Il declino economico dell'Italia è cominciato ben prima di questa crisi.
E affonda le sue radici in un modello di sviluppo perdente, fatto di
precarietà e svalutazione del lavoro. Ecco perché c'è bisogno di più
sinistra non solo per difendere i diritti, ma anche per far ripartire
l'economia.
di Emilio Carnevali da Micromega
Nel
1870 la Gran Bretagna deteneva una quota pari al 31,8% della produzione
manifatturiera mondiale. Nello stesso periodo le sue navi costituivano
più della metà dell'intera flotta europea e solcavano i mari portando le
merci inglesi in ogni più remoto angolo del pianeta. Dalle sue miniere
si estraevano ogni anno 112.203 mila tonnellate di carbone, contro le
34.003 mila tonnellate estratte in Germania e le 36.667 mila negli Stati
Uniti. Dagli altoforni delle città industriali del Galles e della
Scozia uscivano ogni anno 897 mila tonnellate di acciaio, più del doppio
di quelle prodotte in Germania, 300 mila in più che negli Stati Uniti.
Il
primato industriale, economico e finanziario della Gran Bretagna
sembrava regnare incontrastato dal tempo in cui le prime macchina per la
filatura del cotone erano state installate nelle fabbriche di Leeds,
l'illuminazione a gas aveva rischiarato le notti nelle strade del centro
di Londra e le prime locomotive a vapore cominciavano a viaggiare – a
velocità mai viste prime – fra Liverpool e Manchester.
Pochi
decenni dopo, alla vigilia della Prima guerra mondiale, quel primato era
già un ricordo. La Germania, e sopratutto gli Stati Uniti, avevano già
compiuto il sorpasso nei confronti dei sudditi di sua maestà. La
leadership economica del mondo – e successivamente anche quella politica
– si apprestava a trasferirsi al di là dell'Atlantico. Cosa era mai
potuto succedere in un così ristretto arco di tempo?
Il quesito
ha fatto riempire agli storici le pagine dei volumi di intere
biblioteche. Moltissime sono le teorie formulate, diverse le spiegazioni
che colgono almeno in parte i molteplici aspetti di un fenomeno
indubbiamente complesso.
Certamente ebbe un ruolo quello che
oggi chiameremmo il “modello di sviluppo” adottato dai rispettivi paesi.
Negli Stati Uniti la carenza relativa di manodopera comportava un più
alto costo del lavoro che spingeva gli industriali americani a investire
molto di più in macchinari ed innovativi dispositivi di produzione.
L'Inghilterra, per altro, poteva contare su un vastissimo impero
coloniale dove riversare i suoi manufatti. Questo la spinse ad
attardarsi per molto tempo su produzioni tipiche della prima rivoluzione
industriale, senza sentire la necessità di penetrare mercati più
sofisticati. In altre parole, non fu “costretta” a tenere il contatto
con la frontiera delle tecnologie più avanzate.
Anche il sistema
educativo inglese era carente rispetto a quello dei suoi competitori.
L'insegnamento di base divenne gratuito solo nel 1891 e un certo “culto
dell'esperienza pratica” contribuì a non far tenere in dovuto conto
l'importanza della formazione tecnico-scientifica. Con le sue Realschulen e le sue Technische Hochschulen
la Germania preparava manovalanza specializzata e quadri tecnici in
grande quantità. Fu così che in breve tempo guadagnò la leadership nei
settori più all'avanguardia. Multinazionali della chimica come la Bayer,
dell'elettromeccanica come la Siemens, della metallurgia come gli
imperi dei Krupp e dei Thyssen, tutti marchi ben conosciuti anche oggi,
nacquero proprio nella seconda metà dell'Ottocento sotto la spinta di
quella poderosa accelerazione industriale.
Già nel 1913 la quota
dei manufatti inglesi sulla produzione globale era scesa al 14%, contro
il 35% degli Stati Uniti e il 15,7% della Germania. Iniziava il lungo
secolo dell'egemonia “a stelle e strisce” (inframezzato dalla tragedia, e
dal successivo riscatto, di cui fu protagonista la potenza tedesca).
Quale
lezione è possibile trarre dalla storia del “declino economico
inglese”? Indubbiamente ci confrontiamo con una distanza temporale
considerevole, con condizioni di contesto diversissime. Eppure anche
l'Italia negli ultimi anni è andata incontro ad un declino economico
cominciato ben prima di questa crisi. Anch'esso ha origine dalla scelta
di un modello di sviluppo perdente.
Tra il 2000 e il 2011 –
proprio gli anni per i quali Silvio Berlusconi, alla vigila della sua
seconda esperienza di governo, prometteva l'avvento di un “nuovo
miracolo economico” – il Pil del nostro Paese ha fatto registrare un
tasso di crescita medio di appena lo 0,3%, contro l'1,1% di Germania e
Francia. E negli anni precedenti la media della nostra crescita era
stata dell'1,6% inferiore a quella europea.
Sempre nell'arco
temporale 2000-2009 (il cosiddetto “decennio perduto”) la produttività
in Italia è diminuita in media dello 0.5% l'anno, un dato che non ha
eguali né nella nostra storia né in quella degli altri paesi europei.
Dunque,
non solo abbiamo reagito peggio degli altri paesi europei al Grande
Crack sistemico sprigionatosi con la crisi dei mutui subprime partita
dagli Usa (-5,5% di flessione del Pil nel 2009 a fronte di una media
nell'area euro del -4,3%). Ma già venivamo da una fase di grande
difficoltà. Già avevamo accumulato un considerevole ritardo.
Quel
che è peggio, tanto per indulgere ancora un po' nel pessimismo, è che
le prospettive per il futuro sono parimenti fosche. Secondo le
previsioni del Fondo Monetario Internazionale relative ai famigerati
Piigs, l'Italia è il paese che – esclusa la Grecia – recupererà con
maggiore lentezza i livelli di produzione precedenti alla crisi: solo
dopo il 2018 il nostro Paese dovrebbe raggiungere lo stesso livello del
Pil che aveva nel 2007.
Quali sono le ragioni di tutto ciò? Ci
sono moltissimi fattori alla base del declino italiano (li affronta nel
dettaglio l'economista Mario Pianta nel suo ultimo libro “Nove su dieci.
Perché stiamo (quasi) tutti peggio di dici anni fa”, Laterza). Eccone
alcuni: una struttura produttiva debole, posizionata su settori
tradizionali e poco innovativi come l'alimentare, il tessile, le
calzature, il legno, i prodotti in metallo; il nanismo delle imprese
(l'84% delle 510 imprese italiane ha meno di 9 addetti e un altro 15% ne
ha tra i 10 e i 49); gli scarsi investimenti in ricerca e sviluppo sia
da parte dei privati che da parte delle autorità pubbliche (nel 2009 il
nostro Paese ha dedicato a questa voce di spesa l'1,26% del Pil, contro
la media dell'Europa a 27 dell'1,9%, per non parlare delle
irraggiungibili Germania, 2,8%, e Finlandia 3,9%).
Si tratta
naturalmente di limiti e difetti che ci portiamo dietro non da ieri. Una
volta, però, avevamo anche altre armi per poter far fronte a queste
difficoltà, come ad esempio la svalutazione della moneta nazionale. Con
l'avvento dell'euro non abbiamo più potuto svalutare, e pertanto è
venuto a mancare uno strumento fondamentale che permetteva di
riequilibrare i conti con l'estero. Gli aggiustamenti sono stati
interamente affidati alla flessibilità di prezzi e salari (o alle
variazioni della produttività).
E allora ci siamo inventati una
“bella” scorciatoia: quella di scaricare tutto l'onere della nostra
competitività sul lavoro. Ecco, in ultima analisi, qual'era il disegno
strategico dietro a una serie di controriforme del mercato del lavoro
che hanno fatto dilagare la precarietà ben oltre i livelli richiesti
dalle necessità organizzative delle nostre aziende. Ed ecco spiegata la
singolare “pigrizia” dei nostri imprenditori: con la scelta di questo
modello si è persa l'occasione di “costringerli” a raccogliere la sfida
della qualità e dell'innovazione, a investire nelle proprie aziende, in
quel capitale umano che è l'unico vero volano di sviluppo nelle moderne
economie della conoscenza. Si aggiunga che per quanto peggioreranno le
nostre condizioni di lavoro, mai potranno competere in termini di costi
con quelle vigenti nelle fabbriche del Vietnam o nei capannoni della
Romania.
Fossimo l'impero inglese di fine Ottocento, almeno
avremmo i domini coloniali dove riversare le nostre merci facendo valere
il primato della nostra flotta. Invece siamo l'Italia del terzo
millennio, la cui flotta sembra riuscire ad attrarre le attenzioni del
mondo solo in occasione di improvvidi “inchini” sulla costa di qualche
isola turistica...
Ecco perché è innanzitutto il lavoro, il
lavoro e l'economia reale, che dovranno essere messi al centro
dell'iniziativa del prossimo governo. E ciò significa difesa dei
diritti, ma anche capacità di visione sul lungo periodo. Più
prosaicamente: moderne relazioni sindacali (non ottocentesche, come le
vorrebbe qualcuno), efficaci politiche industriali, massicci
investimenti nella scuola e nell'università, servizi pubblici e
infrastrutture adeguati.
Ha ragione il ministro della coesione
territoriale Fabrizio Barca quando dice che il problema della crescita e
dello sviluppo è in qualche modo, per sua natura, estraneo ad
un esecutivo tecnico come quello guidato da Mario Monti. E non solo a
causa delle politiche di austerity imposte dall'Europa e di cui lo
stesso Monti si è fatto garante. Ovviamente è necessario che queste
politiche cambino, che si riavvii un motore della domanda interna
europea in grado di rompere la spirale infernale fra recessione,
peggioramento del debito e politiche restrittive che aggravano ancor di
più la recessione.
Ma lo sviluppo presuppone un idea di destino
comune, implica una capacità di immaginazione delle traiettorie che
dovrà seguire il Paese per i prossimi 10/15 anni (non per i prossimi 2 o
3 mesi). E questa è materia propria dell'arte della politica. Di una
politica forte fatta da soggetti forti. Non da “dilettanti allo
sbaraglio” che fanno a gara a chi urla di più per lucrare sulla
disperazione sociale di un paese in ginocchio.
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martedì 22 gennaio 2013
sabato 5 gennaio 2013
Organismi Geneticamente Monetizzati
Se
i movimenti desiderano davvero migliorare la qualità del cibo,
dovrebbero seguire la pista dei soldi piuttosto che perdere tempo con
le etichettature
di
Frederick Kaufman (da Slate)
traduzione
di Domenico D'Amico
Traduciamo
questo pezzo da Slate non perché contenga informazioni inedite (la
storia del seme suicida della Monsanto, del pesticida Roundup e delle
demenziali cause legali ad essi legate è fin troppo conosciuta) ma
perché costituisce un ulteriore chiarimento di un elemento
paradossale presente all'interno dei movimenti (definiamoli così per
brevità) antiliberisti, un elemento che noi non ci stancheremo mai
di stigmatizzare. Si tratta di una congerie di tratti culturali che
appartengono (per lo più) al deprimete legato della paranoia
statunitense derivata dalla fusione di un certo fondamentalismo
religioso con un certo libertarismo anarcoide, tratti culturali che
si possono riassumere con le idee esposte dal personaggio del
Generale Ripper nel film Il
Dottor Stranamore. Questo guazzabuglio di fuffa
(fluorizzazione delle acque, scie chimiche, anti-vaccinismo,
negazionismo dell'HIV eccetera eccetera) fa massa con le pseudo
teorie dell'estrema destra liberista janqui (gold standard,
signoraggio, congiura della Fed, sovereign citizens, lager della FEMA
eccetera eccetera), inquinando alcune frange del movimento
anti-imperialista, generando il profilo paradossale e autolesionista
di un movimento “di sinistra” che si ritrova a diffondere le idee
della peggiore e più reazionaria cultura statunitense... Se fossimo
cospirazionisti ci verrebbe il sospetto che i vari propalatori di
teorie sul signoraggio, scie chimiche e compagnia debbano per forza
di cose essere sul libro paga dei fratelli Koch.
Ma
del resto tutto è possibile.
Ho
trascorso la maggior parte degli ultimi anni all'interno di
laboratori ad accesso riservato che facevano ricerche sugli OGM.
Durante le ricerche per il mio ultimo libro, ho scrutato l'uva che
brilla nel buio (i suoi semi corretti con geni di medusa), assistito
al tentativo di realizzare pomodori cubici (una sequenza di DNA
potrebbe determinare la forma di qualsiasi frutto), e ammirato piante
di riso progettate per essere immuni alle più fatali malattie
dell'Asia. Nessuna di queste leccornie OGM è commercialmente
disponibile – non ancora. Ma anche se nessuno di questi prodotti di
laboratorio riuscisse a raggiungere gli scaffali, il 70% dei cibi
lavorati presenti nei supermercati statunitensi contiene già
ingredienti geneticamente modificati.
Dovremmo
preoccuparci della salubrità di questo cibo? È la domanda che ha
monopolizzato una buona percentuale delle recenti polemiche
sviluppatesi a ridosso del voto californiano sulla Proposition 37 del
mese scorso, che avrebbe potuto imporre l'etichettatura dei cibi
contenenti OGM.
Ma
è la domanda sbagliata.
Ecco
perché: non c'è certezza sull'effetto dei cibi OGM sulla salute
umana, ma il loro effetto sui coltivatori, gli scienziati e i mercati
sono lampanti. Un cibo geneticamente modificato potrebbe essere
dannoso, un altro no; ogni manipolazione genetica è diversa. Ma ogni
cibo geneticamente modificato diventa pericoloso – non per la
salute ma per la società – nel momento in cui è possibile
brevettarlo. In questo momento la spinta maggiore dietro lo sviluppo
di raccolti OGM è costituita dalla possibilità di ricavarne enormi
profitti, e l'origine di questi profitti potenziali sta tutta in una
frasetta legale apparentemente inoffensiva:
“Chiunque inventi o scopra qualsiasi nuovo e fruttuoso procedimento, macchinario, metodo di fabbricazione, composizione materiale, o qualunque miglioramento nuovo e proficuo dei predetti, può ottenerne il brevetto.”
Questo
è il succo della prima legge americana sui brevetti (all'inizio al
posto del termine procedimento c'era la parola arte) –
ed è la ragione che spinge i biologi molecolari a infilare geni di
medusa nell'uva e a passare notti insonni all'inseguimento del
pomodoro quadrato. In origine la legge sui brevetti si applicava solo
a invenzioni non commestibili, ma a partire dall'approvazione del
Plant Patent Act del 1930, il cibo manipolato geneticamente è
diventato oggetto di protezione della proprietà intellettuale, e la
creazione di nuovi alimenti è divenuta un modo sicuro di assicurarsi
fonti di profitto per chiunque li brevetti per primo. Nel 1930 un
cibo geneticamente modificato poteva essere una mela innestata da un
albero all'altro, ma quarant'anni dopo la norma venne estesa dalle
piante originate da innesto alle piante cresciute da sementi, ad
esempio il frumento. La protezione per le “Utility patent” [1]
arrivò in seguito, nel 1985, ed estese i diritti di proprietà
intellettuale ai metodi di progettazione delle piante, incluse le
sequenze genetiche inserite nel genoma di una specie.
L'impatto
di queste leggi è stato enorme. Essenzialmente sono state quelle
leggi a creare il sistema di industria alimentare che i movimenti di
base giustamente stigmatizzano.
La
Monsanto, la più vituperata delle corporation in campo
agroalimentare, è autrice di numerosissime malefatte che i canali
impegnati politicamente hanno ampiamente denunciato. Quello che non è
stato ampiamente comunicato è che sono i brevetti sui vegetali a
costituire il quadro legale che consente quelle malefatte. È stata
la protezione dei brevetti di utilità ad aprire la strada alla
panoplia globale di semi e pesticidi della Monsanto di oggi, inclusa
la famigerata tecnologia dei semi “terminator” (o “suicidi”)
che di fatto sterilizzano le piante di seconda generazione e rendono
non solo inutile ma illegale, da parte dei coltivatori, mettere da
parte i semi per la semina dell'anno seguente). La Monsanto ha fatto
causa ai contadini che si ritrovavano frumento o soia transgenici nei
loro campi, piante generate dai semi portati dal vento provenienti da
campi vicini coltivati a OGM. Qual era la base per simili ridicole
cause? I brevetti sui vegetali. Questi coltivatori stanno
involontariamente violando i diritti di proprietà intellettuale
della Monsanto. Peggio ancora, la Monsanto ha avuto la perfida idea
di sviluppare un tipo di pesticida (nello specifico, un diserbante
chiamato “Roundup”, scoperto e brevettato da un chimico della
Monsanto nel 1970) che opera al meglio quando utilizzato coi semi
brevettati dalla corporation. Le leggi sui brevetti, in pratica,
hanno permesso alla corporation l'istituzione di un monopolio
verticale – se vuoi le sementi ad alto rendimento Roundup Ready
avrai bisogno dell'insetticida Roundup della Monsanto; e se compri
l'insetticida Roundup avrai bisogno delle sementi Roundup Ready (dato
che le aziende agricole di grandi dimensioni desiderano il maggior
rendimento possibile, tendono ad abbozzare e a comprare tutt'e due i
prodotti).
L'effetto
complessivo di queste azioni sul sistema mondiale dell'alimentazione
è stato straordinariamente negativo.
Considerate
il caso della dott.sa Pamela Ronald, professoressa di Genomica
Vegetale presso la UC-Davis. Come per molti altri scienziati, la
motivazione principale della dott.sa Ronald non è il profitto, ma la
comprensione dei meccanismi naturali. Dopo aver lavorato per un
decennio alla decodifica del genoma del riso, Ronald e il suo team
realizzarono un'alterazione genetica che resisteva allo Xanthonomas,
una delle peggiori patologie del riso in Asia. Potrebbe esserci una
migliore, più socialmente utile applicazione delle manipolazioni
genetiche di questa? Ronald e la UC-Davis registrarono il gene presso
l'ufficio brevetti statunitense, in modo da ottenere la proprietà
intellettuale della sequenza dell'immunità allo Xanthomonas, e quasi
subito la Monsanto e la Pioneer [2] chiesero l'autorizzazione all'uso
del gene.
Ma
mentre l'Office of Technology Transfer della UC-Davis lavorava ai
termini dell'accordo, la Monsanto e la Pioneer persero interesse alla
questione, e le prospettive commerciali del riso di Ronald giunsero a
un'impasse. A quanto pare la resistenza a una patologia non era
attraente per le multinazionali dell'alimentazione quanto invece lo
era per la dott.sa Ronald e la UC-Davis, forse perché i potenziali
profitti derivati da un riso che resiste alla ruggine non potevano
rivaleggiare con quelli derivati dal frumento Roundup Ready. Il riso
di Pamela Ronald prometteva di salvare vite in Asia, ma le lungaggini
legali lo relegarono nella sua serra.
Alla
fine, la dott.sa Ronald ha contestato il suo stesso brevetto,
rendendo le informazioni genetiche da lei scoperte disponibili
gratuitamente per i paesi in via di sviluppo. L'atteggiamento di
Ronald nei confronti della legislazione riguardante la genetica in
agricoltura non è insolito tra gli scienziati. Parecchi dei biologi
molecolari che ho intervistato negli ultimi anni mi hanno detto che
le leggi sui brevetti intralciano il loro lavoro di ricerca, nel
momento in cui l'innovazione molecolare diviene proprietà
intellettuale della compagnia o università proprietarie del
laboratorio che ha effettuato la scoperta. Il diritto alla proprietà
della propria scoperta sembrerebbe una bella cosa – tranne che per
il fatto che la conseguenza è il blocco della collaborazione
scientifica su larga scala, spesso fondamentale per il progresso
della ricerca. Di fatto, l'interesse degli scienziati per una
circolazione delle idee più libera potrebbe essere un'alleata nella
lotta dei movimenti contro la Monsanto e i colossi
dell'agroalimentare, nella lotta per una riforma dei brevetti
vegetali – se i movimenti smettessero per un momento di
concentrarsi sulla questione delle etichettature e guardassero al
quadro più ampio.
Le
normative sulla proprietà intellettuale devono essere ripensate. Un
film o un libro coperti da copyright restano comunque lo stesso film
e lo stesso libro, ma quando il cibo diventa un concetto legale o una
proprietà intellettuale, cessa di essere cibo. Naturalmente si può
consumare un popcorn brevettato allo stesso modo di un suo cugino che
non lo sia. Ma a differenza di un iPhone o di un tv a schermo piatto,
del cibo ne hanno bisogno tutti, e ne hanno bisogno ogni giorno. I
rappresentanti maggiori dell'industria alimentare globale vorrebbero
convincerci che il mercato mondiale delle derrate alimentari sia un
libero mercato come quello di qualsiasi gadget tecnologico – anche
se nessuno può decidere di fare a meno a lungo di fare colazione,
pranzo o cena. Dato che la partecipazione al mercato delle derrate è
obbligatoria, al ritmo di circa 2700 calorie al giorno, i brevetti
sul cibo permettono ai loro proprietari una quota garantita di
profitti proveniente da una garantita quantità di acquisti, il che è
fondamentalmente iniquo. Per quale motivo l'industria agroalimentare
dovrebbe godere di privilegi negati a ogni altro genere di business?
Le norme che regolamentano i brevetti nel campo dell'elettronica o
dello spettacolo non dovrebbero essere i medesimi anche per quel che
riguarda gli elementi più essenziali dell'esistenza umana.
Più
di ottanta anni di protezione dei brevetti vegetali hanno costruito
uno dei bastioni più imponenti dell'industria agroalimentare – ed
ecco perché dovrebbero essere questi brevetti l'obbiettivo dei
movimenti. Il modo più diretto ed efficace di minare il monopolio
degli industriali delle sementi modificate è una riforma di quelle
leggi (in particolare quella sui brevetti di utilità del 1985), e
rendere i diritti di proprietà che riguardano il cibo meno
esclusivi, meno profittevoli e meno duraturi.
Se
i movimenti di base che si interessano della questione alimentare
hanno come obbiettivo l'alternativa ai colossi dell'alimentazione, se
l'obbiettivo è il miglioramento a livello globale delle condizioni
dei piccoli coltivatori, lo sviluppo di un rapporto migliore tra
ambiente rurale e ambiente urbano, e il sostegno allo sviluppo di
un'agricoltura più sostenibile – allora l'etichettatura dei cibi
contenenti OGM, come avrebbe ottenuto la Proposition 37 in
California, non avrebbe dato il minimo contributo alla causa. Per
cambiare il sistema alimentare, il movimento deve sviluppare un
pensiero strategico. Per le Monsanto di questo mondo, il cibo è
diventato una fonte di profitti sfrenati e un concetto legale da
difendere a ogni costo nei tribunali. Questo significa che per il
movimento è venuta l'ora di prendere di mira le leggi sui brevetti.
Invece di giostrare coi mulini a vento delle etichettature, le
organizzazioni non profit che si occupano del settore alimentare
dovrebbero ingaggiare uno stuolo di avvocati esperti di proprietà
intellettuale e scatenarli su Washington per pretendere una riforma
del Plant Patent Act. Nel momento in cui la manipolazione genetica
sarà meno redditizia, le cose andranno meglio sia per i consumatori,
sia per i coltivatori, sia per i ricercatori – praticamente per
tutti tranne che per i dirigenti delle corporation.
La
copertura informativa sul settore alimentare di Slate
è resa in parte possibile dal contributo della W.K.
Kellogg Foundation.
Note
del traduttore
[1]
“Negli
Stati Uniti, sono disponibili due tipi di protezione di brevetti:
utilità e design. La
differenza di base tra questi due tipi è che un'“utilità di
brevetto” protegge il modo in cui un articolo viene usato e
lavorato (35 U.S.C. §101), e un “brevetto per design” protegge
il modo in cui un articolo appare (35 U.S.C,. §171). Entrambe le
forme di protezione possono essere ottenute per un singolo articolo
che possiede entrambe le caratteristiche funzionali e ornamentali.”
[Unioncamere
Lombardia]
[2]
La Pioneer
è un'industria che opera nel settore agroalimentare come la
Monsanto, ed è di proprietà del colosso chimico DuPont.
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traduzioni
martedì 18 settembre 2012
Il Mito dell'Insolvenza del Giappone
...e
la bufala del "decennio perduto": il più grande “debitore”
del mondo è adesso il più grande creditore del mondo
di Ellen Hodgson
Brown (da Dissident
Voice)
traduzione di Domenico D'Amico
L'enorme debito
pubblico del Giappone nasconde un enorme beneficio per il popolo
giapponese, il che insegna molto sulla crisi debitoria degli USA.
In un articolo
pubblicato su Forbes
nell'aprile del 2012, intitolato “Se
il Giappone È insolvente, Come Mai Sta Soccorrendo Economicamente
l'Europa?”, Eamon Fingleton faceva notare come il Giappone sia
il paese, al di fuori dell'Eurozona, che abbia dato di gran lunga il
maggior contributo all'ultima operazione di salvataggio finanziario
dell'Euro. Si tratta, scrive, dello “stesso governo che è andato
in giro facendo finta di essere in bancarotta (o perlomeno, che ha
evitato di opporsi sul serio quando ottusi commentatori americani e
britannici hanno dipinto le finanze pubbliche giapponesi come un
totale disastro).” Osservando che fu sempre il Giappone,
praticamente da solo, a salvare il FMI al culmine del panico globale
del 2009, Fingleton domanda:
“Com'è possibile che una nazione il cui governo si suppone sia il più indebitato tra i paesi avanzati si permetta tanta generosità? (…) L'ipotesi è che la vera finanza pubblica del Giappone sia molto più solida di quanto la stampa occidentale ci abbia fatto credere. Quello che non si può negare è che il Ministero delle Finanze giapponese sia uno dei meno trasparenti del mondo...”
Fingleton riconosce
che i passivi del governo giapponese sono ingenti, ma dice che
dovremmo guardare anche all'aspetto patrimoniale del bilancio:
“[I]l Ministero delle Finanze di Tokyo ottiene sempre più prestiti dai cittadini giapponesi, ma non per pazze spese statali in patria, bensì all'estero. Oltre a rimpolpare il piatto per far sopravvivere il FMI, Tokyo è ormai da tempo il prestatore di ultima istanza sia del governo statunitense sia di quello britannico. E intanto prende in prestito denaro con un tasso di appena l'1% in dieci anni, il secondo tasso più basso del mondo dopo quello svizzero.”
Per il governo
giapponese è un buon affare: può farsi prestare denaro all'1% in
dieci anni, e prestarlo agli USA a un tasso dell'1,6 (il tasso
attuale dei titoli
USA a dieci anni), con un discreto margine di guadagno.
Il rapporto
debito/PIL del Giappone è quasi
del 230%, il peggiore tra i più grandi paesi del mondo. Eppure
il Giappone resta il maggior creditore del mondo, con un netto di
bilancio con l'estero di 3.190 miliardi di dollari. Nel 2010 il suo
PIL
pro capite era superiore a quello di Francia, Germania, Regno
Unito e Italia. Inoltre, anche se l'economia della Cina è arrivata,
a causa della sua popolazione in progressivo aumento (1,3 miliardi
contro 128 milioni), a superare quella del Giappone, i 5.414 dollari
di PIL pro capite dei cinesi è solo il 12% dei 45.920 dei
giapponesi.
Come si spiegano
queste anomalie? Un
buon 95% del debito pubblico giapponese è detenuto all'interno
del paese, dagli stessi cittadini.
Oltre il 20% del
debito è in possesso della Japan Post Bank [1], dalla Banca centrale
e da altre istituzioni statali. La Japan Post è la più grande
detentrice di risparmio interno del mondo, e gli interessi li versa
ai suoi clienti giapponesi. Anche se in teoria è stata privatizzata
nel 2007, è pesantemente influenzata dalla politica, e il 100%
delle sue azioni è in mano pubblica. La Banca centrale giapponese è
posseduta dallo stato per il 55%, ed è sotto il suo controllo per il
100%.
Del debito
rimanente, oltre il 60% è detenuto da banche giapponesi, compagnie
assicurative e fondi pensione. Un ulteriore porzione è in mano a
singoli risparmiatori. Solo
il 5% è detenuto all'estero, per lo più da banche centrali.
Come osserva il New
York Times
in un articolo del settembre 2011:
“Il governo giapponese è pieno di debiti, ma il resto del Giappone ha denaro in abbondanza.”
Il debito pubblico
giapponese è il denaro dei cittadini. Si possiedono l'un
l'altro e ne raccolgono insieme i frutti.
I Miti del
Rapporto Debito/PIL in Giappone
Il rapporto debito
pubblico/PIL del Giappone sembra davvero pessimo. Ma, come osserva
l'economista
Hazel Henderson, si tratta solo di una questione di procedura
contabile – una procedura che lei e altri esperti ritengono
fuorviante. Il Giappone è leader
mondiale in parecchi settori della produzione di alta tecnologia,
inclusa quella aerospaziale. Il debito che compare sull'altra colonna
del suo bilancio rappresenta il premio riscosso dai cittadini
giapponesi per tutta questa produttività.
Secondo
Gary Shilling, in un suo articolo su Bloomberg
del
giugno 2012, più della metà della spesa pubblica giapponese va in
servizi al debito e previdenza sociale. Il servizio al debito viene
erogato sotto forma di interessi ai “risparmiatori” giapponesi.
La previdenza e gli interessi sul debito pubblico non vengono inclusi
nel PIL, ma in realtà si tratta della rete di sicurezza sociale e
dei dividendi collettivi di un'economia altamente produttiva. Sono
questi, più dell'industria bellica e dei “prodotti finanziari”
che costituiscono una grossa parte del PIL degli USA, i veri frutti
dell'attività economica di una nazione. Per quel che riguarda il
Giappone, rappresentano il godimento da parte dei cittadini dei
grandi risultati della loro base industriale ad alta tecnologia.
Shilling scrive:
“Il deficit statale si suppone serva a stimolare l'economia, eppure la composizione della spesa pubblica giapponese, sotto questo aspetto, non sembra molto utile. Si stima che il servizio al debito e la previdenza – in genere non uno stimolo per l'economia – consumeranno il 53,5% della spesa per il 2012...”
Questo è quello che
sostiene la teoria convenzionale, ma in realtà la previdenza e gli
interessi versati ai risparmiatori interni stimolano, eccome,
l'economia. Lo fanno mettendo denaro in tasca ai cittadini,
incrementando così la “domanda”. I consumatori che hanno soldi
da spendere riempiono i centri commerciali, incrementando così gli
ordini di ulteriori merci, e spingendo in su produzione e
occupazione.
I Miti
sull'Alleggerimento Quantitativo
Una parte del denaro
destinato alla spesa pubblica viene ottenuto direttamente “stampando
moneta” per mezzo della banca centrale, procedura nota anche come
“alleggerimento quantitativo” [Quantitative easing]. Per più di
un decennio la Banca del Giappone ha seguito questa procedura; e
tuttavia l'iperinflazione che secondo i falchi del debito si sarebbe
dovuta innescare non si è verificata. Al contrario, come osserva
Wolf Richter in un articolo del 9 maggio 2012:
“I giapponesi [sono] infatti tra i pochi al mondo a godersi una vera stabilità dei prezzi, con periodi alternati di piccola inflazione o piccola deflazione – l'opposto di un'inflazione al 27% su dieci anni che la Fed si è inventata chiamandola, demenzialmente, 'stabilità dei prezzi'”.
E cita come prova il
seguente grafico diffuso dal Ministero degli Interni giapponese:
Com'è
possibile? Dipende tutto da dove va a finire il denaro prodotto con
l'alleggerimento quantitativo. In Giappone, il denaro preso in
prestito dallo stato torna nelle tasche dei cittadini sotto forma di
previdenza sociale o interessi sui loro risparmi. I soldi sui conti
bancari dei consumatori stimolano la domanda, stimolando la
produzione di beni e servizi, facendo aumentare l'offerta. E quando
domanda e offerta aumentano insieme, i prezzi restano stabili.
I
Miti sul “Decennio Perduto”
La
finanza giapponese si è a lungo ammantata di segretezza, forse
perché quando il paese era maggiormente disposto a stampare denaro
per sostenere le proprie industrie, si è fatto coinvolgere nella II
Guerra Mondiale.
Nel suo libro del 2008, In
the Jaws of the Dragon,
Fingleton suggerisce che il Giappone abbia simulato l'insolvenza del
“decennio perduto” degli anni 90 per evitare di incorrere
nell'ira dei protezionisti americani a causa delle sue fiorenti
esportazioni di automobili e altre merci. Smentendo le pessime cifre
ufficiali, durante quel decennio le esportazioni giapponesi
aumentarono del 75%, ci fu un incremento delle proprietà all'estero,
e l'uso di energia elettrica aumentò del 30%, segnale rivelatore di
un settore industriale in espansione. Arrivati al 2006, le
esportazioni del Giappone erano diventate il triplo rispetto al 1989.
Il governo
giapponese ha sostenuto la finzione di adeguarsi alle norme del
sistema bancario internazionale, prendendo “in prestito” il
denaro invece di “stamparlo” direttamente. Ma prendere in
prestito il denaro emesso da una banca centrale proprietà dello
stesso governo è l'equivalente pratico di un governo che il denaro
se lo stampi, in particolare quando il debito continua a rimanere nei
bilanci ma non viene mai ripagato.
Implicazioni per
il “Precipizio Fiscale” [2]
Tutto questo ha
delle implicazioni per gli americani preoccupati per un debito
pubblico fuori controllo. Adeguatamente guidato e gestito, a quanto
pare, il debito non deve far paura. Come il Giappone, e a differenza
della Grecia e degli altri paesi dell'Eurozona, gli USA sono gli
emittenti sovrani della propria valuta. Se lo volesse, il Congresso
potrebbe finanziare il proprio bilancio senza ricorrere a
investimenti esteri o banche private. Potrebbe farlo emettendo
direttamente moneta o facendosela prestare dalla propria banca
centrale, a tutti gli effetti a zero interessi, dato che la Fed versa
allo stato i suoi profitti dopo averne sottratto i costi.
Un
po' di alleggerimento quantitativo può essere positivo, se il denaro
arriva allo stato e ai cittadini piuttosto che nelle riserve
bancarie. Lo stesso debito pubblico può essere una cosa positiva.
Come testimoniò Marriner
Eccles, direttore della Commissione della Federal Reserve, in
un'audizione davanti alla Commissione Parlamentare Bancaria e
Valutaria [ House Committee on Banking and Currency] nel 1941, il
credito dello stato (o il debito) “è ciò in cui consiste il
nostro sistema monetario. Se nel nostro sistema monetario non ci
fosse il debito, non ci sarebbe nemmeno denaro”.
Adeguatamente
gestito, il debito pubblico diventa il denaro che i cittadini possono
spendere. Stimola la domanda, finendo per stimolare la produttività.
Per mantenere il sistema stabile e sostenibile, il denaro deve avere
origine dallo stato e i suoi cittadini, e finire nelle tasche del
medesimo stato e dei medesimi cittadini.
Ellen
Brown è avvocato a Los Angeles e autrice di 11 libri. In Web
of Debt: The Shocking Truth about Our Money System and How We Can
Break Free,
mostra come un monopolio bancario abbia usurpato il potere di
emettere valuta, sottraendolo alla sovranità del popolo, e come il
popolo possa riappropriarsene. Altri
articoli di Ellen Brown. Il suo sito
personale.
note del
traduttore
[1]
Le poste giapponesi, pur diventando un vero e proprio istituto di
credito, a differenza di altre banche commerciali ha come attività
principale il risparmio. [Wikipedia]
[2]
“Fiscal Cliff: letteralmente “rupe fiscale” ma reso in italiano
anche con “precipizio”, il “fiscal cliff” indica il doppio
impasse che dovranno affrontare gli Stati Uniti alla fine di
quest'anno, quando scadranno gli incentivi fiscali introdotti
nell'era Bush e si dovrà trovare un accordo sul tetto al debito Usa
per evitare tagli automatici alle spese e aumenti delle tasse. Il
fiscal
cliff
potrebbe esercitare pressioni significative sulla crescita Usa nei
primi mesi del prossimo anno. Nel peggiore dei casi si rischierebbe
anche una nuova recessione. Di qui la minaccia delle agenzie di
rating (ultima ieri Fitch) di abbassare il giudizio sulla solvibilità
degli Stati Uniti in caso di mancato accordo al Congresso. [Il
Sole 24 Ore – 30 agosto 2012]
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giovedì 13 settembre 2012
Grillo, Renzi e il furto di futuro
di Tonino Perna da soggettopoliticonuovo
I due politici fanno dello scontro tra giovani e vecchi il loro cavallo di battaglia. Ma quali sono le ragioni che hanno portato a questa frattura intergenerazionale?
La rapida ascesa di Matteo Renzi sulla scena politica nazionale ha stupito molti: in soli due anni è passato dalla corsa per la poltrona di sindaco di Firenze a quella di leader del Pd. Ancora più incredibile è stata l’ascesa di Beppe Grillo, da brillante comico a leader carismatico del terzo partito italiano, stando a sondaggi recenti.
Il suo successo è ormai oggetto di studi – di sociologi, politologi e giornalisti – che nei prossimi mesi riempiranno gli scaffali delle librerie italiane.
Cosa hanno in comune due leader così diversi, per anagrafe ed esperienze di vita e di lavoro? Quasi niente, meno un dato di grande rilevanza: l’obiettivo dello svecchiamento della classe politica, il ricambio generazionale. Il primo slogan fortunato di Renzi fu, per l’appunto, questo: dobbiamo «rottamare» la classe politica, a partire da quella del Pd. Grillo ha impostato fin dall’inizio la sua propaganda politica contro la gerontocrazia, la vecchia generazione (di cui lui fa parte) che non vuole mollare le poltrone e blocca l’accesso dei giovani alle leve di comando del nostro paese. Non a caso la sua più grande platea potenziale di voti sono i giovani sotto i 40 anni.
Malgrado Grillo e Renzi si becchino pesantemente, per ovvie ragioni di concorrenza sullo stesso terreno, sono accomunati da una stessa strategia politica: dare uno sbocco politico all’insofferenza ed alla disperazione giovanile in questa lunga fase di crisi e ristrutturazione del modello sociale capitalistico. Questo è un dato di fatto che merita una profonda riflessione.
Tutta la società occidentale è da anni arrivata alla fine del modello di sviluppo della seconda metà del ’900. Un modello che aveva permesso, fra l’altro, un alto tasso di mobilità sociale ascendente e un avanzamento, sia pure relativo, negli standard di vita e di consumo dei ceti medi e popolari. Il modello aveva cominciato a lanciare i primi segni di crisi da sovraproduzione già alla fine degli anni ’70 del secolo scorso. Ed è stato proprio in quegli anni, con l’avvento dell’era Thatcher-Reagan, che si è cominciato a smantellare il welfare e a dare fiato alla crescita economica, grazie a un poderoso processo di indebitamento: dello Stato in primis, ma anche delle famiglie e delle imprese. Per averne un’idea concreta basti pensare che oggi negli Usa l’indebitamento complessivo è pari a tre volte e mezzo il Pil, mentre in Italia è oltre due volte e mezzo. Contemporaneamente iniziava una fase di decentramento produttivo, di deindustrializzazione, che prima ha coinvolto gli Usa e poi l’Ue, mentre cresceva soprattutto il terziario parassitario e quello legato al mondo della finanza e del marketing. Tutto ciò ha comportato una progressiva riduzione nella qualità della domanda di lavoro e, soprattutto, uno scarto crescente tra produzione di diplomati e laureati e domanda di lavoro. Questo processo ha comportato un progressivo blocco dell’ascensore sociale e poi una sua discesa, ancora in atto. In altri termini: per i ceti popolari e medi è finita l’ascesa sociale, il passaggio dal lavoro manuale a quello intellettuale, dalla condizione operaia a quella impiegatizia o professionale, ed è iniziata la discesa. Le nuove generazioni si sono trovate davanti una società bloccata e gestita dai “vecchi”. Non solo. Le nuove generazioni hanno preso coscienza del fatto che loro malgrado si trovano a dover pagare un debito pubblico e un debito ecologico di cui non hanno alcuna responsabilità.
Questo è un dato che accomuna tutto l’Occidente e che in Italia si presenta in forme particolarmente gravi per via della mancanza cronica di una politica industriale ed economica all’altezza della nuova sfida: l’emergere di nuove potenze economiche, in primis la Cina, che ha prodotto una nuova divisione internazionale del lavoro. Di fronte a questo nuovo scenario internazionale il pensare che stimolare la domanda dei beni di consumo o avviare nuovi lavori pubblici possa risolvere la questione è pura illusione. È un intero modello socio-economico che va ripensato a partire da una delle chiavi principali che lo guidano: l’anticipazione del futuro.
Che si tratti della produzione agricola o di quella zootecnica, dell’uso delle risorse energetiche o di quelle ittiche e forestale, questo modello di sviluppo tende a far aumentare la produttività nell’unità di tempo attraverso l’anticipazione del futuro. Cioè ad ottenere oggi una massimizzazione della produzione – che si tratti di una mucca o di un terreno agricolo, di un pollo o di un pozzo di petrolio, ecc. – a danno della qualità del prodotto, di danni ambientali collaterali, e soprattutto di una perdita della risorsa nel futuro. In primo luogo, attraverso il debito pubblico e privato abbiamo anticipato il futuro, consumando oggi risorse che non avevamo.
È questa la base materiale del furto di futuro che abbiamo operato rispetto alle nuove generazioni. Ed è questa la base materiale dello scontro tra generazioni che è in atto e che s’intreccia con la lotta di classe condotta dal capitale contro la forza-lavoro, come ha ben mostrato Luciano Gallino nel suo ultimo saggio. Anticipazione del futuro e lotta di classe condotta dal capitale globale hanno prodotto una desertificazione sociale, una disgregazione che porta alla lotta tra poveri e tra lavoratori unitamente allo scontro intergenerazionale, che diverrà sempre più duro e cinico.
Mi domando: basta un ricambio generazionale per cambiare questo folle modello di vita e di consumi? E poi mi chiedo: quelli che appartengono alla mia generazione sono tutti colpevoli?
Queste sono le domande cruciali del nostro tempo a cui chi vuole costruire un’alternativa di sinistra dovrebbe rispondere proponendo una via d’uscita dalla crisi che dia risposte immediate e concrete alle nuove generazioni, andando al di là dei facili e pericolosi slogan del duetto Grillo-Renzi che invitano alla guerra intergenerazionale.
Fonte: Il Manifesto 12/09/2012
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