di Giorgio Cremaschi da facebook
Due anime percorrono questo Primo Maggio. Una è quella di regime. Essa è
ben simboleggiata dalla orribile pubblicità di Cortina, che usa Pelizza
da Volpedo per chiamare alle ultime discese sui suoi costosi impianti
di sci. È l'assorbimento consumistico della festa dei lavoratori, come
purtroppo è già in gran parte avvenuto per l'8 marzo. Contribuiscono
sicuramente a questa distruzione del senso della giornata appuntamenti
come il Concertone di Roma. Questo spettacolo promosso da CGIL CISL UIL e
concordato censura per censura con le autorità della Rai, ha il compito
di rappresentare un momento di svago che non confligge con nessuno, men
che meno con chi il lavoro lo sfrutta.
E che la parola sfruttamento
sia invece quella più necessaria oggi ce lo dicono da ultimi i dati
dell'INAIL, che proprio alla vigilia della festa dei lavoratori ci
informano che coloro che sono rimasti uccisi sono il 16% in più rispetto
all'anno scorso. 1200 sono le vittime degli omicidi per il mercato, la
competitività, la precarietà, lo sfruttamento.
Chi lavora, chi
riesce ad uscire dalle sabbie mobili della disoccupazione di massa dove
affondano tutti i principi della democrazia, è sottomesso allo
sfruttamento perché subisce il più brutale dei ricatti. O mangi sta
minestra o salti dalla finestra, questa è la antichissima e brutale
filosofia che regola oggi i rapporti di lavoro. E che tiene vincolati
alla stessa catena i braccianti impiegati nei campi a tre euro all'ora,
gli operai della Fiat costretti a turni massacranti, i dipendenti delle
banche che devono vendere obbligazioni a rischio, i lavoratori dei
servizi pubblici sui quali si scaricano addosso i tagli allo stato
sociale. Ricatto è la parola che oggi accompagna e sostiene sempre
l'altra, sfruttamento. Assieme queste due parole sono i pilastri sui
quali si regge l'attuale rapporto di lavoro, spinto sempre di più alla
regressione verso il Medio Evo. A questa marcia indietro del lavoro ha
dato la sua spinta Matteo Renzi, con l'eliminazione dell'articolo 18 e
con la continua aggressione a tutti i diritti residui delle lavoratrici e
dei lavoratori, che il presidente del consiglio condanna come privilegi
da abbattere. Renzi odia i sindacati, soprattutto quelli che fanno il
loro dovere a difesa dei lavoratori, e ama i padroni che come Marchionne
li combattono. Renzi giudica incomprensibili le lotte e le
manifestazioni, che fa regolarmente bastonare dalla polizia. Renzi è
capo di governo più aggressivo e reazionario verso il lavoro da molti
decenni. Il Primo Maggio nel suo vero significato non può che essere
prima di tutto contro Renzi e tutto ciò che fa e rappresenta.
Ecco
emergere allora la seconda, la vera anima della festa delle lavoratrici e
dei lavoratori: quella che nasce dalla lotta contro il potere che
sfrutta. Il segnale più forte e vicino ci viene dalla Francia, dove da
un mese lavoratori e studenti lottano contro la loi travail, almeno lì
il Jobs act lo traducono. Il Primo Maggio in Francia sarà una giornata di
manifestazioni contro Hollande e la sua legge per rendere più facili i
licenziamenti. E quei cortei parleranno a noi e a tutti i lavoratori
d'Europa, imbrogliati e vessati dalla Unione Europea, dall'Euro, dai
sacrifici immani nel nome delle banche e della finanza. Certo rispetto a
ciò che accade in Francia la caduta della mobilitazione in Italia è
impressionante, ma non dobbiamo scoraggiarci. Nonostante il torpore
amministrato dal potere e da Cgil Cisl Uil avremo anche noi tanti
segnali di un Primo Maggio contro. Da chi farà sentire la sua rabbia per
la fabbrica che chiude a chi protesterà contro i supermercati aperti.
Dalle piazze ufficiali dove comunque emergeranno scontento e
indignazione, alle mobilitazioni alternative. Tra cui voglio ricordare
quella che si svolgerà a Napoli, a Bagnoli contro la privatizzazione di
un intero territorio.
Segnali di ripresa di passione e lotta al di
fuori della, e contro la, pacificazione di regime ce ne sono e saranno
sempre di più. Per questo possiamo comunque augurarci un buon Primo
Maggio contro.
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sabato 30 aprile 2016
Buon Primo Maggio
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giovedì 21 aprile 2016
Un nuovo Maggio 68
Tonino D’Orazio

Oggi i francesi
sembrano arrivare in ritardo, dopo il M5S in Italia, Syriza in Grecia, Podemos
in Spagna e Blocco della Sinistra in Portogallo, e dopo che Occupy Wall Street sembra
sia stato recuperato ufficialmente. Sembrano però aver creato l’effetto Sanders
negli Stati Uniti e un ritorno dei socialisti operaisti con Jeremy
Corbyn a capo del Labour in
Gran Bretagna. E’ assente la Germania, non a caso, visto che la mangiatoia è
piena e possono iniziare anche a battere moneta. Tutti contro il neoliberismo,
il FMI, la Bce, la troika di Bruxelles e le politiche di austerità che
impoveriscono molti e arricchiscono pochi. Tutti, come filo conduttore che li
lega, contro l’ingiustizia sociale, lo sfruttamento e la compressione della
democrazia. Tutti contro i partiti tradizionali e i risultati
politico-sociali dei loro governi.
Fanno paura? Forse sì,
a vedere con quale incredibile violenza i celerini hanno “accolto” i liceali
andati ad incontrare i ferrovieri della stazione Saint Lazare in sciopero. Il
timore è proprio quello di un vero collegamento di lotta tra studenti e
lavoratori. Sono sempre “convergenze” pericolose.
Da novembre scorso e la
proclamazione dello “stato d’urgenza” lo Stato della regressione sociale e del
manganello si è rapidamente sviluppato. Il neoliberismo (o fascismo) padronale
ne approfitta per “spezzare” qualsiasi movimento di rivendicazione sociale, facendo
arrestare tutti i contestatari in nome della sicurezza, e trasferire nei
tribunali, non proprio come “terroristi”, perché nessuno ci crederebbe
veramente, ma quasi, e comunque persone da ritenere “pericolose”. Centinaia di
liceali sono stati arrestati, “rinfrescati” e rimessi in libertà provvisoria. Altri
sono ancora agli arresti. Nel frattempo sono aumentate le violenze della
polizia, tanto da far protestare ufficialmente la CGT. Rimane il concetto che
manganellare liceali in manifestazioni pacifiche è la dimostrazione del “timore”
e della malafede dello stato. A meno di pensare a “educarli”, come diceva bene
l’ex presidente Cossiga.
In realtà, più che le
manifestazioni e gli scontri, che tengono accesi la lotta e l’informazione, il
fenomeno “nuovo” è il ritorno all’occupazione delle piazze. A Parigi, in
particolare, e carica di significati, è quella della République. Stessa piazza occupata in altre città importanti della
Francia. Dove tutte le notti si radunano migliaia di persone, studenti compresi,
allo slogan “Nuit debout” (notte in
piedi). Ogni notte i giovani cantano, ballano e discutono sui diritti e sulla
situazione economica. Vengono sgomberati al mattino dalla polizia, ma sembra
più un balletto, perché tutti tornano la notte seguente. Dura da 51 giorni.
Sappiatelo, perché tanto le televisioni padronali, Rai compresa, non ve lo
diranno.
Cosa fanno? Discutono
di tutto, anzi si organizzano in gruppi di lavoro “popolari”, con nozioni
semplici e precise sui diritti inviolabili, non solo sociali, contro lo
strapotere delle banche e per la ridistribuzione della ricchezza prodotta nel
paese. Vogliono il rispetto dei diritti, giustizia sociale ed eguaglianza.
Insomma la storia ritorna sempre con la loro bussola di Liberté, Egalité, Fraternité, (anche se rimpiazzata da: Equité, solidarité, dignité), da Place de la République a Place de la Bastille. Dove gli
universitari, dopo aver bloccato alcune università di Parigi, ballano
ritmicamente su “tre passi a destra, tre
passi indietro, è la politica del governo”. “Abbiamo una sinistra che merita un destro!” Ma guarda! Forse i
giovani iniziano a muoversi per prendere in mano il loro destino, oggi così
insicuro. Quelli francesi vogliono reagire, non vogliono cedere, asettizzati, come
hanno fatto la grande maggioranza dei giovani degli altri paesi del Sud Europa.
Sembrano voler rilanciare lo slogan di Stephane Hessel, “Indignatevi”. Momentaneamente
queste manifestazioni sono sostenute solo dalla CGT, sindacato notoriamente
“comunista” e anti liberista, in nome della libertà di espressione. Sono
sostenute anche dalla Lega dei Diritti Umani, che ha chiesto allo stato di
intervenire approntando almeno box-wc.
Questione filosofica? E
se in queste piazze si stesse fabbricando, anche se in maniera balbuziente, una
concezione della politica più degna e quotidiana, lontana dalla deriva
arbitraria di regimi partitici diventati pretesa unica di democrazia? Se fosse
un dispositivo pratico e sicuro per rilanciare l’immaginario politico-ideale di
una società, anche squisitamente europea e umanistica, che invece sta
scivolando sempre più in un fango oligarchico e nelle mani di una destra
fascistoide?
L’inizio di questi
“assembramenti” di piazza ha coinciso con una protesta immensa contro la legge
di riforma del mercato del lavoro in Francia. Spesso si pensa che fatta la
manifestazione, poi, non succede mai nulla. Invece proprio dal lavoro è
ripartita la discussione democratica e la continuità della lotta. Nelle piazze
di tutta la Francia.
La risposta, tutta
politica, del padronato francese è di stampo marchionniano: sospendere tutte le
trattative di rinnovo contrattuale con i sindacati e i lavoratori. Tanto gli
amici al governo regalano loro, democraticamente, le leggi per lo sfruttamento
dei lavoratori nel mercato a senso unico del lavoro.
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sabato 5 settembre 2015
47 morto che parla
di Tonino D'Orazio
“Nel mese di luglio il saldo occupazionale tra assunzioni e cessazioni ha registrato un più 135.417 lavoratori. Disaggregando i dati, però – sostiene il presidente Commissione Lavoro della Camera – quello che si ricava è che, per quanto riguarda il tempo indeterminato, il numero dei nuovi assunti si equivale a quello dei licenziati:137.826 a 137.779, con una differenza positiva di soli 47 lavoratori”.
47, morto che parla. La “grande riforma” del jobact ha partorito il decantato sviluppo del rilancio dell’Italia e dei diritti crescenti dei lavoratori. I freddi numeri non cedono il passo al sarcasmo. Non bastavano 40 contratti fasulli da supermercato del lavoro della legge Biagi, bisognava ancora precarizzare e abbattere quel poco che rimaneva dello Statuto dei Lavoratori. Infatti il risultato è un giro di cassa al ribasso del bestiale mercato del lavoro. Qualcuno, senza ironia, precisa che è solo un inizio e che bisogna aspettare per vedere i risultati. Già, aspettare. Diciamo che le 600 euro di media percepiti dai nuovi contratti (giro di cassa degli 8.000€/annui regalati dallo stato agli “imprenditori”) si cominciano ad avvicinare ai salari polacchi e a quelli degli altri paesi europei dell’est.
Aspettare che la vergognosa situazione si consolidi in modo che a nessuno, per il futuro, venga l’idea di abolire questo obbrobrio. Nemmeno l’obbrobrio già consolidato della legge Biagi nella destrutturazione, direi distruzione, del mercato del lavoro. Nessun altro paese europeo è andato così in avanti nella distruzione del tessuto lavorativo, e si vedono i loro risultati di “tenuta” ottenuti durante la crisi, pur se striminziti. Alla fine anche qui “non c’è alternativa”. Non si torna indietro. Nemmeno a colpi di referendum. I padroni al governo da almeno 20 anni non sono d’accordo, sarebbe un “regredire”.
Intanto si muore sempre di più di “lavoro”. Al saldo della disoccupazione e della nuova emigrazione. Nelle fabbriche, nell’edilizia e nelle campagne. Alla morte di una donna (italiana) stremata dalla fatica, in Puglia, si strombazza subito una nuova legge pannicello contro il caporalato. In fondo sono un po’ come i servizi privati interinali. Magari esagerano un po’ nell’occultare i cadaveri. Purtroppo sul ricatto del lavoro/fame funzionano anche meglio del jobact. Al nero vi sono 2,1 milioni di lavoratori (mancano sicuramente tanti clandestini) per 42 miliardi in retribuzioni. L’evasione è pari a 25 miliardi all’anno Chi oserebbe proibire i “servizi interinali” dopo averli istituzionalizzati per legge ed essere super utilizzati dai padroni perché ideologicamente e anche culturalmente il “privato” deve funzionare meglio e loro devono avere meno responsabilità sociali e umane possibili? In fondo i lavoratori sono diventati una vera merce di scambio (sono inseriti nel valore o nel prezzo?) che grava, difatti anche poco, sul lordo, anche del prezzo del pomodoro al chilo. Pomodoro che viene venduto ai grossisti per 8 centesimi. Pomodoro che compero a 1 euro (100 centesimi), compreso lo sconto, nel mio supermercato cooperativo “a chilometro zero”. C’è qualcosa di marcio nel mercato commerciale della nostra repubblica. Lì vi si annida un’altra forma di caporalato, ma più legale e più offerente di tasse allo stato con più passaggi IVA. Dov’è la moralità? Vi sono come sempre due pesi e due misure? C’è chi può, se porta soldi allo stato, e chi no perché non ne porta? Il lavoratore sta comunque in mezzo, nel mondo “di sotto”. Sempre più nudo, spiato da tutto quello che l’elettronica e la robotica permettono oggi. Presto le operaie dovranno mettere un intimo di pizzo per andare a lavorare o al bagno in fabbrica. Anche per gli operai probabilmente Valentino lancerà una nuova linea “Uomo”. E’ fondamentale per la ripresa economica e il rilancio dello sviluppo dell’Italia.
Intanto c’è già l’accordo padroni/sindacati per un controllo efficace dei lavoratori su droga e alcool, per il loro bene e la loro salute. Mica sulla miseria e la difficoltà di “vivere” i ritmi e le angosce attuali di lavoro, di non lavoro e di schiavitù a diritti decrescenti. Bisogna ora controllare la psiche e l’eventuale fecondità. Manca infatti una specie di “scatola nera”, un microchip sottopelle. Cosa non si farebbe per il nostro bene.
Tutto democratico però. L'impresa dovrà “informare adeguatamente" il lavoratore sulle potenzialità di controllo sia degli impianti che degli strumenti e rispettare le norme sulla privacy. Per la privacy l’importante è che ti “avviso”. “Uomo avvisato, mezzo salvato”. E’ la politica degli slogan nella saggia repubblica dei proverbi e dei luoghi comuni. Intanto per i controlli a distanza l'autorizzazione sindacale o del ministero non sarà necessaria per cellulari e tablet.
Riguardo ad “entrare” nei computer personali, un po’ come già fanno le varie forze “dell’ordine” italiane, ma anche di tutti i paesi, in nome della lotta ai terroristi e quindi per il nostro bene, c’è da domandarsi dove sia finito il garante della cosiddetta “privacy”. Un altro finto lavoro di democrazia all’italiana, visto che non conta nulla. E una ulteriore stretta e forma di controllo dei cittadini.
Rilancio degli strumenti. I lavoratori dovranno dotarsi di due cellulari, uno privato e uno al servizio della ditta, così niente benefit e localizzazione costante. Guai agli infedeli e agli amanti, incastrati nella eventuale cultura ricattatoria di un Fabrizio Corona qualsiasi e tessuto connettivo del nostro vivere sociale attuale.
Intanto hanno “semplicemente” modificato l’art. 4 del moribondo Statuto dei Lavoratori. Rimane il diritto di sciopero, da limitare, e l’esistenza del sindacato. Allucinante l’applauso alla “festa” dell’Unità di Bologna a Squinzi che lancia la prossima mossa quando parla del sindacato come “fattore di ritardo” per il Paese. O di Renzi quando deve “salvare i sindacati da se stessi” magari facendone uno unico, stile mussoliniano, per legge a colpi di voto di fiducia, o quando dice che i loro dieci milioni di iscritti “non sono italiani”. L’attacco di Boeri (stipendio: più di un milione di euro all’anno, più premio di “produttività”; dei dirigenti provinciali Inps dai 230 ai 270 mila/annui,più premio, con prosieguo di “normali” alte pensioni visto che hanno “versato”) sulle pensioni dei sindacalisti troppo elevate in rapporto ai versamenti. Ovviamente non prova a riferirsi agli autonomi e ai coltivatori diretti, se non all’assistenza sociale che in tutti i paesi d’Europa viene pagata con le tasse e non con i soldi previdenziali dei lavoratori. Oppure alle pensioni d’oro dei dirigenti d’impresa, caricati sulle spalle dei lavoratori dopo il fallimento della loro munifica cassa pensionistica conservandone i privilegi. Aspettando i medici e altre corporazioni ricche e disastrate. In verità le spalle dei lavoratori già reggono tutta la piramide sociale ed economica.
No. Sono quei sindacalisti in pensione, (qualche insignificante migliaio), che pur sempre hanno versato ciò che veniva loro richiesto dalle leggi in vigore, la nuova pietra di scandalo, giusto per alzare il polverone. Concetto immediatamente ripreso da tutti i mass media governativi e padronali. In questo modo si preannunziano (o pilotano) due cose. Una la difficoltà padronale, e la guerriglia, per i rinnovi contrattuali in scadenza per quasi 3 milioni di lavoratori, tra cui 1,6 milioni di meccanici. Due il sostegno di Renzie ai padroni per minacciare una eventuale legge di limitazione del diritto di sciopero e una di rappresentanza sindacale a danno proprio dei sindacati, con particolare riferimento alla Cgil.
I morti sul lavoro di ogni giorno non contano, oppure solo un istante, uno spot televisivo. Si apre il balletto comunque a danno dei lavoratori, sia su lavoro che, di nuovo, su pensioni. Per diminuire il valore degli aumenti salariali, legati al costo della vita, aspettiamo i dati in discesa e non credibili dell’Istat e il mea culpa governativo del Pil, che non sarà quello previsto. Se non ce lo dicono prima le strutture internazionali.
E’ sempre successo, si tratta di avere una semplice memoria normale.

47, morto che parla. La “grande riforma” del jobact ha partorito il decantato sviluppo del rilancio dell’Italia e dei diritti crescenti dei lavoratori. I freddi numeri non cedono il passo al sarcasmo. Non bastavano 40 contratti fasulli da supermercato del lavoro della legge Biagi, bisognava ancora precarizzare e abbattere quel poco che rimaneva dello Statuto dei Lavoratori. Infatti il risultato è un giro di cassa al ribasso del bestiale mercato del lavoro. Qualcuno, senza ironia, precisa che è solo un inizio e che bisogna aspettare per vedere i risultati. Già, aspettare. Diciamo che le 600 euro di media percepiti dai nuovi contratti (giro di cassa degli 8.000€/annui regalati dallo stato agli “imprenditori”) si cominciano ad avvicinare ai salari polacchi e a quelli degli altri paesi europei dell’est.
Aspettare che la vergognosa situazione si consolidi in modo che a nessuno, per il futuro, venga l’idea di abolire questo obbrobrio. Nemmeno l’obbrobrio già consolidato della legge Biagi nella destrutturazione, direi distruzione, del mercato del lavoro. Nessun altro paese europeo è andato così in avanti nella distruzione del tessuto lavorativo, e si vedono i loro risultati di “tenuta” ottenuti durante la crisi, pur se striminziti. Alla fine anche qui “non c’è alternativa”. Non si torna indietro. Nemmeno a colpi di referendum. I padroni al governo da almeno 20 anni non sono d’accordo, sarebbe un “regredire”.
Intanto si muore sempre di più di “lavoro”. Al saldo della disoccupazione e della nuova emigrazione. Nelle fabbriche, nell’edilizia e nelle campagne. Alla morte di una donna (italiana) stremata dalla fatica, in Puglia, si strombazza subito una nuova legge pannicello contro il caporalato. In fondo sono un po’ come i servizi privati interinali. Magari esagerano un po’ nell’occultare i cadaveri. Purtroppo sul ricatto del lavoro/fame funzionano anche meglio del jobact. Al nero vi sono 2,1 milioni di lavoratori (mancano sicuramente tanti clandestini) per 42 miliardi in retribuzioni. L’evasione è pari a 25 miliardi all’anno Chi oserebbe proibire i “servizi interinali” dopo averli istituzionalizzati per legge ed essere super utilizzati dai padroni perché ideologicamente e anche culturalmente il “privato” deve funzionare meglio e loro devono avere meno responsabilità sociali e umane possibili? In fondo i lavoratori sono diventati una vera merce di scambio (sono inseriti nel valore o nel prezzo?) che grava, difatti anche poco, sul lordo, anche del prezzo del pomodoro al chilo. Pomodoro che viene venduto ai grossisti per 8 centesimi. Pomodoro che compero a 1 euro (100 centesimi), compreso lo sconto, nel mio supermercato cooperativo “a chilometro zero”. C’è qualcosa di marcio nel mercato commerciale della nostra repubblica. Lì vi si annida un’altra forma di caporalato, ma più legale e più offerente di tasse allo stato con più passaggi IVA. Dov’è la moralità? Vi sono come sempre due pesi e due misure? C’è chi può, se porta soldi allo stato, e chi no perché non ne porta? Il lavoratore sta comunque in mezzo, nel mondo “di sotto”. Sempre più nudo, spiato da tutto quello che l’elettronica e la robotica permettono oggi. Presto le operaie dovranno mettere un intimo di pizzo per andare a lavorare o al bagno in fabbrica. Anche per gli operai probabilmente Valentino lancerà una nuova linea “Uomo”. E’ fondamentale per la ripresa economica e il rilancio dello sviluppo dell’Italia.
Intanto c’è già l’accordo padroni/sindacati per un controllo efficace dei lavoratori su droga e alcool, per il loro bene e la loro salute. Mica sulla miseria e la difficoltà di “vivere” i ritmi e le angosce attuali di lavoro, di non lavoro e di schiavitù a diritti decrescenti. Bisogna ora controllare la psiche e l’eventuale fecondità. Manca infatti una specie di “scatola nera”, un microchip sottopelle. Cosa non si farebbe per il nostro bene.
Tutto democratico però. L'impresa dovrà “informare adeguatamente" il lavoratore sulle potenzialità di controllo sia degli impianti che degli strumenti e rispettare le norme sulla privacy. Per la privacy l’importante è che ti “avviso”. “Uomo avvisato, mezzo salvato”. E’ la politica degli slogan nella saggia repubblica dei proverbi e dei luoghi comuni. Intanto per i controlli a distanza l'autorizzazione sindacale o del ministero non sarà necessaria per cellulari e tablet.
Riguardo ad “entrare” nei computer personali, un po’ come già fanno le varie forze “dell’ordine” italiane, ma anche di tutti i paesi, in nome della lotta ai terroristi e quindi per il nostro bene, c’è da domandarsi dove sia finito il garante della cosiddetta “privacy”. Un altro finto lavoro di democrazia all’italiana, visto che non conta nulla. E una ulteriore stretta e forma di controllo dei cittadini.
Rilancio degli strumenti. I lavoratori dovranno dotarsi di due cellulari, uno privato e uno al servizio della ditta, così niente benefit e localizzazione costante. Guai agli infedeli e agli amanti, incastrati nella eventuale cultura ricattatoria di un Fabrizio Corona qualsiasi e tessuto connettivo del nostro vivere sociale attuale.
Intanto hanno “semplicemente” modificato l’art. 4 del moribondo Statuto dei Lavoratori. Rimane il diritto di sciopero, da limitare, e l’esistenza del sindacato. Allucinante l’applauso alla “festa” dell’Unità di Bologna a Squinzi che lancia la prossima mossa quando parla del sindacato come “fattore di ritardo” per il Paese. O di Renzi quando deve “salvare i sindacati da se stessi” magari facendone uno unico, stile mussoliniano, per legge a colpi di voto di fiducia, o quando dice che i loro dieci milioni di iscritti “non sono italiani”. L’attacco di Boeri (stipendio: più di un milione di euro all’anno, più premio di “produttività”; dei dirigenti provinciali Inps dai 230 ai 270 mila/annui,più premio, con prosieguo di “normali” alte pensioni visto che hanno “versato”) sulle pensioni dei sindacalisti troppo elevate in rapporto ai versamenti. Ovviamente non prova a riferirsi agli autonomi e ai coltivatori diretti, se non all’assistenza sociale che in tutti i paesi d’Europa viene pagata con le tasse e non con i soldi previdenziali dei lavoratori. Oppure alle pensioni d’oro dei dirigenti d’impresa, caricati sulle spalle dei lavoratori dopo il fallimento della loro munifica cassa pensionistica conservandone i privilegi. Aspettando i medici e altre corporazioni ricche e disastrate. In verità le spalle dei lavoratori già reggono tutta la piramide sociale ed economica.
No. Sono quei sindacalisti in pensione, (qualche insignificante migliaio), che pur sempre hanno versato ciò che veniva loro richiesto dalle leggi in vigore, la nuova pietra di scandalo, giusto per alzare il polverone. Concetto immediatamente ripreso da tutti i mass media governativi e padronali. In questo modo si preannunziano (o pilotano) due cose. Una la difficoltà padronale, e la guerriglia, per i rinnovi contrattuali in scadenza per quasi 3 milioni di lavoratori, tra cui 1,6 milioni di meccanici. Due il sostegno di Renzie ai padroni per minacciare una eventuale legge di limitazione del diritto di sciopero e una di rappresentanza sindacale a danno proprio dei sindacati, con particolare riferimento alla Cgil.
I morti sul lavoro di ogni giorno non contano, oppure solo un istante, uno spot televisivo. Si apre il balletto comunque a danno dei lavoratori, sia su lavoro che, di nuovo, su pensioni. Per diminuire il valore degli aumenti salariali, legati al costo della vita, aspettiamo i dati in discesa e non credibili dell’Istat e il mea culpa governativo del Pil, che non sarà quello previsto. Se non ce lo dicono prima le strutture internazionali.
E’ sempre successo, si tratta di avere una semplice memoria normale.
martedì 28 aprile 2015
Il richiamo della foresta
di Tonino D’Orazio
Succede in Cgil. All’iniziativa di Landini, la Camusso stringe le fila dei pasdaran dei segretari generali di alcune categorie della confederazione per il blocco alla “deriva”. Aspettando la Conferenza di Organizzazione.
Dice Landini, ma sembra Di Vittorio : "Il nostro obiettivo principale è cambiare le politiche economiche e sociali del governo, che riteniamo del tutto sbagliate, a partire dal Jobs Act". Un nuovo Statuto, il contratto nazionale, una vera rappresentanza. Insomma, per i riformisti politici a “tutti i costi”, roba d’altri tempi.
Intanto l’attacco della Camusso: Se un movimento si basa su un programma politico generale, e si va oltre la rappresentanza del mondo del lavoro, diventa oggettivamente una formazione di ordine politico. Poi ovviamente non può non ammettere che il sindacato è per forza di cose anche un soggetto politico. Ma fa politica sul lavoro e partendo dagli strumenti che gli sono propri, come la contrattazione”. “Rappresenta i lavoratori, insomma, non i cittadini in senso lato: e la sua forza sta proprio in questa parzialità. La Cgil rivendica sempre la centralità del lavoro ed è molto gelosa della propria autonomia. Un po’ di veleno in coda: le considerazioni sulla collocazione personale dei dirigenti sindacali e politici naturalmente sono loro scelte personali. Messo il punto sul concetto stretto di confederalità contrattuale e di linea si scatenano le prese di posizioni.
Stefania Crogi, segretario generale Flai Cgil e Rossana Dettori, segretario generale Fp Cgil: no a sindacato che si sostituisce alla politica. Un po’ schematiche ma chiare. Forse anche inversamente proporzionale.
Parte sparato Franco Martini, (ex area socialista), segretario confederale: “La coalizione sociale? Non è il nostro mestiere”. Come se fare della contrattazione il terreno in cui continuare a contrastare gli effetti negativi delle politiche del governo fosse realmente possibile, e in fondo giusto e chissà anche fino a che punto legale. Un piccolo richiamo all’ordine costituito non fa male: “Ma è chiaro che se la manifestazione del 28 dovesse cambiare pelle, diventare il battesimo di una soggettività politica, ci sarebbe da fare una riflessione”.
Segue Walter Schiavella, segretario generale della Fillea, cioè degli edili, quelli di quasi un morto al giorno, pieno di immigrati schiavizzati al nero, della pensione solo dopo più di 50 anni di lavoro e ai quali i governi succedutesi hanno quasi abolito il numero degli ispettori per amor dei padroni. Il sindacato deve solo “contrattare”. Ci ha aperto un seminario nazionale con altre categorie, Filt, Filctem, Filcams, Nidil, il 1° aprile.
Dobbiamo cambiare radicalmente le politiche economiche e sociali di questo governo, dobbiamo recuperare voce e peso alla rappresentanza delle ragioni del lavoro. Dobbiamo. Dobbiamo. Mai una autocritica sui risultati ottenuti fino ad oggi. Su questo siamo tutti uniti. Abbiamo punti di vista diversi sul come farlo. Occorre rispondere a due interrogativi: chi interpreta la confederalità? E se non viene più interpretata poiché si ammette la debolezza totale del sindacato? Con quali strumenti agisce la relazione politica? E se non esiste da tempo la relazione politica, se non nell’appiattimento generale al Pd, se non alla Troika riformista (poiché chiedono sempre e solo riforme strutturali, cioè per sempre, sulle spalle dei lavoratori) di Bruxelles?
Poi il siluro. Occorre una politica di alleanze sociali, ma esse non possono dar luogo a pericolose evoluzioni. Su quali strategie e quali strumenti usare paiono chiaramente alternative fra loro. Su questo occorre misurarci: fra chi ritiene prioritaria la strada del movimentismo e delle alleanze sociali a tutto tondo e chi pensa invece che esse vadano costruite partendo dalla centralità del lavoro e, quindi, della contrattazione. Noi, come noto, siamo perché dal lavoro e dalla contrattazione si debba partire”. Non si può prescindere dalla necessità di consolidare l’unità tra Cgil Cisl Uil. Cioè il vecchio sine qua non che avanza, che non funziona più realisticamente da 20 anni se non per frenare, e che intende lasciar scivolare la Cgil nell’indebolimento e nella non rappresentanza generale del lavoro, se non quella di coloro che già ce l’avevano e che man mano usciranno dal tempo indeterminato, o dalla continua chiusura delle fabbriche. Gli altri, sempre più senza diritti e più sfruttati, non sanno che farsene del sindacato. Chiedetelo al Nidil che se non avesse i precari pubblici, ad alto tasso politico, non esisterebbe. Tutti sanno, dalla precarizzazione delle leggi Treu (Pd) in poi (1995) che i precari non possono assolutamente iscriversi al sindacato pena il licenziamento immediato. Più oggi che ieri. Il gurù dei riformisti Ichino pontifica soddisfatto: “Il Jobs Act è fatto per licenziare”.
La Gabrielli, seg. Filcams, (Terziario, Turismo e Servizi) ha appena rinnovato il “contratto”. 85€ in tre anni, al quarto livello però. A fine ottobre e per il futuro, ma già programmato da Renzi dal novembre scorso, l’aumento dell’IVA al 25,5% (oppure tagli agli sgravi fiscali) si sarà già rimangiato tutto. Ma questo non c’entra con il contratto che va “comunque fatto”. Cosa hanno ceduto i lavoratori sui diritti di vita o di benessere per ottenere questo “aumento stipendiale”? La difficile sopravvivenza oraria di sfruttamento a chiamata diretta del padrone e la possibilità, legislativa e non contrattuale di essere licenziati su due piedi. Quisquiglie schiaviste. Più soldi, per finta, per meno diritti reali. Il concetto di soddisfazione rimane alla radice: “sempre meglio di niente”.
Carla Cantone e Maurizio Landini, si ritrovano in un incontro – dibattito aperto ai cittadini, dopo la manifestazione Fiom di Roma, nel corso del quale i due dirigenti nazionali indicheranno gli obiettivi della nuova stagione sindacale. Chiarissima l’importanza della posizione dello SPI, sindacato compresso ma maggioritario della Cgil, per lo sviluppo dell’ipotesi Unions. I pensionati Cgil, che hanno perso una grande percentuale del loro già misero potere d’acquisto, rimangono un elemento chiave per la costruzione delle Unions, che dovrebbe raggruppare proprio chi soffre di più la politica neoliberista della povertà. Cantone precisa però all'agenzia Ansa di non voler discutere del nuovo soggetto politico del segretario della Fiom. Meglio la fuga. Chi conosce la Cantone sa quanto si sia speso per sostenere Cuperlo (Pd) nella campagna per le primarie di quel partito, malgrado il giuramento continuo sull’autonomia. Malgrado il dialogo sostenuto con il negazionista Civati.
Altri rimangono nell’analisi della situazione, spiegandola in dettaglio a chi la vive.
Slc (Lavoratori Comunicazione). Michele Azzola. “Aver deciso, con il Jobs Act, di incentivare le assunzioni ha avuto come conseguenza che le aziende che si presentano ex novo alle gare, con personale che costa oltre il 30% in meno rispetto a chi già gestisce il servizio, vincono gli appalti escludendo il personale che garantisce il servizio stesso. Nei prossimi mesi assisteremo alla sostituzione di tutto il personale che opera nei call center, o nelle cooperative sociali, generando drammi sociali in tutta la penisola”. Non creazione: sostituzione.
Il leit motiv è quello di sempre: abbiamo il dovere di rappresentare la realtà del lavoro per cambiarla. Dopo tutto quello che è già stato fatto? Tutti continuano a lanciare grande idee di contrattazione futura. Ha ragione Michele Prospero nella sua analisi di una realtà da prefascismo: “Con le scelte legislative che il governo Renzi ha imposto a tappe forzate, il mondo del lavoro è stato colpito su cruciali questioni di identità, di memoria, di interessi collettivi. Un attacco così sistematico e totale progettato per distruggere il sindacato come soggetto democratico, per cancellare le conquiste del lavoro e la sua dignità nello spazio sociale, a nessun governo era mai riuscito”. In fondo nemmeno a Mussolini. A questo e di questo deve rispondere la Cgil ai lavoratori italiani, tutti, senza venire a scusarsi dopo. Allora ben venga Landini se ridà fiato alla storia dei lavoratori! Ma non sembra il momento nemmeno in casa. Dopo la fiammata mediatica è tornato un silenzio stampa previsto.
Renzi, mentre i sindacati si muovono, ha già fatto terra bruciata intorno a loro, e per legge, alla quale anche la Cgil non può “disubbidire”, imporrà la visione dei padroni anche sui tanto vantati contratti. Il resto è, e sarà, ascolto, fino alla prossima pretesa dei padroni. Ammettiamo che rimane poco, oltre il famigerato diritto di sciopero che presto sarà tutto nelle mani del ministro di turno, riformista o di destra.
Quando il sindacalismo, punto di forza delle vere emancipazioni, della dignità del lavoro nei fatti, si cancella, tutto si degrada, non solo il lavoro, tutto si sposta e in quel vuoto le piazze si riempiono sia dell’estrema destra che degli integralismi religiosi o razziali. Tutti e due cancellano il termine solidarietà e dividono e spezzettano la società in interessi di clan e lobbie. Per questo Renzie è di destra. Del neoliberismo più becero e fascista che comincia a preoccupare anche il Tribunale Europeo dell’Aia. Ma simpatico, gioviale, finalmente di nuovo uno che comanda e che ci salverà. Dopo la “riforma” elettorale per i prossimi 20 anni.
Succede in Cgil. All’iniziativa di Landini, la Camusso stringe le fila dei pasdaran dei segretari generali di alcune categorie della confederazione per il blocco alla “deriva”. Aspettando la Conferenza di Organizzazione.
Dice Landini, ma sembra Di Vittorio : "Il nostro obiettivo principale è cambiare le politiche economiche e sociali del governo, che riteniamo del tutto sbagliate, a partire dal Jobs Act". Un nuovo Statuto, il contratto nazionale, una vera rappresentanza. Insomma, per i riformisti politici a “tutti i costi”, roba d’altri tempi.
Intanto l’attacco della Camusso: Se un movimento si basa su un programma politico generale, e si va oltre la rappresentanza del mondo del lavoro, diventa oggettivamente una formazione di ordine politico. Poi ovviamente non può non ammettere che il sindacato è per forza di cose anche un soggetto politico. Ma fa politica sul lavoro e partendo dagli strumenti che gli sono propri, come la contrattazione”. “Rappresenta i lavoratori, insomma, non i cittadini in senso lato: e la sua forza sta proprio in questa parzialità. La Cgil rivendica sempre la centralità del lavoro ed è molto gelosa della propria autonomia. Un po’ di veleno in coda: le considerazioni sulla collocazione personale dei dirigenti sindacali e politici naturalmente sono loro scelte personali. Messo il punto sul concetto stretto di confederalità contrattuale e di linea si scatenano le prese di posizioni.
Stefania Crogi, segretario generale Flai Cgil e Rossana Dettori, segretario generale Fp Cgil: no a sindacato che si sostituisce alla politica. Un po’ schematiche ma chiare. Forse anche inversamente proporzionale.
Parte sparato Franco Martini, (ex area socialista), segretario confederale: “La coalizione sociale? Non è il nostro mestiere”. Come se fare della contrattazione il terreno in cui continuare a contrastare gli effetti negativi delle politiche del governo fosse realmente possibile, e in fondo giusto e chissà anche fino a che punto legale. Un piccolo richiamo all’ordine costituito non fa male: “Ma è chiaro che se la manifestazione del 28 dovesse cambiare pelle, diventare il battesimo di una soggettività politica, ci sarebbe da fare una riflessione”.
Segue Walter Schiavella, segretario generale della Fillea, cioè degli edili, quelli di quasi un morto al giorno, pieno di immigrati schiavizzati al nero, della pensione solo dopo più di 50 anni di lavoro e ai quali i governi succedutesi hanno quasi abolito il numero degli ispettori per amor dei padroni. Il sindacato deve solo “contrattare”. Ci ha aperto un seminario nazionale con altre categorie, Filt, Filctem, Filcams, Nidil, il 1° aprile.
Dobbiamo cambiare radicalmente le politiche economiche e sociali di questo governo, dobbiamo recuperare voce e peso alla rappresentanza delle ragioni del lavoro. Dobbiamo. Dobbiamo. Mai una autocritica sui risultati ottenuti fino ad oggi. Su questo siamo tutti uniti. Abbiamo punti di vista diversi sul come farlo. Occorre rispondere a due interrogativi: chi interpreta la confederalità? E se non viene più interpretata poiché si ammette la debolezza totale del sindacato? Con quali strumenti agisce la relazione politica? E se non esiste da tempo la relazione politica, se non nell’appiattimento generale al Pd, se non alla Troika riformista (poiché chiedono sempre e solo riforme strutturali, cioè per sempre, sulle spalle dei lavoratori) di Bruxelles?
Poi il siluro. Occorre una politica di alleanze sociali, ma esse non possono dar luogo a pericolose evoluzioni. Su quali strategie e quali strumenti usare paiono chiaramente alternative fra loro. Su questo occorre misurarci: fra chi ritiene prioritaria la strada del movimentismo e delle alleanze sociali a tutto tondo e chi pensa invece che esse vadano costruite partendo dalla centralità del lavoro e, quindi, della contrattazione. Noi, come noto, siamo perché dal lavoro e dalla contrattazione si debba partire”. Non si può prescindere dalla necessità di consolidare l’unità tra Cgil Cisl Uil. Cioè il vecchio sine qua non che avanza, che non funziona più realisticamente da 20 anni se non per frenare, e che intende lasciar scivolare la Cgil nell’indebolimento e nella non rappresentanza generale del lavoro, se non quella di coloro che già ce l’avevano e che man mano usciranno dal tempo indeterminato, o dalla continua chiusura delle fabbriche. Gli altri, sempre più senza diritti e più sfruttati, non sanno che farsene del sindacato. Chiedetelo al Nidil che se non avesse i precari pubblici, ad alto tasso politico, non esisterebbe. Tutti sanno, dalla precarizzazione delle leggi Treu (Pd) in poi (1995) che i precari non possono assolutamente iscriversi al sindacato pena il licenziamento immediato. Più oggi che ieri. Il gurù dei riformisti Ichino pontifica soddisfatto: “Il Jobs Act è fatto per licenziare”.
La Gabrielli, seg. Filcams, (Terziario, Turismo e Servizi) ha appena rinnovato il “contratto”. 85€ in tre anni, al quarto livello però. A fine ottobre e per il futuro, ma già programmato da Renzi dal novembre scorso, l’aumento dell’IVA al 25,5% (oppure tagli agli sgravi fiscali) si sarà già rimangiato tutto. Ma questo non c’entra con il contratto che va “comunque fatto”. Cosa hanno ceduto i lavoratori sui diritti di vita o di benessere per ottenere questo “aumento stipendiale”? La difficile sopravvivenza oraria di sfruttamento a chiamata diretta del padrone e la possibilità, legislativa e non contrattuale di essere licenziati su due piedi. Quisquiglie schiaviste. Più soldi, per finta, per meno diritti reali. Il concetto di soddisfazione rimane alla radice: “sempre meglio di niente”.
Carla Cantone e Maurizio Landini, si ritrovano in un incontro – dibattito aperto ai cittadini, dopo la manifestazione Fiom di Roma, nel corso del quale i due dirigenti nazionali indicheranno gli obiettivi della nuova stagione sindacale. Chiarissima l’importanza della posizione dello SPI, sindacato compresso ma maggioritario della Cgil, per lo sviluppo dell’ipotesi Unions. I pensionati Cgil, che hanno perso una grande percentuale del loro già misero potere d’acquisto, rimangono un elemento chiave per la costruzione delle Unions, che dovrebbe raggruppare proprio chi soffre di più la politica neoliberista della povertà. Cantone precisa però all'agenzia Ansa di non voler discutere del nuovo soggetto politico del segretario della Fiom. Meglio la fuga. Chi conosce la Cantone sa quanto si sia speso per sostenere Cuperlo (Pd) nella campagna per le primarie di quel partito, malgrado il giuramento continuo sull’autonomia. Malgrado il dialogo sostenuto con il negazionista Civati.
Altri rimangono nell’analisi della situazione, spiegandola in dettaglio a chi la vive.
Slc (Lavoratori Comunicazione). Michele Azzola. “Aver deciso, con il Jobs Act, di incentivare le assunzioni ha avuto come conseguenza che le aziende che si presentano ex novo alle gare, con personale che costa oltre il 30% in meno rispetto a chi già gestisce il servizio, vincono gli appalti escludendo il personale che garantisce il servizio stesso. Nei prossimi mesi assisteremo alla sostituzione di tutto il personale che opera nei call center, o nelle cooperative sociali, generando drammi sociali in tutta la penisola”. Non creazione: sostituzione.
Il leit motiv è quello di sempre: abbiamo il dovere di rappresentare la realtà del lavoro per cambiarla. Dopo tutto quello che è già stato fatto? Tutti continuano a lanciare grande idee di contrattazione futura. Ha ragione Michele Prospero nella sua analisi di una realtà da prefascismo: “Con le scelte legislative che il governo Renzi ha imposto a tappe forzate, il mondo del lavoro è stato colpito su cruciali questioni di identità, di memoria, di interessi collettivi. Un attacco così sistematico e totale progettato per distruggere il sindacato come soggetto democratico, per cancellare le conquiste del lavoro e la sua dignità nello spazio sociale, a nessun governo era mai riuscito”. In fondo nemmeno a Mussolini. A questo e di questo deve rispondere la Cgil ai lavoratori italiani, tutti, senza venire a scusarsi dopo. Allora ben venga Landini se ridà fiato alla storia dei lavoratori! Ma non sembra il momento nemmeno in casa. Dopo la fiammata mediatica è tornato un silenzio stampa previsto.
Renzi, mentre i sindacati si muovono, ha già fatto terra bruciata intorno a loro, e per legge, alla quale anche la Cgil non può “disubbidire”, imporrà la visione dei padroni anche sui tanto vantati contratti. Il resto è, e sarà, ascolto, fino alla prossima pretesa dei padroni. Ammettiamo che rimane poco, oltre il famigerato diritto di sciopero che presto sarà tutto nelle mani del ministro di turno, riformista o di destra.
Quando il sindacalismo, punto di forza delle vere emancipazioni, della dignità del lavoro nei fatti, si cancella, tutto si degrada, non solo il lavoro, tutto si sposta e in quel vuoto le piazze si riempiono sia dell’estrema destra che degli integralismi religiosi o razziali. Tutti e due cancellano il termine solidarietà e dividono e spezzettano la società in interessi di clan e lobbie. Per questo Renzie è di destra. Del neoliberismo più becero e fascista che comincia a preoccupare anche il Tribunale Europeo dell’Aia. Ma simpatico, gioviale, finalmente di nuovo uno che comanda e che ci salverà. Dopo la “riforma” elettorale per i prossimi 20 anni.
mercoledì 1 ottobre 2014
Precariato e Art. 18
di Tonino D’Orazio
L'affondo in prosopopea
di Renzi, rende tutti perplessi. "Noi non cancelliamo
semplicemente l'art 18, ma tutti i co.co.co, co.co.pro, cancelliamo
il precariato e tutte quelle forme di collaborazione che hanno fatto
del precariato la forma prevalente del lavoro. Questo diritto che c'è
arriva da un giudice, noi vogliamo cancellare questo. Non voglio che
la scelta di licenziare o assumere sia in mano ad un giudice,
deve essere in mano all'imprenditore.” Finalmente cade la maschera
sua e del PD. Il lavoro non è più un diritto garantito dalla
Costituzione e dalle leggi dello stato tramite la magistratura, è
una semplice merce da bancarella. Cita:” "Il lavoro non è un
diritto in Italia, il lavoro è un dovere”. A dire il vero ci
eravamo già accorti che l’Italia non è più una Repubblica
fondata sul lavoro. Poi la giusta e incredibile chiacchiera:
“L'importante è che lo Stato non lasci a casa nessuno". "Io
non tratto con la minoranza del partito ma con i lavoratori" e
dice basta a una sinistra "opportunista e inchiodata al 25%",
che fa dell'articolo 18 una "battaglia ideologica". Sembra
non capire, oppure sì, i grandi benefici le opportunità, per i
padroni, dell’infame (visti i risultati) legge Biagi. Non gliela
faranno smontare facilmente, anzi potranno licenziare a piacimento (e
con il contributo dello stato) 8 milioni di lavoratori “garantiti”
dall’art.18 e riprenderne 6/7 milioni a progetto. Il resto
svilupperà le lacrime di coccodrillo di politici e di talk show,
sull’aumento della disoccupazione in Italia. Come ad ogni riforma
annuale del mercato del lavoro.
Dopo aver aperto al
“confronto” (ma non a tutti i costi) con i sindacati nel discorso
d'apertura della direzione del suo personale partito, (anzi l’ha
chiamato finalmente “ditta”), Renzi ha definito "inaccettabile
che non si dica che in questi anni hanno avuto una responsabilità
drammatica" perché "hanno rappresentato una sola parte. Se
non lo diciamo noi, facciamo un danno al sindacato". E’ la
buffonata finale: i sindacati dei lavoratori dovevano rappresentare
anche i padroni! Mentre questi, con i loro vari capi ideologici, Fmi,
Bce, UE, Berlusconi, i fascisti di Fini, gli ex-socialisti passati a
destra ecc, distruggevano il patrimonio giuridico ed economico del
mondo del lavoro italiano (e non solo), impoverivano milioni di
lavoratori e pensionati, e precarizzavano senza futuro la vita di
milioni di giovani. Forse le organizzazioni sindacali sono state
troppo accondiscendenti, trovando sempre tavoli e concertazioni che
li riportavano indietro di decenni, passo dopo passo, fino ad
arrivare oggi al ritorno ai primi del ‘900. Infatti i prossimi
tavoli riguarderanno quel poco che c’è rimasto in tre punti: una
legge sulla rappresentanza sindacale, (ne vedremo delle belle con
lacci e laccioli), la contrattazione di secondo livello (che
abbatterà il CCNNLL e ci avvierà al sistema americano, contratto
fabbrica per fabbrica; competitività tra fabbriche) e il salario
minimo (abbassando quello troppo alto dei “lavoratori
privilegiati”, tutti giù)". Per i pensionati c’è già la
proposta del FMI.
Renzie ironicamente dà a
se stesso un consiglio valido per i sindacati: “"Le mediazioni
vanno bene, il compromesso va bene, ma non si fanno a tutti i costi i
compromessi”.
La Cgil si dichiara
pronta ad "accettare la sfida", apprezzando "i toni
diversi dal passato" del premier. Scherziamo? Quali toni
diversi? Quale “passato” se in cinque mesi non ha fatto altro che
dichiarare che “può fare a meno” di tutti (anche del parlamento)
grazie all’amico Berlusconi che notoriamente, da piduista, sa che
la forza del sindacato deve essere distrutta per avere le mani
totalmente libere. Come si può prevedere una “grande
manifestazione” disinnescandola con tentativi di consultazioni
sapendo che la legge sulla riforma del lavoro sarà già approvata
personalmente da Renzie e dal fedele amico Berlusconi. Infatti Cisl e
Uil si sono già smarcati, come sempre. Uno dimettendosi, l’altro
trovando la proposta “interessante”.
Dopo l’abbattimento
dell’art.18 , in fase avanzata, il FMI ha già ordinato la prossima
mossa: ridurre le pensioni. Quelle che sono già le più povere
dell’UE. Tutti alla fame. Indipendentemente dall’aumento e dai
prossimi rincari annunciati come energia (+ 1,9%) e gas (+ 6,8%) con
l’avanzare della stagione fredda. Grazie Obama, Merkel e
Mongherini. Ci hanno fatto già pagare l’embargo e le “sanzioni”
alla Russia. Loro ideologicamente decidono e sparlano e noi paghiamo.
Infatti sembrano i pupari
della nostra storia, della nostra Costituzione, della nostra economia
e della nostra cultura pacifica. Le utilizzano a piacimento
personale, scaraventandoci, come dice Bergoglio in una terza guerra
mondiale diffusa e in una povertà ormai endemica. Con il nostro
plauso alienato.
L’abbattimento
dell’art.18, anche se non serve, lo hanno deciso altri, per pura
ideologia. L’Italia è cavia della disarticolazione della
giurisprudenza del lavoro e della sua dignità. Ovviamente facendola
fare alla “sinistra”.
giovedì 25 settembre 2014
Partiti e sindacati
di Tonino D'Orazio
Sono
parole forti o è una concreta strategia alla quale stiamo assistendo
e in un certo modo partecipando?
Il
nostro ideale repubblicano deriva interamente dalla nozione di
volontà generale, anche se questa è una nozione assai complessa.
Poiché in realtà si tratta di preferire la volontà del popolo a
una volontà singola. Certamente pensare non che una cosa sia giusta
perché il popolo la vuole, ma che a certe condizioni il volere del
popolo ha maggiori probabilità di qualsiasi altro volere di essere
conforme alla giustizia sociale e politica. O perlomeno a diminuire
errori politici complessivi. Eppure se una sola passione collettiva
(per esempio la guerra) afferra tutto un paese, il paese intero è
unanime nel delitto.
L’altro
elemento che sembra meno evidente in questa fase “democratica” è
che il popolo possa esprimere il suo volere rispetto ai problemi
della vita pubblica e non fare soltanto una scelta di persone. Questa
è una esigenza compressa ormai da partiti diventati autoritari per
impedirlo e che decidono in modo viscido a nome loro. Sembra che la
volontà generale non abbia alcuna relazione con le loro scelte.
Quant’anche spesso pilotate. In realtà un Renzie comanda con il
voto di meno di 20 cittadini su cento italiani. Ne va anche
strumentalmente molto fiero, come i re “unti dal Signore”. Eppure
la realtà sta rincorrendo le sue fughe in avanti, e a parte qualche
ulteriore piroetta non può stare sereno.
In
linea di principio il partito (o il sindacato) è uno strumento al
servizio di una certa concezione del bene pubblico. E’ uno
strumento per “fabbricare” una passione collettiva tale da
diventare maggioranza ed avere aspirazioni egemoniche. Sono sempre
legati agli interessi di una categoria sociale e esercita passione
presso i propri iscritti se vi rimane. Viene combattuto da partiti
avversari con passioni diverse se non inconsciamente simili, nella
difficoltà di cosa ritenere buono per bene pubblico o bene privato.
Spesso facendo coincidere il bene pubblico e quegli interessi. Finché
risultino formalmente evidenti, altrimenti vengono mascherati perfino
contro l’ovvietà. Questo è un virus mortale per i partiti poiché
non tutti possono rappresentare tutti, a meno di definire uno stato
sociale, con tutte le sue pulsioni, “pacificato” e non
suscettibile di tensioni o capovolgimenti. Situazione dove tutti
cedono sovranità al più “forte” che si è impossessato di tutti
gli strumenti offerti, volenti o nolenti, dalla “democrazia”.
La
pressione collettiva viene esercitata sul grande pubblico attraverso
la propaganda. Lo scopo confessato dalla propaganda è di persuadere,
non di comunicare. Tutti i partiti fanno propaganda e nessuno può
negare il loro obiettivo di educare il pubblico, e lavorare per
“formare” il giudizio del popolo in passione utilizzabile.
Pensate alla presa culturale dei partiti per l’indottrinamento
della e nella scuola. Oppure in questi mesi l’indottrinamento
televisivo, anche se a volte ridicolo, di “quanti bei vantaggi”
abbiamo ottenuto dall’Europa, sapendo quanto quest’ultima sia
stata un po’ maltrattata in queste ultime elezioni. Ma se
continuano sanno che saremo educati allo scopo, almeno la parte utile
o più debole critica-mente della popolazione.
In
linea di principio il partito è uno strumento al servizio di una
certa concezione del bene pubblico, almeno così si può interpretare
nella storia e nella nostra Costituzione, anche se non hanno mai
voluto essere “regolamentati” da leggi chiare sul loro
funzionamento e sui loro limiti riguardo alla preminenza del popolo,
unico vero arbitro. Ciò è vero anche per quelli che sono legati
agli interessi di una categoria sociale, come le organizzazioni
sindacali che organizzano milioni di persone, poiché si tratta
sempre di una certa concezione del bene pubblico in virtù della
quale vi sarebbe coincidenza tra il bene pubblico e quegli interessi.
Anche se questa concezione in verità risulta estremamente vaga
quando poi si scontra con la predominanza degli interessi più
“forti”. Tra l’altro una concezione del bene pubblico non è
cosa facile da pensare e perseguire, soprattutto se la società di
riferimento viene opportunamente aiutata a frazionarsi e deflagrare.
Un partito però pone come assioma di rappresentare il bene pubblico
e di tutti. Ciò non è mai esistito, è solo appropriazione del
potere. Poi si vedrà. E non si è visto altro, da un po’ di anni,
che accozzaglie innaturali di idee messe in comune in grandi
“coalizioni” e aggregazioni come collanti per il potere. Il
risultato è feroce per il bene pubblico e per il popolo (o no?).
Tra
l’altro alcune espressioni in merito al partito sono chiare.
Nessuno parlerebbe più oggi col termine un po’ guerriero del
“militante”. Nessuno può utilizzare il termine di rappresentanza
di una parte della società se non strumentalmente. Anzi voler
rappresentare tutti, pur significando di non rappresentare nessuno,
lo possono fare insieme e in accordo due parti anche in profondo
contrasto ideale e rappresentativo fra loro, con un tira e molla
risultato deleterio per i più deboli. Partito “liquido”
(drammaticamente come l’acqua che occupa gli spazi vuoti e si
adatta a qualsiasi contenitore), cioè non più strutturato con
posizioni condivise da circoli o dalla partecipazione continua. Vi
sono oggi solo riunioni di organismi dirigenti, eletti ogni tot anni,
con segreterie plenipotenziarie, anzi segretari autoritari (leader
populisti), alle quali le maggioranze sono costrette poi a delegare
tutte le decisioni. Spesso in ritardo culturale e politico in
rapporto alle linee congressuali condivise , in un quadro politico
reale in sviluppo troppo rapido. Quindi non esiste una linea di
partito o di sindacato. E’ come una macchina nuova appena uscita
dalla concessionaria; vale meno della metà. Tutto da rifare anche
durante i congressi stessi. Quello della Cgil per esempio, pur con un
“progetto” per il lavoro, è avvenuto in un passaggio di
consegne tra due governi e due premier non eletti, ma estremamente
decisionisti. Non se ne fa nulla.
Il
problema di fondo è che ormai i partiti liquidi, ma con un solo
capo, si sono impadroniti dello Stato, della Carta Costituzionale e
di tutte le leve del potere, andando avanti nella dissacrazione degli
stessi, nella manipolazione della rappresentanza popolare e nel
consolidamento della loro illegalità (povera Corte Costituzionale!).
A questo livello questi partiti sono un bene o un male? Sono
autoriformabili o non meritano il titolo, pur interessante e
democratico, di partito, essendo diventati tutt’altro?
Finalmente
anche la Camusso e la Cgil, ma forse non tutta, in un intervista
decreta che questo “governo
sceglie misure di destra, la sua unica logica è attaccare i
sindacati”. Intanto l’aver capito tardi, da almeno due congressi
che la logica capitalistica di questo secolo è quella di abolire i
sindacati, rendendoli pressoché inutili (“Se ne può fare a meno”
esplicitato) perché malgrado la lotta blanda di questi ultimi due
decenni e l’accettazione di un concetto di flessibilità del lavoro
ormai con grande evidenza diventato tallone di Achille con la
precarizzazione, rimane ancora uno zoccolo duro della difesa dei
diritti. E’ troppo per un neocapitalismo e una concezione
americana, cioè accordi fabbrica per fabbrica, convivere con
l’esistenza di un sindacato confederale dei lavoratori, ma forse
anche con quello padronale. E’ tardi per dire che “l’Europa è
contro un mercato del lavoro duale, [dopo aver rincorso le
straordinarie cavolate di Ichino per anni, visti i risultati. Ndr.] e
che in Europa è il contratto a tempo indeterminato ad essere
considerato lo standard”.
Però
se la Cgil non rappresenta più il mondo complessivo reale del lavoro
può essere oggi attaccata frontalmente dalle forze di destra e
quelle che fanno finta di essere di sinistra. Insieme l’hanno, e
continuano, sgretolata. Non riesce realisticamente a minacciare più
niente e nessuno, i suoi strumenti storici sono spuntati. Sono
rimasti spesso proclami. Pensare che chi ha aiutato a spuntarglieli
possano essere stati anche Cisl e Uil, con la trappola dell’unità
a tutti i costi, non è peccato. E’ il compimento di un altro
capitolo della P2. Il virus dell’indebolimento covava da dopo
Cofferati e forse già con lui. Ma soprattutto da quando la
“sinistra” politica del paese, non più sponda dei lavoratori, è
diventata collaterale alla destra e alla sua ideologia.
lunedì 27 gennaio 2014
Organismo Internazionale del Lavoro 2013
Tonino D’Orazio.
Le richieste della Confederazione Internazionale dei Sindacati (Ituc-Csi) agli oltre 2.500 partecipanti al World Economic Forum di Davos, in massima parte amministratori e manager di grandi imprese multinazionali, capi di stato e di governo, rappresentanti delle organizzazioni internazionali sono un elenco ingenuo dei mali, cioè dei danni irreversibili delle politiche neoliberiste e di “libero” mercato. Le vittorie vinte dai ricchi in questa guerra contro i poveri esposte ad una assemblea retriva e convinta di andare avanti sulla strada disastrosa intrapresa.
Bastano i titoli a dare una idea della relazione, drammatica sì, ma soffici, analitici, distaccati, senza responsabilità, un elenco:
Nella UE, mancano quasi 6 milioni di posti di lavoro per tornare alla situazione occupazionale pre-crisi… e nel 2013 la disoccupazione continua a peggiorare nella maggior parte dei paesi.. i lavoratori giovani o poco qualificati sono quelli maggiormente colpiti. L’aumento delle forme atipiche di occupazione riflette probabilmente (notate l’eufemismo) l’incertezza delle imprese rispetto alle prospettive della domanda... Il peggioramento della situazione dell’occupazione ha fatto crescere il rischio di disordini sociali. Secondo le ultime stime preparate per la Riunione Regionale Europea dell’ILO, il rischio di disordini sociali nella UE è aumentato di 12. C’è bisogno di strategie favorevoli all’occupazione.
C’è sempre una vera ambiguità nelle parole. Nel quadro giuridico attuale della perdita dei diritti del mondo del lavoro, nell’aumento dei ritmi e dell’orario, non si capisce se le strategie all’occupazioni continuino a contemplare maggior sfruttamento per la competitività oppure “buona” occupazione e dignità di vita dei lavoratori.
In quanto ai prossimi disordini sociali (già bollati in anticipo come sovvertimento, eversione, terrorismo, anarchia) mi sembra che la formula “per ragioni di sicurezza” sia già abbondantemente sfruttata oggi, sino a diventare quasi una tecnica governativa repressiva e permanente nel mondo intero, con formule diverse che rasentano sempre un vero attacco alla democrazia. Se uno vuole vedere.
A livello mondiale c’è stagnazione, anzi nessuna ripresa. Vi sono 200 milioni di disoccupati e probabilmente 250 milioni l’anno prossimo. Insomma alta disoccupazione, tagli ai salari, alti livelli di indebitamento delle famiglie, abbattimento delle tutele previdenziali, sociali e del lavoro. Crescono in modo esponenziale le disuguaglianze e le politiche di austerità stanno disarticolando gli Stati. Parola del FMI. Evviva l’analisi a danno fatto. Può pentirsi e ravvedersi il Word Economic Forum? Qualcuno cita la ridistribuzione delle ricchezze prodotte, visto che le patrimoniali fanno paura anche alla sinistra riformista?
Forse (non sono sicuri della crescita sempre preannunciata ma della disoccupazione sì) è in atto una “crescita senza occupazione”. Il piano per gli investimenti e l'occupazione, i salari e la protezione sociale, elaborato dall'Ituc per Davos 2014, include: investimenti infrastrutturali mirati per migliorare il potenziale produttivo nel lungo termine e andare verso un'economia a bassa emissione di carbonio; aumentare il potere d'acquisto delle famiglie a medio – basso reddito riducendo la disuguaglianza e rafforzando la contrattazione collettiva e il salario minimo; investire nelle politiche attive del mercato del lavoro per aumentare i livelli di competenze e ridurre la disoccupazione giovanile; ridurre l'informalità del lavoro e creare lavoro dignitoso nei Paesi emergenti e in via di sviluppo. Magari anche nel nostro.
Cioè il socialismo minimo di Turati del 1886! Quel socialismo cui sino al suo avvento è bene cooperare con il capitalismo. La linea di avanguardia del PSE.
Chi dovrebbe metterlo in opera questo piano e come? A chi lo sta chiedendo l’organizzazione sindacale mondiale? Al neoliberismo responsabile scientificamente e ideologicamente proprio della disastrata situazione attuale? All’assemblea del capitalismo becero e avanzato (Papa Francesco dixit) presente al WEC di Davos? A quei politici o amministratori presenti in assemblea che svendono i beni comuni o li distruggono per avere in cambio “meriti, plauso” e buone uscite milionarie?
In realtà si limita a chiedere al lupo presente e gongolante di non mangiare l’agnello dopo aver disposto a vista la carne viva nel suo elenco annuale. Elenco molto simile, e in niente risolutivo, di anno in anno dal 2008. Un po’ come dare i dettagli di una casa “sgarrupata” dalle ruspe voraci e lamentarsi dell’ineluttabilità.
sabato 15 giugno 2013
Giovani imprenditori alle armi
Tonino D'Orazio
Vuoi vedere che l’egoismo dei padri ha fregato anche loro. Ma da li a minacciare la rivoluzione tremano i polsi. Si dovrà fare a gara, se la devono fare i poveri o i ricchi. O tutti e due contro se stessi.
Sembra che la Confindustria soprattutto, ma anche la Confapi che emula i grandi, non abbiano nulla a che fare con la situazione attuale. Ricordo il 1994, quando fu eletto presidente del consiglio Berlusconi per la prima volta. Gli si scagliarono contro tutti gli organismi padronali nazionali, europei e mondiali. Aveva rotto un tabù. Gli imprenditori governavano e gestivano i soldi del paese tramite i politici, senza responsabilità diretta. Questa se la prendessero i politici. Berlusconi andò a prendersi i soldi dello Stato direttamente, senza mediazione. Scandalo, ma successivamente esempio, mondiale.
I grandi appaltatori, perché imprenditore è una parola troppo seria, ricevettero da allora grandi regali attraverso le privatizzazioni, in fin dei conti gratis, con giro cassa bancario. Eccetto il concorrente Fiat, ancora troppo ricco, che iniziò a vogare altrove dopo il diniego ad ottenere il gioiello Finmeccanica, Alenia compreso. Ricordiamo che si era già mangiato tutta la motoristica italiana, tanto da far dire a Tremonti che gli italiani avevano ricomperato la Fiat per ben tre volte. Benetton, sì quello delle magliette, ricevette le autostrade italiane costruite per decenni con le tasse degli italiani; un flusso continuo di denaro fresco in entrata giornaliera, e che grazie a Di Pietro non riuscì a vendere agli spagnoli. Tronchetti Provera, gruppo Pirelli, uomo di punta della ricca lobby ebraica italiana, ricevette tutta la telecomunicazione italiana e un paio di reti televisive per rifarsi della disastrosa scalata alla tedesca Continental, il tutto oggi allo sbando. Tralascio tutto il resto, il petrol-chimico, l’energia, l’agroalimentare, la grande distribuzione, l’aviazione, le casse di risparmio ecc., la lista sarebbe troppo lunga. Oggi, in Italia, sono più di 15.000 le imprese a controllo estero. Primi gli americani, secondi i francesi e terzi i tedeschi (report Istat 2011). Tralascio anche tutto quello di cui Berlusconi si è impossessato, da un imbroglio a un altro, dalle reti alle pubblicità televisive (90% a Mediaset), alle operazioni finanziarie e bancarie delle Poste Italiane (8.000 sportelli) tramite la sua banca Mediolanum, ecc…
Valutiamo anche tutti i benefici, enormi, indotti dalle varie “riforme” del mercato del lavoro e delle pensioni dei vari governi con un unico obiettivo, quello di impoverire le buste paga dei lavoratori e dei pensionati, dal pubblico al privato, e trasferire i benefici alle imprese e alle banche. Tutti i cosiddetti cunei fiscali, anche di 5 punti del Pil “tesoretto” di prodiana memoria, furono regalati direttamente a loro. I padri appaltatori hanno pensato ad ottenere benefici subito con il concetto di tirare la corda il più possibile su diritti e costo del lavoro, rivendere a stranieri tutto ciò che di buono esisteva nel nostro paese e tirare a campare. Molti soldi, maledetti e subito, per nasconderli altrove. Non hanno scelto la qualità del lavoro, dei prodotti, della professionalità. Hanno scelto la precarizzazione del lavoro, della vita delle persone e i rischiosi giochetti finanziari. Oggi cercano di tirare dentro le responsabilità anche le organizzazioni sindacali, addirittura “cedendo” sulla loro possibilità di rappresentarsi, diritto tolto illegalmente prima. Anzi Letta consiglia: “o remiamo tutti insieme nella stessa direzione e i problemi enormi che abbiamo non li risolveremo mai”. Funziona ancora la storia di chi rema e chi prende aria.
Anzi arrivano anche le lacrime di coccodrillo. Sono le organizzazioni sindacali a doversi "trovare di fronte a una sfida di grande complessità'", perché devono "tenere insieme la prioritaria difesa dei diritti e della dignità del lavoro ( che non c’è più) con l'individuazione degli interventi e degli strumenti innovativi necessari (ancora?) per superare la drammatica caduta dell'occupazione specie giovanile". Chi poteva raccontarla se non Napolitano dopo aver aiutato il parlamento e la destra europea a distruggere il tessuto del mercato del lavoro e del sociale. Insieme al segretario generale della Cisl.
Ora i figli e i nipoti degli appaltatori, perché di loro si tratta, essendo l’ascensore sociale bloccato ai piani alti, sono pronti a “prendere le armi”. Nei media non ha suscitato nessun scalpore, perché loro possono dirlo, gli altri nemmeno paventarlo. Ma poi contro chi le prenderebbero? Hanno già vinto, o quasi, la guerra contro i poveri. I “giovani” vorrebbero una eredità ormai sprecata, che lo Stato ripianasse nuovamente i loro debiti e sborsasse anche a loro un po’ di prebende, che si raschiasse il fondo di quel che rimane da regalare, da privatizzare, pardon, da “dismettere”. Fanno “moina”, amano il brivido, minacciano la “rivoluzione”, parolona che non fa più nemmeno sorridere in confronto a quello che succede nelle piazze mediterranee, ma sanno che l’amico Berlusconi è sempre lì, che i poteri forti, europei e mondiali, sono loro e che sono sempre alla plancia di comando per spogliare Stato e cittadini.
Evidentemente i “giovani” appaltatori dimenticano le responsabilità costituzionali (ma ormai chi non dimentica la Costituzione, cominciando dal suo garante Napolitano) sulla cosiddetta “responsabilità sociale” delle loro “imprese” e quindi anche i Principi Guida delle Nazioni Unite, che magari insistono troppo sul concetto di "accuratezza dovuta" (due diligence); concetto ed uguale definizione di responsabilità sociale messa a punto dalla Commissione Ue. Per Bruxelles, infatti, essa è definita come “la responsabilità delle imprese per le loro conseguenze sulla società. Il rispetto per la legislazione applicabile e per i contratti collettivi siglati fra le parti sociali sono un prerequisito per assolvere tale responsabilità”. Per questo motivo “le imprese devono applicare la due diligence quando analizzano le conseguenze delle proprie azioni e decisioni sull'ambiente e sui lavoratori”.
Risultato? Chiacchiere e distruzione. Forse ha ragione Draghi quando sancisce che lo stato sociale in Europa è definitivamente morto, con il massimo consenso padronale, popolare e istituzionale, insomma democraticamente.
Vuoi vedere che l’egoismo dei padri ha fregato anche loro. Ma da li a minacciare la rivoluzione tremano i polsi. Si dovrà fare a gara, se la devono fare i poveri o i ricchi. O tutti e due contro se stessi.
Sembra che la Confindustria soprattutto, ma anche la Confapi che emula i grandi, non abbiano nulla a che fare con la situazione attuale. Ricordo il 1994, quando fu eletto presidente del consiglio Berlusconi per la prima volta. Gli si scagliarono contro tutti gli organismi padronali nazionali, europei e mondiali. Aveva rotto un tabù. Gli imprenditori governavano e gestivano i soldi del paese tramite i politici, senza responsabilità diretta. Questa se la prendessero i politici. Berlusconi andò a prendersi i soldi dello Stato direttamente, senza mediazione. Scandalo, ma successivamente esempio, mondiale.
I grandi appaltatori, perché imprenditore è una parola troppo seria, ricevettero da allora grandi regali attraverso le privatizzazioni, in fin dei conti gratis, con giro cassa bancario. Eccetto il concorrente Fiat, ancora troppo ricco, che iniziò a vogare altrove dopo il diniego ad ottenere il gioiello Finmeccanica, Alenia compreso. Ricordiamo che si era già mangiato tutta la motoristica italiana, tanto da far dire a Tremonti che gli italiani avevano ricomperato la Fiat per ben tre volte. Benetton, sì quello delle magliette, ricevette le autostrade italiane costruite per decenni con le tasse degli italiani; un flusso continuo di denaro fresco in entrata giornaliera, e che grazie a Di Pietro non riuscì a vendere agli spagnoli. Tronchetti Provera, gruppo Pirelli, uomo di punta della ricca lobby ebraica italiana, ricevette tutta la telecomunicazione italiana e un paio di reti televisive per rifarsi della disastrosa scalata alla tedesca Continental, il tutto oggi allo sbando. Tralascio tutto il resto, il petrol-chimico, l’energia, l’agroalimentare, la grande distribuzione, l’aviazione, le casse di risparmio ecc., la lista sarebbe troppo lunga. Oggi, in Italia, sono più di 15.000 le imprese a controllo estero. Primi gli americani, secondi i francesi e terzi i tedeschi (report Istat 2011). Tralascio anche tutto quello di cui Berlusconi si è impossessato, da un imbroglio a un altro, dalle reti alle pubblicità televisive (90% a Mediaset), alle operazioni finanziarie e bancarie delle Poste Italiane (8.000 sportelli) tramite la sua banca Mediolanum, ecc…
Valutiamo anche tutti i benefici, enormi, indotti dalle varie “riforme” del mercato del lavoro e delle pensioni dei vari governi con un unico obiettivo, quello di impoverire le buste paga dei lavoratori e dei pensionati, dal pubblico al privato, e trasferire i benefici alle imprese e alle banche. Tutti i cosiddetti cunei fiscali, anche di 5 punti del Pil “tesoretto” di prodiana memoria, furono regalati direttamente a loro. I padri appaltatori hanno pensato ad ottenere benefici subito con il concetto di tirare la corda il più possibile su diritti e costo del lavoro, rivendere a stranieri tutto ciò che di buono esisteva nel nostro paese e tirare a campare. Molti soldi, maledetti e subito, per nasconderli altrove. Non hanno scelto la qualità del lavoro, dei prodotti, della professionalità. Hanno scelto la precarizzazione del lavoro, della vita delle persone e i rischiosi giochetti finanziari. Oggi cercano di tirare dentro le responsabilità anche le organizzazioni sindacali, addirittura “cedendo” sulla loro possibilità di rappresentarsi, diritto tolto illegalmente prima. Anzi Letta consiglia: “o remiamo tutti insieme nella stessa direzione e i problemi enormi che abbiamo non li risolveremo mai”. Funziona ancora la storia di chi rema e chi prende aria.
Anzi arrivano anche le lacrime di coccodrillo. Sono le organizzazioni sindacali a doversi "trovare di fronte a una sfida di grande complessità'", perché devono "tenere insieme la prioritaria difesa dei diritti e della dignità del lavoro ( che non c’è più) con l'individuazione degli interventi e degli strumenti innovativi necessari (ancora?) per superare la drammatica caduta dell'occupazione specie giovanile". Chi poteva raccontarla se non Napolitano dopo aver aiutato il parlamento e la destra europea a distruggere il tessuto del mercato del lavoro e del sociale. Insieme al segretario generale della Cisl.
Ora i figli e i nipoti degli appaltatori, perché di loro si tratta, essendo l’ascensore sociale bloccato ai piani alti, sono pronti a “prendere le armi”. Nei media non ha suscitato nessun scalpore, perché loro possono dirlo, gli altri nemmeno paventarlo. Ma poi contro chi le prenderebbero? Hanno già vinto, o quasi, la guerra contro i poveri. I “giovani” vorrebbero una eredità ormai sprecata, che lo Stato ripianasse nuovamente i loro debiti e sborsasse anche a loro un po’ di prebende, che si raschiasse il fondo di quel che rimane da regalare, da privatizzare, pardon, da “dismettere”. Fanno “moina”, amano il brivido, minacciano la “rivoluzione”, parolona che non fa più nemmeno sorridere in confronto a quello che succede nelle piazze mediterranee, ma sanno che l’amico Berlusconi è sempre lì, che i poteri forti, europei e mondiali, sono loro e che sono sempre alla plancia di comando per spogliare Stato e cittadini.
Evidentemente i “giovani” appaltatori dimenticano le responsabilità costituzionali (ma ormai chi non dimentica la Costituzione, cominciando dal suo garante Napolitano) sulla cosiddetta “responsabilità sociale” delle loro “imprese” e quindi anche i Principi Guida delle Nazioni Unite, che magari insistono troppo sul concetto di "accuratezza dovuta" (due diligence); concetto ed uguale definizione di responsabilità sociale messa a punto dalla Commissione Ue. Per Bruxelles, infatti, essa è definita come “la responsabilità delle imprese per le loro conseguenze sulla società. Il rispetto per la legislazione applicabile e per i contratti collettivi siglati fra le parti sociali sono un prerequisito per assolvere tale responsabilità”. Per questo motivo “le imprese devono applicare la due diligence quando analizzano le conseguenze delle proprie azioni e decisioni sull'ambiente e sui lavoratori”.
Risultato? Chiacchiere e distruzione. Forse ha ragione Draghi quando sancisce che lo stato sociale in Europa è definitivamente morto, con il massimo consenso padronale, popolare e istituzionale, insomma democraticamente.
sabato 7 luglio 2012
Le frasi giuste per sfondare in un salotto buono targato Pd
di Matteo Pucciarelli da Micromega
Se non riuscite a cambiare il Paese e anzi il Paese sta cambiando voi, non fatevene un cruccio. Cambiate pure e puntate alla scorciatoia, datevi da fare. Avete il futuro davanti, cari giovani. E un partito, un grande partito, sempre pronto ad accogliervi: basta che vi troviate la giusta collocazione. Con un po’ di furbizia e qualche frase di rito è possibile, anzi è inevitabile, entrare nel giro che conta. Quello del Pd che, al Potere, gli dà del tu (astenersi giovani turchi). In tempi di feste democratiche sparse per l’Italia, le occasioni per mettervi in luce fioccheranno. Ecco qui una serie di benevoli e intelligenti consigli per fare un figurone con i notabili democrats. Avvertenza: le frasi vanno utilizzate per filo e per segno, anche nella punteggiatura.
1. «La Fornero si è dimostrata una riformista vera, pazienza se è impopolare, le riforme autentiche lo sono sempre». È una dichiarazione banale, ma serve a mettere i puntini sulle “i”. Solo lodando la Fornero si può far intendere ai commensali di essere affidabili, pronti al sacrificio per il bene del Paese e con la giusta dose di “modernità” addosso. Ma non spingetevi oltre cercando di dare un senso logico a una frase del genere, perché risulterete perdenti. Fateci caso: nessun big del Pd è ancora riuscito a farlo, e mica potete credervi migliori di D’Alema già al primo incontro.
2. «Marchionne è un modernizzatore, con Obama si stimano un monte». Il richiamo al presidente Usa è fondamentale, conferisce un’aurea magica a qualsiasi baggianata; non toccate per nessun motivo al mondo la questione Fabbrica Italia – promesse mancate, non è elegante; però se riuscite ad aggiungere «con la frase del folklore sulla sentenza pro-Fiom è stato duro, ma in fondo ha ragione» senza sentirvi dei vermi avete fatto bingo. Penderanno dalle vostre labbra.
3. «Siamo un Paese paralizzato dalla casta dei sindacati. Dicono sempre di no, e oltretutto scioperano sempre il venerdì, guarda un po’». Prima una denuncia durissima contro il vero potere forte italiano (la Cgil, anzi la Fiom, lo sanno tutti), poi una sagace osservazione su quegli scansafatiche col posto fisso. State andando fortissimo, cominciano a stimarvi.
4. «Io credo molto nella vocazione maggioritaria. Però un accordo con l’Udc ci può anche stare. Serve serietà, mica vorrete i ministri di lotta e di governo?». È da queste dichiarazioni che si intravede lo statista che c’è in voi. Ricordare, se possibile, che a fare cadere Prodi nel 2008 fu Rifondazione Comunista. Naturalmente non è vero, ma nessuno vi smentirà e anzi, sarà l’occasione giusta per insultare i cachemire di Bertinotti scordandovi delle tangenti a Penati e dei furti di Lusi.
5. «Ieri sul Post c’era un’ottima analisi di Luca Sofri secondo cui…». La frase può continuare come vi pare, andate a braccio ma non vi emozionate troppo: avrete tutti gli occhi addosso. Ricordarsi due o tre dizioni, è vitale: «contro ogni conservatorismo», «la questione è un’altra», «è il tempo della responsabilità». L’unica raccomandazione è non parlare di fatti e idee concrete perché da quelle parti non sono gradite, e in più rischiate un richiamo dal Fondo Monetario Internazionale portato via lettera da Napolitano in persona.
6. «Diciamo la verità, le eccessive tutele dei nostri genitori ci hanno tarpato il futuro». È il vostro momento, gli applausi sono vicini, per il momento fate incetta di pacche sulla spalla. Rimembrate che vi state riferendo alle pensioni di maestri, impiegati, dipendenti pubblici, operai specializzati, gente da 1400 euro al mese: i vostri stessi padri, insomma. Ma non pensateci, tanto a casa vi vogliono bene lo stesso anche se li pugnalate alle spalle. E soprattutto, non fatevi prendere la mano come dei piccoli Che Guevara: voi NON state parlando (né siete autorizzati a farlo) delle 100 mila pensioni d’oro che si aggirano per il Paese – e che ci costano 13 miliardi l’anno.
7. «Che tristezza i miei amici che leggono il Fatto e pensano pure di essere di sinistra». Strappatevi poi le vesti per la chiusura del Riformista, «era benzina per la mia mente» – tutti sanno che è una fandonia, ma è un passo obbligato da fare per essere accettati. Se possibile, evidenziate che Travaglio è pieno di soldi e che ha perso un paio di cause, che quello «è il giornale delle procure», che Beppe Grillo fece un incidente e causò morti. Rintuzzate il discorso qua e là con i termini «populismo» e «demagogia». Ah, e criticate il Molise di Di Pietro, fa niente se lo governa uno del Pdl.
8. «Ho viaggiato molto. Come ha scritto Rondolino, “è andando spesso negli Stati Uniti che ho capito che cos’è la libertà”». Ragazzo, sei una bomba, lasciatelo dire. Altri cinque minuti e freghi il posto alla Madia nel 2013.
9. «Basta con questo statalismo novecentesco, perdio». Il «perdio» è importante perché dà quel tocco laico chic utile ad alleggerire il discorso. «Privatizzazioni» e «liberalizzazioni» parole chiave, se vi sentite sicuri di voi stessi aggiungete un «Montezemolo» (a cui hanno regalato le concessioni, ma non fatene cenno): state professando l’immane necessità di svendere il vostro stesso Paese, state insomma sostenendo una ricetta non solo di destra ma pure fallimentare. Però premieranno il vostro coraggio e – ovviamente – la vostra “modernità”. Adesso considerati pure l’erede di Stefano Fassina, uno che dice cose giuste dal pulpito sbagliato.
10. «C’è un Gramsci inedito, e lo scriveva pure Ernesto Galli della Loggia in un editoriale due settimane fa, che esaltava la meritocrazia. Senza d’essa, l’uguaglianza è conservazione. E io mi reputo un riformista tout court». È una cazzata, ma nessuno controllerà. Qualcuno dell’Aspen Institute a cui sei stato segnalato via Skype dopo la frase numero 6 ti sta già domandando se per caso, chissà, «ti andrebbe di fare il ministro dell’Economia nel prossimo governo? Tranquillo, devi solo mettere qualche firma qua e là». Non hai fatto la rivoluzione, non hai cambiato un cazzo nel mondo. Però, finalmente, da domani molli la stanzetta a Tiburtina e cerchi casa a Trastevere. O davanti al Colosseo.
Se non riuscite a cambiare il Paese e anzi il Paese sta cambiando voi, non fatevene un cruccio. Cambiate pure e puntate alla scorciatoia, datevi da fare. Avete il futuro davanti, cari giovani. E un partito, un grande partito, sempre pronto ad accogliervi: basta che vi troviate la giusta collocazione. Con un po’ di furbizia e qualche frase di rito è possibile, anzi è inevitabile, entrare nel giro che conta. Quello del Pd che, al Potere, gli dà del tu (astenersi giovani turchi). In tempi di feste democratiche sparse per l’Italia, le occasioni per mettervi in luce fioccheranno. Ecco qui una serie di benevoli e intelligenti consigli per fare un figurone con i notabili democrats. Avvertenza: le frasi vanno utilizzate per filo e per segno, anche nella punteggiatura.
1. «La Fornero si è dimostrata una riformista vera, pazienza se è impopolare, le riforme autentiche lo sono sempre». È una dichiarazione banale, ma serve a mettere i puntini sulle “i”. Solo lodando la Fornero si può far intendere ai commensali di essere affidabili, pronti al sacrificio per il bene del Paese e con la giusta dose di “modernità” addosso. Ma non spingetevi oltre cercando di dare un senso logico a una frase del genere, perché risulterete perdenti. Fateci caso: nessun big del Pd è ancora riuscito a farlo, e mica potete credervi migliori di D’Alema già al primo incontro.
2. «Marchionne è un modernizzatore, con Obama si stimano un monte». Il richiamo al presidente Usa è fondamentale, conferisce un’aurea magica a qualsiasi baggianata; non toccate per nessun motivo al mondo la questione Fabbrica Italia – promesse mancate, non è elegante; però se riuscite ad aggiungere «con la frase del folklore sulla sentenza pro-Fiom è stato duro, ma in fondo ha ragione» senza sentirvi dei vermi avete fatto bingo. Penderanno dalle vostre labbra.
3. «Siamo un Paese paralizzato dalla casta dei sindacati. Dicono sempre di no, e oltretutto scioperano sempre il venerdì, guarda un po’». Prima una denuncia durissima contro il vero potere forte italiano (la Cgil, anzi la Fiom, lo sanno tutti), poi una sagace osservazione su quegli scansafatiche col posto fisso. State andando fortissimo, cominciano a stimarvi.
4. «Io credo molto nella vocazione maggioritaria. Però un accordo con l’Udc ci può anche stare. Serve serietà, mica vorrete i ministri di lotta e di governo?». È da queste dichiarazioni che si intravede lo statista che c’è in voi. Ricordare, se possibile, che a fare cadere Prodi nel 2008 fu Rifondazione Comunista. Naturalmente non è vero, ma nessuno vi smentirà e anzi, sarà l’occasione giusta per insultare i cachemire di Bertinotti scordandovi delle tangenti a Penati e dei furti di Lusi.
5. «Ieri sul Post c’era un’ottima analisi di Luca Sofri secondo cui…». La frase può continuare come vi pare, andate a braccio ma non vi emozionate troppo: avrete tutti gli occhi addosso. Ricordarsi due o tre dizioni, è vitale: «contro ogni conservatorismo», «la questione è un’altra», «è il tempo della responsabilità». L’unica raccomandazione è non parlare di fatti e idee concrete perché da quelle parti non sono gradite, e in più rischiate un richiamo dal Fondo Monetario Internazionale portato via lettera da Napolitano in persona.
6. «Diciamo la verità, le eccessive tutele dei nostri genitori ci hanno tarpato il futuro». È il vostro momento, gli applausi sono vicini, per il momento fate incetta di pacche sulla spalla. Rimembrate che vi state riferendo alle pensioni di maestri, impiegati, dipendenti pubblici, operai specializzati, gente da 1400 euro al mese: i vostri stessi padri, insomma. Ma non pensateci, tanto a casa vi vogliono bene lo stesso anche se li pugnalate alle spalle. E soprattutto, non fatevi prendere la mano come dei piccoli Che Guevara: voi NON state parlando (né siete autorizzati a farlo) delle 100 mila pensioni d’oro che si aggirano per il Paese – e che ci costano 13 miliardi l’anno.
7. «Che tristezza i miei amici che leggono il Fatto e pensano pure di essere di sinistra». Strappatevi poi le vesti per la chiusura del Riformista, «era benzina per la mia mente» – tutti sanno che è una fandonia, ma è un passo obbligato da fare per essere accettati. Se possibile, evidenziate che Travaglio è pieno di soldi e che ha perso un paio di cause, che quello «è il giornale delle procure», che Beppe Grillo fece un incidente e causò morti. Rintuzzate il discorso qua e là con i termini «populismo» e «demagogia». Ah, e criticate il Molise di Di Pietro, fa niente se lo governa uno del Pdl.
8. «Ho viaggiato molto. Come ha scritto Rondolino, “è andando spesso negli Stati Uniti che ho capito che cos’è la libertà”». Ragazzo, sei una bomba, lasciatelo dire. Altri cinque minuti e freghi il posto alla Madia nel 2013.
9. «Basta con questo statalismo novecentesco, perdio». Il «perdio» è importante perché dà quel tocco laico chic utile ad alleggerire il discorso. «Privatizzazioni» e «liberalizzazioni» parole chiave, se vi sentite sicuri di voi stessi aggiungete un «Montezemolo» (a cui hanno regalato le concessioni, ma non fatene cenno): state professando l’immane necessità di svendere il vostro stesso Paese, state insomma sostenendo una ricetta non solo di destra ma pure fallimentare. Però premieranno il vostro coraggio e – ovviamente – la vostra “modernità”. Adesso considerati pure l’erede di Stefano Fassina, uno che dice cose giuste dal pulpito sbagliato.
10. «C’è un Gramsci inedito, e lo scriveva pure Ernesto Galli della Loggia in un editoriale due settimane fa, che esaltava la meritocrazia. Senza d’essa, l’uguaglianza è conservazione. E io mi reputo un riformista tout court». È una cazzata, ma nessuno controllerà. Qualcuno dell’Aspen Institute a cui sei stato segnalato via Skype dopo la frase numero 6 ti sta già domandando se per caso, chissà, «ti andrebbe di fare il ministro dell’Economia nel prossimo governo? Tranquillo, devi solo mettere qualche firma qua e là». Non hai fatto la rivoluzione, non hai cambiato un cazzo nel mondo. Però, finalmente, da domani molli la stanzetta a Tiburtina e cerchi casa a Trastevere. O davanti al Colosseo.
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