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mercoledì 18 maggio 2016

La socialdemocrazia senza i social democratici

di Tonino D’Orazio

Da nessuna parte ormai, nemmeno nel PSE cioè i socialisti europei, vi sono ideologicamente i socialdemocratici, né di programmazione né di organizzazione. Nulla in confronto a quello che abbiamo conosciuto. La crisi non è più ciclica ma esistenziale, è radicata nei profondi cambiamenti culturali e tecnologici che hanno bruciato loro l’erba sotto i piedi. La socialdemocrazia, la convinzione che un partito, in una nazione, e che in gran parte attraverso lo stato, sia in grado di creare un insediamento che favorisca l'interesse del lavoro sul capitale, sta morendo (eufemismo) come pratica politica.
Eppure ovunque le persone sono alla ricerca di nuove risposte e nuovi modi di realizzare la loro umanità comune e condivisa, la partecipazione, fino alla sopravvivenza del pianeta. Un mondo che sia sociale e democratico è più urgente che mai. La democrazia “abbonda”, ma non nella nostra farsa bipartitica (o bipolare al centro) di un sistema all’americana “esportato” nel mondo. Questo spiega la nascita di nuovi partiti e tanti nuovi movimenti on e off-line, e però anche la crescita esponenziale delle destre in Europa. Potente rigurgito nazionalista contro una globalizzazione imposta da banche e oligarchie finanziarie?
Corresponsabilità della socialdemocrazia nella situazione, poiché sappiamo bene che le destre non lotteranno mai contro il neoliberismo, un ceppo infettivo e virulente del capitalismo. Non solo ne fanno parte ma ne saranno i migliori garanti nel futuro, quando ci sarà bisogno di autoritarismo. Ukraina e Turchia docet. Questo lo sanno anche i destroidi della troika di Bruxelles, come ultima carta eventualmente da giocare.
Ma lo sa anche il PSE? Oppure pensa di massacrare i lavoratori e lo stato sociale in tutta Europa, che i loro padri hanno costruito nel sangue, pur di sembrare “moderni” e “riformisti”? Sono i lavoratori che devono votare a destra, passando dalla padella alla brace, per fare ricordare loro che esistono?
Se sta succedendo questo, allora la socialdemocrazia, alcuni dicono già dalla fine del secolo scorso, è in via di forte declino. Con loro tutte le considerazioni, gli ideali e gli acquisiti sociali conquistati nel secolo scorso, quando contavano qualcosa, insieme ai lavoratori che li sostenevano, sono sperperati. Oggi sono in modo particolare loro che li smantellano al posto degli avversari storici. Fanno il lavoro “sporco” che mai i capitalisti avrebbero potuto fare così facilmente. Sporco perché è un lavoro di autoritarismo, di forza, bypassando Parlamenti (ricatto del voto di fiducia, oppure l’art.49.3 del diritto di decisione esclusivo del presidente francese, non a caso, il socialista Hollande per varare il suo Jobs Act), i referendum, i corpi sociali e i sindacati, cioè tutta la struttura democratica e partecipativa di un Paese, alla Napolitano maniera.
I nemici, perché incompatibili con la democrazia, i capitalisti, hanno cercato sistematicamente di sradicare tutte le alternative alla loro visione del libero mercato. Hanno eroso e smantellato tutti i luoghi e gli spazi in cui il bene comune potrebbe mettere radici. La privatizzazione non è stato solo un programma per le imprese, ma sia per le nostre menti, e sia per le nostre identità in quanto consumatori individualistici. Tant’è che riescono a farci comperare le cose che non sapevamo che ci servissero, con i soldi che non abbiamo, in uno spreco infinito di risorse. A sua volta, questo consumo turbo ha un enorme impatto sull'ambiente. Oggi siamo sull'orlo di un cambiamento climatico galoppante. Nel Pacifico già scompaiono alcuni atolli. Ma la fame, la povertà e la disperazione si sta installando in tutta Europa. Le soluzioni, nel passato, sono state le decimazioni per guerra, oggi qualche minaccia, se costruiscono bene l’orco designato, c’è già in giro.
Una società basata sul turbo-consumo rompe ogni legame sociale di solidarietà ed empatia, perché è, per definizione, egoista e competitiva. Il turbo consumismo uccide il bene comune e con esso le antiche speranze ideali, anche dei socialdemocratici al potere, per una società più giusta.
Il che non cambia nulla con la rivoluzione digitale, i social media, il passaggio ad una società in rete che tenta di rivoluzionare il nostro modo di vedere, di pensare e di agire perché viene citato con faciloneria irresponsabile e fatale come: “è la globalizzazione,bellezza!”. Il mondo è diventato plurale, complesso, disperso e diversificato, con più opportunità, probabilmente più ricco di contatti, con informazioni meno pilotate, ma non per questo deve diventare meno umano e barattare solo sfruttamento e massacro di vite. Solo il sociale condiviso e la cooperazione sono umani. Il resto è rapina e sfruttamento.
Di fronte alla drammaticità delle questioni, ci vorrebbe uno scatto rinnovato e forte sulle questioni di vita, di uguaglianza e di benessere, vecchio cavallo di battaglia di idealità socialiste, libertarie e popolari mai sopite. Ma la socialdemocrazia, il PSE, non ha più né la forza, né la capacità e forse nemmeno la voglia. Sta lasciando in mano ad altri, (l’avversario ritenuto troppo spesso “amico”), la sua storia e un pezzo della nostra, del mondo che produce.
Un’altra difficoltà della socialdemocrazia attuale è quella della democrazia stessa. La crisi della democrazia che abbiamo di fronte è quella della democrazia rappresentativa. Sempre più persone non hanno bisogno o non vogliono gli altri a rappresentarli. A costo di non votare più. Possono “fare da sé”. Questo è uno dei motivi per cui stanno emergendo nuove forme dirette e deliberative della democrazia. Nascono sulla sfiducia totale del vulnus democratico del bipolarismo che fa le stesse cose contro il popolo per il bene di pochi.
L'universalità della crisi, anche se i suoi effetti sono irregolari, ci dice che qualcosa di grosso sta accadendo. La crisi si manifesta sotto forma di Pasokificazione in Grecia, di ascesa di Podemos in Spagna e la relativa caduta del PSOE, di profilo basso della SPD in Germania, di debolezza di governo dei socialisti francesi, anche della crisi sociale, e della democrazia liquida nei paesi nordici. Nel Regno Unito la crisi si manifesta prima nel dominio del SNP in Scozia, in sostituzione del partito del lavoro e della sinistra, e poi attraverso la straordinaria ascesa del Corbynismo, l’anno scorso all'interno del Labour, che, insieme con il Bernie Sanders in rivolta negli Stati Uniti parla al fallimento della socialdemocrazia, dei democrat proni e guerrafondai. Ma nessuna di queste rivolte dall'interno è ancora riuscito ad irrompere in modo significativo con un processo democratico essenzialmente sociale e fortemente condiviso. Anche se l'accento è posto maggiormente sui movimenti sociali, la priorità rimane ancora il processo legislativo non ancora nelle loro mani. Per cui anche la sinistra socialdemocrazia è ormai fatalmente compromessa e rischia di promettere ciò che non può.
In quanto al mondo del lavoro, che dovrebbero rappresentare, non riescono a addomesticare il nuovo che avanza, anche nei modi di produzione. Seguono quello che viene chiesto loro dai padroni, semplicemente.
Di questo mondo del lavoro, dove la fusione di diversi filoni di tecnologia sta cambiando del tutto come, dove e anche se lavoriamo. I dati variano da 10 a 46% dei posti di lavoro persi, a secondo dei paesi, a causa della convergenza di intelligenza artificiale, robot, algoritmi avanzati, big data, stampa 3D, e quindi un drammatico cambiamento sta avvenendo nella natura dei mercati del lavoro e della produzione di merci e servizi. A sinistra nessuno gestisce niente. Il partito decisionista del lavoro in Italia è diventato Marchionne e i padroni non lavorano più per il benessere della società (art. 41 della Costituzione: Responsabilità sociale di impresa) ma per loro stessi. Lo sviluppo di nuove (?) idee politiche di trasformazione, come ad esempio una settimana corta di lavoro, e per tutti, un reddito di base e la democratizzazione dei poteri dello stato, tutto questo e altro ancora si potrebbero prestare a una nuova prospettiva sociale, tipicamente loro nel quadro comunque di un capitalismo borghese meno arrogante. I socialdemocratici dovrebbero valutare la qualità post-materiale di questioni di vita e non solo il materiale e la quantità di consumo. Dovrebbero impostare una politica per limitare il tempo di lavoro, di democrazia sul posto di lavoro se non di proprietà, un reddito di base e controlli rigorosi sia sull’inquinamento che sulla de-crescita. La seconda sfida sarebbe quella di un cambiamento radicale in termini di internazionalità. Se il capitalismo è andato al di là della nazione, anche la socialdemocrazia non ha altra scelta che seguire. C’è la necessità di regolare e controllare i mercati, ovunque si fanno danni a persone o al pianeta. Se al PSE fossero diversi potrebbero cominciare dall’Europa. Magari su temi come i salari minimi a livello continentale, o meglio ancora un reddito di base, fondi di solidarietà e aliquote armonizzate d'imposta sulle società e le persone fisiche. Ricondurre la funzione democratica tutta al Parlamento europeo.
Ma di che parlo?
In termini gramsciani classici siamo in un interregno, definito dal fatto che “il vecchio non è ancora morto e il nuovo non è ancora nato”. E’ la sfida della modernità è già persa. In questa fase storica la socialdemocrazia non c’è, e la sinistra nemmeno. Arrancano.

sabato 30 aprile 2016

Buon Primo Maggio

di Giorgio Cremaschi da facebook 

 
Due anime percorrono questo Primo Maggio. Una è quella di regime. Essa è ben simboleggiata dalla orribile pubblicità di Cortina, che usa Pelizza da Volpedo per chiamare alle ultime discese sui suoi costosi impianti di sci. È l'assorbimento consumistico della festa dei lavoratori, come purtroppo è già in gran parte avvenuto per l'8 marzo. Contribuiscono sicuramente a questa distruzione del senso della giornata appuntamenti come il Concertone di Roma. Questo spettacolo promosso da CGIL CISL UIL e concordato censura per censura con le autorità della Rai, ha il compito di rappresentare un momento di svago che non confligge con nessuno, men che meno con chi il lavoro lo sfrutta.
E che la parola sfruttamento sia invece quella più necessaria oggi ce lo dicono da ultimi i dati dell'INAIL, che proprio alla vigilia della festa dei lavoratori ci informano che coloro che sono rimasti uccisi sono il 16% in più rispetto all'anno scorso. 1200 sono le vittime degli omicidi per il mercato, la competitività, la precarietà, lo sfruttamento.
Chi lavora, chi riesce ad uscire dalle sabbie mobili della disoccupazione di massa dove affondano tutti i principi della democrazia, è sottomesso allo sfruttamento perché subisce il più brutale dei ricatti. O mangi sta minestra o salti dalla finestra, questa è la antichissima e brutale filosofia che regola oggi i rapporti di lavoro. E che tiene vincolati alla stessa catena i braccianti impiegati nei campi a tre euro all'ora, gli operai della Fiat costretti a turni massacranti, i dipendenti delle banche che devono vendere obbligazioni a rischio, i lavoratori dei servizi pubblici sui quali si scaricano addosso i tagli allo stato sociale. Ricatto è la parola che oggi accompagna e sostiene sempre l'altra, sfruttamento. Assieme queste due parole sono i pilastri sui quali si regge l'attuale rapporto di lavoro, spinto sempre di più alla regressione verso il Medio Evo. A questa marcia indietro del lavoro ha dato la sua spinta Matteo Renzi, con l'eliminazione dell'articolo 18 e con la continua aggressione a tutti i diritti residui delle lavoratrici e dei lavoratori, che il presidente del consiglio condanna come privilegi da abbattere. Renzi odia i sindacati, soprattutto quelli che fanno il loro dovere a difesa dei lavoratori, e ama i padroni che come Marchionne li combattono. Renzi giudica incomprensibili le lotte e le manifestazioni, che fa regolarmente bastonare dalla polizia. Renzi è capo di governo più aggressivo e reazionario verso il lavoro da molti decenni. Il Primo Maggio nel suo vero significato non può che essere prima di tutto contro Renzi e tutto ciò che fa e rappresenta.
Ecco emergere allora la seconda, la vera anima della festa delle lavoratrici e dei lavoratori: quella che nasce dalla lotta contro il potere che sfrutta. Il segnale più forte e vicino ci viene dalla Francia, dove da un mese lavoratori e studenti lottano contro la loi travail, almeno lì il Jobs act lo traducono. Il Primo Maggio in Francia sarà una giornata di manifestazioni contro Hollande e la sua legge per rendere più facili i licenziamenti. E quei cortei parleranno a noi e a tutti i lavoratori d'Europa, imbrogliati e vessati dalla Unione Europea, dall'Euro, dai sacrifici immani nel nome delle banche e della finanza. Certo rispetto a ciò che accade in Francia la caduta della mobilitazione in Italia è impressionante, ma non dobbiamo scoraggiarci. Nonostante il torpore amministrato dal potere e da Cgil Cisl Uil avremo anche noi tanti segnali di un Primo Maggio contro. Da chi farà sentire la sua rabbia per la fabbrica che chiude a chi protesterà contro i supermercati aperti. Dalle piazze ufficiali dove comunque emergeranno scontento e indignazione, alle mobilitazioni alternative. Tra cui voglio ricordare quella che si svolgerà a Napoli, a Bagnoli contro la privatizzazione di un intero territorio.
Segnali di ripresa di passione e lotta al di fuori della, e contro la, pacificazione di regime ce ne sono e saranno sempre di più. Per questo possiamo comunque augurarci un buon Primo Maggio contro.

giovedì 28 aprile 2016

Brexit, Grexit, Italexit. Basta con la UE

di Giorgio Cremaschi

La Grecia è tornata al punto di partenza come in un beffardo e tragico gioco dell'oca. Di nuovo deve offrire sangue alla Troika, cioè al grande capitale tedesco e alla finanza USA. La resa di Tsipras non è servita a niente altro che a rafforzare il cappio intorno al popolo. Ora ci sarà un altro giro di corda, mentre il governo prende i soldi degli ospedali per fare cassa. Chi sosteneva che così la sinistra avrebbe preso tempo in attesa di non so cosa, è smentito dai fatti. Siryza ha solo preso disonore e ora è punto e a capo. Intanto l'Austria mette muri e fili spinati e a deciderlo sono popolari e socialisti, cioè i partiti che governano l'Unione Europea e quasi tutti i suoi paesi, gli alleati di Renzi, Hollande, Merkel e persino di Cameron. Che i muri li ha già messi, anche per noi italiani, per poter vincere il referendum e mantenere il suo paese nella UE. Cosa che gli ha chiesto fermamente Obama, spiegando senza troppi giri di parole che se vincesse la Brexit, se la Gran Bretagna uscisse dalla Unione, andrebbe in crisi Il TTIP e sarebbe più difficile fare la guerra in Libia... Magari! Bisogna tenere unita l'Unione Europea in modo da concludere su base continentale l'affare della vendita dei profughi alla Turchia. Bisogna tenere unita la UE per poter continuare ovunque le politiche di austerità. Bisogna tenere unita la UE per fare le guerre in giro. E anche per distruggere nel suo nome le costituzioni antifasciste. Noi ne sappiamo qualcosa.
Da qualsiasi lato la si prenda, l'Unione Europea si rivela come la sede dove tutti i mali e le ingiustizie d'Europa si aggravano. L'Unione Europea è oramai un concentrato di ipocrisie, in una facciata dietro la quale esiste una sola libertà: quella dei capitali, delle banche, degli evasori fiscali, delle multinazionali. Per tutto il resto ci sono solo muri. Se è vero che con la Brexit salta il TTIP dobbiamo solo augurarci che il SI vinca. Se la Grecia affonda nella schiavitù coloniale, la Grexit è la sua sola via d'uscita. E se i francesi continueranno la straordinaria lotta che da settimane dura contro il Jobs act di Hollande, dovranno scontrarsi con la BCE di Draghi a cui la controriforma del lavoro è stata promessa. Basta con l'Unione Europea. E non venite a rompere le scatole con la tiritera sul nazionalismo. Se in Europa tornano razzismo e fascismo la colpa è solo della Unione Europea, dell'Euro, delle politiche di austerità, e di tutto ciò che sta distruggendo le nostre democrazie nel nome del mercato e delle banche. Basta, sono convinto che il primo popolo che trovasse il coraggio di dire basta alla Unione Europea aprirebbe la via a tutti gli altri; e sarebbe una valanga. Basta con la UE, la democrazia e l'eguaglianza sociale stanno da un' altra parte, andiamo a riprendercele. Italexit.

giovedì 21 aprile 2016

Un nuovo Maggio 68



Tonino D’Orazio 

Gli ingredienti ci sono tutti, anche questa volta si parte dal lavoro e le libertà in filigrana. Di nuovo la Francia, anche come caloroso risveglio di primavera, con gli studenti di nuovo in partenariato con i lavoratori, precarizzati o da precarizzare di più, con la riforma del mercato del lavoro copiato dal Job Act renziano, da un altro se dicente socialista, Hollande. Meno con i sindacati, eccetto la CGT. Anche, allora c’ero in quelle strade parigine, le organizzazioni, scavalcate direttamente dai lavoratori si unirono poi con la CGT per la manifestazione decisiva dell’11 maggio 1968, facendo scappare a Strasburgo (cioè vicino alla frontiera tedesca) il presidente De Gaule. Con i francesi non si sa mai. In Italia i sindacati attrezzarono un autunno caldo solo nel 1969, ma diede ai lavoratori, negli anni successivi, gran parte dei diritti oggi perduti.
Oggi i francesi sembrano arrivare in ritardo, dopo il M5S in Italia, Syriza in Grecia, Podemos in Spagna e Blocco della Sinistra in Portogallo, e dopo che Occupy Wall Street sembra sia stato recuperato ufficialmente. Sembrano però aver creato l’effetto Sanders negli Stati Uniti e un ritorno dei socialisti operaisti con Jeremy Corbyn a capo del Labour in Gran Bretagna. E’ assente la Germania, non a caso, visto che la mangiatoia è piena e possono iniziare anche a battere moneta. Tutti contro il neoliberismo, il FMI, la Bce, la troika di Bruxelles e le politiche di austerità che impoveriscono molti e arricchiscono pochi. Tutti, come filo conduttore che li lega, contro l’ingiustizia sociale, lo sfruttamento e la compressione della democrazia. Tutti contro i partiti tradizionali e i risultati politico-sociali dei loro governi.
Fanno paura? Forse sì, a vedere con quale incredibile violenza i celerini hanno “accolto” i liceali andati ad incontrare i ferrovieri della stazione Saint Lazare in sciopero. Il timore è proprio quello di un vero collegamento di lotta tra studenti e lavoratori. Sono sempre “convergenze” pericolose.
Da novembre scorso e la proclamazione dello “stato d’urgenza” lo Stato della regressione sociale e del manganello si è rapidamente sviluppato. Il neoliberismo (o fascismo) padronale ne approfitta per “spezzare” qualsiasi movimento di rivendicazione sociale, facendo arrestare tutti i contestatari in nome della sicurezza, e trasferire nei tribunali, non proprio come “terroristi”, perché nessuno ci crederebbe veramente, ma quasi, e comunque persone da ritenere “pericolose”. Centinaia di liceali sono stati arrestati, “rinfrescati” e rimessi in libertà provvisoria. Altri sono ancora agli arresti. Nel frattempo sono aumentate le violenze della polizia, tanto da far protestare ufficialmente la CGT. Rimane il concetto che manganellare liceali in manifestazioni pacifiche è la dimostrazione del “timore” e della malafede dello stato. A meno di pensare a “educarli”, come diceva bene l’ex presidente Cossiga.
In realtà, più che le manifestazioni e gli scontri, che tengono accesi la lotta e l’informazione, il fenomeno “nuovo” è il ritorno all’occupazione delle piazze. A Parigi, in particolare, e carica di significati, è quella della République. Stessa piazza occupata in altre città importanti della Francia. Dove tutte le notti si radunano migliaia di persone, studenti compresi, allo slogan “Nuit debout” (notte in piedi). Ogni notte i giovani cantano, ballano e discutono sui diritti e sulla situazione economica. Vengono sgomberati al mattino dalla polizia, ma sembra più un balletto, perché tutti tornano la notte seguente. Dura da 51 giorni. Sappiatelo, perché tanto le televisioni padronali, Rai compresa, non ve lo diranno.
Cosa fanno? Discutono di tutto, anzi si organizzano in gruppi di lavoro “popolari”, con nozioni semplici e precise sui diritti inviolabili, non solo sociali, contro lo strapotere delle banche e per la ridistribuzione della ricchezza prodotta nel paese. Vogliono il rispetto dei diritti, giustizia sociale ed eguaglianza. Insomma la storia ritorna sempre con la loro bussola di Liberté, Egalité, Fraternité, (anche se rimpiazzata da: Equité, solidarité, dignité), da Place de la République a Place de la Bastille. Dove gli universitari, dopo aver bloccato alcune università di Parigi, ballano ritmicamente su “tre passi a destra, tre passi indietro, è la politica del governo”. “Abbiamo una sinistra che merita un destro!” Ma guarda! Forse i giovani iniziano a muoversi per prendere in mano il loro destino, oggi così insicuro. Quelli francesi vogliono reagire, non vogliono cedere, asettizzati, come hanno fatto la grande maggioranza dei giovani degli altri paesi del Sud Europa. Sembrano voler rilanciare lo slogan di Stephane Hessel, “Indignatevi”. Momentaneamente queste manifestazioni sono sostenute solo dalla CGT, sindacato notoriamente “comunista” e anti liberista, in nome della libertà di espressione. Sono sostenute anche dalla Lega dei Diritti Umani, che ha chiesto allo stato di intervenire approntando almeno box-wc.
Questione filosofica? E se in queste piazze si stesse fabbricando, anche se in maniera balbuziente, una concezione della politica più degna e quotidiana, lontana dalla deriva arbitraria di regimi partitici diventati pretesa unica di democrazia? Se fosse un dispositivo pratico e sicuro per rilanciare l’immaginario politico-ideale di una società, anche squisitamente europea e umanistica, che invece sta scivolando sempre più in un fango oligarchico e nelle mani di una destra fascistoide?
L’inizio di questi “assembramenti” di piazza ha coinciso con una protesta immensa contro la legge di riforma del mercato del lavoro in Francia. Spesso si pensa che fatta la manifestazione, poi, non succede mai nulla. Invece proprio dal lavoro è ripartita la discussione democratica e la continuità della lotta. Nelle piazze di tutta la Francia.
La risposta, tutta politica, del padronato francese è di stampo marchionniano: sospendere tutte le trattative di rinnovo contrattuale con i sindacati e i lavoratori. Tanto gli amici al governo regalano loro, democraticamente, le leggi per lo sfruttamento dei lavoratori nel mercato a senso unico del lavoro.

sabato 5 marzo 2016

I miei siriani

  
 di Tonino D'Orazio 

I tuoi siriani, i suoi siriani, i nostri siriani, i vostri siriani, i loro siriani. Al declinarli in questo modo, ogni possessivo apre un capitolo di corresponsabilità. Dopo la nuova guerra in Libia, declineremo con: i miei libici, i tuoi libici, i nostri morti i loro morti, ecc…
In questa indotta situazione, per quanta fantasia abbiamo non riusciamo ad intravvederci la mano del fato, o che si possa chiamare solo petrolio. Non rischiamo nemmeno di pensare che la Siria sia sotto embargo occidentale (siamo anche noi, sono nostri) da cinque anni, e solo questo è già un disastro umanitario. Non hanno la forza ideologica di Cuba, anche perché tutti, con armi alla mano, vi hanno scorazzato impunemente, senza essere invitati, Onu o meno. Mai nessun paese è stato invaso in contemporanea da così tante nazioni, tutte socie della Siria nell'Onu.
Al Parlamento europeo, Gianni Pittella (capogruppo Pd), ha semplicemente costatato il luogo comune: “la situazione inumana nella quale dei rifugiati, degli esseri umani, vivono in Grecia o a Calais” (perché in altre parti stanno da re) e chiede “un’assistenza umanitaria urgente” da parte della Ue, cioè di se stesso. Sapendo, tra l’altro, che è già stata concessa dalla Commissione. Solo tempestività di apparire. L’assistenza sarà i miliardi, a noi negati, che daranno a Erdogan.
Anche gli Usa, che ovviamente in medio oriente non c’entrano nulla, chissà perché cominciano a inquietarsi. Il segretario di stato, John Kerry, dopo il suo giretto commerciale per una bella vendita di armi a tutti, e un buon “consiglio” sul da farsi a Renzi, ha parlato di “crisi mondiale” e non più “regionale” per i rifugiati in Europa. Ryan Crocker, ex ambasciatore Usa in Iraq e in Siria, ha sottolineato i rischi “esistenziali” che corre l’Europa, di fronte al “flusso di rifugiati” che potrebbe portare al “disfacimento dell’Europa come costruzione politica”. Loro non c’entrano e non è quello che volevano (sic!). Non sono i loro, adesso sono nostri i siriani.
L’Onu (un altro organismo che non c’entra nulla nelle guerre americane di Obama, se non altro per servilismo all’impero, omissione e tacito consenso) con il suo Alto Commissariato ai rifugiati, pontifica che l’Europa “è sull’orlo della crisi che essa stessa ha ampiamente provocato”. Giustamente, oltre gli americani (sempre che non c’entrano nulla) bisogna ringraziare i guerrafondai (a volte anche “socialisti”) francesi e inglesi. Noi seguiamo sempre a ruota, anche se questa volta, per la Libia, ci hanno spinto in testa, per solidarietà e corresponsabilità di club guerrafondaio. Niente Pilato questa volta.
La Ue pensa di sfuggire alle sue responsabilità con i soldi. Grande fantasia, ma cosa potevano pensare d’altro, (magari spingere a far cessare questa guerra), e in cambio di cospicui finanziamenti, spera di subappaltare ad Ankara il ruolo di guardiano e massacratore dei candidati all’esilio. Tutte le destre sono propense, non possono dirlo ufficialmente, a massacrarli per impedire il loro infido “viaggio”. Si rivolgono al boia Erdogan, pagandolo profumatamente. D’altra parte si fa lo stesso con i sicari e i mercenari. Poi una volta nelle tendopoli, in nome della caccia al “terrorista”, vai a vedere che succede. I siriani potranno scegliere di morire a casa sotto le bombe o “all’estero”, chissà come. Ma possiamo immaginare che Erdogan, manico del coltello in mano, non si accontenterà dei soldi, vorrà la copertura politica di neutralità per i suoi efferati bombardamenti in casa d’altri e poter continuare il genocidio curdo. A noi che importa, basta che fermi i rifugiati, nevvero? E poi siamo tanto amici insieme nella Nato.

La Grecia, sotto scacco e sotto ricatto, non può fare altro che accettare le proposte e i soldi. Ma questi non saranno gestiti da loro. Non si fidano, mentre di Erdogan sì, è sufficientemente nazista. E poi le forti tensioni che scaturiranno tra un popolo allo stremo e i rifugiati, che avranno almeno da mangiare, non potrà che fare bene, razzismo in salita, ad Alba Dorata. Un po’ come dai noi per Salvini, con slogan realistici che fanno presa: “Gli italiani in povertà e senza casa, e gli immigrati che vivono in ressort”. Anche se gestiti dalla malavita. Quelli sono i loro, e si può dire anche in termine di possesso. Ma per la Grecia il problema continua ad essere la Merkel. A metà marzo si vota in tre grandi lander tedeschi e l’impatto economico-psicologico dei rifugiati, in un primo momento accolti a “braccia aperte”, lascia intravvedere possibili e grandi incognite. Non è detto che non accetti di spingere la Grecia fuori da Shengen, anche se spergiura di no, quasi come un paese non Ue-land, dandogli quattro soldi, ricompattando però i paesi balcanici, più interessanti. Ci sarebbe poi anche la possibilità di chiudere fuori dai confini i macedoni e i bulgari recalcitranti. Sono deboli, sono paesi candidati all'adesione al paradiso Unione, facilmente ricattabili.Per la Grecia poi rimane sempre valido, per taluni esponenti tedeschi ed anche europei, il concetto, dopo averla divorata, della Grexit, cioè cacciare questo paese irrecuperabile malgrado tutti i “consigli” ricevuti; non si può chiedere indietro 1 euro in più per ogni euro prestato. Non esiste matematicamente e quindi non ce la faranno mai. In quel paese poi gli animi si stanno scaldando troppo e abbandonare quel “comunista” convertito di Tsipras al suo destino di spergiuro non dispiace politicamente alla troika di Bruxelles. Così imparano anche spagnoli e portoghesi.
Diceva un generale italiano in Istria: “I prigionieri affamati sono più ubbidienti”. Possiamo aggiungere tranquillamente che vale anche per i popoli.
Lo stesso Consiglio d’Europa considera la Francia a rischio per la diffusione di “discorsi di odio” e “constata un aumento considerevole del discorso di odio e, soprattutto, della violenza causata da razzismo e intolleranza”, con una crescita di “atti antisemiti e islamofobi”. Mi sa che pure i nostri amici di Israele non c’entrano nulla nella situazione siriana. L’estrema destra continua a mietere consensi, malgrado il socialista Hollande mostri i muscoli con i deboli e cioè lo sgombro feroce e iniquo del campo profughi, “la giungla” di Calais. Risultato, ora i 3.500 immigrati sono diffusi dappertutto sul territorio, pronti a ricongiungersi altrove per solidarietà di gruppo, cosa che succede sempre ai diseredati. Siamo animali sociali. Un numero ridicolo se si pensa che più di 130mila persone hanno già attraversato il Mediterraneo nei primi due mesi di quest’anno, per sfuggire dalle guerre, e molti sono diretti, volenti nolenti, dopo aver capito che in Italia non c’è più trippa per gatti e si rischia la schiavitù, nel centro-nord Europa. La Francia, che non è la disubbidiente Ungheria del fascista Orban, (quest’ultimo non a caso elogiato dalla Le Pen) non sta accettando il contingente di immigrati a lei riservato dalla Merkel. Problemi di politica interna. Già, c’è chi può e chi non può, in questa già disgregata Unione.
L’inglese Cameron del Brexit, pur avendo sganciato qualche misero milioncino a Hollande nel suo incontro di giorni fa a Amiens per far rimanere i rifugiati in Francia, sta più tranquillo, ha un muro di frontiera spesso burrascoso che si chiama Canale della Manica, il suo problema invece è l’enorme migrazione interna e legale dei cittadini comunitari, soprattutto polacchi e rumeni. Ma anche francesi e italiani. Oltre quelli mondiali del Commonwealth. Il suo paese non è comunque esente da una xenofobia in crescita. Un popolo in difficoltà fa sempre bene alle destre, trova facilmente il capro espiatorio che gli viene indicato.

venerdì 26 febbraio 2016

Perché proporre l’uscita dall’euro?

di Riccardo Achilli da sinistrainrete

 

Un articolo di 2 anni fa che vale la pena di rileggere. Giudicate voi

 

merkel-euro-breakupHo finora sempre sostenuto la strategia della permanenza nell’euro, e della lotta "da dentro", contro le politiche economiche imposte dai trattati europei. Oggi ho cambiato posizione, sostenendo l’esigenza di mettere sul tavolo un piano di fuoriuscita, il più possibile ordinato, dall’euro stesso. Cerco di dare conto delle ragioni di questo mio cambiamento di opinione.

I non- problemi: per sgombrare il campo
Il problema non è quello di pensare, come fanno i sovranisti monetari, che recuperando sovranità monetaria possiamo stampare moneta a go-go, uscendo magicamente dalla crisi. La fragilità della ripresa giapponese, che nonostante politiche gigantesche di quantitative easing e di acquisto di titoli del debito pubblico (cfr. grafico) è caduta in recessione, ma anche la fragilità intrinseca dell’economia statunitense dopo i grandi Q.E. fatti dalla FED (con una crescita trimestrale del PIL reale caduta per ben due trimestri in recessione, ed uno in stagnazione, da metà 2009 ad oggi, e con segnali di rallentamento anche per il terzo trimestre 2014) dovrebbe far riflettere molto sull’efficacia degli strumenti monetari.
Soprattutto per chi conosce un po’ di teoria keynesiana. Infatti, i meccanismi di trasmissione di un impulso monetario verso l’economia reale si arrestano in condizioni particolari, dette di trappola della liquidità, nelle quali le aspettative degli operatori bancari che ricevono la liquidità primaria dalla Banca Centrale sono improntate alla certezza che i tassi di interesse non possano scendere, per cui assorbono qualsiasi quantità di moneta venga loro offerta, senza rimetterla in circuito nell’economia. Soprattutto se poi questi operatori bancari sono in difficoltà patrimoniale, come mostra l‘asset quality review fatto recentemente dalla Bce, in cui quattro banche italiane, di cui due di rilevanza nazionale (Mps e Carige) risultano in condizioni di carenza patrimoniale anche dopo le operazioni di rafforzamento fatte quest’ anno, e, in base allo stress test, il Cet 1 ratio delle banche italiane sarebbe inferiore a quello medio europeo (10,2%, a fronte dell’11,8%). In tali condizioni, quindi, le banche assorbirebbero una grande quantità di liquidità emessa da una neonata Banca d’Italia che tornasse a stampare lire, neutralizzando qualsiasi effetto reale del Q.E., soprattutto se una uscita disordinata dall’euro comportasse fenomeni di corsa allo sportello da parte dei risparmiatori. 

Asset totali delle principali banche centrali
 
 wsfr
 Fonte: Financial Times, IMF, Haver Analytics, Fulcrum Asset Management LLP








Il motivo non è neanche quello riferito ai vantaggi esportativi da svalutazioni competitive. Tutti gli studi, ivi compreso uno recente di Tockarick (2010) pubblicato peraltro fra i working papers del FMI[1] , e che già tiene conto dell’effetto della partecipazione all’euro, mostrano che la condizione di Marshall-Lerner è verificata. Ma evidentemente l’argomento per uscire dall’euro non può essere quello che l’uscita ci migliora le esportazioni! Per questo, basterebbe una politica valutaria che guidi l’euro verso una svalutazione, ed il gioco sarebbe fatto, atteso che l’Italia sta destinando quote crescenti del suo export verso i mercati no-euro già da diversi anni a questa parte[2].

La vera ragione
No. La ragione vera, a mio avviso, è più profonda, ed è a cavallo fra politica ed economia. Per motivi in parte di convenienza economica, ma anche di cattura del consenso elettorale interno, e più in generale per un interesse specifico di ristrutturazione classista in senso regressivo dell’intera Europa, la Germania e la corona dei Paesi nordici, supportati dagli organismi tecnici del capitalismo finanziario globale, impongono, contro ogni razionalità economica una strategia di politica economica disastrosa. La deflazione non è un tragico effetto inatteso delle politiche economiche neoliberiste in atto, ma è voluto, anticipato, nel 2013, da una intervista chiarissima di Hans-Werner Sinn, capo del centro studi economici IFO e consigliere economico della Merkel, che prefigurava esattamente una deflazione interna come strada maestra per i Paesi più indebitati dell’area-euro, stimando anche l’entità di tale deflazione (10% per l’Italia, 30% per la Grecia)[3] . Tra l’altro, la deflazione conviene a milioni di piccoli e medi risparmiatori tedeschi, stante il valore particolarmente basso del rendimento nominale dei Bund, che ovviamente richiede una inflazione prossima allo zero. E costoro rappresentano la spina dorsale dell’elettorato del partito della Merkel, che ha costruito quella Germania di ceti medi tutelati dalle politiche di austerità imposte agli altri, che siede sulla polveriera dell’immiserimento del resto del continente. 
E più in generale, la deflazione dei costi è voluta dal capitalismo transnazionale, finanziario e delle multinazionali, ed appoggiato anche dai piccoli capitalismi nazionali, pure nei Paesi in crisi, perché comporta un ovvio spostamento della ricchezza dal lavoro al capitale. Il grafico seguente mostra il calo del rapporto fra retribuzioni lorde dei lavoratori e Pil, in Italia, fra 2009 e 2013: in questi 4 anni, detto indicatore perde 0,7 punti. Evidentemente, la ricchezza prodotta che non è più destinata a retribuzioni, viene destinata a profitti e rendite. 
Questo scenario, però, prefigura la riduzione di ampie parti dell’Europa verso la fascia medio-bassa della ricchezza, condannandole a sopravvivere di esportazioni di prodotti di fascia medio-bassa, che giustifichino costi competitivi, o di turismo dall’area “ricca” dell’Europa, mentre l’industria ad alto valore aggiunto, che garantisce quindi gli spazi per la crescita dei salari, sarà concentrata in Europa del Nord. Un vero e proprio progetto egemonico, nel quale borghesie nazionali sempre più compradore si ritaglieranno spazi di sopravvivenza sulla compressione dei salari e dei diritti, magari operando come fornitori dei sistemi produttivi più avanzati del Centro-Nord Europa. Non è infatti un caso se le politiche di austerità e deflazione sono accompagnate in modo stretto dalle “riforme strutturali”, miranti ad indebolire i sistemi di difesa del lavoro, ed a flessibilizzarlo sempre più. 

Andamento del rapporto percentuale fra retribuzioni lorde e Pil in Italia
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Elaborazione su dati Istat
Questo sistema avrà i punti di tenuta, da un lato, in una riduzione progressiva degli spazi democratici e di espressione a livello nazionale (e nelle riforme istituzionali che convergono verso un presidenzialismo associato a leggi elettorali dove è forte il controllo delle direzioni dei partiti sugli eletti si vedono già alcuni sintomi, accanto a provvedimenti mirati esplicitamente a ridurre lo spazio di espressione politica sul web, o a dibattiti sempre più frequenti su regolamentazioni restrittive del diritto di sciopero) e dall’altro proprio nella sopravvivenza dell’euro. Infatti, l’appartenenza ad una medesima area valutaria, dove i movimenti di capitale sono perfettamente liberalizzati, crea un differenziale di credibilità, sui mercati finanziari, fra i Paesi caratterizzati da alto debito e bassa crescita, ed i Paesi a più basso debito ed a più alta crescita. 
Detto differenziale di credibilità costringe i Paesi meno virtuosi ad una strategia del tipo “follow the leader”, fatta di politiche di austerità e di deflazione interna tali da portarli sullo stesso livello del leader, in termini di saldi di finanza pubblica, CLUP e inflazione potenziale. Il prezzo da pagare nel non seguire tale strategia è ovviamente costituito dalla crescita dello spread sul servizio del debito, fino a livelli da default. D’altra parte, però, la strategia “follow the leader” comporta una continua rincorsa al ribasso (se il leader continua a fare politiche di contenimento della spesa pubblica, della domanda e dei suoi costi interni) che avvita chi insegue in una spirale mortale di austerità-deflazione-decrescita-ulteriore aumento degli squilibri di finanza pubblica (endogeni sia alla decrescita che alla riduzione dell’inflazione, che fa lievitare gli interessi reali sul debito, e riduce la svalutazione della sua quota capitale) ed ulteriore spinta verso la decrescita e la deflazione. Una situazione sintetizzabile da una antica fiaba contadina: un uomo sogna di prendere la Luna che si specchia, di notte, nell’acqua del suo pozzo. Butta nel pozzo il suo bugliolo, ma quando lo ritira è pieno d’acqua, e il riflesso della luna rimane dentro il pozzo. A forza di buttare il bugliolo per catturare il riflesso della Luna, il pozzo rimane senz’acqua. L’uomo muore di sete. Il riflesso della Luna è scomparso, e l’astro splende, irraggiungibile ed indifferente a noi mortali, nel cielo. 
Per uscire da questa tragedia annunciata, ci sono solo tre possibilità:
a) Il leader cambia direzione alle sue politiche, in senso espansivo, consentendo a chi insegue di rifiatare. Non ci sono oggi le condizioni politiche per questo. La Germania non ha alcuna intenzione di veder ridurre il suo straordinario avanzo commerciale, facendo politiche di sostegno alla domanda interna che vadano oltre il compromesso fatto, in sede di accordo di Governo, con la Spd (e che in un mio precedente articolo, http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/2013/11/un-accordo-dignitoso-di-riccardo-achilli.html#more , stimo avere un impatto di riduzione, nel medio periodo, di circa 2 punti, del saldo commerciale tedesco, evidentemente troppo poco per rilanciare la crescita del resto dell’area-euro) ed anche l’annunciato programma di investimenti infrastrutturali sembra essere piuttosto modesto in termini di impatto sulla domanda interna tedesca, poiché i 10 miliardi di investimenti annunciati da Schaeuble saranno coperti dai 300 miliardi di investimenti annunciati da Juncker (ed è quindi una partita di giro: la Germania si riprende una parte dei soldi che eroga al bilancio Ue) e comunque gli effetti sul debito interno tedesco saranno sterilizzati, con tagli alla spesa pubblica in altre voci;
b) A livello europeo, si accentrano le politiche fiscali nazionali, lanciando un programma di crescita della domanda e di rilassamento fiscale, assieme ad una mutualizzazione dei debiti pubblici nazionali, oppure ad una significativa ristrutturazione di quelli dei Paesi più indebitati. Manco a parlarne: queste cose non le vogliono nemmeno i socialisti europei, e tutto ciò che è stato ottenuto per il prossimo quinquennio è un miserrimo programma di investimenti da 300 miliardi (pari al 3% del totale degli investimenti fissi lordi fatti in un solo anno a livello di area-euro, una goccia nel mare, una presa in giro);
c) Si esce dall’euro (ma non dal mercato unico europeo, né dalle istituzioni della Ue), nel modo più ordinato e concordato possibile. Più nello specifico, ad esempio, si potrebbe costituire una parità centrale fra lira ed euro, con margini di oscillazione ampi (ad esempio, + o – il 20%) e stabilendo un committment politico di lungo periodo, in termini di mantenimento di una disciplina di bilancio pubblico coerente (che non significa austerità, ma solo gestione ordinata e prudenziale dei conti sul versante del solo saldo fra entrate ed uscite correnti, tecnicamente il cosiddetto risparmio pubblico, che dovrebbe rimanere tendenzialmente positivo, senza però stabilire parametri quantitativi, ed abolendo tutti quelli oggi imposti dai Trattati Europei) e di target inflazionistico positivo, ma non eccessivo (dell’ordine del 4-5%) nelle politiche monetarie, ristrutturando al contempo il debito, in modo concordato con le Autorità internazionali, e destinando a riduzione del debito, e non del disavanzo, le imposte patrimoniali già esistenti (come l’imposizione sulla casa, ad esempio). Evidentemente, sarebbero i mercati stessi a punire una deviazione da tale committment.
E’ evidente che, se le prime due strade sono precluse, l’unica strada per evitare di fare la fine del proprietario del pozzo è la terza, cioè l’uscita dall’euro, al di là dei dettagli tecnici che poi fornisco sul “come uscire”, sui quali si può essere o meno d’accordo. Anche perché, continuando su questa strada, la fine dell’euro avverrà per autocombustione, perché è diventato socialmente, prima ancora che economicamente, insostenibile. Ma usciremo in condizioni di degrado degli assetti economici, politici e sociali, molto più gravi di quelle che otterremmo uscendo subito. Siamo come i protagonisti di un film americano, L’Inferno di Cristallo. Se rimaniamo nel palazzo in fiamme, abbiamo la certezza di morire incendiati. Se ci buttiamo fuori, forse moriamo, forse no.

Possibili obiezioni e mia opinione in merito
Qualcuno potrebbe dire: va beh, ma non ci sono le condizioni politiche per uscire dall’euro. La mia risposta è: ci sono allora le condizioni politiche per imporre una delle due summenzionate strategie, la a) o la b)? Direi di no. E’ inutile che continuiamo ad aspettare un Godot, che non arriverà mai, e che cambierà le carte in tavola nella politica europea. Basta guardare a ciò che è successo sinora. Il socialismo europeo non è stato assolutamente in grado di esercitare alcun ruolo significativo in questi anni, di fatto ratificando l’austerità, e respingendo qualsiasi ipotesi, non dico di mutualizzazione dei debiti, ma quantomeno di calmieramento degli interessi sugli stessi (attraverso ipotesi, come il redemption fund, che lo stesso Martin Schulz ha respinto nella sua campagna elettorale). Tale ruolo ancillare del socialismo europeo è arrivato fino al punto di votare la fiducia alla Commissione Juncker senza alcuna traccia di un negoziato programmatico, talché la dialettica politica europea è tutta interna alla destra popolare, fra sostenitori dell’economia sociale di mercato e più ortodossi monetaristi. Una dialettica ovviamente inadeguata a rappresentare la gravità della situazione. E francamente il dibattito in Germania sulla questione è limitato ad ambienti intellettuali o sindacali, che non ricevono attenzione nemmeno dalle componenti più filogovernative dell’Spd. Mentre il suicidio politico dei socialisti francesi, guidati, nonostante mal di pancia inoffensivi e dichiarazioni roboanti e poi smentite dai fatti, dal rigorismo di Hollande e Valls, rende semplicemente impossibile immaginare un asse euromediterraneo anti-austerità. Anche perché l’altra estremità dell’asse dovrebbe essere Renzi. Figuriamoci… In sostanza, se la destra europea non è in grado di offrire altro che miserrimi programmini di investimento, nel quadro della prosecuzione dell’austerità, il socialismo europeo sembra aver esaurito tutte le, pur numerose, opportunità che ha avuto in questi anni per imporre un cambiamento di direzione alle politiche europee.
Altra obiezione: ci rischi enormi di buttarsi fuori dalla finestra. Rischi che peraltro pagherebbero le classi più deboli della società, quelle che la sinistra ha il dovere di tutelare. I rischi tradizionalmente menzionati (inflazione importata) sono stupidaggini. Anzi, ben venisse un po’ di inflazione. La fuga dei capitali può essere contenuta con misure amministrative, e comunque già oggi dal nostro Paese i capitali fuggono in misura molto massiccia.
Il rischio è un altro. I recenti lavori di Brancaccio e Garbellini (2014)[4] mostrano che un’uscita dall’euro avrebbe effetti negativi sulla dinamica dei salari reali e sulla quota dei salari rispetto al PIL, quantificabili, per un Paese come l’Italia, in 4 punti di caduta del salario medio nell’anno della fuoriuscita (però in cinque anni il salario recupera e cresce di 1,7 punti) e in una riduzione di 5 punti della quota salari/reddito nazionale in 5 anni. Ma, ripeto, le stesse classi sociali deboli sono schiacciate, già oggi, anche dalla prosecuzione sine die di un’austerità, più o meno moderata, che promette altri decenni di lenta deriva sociale e stagnazione economica ed occupazionale. Gli stessi Brancaccio e Garbellini, infatti, ci dicono che negli ultimi cinque anni i salari medi lordi reali italiani sono diminuiti di 2,2 punti, per effetto della crisi, e, come ho evidenziato io prima, la quota retribuzioni lorde/PIL è diminuita di 0,7 punti in quattro anni. Quindi, qui si tratta di scegliere fra una morte lenta, ma sicura, ed uno shock che, forse, potrebbe nel medio periodo invertirsi e riportare verso la crescita i salari (come per l ‘appunto nelle stime di Brancaccio). Fra la certezza di un declino lento e la possibilità di invertirlo, seppur dopo uno shock nel breve, io ho pochi dubbi su quale strada scegliere.
E poi si possono immaginare anche i doverosi paracadute, utili a far passare la nottata nella fase di shock da fuoriuscita: sistemi di indicizzazione dei salari, meccanismi di reddito minimo garantito, programmi di edilizia popolare e di lavori di pubblica utilità, interventi di calmieramento dell’aumento del prezzo delle materie prime energetiche importante, panieri alimentari sovvenzionati, ecc. Tutti interventi mirati a sostenere i salari ed il tenore di vita nella fase di fuoriuscita, e quindi a ridurre gli effetti negativi di cui sopra.


[1] S. Tockarick, “A Method for Calculating Export Supply and Import Demand Elasticities”, IMF, WP 10/180, luglio 2010
[2] Nel 2002, l’Italia esportava il 45,1% dei suoi beni nell’area-euro 12; nel 2013, tale quota è scesa al 34,2%.
[3]http://www.linkiesta.it/debito-pubblico-sinn
[4] E. Brancaccio, N. Garbellini, “Uscire o no dall’euro: gli effetti sui salari”, in Economia e Politica, 19 Maggio 2014, rinvenibile su http://www.economiaepolitica.it/distribuzione-e-poverta/uscire-o-non-uscire-dalleuro-gli-effetti-sui-salari-e-sulla-distribuzione-dei-redditi/#.VG2xqK7i3Wi
 

domenica 27 dicembre 2015

Il due contro uno elettorale

di Tonino D’Orazio

In Europa vi sono due gruppi politici preminenti, i Popolari (insieme a varie destre, chiamati pudicamente conservatori) e i Socialisti (anche loro insieme a varie destre democratiche), un tempo un po’ alternativi, ma dall’inizio dell’euro, sono diventati programmaticamente uguali (eccetto per chi vuol vedere qualche sfumatura per rincuorarsi) e ormai disperatamente solidali.

Perdono consensi di milioni di voti, in ogni paese da una elezione all’altra, ma in due sono ancora forti contro tutti e continuano imperterriti la distruzione dell’Europa sociale e la sua credibilità pur di consegnarla definitivamente all’ideologia capitalistica statunitense. Quando perdono si stupiscono e sono ancora convinti di essere gli unici a poter governare, democraticamente o meno. Gli altri hanno sempre torto nel voler cambiare i loro disgustosi, nefandi e nefasti programmi, ormai più che evidenti e provati.

Hanno a favore, martellanti per anni, tutti i mass media possibili per far credere, malgrado i disastri, quanto sono bravi e indispensabili. Giocano solo nella fatalità del meno peggio, ma il peggio continua. Secondo loro la colpa è del fenomeno naturale chiamato crisi, che dispiace ma è inevitabile, fatale e non c’è alternativa. Eppure perdono e spesso insultano l’intelligenza di chi non li vuole più tra i piedi. Compresa quella meramente orgogliosa metà dei cittadini che non votano più, percentuale in tutti i paesi europei. Peggio per loro. Gli insulti più ripetuti e comuni sono “fascisti” e “populisti”. “Fascisti” sono un po’ loro se si pensa che lo scopo principale di quella teoria è quello di sfruttare e ridurre in schiavitù la classe lavoratrice, come hanno effettivamente fatto, il resto a questo punto è folclore. “Populisti” cercano di esserli anche loro ma il popolo comincia ad avere dubbi che si occupino di lui e del suo benessere.

Quelli che non li vogliono più sono gruppi variegati e sempre più forti, malgrado tutto. Nel variegato c’è di tutto ovviamente, ma non necessariamente più nefasti di loro due. Non abbiamo ancora prove attualizzate, e in questa fase Syriza non fa testo. Stranamente sono uniti però da un pensiero: non vogliono più questo tipo di Europa con paesi che si scannano fra di loro e con uno in particolare che impone i suoi interessi a tutti gli altri. Nessuno seriamente voleva questo: si pensava di costruire una Comunità solidale su saldi e storici principi sociali, che in fondo quei due partiti avevano comunque portato avanti, bene o male, fino alla fine del secolo scorso. Anche se allora fortemente spinti e pungolati  dal rischio che i lavoratori, assai numerosi e coscienti, prendessero davvero il potere. Questo non è successo anche per cattiva volontà dei lavoratori stessi che si sono sempre chiesti perché andare al potere e cambiare veramente le cose, oltre che affidarsi ad improbabili partiti amici.

L’elenco di quelli che non vogliono più, è fortemente aumentato in questi ultimi tre anni, in modo esponenziale, in numero e in voti. Hanno messo in dubbio il bipolarismo, con le sue aggregazioni  programmatiche semi contrastanti, ma tant’è, il potere è potere. Malgrado i premi di maggioranza hanno messo in dubbio il bipartitismo alla statunitense, grande aspirazione di molti partiti da Blair in poi. Che poi i due partiti possano diventare “simili”, in alternanza e non in alternatività, cacciando tutti gli altri, sembra una premessa futura. Cioè la salda “democrazia oligarchica capitalistica”. Quindi i due devono unirsi per mettere fuori gioco il resto. Il terzo e il quarto, con l’aiuto anche del quinto, in questa fase non ci stanno, ma non sono ancora sufficientemente forti per allearsi e battere i due. Soprattutto se si va al ballottaggio, e i due si uniscono, indipendentemente dal loro credo politico contro qualsiasi “nemico” che li possa insidiare. Si può solo tentare di separarli, ma non si sa bene a che prezzo. E’ quello che abbiamo e avremo davanti.

Syriza in Grecia, che poi ha un po’ ceduto nei suoi principi ispiratori e programmatici popolari. Il M5S in Italia in continua crescita da più due anni ma con tutti addosso perché sembra pericoloso soprattutto ai due. Non succede per la Lega, che più le spara da razzista più viene intervistata. Podemos appena vittorioso (perché non esisteva prima e ottiene per la prima volta un numero impressionante di deputati) in Spagna. Non c’era l’anno scorso ma sono riusciti ad affiancargli un populista di destra (Ciudadanos) pronto a possibile alleanza con i Popolari che pur sconfitti perché non possono governare si dichiarono vittoriosi e esigono di poter continuare a governare da minoranza. Podemos, terzo, riesce a bloccare l’accordo del due contro uno ormai di cultura politica di inciucio tedesco. Vedremo se i socialisti spagnoli sono capaci di dire no al PSE. Comunque soprattutto Podemos  innesca la fine del bipartitismo. Bipartitismo difficile ma rilanciato dal gongolante Renzi in Italia con il suo personale e anticostituzionale Italicum. La sinistra radicale e comunista in Portogallo con un nuovo governo socialista (bloccando anche un presidente di destra recalcitrante alla sconfitta), che speriamo resista anche lui al PSE tedescofono e non faccia come Hollande in Francia, cioè “passata la festa gabbato il santo”, e poi correre a sostenere la destra adesso diventata amica. In Polonia è stato eletto  un presidente anti euro e anti Europa, che impone il reddito di cittadinanza, aiuti alle famiglie e la prossima nazionalizzazione delle banche. Incredibili questi comunisti di destra! In Inghilterra il partito di Nigel obbliga e spinge i conservatori di Cameron (nei popolari nel Parlamento europeo) ad un referendum anti-Europa, promesso e che si farà, malgrado quest’ultimo tenti di addossare le responsabilità alla Commissione europea perché non accetta i suoi impossibili ricatti. Ma quelli di ricatti se ne intendono un po’ più di lui.

Lo scatenarsi ufficiale in rivolta dei paesi del nord e dell’est sui diktat tedeschi in merito ai rifugiati e alla libera circolazione dei siriani turcomani; la veloce decisione della Commissione della proroga alle suicide sanzioni alla Russia per sei mesi, perché sanno che l’unanimità non ci sarà più, tracciano una situazione di gran confusione se non di inizio di disgregazione dell’Unione. Adesso la sanzione è stata votata anche da Syriza, ormai defilata e inglobata nell’austerity dall’Europa a trazione tedesca e Nato. Oggi le speranze suscitate contro l’austerity (quaresima dei poveri) di qualche mese fa continuano in altri paesi, intanto del Mediterraneo, aspettando l’Italia in qualche modo.

Ora è la Finlandia, unico paese scandinavo della zona euro, a trovarsi nelle condizioni della Grecia. Come anche i paesi baltici di fronte, Estonia, Lituania e Lettonia, tutti inguaiati dall’euro. Da scommettere la nascita e l’espansione del terzo, ma avendo i socialdemocratici scandinavi fatto scomparire, grazie alla guerra fredda, l’esistente alla sua sinistra si ritrovano con il “populismo” di destra in casa. Come tutti i paesi del centro-nord  Europa. Olanda, Danimarca, Belgio, e Germania compresa. Però l’estrema destra va storicamente e idealmente bene anche al capitale perché sarà sempre il suo baluardo. La storia ha dei ricorsi, si può dire, ma pilotati. Solo che i terzi, quarti o quinti sono pieno di giovani, mentre uno e due pieno di vecchi, responsabili volenti o nolenti del disastro sociale europeo, e di falsi giovani.

Malgrado trent’anni di manifestazioni anti fasciste, anti razziste e di mobilitazioni, l’estrema destra è sempre più presente. Virulente come in Grecia, in Ungheria e in Svizzera. Più “educate” in Francia e in Italia. In quest’ultimo paese con un ottimo trasformismo (ben insegnato alla Le Pen) che ha già permesso loro di governarlo per 20 anni con i normali amici neoliberisti; i lavoratori ne vedono tutti i risultati, se hanno ancora un po’ di memoria. Adesso finito quel camaleontico partito, AN, ne sorge meglio un altro, la Lega, quello sì di estrema destra sfacciata e disgregante nei toni e nei propositi. Hanno trovato di nuovo la vittima, non più gli ebrei ma i musulmani e gli immigrati (spesso musulmani). Una pacchia per dividere cittadini e lavoratori che abboccano in molti, ormai con le pezze al culo, e hanno trovato anche i colpevoli da dare loro in pasto.

Altri cercano di sfuggire alla presa destra/sinistra e si rifugiano nel basso contro alto. D’altra parte la guerra dei ricchi (alto) contro i poveri (basso) è più che evidente di anno in anno. Molti poveri non se ne sono ancora accorti, altri non sanno a che santo votarsi, anche se ce ne sono molti in giro e ogni paese ha il suo, non solo con l’aureola, ma con in mano la perenne speranza. Ma guai se fa parte di uno o due.

 

sabato 21 novembre 2015

Toni Negri su Francia, Isis e guerra alla jihad

Parigi ha dimenticato le banlieu. E ha sottovalutato le loro proteste. Ora dichiara guerra «ai suoi stessi cittadini». Toni Negri a L43: «Qui la laicità è un mito».


di Francesca Buonfiglioli da webache.googleusercontent.com



Già ma difenderci da chi? Chi è il nemico? UNA GUERRA CONTRO SE STESSI. «La guerra proclamata contro l'Isis», spiega a Lettera43.it Toni Negri, filosofo e professore universitario che vive da anni a Parigi, «è stata dichiarata contro cittadini francesi, belgi, europei. Questa era la nazionalità dei terroristi che hanno compiuto atti orribili e ingiustificabili.».
E dire che, poco prima degli attentati, in Francia infiammava il dibattito se fosse lecito o meno ammazzare con droni cittadini francesi in territorio straniero. Polemica scatenata dall'uccisione in Siria di due britannici che si erano uniti alla jihad.
ADDIO CONCETTO DI CITTADINANZA. «Tutto questo è paradossale, surreale», sottolinea Negri, «si trattava di un dibattito sulla natura stessa della Repubblica. Il concetto di cittadinanza è sacro, non può essere calpestato da pratiche di eccezione., soprattutto se sporporzionate e non riferibili a una giustiazia nazionale».
Poi però sono arrivati l'orrore del Bataclan, le sparatorie fuori dai ristoranti e dai caffè, i kamikaze allo Stadio, l'assedio tragico a Saint-Denis.
E la prospettiva, per molti, è cambiata.

 


  • Toni Negri.

DOMANDA. Professore, esiste una 'guerra giusta'? RISPOSTA. Nell'Alto Medioevo questo concetto ha funzionato per giustificare l'espansione del cattolicesimo imperiale.
 D. E ora?  
R. Era giusta la guerra del 1914? E quella del 1939? Ho forti dubbi. Erano guerre, è vero. Ma i motivi che le hanno scatenate non si possono certo definire giusti. 
 D. Non vale nemmeno per il diritto di difesa?  
R. Il solo fatto che una guerra sia considerata giusta da alcuni e ingiusta da altri è la negazione stessa del concetto di giustizia.  
D. Hollande ha dichiarato guerra all'Isis. Cosa ne pensa?  
R. In realtà si tratta di una guerra contro cittadini francesi, belgi, europei: questi sono i terroristi. Il sospetto è che dietro a tutto questo ci siano altri interessi.  
D. Quali?  
R. Il petrolio, per esempio. Il controllo prima economico e poi politico di una regione che dal 2001 è stata fatta sprofondare nel caos più totale da altre guerre asimmetriche, preventive.  
D. Cosa intende per asimmetriche?  
R. Dichiarate unilateralmente, combattute da una parte con strumenti tecnologici maturi e dall'altra da formazioni partigiane, di resistenza dopo il disfacimento di eserciti, come quello iracheno, di origine coloniale o subalterni alle potenze occidentali.  
D. Stiamo pagando le conseguenze delle campagne dei Bush?  
R. Gli Stati Uniti con la loro insipienza hanno ricercato il caos necessario alla loro politica nel momento in cui è terminata la loro supremazia. Ai 'bordi dell'Impero' era funzionale mantenere guerre e scontri per ritardare un riequilibrio o, forse, l'instaurazione di un equilibrio alternativo.  
D. Poi però la situazione è scappata di mano...  
R. La lotta al socialismo e al comunismo non solo dell'Iraq ma dei Paesi della fascia sciita ha comportato lo svuotamento della società. A quel punto i religiosi, invece di soffrire in terra per guadagnare un posto in cielo, hanno comunciato a combattere.  
D. Un contesto ideale per la proliferazione e lo sviluppo del radicalismo islamico.  
R. L'Isis di fatto in quest'area ha sostituito il welfare dopo 10 anni di distruzione.

«Parlano di Grandeur e di Montaigne, ma nelle banlieu...»

D. Questo discorso vale anche per le banlieu francesi?  
R. Sì, lo stesso è accaduto nelle periferie nel 2005. Solo che in quel caso a bruciare erano solo le automobili.  
D. I protagonisti in quel caso erano i ragazzi di terza e quarta generazione di immigrati.  
R. È così. Agivano o protetti dagli adulti o contro di essi, fregandosene dei loro richiami all'ordine.  
D. Frustrazione, rabbia, desiderio di rivalsa. Ma quale è la causa vera di quegli scontri?  
R. La fine del lavoro fordista ha causato una riorganizzazione da cui questa fetta di popolazione è stata di fatto tagliata fuori.  
D. Si spieghi meglio.  
R. Mentre il proletariato della banlieu era inserito socialmente, via via è stato escluso dalle nuove formazioni dell'economia cognitiva. D. Per fermare gli scontri il governo si limitò a reprimere.  
R. I governi se ne sono fregati. E ora è orribile vedere un ragazzo che si fa esplodere uccidendo altre persone spinto non solo da una organizzazione che lo ha indottrinato e reclutato, ma anche da condizioni seconde.  
D. Rabbia e frustrazione sono un humus perfetto per il radicalismo islamico.  
R. Basta vedere la condizione delle scuole frequentate da questi ragazzi.
D. Quale è la situazione?  
R. Sono istituti invivibili, e non solo dal punto di vista strutturale, con 40 persone per classe...  
D. Per cosa ancora?  
R. Per l'estraneità a cui sono relegati. Qui in Francia si parla ancora di Grandeur, di Montaigne, di Philosophes. E invece siamo di fronte a un'incapacità pedagogica.  
D. La famosa laicità francese sta presentando il conto?  
R. Ma quale laicità... è una balla, un mito. Il Dio supremo di Robespierre non lo ricorda nessuno (la Ragione, ndr)?  
D. In che senso è una balla?  
R. Nel senso che è presente nella cultura francese una corrente di pensiero estremamente laica. Ma moltissime persone vanno in chiesa, ci sono movimenti cattolici forti e una destra che richiama alle radici cristiane.  
D. E la battaglia contro il velo?  
R. Campagne che in realtà sono sostenute da sottilissime minoranze. Eppure hanno portato a pressioni ideologiche dagli effetti disastrosi, sono come piccole punture di spillo continuamente riprodotte.  
D. Insomma, mi sta dicendo che sono state un boomerang.  
R. In Francia sono stati distrutti movimenti di immigrati politicamente attivi e si è fatta passare l'equazione religione uguale fanatismo. Basta vedere le reazioni sugli autobus e in metro davanti a una donna velata: il disprezzo e il sospetto sono palpabili...

«Il concetto di guerra come lo conoscevamo non esiste più»

D. Tornando agli attacchi di Parigi, parlare di guerra, nella lotta al terrorismo, ha senso?  
R. Mi chiedo solo: «Ora dove stanno i nemici? E gli amici?». La guerra è sempre sbagliata. Ma in passato il nome guerra aveva un fronte, un Piave. Ora siamo in una palude.  
D. Tra l'altro il primo ministro Manuel Valls ha lanciato l'allarme di nuovi attacchi chimici e biologici.
 R. Vorrei sapere chi li scatena e chi possiamo punire.
 D. Si è detto che questa è una guerra non convenzionale. Cosa ne pensa?  
R. La stessa definizione del diritto di guerra così come è uscito dalla pace di Westfalia,che nel 1684 pose fine alla guerra dei Trent'anni, non ha più alcun senso. E non parlo solo delle regole della guerra, ma anche del trattamento dei prigionieri per esempio. D. Quando è saltato?
R. Nel 2001 gli Usa hanno deciso di scatenare una guerra asimmetrica. Adesso stiamo assistendo alla conseguenza della distruzione delle frontiere su cui si basava il diritto internazionale. Lo dimostra l'esodo dei migranti: è impossibile stabilire i confini. D. È da allora che non si può più parlare di guerra 'tradizionale'?  
R. Da quel momento la guerra è stata di polizia, non di eserciti. Persino James Bond farebbe ridere. Si tratta di una guerra che legittima l'uso dei droni.  
D. Cioè?  
R. Il drone è un esempio, un simbolo. Dietro c'è un conflitto che è fuori da ogni categoria che finora abbiamo utilizzato. 
 D. Crede che assisteremo a una nuova definizione di guerra?  
R. Francamente non so se arriveremo a questo. Del resto Westafalia mise fine a guerre scatenate in nome della religione che insanguinarono l'Europa.  
D. Quando dichiara guerra Hollande cosa sta facendo?  
R. Solo retorica. In realtà stiamo assistendo ad azioni di vendetta e repressione che ci riportano indietro a prima del diritto europeo. È più simile a un regolamento di conti tra tribù, quelle che noi definivamo Barbari.  
D. Cosa possiamo fare a questo punto?  
R. La situazione è drammatica e angosciante. Ogni riferimento a categorie passate non coglie la realtà dei fatti. Possiamo solo cercare di difenderci come possiamo, evitando che le cause che hanno portato a tutto questo si ripetano.