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giovedì 12 gennaio 2017

ARTICOLO 18: LA CORTE A DIFESA DEL JOBSACT E DEL PALAZZO

di Giorgio Cremaschi

 
La sentenza della Corte Costituzionale che ha cancellato il referendum sull'articolo 18 era attesa ed era stata ampiamente preparata dalle "indiscrezioni" trapelate dalla stessa Corte sui suoi orientamenti. Il quesito referendario sarebbe stato bocciato perché "manipolativo", cioè perché sarebbe andato oltre la pura abrogazione del Jobsact, estendendo la tutela contro i licenziamenti ingiusti nelle aziende industriali e di servizio fino a i 5 dipendenti. Embè?
In Italia si sono già effettuati due referendum sull'articolo 18. Il primo promosso nel 2000 dai radicali per abolirlo, il secondo dalle sinistre sindacali e politiche, nel 2003, per estenderlo a tutti. Quindi non esiste cavillo che giustifichi ora la cancellazione di una consultazione sulla cui legittimità in tutte le forme, nel passato non ci sono state obiezioni. La sentenza della Corte è un puro uso di palazzo delle regole, uso nel quale è maestro Giuliano Amato. Nominato giudice costituzionale da Giorgio Napolitano dopo che Silvio Berlusconi non era riuscito a farlo eleggere presidente della Repubblica.
Nei referendum del 2000 e del 2003 non si raggiunse il quorum, ma il pronunciamento dei votanti fu chiarissimo e a maggioranza schiacciante: No all'abolizione della reintegra nel posto di lavoro, sola vera difesa contro il licenziamenti ingiusti; Si all'estensione di questo diritto cardine a tutto il mondo del lavoro.
I sondaggi ed il clima politico del paese dopo la vittoria del No al referendum costituzionale facevano intuire che questa volta il quorum sarebbe stato raggiunto e che il voto popolare avrebbe seppellito il Jobsact, come aveva fatto con la controriforma costituzionale. Il palazzo, non solo quello politico ma quello confindustriale e bancario con i loro protettori europei, avrebbe subìto un nuovo uppercut popolare e la via delle riforme liberiste sarebbe stata senpre più impraticabile. Ma proprio questa sua possibilità di successo ha condannato il referendum.
La Corte Costituzionale ha così scelto di difendere il palazzo, con una sentenza assurda sul piano della giustizia e del buonsenso stesso, ma sicuramente cavillosa a sufficienza per impedire il voto.
La stessa Cgil promotrice dei referendum ne esce male. La raccolta di firme era stata posta in alternativa alla mobilitazione dei lavoratori. Contro il Jobsact, così come prima contro la legge Fornero, il principale sindacato italiano non avev

a fatto nulla di significativo, a differenza dei sindacati francesi contro la Loi Travail. Noi non facciamo lotte perdenti, noi vinciamo il referendum, dicevano i leader Cgil. Ecco il risultato, al quale ora si risponde con bofonchiamenti rassegnati, mentre ci si deve anche difendere dall'accusa di usare quei voucher che si vogliono abolire.
Oramai è chiaro che le riforme liberiste non hanno il consenso del popolo e il palazzo, che vuole continuarle, lo ha imparato. Per questo evita i pronunciamenti popolari come la peste. Dobbiamo saperlo, attrezzarci di conseguenza e finirla con chi non fa mai sul serio. Ci scandalizzano, ma non debbono sorprenderci.

giovedì 29 settembre 2016

Quel penoso accordo sulle pensioni...

di Giorgio Cremaschi 

La sostanza dell'accordo è che la Fornero non si tocca. Il catastrofico innalzamento dell'età pensionabile resta tutto a fare i suoi danni alla condizione di lavoro e alla occupazione. Si potrà andare in pensione prima solo se si vincerà la lotteria dei lavori usuranti. Pochi saranno scelti tra coloro che hanno già 41 anni di contributi. Oppure se le aziende ti manderanno via come esubero. Oppure se ti indebiterai per 20 anni con quel raggiro usuraio che è l'APE.
Il solo risultato che viene sbandierato è la quattordicesima aumentata o elargita per la prima volta a circa tre milioni di pensionati con i redditi più bassi. A parte il fatto che gli aumenti non sono quelli vantati dalla propaganda, ma molto inferiori e legati al reddito complessivo del pensionato, c'è da chiarire che i soldi per questo piccolo risultato vengono direttamente dai tagli di tutte le altre pensioni per tutti gli altri pensionati.
L' ultimo comma del verbale firmato da Cgil Cisl Uil rinvia al 2019 la questione del taglio delle indicizzazioni delle pensioni. Come tanti ricordano nel 2012 Elsa Fornero si era commossa in pubblico mentre annunciava che avrebbe bloccato la rivalutazione delle pensioni rispetto all'inflazione. Nel 2014 la Corte Costituzinale ha dichiarato incostituzionle questa misura. Il governo però, come da abitudine, non ha rispettato la sentenza e ha dato solo piccole mance a una platea ridotta di pensionati. Sono in corso molte cause e diversi giudici hanno già rinviato di nuovo il contenzioso alla Corte. Ora governo e Cgil Cisl Uil concordano che se ne riparli nel 2019, nel frattempo milioni di pensionati continueranno a perdere soldi. Per un ammontare calcolato a suo tempo dallo stesso governo in almeno 10 miliardi. Ora siccome tutta la manovra pensionistica, secondo Poletti, costa 6 miliardi si può ben affermare che il bancomat pensionati ha permesso al governo di farsi bello prima del referendum e di intascare 4 miliardi di resto....
Il governo ormai lo conosciamo con i suoi trucchi. La cosa che davvero ci indigna è il degrado di Cgil Cisl Uil, che hanno abbandonato la loro già moderatissima piattaforma per fare da stampella a Renzi. E alla Fornero.

sabato 30 aprile 2016

Buon Primo Maggio

di Giorgio Cremaschi da facebook 

 
Due anime percorrono questo Primo Maggio. Una è quella di regime. Essa è ben simboleggiata dalla orribile pubblicità di Cortina, che usa Pelizza da Volpedo per chiamare alle ultime discese sui suoi costosi impianti di sci. È l'assorbimento consumistico della festa dei lavoratori, come purtroppo è già in gran parte avvenuto per l'8 marzo. Contribuiscono sicuramente a questa distruzione del senso della giornata appuntamenti come il Concertone di Roma. Questo spettacolo promosso da CGIL CISL UIL e concordato censura per censura con le autorità della Rai, ha il compito di rappresentare un momento di svago che non confligge con nessuno, men che meno con chi il lavoro lo sfrutta.
E che la parola sfruttamento sia invece quella più necessaria oggi ce lo dicono da ultimi i dati dell'INAIL, che proprio alla vigilia della festa dei lavoratori ci informano che coloro che sono rimasti uccisi sono il 16% in più rispetto all'anno scorso. 1200 sono le vittime degli omicidi per il mercato, la competitività, la precarietà, lo sfruttamento.
Chi lavora, chi riesce ad uscire dalle sabbie mobili della disoccupazione di massa dove affondano tutti i principi della democrazia, è sottomesso allo sfruttamento perché subisce il più brutale dei ricatti. O mangi sta minestra o salti dalla finestra, questa è la antichissima e brutale filosofia che regola oggi i rapporti di lavoro. E che tiene vincolati alla stessa catena i braccianti impiegati nei campi a tre euro all'ora, gli operai della Fiat costretti a turni massacranti, i dipendenti delle banche che devono vendere obbligazioni a rischio, i lavoratori dei servizi pubblici sui quali si scaricano addosso i tagli allo stato sociale. Ricatto è la parola che oggi accompagna e sostiene sempre l'altra, sfruttamento. Assieme queste due parole sono i pilastri sui quali si regge l'attuale rapporto di lavoro, spinto sempre di più alla regressione verso il Medio Evo. A questa marcia indietro del lavoro ha dato la sua spinta Matteo Renzi, con l'eliminazione dell'articolo 18 e con la continua aggressione a tutti i diritti residui delle lavoratrici e dei lavoratori, che il presidente del consiglio condanna come privilegi da abbattere. Renzi odia i sindacati, soprattutto quelli che fanno il loro dovere a difesa dei lavoratori, e ama i padroni che come Marchionne li combattono. Renzi giudica incomprensibili le lotte e le manifestazioni, che fa regolarmente bastonare dalla polizia. Renzi è capo di governo più aggressivo e reazionario verso il lavoro da molti decenni. Il Primo Maggio nel suo vero significato non può che essere prima di tutto contro Renzi e tutto ciò che fa e rappresenta.
Ecco emergere allora la seconda, la vera anima della festa delle lavoratrici e dei lavoratori: quella che nasce dalla lotta contro il potere che sfrutta. Il segnale più forte e vicino ci viene dalla Francia, dove da un mese lavoratori e studenti lottano contro la loi travail, almeno lì il Jobs act lo traducono. Il Primo Maggio in Francia sarà una giornata di manifestazioni contro Hollande e la sua legge per rendere più facili i licenziamenti. E quei cortei parleranno a noi e a tutti i lavoratori d'Europa, imbrogliati e vessati dalla Unione Europea, dall'Euro, dai sacrifici immani nel nome delle banche e della finanza. Certo rispetto a ciò che accade in Francia la caduta della mobilitazione in Italia è impressionante, ma non dobbiamo scoraggiarci. Nonostante il torpore amministrato dal potere e da Cgil Cisl Uil avremo anche noi tanti segnali di un Primo Maggio contro. Da chi farà sentire la sua rabbia per la fabbrica che chiude a chi protesterà contro i supermercati aperti. Dalle piazze ufficiali dove comunque emergeranno scontento e indignazione, alle mobilitazioni alternative. Tra cui voglio ricordare quella che si svolgerà a Napoli, a Bagnoli contro la privatizzazione di un intero territorio.
Segnali di ripresa di passione e lotta al di fuori della, e contro la, pacificazione di regime ce ne sono e saranno sempre di più. Per questo possiamo comunque augurarci un buon Primo Maggio contro.

martedì 28 aprile 2015

Il richiamo della foresta

di Tonino D’Orazio

Succede in Cgil. All’iniziativa di Landini, la Camusso stringe le fila dei pasdaran dei segretari generali di alcune categorie della confederazione per il blocco alla “deriva”. Aspettando la Conferenza di Organizzazione.

Dice Landini, ma sembra Di Vittorio : "Il nostro obiettivo principale è cambiare le politiche economiche e sociali del governo, che riteniamo del tutto sbagliate, a partire dal Jobs Act". Un nuovo Statuto, il contratto nazionale, una vera rappresentanza. Insomma, per i riformisti politici a “tutti i costi”, roba d’altri tempi.

Intanto l’attacco della Camusso: Se un movimento si basa su un programma politico generale, e si va oltre la rappresentanza del mondo del lavoro, diventa oggettivamente una formazione di ordine politico. Poi ovviamente non può non ammettere che il sindacato è per forza di cose anche un soggetto politico. Ma fa politica sul lavoro e partendo dagli strumenti che gli sono propri, come la contrattazione”. “Rappresenta i lavoratori, insomma, non i cittadini in senso lato: e la sua forza sta proprio in questa parzialità. La Cgil rivendica sempre la centralità del lavoro ed è molto gelosa della propria autonomia. Un po’ di veleno in coda: le considerazioni sulla collocazione personale dei dirigenti sindacali e politici naturalmente sono loro scelte personali. Messo il punto sul concetto stretto di confederalità contrattuale e di linea si scatenano le prese di posizioni.

Stefania Crogi, segretario generale Flai Cgil e Rossana Dettori, segretario generale Fp Cgil: no a sindacato che si sostituisce alla politica. Un po’ schematiche ma chiare. Forse anche inversamente proporzionale.

Parte sparato Franco Martini, (ex area socialista), segretario confederale: “La coalizione sociale? Non è il nostro mestiere”. Come se fare della contrattazione il terreno in cui continuare a contrastare gli effetti negativi delle politiche del governo fosse realmente possibile, e in fondo giusto e chissà anche fino a che punto legale. Un piccolo richiamo all’ordine costituito non fa male: “Ma è chiaro che se la manifestazione del 28 dovesse cambiare pelle, diventare il battesimo di una soggettività politica, ci sarebbe da fare una riflessione”.

Segue Walter Schiavella, segretario generale della Fillea, cioè degli edili, quelli di quasi un morto al giorno, pieno di immigrati schiavizzati al nero, della pensione solo dopo più di 50 anni di lavoro e ai quali i governi succedutesi hanno quasi abolito il numero degli ispettori per amor dei padroni. Il sindacato deve solo “contrattare”. Ci ha aperto un seminario nazionale con altre categorie, Filt, Filctem, Filcams, Nidil, il 1° aprile.

Dobbiamo cambiare radicalmente le politiche economiche e sociali di questo governo, dobbiamo recuperare voce e peso alla rappresentanza delle ragioni del lavoro. Dobbiamo. Dobbiamo. Mai una autocritica sui risultati ottenuti fino ad oggi. Su questo siamo tutti uniti. Abbiamo punti di vista diversi sul come farlo. Occorre rispondere a due interrogativi: chi interpreta la confederalità? E se non viene più interpretata poiché si ammette la debolezza totale del sindacato? Con quali strumenti agisce la relazione politica? E se non esiste da tempo la relazione politica, se non nell’appiattimento generale al Pd, se non alla Troika riformista (poiché chiedono sempre e solo riforme strutturali, cioè per sempre, sulle spalle dei lavoratori) di Bruxelles?

Poi il siluro. Occorre una politica di alleanze sociali, ma esse non possono dar luogo a pericolose evoluzioni. Su quali strategie e quali strumenti usare paiono chiaramente alternative fra loro. Su questo occorre misurarci: fra chi ritiene prioritaria la strada del movimentismo e delle alleanze sociali a tutto tondo e chi pensa invece che esse vadano costruite partendo dalla centralità del lavoro e, quindi, della contrattazione. Noi, come noto, siamo perché dal lavoro e dalla contrattazione si debba partire”. Non si può prescindere dalla necessità di consolidare l’unità tra Cgil Cisl Uil. Cioè il vecchio sine qua non che avanza, che non funziona più realisticamente da 20 anni se non per frenare, e che intende lasciar scivolare la Cgil nell’indebolimento e nella non rappresentanza generale del lavoro, se non quella di coloro che già ce l’avevano e che man mano usciranno dal tempo indeterminato, o dalla continua chiusura delle fabbriche. Gli altri, sempre più senza diritti e più sfruttati, non sanno che farsene del sindacato. Chiedetelo al Nidil che se non avesse i precari pubblici, ad alto tasso politico, non esisterebbe. Tutti sanno, dalla precarizzazione delle leggi Treu (Pd) in poi (1995) che i precari non possono assolutamente iscriversi al sindacato pena il licenziamento immediato. Più oggi che ieri. Il gurù dei riformisti Ichino pontifica soddisfatto: “Il Jobs Act è fatto per licenziare”.

La Gabrielli, seg. Filcams, (Terziario, Turismo e Servizi) ha appena rinnovato il “contratto”. 85€ in tre anni, al quarto livello però. A fine ottobre e per il futuro, ma già programmato da Renzi dal novembre scorso, l’aumento dell’IVA al 25,5% (oppure tagli agli sgravi fiscali) si sarà già rimangiato tutto. Ma questo non c’entra con il contratto che va “comunque fatto”. Cosa hanno ceduto i lavoratori sui diritti di vita o di benessere per ottenere questo “aumento stipendiale”? La difficile sopravvivenza oraria di sfruttamento a chiamata diretta del padrone e la possibilità, legislativa e non contrattuale di essere licenziati su due piedi. Quisquiglie schiaviste. Più soldi, per finta, per meno diritti reali. Il concetto di soddisfazione rimane alla radice: “sempre meglio di niente”.

Carla Cantone e Maurizio Landini, si ritrovano in un incontro – dibattito aperto ai cittadini, dopo la manifestazione Fiom di Roma, nel corso del quale i due dirigenti nazionali indicheranno gli obiettivi della nuova stagione sindacale. Chiarissima l’importanza della posizione dello SPI, sindacato compresso ma maggioritario della Cgil, per lo sviluppo dell’ipotesi Unions. I pensionati Cgil, che hanno perso una grande percentuale del loro già misero potere d’acquisto, rimangono un elemento chiave per la costruzione delle Unions, che dovrebbe raggruppare proprio chi soffre di più la politica neoliberista della povertà. Cantone precisa però all'agenzia Ansa di non voler discutere del nuovo soggetto politico del segretario della Fiom. Meglio la fuga. Chi conosce la Cantone sa quanto si sia speso per sostenere Cuperlo (Pd) nella campagna per le primarie di quel partito, malgrado il giuramento continuo sull’autonomia. Malgrado il dialogo sostenuto con il negazionista Civati.

Altri rimangono nell’analisi della situazione, spiegandola in dettaglio a chi la vive.

Slc (Lavoratori Comunicazione). Michele Azzola. “Aver deciso, con il Jobs Act, di incentivare le assunzioni ha avuto come conseguenza che le aziende che si presentano ex novo alle gare, con personale che costa oltre il 30% in meno rispetto a chi già gestisce il servizio, vincono gli appalti escludendo il personale che garantisce il servizio stesso. Nei prossimi mesi assisteremo alla sostituzione di tutto il personale che opera nei call center, o nelle cooperative sociali, generando drammi sociali in tutta la penisola”. Non creazione: sostituzione.

Il leit motiv è quello di sempre: abbiamo il dovere di rappresentare la realtà del lavoro per cambiarla. Dopo tutto quello che è già stato fatto? Tutti continuano a lanciare grande idee di contrattazione futura. Ha ragione Michele Prospero nella sua analisi di una realtà da prefascismo: “Con le scelte legislative che il governo Renzi ha imposto a tappe forzate, il mondo del lavoro è stato colpito su cruciali questioni di identità, di memoria, di interessi collettivi. Un attacco così sistematico e totale progettato per distruggere il sindacato come soggetto democratico, per cancellare le conquiste del lavoro e la sua dignità nello spazio sociale, a nessun governo era mai riuscito”. In fondo nemmeno a Mussolini. A questo e di questo deve rispondere la Cgil ai lavoratori italiani, tutti, senza venire a scusarsi dopo. Allora ben venga Landini se ridà fiato alla storia dei lavoratori! Ma non sembra il momento nemmeno in casa. Dopo la fiammata mediatica è tornato un silenzio stampa previsto.

Renzi, mentre i sindacati si muovono, ha già fatto terra bruciata intorno a loro, e per legge, alla quale anche la Cgil non può “disubbidire”, imporrà la visione dei padroni anche sui tanto vantati contratti. Il resto è, e sarà, ascolto, fino alla prossima pretesa dei padroni. Ammettiamo che rimane poco, oltre il famigerato diritto di sciopero che presto sarà tutto nelle mani del ministro di turno, riformista o di destra.

Quando il sindacalismo, punto di forza delle vere emancipazioni, della dignità del lavoro nei fatti, si cancella, tutto si degrada, non solo il lavoro, tutto si sposta e in quel vuoto le piazze si riempiono sia dell’estrema destra che degli integralismi religiosi o razziali. Tutti e due cancellano il termine solidarietà e dividono e spezzettano la società in interessi di clan e lobbie. Per questo Renzie è di destra. Del neoliberismo più becero e fascista che comincia a preoccupare anche il Tribunale Europeo dell’Aia. Ma simpatico, gioviale, finalmente di nuovo uno che comanda e che ci salverà. Dopo la “riforma” elettorale per i prossimi 20 anni.

lunedì 3 novembre 2014

La Leopolda e la piazza rossa

di Tonino D'Orazio
 
A parte il nome suggestivamente boccaccesco, quasi un bel sinonimo del sesso femminile, la Leopolda rappresenta l’antagonista vera dello scontro con la Cgil e il popolo di piazza San Giovanni. La spaccatura tra una sinistra vera e una subdola di facciata. Popolo questa volta particolarmente numeroso ma soprattutto composto anche di molti azionisti della ditta PD&C. E’ un po’ come se l’amministratore delegato snobbasse i propri azionisti tra l’altro derubandoli. Nella norma: succede così anche alle imprese quotate in borsa.
La protervia dell’amministratore delegato con tracce di comportamento da piccolo bulletto, e vi parla uno che nella sua vita ne ha sempre rintracciato facilmente, nella scuola, le caratteristiche comportamentali e, in genere. il codazzo di ragazzine ammirate che si trascinano dietro, è pari a quella di Tronchetti Provera che con il 3% del capitale e alcuni “amici” stranieri ha gestito, affossato e svenduto il colosso Telecom. L’analogia con Renzi, la sua ditta e i suoi amici della troika sembra eccezionale se non fatale.
Ma torniamo all’antagonismo tra la Leopolda e la piazza, con la sua demonizzazione da parte di Renzie, il giorno prima della manifestazione, a reti unificate e da tutti i cosiddetti giornalisti milionari e sedicenti “professionisti” di sinistra. Anche loro contro la piazza rossa, sottilmente. La7 e l’ex penta-stellato Mentana, non ha osato più fare la diretta. Le minacce sono nell’aria e Rainews24 passa la diretta e le interviste dalla piazza al circo (parola azzeccata per cordata di amici) della Leopolda, in modo “equilibrato”. La minaccia di Renzi ai suoi? “Chi è nella piazza è contro di me, del governo e del PD”. Che sono tutte la stessa cosa. Quando si dice bulletto.
La partecipazione così numerosa sancisce una nuova spaccatura tra la sinistra vera rappresentata dal mondo del lavoro in carne ed ossa e la Leopolda che ormai rifiuta di chiamarsi di sinistra, che vira a destra, e che forse non ne pretende più i voti perché spera di rubarli all’amico dell’accordo segreto del Nazzareno. Ecco perché non “ha paura che si crei qualcosa a sinistra”, anzi sembra auspicarlo.
Ma a questo punto, anche se pezzi di Sel (e M5S) migrano in tempo verso lidi che pensano più sicuri perché il capo ha detto come farà una legge elettorale da asso piglia tutto, cos’aspetta la sinistra vera e pur visibilmente esistente in questo paese ad unificarsi. Si potrebbe dire: se non ora, quando? Chi si ritiene di sinistra organizzi la sinistra, non è più tempo di moine se si vuol dare continuità politica a questa piazza rossa. Già Cofferati sbagliò una volta, scappando dalle sue responsabilità e dalle speranze suscitate e riportò tutti, o quasi, a credere che i DS (e poi la ditta PD) erano ancora di sinistra, mentre il verme dell’ambiguità era già nella mela, evidenziato nel cambio continuo del nome.
Cos’aspetta la sinistra a riprendersi l’Emilia Romagna prima che se la prende prossimamente, come Genova tra poco, il Movimento 5 Stelle o una destra incarognita?
La piazza sta dimostrando che il pifferaio è nudo e che il continuo gioco delle tre carte, o il cerino acceso in mano alle regioni e agli enti locali, è scoperto. Ma anche che la sinistra ha bisogno di rappresentanza vera, politica, visto che i lavoratori, i disoccupati, i precari, i pensionati ci credono e sono presenti. Pensate, anche quelli iscritti all’Ugl e dissidenti cisl e uil. Ricordando che i lavoratori sono uguali dappertutto con le loro difficoltà e sofferenze, non dovute al fato o alla disgrazia ma a politiche vere contro di loro, in questa guerra di inizio secolo come per analogia lo era quella dell’inizio del secolo scorso. Ci misero tempo, ma anche allora riuscirono ad individuare nel partito socialista (vero), un partito loro, lo strumento di riscatto. Ci volle un Mussolini e il fascismo per farli desistere con la forza. Oggi ci sono i democrats che, insieme alla destra (e quasi non stupisce nessuno), li sta affossando, un po’ alla volta. Non è finita e non se ne vede ancora il fondo.
Dispiace che non vi siano bandiere del Movimento 5 Stelle (mentre vi erano molte “falce e martello”), reso mediaticamente silenzioso, ma unica vera opposizione in Parlamento, piaccia o no. Tra l’altro pur sensibili al mondo del lavoro, anche perché è un movimento di giovani e in stragrande maggioranza, come da statistica, di precari e nomadi senza futuro. Chi minimizza non capisce che questa è la loro vera forza. Su argomenti e obiettivi precisi come il lavoro nessuno dovrebbe essere contro di loro. Se la storia della sinistra ci ha insegnato la forza dell’unità sugli obiettivi, così come la cerca giustamente la Cgil a tutti i costi anche davanti al diniego continuo di Cisl e Uil, qualcosa oltre alla demonizzazione, si dovrà pur fare.
Allora il sindacato riacquisti una funzione prettamente più politica, con la sua autonomia di rappresentanza, prima che, oltre l’erba, anche la terra gli venga tolta sotto i piedi. Per esempio, prossima tappa, l’abolizione non frontale dello sciopero, vecchio arnese che fa perdere lavoro e competitività al paese (Squinzi dixit). La Cisl e la Uil penso si siano accorti che il sindacato istituzionale verrà bocciato tramite l’assenza di commesse sociali (Caaf, Patronati, formazione), già preannunciati, (ideologicamente con il “ne faremo a meno”) con l’impossibilità di salvare i mobili, anche se sono pronti a minacciare a chiacchiere e firmare di nuovo tutto e in bianco.
Lo scontro di Renzi contro i sindacati sono, e saranno sempre più, di bombardamento culturale sul vecchio da rottamare e su responsabilità da addebitare loro, anche se alcune ci sono (non che sia la panacea ma l’ultimo vero sciopero generale è avvenuto 28 anni fa), pur sapendo che le leggi le hanno fatte i partiti, in particolare la sua ditta in modo subdolo, a danno dei diritti del genere umano chiamato lavoratori e famiglia, usurpandone la rappresentatività.
Ma l’attore non ha paura della parte, ormai gioca a tutto spiano, con un codazzo servile, il ruolo mediatico del Capitan Fracassa davanti ad un pubblico sempre affascinato dalla commedia dell’arte, dalle menzogne, dalle chiacchiere, dalle frasi spot tipicamente commerciali, dalle prevaricazioni e finalmente sempre illuso e disilluso nelle speranze.
Nella pianificazione generale dell’abbattimento del welfare e dei diritti sociali, a medio e lungo termine, non dobbiamo dimenticare che i padroni avranno le mani libere solo dopo l’abolizione, o l’indebolimento in un modo o l’altro, delle organizzazioni sindacali. E’ un obiettivo tipico delle destre estreme dette fasciste ma anche delle nuove destre “democratiche” che sono la loro medesima controfigura “accettabile”. Ma che ci sia sempre meno democrazia e partecipazione e sempre più leaderismo e oligarchie di potere e strapotere, éra Napolitano/Berlusconi e a seguire, dovrebbe essere capito, assodato e rifiutato da tempo.
I lavoratori non possono aspettare ancora per molto che qualcuno li rappresenti politicamente nelle sedi istituzionali. Il sindacato, zoccolo duro della Costituzione e della democrazia può aspettare ancora il suo deterioramento e lo sgretolamento continuo al quale è sottoposto? Può ancora inseguire chi li piglia a pesci in faccia? Quale è il suo grado di autonomia e di rappresentanza oggi se non ha più né sostegno né controparte politica?
E se dopo la manifestazione non succede nulla, e se dopo lo sciopero generale non succede nulla, quale sarà il grado di attesa e per che cosa? Basta un Landini per dire “Da qui andremo anche allo sciopero generale, se serve, e anche oltre lo sciopero generale”? Che vuol dire?
La Cgil dovrà pur decidere se la manifestazione, lo sciopero generale (che minacciato e puntualmente eluso) sono solo simboli rimasti e considerati rituali, come l’art.18, anche dall’opinione pubblica come vecchi arnesi sindacali del secolo scorso, oppure come difenderli da un attacco così violento della destra, ditta PD&C. compresa, o almeno come difendere i propri delegati sul posto di lavoro, diventati senza protezione e sicuramente tra i primi prossimi licenziati. Cosa fare dello sgretolamento della sua naturale base organizzata e dei propri iscritti, costretti a ridiventare semi-clandestini. Come difendere l’Inps, strumento di reale welfare che rappresenta i tanti cittadini-lavoratori “azionisti” che vi hanno versato soldi e vita che servono a tutti e che non hanno nulla da dire, commissariata da una politica vorace, con un governo che di volta in volta vi fa la cresta per mantenere le sue promesse da tre carte. Si ricominci intanto dalla solidarietà e dal mutuo soccorso, ma da una attenzione vera anche sui propri soldi.
Non esiste autonomia senza profondo impegno politico della propria rappresentanza. Non si vive al di fuori delle istituzioni repubblicane in grande e autonoma solitudine. Per altri significa istituzionalizzazione, per la Cgil è impossibile, per la sua natura e la sua storia. Ma adesso che le cose sono più chiare perché esiste una sinistra sociale di piazza e di popolo e una loggia oligarchica e salottiera di destra dall’altra, non si può rimanere fermi. Non ce ne possiamo fare una ragione e, come dice la Camusso, Renzi e i suoi adepti, non possono “stare sereni”.

martedì 7 ottobre 2014

Finalmente la destra

di Tonino D’Orazio

Finalmente anche in Italia è arrivata la destra a viso scoperto. La ditta PD&Company si è schierata apertamente contro i lavoratori aprendo addirittura uno scontro tra “popolo” e organizzazioni sindacali. Tra chi rappresenta 18 cittadini italiani su cento elettori (e non è nemmeno detto) e chi ne rappresenta realmente, iscrizioni alla mano, più di 30. Non vi sono più alibi di rappresentanza. Dispiace per quelli che in Cgil ci avevano creduto, non si possono prendere pesci in faccia continuamente dagli amici. Di guance ne abbiamo solo due. E qui il problema è che non basta una manifestazione o uno sciopero. L’aspetto culturale negativo e di scontro è definitivo, lungo e troppo profondo.
Persino Cisl e Uil fanno finta di arrabbiarsi. Non contano più e non possono più sottoscrivere accordi in bianco passando dalla porta di servizio. Però possono tenere a bada la Cgil sulla questione “unitaria a tutti i costi” altrimenti “non si vince”. Solo un assioma. Renzie lo sa, come tutti ormai.
La megalomania del dirigente capo della ditta PD&C. sta raggiungendo apici di tracotanza mai visti, con il vero volto di chi non ha bisogno di nessuno, può fare quello che vuole, se non di una truppa allineata e coperta con un gruppettino che fa finta, a parole, di recalcitrare, quindi in realtà utili allo scopo e al maquillage. Ma poi la ditta è la ditta e il capo è il capo. Non importa se manca la mano d’opera, basta che ci siano i soldi.
Strano questo gruppetto, ex di tanti partiti da loro prodotti ogni 8 anni (cattiveria:per rinnovare i due mandati. Cfr. date prego), con grande esperienza storica e politica, terrorizzata dalla prossima non elezione, e alienata nel seguire linee politiche del ragazzino, a loro estremamente se non personalmente sfavorevoli. Renzi oltre ad aver rottamato loro ha rottamato anche il partito. Un senatore che abolisce il Senato (e quindi sé stesso), regalandolo a cordate varie di secondo o terzo livello “elettivo”, non è mai esistito, né nella storia delle democrazie borghesi né in nessun altro paese a cultura occidentale con equilibrio di poteri. (A meno che sia una finta esoterica, un giochetto da “prima lettura”). Né mai parlamentari, deputati o senatori, che rinunciano al mandato degli elettori, anche se assegnato alla loro coscienza, con una cessione di rappresentanza ad un paio di capetti e alla loro corte. Tali, fatti e dati alla mano, possono essere considerati sia Berlusconi che Renzi. Quest’ultimo una vera e evidente fotocopia dell’altro, ma efficace nell’abolire punti centrali della Costituzione e nell’asservire i poteri dello stato. Stessi metodi, stessa corte, stessa immagine, stessa altezza. Apre e chiude tutti i telegiornali e talk-show. Con la benedizione di un ultra novantenne reazionario, che Dio e i banchieri l’abbiano in gloria.
Qual’è il dato positivo di questo smarcamento della ditta PD&C dopo essersi tolta la maschera di “sinistra” e aver ribadito che i sindacati non servono, cioè le reali organizzazioni dei lavoratori pur con le loro difficoltà? Difficoltà dovute più ai sistemi legislativi e giuslavoristi “innovativi” risultati fasulli che dalla loro coerenza. Più volte Renzie ha ribadito che “se ne può fare a meno”, come Marchionne. Quando l’aveva suggerito Grillo era successa una demonizzazione isterica di tutto il resto dell’arco costituzionale e dei sindacati stessi. Renzi giocherà sicuramente ad incontrarli all’ultimo momento ma per chiedere loro altro e ancora di più. Lo stato di asservimento dei lavoratori non è ancora finito e forze ideologiche esterne non hanno ancora terminato lo sporco lavoro.
Paradossalmente questa chiarezza di una destra compatta da anni nel governare questo paese verso la povertà dei suoi cittadini, e a nome loro, presuppone la possibilità di spazio e apertura per la rinascita di una vera sinistra, anche se, tenuto conto della pressione internazionale del neocapitalismo totalitario, con obiettivi minimi di socialismo e di appartenenza alla classe dei lavoratori, senza se e senza ma. Lasciamo perdere la diatriba stupida che ci ha occupato per anni nel definire cos’è oggi la sinistra. Basta fare il contrario di ciò che ha fatto in questi anni il neoliberismo, per quanto banale e semplice sembri. Rilanciando sicuramente, a vera tutela dei lavoratori tutti, l’investimento pubblico con un piano di reindustrializzazione per lo sviluppo del paese, imprenditori compresi. Anche per loro, almeno per i più seri, sarebbe una salvezza, invece di fallire, di vendere o di prendere soldi dallo stato e scappare, in un modo o in un altro, all’estero. Questa paradossale speranza richiede anche che vadano via tutti quelli che hanno distrutto la sinistra con le loro bizze, a volte stupidità personalistiche, e che si ricominci con altri di buona volontà. Non raccogliendo nemmeno le briciole scartate, presto o tardi, dalla ditta Pd&C e sapendo che con piccole percentuali non si va da nessuna parte. Sapendo altresì che tutte le prossime leggi elettorali, Costituzione o no, avranno il marchio che assoderà il “tutti per uno” e il premio anticostituzionale dall’ovetto Kinder. Il capo, anelito di tutti i popoli democratici.
Ironia ideologica, non solo i proletari di tutto il mondo non si sono uniti, pur di fronte a un padronato ferocemente unito e micidiale in guerra contro di loro, ma hanno portato loro in dote, con una innocenza stupefacente, una serie di falsi mediatori. Per anni.
Ironia anche della storia popolare del nostro paese. Solo la propaganda e il melodramma funzionano sempre, con strumenti (esempio la televisione) che oggi possiamo paragonare ad “armi di distruzione di massa” culturale. Come il film, dove la realtà e il tempo non contano ma solo ciò che appare. Fatta salva paradossalmente la questione dittatura, ma pensare che se Mussolini avesse voluto le elezioni sarebbe sicuramente stato eletto “democraticamente” a furor di popolo non è escluso. E’ un paese il nostro che procede per ventenni, più o meno, e vi ci si affeziona. Dopo il fascismo un traboccante ventennio monocolore democristiano. Poi un altro, più o meno ventennio di centrosinistra con i socialisti che si spostavano sempre più al centro fino ad essere inglobati nel disastro di “mani pulite”, poi un pesante ventennio berlusconiano con una distruzione mai vista dei diritti del lavoro. Perché non dovrebbe esserci un altro ventennio popolare-operaio per Renzi inglobato (o inglobante) sempre dalla destra? Ormai la preoccupazione di Berlusconi è che Renzi gli freghi i voti con il suo programma piduista non ancora concluso.
La risposta in verità ce l’ha sempre la sinistra, ma fa finta di non saperlo. E’ sempre occupata a tutt’altro, anche a chiedersi introspettivamente come è fatta e chi è. Tempo scaduto o opportunità, possibilità, di ripresa, anche se non per ora?

mercoledì 1 ottobre 2014

Precariato e Art. 18

di Tonino D’Orazio

L'affondo in prosopopea di Renzi, rende tutti perplessi. "Noi non cancelliamo semplicemente l'art 18, ma tutti i co.co.co, co.co.pro, cancelliamo il precariato e tutte quelle forme di collaborazione che hanno fatto del precariato la forma prevalente del lavoro. Questo diritto che c'è arriva da un giudice, noi vogliamo cancellare questo. Non voglio che la scelta di licenziare o assumere sia in mano ad un  giudice, deve essere in mano all'imprenditore.” Finalmente cade la maschera sua e del PD. Il lavoro non è più un diritto garantito dalla Costituzione e dalle leggi dello stato tramite la magistratura, è una semplice merce da bancarella. Cita:” "Il lavoro non è un diritto in Italia, il lavoro è un dovere”. A dire il vero ci eravamo già accorti che l’Italia non è più una Repubblica fondata sul lavoro. Poi la giusta e incredibile chiacchiera: “L'importante è che lo Stato non lasci a casa nessuno". "Io non tratto con la minoranza del partito ma con i lavoratori" e dice basta a una sinistra "opportunista e inchiodata al 25%", che fa dell'articolo 18 una "battaglia ideologica". Sembra non capire, oppure sì, i grandi benefici le opportunità, per i padroni, dell’infame (visti i risultati) legge Biagi. Non gliela faranno smontare facilmente, anzi potranno licenziare a piacimento (e con il contributo dello stato) 8 milioni di lavoratori “garantiti” dall’art.18 e riprenderne 6/7 milioni a progetto. Il resto svilupperà le lacrime di coccodrillo di politici e di talk show, sull’aumento della disoccupazione in Italia. Come ad ogni riforma annuale del mercato del lavoro.
Dopo aver aperto al “confronto” (ma non a tutti i costi) con i sindacati nel discorso d'apertura della direzione del suo personale partito, (anzi l’ha chiamato finalmente “ditta”), Renzi ha definito "inaccettabile che non si dica che in questi anni hanno avuto una responsabilità drammatica" perché "hanno rappresentato una sola parte. Se non lo diciamo noi, facciamo un danno al sindacato". E’ la buffonata finale: i sindacati dei lavoratori dovevano rappresentare anche i padroni! Mentre questi, con i loro vari capi ideologici, Fmi, Bce, UE, Berlusconi, i fascisti di Fini, gli ex-socialisti passati a destra ecc, distruggevano il patrimonio giuridico ed economico del mondo del lavoro italiano (e non solo), impoverivano milioni di lavoratori e pensionati, e precarizzavano senza futuro la vita di milioni di giovani. Forse le organizzazioni sindacali sono state troppo accondiscendenti, trovando sempre tavoli e concertazioni che li riportavano indietro di decenni, passo dopo passo, fino ad arrivare oggi al ritorno ai primi del ‘900. Infatti i prossimi tavoli riguarderanno quel poco che c’è rimasto in tre punti: una legge sulla rappresentanza sindacale, (ne vedremo delle belle con lacci e laccioli), la contrattazione di secondo livello (che abbatterà il CCNNLL e ci avvierà al sistema americano, contratto fabbrica per fabbrica; competitività tra fabbriche) e il salario minimo (abbassando quello troppo alto dei “lavoratori privilegiati”, tutti giù)". Per i pensionati c’è già la proposta del FMI.
Renzie ironicamente dà a se stesso un consiglio valido per i sindacati: “"Le mediazioni vanno bene, il compromesso va bene, ma non si fanno a tutti i costi i compromessi”.
La Cgil si dichiara pronta ad "accettare la sfida", apprezzando "i toni diversi dal passato" del premier. Scherziamo? Quali toni diversi? Quale “passato” se in cinque mesi non ha fatto altro che dichiarare che “può fare a meno” di tutti (anche del parlamento) grazie all’amico Berlusconi che notoriamente, da piduista, sa che la forza del sindacato deve essere distrutta per avere le mani totalmente libere. Come si può prevedere una “grande manifestazione” disinnescandola con tentativi di consultazioni sapendo che la legge sulla riforma del lavoro sarà già approvata personalmente da Renzie e dal fedele amico Berlusconi. Infatti Cisl e Uil si sono già smarcati, come sempre. Uno dimettendosi, l’altro trovando la proposta “interessante”.
Dopo l’abbattimento dell’art.18 , in fase avanzata, il FMI ha già ordinato la prossima mossa: ridurre le pensioni. Quelle che sono già le più povere dell’UE. Tutti alla fame. Indipendentemente dall’aumento e dai prossimi rincari annunciati come energia (+ 1,9%) e gas (+ 6,8%) con l’avanzare della stagione fredda. Grazie Obama, Merkel e Mongherini. Ci hanno fatto già pagare l’embargo e le “sanzioni” alla Russia. Loro ideologicamente decidono e sparlano e noi paghiamo.
Infatti sembrano i pupari della nostra storia, della nostra Costituzione, della nostra economia e della nostra cultura pacifica. Le utilizzano a piacimento personale, scaraventandoci, come dice Bergoglio in una terza guerra mondiale diffusa e in una povertà ormai endemica. Con il nostro plauso alienato.
L’abbattimento dell’art.18, anche se non serve, lo hanno deciso altri, per pura ideologia. L’Italia è cavia della disarticolazione della giurisprudenza del lavoro e della sua dignità. Ovviamente facendola fare alla “sinistra”.


giovedì 25 settembre 2014

Partiti e sindacati

di Tonino D'Orazio 
 
Sono parole forti o è una concreta strategia alla quale stiamo assistendo e in un certo modo partecipando?
Il nostro ideale repubblicano deriva interamente dalla nozione di volontà generale, anche se questa è una nozione assai complessa. Poiché in realtà si tratta di preferire la volontà del popolo a una volontà singola. Certamente pensare non che una cosa sia giusta perché il popolo la vuole, ma che a certe condizioni il volere del popolo ha maggiori probabilità di qualsiasi altro volere di essere conforme alla giustizia sociale e politica. O perlomeno a diminuire errori politici complessivi. Eppure se una sola passione collettiva (per esempio la guerra) afferra tutto un paese, il paese intero è unanime nel delitto.
L’altro elemento che sembra meno evidente in questa fase “democratica” è che il popolo possa esprimere il suo volere rispetto ai problemi della vita pubblica e non fare soltanto una scelta di persone. Questa è una esigenza compressa ormai da partiti diventati autoritari per impedirlo e che decidono in modo viscido a nome loro. Sembra che la volontà generale non abbia alcuna relazione con le loro scelte. Quant’anche spesso pilotate. In realtà un Renzie comanda con il voto di meno di 20 cittadini su cento italiani. Ne va anche strumentalmente molto fiero, come i re “unti dal Signore”. Eppure la realtà sta rincorrendo le sue fughe in avanti, e a parte qualche ulteriore piroetta non può stare sereno.
In linea di principio il partito (o il sindacato) è uno strumento al servizio di una certa concezione del bene pubblico. E’ uno strumento per “fabbricare” una passione collettiva tale da diventare maggioranza ed avere aspirazioni egemoniche. Sono sempre legati agli interessi di una categoria sociale e esercita passione presso i propri iscritti se vi rimane. Viene combattuto da partiti avversari con passioni diverse se non inconsciamente simili, nella difficoltà di cosa ritenere buono per bene pubblico o bene privato. Spesso facendo coincidere il bene pubblico e quegli interessi. Finché risultino formalmente evidenti, altrimenti vengono mascherati perfino contro l’ovvietà. Questo è un virus mortale per i partiti poiché non tutti possono rappresentare tutti, a meno di definire uno stato sociale, con tutte le sue pulsioni, “pacificato” e non suscettibile di tensioni o capovolgimenti. Situazione dove tutti cedono sovranità al più “forte” che si è impossessato di tutti gli strumenti offerti, volenti o nolenti, dalla “democrazia”.
La pressione collettiva viene esercitata sul grande pubblico attraverso la propaganda. Lo scopo confessato dalla propaganda è di persuadere, non di comunicare. Tutti i partiti fanno propaganda e nessuno può negare il loro obiettivo di educare il pubblico, e lavorare per “formare” il giudizio del popolo in passione utilizzabile. Pensate alla presa culturale dei partiti per l’indottrinamento della e nella scuola. Oppure in questi mesi l’indottrinamento televisivo, anche se a volte ridicolo, di “quanti bei vantaggi” abbiamo ottenuto dall’Europa, sapendo quanto quest’ultima sia stata un po’ maltrattata in queste ultime elezioni. Ma se continuano sanno che saremo educati allo scopo, almeno la parte utile o più debole critica-mente della popolazione.
In linea di principio il partito è uno strumento al servizio di una certa concezione del bene pubblico, almeno così si può interpretare nella storia e nella nostra Costituzione, anche se non hanno mai voluto essere “regolamentati” da leggi chiare sul loro funzionamento e sui loro limiti riguardo alla preminenza del popolo, unico vero arbitro. Ciò è vero anche per quelli che sono legati agli interessi di una categoria sociale, come le organizzazioni sindacali che organizzano milioni di persone, poiché si tratta sempre di una certa concezione del bene pubblico in virtù della quale vi sarebbe coincidenza tra il bene pubblico e quegli interessi. Anche se questa concezione in verità risulta estremamente vaga quando poi si scontra con la predominanza degli interessi più “forti”. Tra l’altro una concezione del bene pubblico non è cosa facile da pensare e perseguire, soprattutto se la società di riferimento viene opportunamente aiutata a frazionarsi e deflagrare. Un partito però pone come assioma di rappresentare il bene pubblico e di tutti. Ciò non è mai esistito, è solo appropriazione del potere. Poi si vedrà. E non si è visto altro, da un po’ di anni, che accozzaglie innaturali di idee messe in comune in grandi “coalizioni” e aggregazioni come collanti per il potere. Il risultato è feroce per il bene pubblico e per il popolo (o no?).
Tra l’altro alcune espressioni in merito al partito sono chiare. Nessuno parlerebbe più oggi col termine un po’ guerriero del “militante”. Nessuno può utilizzare il termine di rappresentanza di una parte della società se non strumentalmente. Anzi voler rappresentare tutti, pur significando di non rappresentare nessuno, lo possono fare insieme e in accordo due parti anche in profondo contrasto ideale e rappresentativo fra loro, con un tira e molla risultato deleterio per i più deboli. Partito “liquido” (drammaticamente come l’acqua che occupa gli spazi vuoti e si adatta a qualsiasi contenitore), cioè non più strutturato con posizioni condivise da circoli o dalla partecipazione continua. Vi sono oggi solo riunioni di organismi dirigenti, eletti ogni tot anni, con segreterie plenipotenziarie, anzi segretari autoritari (leader populisti), alle quali le maggioranze sono costrette poi a delegare tutte le decisioni. Spesso in ritardo culturale e politico in rapporto alle linee congressuali condivise , in un quadro politico reale in sviluppo troppo rapido. Quindi non esiste una linea di partito o di sindacato. E’ come una macchina nuova appena uscita dalla concessionaria; vale meno della metà. Tutto da rifare anche durante i congressi stessi. Quello della Cgil per esempio, pur con un “progetto” per il lavoro, è avvenuto in un passaggio di consegne tra due governi e due premier non eletti, ma estremamente decisionisti. Non se ne fa nulla.
Il problema di fondo è che ormai i partiti liquidi, ma con un solo capo, si sono impadroniti dello Stato, della Carta Costituzionale e di tutte le leve del potere, andando avanti nella dissacrazione degli stessi, nella manipolazione della rappresentanza popolare e nel consolidamento della loro illegalità (povera Corte Costituzionale!). A questo livello questi partiti sono un bene o un male? Sono autoriformabili o non meritano il titolo, pur interessante e democratico, di partito, essendo diventati tutt’altro?
Finalmente anche la Camusso e la Cgil, ma forse non tutta, in un intervista decreta che questo “governo sceglie misure di destra, la sua unica logica è attaccare i sindacati”. Intanto l’aver capito tardi, da almeno due congressi che la logica capitalistica di questo secolo è quella di abolire i sindacati, rendendoli pressoché inutili (“Se ne può fare a meno” esplicitato) perché malgrado la lotta blanda di questi ultimi due decenni e l’accettazione di un concetto di flessibilità del lavoro ormai con grande evidenza diventato tallone di Achille con la precarizzazione, rimane ancora uno zoccolo duro della difesa dei diritti. E’ troppo per un neocapitalismo e una concezione americana, cioè accordi fabbrica per fabbrica, convivere con l’esistenza di un sindacato confederale dei lavoratori, ma forse anche con quello padronale. E’ tardi per dire che “l’Europa è contro un mercato del lavoro duale, [dopo aver rincorso le straordinarie cavolate di Ichino per anni, visti i risultati. Ndr.] e che in Europa è il contratto a tempo indeterminato ad essere considerato lo standard”.
Però se la Cgil non rappresenta più il mondo complessivo reale del lavoro può essere oggi attaccata frontalmente dalle forze di destra e quelle che fanno finta di essere di sinistra. Insieme l’hanno, e continuano, sgretolata. Non riesce realisticamente a minacciare più niente e nessuno, i suoi strumenti storici sono spuntati. Sono rimasti spesso proclami. Pensare che chi ha aiutato a spuntarglieli possano essere stati anche Cisl e Uil, con la trappola dell’unità a tutti i costi, non è peccato. E’ il compimento di un altro capitolo della P2. Il virus dell’indebolimento covava da dopo Cofferati e forse già con lui. Ma soprattutto da quando la “sinistra” politica del paese, non più sponda dei lavoratori, è diventata collaterale alla destra e alla sua ideologia.

mercoledì 19 febbraio 2014

Congresso CGIL in chiaroscuro

di Tonino D'Orazio

Un altro congresso epocale di svolta. E le parole sono di nuovo sassi.

L’identità indica, designa, il carattere permanente e fondamentale di una persona o di un gruppo e l’insieme di caratteristiche culturali e di tradizioni che un popolo avverte come proprie. Il popolo della Cgil è tale con la sua identità di partenza e di percorso, con una idea di politica identitaria che ne ha sempre fatto la sua forza. Il problema rimaneva e rimane a tutt’oggi il diritto delle minoranze a conservare la propria ricchezza nel complesso della confederazione.

Purtroppo questa confederazione proviene da due congressi anch’essi di svolta, che hanno sancito una profonda divisione interna che l’ha indebolita, proprio in una fase in cui strutturalmente il capitale finanziario, ma anche quello produttivo, ha ricomposto parte della sua crisi e rilanciato un modello di sfruttamento ineguagliabile in tempi moderni. Un modello di riappropriazione di tutti i mezzi di produzione (compresi organizzazione del lavoro, abbattimento dei diritti civici e delle tutele sociali dei lavoratori) e di cancellazione del potere equilibratore dello Stato nelle politiche economiche e sociali.

Cioè nelle politiche identitarie e deontologiche della confederazione generale del lavoro.

Quale è stata la reazione? Il giudizio è contrastante e si è ripercosso già nei due congressi precedenti. Il riformismo della confederazione, sua essenza storica, non ha dato i risultati sperati. La confederazione ha perso per strada man mano svariate tutele dei lavoratori, dalla tenuta sul potere d’acquisto e del salario, allo sviluppo delle politiche e dei piani industriali. E’ stata messa all’angolo da tutti, compreso dalle altre due organizzazioni sindacali e dai partiti che avrebbero dovuto rappresentare la difesa se non lo sviluppo dei diritti del mondo del lavoro. Si sono tutti adeguati fatalmente al nuovo sistema rampante della ristrutturazione ineluttabile del capitale. Democraticamente vincitore, in Parlamento, è stato quest’ultimo a fare tutte le leggi necessarie per modificare a suo vantaggio la ormai innegabile e disastrosa realtà attuale.

Il risultato è disastroso, inutile ripercorrerlo, lo conosciamo.

In questo congresso si è scelto di avere un documento unico che inglobasse, o meno a secondo del voto, alcuni elementi storici di identità della confederazione. Un secondo documento di minoranza è pur sempre presente e non si capisce ancora cosa farà una delle organizzazioni storiche e fondanti della Cgil, cioè la Fiom, che si è battuta strenuamente e in solitudine sul fronte industriale pesante.

L’accordo sulla rappresentanza, che assomiglia fortemente alle “larghe intese”, sottoscritto dalla leader Camusso prima di una decisione del Comitato Direttivo (successivamente bulgaro), che ha rimesso all’angolo la Fiom in modo che non possa mai più dissentire sui contratti ma debba “filare” anche se non è d’accordo, oltre a ridiventare anticostituzionale, ha riaperto una vera conflittualità interna. Che è quella di lottare realmente, e non a parole o con qualche minuto-secondo di sciopero, o di adeguarsi. Il metodo: l'introduzione “dell'arbitrato interconfederale" in sostituzione delle singole categorie. Firmiamo noi anche se non volete. Magari aggiungiamo anche eventuali “sanzioni pecuniarie” per chi tenta lo sciopero e reca danno al padrone. Infatti le parti firmatarie “si impegnano a non promuovere iniziative di contrasto agli accordi così definiti”. Viene meno il diritto costituzionale allo sciopero e lo sviluppo di un contenzioso svilente. La Fiom ritiene che in Cgil ci sia una svolta autoritaria. La Camusso ribatte che il giudizio del Direttivo è vincolante per tutta l’organizzazione. Insomma si riapre di nuovo una partita mai chiusa per cui la nuova svolta assomiglia tanto alle precedenti. Meno consensuale, sembra più un tornante.

Questo metodo politico a massacrare le minoranze non è altro che l’effetto leaderistico e del comando (piuttosto che del governo) del mondo partitico che governa l’Italia, ma non solo, da anni. Questo concetto, avulso dall’identità della Cgil, sta prendendo piede dappertutto nel tessuto socio-culturale attuale. Il decisionismo non è più collettivo ma del “capo”. E, come nelle riforme elettorali, tutti i “piccoli”, sindacati compresi, devono sparire e gli altri avere lo scelbiano premio di maggioranza. Tutti possono stravolgere la Costituzione, cominciando dal garante Napolitano. Ebbene la Cgil no, perché ne è sempre stata la vera garante, e perché fondata sul lavoro, sul sacrificio e sul suo sangue, che sono la sua identità.

Per esempio sulla deontologia e sull’identità, spostare l’ulteriore sfruttamento dal lavoro più in là perché si “vive” di più, e quindi si può essere sfruttati per più anni, cosa rappresenta? Solo l’adeguamento al sistema capitalistico vincente, sull’ideologia, non del lavoro come valore di vita per partecipare allo sviluppo complessivo della società (Costituzione dixit), ma del becero sfruttamento di lavoro e di vita, rubandone proprio i tempi e la qualità. Del lavoratore? No, adesso di nuovo di tutta la sua famiglia, pensionati e bambini compresi. Siamo tornati alla giusta parola: proletariato. Diciamo la banalità di lavorare per vivere e non vivere per lavorare, anche se tutta la sostanza sta proprio qui. Oltre a negare la responsabilità positiva di scienza e medicina. E se poi più della metà degli iscritti sono pensionati?

C’è quasi disinteresse per l’Inps, istituto sorretto solo dai soldi dei lavoratori (per i padroni si tratta di “salario differito”) che dovrebbero pagare anche la bancarotta di altri fondi (vedi Dirigenti d’azienda, Ipost, anche in un certo modo l’Inpdap, tra poco i medici, i ferrovieri e altre categorie…), quindi avviato sul binario morto di una prossima privatizzazione. La tecnica è di renderlo un relitto finanziario e affidarlo poi alla gestione degli amici degli amici, banche e assicurazioni. In fondo cos’è altro oggi se non un bancomat governativo? O meglio, il nocciolo duro della gestione del sociale dell’intero paese lavorativo da sgretolare ideologicamente? E’ il fronte della guerra contro i poveri. La Cgil ancora non vi si attesta con forza.

Altro esempio quello deontologico e politico della tutela giuridica della dignità del lavoro. Mai si è ridisceso così in basso dagli albori del movimento sindacale, per cui tocca rilanciare il “programma minimo” del socialista operaista Turati (1886) per capire cosa si vuole ancora. Tecnocrazia padronale europea volendo. Ma con chi e dove?

I buoi sono scappati dalla stalla e tutti ritengono, abdicando al loro ruolo e alla loro identità, che la “realtà” attuale non permette di riportarne indietro nemmeno uno. Per questo è di nuovo un congresso di svolta, con un documento interessante, ma rimane sostanzialmente disperato il “verso dove”. Nel frattempo, all’orizzonte, vi sono sempre più apprendisti stregoni con soluzioni “riformiste” à la carte, per quel che rimane del mercato del lavoro, truccate da parole inglesi, dalla rapidità di esecuzione e magari dall’utilizzo di ex sindacalisti facenti fede per gestirle.

martedì 18 dicembre 2012

Addio lavoratori.

Tonino D’Orazio

Finalmente più nessuno oggi può arrogarsi la chiacchiera di rappresentare i lavoratori. Tutti quelli che hanno governato in questi ultimi venti anni hanno fatto finta. Siamo al dunque. I lavoratori sono stati ingenui e deboli. Non hanno mai voluto politicamente rappresentare se stessi. Hanno sempre sperato che qualcuno, pietosamente, li rappresentasse, loro e la loro condizione. Continuano a fare il tifo anche per chi non li ama proprio. Come per la sindrome di Stoccolma, dove i prigionieri amavano spassionatamente i loro carcerieri. E’ storico, in fase di crisi i lavoratori votano per i padroni.
Con un Vendola che ha promesso i suoi voti a Bersani “purché abbia un profumo di sinistra”. Cosa pensate che Bersani abbia risposto, sapendo che un profumo non si nega a nessuno, ovviamente di sì. Quando la poesia raggiunge questi vertici è veramente commedia dell’arte, grande specialità storica e riconosciuta universalmente al nostro popolo. Sia per farla, la commedia, che per crederci.
I sindacati, grazie alla loro autonomia, non sono riusciti a rappresentarli bene i lavoratori. Non hanno voluto o non hanno potuto? Hanno pensato di poterlo fare senza le leggi, solo consultando. La destra padronale no. Aver “fatto il possibile” rappresenta semplicemente una grave sconfitta dei vertici, ma anche di tutti gli iscritti, congressi democratici compresi. I risultati non si possono più nascondere.
Oltre alla perdita di più della metà del salario di questi ultimi anni (Dati Ires Cgil); alla perdita di tutti i diritti previsti dalla dignitosa giurisprudenza del lavoro conquistata con sacrifici e sangue in questi ultimi cinquant’anni; una disoccupazione giovanile, e non, dilagante; ormai saltano anche i minimi salariali e si archiviano non le 35 ma le 40 ore settimanali (si potrà arrivare a 48 ore, come raccomandato dalle tecnocrate direttive europee anti-cittadini europei); gli straordinari non saranno più contrattati ma comandati e detassati, (la Chiesa si sta arrabbiando, o fa finta, troppo tardi per la sacralità delle domeniche, giorno del Signore, quello vero); con le fabbriche che boccheggiano in cassa integrazione e i lavoratori forzosamente a casa con stipendi decurtati e futuro appeso a un filo, mentre i figli quel filo neppure ce l'hanno, grazie anche alla “riforma” (non diciamo stupidaggini: alla fine del sistema a riparto e poi il nulla, o le assicurazioni) delle pensioni. Con i salari legati all’andamento delle fabbriche, (ci avrei creduto in tempi migliori!) e con il 90% delle piccole imprese senza possibilità di contrattare niente sembra la vittoria di Pirro. Più si “vince”, più si perde. C’è anche la “perla” del demansionamento: nessuno sa più quali mansioni ha, eccetto quello di ubbidire, e diventa buono a tutto. E quella della videoregistrazione anche se vai al bagno. Tutto normale. Siccome poi si detassano i salari legati ai risultati dell'impresa, ricordando infidamente la non punibilità del falso in bilancio come il massimo della trasparenza all’italiana, è evidente la fine del contratto e della solidarietà nazionale. La morte della confederalità sindacale e dell’unità nazionale. Troppe porte sono state socchiuse in questi anni per non vedere arrivare la buriana.
Non si può comunque non condividere il sussulto di autonomia della Cgil, che dovrà continuare in splendida solitudine a resistere alle sirene della deregulation, che non è finita per niente, e prendere atto definitivamente, anche se in ritardo, che l'attacco della politica e del padronato non è «semplicemente» contro la Fiom ma contro la Cgil intera e il sindacalismo confederale, così come l'abbiamo conosciuto in passato, riportandoci a capo, a zero, come il gioco dell’oca. Sfacciatamente non hanno attaccato, come fanno i lupi, la parte più debole ma direttamente lo zoccolo duro.
Con una differenza, cioè con i lavoratori, oggi tutti precari, proni e in ginocchio, nel rispetto delle leggi democratiche. Non più quelli combattivi di prima, ormai adagiati e boccheggianti oggi in una misera pensione. Una classe politica sclerotizzata e ideologica ma tutta a destra. Un Napolitano gongolante e perfido, invocando la pace sociale, cioè la stabilità della macelleria sociale in atto e l’auspicio fin troppo sostenuto del non possibile ritorno indietro dopo la sua dipartita ormai vicina. Lacrime di coccodrillo. Un po’ come tutti i socialdemocratici e socialisti di fine secolo scorso e di questo inizio di secolo, che facevano da mediatori tra padroni e lavoratori quando quest’ultimi erano utili e forti, ma che sono andati subito a sostegno dei padroni quando sono diventati deboli, anzi hanno aiutato al massacro del sociale sconfessando se stessi e la propria storia iniziale. Non devo fare nomi, molti lettori potranno farli da soli, se hanno un po’ di memoria e spirito critico. Tanto molti sono ancora tutti lì, davanti a noi a disquisire e manovrare, direttamente a destra. In quanto al termine “padrone” non chiedo scusa, è ridiventato così moderno e attuale che sfido chiunque a trovarne uno più adatto.
L’integrità del territorio italiano non è più in pericolo per le frontiere, ma per implosione, per quella atomizzazione di miriade di imprese grandi e piccole, aree fisiche dove le leggi dello stato non operano più ma solo quella dei padroni. Aree dove il cittadino cessa di esserlo e diventa servo, modello di una nuova schiavitù. Per di più consenziente. Il ricatto non è più tale se viene accettato.
Paese dove i sindacati ormai settoriali diventano all’americana concorrenti tra di loro. Una morte predeterminata. Una linea in atto in Italia dall’americano Marchionne, ma anche del 90% del parlamento. Stiamo di nuovo dando un esempio storico al patronato europeo. Abbiamo dato un bel Mussolini per vent’anni e nel frattempo sono seguiti i vari Hitler, Franco, Salazar … Poi per un trentennio un bel Partito comunista-socialista. Ma non ne hanno voluto. Meglio Andreotti e strani compagni di merenda. Poi abbiamo dato per vent’anni un Berlusconi che ha insegnato a tutti come si manipola la democrazia comprando tutti i mass media di un paese e parlando al basso ventre dell’umanità. Molti hanno seguito, anche in altri continenti, se non proprio direttamente. Adesso abbiamo insegnato, ma la struttura tecnocratica dell’Unione Europea ne era già esempio, come si possa governare di forza un paese senza essere eletti, per grazia ricevuta e con democrazia sospesa, e si possa manipolare le leggi elettorali a piacimento pur di rimanere in parlamento in eterno, finché morte non li separi. Adesso abbiamo insegnato come un paese possa ridiventare, tramite le aree di proprietà padronale, un assemblaggio di feudi, senza leggi generali, con vassalli, valvassini e servi della gleba.
Non lo sapevamo, ma Draghi ci ha ricordato che i nostri sogni sono finiti, insomma basta con l’arricchimento dei lavoratori. Insomma siamo una nazione anomala ma, se si può dire, sempre all’avanguardia della civiltà.