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giovedì 12 gennaio 2017

ARTICOLO 18: LA CORTE A DIFESA DEL JOBSACT E DEL PALAZZO

di Giorgio Cremaschi

 
La sentenza della Corte Costituzionale che ha cancellato il referendum sull'articolo 18 era attesa ed era stata ampiamente preparata dalle "indiscrezioni" trapelate dalla stessa Corte sui suoi orientamenti. Il quesito referendario sarebbe stato bocciato perché "manipolativo", cioè perché sarebbe andato oltre la pura abrogazione del Jobsact, estendendo la tutela contro i licenziamenti ingiusti nelle aziende industriali e di servizio fino a i 5 dipendenti. Embè?
In Italia si sono già effettuati due referendum sull'articolo 18. Il primo promosso nel 2000 dai radicali per abolirlo, il secondo dalle sinistre sindacali e politiche, nel 2003, per estenderlo a tutti. Quindi non esiste cavillo che giustifichi ora la cancellazione di una consultazione sulla cui legittimità in tutte le forme, nel passato non ci sono state obiezioni. La sentenza della Corte è un puro uso di palazzo delle regole, uso nel quale è maestro Giuliano Amato. Nominato giudice costituzionale da Giorgio Napolitano dopo che Silvio Berlusconi non era riuscito a farlo eleggere presidente della Repubblica.
Nei referendum del 2000 e del 2003 non si raggiunse il quorum, ma il pronunciamento dei votanti fu chiarissimo e a maggioranza schiacciante: No all'abolizione della reintegra nel posto di lavoro, sola vera difesa contro il licenziamenti ingiusti; Si all'estensione di questo diritto cardine a tutto il mondo del lavoro.
I sondaggi ed il clima politico del paese dopo la vittoria del No al referendum costituzionale facevano intuire che questa volta il quorum sarebbe stato raggiunto e che il voto popolare avrebbe seppellito il Jobsact, come aveva fatto con la controriforma costituzionale. Il palazzo, non solo quello politico ma quello confindustriale e bancario con i loro protettori europei, avrebbe subìto un nuovo uppercut popolare e la via delle riforme liberiste sarebbe stata senpre più impraticabile. Ma proprio questa sua possibilità di successo ha condannato il referendum.
La Corte Costituzionale ha così scelto di difendere il palazzo, con una sentenza assurda sul piano della giustizia e del buonsenso stesso, ma sicuramente cavillosa a sufficienza per impedire il voto.
La stessa Cgil promotrice dei referendum ne esce male. La raccolta di firme era stata posta in alternativa alla mobilitazione dei lavoratori. Contro il Jobsact, così come prima contro la legge Fornero, il principale sindacato italiano non avev

a fatto nulla di significativo, a differenza dei sindacati francesi contro la Loi Travail. Noi non facciamo lotte perdenti, noi vinciamo il referendum, dicevano i leader Cgil. Ecco il risultato, al quale ora si risponde con bofonchiamenti rassegnati, mentre ci si deve anche difendere dall'accusa di usare quei voucher che si vogliono abolire.
Oramai è chiaro che le riforme liberiste non hanno il consenso del popolo e il palazzo, che vuole continuarle, lo ha imparato. Per questo evita i pronunciamenti popolari come la peste. Dobbiamo saperlo, attrezzarci di conseguenza e finirla con chi non fa mai sul serio. Ci scandalizzano, ma non debbono sorprenderci.

sabato 30 aprile 2016

Buon Primo Maggio

di Giorgio Cremaschi da facebook 

 
Due anime percorrono questo Primo Maggio. Una è quella di regime. Essa è ben simboleggiata dalla orribile pubblicità di Cortina, che usa Pelizza da Volpedo per chiamare alle ultime discese sui suoi costosi impianti di sci. È l'assorbimento consumistico della festa dei lavoratori, come purtroppo è già in gran parte avvenuto per l'8 marzo. Contribuiscono sicuramente a questa distruzione del senso della giornata appuntamenti come il Concertone di Roma. Questo spettacolo promosso da CGIL CISL UIL e concordato censura per censura con le autorità della Rai, ha il compito di rappresentare un momento di svago che non confligge con nessuno, men che meno con chi il lavoro lo sfrutta.
E che la parola sfruttamento sia invece quella più necessaria oggi ce lo dicono da ultimi i dati dell'INAIL, che proprio alla vigilia della festa dei lavoratori ci informano che coloro che sono rimasti uccisi sono il 16% in più rispetto all'anno scorso. 1200 sono le vittime degli omicidi per il mercato, la competitività, la precarietà, lo sfruttamento.
Chi lavora, chi riesce ad uscire dalle sabbie mobili della disoccupazione di massa dove affondano tutti i principi della democrazia, è sottomesso allo sfruttamento perché subisce il più brutale dei ricatti. O mangi sta minestra o salti dalla finestra, questa è la antichissima e brutale filosofia che regola oggi i rapporti di lavoro. E che tiene vincolati alla stessa catena i braccianti impiegati nei campi a tre euro all'ora, gli operai della Fiat costretti a turni massacranti, i dipendenti delle banche che devono vendere obbligazioni a rischio, i lavoratori dei servizi pubblici sui quali si scaricano addosso i tagli allo stato sociale. Ricatto è la parola che oggi accompagna e sostiene sempre l'altra, sfruttamento. Assieme queste due parole sono i pilastri sui quali si regge l'attuale rapporto di lavoro, spinto sempre di più alla regressione verso il Medio Evo. A questa marcia indietro del lavoro ha dato la sua spinta Matteo Renzi, con l'eliminazione dell'articolo 18 e con la continua aggressione a tutti i diritti residui delle lavoratrici e dei lavoratori, che il presidente del consiglio condanna come privilegi da abbattere. Renzi odia i sindacati, soprattutto quelli che fanno il loro dovere a difesa dei lavoratori, e ama i padroni che come Marchionne li combattono. Renzi giudica incomprensibili le lotte e le manifestazioni, che fa regolarmente bastonare dalla polizia. Renzi è capo di governo più aggressivo e reazionario verso il lavoro da molti decenni. Il Primo Maggio nel suo vero significato non può che essere prima di tutto contro Renzi e tutto ciò che fa e rappresenta.
Ecco emergere allora la seconda, la vera anima della festa delle lavoratrici e dei lavoratori: quella che nasce dalla lotta contro il potere che sfrutta. Il segnale più forte e vicino ci viene dalla Francia, dove da un mese lavoratori e studenti lottano contro la loi travail, almeno lì il Jobs act lo traducono. Il Primo Maggio in Francia sarà una giornata di manifestazioni contro Hollande e la sua legge per rendere più facili i licenziamenti. E quei cortei parleranno a noi e a tutti i lavoratori d'Europa, imbrogliati e vessati dalla Unione Europea, dall'Euro, dai sacrifici immani nel nome delle banche e della finanza. Certo rispetto a ciò che accade in Francia la caduta della mobilitazione in Italia è impressionante, ma non dobbiamo scoraggiarci. Nonostante il torpore amministrato dal potere e da Cgil Cisl Uil avremo anche noi tanti segnali di un Primo Maggio contro. Da chi farà sentire la sua rabbia per la fabbrica che chiude a chi protesterà contro i supermercati aperti. Dalle piazze ufficiali dove comunque emergeranno scontento e indignazione, alle mobilitazioni alternative. Tra cui voglio ricordare quella che si svolgerà a Napoli, a Bagnoli contro la privatizzazione di un intero territorio.
Segnali di ripresa di passione e lotta al di fuori della, e contro la, pacificazione di regime ce ne sono e saranno sempre di più. Per questo possiamo comunque augurarci un buon Primo Maggio contro.

mercoledì 1 ottobre 2014

Precariato e Art. 18

di Tonino D’Orazio

L'affondo in prosopopea di Renzi, rende tutti perplessi. "Noi non cancelliamo semplicemente l'art 18, ma tutti i co.co.co, co.co.pro, cancelliamo il precariato e tutte quelle forme di collaborazione che hanno fatto del precariato la forma prevalente del lavoro. Questo diritto che c'è arriva da un giudice, noi vogliamo cancellare questo. Non voglio che la scelta di licenziare o assumere sia in mano ad un  giudice, deve essere in mano all'imprenditore.” Finalmente cade la maschera sua e del PD. Il lavoro non è più un diritto garantito dalla Costituzione e dalle leggi dello stato tramite la magistratura, è una semplice merce da bancarella. Cita:” "Il lavoro non è un diritto in Italia, il lavoro è un dovere”. A dire il vero ci eravamo già accorti che l’Italia non è più una Repubblica fondata sul lavoro. Poi la giusta e incredibile chiacchiera: “L'importante è che lo Stato non lasci a casa nessuno". "Io non tratto con la minoranza del partito ma con i lavoratori" e dice basta a una sinistra "opportunista e inchiodata al 25%", che fa dell'articolo 18 una "battaglia ideologica". Sembra non capire, oppure sì, i grandi benefici le opportunità, per i padroni, dell’infame (visti i risultati) legge Biagi. Non gliela faranno smontare facilmente, anzi potranno licenziare a piacimento (e con il contributo dello stato) 8 milioni di lavoratori “garantiti” dall’art.18 e riprenderne 6/7 milioni a progetto. Il resto svilupperà le lacrime di coccodrillo di politici e di talk show, sull’aumento della disoccupazione in Italia. Come ad ogni riforma annuale del mercato del lavoro.
Dopo aver aperto al “confronto” (ma non a tutti i costi) con i sindacati nel discorso d'apertura della direzione del suo personale partito, (anzi l’ha chiamato finalmente “ditta”), Renzi ha definito "inaccettabile che non si dica che in questi anni hanno avuto una responsabilità drammatica" perché "hanno rappresentato una sola parte. Se non lo diciamo noi, facciamo un danno al sindacato". E’ la buffonata finale: i sindacati dei lavoratori dovevano rappresentare anche i padroni! Mentre questi, con i loro vari capi ideologici, Fmi, Bce, UE, Berlusconi, i fascisti di Fini, gli ex-socialisti passati a destra ecc, distruggevano il patrimonio giuridico ed economico del mondo del lavoro italiano (e non solo), impoverivano milioni di lavoratori e pensionati, e precarizzavano senza futuro la vita di milioni di giovani. Forse le organizzazioni sindacali sono state troppo accondiscendenti, trovando sempre tavoli e concertazioni che li riportavano indietro di decenni, passo dopo passo, fino ad arrivare oggi al ritorno ai primi del ‘900. Infatti i prossimi tavoli riguarderanno quel poco che c’è rimasto in tre punti: una legge sulla rappresentanza sindacale, (ne vedremo delle belle con lacci e laccioli), la contrattazione di secondo livello (che abbatterà il CCNNLL e ci avvierà al sistema americano, contratto fabbrica per fabbrica; competitività tra fabbriche) e il salario minimo (abbassando quello troppo alto dei “lavoratori privilegiati”, tutti giù)". Per i pensionati c’è già la proposta del FMI.
Renzie ironicamente dà a se stesso un consiglio valido per i sindacati: “"Le mediazioni vanno bene, il compromesso va bene, ma non si fanno a tutti i costi i compromessi”.
La Cgil si dichiara pronta ad "accettare la sfida", apprezzando "i toni diversi dal passato" del premier. Scherziamo? Quali toni diversi? Quale “passato” se in cinque mesi non ha fatto altro che dichiarare che “può fare a meno” di tutti (anche del parlamento) grazie all’amico Berlusconi che notoriamente, da piduista, sa che la forza del sindacato deve essere distrutta per avere le mani totalmente libere. Come si può prevedere una “grande manifestazione” disinnescandola con tentativi di consultazioni sapendo che la legge sulla riforma del lavoro sarà già approvata personalmente da Renzie e dal fedele amico Berlusconi. Infatti Cisl e Uil si sono già smarcati, come sempre. Uno dimettendosi, l’altro trovando la proposta “interessante”.
Dopo l’abbattimento dell’art.18 , in fase avanzata, il FMI ha già ordinato la prossima mossa: ridurre le pensioni. Quelle che sono già le più povere dell’UE. Tutti alla fame. Indipendentemente dall’aumento e dai prossimi rincari annunciati come energia (+ 1,9%) e gas (+ 6,8%) con l’avanzare della stagione fredda. Grazie Obama, Merkel e Mongherini. Ci hanno fatto già pagare l’embargo e le “sanzioni” alla Russia. Loro ideologicamente decidono e sparlano e noi paghiamo.
Infatti sembrano i pupari della nostra storia, della nostra Costituzione, della nostra economia e della nostra cultura pacifica. Le utilizzano a piacimento personale, scaraventandoci, come dice Bergoglio in una terza guerra mondiale diffusa e in una povertà ormai endemica. Con il nostro plauso alienato.
L’abbattimento dell’art.18, anche se non serve, lo hanno deciso altri, per pura ideologia. L’Italia è cavia della disarticolazione della giurisprudenza del lavoro e della sua dignità. Ovviamente facendola fare alla “sinistra”.