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mercoledì 13 dicembre 2017

Media USA: il giorno della vergogna totale







Fake News del mainstream: Le testate giornalistiche USA hanno subito la loro più umiliante disfatta da tempo: ora rifiutano qualsiasi trasparenza su ciò che è successo [G. Greenwald]
di Glenn Greenwald da Megachip

Venerdì 8 dicembre è stato uno dei giorni più imbarazzanti per i media USA da un sacco di tempo in qua. L'orgia di umiliazioni è stata innescata dalla CNN, con MSNBC e CBS sulla sua scia, con innumerevoli opinionisti, commentatori e operatori politici che si sono uniti alla festa per tutto il giorno. Alla fine della giornata, era chiaro che molti dei più grandi e influenti organi di informazione della nazione avevano diffuso a milioni di persone una notizia esplosiva, benché completamente falsa, intanto che si rifiutavano di fornire alcuna spiegazione su come tutto questo fosse successo.

Lo spettacolo è iniziato venerdì mattina alle ore 11 della costa orientale USA, quando la testata che si proclama “Il nome più attendibile nel dare notizie” (ossia la CNN, “The Most Trusted Name in News™”, NdT) ha speso ben 12 minuti consecutivi di trasmissione cavalcando in modo scintillante un reportage-bomba in esclusiva che sembrava dimostrare che WikiLeaks, lo scorso settembre, aveva segretamente offerto alla macchina elettorale di Trump, e persino a Donald Trump in persona, un accesso speciale alle e-mail del Comitato Nazionale Democratico (DNC) prima che fossero pubblicate su Internet. Siccome la CNN si affaccia sul mondo, tutto questo proverebbe collusione tra la famiglia Trump e WikiLeaks e, cosa più importante, tra Trump e la Russia, dal momento che la comunità dei servizi segreti degli Stati Uniti considera WikiLeaks come un "braccio dell'intelligence russa", e quindi fanno così anche i media statunitensi.

Tutta questa rivelazione era basata su un’e-mail che la CNN con forza sottintendeva di aver ottenuto in esclusiva e che aveva ormai a disposizione. L'e-mail era stata inviata da un tale di nome "Michael J. Erickson" - qualcuno di cui nessuno aveva mai sentito parlare prima di allora e che la CNN non poteva identificare - a Donald Trump Junior, e offriva una chiave di decrittazione nonché l'accesso alle e-mail del DNC che WikiLeaks aveva "caricato". L'e-mail era una pistola fumante, agli occhi estremamente eccitati della CNN, perché era datata 4 settembre – dunque dieci giorni prima che WikiLeaks iniziasse a promuovere l'accesso a quelle e-mail online - dimostrando così che alla famiglia Trump veniva offerto un accesso speciale e unico all'archivio del DNC: presumibilmente da Wikileaks e dal Cremlino.

È impossibile comunicare a parole che tipo di scoop spettacolare e devastante credeva di avere la CNN, perciò è necessario che guardiate voi stessi con i vostri occhi per notare quali toni accalorati, quali inflessioni mozzafiato e quanta gravità trasmetteva questo canale, considerato che chiaramente credeva di dare oramai un colpo quasi fatale in merito alla storia della collusione Trump/Russia:


C'era solo un piccolo problema con questa storia: era fondamentalmente falsa, e lo era nel modo più imbarazzante possibile. Ore dopo che la CNN aveva trasmesso il suo racconto - e dopo averlo ripetutamente rilanciato e pompato - il Washington Post ha riferito che la CNN ha toppato di brutto proprio sul fatto cruciale della vicenda.

L'e-mail non era datata 4 settembre, come pretendeva la CNN, bensì 14 settembre: il che significa che era stata inviata dopo che WikiLeaks aveva già pubblicato l'accesso alle e-mail del DNC online. Quindi, anziché offrire una sorta di accesso speciale a Trump, "Michael J. Erickson" era semplicemente una persona a caso del pubblico che incoraggiava la famiglia Trump a guardare le e-mail del DNC apertamente disponibili che WikiLeaks - come tutti già sapevano - aveva pubblicamente promosso. In altre parole, l'e-mail era l'esatto opposto di ciò che la CNN sosteneva che fosse.



Com’è che la CNN è giunta a pompare con irruenza una storia così tanto spettacolarmente falsa? Si rifiutano di dirlo. Molte ore dopo che la loro narrazione è stata svelata in tutta la sua falsità, il giornalista che l'ha presentata in origine, il cronista parlamentare Manu Raju, ha finalmente pubblicato un tweet che annotava la correzione. Il dipartimento di pubbliche relazioni della CNN ha quindi affermato che "più fonti" avevano fornito alla CNN una data falsa. E Raju è andato alla CNN, con toni più dimessi, per annotare la correzione, affermando esplicitamente che "due fonti" gli avevano fornito ciascuna la data falsa in merito all'e-mail, mentre chiariva anche che la CNN non aveva mai nemmeno visto l'e-mail, ma aveva solo fonti che descrivevano i suoi presunti contenuti:

Tutto ciò fa sorgere la domanda lampante, ovvia e critica, che la CNN si rifiuta di affrontare: in che modo le "fonti multiple" hanno erroneamente interpretato la data in testa a questo documento, esattamente nello stesso modo, e verso le stesse conclusioni, e hanno quindi dato in pasto queste informazioni false alla CNN?

È, ovviamente, del tutto plausibile che una fonte possa in modo incolpevole interpretare erroneamente la data di un documento. Ma in che modo sarebbe anche lontanamente plausibile che più fonti possano del tutto innocentemente e in buona fede interpretare erroneamente la data proprio nello stesso modo, tutto per causare la propagazione di una rivelazione diffusa su tutti i media in merito alla collusione Trump/Russia /WikiLeaks? Questa è la domanda fondamentale cui la CNN si rifiuta semplicemente di rispondere. In altre parole, la CNN si rifiuta di fornire la massima trasparenza per consentire al pubblico di capire cosa è davvero successo in questo frangente.

PERCHÉ TUTTO QUESTO CONTA COSÌ TANTO? Per tanti motivi importanti:

Per cominciare, è difficile esagerare su quanto velocemente, quanto lontano e quanto diffusamente abbia viaggiato questa falsa notizia. Opinionisti, funzionari e giornalisti del Partito Democratico con enormi piattaforme sui social media si sono immediatamente tuffati sulla storia, annunciando che dimostrava una collusione tra Trump e la Russia (attraverso WikiLeaks). Un tweet del parlamentare democratico Ted Lieu, il quale sosteneva che tutto questo evidenziava le prove di una collusione criminale, è stato ri-twittato migliaia e migliaia di volte in poche ore (Lieu ha flemmaticamente cancellato il tweet dopo che io ne ho annunciato la falsità, e molto tempo dopo che era diventato assai virale, senza mai dire ai suoi seguaci che la storia della CNN, e quindi la sua accusa, erano state sbufalate).

Benjamin Wittes del Brookings Institute, la cui stella era in ascesa mentre si autopromuoveva come amico dell'ex direttore dell'FBI Jim Comey, non solo ha rilanciato la storia della CNN alla mattina, ma lo ha fatto con la parola "Boom" - usata per segnalare che un grande colpo è stato inferto a Trump sulla vicenda della Russia - insieme alla gif di un cannone che viene fatto detonare.

Josh Marshall del blog Talking Points Memo ha creduto che la storia fosse così significativa da usare in cima al suo articolo l'immagine di una bomba atomica che esplodeva, discutendo le sue implicazioni, un articolo che ha twittato ai suoi circa 250.000 follower. Solo di notte è stata aggiunta una nota redazionale che annunciava che l'intera faccenda era falsa.

È difficile quantificare esattamente quante persone siano state ingannate - riempite di notizie false e propaganda - dalla narrazione della CNN. Ma grazie a giornalisti e funzionari fedeli al Partito Democratico che decretano che ogni affermazione in tema Trump/Russia debba essere vera senza guardare alcuna prova, è certamente cosa sicura affermare che molte centinaia di migliaia di persone, quasi certamente milioni, sono state esposte a queste false affermazioni.

Sicuramente chiunque abbia qualche minima preoccupazione sull'accuratezza del giornalismo - che presumibilmente includerà tutte le persone che hanno passato l'ultimo anno a lagnarsi di Fake News, propaganda, bot di Twitter e via lamentando - pretenderebbe una rendicontazione su come uno dei maggiori organi mediatici americani sia finito a subissare il cervello di così tante persone con notizie totalmente false. Basterebbe solo questo per dover sollecitare alla CNN un’esauriente spiegazione su cosa esattamente sia capitato. Nessun bot russo su Facebook o Twitter potrebbe avere un impatto neanche lontanamente paragonabile all'impatto di questa narrazione della CNN quando si tratti di ingannare la gente con informazioni sfacciatamente inesatte.

In secondo luogo, le "fonti multiple" che hanno fornito alla CNN questa falsa informazione non si sono limitate a quella rete. Erano apparentemente molto impegnate a diffondere avidamente le false informazioni a quanti più media potevano trovare. A metà giornata, la CBS News ha affermato di aver "confermato" in modo indipendente la storia della CNN sull'e-mail, e ha pubblicato anche il suo articolo mozzafiato, discutendo le gravi implicazioni di questa collusione disvelata.

Ma la cosa più imbarazzante di tutte l’ha fatta la MSNBC. Dovete solo guardare questo servizio del suo «corrispondente in materia di intelligence e sicurezza nazionale», Ken Dilanian, per crederci. Così come la CBS, anche Dilanian ha affermato di aver «confermato» in modo indipendente il falso rapporto della CNN da «due fonti che hanno conoscenza diretta di questo fatto». Dilanian, la cui carriera nei media statunitensi continua a prosperare quanto più viene esposto come qualcuno che fedelmente ripete a pappagallo ciò che la CIA gli dice di dire (dal momento che questo è uno degli attributi più ambiti e apprezzati nel giornalismo USA), ha utilizzato tre minuti per mescolare affermazioni della CIA (prive di prove e trattate come fatti) con affermazioni totalmente false su ciò che le sue molteplici "fonti con conoscenza diretta" gli avevano riferito su tutto questo. Si prega di guardarlo di nuovo: non tanto per il contenuto, quanto per il tenore e il tono in cui si “riferiscono” le “notizie”. È una roba imbarazzante ai livelli del portavoce di Saddam Hussein, il famigerato Baghdad-Bob:

Pensate esattamente a cosa significhi tutto questo. Significa che almeno due - e possibilmente più - fonti, che tutti questi media hanno giudicato credibili in termini di accesso a informazioni sensibili, hanno fornito le stesse false informazioni a più organi di informazione contemporaneamente. Per molte ragioni, è molto alta la probabilità che queste fonti fossero membri democratici della Commissione sull’Intelligence della Camera (o dei funzionari di alto livello delle loro squadre), poiché è stata la Commissione ad aver ottenuto l'accesso alle e-mail di Trump Jr., benché sia certamente possibile che sia qualcun altro ancora. Non lo sapremo fino a quando questi organi di informazione non si degneranno di riferire al pubblico queste informazioni cruciali: quali «molteplici fonti» hanno mai agito congiuntamente per divulgare informazioni false e incredibilmente incendiarie presso i maggiori organi di informazione nazionali?


 

Appena la settimana scorsa, il Washington Post (con grande plauso, anche mio) ha deciso di esporre una fonte – una donna a cui avevano promesso l'anonimato e le protezioni a microfoni spenti - perché hanno scoperto che aveva intenzionalmente loro fornito false informazioni come parte di una trama ordita da Project Veritas per screditare il Post. È un principio ben consolidato del giornalismo (raramente seguito quando si parla di persone potenti a Washington): il fatto cioè che i giornalisti dovrebbero esporre, anziché proteggere e nascondere, le fonti che abbiano fornito di proposito false informazioni da diffondere presso il pubblico.

È forse quello che è successo nel nostro caso? Queste "fonti multiple" che hanno dato in pasto le informazioni completamente false non solo alla CNN, ma anche a MSNBC e CBS, lo fanno deliberatamente e in malafede? Fino a quando queste testate giornalistiche non forniranno un rendiconto di quel che è successo - ciò che si potrebbe chiamare "trasparenza giornalistica minima" - è impossibile dirlo con certezza. Ma al momento, è molto difficile immaginare uno scenario in cui più fonti abbiano tutte indicato la data sbagliata a diversi media in modo innocente e in buona fede.

Se si trattasse, in realtà, di un deliberato tentativo volto a causare una narrazione falsa e molto incendiaria, allora questi media hanno l'obbligo di mettere in vista chi sono i colpevoli - proprio come il Washington Post ha fatto la scorsa settimana nei confronti della donna che faceva affermazioni false su Roy Moore (era molto più facile in quel caso perché la fonte che mettevano in vista era una persona che a Washington non contava, anziché qualcuno su cui fare affidamento per un flusso costante di notizie, ossia il modo in cui CNN e MSNBC si affidano ai membri democratici della Commissione sull'intelligence). Per contro, se questo fosse solo un errore innocente, allora queste testate giornalistiche dovrebbero spiegare come una sequenza di eventi così inverosimile possa essere accaduta.

Finora, queste multinazionali stanno facendo l'opposto di ciò che i giornalisti dovrebbero fare: piuttosto che informare il pubblico su ciò che è accaduto e assicurare una minima trasparenza e responsabilità per se stessi e gli alti funzionari che hanno causato tutto questo, si nascondono dietro a qualcosa di insignificante, dichiarazioni nebulose redatte da manager di pubbliche relazioni e avvocati.

Come possono mai certi giornalisti e certe testate reagire e fare così tanto gli offesi, se vengono attaccati come "Fake News", quando proprio questa è la condotta dietro la quale si nascondono una volta che siano scoperti a diffondere storie false e incredibilmente ricche di conseguenze?

Quanto più pensate che la vicenda Trump/Russia sia una cosa seria, quanto più pericoloso ritenete che sia Trump quando attacca i media statunitensi in quanto "Fake News", tanto più dovreste risultare turbati da ciò che è successo in questo caso, e tanto più dovreste esigere maggiore trasparenza e responsabilità. Se siete gente che ritiene che gli attacchi di Trump ai media siano pericolosi, allora dovreste essere in prima fila a obiettare quando i media agiscono in modo avventato, in modo da pretendere trasparenza e responsabilità da parte loro. Sono delle disfatte totali come questa - e i successivi sforzi delle grandi imprese mediatiche volti a offuscare il tutto - che hanno reso i media statunitensi così antipatici fino ad alimentare e rafforzare gli attacchi di Trump contro di loro.

In terzo luogo, questo tipo di incoscienza e falsità è ora una tendenza chiara e altamente preoccupante - si potrebbe dire una costante - quando si parla di Trump, Russia e Wikileaks. Ho passato buona parte dell'ultimo anno a documentare le notizie straordinariamente numerose, ricche di conseguenzee avventate che sono state pubblicate - e poi corrette, annullate e ritrattate - dai principali media tutte le volte che viene affrontata questa vicenda.

Tutte le testate, ovviamente, commetteranno degli errori. The Intercept ha certamente fatto la sua parte, così come accade a tutti gli organi di informazione. Ed è particolarmente naturale e inevitabile, che si commettano errori ove ci sia una storia molto complicata e opaca come la questione del rapporto tra Trump e i russi, e le domande relative a come WikiLeaks abbia ottenuto le e-mail del DNC e di Podesta. È tutto quel che c’è da aspettarsi.

Ma quello che ci si dovrebbe aspettare dagli "errori" giornalistici è che a volte vadano in una direzione, e altre volte vadano nella direzione opposta. Questo è esattamente ciò che non è successo in questo caso. Praticamente ogni falsa storia pubblicata va solo in una direzione: essere la più incendiaria e dannosa possibile sulla vicenda di Trump/Russia e in particolare sulla Russia. A un certo punto, una volta che gli "errori" iniziano ad andare tutti nella stessa direzione, verso l'avanzamento del medesimo ordine del giorno, smettono di sembrare errori.

A prescindere dalla vostra opinione su quelle polemiche politiche, a prescindere da quanto odiate Trump o consideriate la Russia un cattivone e una minaccia per la nostra benamata democrazia e libertà, bisogna riconoscere che quando i media statunitensi non fanno altro che diffondere continue false notizie su tutta questa materia, anche loro rappresentano una grave minaccia per la nostra democrazia e adorata libertà.
Sono talmente tante le false storie sulla Russia e su Trump nel corso dell'ultimo anno che non riesco letteralmente a elencarle tutte. Prendete in considerazione appena quelle dell'ultima settimana soltanto, come riportato ieri dal New York Times nel suo articolo che riferisce sull’imbarazzo della CNN:
C’è stato anche un altro importante errore di cronaca in un momento in cui le organizzazioni giornalistiche si stanno confrontando con un pubblico scettico e un presidente che si diletta nell'attaccare i media come "Fake News".Sabato scorso, ABC News ha sospeso un giornalista star, Brian Ross, dopo aver riferito distortamente che Donald Trump aveva incaricato Michael T. Flynn, l'ex consigliere per la sicurezza nazionale, di contattare i funzionari russi durante la corsa presidenziale.Il rapporto ha alimentato le teorie sul coordinamento tra la campagna di Trump e una potenza straniera e le azioni in borsa sono calate dopo la notizia. In realtà, le istruzioni di Trump a Flynn arrivarono solo dopo essere stato eletto presidente.Diverse agenzie di stampa, tra cui Bloomberg e The Wall Street Journal, hanno anche riportato erroneamente questa settimana che la Deutsche Bank aveva ricevuto una citazione dal consigliere speciale, Robert S. Mueller III, per i documenti finanziari del Presidente Trump.Il presidente e il suo gruppo non si son fatti pregare nel calcare la mano su questi errori.
E qui stiamo parlando appena dell’ultima settimana. Ricordiamoci di quante e quante volte le maggiori testate giornalistiche hanno commesso errori umilianti e strabilianti sulla storia di Trump/Russia, ogni volta nella stessa direzione, verso gli stessi obiettivi politici. Ecco appena un assaggio delle affermazioni incredibilmente provocatorie che hanno percorso ogni angolo di Internet prima che fossero corrette, ritrattate o ritirate, spesso molto tempo dopo che le false affermazioni iniziali si erano diffuse, e dove le correzioni ricevono solo una minima parte della spasmodica attenzione che alle notizie false viene invece tributata all’inizio:

• La Russia ha violato la rete elettrica degli Stati Uniti per privare gli americani di calore durante l'inverno (Washington Post)

• Un gruppo anonimo (PropOrNot) ha documentato in che modo i principali siti politici degli Stati Uniti sono agenti del Cremlino (Washington Post)

• WikiLeaks ha una relazione di lunga data e documentata con Putin (Guardian)

• È stato scoperto un server segreto tra Trump e una banca russa (Slate)

• RT ha hackerato C-SPAN e ha causato interruzioni nelle sue trasmissioni (Fortune)

• Crowdstrike scopre che i russi hanno hackerato un'app dell’artiglieria ucraina (Crowdstrike)

• I russi hanno tentato di hackerare i sistemi elettorali di 21 stati (testategiornalistiche varie, che fanno eco al dipartimento della Sicurezza Nazionale)

• Sono stati trovati collegamenti tra l'alleato di Trump Anthony Scaramucci e un fondo di investimento russo sotto inchiesta (CNN)

Questo è davvero appena un piccolo assaggio. Questo modo di coprire l’argomento è così costantemente pessimo e fuorviante, che perfino i più partecipi fra i critici di Vladimir Putin - come l'espatriato russo Masha Gessen, i giornalisti russi di opposizione, nonché gli attivisti liberali anti-Cremlino che operano a Mosca - stanno continuamente avvertendo che i reportage disinformati, ignoranti e paranoici dei media statunitensi sulla Russia stanno danneggiando la loro causa in tutti i modi, intanto che distruggono la credibilità dei media USA agli occhi dell'opposizione di Putin (che - a differenza degli americani, che sono stati nutriti con una dieta costante a base di news e propaganda sulla Russia – capisce effettivamente le realtà di quel paese).






I media USA sono molto bravi nel pretendere rispetto. Amano implicare, ove non lo dichiarino apertamente, che uno - per essere patriottico e un buon americano - dovrebbe respingere gli sforzi per screditare loro e il loro modo di riferire le notizie, perché è così che si difende la libertà di stampa.

Ma i giornalisti hanno anche la responsabilità non solo di chiedere rispetto e credibilità, ma di guadagnarseli. Ciò significa che non dovrebbe esserci una lista così lunga di abiette umiliazioni, dentro cui vediamo pubblicate storie completamente false per ottenere plausi, traffico sui siti e altre ricompense, benché crollino al minimo scrutinio. Certamente significa che tutti questi "errori" non dovrebbero puntare nella stessa direzione, perseguendo lo stesso risultato politico o la medesima conclusione giornalistica.

Ma quel che è più significativo è che quando i media sono responsabili di errori gravi e forieri di conseguenze come nel caso dello spettacolo cui abbiamo assistito ieri, devono assumersene la responsabilità offrendo trasparenza e responsabilità. In questo caso, ciò non può significare nascondersi dietro i PR e il silenzio degli avvocati aspettando che intanto passi la bufera.

Come minimo, queste reti - CNN, MSNBC e CBS - devono identificare chi ha fornito intenzionalmente queste informazioni palesemente false, o spiegare come sia possibile che "più fonti" abbiano tutte le stesse informazioni sbagliate in modo innocente e in buona fede. Fino a quando non lo fanno, le loro grida e proteste, la prossima volta che vengono attaccati come "Fake News", dovrebbe cadere nel vuoto, dal momento che i veri autori di quegli attacchi - il motivo per cui quegli attacchi risuonano – sono loro stessi e la loro condotta.

(Aggiornamento: ore dopo che questo articolo era stato pubblicato, sabato - un giorno e mezzo dopo i suoi tweet originali che promuovono la falsa storia della CNN con un “boom” e un cannone - Benjamin Wittes ha alla fine capito che la storia della CNN che lui aveva pompato presentava "problemi seri"; inutile dire che il tardivo riconoscimento ha ricevuto solo una piccola porzione dei ri-tweet da parte dei suoi seguaci rispetto ai tweet originali che pompavano la storia all’inizio).

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Fonte: https://theintercept.com/2017/12/09/the-u-s-media-yesterday-suffered-its-most-humiliating-debacle-in-ages-now-refuses-all-transparency-over-what-happened/

Traduzione per Megachip a cura di Manlio Cacioppo e Pino Cabras.

mercoledì 30 novembre 2016

Russofobia, Ovvero l'Arte Oscura delle Copertine Antirusse

di Dominic Basulto (da Medium, via OffGuardian)
traduzione per doppiocieco di Domenico D'Amico

Se la Russia appare sulla copertina di un importante periodico occidentale, molto probabilmente non si tratta di una buona notizia. Quasi certamente c'è di mezzo qualche scandalo internazionale, un picco nelle tensioni geopolitiche, il ritorno di vecchie ostilità da Guerra Fredda, o ci dev'essere una sinistra cospirazione della Russia per spezzare le reni all'intero mondo libero.
La russofobia – l'innaturale paura della Russia - in genere porta i curatori di queste riviste a selezionare le immagini più sensazionalistiche per raffigurare la Russia come una potenza retrograda, maldestra, estranea all'Occidente e malignamente aggressiva. Sventuratamente, tutto questo ha generato un piccolo manuale per chi deve creare una copertina che riguardi la Russia. Se volete, pensate a queste regolette come all'arte oscura della copertina antirussa.

Opzione 1: Vai con l'Orso Russo
Fin troppo facile! E infatti questa è la scelta di default di qualsiasi curatore di periodici. Il simbolo dell'orso russo è universalmente riconosciuto come simbolo della Russia, è un'immagine ad effetto e i lettori l'afferrano immediatamente. Dopotutto, la satira occidentale ha utilizzato per secoli l'orso russo come simbolo di aggressione imperialistica.
Nel contesto delle recenti tensioni tra Stati Uniti e Russia per via della crisi ucraina, la regola suggerisce di raffigurare l'orso russo il più terrificante possibile.
Prendete ad esempio la copertina del numero di maggio/giugno 2016 di Foreign Affairs:


Il titolo sembrerebbe relativamente innocente - “La Russia di Putin; a Terra ma non KO” [1]. Ma osservate bene l'immagine dell'orso – sta sanguinando, ma ha lo stesso un aspetto minaccioso, a dispetto di ferite e contusioni – osservate gli occhi iniettati di sangue e gli artigli affilati. Un tipo del genere è meglio non provocarlo, anche se ti sei fatto un paio di bicchierini di vodka.
E Foreign Affairs non è la sola a sventolare l'orso in copertina. In vista delle Olimpiadi Invernali di Sochi (2014), Bloomberg BusinessWeek ha tirato fuori quello che dev'essere sicuramente l'orso più minaccioso e terrificante mai apparso in edicola. Il periodico mostra un orso dalle intenzioni chiaramente pessime, con sci e divisa da hockey, letteralmente armato fino ai denti, accompagnato dal titolo: “La Russia È Pronta?”


Questa copertina olimpica riporta subito alla memoria quella di TIME sulla Russia (allora Unione Sovietica) in vista delle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 - “Tumulti Olimpici: Perché i Sovietici Hanno Detto Nyet.” In questo caso l'orso è minaccioso, nonché di aspetto piuttosto psicotico, e sta masticando gli anelli olimpici:


Naturalmente, se non vi va l'orso antropomorfizzato, esistono altre opzioni. Nel 2014 The Economist se ne uscì con un pezzo su “Le Ferite dell'Economia Russa” a seguito delle sanzioni occidentali e del prezzo del petrolio in discesa – esibendo un orso che arranca in un invernale paesaggio siberiano, lasciando orme insanguinate sulla neve:


Magari però volete enfatizzare le zanne o gli artigli dell'orso russo, no? Allora ecco l'immagine terrificante dell'orso russo che dà il “benvenuto” a Obama al suo arrivo a Mosca:



Opzione 2: Vai con Vladimir Putin
La seconda migliore scelta, dopo quella dell'orso russo, è un'immagine di Vladimir Putin. Dopotutto, nella testa della maggior parte dei lettori occidentali Putin è la Russia e la Russia è Putin.
Se si è disposti a seguire questa linea, allora potrebbe sicuramente funzionare l'immagine di un cattivo da film di James Bond, un malvagio che sta architettando un piano diabolico per conquistare il mondo. Questa copertina di Newsweek del 2014, con Putin e un paio di minacciosi occhiali da sole, è un classico:


Se si vuole rievocare il retroterra spionistico di Putin, che ne dite di mettergli gli occhiali da sole e posizionarlo in una Piazza Rossa un po' tetra (una Piazza Grigia!)?


Una variante del look alla cattivo di James Bond è rappresentata dal classico “Putin melanconico”, che ormai è in giro da quasi dieci anni. Da quest'immagine si capisce come gli occidentali percepiscano la Russia: un'immensa, triste terra desolata coperta di neve, ghiaccio e da un immenso deserto morale. Chi meglio di un dittatore senza sorriso per guidare una nazione del genere? È stata questa copertina di TIME (che presentava Putin come “Persona dell'Anno”) a dare il calcio d'inizio.


Da allora, l'immagine del Putin imbronciato ha preso il volo. Inclinate indietro la macchina fotografica, allargando dal primo piano, e otterrete “lo zar che non sorride”:


Il che, naturalmente, conduce alla copertina di questo libro del 2015 di Steve Lee Myers (giornalista del New York Times):


È anche ovvio che il Putin triste e senza sorriso può essere riadattato per un ruolo da gangster:


O da mafioso alla don Vito Corleone:


Se però si vuole davvero catturare l'attenzione del lettore, allora buttatevi sul Putin a torso nudo. Il Putin scamiciato è un classico meme della Rete, naturalmente. (Google: Shirtless Putin hummingbird hamster) Il meme di Putin a torso nudo intento in pratiche virili è talmente popolare che “I Simpson” hanno perfino usato l'immagine di un Putin completamente nudo a cavallo (e senza sella?) al tempo della crisi della Crimea.


Se fate una ricerca, finirete per vedere il Putin a torso nudo fotoshoppato su qualsiasi cosa. Per cui non c'è forse da sorprendersi se lo scamiciato ha fatto la sua apparizione su qualche importante copertina, inclusa questa, classica, dell'Economist, dove lo vediamo in cima a un carro armato russo:


O impegnato in un poker a torso nudo:


Tuttavia, se si vuole usare un'immagine di Putin, e mantenere al contempo una certa classe, cosa c'è di meglio di un bel mix coi simboli classici della cultura russa, come il balletto o il pattinaggio artistico? Nel 2014 il New Yorker ha tirato fuori una copertina con un Putin che piroetta a mezz'aria durante le Olimpiadi Invernali di Sochi, mentre una schiera di suoi cloni tirapiedi gli dà il massimo dei voti per la performance.


Ecco un altro Putin pattinatore, questa volta su una copertina dell'Economist:


Qui però c'è una svolta drammatica – guardate la pattinatrice caduta sul ghiaccio, a suggerire che le Olimpiadi di Sochi fossero essenzialmente un progetto per gratificare il narcisismo di Putin. (Fate anche caso al sottotesto iconografico – mentre Putin propende di solito per sport da “macho”, tipo nuoto, caccia e hockey, questa copertina lo mostra nel ruolo di un pattinatore un po' effeminato. Guardate le mani!!!)

Opzione 3: Vai con un'Immagine Classica della Russia, Più Qualche Ritocco
Se però ci si è stancati del solito orso russo, e ci preoccupa che un Putin in copertina possa suggerire alla redazione titoli di dubbio gusto (Spie russe! Mafia russa! Hooligan russi!), è sempre disponibile la vecchia riserva – l'immagine di una matrioska. Ovviamente è utile anche per veicolare la natura enigmatica della Russia – l'antico “indovinello avvolto in un mistero all'interno di un enigma” di Winston Churchill.


Ma perché fermarsi qui? Per far comprendere la pericolosità di tutto ciò che è russo, magari è più semplice tagliar corto e squadernare direttamente missili, carri armati e truppe:


Quello che hanno in comune queste copertine, naturalmente, è la loro russofobia. Le copertine di questi periodici non sono poi molto diverse dalle immagini di cento anni fa, quando per l'Occidente la Russia era davvero un oscuro enigma. Difatti l'immagine della Russia come uno stato grande, impacciato e aggressivo, risale addirittura al XVI Secolo, e da allora non sembra sia cambiata granché.
Tra i media occidentali è sempre circolata la sensazione che una grande potenza al centro dell'Eurasia costituisse una minaccia, di certo per qualcuno, forse per tutti.


Anche se, siamo giusti, l'immagine dell'orso russo è preferibile a quella della piovra russa:


Il che ci porta all'ovvia domanda – Queste immagini di un secolo fa sono davvero molto diverse da quelle che appaiono sui media occidentali di oggi?
Dal momento che il Cremlino ha chiesto al Ministro della Cultura di investigare sulla russofobia e la propaganda antirussa in Occidente, la risposta a questa domanda non è molto difficile.


nota del traduttore
[1] Rendo così l'originale, che è un gioco di parole a partire dall'espressione “down and out”, relativa a chi è al verde o comunque in grosse difficoltà.


martedì 13 maggio 2014

Yoani Sánchez, qualcuno la molla

dal blog di Gennaro Crotenuto
 

Sto ricevendo decine di messaggi pubblici e privati su Yoani Sánchez, la sua (presunta) rottura del contratto con La Stampa (quello su Internazionale è già fermo da un anno). Tali messaggi sono causati dall’outing del suo traduttore Gordiano Lupi che ora si sente libero di dirne peste e corna e raccontare quello che in tanti denunciavano da anni: l’avidità maniacale e le balle sulla persecuzione che subirebbe all’Avana.
Alcuni mi fanno i complimenti, ma io non ho fatto nulla né penso che Gordiano dica cose nuove o particolarmente significative. Fa piacere però la memoria lunga di alcuni e il fatto che citino a distanza di anni il mio lavoro. Nello specifico però c’è poco da gioire o pavoneggiarsi. Notizia sarebbe stata se fosse stata La Stampa a rompere il contratto, riconoscendo finalmente in Yoani non un’informatrice credibile, quale è stata fatta passare per anni, ma quel che è: un fenomeno mediatico costruito a tavolino, tanto perfetto da essere incredibile a chiunque avesse una lettura raffinata delle cose.
Anche adesso che Gordiano Lupi arriva a chiedersi se Yoani sia davvero un’agente della CIA o non sia invece al soldo del perfido Fidel (bum!), resta quella sensazione di vuoto pneumatico e di stereotipo ritrito su tutta la storia e sull’informazione anti-latinoamericana proposta dal mainstream.
Quella dei grandi media sull’America latina è una commedia dell’arte per la quale i buoni hanno perfino delle determinate caratteristiche fisiognomiche (come Yoani o Capriles in Venezuela) tali da renderli politicamente spendibili, mentre uno con la faccia di Nicolás Maduro dovrebbe tornare a fare l’autista d’autobus.
È un giornalismo classista ove non razzista ma soprattutto è un giornalismo che manca al proprio ABC, quello di verificare i fatti. Il problema non è infatti mai stato se ci piace o meno la rivoluzione cubana ma se si siano preoccupati di verificare in qualche modo la credibilità di Yoani e cosa stesse davvero apportando sulla comprensione di quell’esperienza. A chi scrive non scandalizza se Yoani abbia guadagnato molti soldi in un paese dove un cardiochirurgo guadagna pochi Euro al mese. A chi scrive scandalizza che ai media abbiano fatto passare per informazione la propaganda anti-castrista aderendo al fine di questa (convincere) ma abdicando al proprio fine (informare).
Quella del mainstream sull’America latina è una grande opera dei pupi che da oltre un anno sta rendendo per esempio impossibile la vita ad un uomo anziano come Pepe Mujíca, presidente di un paese che non interessa a nessuno come l’Uruguay, ma importunato quotidianamente da ogni giornale e televisione del mondo, che vendono la sua bella immagine ma dicono ben poco su cosa sta facendo quell’esperienza di governo (nel bene o nel male) sulla sponda orientale del grande fiume. Pauperismo, marihuana e poco più. Un messaggio reso innocuo se decurtato del resto. È un reality show che rappresenta i presunti studenti venezuelani come buoni e oscura quelli cileni come cattivi (salvo far gallerie di foto per la bella Camila Vallejo). È uno spettacolo dove i contadini e i minatori scompaiono in un continente popolato innanzitutto da contadini e minatori. È sicariato mediatico dove si può stigmatizzare Cristina Fernández per shopping compulsivi inventati di sana pianta e dove se George Bush dice che tutti gli indigeni latinoamericani, dai mapuche agli zapatisti, sono terroristi allora, per i nostri media, gli indigeni latinoamericani andranno trattati come alleati di Al Qaeda.
Non credo che il progetto Yoani sarà particolarmente danneggiato dall’ex-abrupto di Gordiano Lupi né che il mainstream possa fare ammenda o comportarsi più seriamente in futuro. Frequenterà pessima gente (come Aznar nella foto), guadagnerà bene, farà notizia di quando in quando, magari comunicando via Internet da Cuba che a Cuba Internet non funziona. Continuerà a godere di ottima stampa e a fare pessima informazione. Resta per tutti noi la necessità di studiare per capire, senza delegare nessuno, tantomeno Yoani Sánchez.

martedì 11 settembre 2012

Ballarò, il mercato dei fantasmi

Il 40 % a pari merito per il Pd e Il Pdl, un 20 % ripartito nell'ordine fra IDV, Lega, Sinistra Ecologia e Libertà e via di seguito. In un anno intero solo 26 secondi di citazione ai poveri radicali (chissà perché la cosa non mi turba più di tanto). Sono le percentuali di presenza televisiva dei partiti al mercato di Ballarò, uno delle trasmissioni di "informazione" più seguite della RAI. 
Ballarò è solo uno dei tanti esempi della lottizzazione televisiva, roba da far impallidire persino il manuale Cencelli. In questo modo ci sorbiamo da anni una disinformazione televisiva che ci mostra un mondo virtuale popolato da personaggi ormai disincarnati, riflessi fantasmatici di una realtà che continua a dominarci e a influenzare il nostro immaginario e le nostre scelte come i tuoni e i fulmini evocatori di poteri temibili e imperscrutabili in tempi remoti. La realtà vera fa capolino ogni tanto in TV quando prorompe con la sua gravità e virulenza, ma viene subito addomesticata e ridotta a mera rappresentazione iconografica, senza che ne capisca davvero il senso. I fatti, quelli che vengono riferiti, sono abilmente filtrati e rinominati dagli stregoni di turno, che ne stravolgono il senso e li sterilizzano a dovere. Qualcuno, a parte i ben informati, ha capito davvero qualcosa della trattativa stato mafia? Qualcuno sa davvero cosa hanno combinato Bisignani o Dell'Utri, tanto da guadagnarsi l'onore delle cronache? Persino di Falcone e Bosellino non si sa un granché, tranne che sono eroi dell'antimafia osannati da tutti, anche da quelli che ne parlavano male quando erano ancora vivi. Non parliamo poi dell'economia, che per la sua inappellabilità potrebbe essere accomunata alla metereologia. Oggi piove. Lo spread è a 500. Punto.
I fatti, quelli importanti, per essere ricordati devono diventare memoria collettiva ed essere il sale di una conoscenza che porta al cambiamento, poiché la conoscenza dei fatti e della storia è la premessa per una scelta consapevole e non soggetta agli umori del momento. Altrimenti, quando vengono fuori, diventano  oggetti di consumo, usa e getta.
I fatti fortunatamente scorrono nel cyberspace, le buone idee per cambiare questa realtà anche, ma formano troppi rigagnoli, annaffiano il terreno, ma non fanno grosso danno. Ci vuole un fiume in piena.

sabato 28 luglio 2012

Siria. Madre Agnes: “La realtà non è quella che si vede in Tv"

di Matteo Bernabei da Informare per Resistere


La campagna mediatica in atto contro la Siria è forse l’arma più efficace fin qui utilizzata dall’Occidente nel tentativo di rovesciare il governo del presidente Bashar al Assad. Un’arma che non fa sconti nessuno. Anche la testimonianza di Madre Agnes-Mariam de la Croix, superiora del monastero di Qara e portavoce del Centro di informazione della Diocesi di Homs, che mercoledì ha tenuto un‘incontro a Roma proprio sulla crisi in atto nel Paese arabo, è infatti stata puntualmente ignorata dalle grandi testate nazionali. Una testimonianza scomoda che è andata a toccare tutte le tematiche principali di una rivolata che si dimostra ogni giorno sempre meno spontanea. La religiosa oltre a parlare delle sue esperienze dirette a Homs, dove, ha raccontato,“oltre 130mila cristiani sono stati costretti a fuggire” dalle milizie islamiche che avevano preso il controllo della città, ha messo in risalto il ruolo giocato dalle potenze straniere e dai media nel diffondere un’immagine falsata della Siria.
“Sono in Siria dal 1994 e allora sotto il regime di Assad il Paese aveva una sicurezza invidiabile, certamente per la potenza e un po’ per il timore, ma anche perché la popolazione viveva in base a un patto sociale, che non era il frutto di un regime, ma che al contrario lo sosteneva”, ha spiegato madre Anges, sottolineando come “oggi le grandi potenze hanno deciso di mettere fine a questo regime, dimenticando il patto sociale che è all’origine della maniera di convivere della popolazione siriana”. Una popolazione che, secondo la portavoce della diocesi di Homs, viene ora mostrata all’esterno come debole e incapace di provvedere a se stessa, così da permettere a 120 nazioni che si dicono amiche di interferire “nella realtà di una nazione che è libera, autonoma e indipendente” violando anche “quella che dovrebbe essere la legge delle Nazioni Unite”.
Un’ingerenza coperta da altisonanti parole come indipendenza, libertà e democrazia e dai mezzi di comunicazione internazionali che “hanno una sola voce, fanno un solo discorso e raccontano una sola realtà per convincere il pianeta che questa è la realtà siriana”. “Questo si chiama mentire, è una menzogna una manipolazione mediatica (…) la realtà non è quella che si vede sullo schermo delle televisioni,o sulle pagine dei giornali”, incalza ancora la religiosa, la quale poi rivela che una grande giornalista italiana prima di un’intervista le ha confessato che “non poteva dire quello che vedeva e quello che avrebbe voluto nel suo giornale”.
“Questa non è democrazia, non è libertà, ma propaganda – ha proseguito madre Agnes – la tragedia è che il mondo libero è sotto un’influenza totalitaria per fare di tutti noi un solo pensiero e una sola schiavitù”. Secondo la suora di Homs “moltissime risorse sono investite nei mezzi di comunicazione, nel lavoro diplomatico e anche nella lotta armata per far cadere non solo un regime ma un esempio di convivenza sociale”.
Parlando poi delle violenze la religiosa ha messo in risalto il possibile ruolo giocato dalle grandi potenze internazionali anche nei recenti attentati di Damasco, ponendo l’accento sull’impossibilità dei ribelli di compiere attacchi programmati di grande entità senza l’aiuto di mani esperte.
Madre Agnes è quindi tornata a parlare della minaccia islamista sottolineando come siano state le ingerenze straniere a “importare in Siria la tradizione wahabita, una tradizione che anatematizza: tu non sei come me e quindi ti devo uccidere”. “Questa non è una religione, è un’ideologia”, ha però spiegato la suora che ha inoltre contestato il ruolo di “Paesi guida” per la Siria che Arabia Saudita e Qatar si sono attribuiti senza averne le capacità. Dopo aver rivelato tuttavia un certo ottimismo per la fine della crisi, confidando sulle capacità di convivenza della popolazione del Paese arabo, madre Agnes, rispondendo alle domande dei presenti, ha commentato le dure parole di padre dall’Oglio nei confronti del governo di Damasco.“La sua è una posizione politica – ha spiegato sottolineando la propria stima per il prelato – ma non è la posizione della Chiesa, che ha preso le distanze da quelle dichiarazioni”.

Fonte: Rinascita