessuno può decidere di fare a meno a lungo di fare colazione, pranzo o cena. Dato che la partecipazione al mercato delle derrate è obbligatoria, al ritmo di circa 2700 calorie al giorno, i brevetti sul cibo permettono ai loro proprietari una quota garantita di profitti proveniente da una garantita quantità di acquisti, il che è fondamentalmente iniquo. Per quale motivo l'industria agroalimentare dovrebbe godere di privilegi negati a ogni altro genere di business? Le norme che regolamentano i brevetti nel campo dell'elettronica o dello spettacolo non dovrebbero essere i medesimi anche per quel che riguarda gli elementi più essenziali dell'esistenza umana.
Più di ottanta anni di protezione dei brevetti vegetali hanno costruito uno dei bastioni più imponenti dell'industria agroalimentare – ed ecco perché dovrebbero essere questi brevetti l'obbiettivo dei movimenti. Il modo più diretto ed efficace di minare il monopolio degli industriali delle sementi modificate è una riforma di quelle leggi (in particolare quella sui brevetti di utilità del 1985), e rendere i diritti di proprietà che riguardano il cibo meno esclusivi, meno profittevoli e meno duraturi.
Se i movimenti di base che si interessano della questione alimentare hanno come obbiettivo l'alternativa ai colossi dell'alimentazione, se l'obbiettivo è il miglioramento a livello globale delle condizioni dei piccoli coltivatori, lo sviluppo di un rapporto migliore tra ambiente rurale e ambiente urbano, e il sostegno allo sviluppo di un'agricoltura più sostenibile – allora l'etichettatura dei cibi contenenti OGM, come avrebbe ottenuto la Proposition 37 in California, non avrebbe dato il minimo contributo alla causa. Per cambiare il sistema alimentare, il movimento deve sviluppare un pensiero strategico. Per le Monsanto di questo mondo, il cibo è diventato una fonte di profitti sfrenati e un concetto legale da difendere a ogni costo nei tribunali. Questo significa che per il movimento è venuta l'ora di prendere di mira le leggi sui brevetti. Invece di giostrare coi mulini a vento delle etichettature, le organizzazioni non profit che si occupano del settore alimentare dovrebbero ingaggiare uno stuolo di avvocati esperti di proprietà intellettuale e scatenarli su Washington per pretendere una riforma del Plant Patent Act. Nel momento in cui la manipolazione genetica sarà meno redditizia, le cose andranno meglio sia per i consumatori, sia per i coltivatori, sia per i ricercatori – praticamente per tutti tranne che per i dirigenti delle corporation.

La copertura informativa sul settore alimentare di Slate è resa in parte possibile dal contributo della W.K. Kellogg Foundation.


Note del traduttore

[1] “Negli Stati Uniti, sono disponibili due tipi di protezione di brevetti: utilità e design. La differenza di base tra questi due tipi è che un'“utilità di brevetto” protegge il modo in cui un articolo viene usato e lavorato (35 U.S.C. §101), e un “brevetto per design” protegge il modo in cui un articolo appare (35 U.S.C,. §171). Entrambe le forme di protezione possono essere ottenute per un singolo articolo che possiede entrambe le caratteristiche funzionali e ornamentali.” [Unioncamere Lombardia]
[2] La Pioneer è un'industria che opera nel settore agroalimentare come la Monsanto, ed è di proprietà del colosso chimico DuPont.

mercoledì 19 dicembre 2012

I robot non fanno la spesa

di Peter Radford (dal Real-World Economics Review Blog)
traduzione di Domenico D'Amico


Visto che Washington e l'industria dei media sono totalmente assorbiti dal fiscal cliff [1], il resto di noi può tranquillamente sedersi e tirare avanti a campare. Possiamo anche cominciare a discutere dei fattori che hanno veramente eroso l'economia. Alcuni hanno appena notato che l'equilibrio tra profitti e salari è completamente fuori scala. E di molto. Talmente fuori che il nostro futuro dipende dal concepire una strada per ritrovare un equilibrio migliore.
Si tratta di un concetto di cui ho trattato diverse volte negli ultimi anni. Permettetemi una sintesi:
Per un lungo periodo dopo la II Guerra Mondiale, almeno fino alla fine degli anni 70, operava negli USA un “contratto sociale” non scritto ma chiaro.

sabato 15 dicembre 2012

Shadow Banking - Il Sistema Bancario Ombra

Come Wall Street ha “privatizzato” la Creazione di Moneta

di Mike Whitney (da Counterpunch)
traduzione di Domenico D'Amico


I legislatori si preoccupano per la crescita esplosiva del sistema bancario ombra, e fanno benissimo. Le banche ombra sono state al centro dell'ultima crisi finanziaria, e lo saranno anche per la prossima. Non c'è il minimo dubbio. È semplicemente impossibile tenere in piedi un sistema nel quale istituzioni finanziarie non-bancarie, sottratte a qualsiasi normativa, sono in grado di creare la propria moneta (credito) senza né controllo né supervisione. Il denaro che hanno creato – attraverso operazioni extra-contabili, cartolarizzazioni [1], recupero crediti o altre enormi operazioni di leva finanziaria [2] incontrollate – si immette nell'economia, crea una domanda artificiale, fa diminuire la disoccupazione e stimola la crescita. Ma quando il ciclo si inverte di colpo (e i debiti non vengono pagati in tempo), allora le banche ombra dalla capitalizzazione fragile cominciano a fallire l'una dopo l'altra, creando una catena di bancarotte che fanno precipitare le borse, mentre l'economia cade in una crisi a lungo termine.
Vi ricorda qualcosa?
Il motivo per cui l'economia globale è ancora un disastro cinque anni interi dopo il fallimento della Lehman Brothers, è perché questo sistema fortemente difettoso – che in precedenza aveva generato il 40% del credito statunitense – si stava ancora rimettendo in piedi. Ma ora, secondo un nuovo rapporto del Financial Stability Board, il sistema bancario ombra è tornato in gioco, più grande che mai. L'FSB ha rilevato che gli strumenti finanziari in mano alle banche ombra sono arrivati a valere 67.000 miliardi di dollari, una somma che è quasi pari al PIL mondiale (69,97 bilioni) e maggiore dei 62 bilioni presenti nel sistema prima del crollo del 2008. Più il sistema bancario ombra cresce, più aumenta il rischio di un'altra crisi finanziaria.
Ma cos'è il sistema bancario ombra, e come funziona?
Questa è la definizione di Investopedia:

“Gli intermediari finanziari che facilitano la creazione di credito all'interno del sistema finanziario globale, i cui membri, però, non sono soggetti a una supervisione normativa. Il sistema bancario ombra può riferirsi anche ad attività non regolamentate da parte di istituzioni regolamentate.
Gli esempi di intermediari non soggetti a norma includono i fondi speculativi, derivati non quotati e altri strumenti finanziari non quotati. Tra le attività non regolate da parte di istituzioni regolate ci sono i credit default swap [3].
Il sistema bancario ombra è sfuggito a ogni regolamentazione innanzitutto perché non tratta i tradizionali depositi bancari. Ne è conseguito che molte di quelle istituzioni hanno potuto impiegare liquidità, credito e transazioni a rischio più alto del normale, senza dovere avere i capitali accantonati commisurati al rischio. Dopo il crollo dei subprime del 2008, le attività del sistema bancario ombra si è ritrovato sotto crescente osservazione e regolamentazione.” (Investopedia)

Può darsi che il sistema bancario ombra sia “sotto crescente osservazione”, ma non è stato fatto un bel nulla per risolvere i suoi problemi. Le banche e i loro lobbisti hanno fatto fallire tutte le riforme ragionevoli che avrebbero reso il sistema più sicuro. Invece siamo punto e da capo, con un sistema di crediti che dilaga sfrenato per mezzo – secondo le parole di Paul McCulley della Pimco - “un intero assortimento di società veicolo [4] non bancarie, veicoli e strutture sostenute a debito”. Ciò a cui si assiste, in sintesi, è la privatizzazione della creazione di moneta. Istituzioni finanziarie private di ogni genere stanno incrementando la quantità di credito circolante nel sistema, nonostante l'inaffidabilità dei collaterali che utilizzano e il pericolo di ritrovarsi senza sufficienti capitali per onorare le richieste in caso di “corsa agli sportelli”.
Spiegamoci meglio: quando una banca eroga un mutuo, è tenuta a
tenere in cassa una certa quantità di capitale relativa al prestito, nel caso questo non venga onorato. Ma se la banca cartolarizza il mutuo, cioè lo spezzetta e lo mischia con altri mutui, per poi venderlo come un titolo (mortgage backed security – titolo sostenuto da un mutuo), allora la banca non è più tenuta a trattenere capitale corrispondente allo strumento finanziario. In altre parole, la banca ha creato denaro (credito) dal nulla. È il fine ultimo delle banche, massimizzare i profitti senza utilizzare alcun capitale.
Che differenza c'è con la contraffazione?
Assolutamente nessuna. Le banche stanno creando “quasi denaro”, o quello che Marx chiamava “capitale fittizio”, senza le risorse sufficienti, senza supervisione, e senza alcuna considerazione per il danno che potrebbero arrecare all'economia reale quando i loro schemi piramidali vanno a gambe all'aria. Quel che conta è il profitto, tutto il resto passa in secondo piano.
Viviamo in un sistema economico in cui le banche centrali non hanno più il controllo del flusso di valuta. I tassi di interesse svolgono ormai solo un ruolo minore in questo nuovo paradigma in cui speculatori dediti al rischio possono moltiplicare il denaro di molti ordini di grandezza semplicemente aumentando il loro indebitamento. Questo nuovo fenomeno ha intensificato l'instabilità del sistema e ha causato un danno incalcolabile all'economia reale. Tenete a mente che il ground zero della crisi finanziaria fu una banca ombra di nome The Reserve Primary Fund. È lì che sono veramente cominciati i guai.
Nel 2008, il Reserve Primary Fund (che aveva prestato alla Lehman Brothers 785 milioni di dollari, ricevendone in cambio cambiali a breve chiamate “commercial papers”) non riuscì a tener dietro ai ritiri dei clienti preoccupati della salute finanziaria del fondo. Il crollo di fiducia produsse un assalto ai mercati monetari che mando a picco le quotazioni dei titoli. Ecco come Bloomberg riassume la vicenda:

“Martedì 16 settembre l'assalto al Reserve Primary continuò. Tra il momento in cui la Lehman invocava il Capitolo 11 [annunciava il fallimento] e le 15 di martedì, gli investitori avevano chiesto indietro 39,9 miliardi, più della metà delle disponibilità del fondo, secondo Crane Data.
Gli amministratori del Reserve ordinarono ai dipendenti di vendere il debito della Lehman, secondo quanto riferisce la SEC.
Non si trovò nemmeno un compratore.
Alle 16 gli amministratori valutarono che l'investimento di 785 milioni di dollari non valeva più nulla. Con tutti i capitali ritirati dal fondo, il valore di una singola azione crollò a 97 centesimi.
Gli uffici investimenti della Legg Mason, della Janus Capital Group Inc., della Northern Trust Corp., della Evergreen e della Columbia Management (già della Bank of America Corp.) furono tutti in grado di iniettare contante nei loro fondi per compensare le perdite o acquistarne i titoli.
La Putnam chiuse il suo Prime Money Market Fund il 18 settembre, e vendette più tardi i titoli del fondo alla Federated Investors di Pittsburgh.
Almeno 20 amministratori di fondi furono costretti a cercare aiuto finanziario o a vendere pacchetti azionari per mantenerne il valore al netto di un dollaro [5], secondo i documenti sul sito della SEC”
(Sleep-At-Night-Money Lost in Lehman Lesson Missing $63 Billion, Bloomberg)

La notizia che il Primary Reserve aveva sfondato al ribasso la fatale quota di un dollaro per azione diffuse il panico in tutti i mercati del mondo, mandando i titoli in caduta libera. È stato il Primary Reserve la causa prossima della crisi finanziaria e del crollo globale, non i mutui subprime o il fallimento della Lehman Brothers. È un fatto che i media trascurano per nascondere i pericoli intrinseci del sistema ombra, un sistema che è traballante e prono alla crisi oggi come lo era nel settembre 2008.
Sebbene esistano metodi per rendere il sistema bancario ombra più sicuro, le banche e i loro lobbisti si sono opposti a qualsiasi cambiamento del sistema attuale. Di recente le banche hanno inferto una bruciante sconfitta alla presidente della Securities and Exchange Commission, Mary Schapiro, che stava premendo per piccole modifiche nella rendicontazione del mercato monetario che avrebbero reso l'area critica del sistema ombra più sicura e meno suscettibile agli “assalti allo sportello”. La bastonatura inflitta a Schapiro dalla strapotente industria dei servizi finanziari ha propagato la sua onda d'urto per tutta Washington, dove perfino i compagni di merende di Wall Street – come Ben Bernanke e il Segretario al Tesoro Timothy Geithner – si sono dati una svegliata. Si sono perciò uniti alla lotta per introdurre modeste regolamentazioni in un sistema di mercato monetario fuori controllo che minaccia di far crollare il sistema finanziario per la seconda volta in meno di un decennio.
Tenete conto che, da qualsiasi punto di vista, i cambiamenti desiderati da Geithner, Bernanke e Schapiro sono ben poca cosa. Si tratterebbe di istituire “un valore delle quote al netto oscillante, al posto dell'attuale prezzo fissato,” o maggior capitale per salvaguardare gli investimenti nei fondi del mercato valutario (solo un 3%) nel caso si scatenasse il panico e gli investitori volessero subito indietro i loro soldi. Sembra ragionevole, non è vero? Ma anche così, le banche hanno rifiutato qualsiasi cambiamento. Ritengono di avere il diritto di ingannare gli investitori sui rischi che si corrono mettendo il proprio denaro in depositi monetari non assicurati. Non ritengono di dovere avere abbastanza riserve da coprire i prelievi in caso di una “corsa allo sportello”. Hanno deciso che i profitti sono più importanti delle responsabilità sociali e della stabilità del sistema. Finora Wall Street ha scongiurato tutti i tentativi di riforma delle regolamentazioni. Le banche e i loro alleati al Congresso hanno fatto polpette della Dodd Frank, la legge di riforma che avrebbe dovuto prevenire un'altra crisi finanziaria. Ecco come ha riassunto la vicenda Matt Taibbi in un articolo su Rolling Stone:

“Con le sue 2300 pagine, la nuova legge apparentemente doveva riscrivere le regole per Wall Street. Doveva mettere fine ai prestiti predatori del mercato dei mutui, dare un giro di vite alle tariffe e more occulte nei contratti creditizi, e creare un potente e nuovo Consumer Financial Protection Bureau [Ufficio per la Protezione Finanziaria del Consumatore] per salvaguardare il comune consumatore. Alle grandi banche sarebbe stato vietato di giocare d'azzardo coi soldi dei contribuenti, e una nuova serie di norme avrebbero frenato gli speculatori il genere di scommesse spericolate che causano violenti saliscendi nei prezzi di cibo ed energia. Non ci sarebbe stata più nessuna AIG, e il mondo non avrebbe più dovuto affrontare un'apocalisse finanziaria nel caso una banca come la Lehman Brothers dovesse fallire.
Cosa più importante, anche nel caso che una merdata infernale come quella dovesse capitare di nuovo, la Dodd Frank garantiva che non avremmo dovuto pagare di tasca nostra. “Non verrà mai più chiesto al popolo americano di pagare il conto per gli errori di Wall Street,” prometteva Obama. “Non ci saranno altri salvataggi a spese dei contribuenti. Punto e basta.”
A due anni da allora, la Dodd Frank sta tirando gli ultimi sul suo letto di morte. Il mastodontico piano di riforma ha fatto la fine del pesce di Il Vecchio e il Mare di Hemingway – non si fa in tempo a prenderlo all'amo che gli squali lo scarnificano, molto prima di giungere a riva.”
(How Wall Street Killed Finacial Reform [Come Wall Street Ha Fatto Fuori la Riforma Fiannziaria], Matt Taibbi, Rolling Stone)

Il Congresso, la Casa Bianca e la SEC sono tutti rersponsabili dello stato di fragilità del sistema finanziario e del fatto che il sistema bancario ombra continui a sfuggire a una normativa di controllo. A questo caos si sarebbe dovuto rimediare molto tempo fa, e invece il sistema bancario fantasma sta conoscendo una crescita impetuosa, aggiungendo migliaia di miliardi al flusso monetario e portando il sistema ulteriormente verso il disastro. È sconvolgente.

Mike Whitney vive nello stato di Washington. È coautore di Hopeless: Barack Obama and the Politics of Illusion (AK Press). Hopeless è anche disponibile nella versione Kindle. Lo si può contattare all'indirizzo fergiewhitney@msn.com.

Alcune frasi sono rese in neretto per iniziativa del traduttore.


Note del traduttore

[1] “La cartolarizzazione dei crediti (Securization) è un'operazione finanziaria che consiste nella cessione a titolo oneroso di un portafoglio di crediti pecuniari o di altre attività finanziarie non negoziabili, individuabili anche in blocco, capaci di generare flussi di cassa pluriennali.
I crediti vengono ceduti da una o più aziende (Originator) ad una società-veicolo (SPV) che, a fronte delle attività cedute, emette titoli negoziabili da collocarsi sui mercati nazionali o internazionali.” [Unicredit]
[2] Leva finanziaria. In questo caso non si parla genericamente di indebitamento, ma dei vantaggi che si ottengono se la differenza tra la redditività sul capitale investito da una società (ROI) e il tasso di remunerazione del capitale preso a prestito è un numero positivo. In questo caso “l’effetto di leva finanziaria è positivo, per questo l’aumento dell’indebitamento dell’impresa fa aumentare il ROE [tasso di redditività del capitale proprio] poiché il capitale preso a prestito ed investito nell’impresa rende più di quanto costa e tale differenza è lucrata dai detentori del capitale di rischio.” [Blustring.it]
[3] “Uno swap è un baratto, e in questo caso il baratto consiste in questo: la parte A paga periodicamente una somma alla parte B, e la parte B in cambio si impegna a rifondere alla parte A il valore facciale di un titolo C, nel caso il debitore C vada in bancarotta. Insomma, A ha comprato l'obbligazione emessa da C, ma A vuole esser sicuro che C rimborsi il capitale alla scadenza. La finanza ha creato questo strumento di copertura del rischio, e il credit default swap è in effetti come una polizza di assicurazione. Se, per esempio, il valore dei titoli acquistati è di 100mila euro (facciali), e il cds è di 120 punti base, vuol dire che A deve pagare ogni anno 1200 euro per essere sicuro del rimborso. Questi cds sono quotati in mercati over the counter [cioè non regolati - ndr], e se il costo dovesse balzare, mettiamo, a 800 punti base, vuol dire che il mercato teme che il debitore C avrà difficoltà a far fronte ai propri impegni.” [IlSole24Ore]
I CDS sono contratti para-assicurativi che vengono venduti come protezione contro I fallimenti dei prestiti, ma I CDS non sono normali assicurazioni. Le compagnie assicurative sono regolate dal governo con l'imposizione di riserve, limitazioni statutarie e controlli periodici da parte di contabili che si assicurano che ci siano I soldi per compensare eventuali indennizzi. I CDS sono scommesse tra privati, e la Federal Reserve, sin dai tempi di Alan Greenspan, ha insistito che i regolatori non ci mettano becco.” [da Ellen Brown - Credit Default Swaps: Evolving Financial Meltdown and Derivative Disaster Du Jour Global Research]
[4] Conduit: “è conosciuto anche come special purpose entity, special purpose vehicle o ‘società veicolo'. Si tratta di un ente societario creato per uno scopo specifico, di solito – ma non sempre – da un istituto finanziario. Per esempio, se una banca vuole cartolarizzare una serie di prestiti immobiliari, conferisce questi prestiti a una ‘società veicolo' appositamente creata, e su questa base di attività la nuova società emette i titoli cartolarizzati.” [ilSole24Ore]
[5] Il Net Asset Value, in questo caso, è il valore netto di una quota di un fondo di investimento. La soglia critica di un dollaro rappresenta una sorta di punto di non ritorno verso il disastro, perché si ritiene che, come minimo, un dollaro investito in un fondo debba comunque valere almeno un dollaro.


venerdì 14 dicembre 2012

Perché un Monti che fallisce è un “tecnico” e il Correa che ha successo è un “economista sinistrorso”?

di Bill Black (da Naked Capitalism)
Traduzione di Domenico D'Amico


Il New York Times ha pubblicato profili di leader nazionali quali Mario Monti per l'Italia e Rafael Correa per l'Ecuador. Vorrei invitare i lettori a porre a confronto il trattamento reverenziale riservato a Monti con quello riservato a Correa. La prossima volta che qualcuno vi dice che il NYT è un giornale “di sinistra” potrete fargli vedere quanto si spinga a destra nelle questioni finanziarie.

http://topics.nytimes.com/topics/reference/timestopics/people/m/mario_monti/index.html
http://topics.nytimes.com/top/reference/timestopics/people/c/rafael_correa/index.html

Il punto di vista che il NYT manifesta descrivendo Monti come un “tecnico” [1] e Correa come un “economista sinistrorso” è tipico dei media dominanti. Sia Monti sia Correa posseggono dottorati in economia presso università statunitensi, ed entrambi sono stati docenti di economia. Come mai il NYT tratta Monti con reverenza e Correa con sdegno?
Esiste una serie di parametri usati normalmente dai media statunitensi nello stilare giudizi di merito nei confronti di personaggi prominenti e leader nazionali. I media manifestano grande stima per i leader che mostrano:

sabato 24 novembre 2012

L'Età Oscura del Denaro

Milton Friedman e l'avvento del Fascismo Monetario

di James C. Kennedy (da Counterpunch)
traduzione di Domenico D'Amico


Traduciamo questo pezzo da Counterpunch perché è interessante leggere una critica (assai pesante) del cosiddetto neoliberismo non da un punto di vista anticapitalistico, bensì da una prospettiva di capitalismo “classico”.
Naturalmente, da parte nostra non consideriamo quello che l'autore chiama Fascismo Monetario come una “deviazione” dal “vero” libero mercato. Il “vero” libero mercato a cui si riferisce l'autore è la storia di un liberalismo “reale” fatto di colonialismo e imperialismo sanguinari. Ma la descrizione che troviamo qui è esatta. Il capitalismo è intrinsecamente predatorio, e il fatto che (senza che ci sia nessun comitato di Illuminati a deciderlo) si avvii spontaneamente ad aggredire la stessa sopravvivenza del genere umano non è un tradimento, una perversione. È la sua natura.
DD


Se vi capita spesso di chiedervi come mai il “capitalismo del libero mercato” sembri un fallimento nonostante che economisti e opinionisti politici assicurino che funziona a dovere, la vostra intuizione è azzeccata.
Il capitalismo del libero mercato ormai appartiene al passato. A dire il vero il capitalismo del libero mercato è stato sostituito da qualcosa che è sia contro il capitalismo sia contro il libero mercato. La deviazione avviene alla luce del sole.
A iniziare all'incirca dal 1970, gli Stati Uniti e la maggior parte del “mondo libero” si sono allontanati dal tradizionale “capitalismo del libero mercato”, imboccando una strada diversa. Al giorno d'oggi gli Stati Uniti e gran parte dell'economia mondiale operano sotto quello che io chiamo Fascismo Monetario: un sistema nel quale gli interessi finanziari controllano lo Stato a vantaggio della classe finanziaria. Si tratta di qualcosa di significativamente diverso dal Fascismo tradizionale, un sistema nel quale lo Stato e l'industria operano a vantaggio dello Stato.
Il Fascismo Monetario è stato concepito e diffuso tramite la Chicago School of Economics. Le opere collettive di Milton Friedman costituiscono le fondamenta del Fascismo Monetario. Consapevoli della universale impopolarità del termine “Fascismo”, Friedman e la Chicago School of Economics camuffarono le loro opere sotto l'etichetta di “Capitalismo” ed economia del “Libero Mercato”.