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giovedì 12 gennaio 2017

ARTICOLO 18: LA CORTE A DIFESA DEL JOBSACT E DEL PALAZZO

di Giorgio Cremaschi

 
La sentenza della Corte Costituzionale che ha cancellato il referendum sull'articolo 18 era attesa ed era stata ampiamente preparata dalle "indiscrezioni" trapelate dalla stessa Corte sui suoi orientamenti. Il quesito referendario sarebbe stato bocciato perché "manipolativo", cioè perché sarebbe andato oltre la pura abrogazione del Jobsact, estendendo la tutela contro i licenziamenti ingiusti nelle aziende industriali e di servizio fino a i 5 dipendenti. Embè?
In Italia si sono già effettuati due referendum sull'articolo 18. Il primo promosso nel 2000 dai radicali per abolirlo, il secondo dalle sinistre sindacali e politiche, nel 2003, per estenderlo a tutti. Quindi non esiste cavillo che giustifichi ora la cancellazione di una consultazione sulla cui legittimità in tutte le forme, nel passato non ci sono state obiezioni. La sentenza della Corte è un puro uso di palazzo delle regole, uso nel quale è maestro Giuliano Amato. Nominato giudice costituzionale da Giorgio Napolitano dopo che Silvio Berlusconi non era riuscito a farlo eleggere presidente della Repubblica.
Nei referendum del 2000 e del 2003 non si raggiunse il quorum, ma il pronunciamento dei votanti fu chiarissimo e a maggioranza schiacciante: No all'abolizione della reintegra nel posto di lavoro, sola vera difesa contro il licenziamenti ingiusti; Si all'estensione di questo diritto cardine a tutto il mondo del lavoro.
I sondaggi ed il clima politico del paese dopo la vittoria del No al referendum costituzionale facevano intuire che questa volta il quorum sarebbe stato raggiunto e che il voto popolare avrebbe seppellito il Jobsact, come aveva fatto con la controriforma costituzionale. Il palazzo, non solo quello politico ma quello confindustriale e bancario con i loro protettori europei, avrebbe subìto un nuovo uppercut popolare e la via delle riforme liberiste sarebbe stata senpre più impraticabile. Ma proprio questa sua possibilità di successo ha condannato il referendum.
La Corte Costituzionale ha così scelto di difendere il palazzo, con una sentenza assurda sul piano della giustizia e del buonsenso stesso, ma sicuramente cavillosa a sufficienza per impedire il voto.
La stessa Cgil promotrice dei referendum ne esce male. La raccolta di firme era stata posta in alternativa alla mobilitazione dei lavoratori. Contro il Jobsact, così come prima contro la legge Fornero, il principale sindacato italiano non avev

a fatto nulla di significativo, a differenza dei sindacati francesi contro la Loi Travail. Noi non facciamo lotte perdenti, noi vinciamo il referendum, dicevano i leader Cgil. Ecco il risultato, al quale ora si risponde con bofonchiamenti rassegnati, mentre ci si deve anche difendere dall'accusa di usare quei voucher che si vogliono abolire.
Oramai è chiaro che le riforme liberiste non hanno il consenso del popolo e il palazzo, che vuole continuarle, lo ha imparato. Per questo evita i pronunciamenti popolari come la peste. Dobbiamo saperlo, attrezzarci di conseguenza e finirla con chi non fa mai sul serio. Ci scandalizzano, ma non debbono sorprenderci.

mercoledì 18 maggio 2016

La socialdemocrazia senza i social democratici

di Tonino D’Orazio

Da nessuna parte ormai, nemmeno nel PSE cioè i socialisti europei, vi sono ideologicamente i socialdemocratici, né di programmazione né di organizzazione. Nulla in confronto a quello che abbiamo conosciuto. La crisi non è più ciclica ma esistenziale, è radicata nei profondi cambiamenti culturali e tecnologici che hanno bruciato loro l’erba sotto i piedi. La socialdemocrazia, la convinzione che un partito, in una nazione, e che in gran parte attraverso lo stato, sia in grado di creare un insediamento che favorisca l'interesse del lavoro sul capitale, sta morendo (eufemismo) come pratica politica.
Eppure ovunque le persone sono alla ricerca di nuove risposte e nuovi modi di realizzare la loro umanità comune e condivisa, la partecipazione, fino alla sopravvivenza del pianeta. Un mondo che sia sociale e democratico è più urgente che mai. La democrazia “abbonda”, ma non nella nostra farsa bipartitica (o bipolare al centro) di un sistema all’americana “esportato” nel mondo. Questo spiega la nascita di nuovi partiti e tanti nuovi movimenti on e off-line, e però anche la crescita esponenziale delle destre in Europa. Potente rigurgito nazionalista contro una globalizzazione imposta da banche e oligarchie finanziarie?
Corresponsabilità della socialdemocrazia nella situazione, poiché sappiamo bene che le destre non lotteranno mai contro il neoliberismo, un ceppo infettivo e virulente del capitalismo. Non solo ne fanno parte ma ne saranno i migliori garanti nel futuro, quando ci sarà bisogno di autoritarismo. Ukraina e Turchia docet. Questo lo sanno anche i destroidi della troika di Bruxelles, come ultima carta eventualmente da giocare.
Ma lo sa anche il PSE? Oppure pensa di massacrare i lavoratori e lo stato sociale in tutta Europa, che i loro padri hanno costruito nel sangue, pur di sembrare “moderni” e “riformisti”? Sono i lavoratori che devono votare a destra, passando dalla padella alla brace, per fare ricordare loro che esistono?
Se sta succedendo questo, allora la socialdemocrazia, alcuni dicono già dalla fine del secolo scorso, è in via di forte declino. Con loro tutte le considerazioni, gli ideali e gli acquisiti sociali conquistati nel secolo scorso, quando contavano qualcosa, insieme ai lavoratori che li sostenevano, sono sperperati. Oggi sono in modo particolare loro che li smantellano al posto degli avversari storici. Fanno il lavoro “sporco” che mai i capitalisti avrebbero potuto fare così facilmente. Sporco perché è un lavoro di autoritarismo, di forza, bypassando Parlamenti (ricatto del voto di fiducia, oppure l’art.49.3 del diritto di decisione esclusivo del presidente francese, non a caso, il socialista Hollande per varare il suo Jobs Act), i referendum, i corpi sociali e i sindacati, cioè tutta la struttura democratica e partecipativa di un Paese, alla Napolitano maniera.
I nemici, perché incompatibili con la democrazia, i capitalisti, hanno cercato sistematicamente di sradicare tutte le alternative alla loro visione del libero mercato. Hanno eroso e smantellato tutti i luoghi e gli spazi in cui il bene comune potrebbe mettere radici. La privatizzazione non è stato solo un programma per le imprese, ma sia per le nostre menti, e sia per le nostre identità in quanto consumatori individualistici. Tant’è che riescono a farci comperare le cose che non sapevamo che ci servissero, con i soldi che non abbiamo, in uno spreco infinito di risorse. A sua volta, questo consumo turbo ha un enorme impatto sull'ambiente. Oggi siamo sull'orlo di un cambiamento climatico galoppante. Nel Pacifico già scompaiono alcuni atolli. Ma la fame, la povertà e la disperazione si sta installando in tutta Europa. Le soluzioni, nel passato, sono state le decimazioni per guerra, oggi qualche minaccia, se costruiscono bene l’orco designato, c’è già in giro.
Una società basata sul turbo-consumo rompe ogni legame sociale di solidarietà ed empatia, perché è, per definizione, egoista e competitiva. Il turbo consumismo uccide il bene comune e con esso le antiche speranze ideali, anche dei socialdemocratici al potere, per una società più giusta.
Il che non cambia nulla con la rivoluzione digitale, i social media, il passaggio ad una società in rete che tenta di rivoluzionare il nostro modo di vedere, di pensare e di agire perché viene citato con faciloneria irresponsabile e fatale come: “è la globalizzazione,bellezza!”. Il mondo è diventato plurale, complesso, disperso e diversificato, con più opportunità, probabilmente più ricco di contatti, con informazioni meno pilotate, ma non per questo deve diventare meno umano e barattare solo sfruttamento e massacro di vite. Solo il sociale condiviso e la cooperazione sono umani. Il resto è rapina e sfruttamento.
Di fronte alla drammaticità delle questioni, ci vorrebbe uno scatto rinnovato e forte sulle questioni di vita, di uguaglianza e di benessere, vecchio cavallo di battaglia di idealità socialiste, libertarie e popolari mai sopite. Ma la socialdemocrazia, il PSE, non ha più né la forza, né la capacità e forse nemmeno la voglia. Sta lasciando in mano ad altri, (l’avversario ritenuto troppo spesso “amico”), la sua storia e un pezzo della nostra, del mondo che produce.
Un’altra difficoltà della socialdemocrazia attuale è quella della democrazia stessa. La crisi della democrazia che abbiamo di fronte è quella della democrazia rappresentativa. Sempre più persone non hanno bisogno o non vogliono gli altri a rappresentarli. A costo di non votare più. Possono “fare da sé”. Questo è uno dei motivi per cui stanno emergendo nuove forme dirette e deliberative della democrazia. Nascono sulla sfiducia totale del vulnus democratico del bipolarismo che fa le stesse cose contro il popolo per il bene di pochi.
L'universalità della crisi, anche se i suoi effetti sono irregolari, ci dice che qualcosa di grosso sta accadendo. La crisi si manifesta sotto forma di Pasokificazione in Grecia, di ascesa di Podemos in Spagna e la relativa caduta del PSOE, di profilo basso della SPD in Germania, di debolezza di governo dei socialisti francesi, anche della crisi sociale, e della democrazia liquida nei paesi nordici. Nel Regno Unito la crisi si manifesta prima nel dominio del SNP in Scozia, in sostituzione del partito del lavoro e della sinistra, e poi attraverso la straordinaria ascesa del Corbynismo, l’anno scorso all'interno del Labour, che, insieme con il Bernie Sanders in rivolta negli Stati Uniti parla al fallimento della socialdemocrazia, dei democrat proni e guerrafondai. Ma nessuna di queste rivolte dall'interno è ancora riuscito ad irrompere in modo significativo con un processo democratico essenzialmente sociale e fortemente condiviso. Anche se l'accento è posto maggiormente sui movimenti sociali, la priorità rimane ancora il processo legislativo non ancora nelle loro mani. Per cui anche la sinistra socialdemocrazia è ormai fatalmente compromessa e rischia di promettere ciò che non può.
In quanto al mondo del lavoro, che dovrebbero rappresentare, non riescono a addomesticare il nuovo che avanza, anche nei modi di produzione. Seguono quello che viene chiesto loro dai padroni, semplicemente.
Di questo mondo del lavoro, dove la fusione di diversi filoni di tecnologia sta cambiando del tutto come, dove e anche se lavoriamo. I dati variano da 10 a 46% dei posti di lavoro persi, a secondo dei paesi, a causa della convergenza di intelligenza artificiale, robot, algoritmi avanzati, big data, stampa 3D, e quindi un drammatico cambiamento sta avvenendo nella natura dei mercati del lavoro e della produzione di merci e servizi. A sinistra nessuno gestisce niente. Il partito decisionista del lavoro in Italia è diventato Marchionne e i padroni non lavorano più per il benessere della società (art. 41 della Costituzione: Responsabilità sociale di impresa) ma per loro stessi. Lo sviluppo di nuove (?) idee politiche di trasformazione, come ad esempio una settimana corta di lavoro, e per tutti, un reddito di base e la democratizzazione dei poteri dello stato, tutto questo e altro ancora si potrebbero prestare a una nuova prospettiva sociale, tipicamente loro nel quadro comunque di un capitalismo borghese meno arrogante. I socialdemocratici dovrebbero valutare la qualità post-materiale di questioni di vita e non solo il materiale e la quantità di consumo. Dovrebbero impostare una politica per limitare il tempo di lavoro, di democrazia sul posto di lavoro se non di proprietà, un reddito di base e controlli rigorosi sia sull’inquinamento che sulla de-crescita. La seconda sfida sarebbe quella di un cambiamento radicale in termini di internazionalità. Se il capitalismo è andato al di là della nazione, anche la socialdemocrazia non ha altra scelta che seguire. C’è la necessità di regolare e controllare i mercati, ovunque si fanno danni a persone o al pianeta. Se al PSE fossero diversi potrebbero cominciare dall’Europa. Magari su temi come i salari minimi a livello continentale, o meglio ancora un reddito di base, fondi di solidarietà e aliquote armonizzate d'imposta sulle società e le persone fisiche. Ricondurre la funzione democratica tutta al Parlamento europeo.
Ma di che parlo?
In termini gramsciani classici siamo in un interregno, definito dal fatto che “il vecchio non è ancora morto e il nuovo non è ancora nato”. E’ la sfida della modernità è già persa. In questa fase storica la socialdemocrazia non c’è, e la sinistra nemmeno. Arrancano.

sabato 30 aprile 2016

Buon Primo Maggio

di Giorgio Cremaschi da facebook 

 
Due anime percorrono questo Primo Maggio. Una è quella di regime. Essa è ben simboleggiata dalla orribile pubblicità di Cortina, che usa Pelizza da Volpedo per chiamare alle ultime discese sui suoi costosi impianti di sci. È l'assorbimento consumistico della festa dei lavoratori, come purtroppo è già in gran parte avvenuto per l'8 marzo. Contribuiscono sicuramente a questa distruzione del senso della giornata appuntamenti come il Concertone di Roma. Questo spettacolo promosso da CGIL CISL UIL e concordato censura per censura con le autorità della Rai, ha il compito di rappresentare un momento di svago che non confligge con nessuno, men che meno con chi il lavoro lo sfrutta.
E che la parola sfruttamento sia invece quella più necessaria oggi ce lo dicono da ultimi i dati dell'INAIL, che proprio alla vigilia della festa dei lavoratori ci informano che coloro che sono rimasti uccisi sono il 16% in più rispetto all'anno scorso. 1200 sono le vittime degli omicidi per il mercato, la competitività, la precarietà, lo sfruttamento.
Chi lavora, chi riesce ad uscire dalle sabbie mobili della disoccupazione di massa dove affondano tutti i principi della democrazia, è sottomesso allo sfruttamento perché subisce il più brutale dei ricatti. O mangi sta minestra o salti dalla finestra, questa è la antichissima e brutale filosofia che regola oggi i rapporti di lavoro. E che tiene vincolati alla stessa catena i braccianti impiegati nei campi a tre euro all'ora, gli operai della Fiat costretti a turni massacranti, i dipendenti delle banche che devono vendere obbligazioni a rischio, i lavoratori dei servizi pubblici sui quali si scaricano addosso i tagli allo stato sociale. Ricatto è la parola che oggi accompagna e sostiene sempre l'altra, sfruttamento. Assieme queste due parole sono i pilastri sui quali si regge l'attuale rapporto di lavoro, spinto sempre di più alla regressione verso il Medio Evo. A questa marcia indietro del lavoro ha dato la sua spinta Matteo Renzi, con l'eliminazione dell'articolo 18 e con la continua aggressione a tutti i diritti residui delle lavoratrici e dei lavoratori, che il presidente del consiglio condanna come privilegi da abbattere. Renzi odia i sindacati, soprattutto quelli che fanno il loro dovere a difesa dei lavoratori, e ama i padroni che come Marchionne li combattono. Renzi giudica incomprensibili le lotte e le manifestazioni, che fa regolarmente bastonare dalla polizia. Renzi è capo di governo più aggressivo e reazionario verso il lavoro da molti decenni. Il Primo Maggio nel suo vero significato non può che essere prima di tutto contro Renzi e tutto ciò che fa e rappresenta.
Ecco emergere allora la seconda, la vera anima della festa delle lavoratrici e dei lavoratori: quella che nasce dalla lotta contro il potere che sfrutta. Il segnale più forte e vicino ci viene dalla Francia, dove da un mese lavoratori e studenti lottano contro la loi travail, almeno lì il Jobs act lo traducono. Il Primo Maggio in Francia sarà una giornata di manifestazioni contro Hollande e la sua legge per rendere più facili i licenziamenti. E quei cortei parleranno a noi e a tutti i lavoratori d'Europa, imbrogliati e vessati dalla Unione Europea, dall'Euro, dai sacrifici immani nel nome delle banche e della finanza. Certo rispetto a ciò che accade in Francia la caduta della mobilitazione in Italia è impressionante, ma non dobbiamo scoraggiarci. Nonostante il torpore amministrato dal potere e da Cgil Cisl Uil avremo anche noi tanti segnali di un Primo Maggio contro. Da chi farà sentire la sua rabbia per la fabbrica che chiude a chi protesterà contro i supermercati aperti. Dalle piazze ufficiali dove comunque emergeranno scontento e indignazione, alle mobilitazioni alternative. Tra cui voglio ricordare quella che si svolgerà a Napoli, a Bagnoli contro la privatizzazione di un intero territorio.
Segnali di ripresa di passione e lotta al di fuori della, e contro la, pacificazione di regime ce ne sono e saranno sempre di più. Per questo possiamo comunque augurarci un buon Primo Maggio contro.

giovedì 28 aprile 2016

Brexit, Grexit, Italexit. Basta con la UE

di Giorgio Cremaschi

La Grecia è tornata al punto di partenza come in un beffardo e tragico gioco dell'oca. Di nuovo deve offrire sangue alla Troika, cioè al grande capitale tedesco e alla finanza USA. La resa di Tsipras non è servita a niente altro che a rafforzare il cappio intorno al popolo. Ora ci sarà un altro giro di corda, mentre il governo prende i soldi degli ospedali per fare cassa. Chi sosteneva che così la sinistra avrebbe preso tempo in attesa di non so cosa, è smentito dai fatti. Siryza ha solo preso disonore e ora è punto e a capo. Intanto l'Austria mette muri e fili spinati e a deciderlo sono popolari e socialisti, cioè i partiti che governano l'Unione Europea e quasi tutti i suoi paesi, gli alleati di Renzi, Hollande, Merkel e persino di Cameron. Che i muri li ha già messi, anche per noi italiani, per poter vincere il referendum e mantenere il suo paese nella UE. Cosa che gli ha chiesto fermamente Obama, spiegando senza troppi giri di parole che se vincesse la Brexit, se la Gran Bretagna uscisse dalla Unione, andrebbe in crisi Il TTIP e sarebbe più difficile fare la guerra in Libia... Magari! Bisogna tenere unita l'Unione Europea in modo da concludere su base continentale l'affare della vendita dei profughi alla Turchia. Bisogna tenere unita la UE per poter continuare ovunque le politiche di austerità. Bisogna tenere unita la UE per fare le guerre in giro. E anche per distruggere nel suo nome le costituzioni antifasciste. Noi ne sappiamo qualcosa.
Da qualsiasi lato la si prenda, l'Unione Europea si rivela come la sede dove tutti i mali e le ingiustizie d'Europa si aggravano. L'Unione Europea è oramai un concentrato di ipocrisie, in una facciata dietro la quale esiste una sola libertà: quella dei capitali, delle banche, degli evasori fiscali, delle multinazionali. Per tutto il resto ci sono solo muri. Se è vero che con la Brexit salta il TTIP dobbiamo solo augurarci che il SI vinca. Se la Grecia affonda nella schiavitù coloniale, la Grexit è la sua sola via d'uscita. E se i francesi continueranno la straordinaria lotta che da settimane dura contro il Jobs act di Hollande, dovranno scontrarsi con la BCE di Draghi a cui la controriforma del lavoro è stata promessa. Basta con l'Unione Europea. E non venite a rompere le scatole con la tiritera sul nazionalismo. Se in Europa tornano razzismo e fascismo la colpa è solo della Unione Europea, dell'Euro, delle politiche di austerità, e di tutto ciò che sta distruggendo le nostre democrazie nel nome del mercato e delle banche. Basta, sono convinto che il primo popolo che trovasse il coraggio di dire basta alla Unione Europea aprirebbe la via a tutti gli altri; e sarebbe una valanga. Basta con la UE, la democrazia e l'eguaglianza sociale stanno da un' altra parte, andiamo a riprendercele. Italexit.

sabato 5 settembre 2015

47 morto che parla



di Tonino D'Orazio

“Nel mese di luglio il saldo occupazionale tra assunzioni e cessazioni ha registrato un più 135.417 lavoratori. Disaggregando i dati, però – sostiene il presidente Commissione Lavoro della Camera – quello che si ricava è che, per quanto riguarda il tempo indeterminato, il numero dei nuovi assunti si equivale a quello dei licenziati:137.826 a 137.779, con una differenza positiva di soli 47 lavoratori”.
 

47, morto che parla. La “grande riforma” del jobact ha partorito il decantato sviluppo del rilancio dell’Italia e dei diritti crescenti dei lavoratori. I freddi numeri non cedono il passo al sarcasmo. Non bastavano 40 contratti fasulli da supermercato del lavoro della legge Biagi, bisognava ancora precarizzare e abbattere quel poco che rimaneva dello Statuto dei Lavoratori. Infatti il risultato è un giro di cassa al ribasso del bestiale mercato del lavoro. Qualcuno, senza ironia, precisa che è solo un inizio e che bisogna aspettare per vedere i risultati. Già, aspettare. Diciamo che le 600 euro di media percepiti dai nuovi contratti (giro di cassa degli 8.000€/annui regalati dallo stato agli “imprenditori”) si cominciano ad avvicinare ai salari polacchi e a quelli degli altri paesi europei dell’est.
Aspettare che la vergognosa situazione si consolidi in modo che a nessuno, per il futuro, venga l’idea di abolire questo obbrobrio. Nemmeno l’obbrobrio già consolidato della legge Biagi nella destrutturazione, direi distruzione, del mercato del lavoro. Nessun altro paese europeo è andato così in avanti nella distruzione del tessuto lavorativo, e si vedono i loro risultati di “tenuta” ottenuti durante la crisi, pur se striminziti. Alla fine anche qui “non c’è alternativa”. Non si torna indietro. Nemmeno a colpi di referendum. I padroni al governo da almeno 20 anni non sono d’accordo, sarebbe un “regredire”.
Intanto si muore sempre di più di “lavoro”. Al saldo della disoccupazione e della nuova emigrazione. Nelle fabbriche, nell’edilizia e nelle campagne. Alla morte di una donna (italiana) stremata dalla fatica, in Puglia, si strombazza subito una nuova legge pannicello contro il caporalato. In fondo sono un po’ come i servizi privati interinali. Magari esagerano un po’ nell’occultare i cadaveri. Purtroppo sul ricatto del lavoro/fame funzionano anche meglio del jobact. Al nero vi sono 2,1 milioni di lavoratori (mancano sicuramente tanti clandestini) per 42 miliardi in retribuzioni. L’evasione è pari a 25 miliardi all’anno Chi oserebbe proibire i “servizi interinali” dopo averli istituzionalizzati per legge ed essere super utilizzati dai padroni perché ideologicamente e anche culturalmente il “privato” deve funzionare meglio e loro devono avere meno responsabilità sociali e umane possibili? In fondo i lavoratori sono diventati una vera merce di scambio (sono inseriti nel valore o nel prezzo?) che grava, difatti anche poco, sul lordo, anche del prezzo del pomodoro al chilo. Pomodoro che viene venduto ai grossisti per 8 centesimi. Pomodoro che compero a 1 euro (100 centesimi), compreso lo sconto, nel mio supermercato cooperativo “a chilometro zero”. C’è qualcosa di marcio nel mercato commerciale della nostra repubblica. Lì vi si annida un’altra forma di caporalato, ma più legale e più offerente di tasse allo stato con più passaggi IVA. Dov’è la moralità? Vi sono come sempre due pesi e due misure? C’è chi può, se porta soldi allo stato, e chi no perché non ne porta? Il lavoratore sta comunque in mezzo, nel mondo “di sotto”. Sempre più nudo, spiato da tutto quello che l’elettronica e la robotica permettono oggi. Presto le operaie dovranno mettere un intimo di pizzo per andare a lavorare o al bagno in fabbrica. Anche per gli operai probabilmente Valentino lancerà una nuova linea “Uomo”. E’ fondamentale per la ripresa economica e il rilancio dello sviluppo dell’Italia.
Intanto c’è già l’accordo padroni/sindacati per un controllo efficace dei lavoratori su droga e alcool, per il loro bene e la loro salute. Mica sulla miseria e la difficoltà di “vivere” i ritmi e le angosce attuali di lavoro, di non lavoro e di schiavitù a diritti decrescenti. Bisogna ora controllare la psiche e l’eventuale fecondità. Manca infatti una specie di “scatola nera”, un microchip sottopelle. Cosa non si farebbe per il nostro bene.
Tutto democratico però. L'impresa dovrà “informare adeguatamente" il lavoratore sulle potenzialità di controllo sia degli impianti che degli strumenti e rispettare le norme sulla privacy. Per la privacy l’importante è che ti “avviso”. “Uomo avvisato, mezzo salvato”. E’ la politica degli slogan nella saggia repubblica dei proverbi e dei luoghi comuni. Intanto per i controlli a distanza l'autorizzazione sindacale o del ministero non sarà necessaria per cellulari e tablet.
Riguardo ad “entrare” nei computer personali, un po’ come già fanno le varie forze “dell’ordine” italiane, ma anche di tutti i paesi, in nome della lotta ai terroristi e quindi per il nostro bene, c’è da domandarsi dove sia finito il garante della cosiddetta “privacy”. Un altro finto lavoro di democrazia all’italiana, visto che non conta nulla. E una ulteriore stretta e forma di controllo dei cittadini.
Rilancio degli strumenti. I lavoratori dovranno dotarsi di due cellulari, uno privato e uno al servizio della ditta, così niente benefit e localizzazione costante. Guai agli infedeli e agli amanti, incastrati nella eventuale cultura ricattatoria di un Fabrizio Corona qualsiasi e tessuto connettivo del nostro vivere sociale attuale.
Intanto hanno “semplicemente” modificato l’art. 4 del moribondo Statuto dei Lavoratori. Rimane il diritto di sciopero, da limitare, e l’esistenza del sindacato. Allucinante l’applauso alla “festa” dell’Unità di Bologna a Squinzi che lancia la prossima mossa quando parla del sindacato come “fattore di ritardo” per il Paese. O di Renzi quando deve “salvare i sindacati da se stessi” magari facendone uno unico, stile mussoliniano, per legge a colpi di voto di fiducia, o quando dice che i loro dieci milioni di iscritti “non sono italiani”. L’attacco di Boeri (stipendio: più di un milione di euro all’anno, più premio di “produttività”; dei dirigenti provinciali Inps dai 230 ai 270 mila/annui,più premio, con prosieguo di “normali” alte pensioni visto che hanno “versato”) sulle pensioni dei sindacalisti troppo elevate in rapporto ai versamenti. Ovviamente non prova a riferirsi agli autonomi e ai coltivatori diretti, se non all’assistenza sociale che in tutti i paesi d’Europa viene pagata con le tasse e non con i soldi previdenziali dei lavoratori. Oppure alle pensioni d’oro dei dirigenti d’impresa, caricati sulle spalle dei lavoratori dopo il fallimento della loro munifica cassa pensionistica conservandone i privilegi. Aspettando i medici e altre corporazioni ricche e disastrate. In verità le spalle dei lavoratori già reggono tutta la piramide sociale ed economica.
No. Sono quei sindacalisti in pensione, (qualche insignificante migliaio), che pur sempre hanno versato ciò che veniva loro richiesto dalle leggi in vigore, la nuova pietra di scandalo, giusto per alzare il polverone. Concetto immediatamente ripreso da tutti i mass media governativi e padronali. In questo modo si preannunziano (o pilotano) due cose. Una la difficoltà padronale, e la guerriglia, per i rinnovi contrattuali in scadenza per quasi 3 milioni di lavoratori, tra cui 1,6 milioni di meccanici. Due il sostegno di Renzie ai padroni per minacciare una eventuale legge di limitazione del diritto di sciopero e una di rappresentanza sindacale a danno proprio dei sindacati, con particolare riferimento alla Cgil.
I morti sul lavoro di ogni giorno non contano, oppure solo un istante, uno spot televisivo. Si apre il balletto comunque a danno dei lavoratori, sia su lavoro che, di nuovo, su pensioni. Per diminuire il valore degli aumenti salariali, legati al costo della vita, aspettiamo i dati in discesa e non credibili dell’Istat e il mea culpa governativo del Pil, che non sarà quello previsto. Se non ce lo dicono prima le strutture internazionali.
E’ sempre successo, si tratta di avere una semplice memoria normale.


martedì 28 aprile 2015

Il richiamo della foresta

di Tonino D’Orazio

Succede in Cgil. All’iniziativa di Landini, la Camusso stringe le fila dei pasdaran dei segretari generali di alcune categorie della confederazione per il blocco alla “deriva”. Aspettando la Conferenza di Organizzazione.

Dice Landini, ma sembra Di Vittorio : "Il nostro obiettivo principale è cambiare le politiche economiche e sociali del governo, che riteniamo del tutto sbagliate, a partire dal Jobs Act". Un nuovo Statuto, il contratto nazionale, una vera rappresentanza. Insomma, per i riformisti politici a “tutti i costi”, roba d’altri tempi.

Intanto l’attacco della Camusso: Se un movimento si basa su un programma politico generale, e si va oltre la rappresentanza del mondo del lavoro, diventa oggettivamente una formazione di ordine politico. Poi ovviamente non può non ammettere che il sindacato è per forza di cose anche un soggetto politico. Ma fa politica sul lavoro e partendo dagli strumenti che gli sono propri, come la contrattazione”. “Rappresenta i lavoratori, insomma, non i cittadini in senso lato: e la sua forza sta proprio in questa parzialità. La Cgil rivendica sempre la centralità del lavoro ed è molto gelosa della propria autonomia. Un po’ di veleno in coda: le considerazioni sulla collocazione personale dei dirigenti sindacali e politici naturalmente sono loro scelte personali. Messo il punto sul concetto stretto di confederalità contrattuale e di linea si scatenano le prese di posizioni.

Stefania Crogi, segretario generale Flai Cgil e Rossana Dettori, segretario generale Fp Cgil: no a sindacato che si sostituisce alla politica. Un po’ schematiche ma chiare. Forse anche inversamente proporzionale.

Parte sparato Franco Martini, (ex area socialista), segretario confederale: “La coalizione sociale? Non è il nostro mestiere”. Come se fare della contrattazione il terreno in cui continuare a contrastare gli effetti negativi delle politiche del governo fosse realmente possibile, e in fondo giusto e chissà anche fino a che punto legale. Un piccolo richiamo all’ordine costituito non fa male: “Ma è chiaro che se la manifestazione del 28 dovesse cambiare pelle, diventare il battesimo di una soggettività politica, ci sarebbe da fare una riflessione”.

Segue Walter Schiavella, segretario generale della Fillea, cioè degli edili, quelli di quasi un morto al giorno, pieno di immigrati schiavizzati al nero, della pensione solo dopo più di 50 anni di lavoro e ai quali i governi succedutesi hanno quasi abolito il numero degli ispettori per amor dei padroni. Il sindacato deve solo “contrattare”. Ci ha aperto un seminario nazionale con altre categorie, Filt, Filctem, Filcams, Nidil, il 1° aprile.

Dobbiamo cambiare radicalmente le politiche economiche e sociali di questo governo, dobbiamo recuperare voce e peso alla rappresentanza delle ragioni del lavoro. Dobbiamo. Dobbiamo. Mai una autocritica sui risultati ottenuti fino ad oggi. Su questo siamo tutti uniti. Abbiamo punti di vista diversi sul come farlo. Occorre rispondere a due interrogativi: chi interpreta la confederalità? E se non viene più interpretata poiché si ammette la debolezza totale del sindacato? Con quali strumenti agisce la relazione politica? E se non esiste da tempo la relazione politica, se non nell’appiattimento generale al Pd, se non alla Troika riformista (poiché chiedono sempre e solo riforme strutturali, cioè per sempre, sulle spalle dei lavoratori) di Bruxelles?

Poi il siluro. Occorre una politica di alleanze sociali, ma esse non possono dar luogo a pericolose evoluzioni. Su quali strategie e quali strumenti usare paiono chiaramente alternative fra loro. Su questo occorre misurarci: fra chi ritiene prioritaria la strada del movimentismo e delle alleanze sociali a tutto tondo e chi pensa invece che esse vadano costruite partendo dalla centralità del lavoro e, quindi, della contrattazione. Noi, come noto, siamo perché dal lavoro e dalla contrattazione si debba partire”. Non si può prescindere dalla necessità di consolidare l’unità tra Cgil Cisl Uil. Cioè il vecchio sine qua non che avanza, che non funziona più realisticamente da 20 anni se non per frenare, e che intende lasciar scivolare la Cgil nell’indebolimento e nella non rappresentanza generale del lavoro, se non quella di coloro che già ce l’avevano e che man mano usciranno dal tempo indeterminato, o dalla continua chiusura delle fabbriche. Gli altri, sempre più senza diritti e più sfruttati, non sanno che farsene del sindacato. Chiedetelo al Nidil che se non avesse i precari pubblici, ad alto tasso politico, non esisterebbe. Tutti sanno, dalla precarizzazione delle leggi Treu (Pd) in poi (1995) che i precari non possono assolutamente iscriversi al sindacato pena il licenziamento immediato. Più oggi che ieri. Il gurù dei riformisti Ichino pontifica soddisfatto: “Il Jobs Act è fatto per licenziare”.

La Gabrielli, seg. Filcams, (Terziario, Turismo e Servizi) ha appena rinnovato il “contratto”. 85€ in tre anni, al quarto livello però. A fine ottobre e per il futuro, ma già programmato da Renzi dal novembre scorso, l’aumento dell’IVA al 25,5% (oppure tagli agli sgravi fiscali) si sarà già rimangiato tutto. Ma questo non c’entra con il contratto che va “comunque fatto”. Cosa hanno ceduto i lavoratori sui diritti di vita o di benessere per ottenere questo “aumento stipendiale”? La difficile sopravvivenza oraria di sfruttamento a chiamata diretta del padrone e la possibilità, legislativa e non contrattuale di essere licenziati su due piedi. Quisquiglie schiaviste. Più soldi, per finta, per meno diritti reali. Il concetto di soddisfazione rimane alla radice: “sempre meglio di niente”.

Carla Cantone e Maurizio Landini, si ritrovano in un incontro – dibattito aperto ai cittadini, dopo la manifestazione Fiom di Roma, nel corso del quale i due dirigenti nazionali indicheranno gli obiettivi della nuova stagione sindacale. Chiarissima l’importanza della posizione dello SPI, sindacato compresso ma maggioritario della Cgil, per lo sviluppo dell’ipotesi Unions. I pensionati Cgil, che hanno perso una grande percentuale del loro già misero potere d’acquisto, rimangono un elemento chiave per la costruzione delle Unions, che dovrebbe raggruppare proprio chi soffre di più la politica neoliberista della povertà. Cantone precisa però all'agenzia Ansa di non voler discutere del nuovo soggetto politico del segretario della Fiom. Meglio la fuga. Chi conosce la Cantone sa quanto si sia speso per sostenere Cuperlo (Pd) nella campagna per le primarie di quel partito, malgrado il giuramento continuo sull’autonomia. Malgrado il dialogo sostenuto con il negazionista Civati.

Altri rimangono nell’analisi della situazione, spiegandola in dettaglio a chi la vive.

Slc (Lavoratori Comunicazione). Michele Azzola. “Aver deciso, con il Jobs Act, di incentivare le assunzioni ha avuto come conseguenza che le aziende che si presentano ex novo alle gare, con personale che costa oltre il 30% in meno rispetto a chi già gestisce il servizio, vincono gli appalti escludendo il personale che garantisce il servizio stesso. Nei prossimi mesi assisteremo alla sostituzione di tutto il personale che opera nei call center, o nelle cooperative sociali, generando drammi sociali in tutta la penisola”. Non creazione: sostituzione.

Il leit motiv è quello di sempre: abbiamo il dovere di rappresentare la realtà del lavoro per cambiarla. Dopo tutto quello che è già stato fatto? Tutti continuano a lanciare grande idee di contrattazione futura. Ha ragione Michele Prospero nella sua analisi di una realtà da prefascismo: “Con le scelte legislative che il governo Renzi ha imposto a tappe forzate, il mondo del lavoro è stato colpito su cruciali questioni di identità, di memoria, di interessi collettivi. Un attacco così sistematico e totale progettato per distruggere il sindacato come soggetto democratico, per cancellare le conquiste del lavoro e la sua dignità nello spazio sociale, a nessun governo era mai riuscito”. In fondo nemmeno a Mussolini. A questo e di questo deve rispondere la Cgil ai lavoratori italiani, tutti, senza venire a scusarsi dopo. Allora ben venga Landini se ridà fiato alla storia dei lavoratori! Ma non sembra il momento nemmeno in casa. Dopo la fiammata mediatica è tornato un silenzio stampa previsto.

Renzi, mentre i sindacati si muovono, ha già fatto terra bruciata intorno a loro, e per legge, alla quale anche la Cgil non può “disubbidire”, imporrà la visione dei padroni anche sui tanto vantati contratti. Il resto è, e sarà, ascolto, fino alla prossima pretesa dei padroni. Ammettiamo che rimane poco, oltre il famigerato diritto di sciopero che presto sarà tutto nelle mani del ministro di turno, riformista o di destra.

Quando il sindacalismo, punto di forza delle vere emancipazioni, della dignità del lavoro nei fatti, si cancella, tutto si degrada, non solo il lavoro, tutto si sposta e in quel vuoto le piazze si riempiono sia dell’estrema destra che degli integralismi religiosi o razziali. Tutti e due cancellano il termine solidarietà e dividono e spezzettano la società in interessi di clan e lobbie. Per questo Renzie è di destra. Del neoliberismo più becero e fascista che comincia a preoccupare anche il Tribunale Europeo dell’Aia. Ma simpatico, gioviale, finalmente di nuovo uno che comanda e che ci salverà. Dopo la “riforma” elettorale per i prossimi 20 anni.